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"La Bocconiana", di Massimo Gramellini

La notizia è piccola ma saporita. Il sottosegretario Daniela Garnero, in arte Santanchè, si sarebbe inventata un master alla Bocconi per impreziosire il suo curriculum sul sito del governo. Interpellata dal settimanale «Oggi», la celebre università milanese non ha trovato tracce della signora nella propria banca dati. La Santanchè ci è rimasta male: sostiene di essersi masterizzata per un anno. Se in tutto quel tempo alla Bocconi non si sono accorti di lei, dipenderà dalla sua ben nota riservatezza. Prima che la situazione degeneri e «Il Giornale» accusi il rettore della Bocconi di aver preso 4 in aritmetica all’esame di quinta elementare, vorrei spezzare una lancia, o almeno un’unghia, a favore dell’accusata.

Ammettiamo che abbia un po’ esagerato, dilatando a master uno dei tanti seminari che le università organizzano nei fine settimana. Ma non vi sfuggirà l’assoluta gratuità del gesto. L’opposizione invoca le sue dimissioni, ricordando quelle del ministro tedesco che aveva copiato la tesi di laurea. Ma gli elettori tedeschi danno importanza alla preparazione culturale di un politico e quindi non accettano di essere ingannati sui suoi titoli di studio. Invece agli amici della Santanchè non interessa che lei abbia o non abbia calpestato col suo tacco 12 i pavimenti della Bocconi. Ciò che la rende ammirevole ai loro occhi è che non ha mai smesso di calpestare quelli del Billionaire. Ecco: se avesse davvero voluto guadagnare dei punti presso i fan, la Santanchè non avrebbe messo sul curriculum i suoi master veri o fasulli, ma la lista dettagliata delle sue vacanze.

La Stampa 23.03.11

"Quando la scuola non aiuta a vincere", di Gian Antonio Stella

La laurea in lettere conquistata a Palermo dalla dottoressa Giusi Spagnolo, affetta da sindrome di Down, raccontata ieri da Laura Anello sulla Stampa, è una sconfitta per tutta la scuola italiana. La straordinaria vittoria di questa ragazza di 26 anni, piccolina e sorridente, che ha discusso la tesi in Beni demoetnoantropologici, non è dovuta infatti a uno sforzo della pubblica istruzione, che pure spende una enormità (spesso in modo discutibile) per gli insegnanti di sostegno. È dovuta a una certa disponibilità economica, indispensabile, della famiglia. All’amore e alla preziosa cocciutaggine di un padre docente di fisica già presidente dell’associazione famiglie persone Down e di una madre assistente sociale alle prese quotidianamente con le adolescenze difficili nel carcere minorile. All’appoggio quotidiano di una insegnante privata, Maria Pia Caputo, che ha accompagnato Giusi dalle materne fino all’università. Per dirla chiaramente: se avesse potuto contare soltanto sull’assistenza pubblica, che in linea con la carta costituzionale dovrebbe garantire a tutti (tutti!) le pari opportunità, la nostra dottoressa Spagnolo sarebbe stata condannata a restare una disabile semianalfabeta emarginata. O peggio, visto il disprezzo razzista dilagante online, una «mongoloide». Nella scia di secoli di discriminazione cristallizzati dalla prima definizione che lo scienziato Langdon Down diede nel 1866 dei bimbi affetti dalla sindrome che avrebbe poi preso il suo nome: «rappresentanti immaturi della grande razza mongola» appartenenti ad una «regressione verso una tipologia orientale primitiva» . Una definizione che riassume il rifiuto: no, questi non sono figli nostri, appartengono per uno scherzo della natura a una razza lontanissima da noi. Non bastasse, sempre ieri, la lettera di una madre al Fatto quotidiano gettava un’altra palata di fango sulla nostra scuola. Valentina Rinaldi raccontava dell’emozione provata domenica quando suo figlio, che ha 10 anni, le aveva chiesto di essere lasciato al portone per salire da solo a casa della nonna al secondo piano: «Cosa c’è di strano in questo? Nulla, ma di particolare c’è che mio figlio è cieco dalla nascita» . Per lui, quel gesto per noi così piccolo, era una grande impresa. Impresa fallita, al contrario, dalla scuola frequentata dal ragazzino. «Oggi scopro che gli studenti diversamente abili non possono correre, giocare e divertirsi ai Giochi della gioventù, come tutti gli altri, ma devono restare a guardare, fare da spettatori di una vita normale che è degli altri e non la loro» , scrive quella madre: «Non ci sono i fondi necessari a garantire la loro assistenza» . Il ministro Mariastella Gelmini, davanti alla contestazione di questa mostruosità, ha detto: io non c’entro, è tutto affidato al Coni. Ma chi glielo spiega, al figlio di Valentina, che nelle scuole della ricca Vicenza mancano perfino i moduli per iscrivere gli alunni disabili ai Giochi?

Il Corriere della Sera 23.03.11

"Il crimine dell´indifferenza", di Barbara Spinelli

Non è mai cosa semplice giustificare una guerra, per chi è mandato al fronte ma anche per chi ha l´incarico di iniziarla, di deciderne i fini e la fine. Non è facile neanche per chi, sui giornali, cerca di dire la verità della guerra, le sue insidie. La più grande tentazione è di rifugiarsi nei luoghi comuni, nelle frasi fatte, nelle menzogne. Frasi del tipo: nessuna guerra è buona; nessun politico ragionevole s´impantana in paesi lontani; nessuna guerra, infine, va chiamata guerra.
Il governo italiano è specialista di quest´ultima menzogna: la più ipocrita. Né si limita a mentire: un presidente del Consiglio che si dice «addolorato per Gheddafi» senza sentir dolore per le sue vittime non sa la storia che fa, né perché la fa.
A questi luoghi comuni sono affezionati sia gli avversari incondizionati delle guerre, sia i governi che le guerre le fanno senza pensarle, o pensandone i moventi (petrolio e gas libici) senza dirli. I luoghi comuni sempre rispondono al primo istinto, più facile. Memorabile fu quel che disse il premier Chamberlain, nel ´38, quando Hitler volle prendersi la Cecoslovacchia: «Un paese lontano, dei cui popoli non sappiamo nulla». Sono frasi che circolano, immemori, da secoli. Perché combattere per Bengasi? Siamo usciti dal colonialismo dimenticando che la tattica di Mussolini in Libia (far terra bruciata) è imitata da Gheddafi nel suo Paese. Frasi simili possono esser dette solo da chi immagina che il proprio interesse (personale, nazionale) sia disgiunto dal mondo. Non c´è solo la banalità del male. Esiste anche la banalità dell´indifferenza a quel che succede fuori casa. Lo scrittore Hermann Broch parlò, agli esordi del nazismo, di crimine dell´indifferenza.
L´Onu nacque per arginare questo crimine, nel dopo guerra. La Carta delle Nazioni unite garantisce la sovranità degli Stati, nel capitolo 1,7, ma nello stesso paragrafo stabilisce che il principio di non ingerenza «non pregiudica l´applicazione di misure coercitive a norma del capitolo 7»: capitolo che chiede al Consiglio di sicurezza di accertare «l´esistenza di una minaccia alla pace, di una violazione della pace, o di un atto di aggressione», e gli consente (se l´aggressore non è dissuaso) di «intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o terrestri di Membri delle Nazioni Unite» (articoli 39 e 42 del capitolo 7).
Le Nazioni Unite hanno commesso innumerevoli errori in passato, ma i peccati maggiori sono stati di omissione, non di interventismo: basti pensare al genocidio in Ruanda, cui Kofi Annan, allora responsabile delle operazioni militari Onu, restò indifferente nel ´94. Nonostante ciò l´Onu è l´unico organismo multinazionale che possediamo, la sola risposta ai luoghi comuni di cui il nazionalismo è impregnato. La sua Carta non è diversa dalle Costituzioni pluraliste dei paesi usciti dal nazifascismo come l´Italia e la Germania. Non è lontana, pur mancando di autorevolezza sovranazionale, dallo spirito dell´Unione europea: l´assoluta sovranità non è inviolabile, se gli Stati deragliano. D´altronde l´Onu ha imparato qualcosa dal Ruanda. Nel 2005, su iniziativa dello stesso Kofi Annan, ha approvato il principio della «Responsabilità di proteggere» le popolazioni minacciate dai propri regimi (Responsibility to Protect, detto anche RtoP), anche se è imperativa l´approvazione del Consiglio di sicurezza. È il principio invocato in questi giorni a proposito della Libia.
A partire dal momento in cui questa responsabilità viene codificata, lo spazio delle ipocrisie si restringe e più intensamente ancora le ragioni della guerra vanno meditate: specie nei Paesi arabi, dove spesso dominano tribù anziché Stati moderni. Anche questo è difficile: dai tempi di Samuel Johnson sappiamo che «la prima vittima delle guerre è la verità», e quest´antica saggezza va riscoperta. Se l´Italia «non è in guerra», cosa fanno i nostri caccia nei cieli libici? Pattugliano per far scena, senza difendersi se attaccati, addolorati anch´essi per Gheddafi? È questo, ministro Frattini, quel che dice agli aviatori? Frattini riterrà la domanda incongrua, e lo si può capire. È lo stesso ministro che il 17 gennaio, in un´intervista al Corriere, definì Gheddafi un modello di democrazia per il mondo arabo: un mese dopo la Libia esplodeva. Come mai la maggioranza non l´ha estromesso dal governo, come i gollisti hanno fatto col ministro degli esteri Michèle Alliot-Marie?
Ma forse c´è un motivo, per cui le parole vane si moltiplicano. In parte nascono da vecchi riflessi, impermeabili all´esperienza. In parte sono frutto di una confusione mentale profonda: l´Onu è di continuo invocata, ma quando agisce e l´America di Obama sceglie la via multilaterale molti perdono la bussola. In parte è l´Onu, prigioniera dei protagonismi nazionali, a evitare parole chiare. Di qui le tante ambiguità della risoluzione sulla Libia: un testo che vuol accontentare tutti e in realtà non sa quello che vuole, né quello che non vuole. Perfino sulla questione cruciale regna il buio: non si vuol spodestare Gheddafi, e però non pochi chiedono proprio questo. Il primo a tentennare è Obama: stavolta non vuole cambi di regime alla Bush, ma il risultato è che ciascuno nell´amministrazione dice la sua come in un giardino d´infanzia. Il 18 marzo il Presidente annuncia che «il cambiamento nella regione non sarà e non può esser imposto dagli Usa né da alcuna potenza straniera: in ultima istanza, sono i popoli del mondo arabo a doverlo compiere». Tre giorni dopo, il 21 marzo in Cile, ripete che la missione è proteggere i civili ma aggiunge: «La politica degli Stati Uniti ritiene necessario che Gheddafi se ne vada: tale politica sarà sostenuta da mezzi aggiuntivi». Ben altro aveva detto domenica il capo di stato maggiore Michael Mullen: l´obiettivo è di «limitare o eliminare le capacità del dittatore di uccidere il proprio popolo e di sostenere lo sforzo umanitario», non di provocare un cambio di regime. Per lui, Gheddafi può anche restare al potere.
Non è l´unica ambiguità: gli interventisti proclamano di non volere occupazioni né attacchi terrestri, ma nutrono parecchi dubbi in proposito. Anche perché con la sola aviazione e gli spazi aerei interdetti si ottiene poco, o peggio ancora: in Bosnia-Erzegovina, la no-fly zone fra il ´93 e il ´95 non impedì il massacro di 8000-10000 musulmani bosniaci a Srebrenica, città sotto tutela dell´Onu.
Non meno equivoco è il ritardo con cui l´Onu interviene. Il divieto di sorvolo poteva essere imposto prima, quando Gheddafi non aveva ancora riconquistato città e creato una spartizione di fatto della Libia. Uno dei difetti dei cieli interdetti è la scelta dei tempi. Le no-fly zone in Iraq (1991-2002) furono istituite dopo che a Nord l´orrore era già avvenuto (3.000-4.000 villaggi curdi distrutti da Saddam con armi chimiche, nell´88, più di 1 milione di morti), e nel Sud il divieto restò inascoltato.
L´Europa non solo è inesistente, ma pericolosa nella sua frantumazione: la scommessa fatta da Obama sulla sua autonomia è fallita, e non per sua colpa. Uno dei motivi per cui Lega araba è incollerita pur volendo l´intervento è la fretta di Sarkozy, che ha fatto partire i propri aerei senza mai consultare gli arabi. Non basta qualche aereo del Qatar per riempire il vuoto, abissale, di politica. Sarkozy interventista pensa ai suoi casi elettorali non meno della Merkel anti-interventista: di qui il litigio sulla guida o non guida della Nato. Quanto all´Italia, vale la pena ricordare quel che scriveva oltre un secolo fa lo scrittore Carlo Dossi, consigliere di Crispi: «La politica internazionale attuale dell´Italia non è che politica di rimorchio. L´Italia governativa non ha più propria opinione, né ardisce mai d´iniziare un affare o un´impresa, anche se vantaggiosa. Essa si accosta sempre al parere altrui. E neppure osa aderirvi schiettamente. Piglia busse, tace e ubbidisce».
Ancora non sappiamo se il mondo arabo sia scosso da tumulti, da clan rivoltosi, o da rivoluzioni che edificano nuovi Stati. Una cosa però già la sappiamo: una vera discussione sulla democrazia è in corso, e a questa discussione gli occidentali non partecipano, per ignoranza o disprezzo. La settimana scorsa, la Bbc ha diffuso un dibattito organizzato dalla Fondazione Qatar (il Doha Debate) in cui una platea di giovani arabi discuteva dell´Egitto. La maggioranza ha votato una mozione in cui si chiede di non indire subito le elezioni, perché la democrazia «non si esaurisce nelle urne»: è fatta di infrastrutture democratiche, di costituzioni garanti delle minoranze, di separazione dei poteri. Ha detto Marwa Sharafeldine, attivista democratica egiziana: «La democrazia fast-food può solo creare indigestioni». Non lascia spazio che ai ricchi, agli organizzati come i fondamentalisti islamici.
Pensando all´Italia, ho avuto l´impressione che anche noi avremmo bisogno di partecipare a questa conversazione mondiale, cominciata in ben sedici Paesi arabi. Forse impareremmo qualcosa sulle nostre democrazie fast-food: dove regnano i clan, le cerchie di amici, e i capipopolo che si sentono in tale fusione col popolo da ritenersi, come Gheddafi, politicamente immortali.

La Repubblica 23.03.11

Malè (TN) – Partito Democratico del Trentino Circolo dell’Alta Val di Sole – Iniziativa sulla scuola pubblica

sede Comunità di Valle
Sala Assemblee I° Piano

Prof.ssa Alessandra Pasini
Dirigente Istituto ITCG Pilati – Cles-
Prof.ssa Sara Ferrari
Consigliere Provinciale PD
On. Manuela Ghizzoni
Capogruppo Comm.ne istruzione e
cultura Camera Deputati
Sen. Mariangela Bastico
Ex V. Ministro Istruzione e membro
Comm.ne Affari Istituzionali Senato

Omicidio di Carpi, “sgomento” dell’on. Ghizzoni. “Il dolore e il cordoglio per una morte violenta devono rafforzare il nostro impegno per la battaglia contro la violenza sulle donne”

Sgomento e dolore viene espresso dall’on. Manuela Ghizzoni per l’omicidio di una donna questa mattina a Carpi. Ecco la sua dichiarazione. «Sono sgomenta per quanto accaduto questa mattina a Carpi. Conoscevo personalmente la vittima e questo rende ancora più acuto il dolore per la morte violenta di una donna e di una madre. Un episodio che scuote il vivere civile della nostra città e suscita profondo turbamento all’interno di una comunità da sempre pacifica e operosa. Non si può tuttavia evitare di riflettere – qualunque sia stato il movente e la dinamica dell’omicidio – sull’ennesimo episodio di morte violenta di una donna tra le mura domestiche, segno che nessuna società è estranea al virus della violenza contro le donne, nessun territorio ne è immune (solo lo scorso anno sono state 115 le donne uccise nel nostro Paese).

Il dolore e il cordoglio per la morte di una concittadina devono rafforzare il nostro impegno per la battaglia contro la violenza: mettendo in campo sin dalla tenera età politiche per il rispetto delle donne; sostenendo attivamente i centri antiviolenza; approvando la legge contro la violenza alle donne che langue in Parlamento da un anno e mezzo».

Omicidio di Carpi, “sgomento” dell’on. Ghizzoni

“Il dolore e il cordoglio per una morte violenta devono rafforzare

il nostro impegno per la battaglia contro la violenza sulle donne”

Sgomento e dolore viene espresso dall’on. Manuela Ghizzoni per l’omicidio di una donna questa mattina a Carpi. Ecco la sua dichiarazione

«Sono sgomenta per quanto accaduto questa mattina a Carpi. Conoscevo personalmente la vittima e questo rende ancora più acuto il dolore per la morte violenta di una donna e di una madre. Un episodio che scuote il vivere civile della nostra città e suscita profondo turbamento all’interno di una comunità da sempre pacifica e operosa. Non si può tuttavia evitare di riflettere – qualunque sia stato il movente e la dinamica dell’omicidio – sull’ennesimo episodio di morte violenta di una donna tra le mura domestiche, segno che nessuna società è estranea al virus della violenza contro le donne, nessun territorio ne è immune (solo lo scorso anno sono state 115 le donne uccise nel nostro Paese).

Il dolore e il cordoglio per la morte di una concittadina devono rafforzare il nostro impegno per la battaglia contro la violenza: mettendo in campo sin dalla tenera età politiche per il rispetto delle donne; sostenendo attivamente i centri antiviolenza; approvando la legge contro la violenza alle donne che langue in Parlamento da un anno e mezzo».

«La Gioventù non è per i disabili. Giochi negati ai bambini», di Chiara Paolin

Nel Vicentino gli alunni con disabilità non hanno potuto partecipare ai Giochi della Gioventù: mancavano i soldi per l’assistenza durante le gare. Il ministro dell’Istruzione Gelmini si difende: “L’organizzazione era affidata al Coni”. “La squadra integrata con due studenti diversamente abili e altrettanti normodotati ha gareggiato nella campestre interregionale a Treviso, su un percorso di 400 e 800 metri. Buoni risultati globali per tutti gli studenti-atleti provinciali: in particolare, i ragazzi della media di San Vito al Tagliamento hanno conquistato la qualificazione per le finali a Nove. Ma il Comitato italiano paralimpico (Cip) non ha sufficienti fondi per partecipare alla fase nazionale della campestre”.

In Friuli la gente è abituata a dosare le parole, anche quando i sentimenti fanno venir voglia di urlare. Per questo Gianfranco Chessa, titolare dello sport all’Ufficio scolastico di Pordenone, ha commentato così gli eventi dello scorso weekend: a Nove, vicino Vicenza, si disputavano le finali della corsa campestre per i Giochi della Gioventù edizione 2010-11, ma i ragazzi con disabilità sono rimasti a casa. Mancavano i moduli per iscriverli alla gara, il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini non li ha mandati alle scuole, c’erano solo quelli per i normodotati. Perché oltre a Valentina e suo figlio (la cui storia potete leggere in prima pagina), sono tanti quelli lasciati fuori dal gioco quest’anno.

“Una discriminazione grave – ha denunciato la deputata Pd Manuela Ghizzoni presentando un’interrogazione –, un brutto passo indietro nel difficile percorso di integrazione dei disabili”. Piccata la risposta ministeriale: l’organizzazione dei Giochi è stata affidata al Coni fin dall’edizione 2009, e non dipende quindi dal Miur l’esclusione dei disabili. Chi critica la Gelmini lo fa “strumentalmente, per ragioni di lotta politica”, precisa salace una nota diramata la scorsa settimana.

“Macché politica, qui il problema vero sono i soldi – ribatte Simona Zucchet di Equality Italia, organizzazione per la difesa dei diritti civili –. A Vicenza è successa una cosa semplicissima: c’erano troppi pochi iscritti per organizzare il sostegno necessario agli atleti disabili. Se un ragazzo cieco deve affrontare la gara occorrono particolari accorgimenti, servono più persone al lavoro, più ore di servizio. Ma se arrivano al Coni poche richieste per quel tipo di competizione da classi con atleti disabili, la soluzione più ovvia è limitare la partecipazione a chi non ha problemi”.

A maggio si terranno a Roma le finali nazionali delle altre specialità atletiche, e il Cip si è impegnato a far partecipare i disabili almeno alle prove su pista. Peccato che il senso dei Giochi studenteschi sia l’esatto opposto, ovvero promuovere la scambio tra tutti i ragazzi e favorire l’inclusione predisponendo agevolazioni particolari proprio per chi non avrebbe tutti i numeri per tutte le discipline.

C’è però chi vanta nuove idee in merito. Il senatore leghista Giovanni Torri ha presentato un disegno di legge per rilanciare la manifestazione vincolandola alla prestazione scolastica: secondo la proposta, ora allo studio nella commissione per l’Istruzione al Senato, potranno partecipare alle gare solo gli studenti (dalla quarta elementare alla terza media) con la sufficienza in tutte le materie. Il sottosegretario Guido Viceconte ha già fatto sapere a nome della Gelmini che i 40 milioni di euro necessari alla riforma Torri non possono essere pescati dal già esangue Fondo per l’arricchimento e l’ampliamento dell’offerta formativa, come ipotizzato dal proponente, mentre nessuna obiezione è stata mossa sul filtro del voto. “Più valore al merito” spiega soddisfatto il senatore, “ma per i disabili sarebbe ancora peggio” ribatte la Zucchet. Che aggiunge: “Chi ha un handicap dell’apprendimento troverebbe nuovi ostacoli nel vivere un momento educativo e piacevole come lo sport fatto insieme ai compagni. Senza dimenticare che, sempre più spesso, i genitori dei bimbi con problemi fisici chiedono direttamente l’esonero dall’attività fisica per evitare tormenti e problemi continui. Gli insegnanti di sostegno sono pochi e oberati di lavoro, seguire un ragazzo con esigenze particolari richiede tanto tempo, energia, denaro. Tagliando i fondi e restringendo i criteri d’ingresso si lasciano fuori i più deboli. La storia è sempre quella”.

Da Il Fatto quotidiano del 22 marzo 2011

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sul tema anche un articolo de Il Secolo XIX

Sosteniamo il ruolo dell'Italia nei limiti delle decisioni ONU

Bersani al TG1: “L’emergenza sbarchi non è ai livelli dei Balcani. Non possono restare tutti a Lampedusa, le regioni sono disponibili da settimane ma Maroni ha tardato a incontrarle. Un governo i problemi non li agita, li affronta”. “C’è molta confusione e noi abbiamo l’impressione che il governo italiano ne aggiunga un bel po’. Se c’era un problema con la Francia poteva sollevare la questione al vertice di Parigi. La nostra posizione invece è chiara: noi siamo pronti a sostenere il ruolo dell’Italia strettamente nei limiti delle deliberazioni delle Nazioni Unite, che non prevedono di fare la guerra, non prevedono di abbattere il regime di Gheddafi, ma prevedono di evitare che Gheddafi possa mitragliare il suo popolo come ha fatto fin qui”. Lo dichiara il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, ospite in studio del TG1.

Il segretario del PD non nega l’esistenza di un problema legato agli sbarchi, ma rifiuta gli allarmismi che soffiano sul fuoco: “Non siamo arrivati all’emergenza della crisi dei Balcani, ma non si possono concentrare tutti gli immigrati a Lampedusa. Il Presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, più di 2 settimane fa ha dato la disponibilità a discutere di accoglienza in tutta Italia ma Maroni lo incontra solo oggi. Un governo i problemi non li agita, li affronta. Ci vuole la solidarietà europea, Berlusconi deve chiedere agli altri governi di centrodestra di essere più accoglienti”.

La conduttrice ha chiesto anche se Il Pd sostiene solo le missioni appoggiate da presidenti Usa democratici, daClinton nei Balcani ad Obama ora in Libia. Bersani ha risposto con un secco “No, non è questo il nostro criterio. Infatti abbiamo detto si’ alla missione in Afghanistan con Bush…”. E’ un criterio, spiega, ancorato “all’articolo 11 della nostra Costituzione che ripudia la guerra ma accetta l’uso della forza per ragioni di giustizia. Uso che deve essere deliberato da un organismo internazionale. In Iraq non eravamo in questo contesto, in Libia si'”.

Concetti che riprendono quelli della lunga intervista di domenica a RaiNews24, in cui Bersani spiegava che l’intervento in Libia sta dimostrando che l’Italia è un Paese che “deve partecipare molto per decidere poco”. Lo dice Pier Luigi Bersani intervistato da RaiNews 24 sulla vicenda libica. Secondo il segretario del Pd, ciò si spiega alla luce della “diplomazia berlusconiana fatta di personalismi” che ha “sbilanciato largamente” la politica estera italiana. Altri “hanno avuto rapporti con Gheddafi, ma nessuno ha fatto come l’Italia mettendosi in una situazione di subalternità”.

Pier Luigi Bersani ha auspicato che vi sia un dialogo con l’opposizione nelle decisioni sull’operazione in Libia. “Ci vuole una grande fermezza, un grande concerto e una grande condivisione, prima di tutto nella maggioranza e auspicabilmente anche del dialogo con l’opposizione, come ha detto Napolitano serve una responsabilizzazione anche del Parlamento”. Per questo ha aggiunto riferendosi alle polemiche nella maggioranza, “sarebbe meglio in queste ore che i diversi ministri stessero zitti e il governo con voce univoca venisse nelle commissioni parlamentari a definire meglio il profilo di questa nostra presenza”.
Quanto alle diversi posizioni di Ignazio La Russa e Umberto Bossi, Bersani ha dato “un consiglio” al premier Silvio Berlusconi: “Di andarsene a casa lui con tutta questa compagnia. Basta uno sguardo oggettivo sulla situazione per vedere che noi non abbiamo un governo, che il profilo dell’Italia nel mondo si è largamente indebolito, che Berlusconi è in mezzo a un sacco di guai”.
Bersani ha comunque difeso l’operazione. “Questo intervento è necessario ed è legale”, ha assicurato. “E’ necessario per impedire un massacro delle popolazioni civili che si sono ribellate a Gheddafi e che la propaganda di Gheddafi definisce insetti e topi”, ha spiegato, ed “è legale perché l’intervento avviene a seguito delle deliberazioni dell’Onu e in accordo tra Europa e Stati Uniti e Lega Araba”.
Anzi. Per il leader del Pd sarebbe stato meglio se si fosse cominciato a parlarne prima. “Tutti vedono che se questo intervento fosse stato annunciato qualche tempo fa, quando Gheddafi ha cominciato a mitragliare il suo popolo, probabilmente avremmo risolto prima questa questione. Gheddafi ritiri le truppe nelle caserme e la UE si impegni per una soluzione.
“Tremonti ma il nucleare fa risparmiare o indebitare?” Pier Luigi Bersani ha commentato con ironia le dichiarazioni del ministro dell’Economia Giulio Tremonti sul nucleare rilasciate a Cernobbio: “Si sentano veramente delle cose curiose, leggo dei titoli sui giornali incredibili”, ha detto il segretario del Pd intervistato a Rainews 24. “Tremonti parla di debito nucleare, lasciando intendere che bisogna mettere in conto anche a quel che costa poi smontarlo questo nucleare quando sarà ora”, ha sottolineato, “come si fa a dire una cosa del genere e dire anche che ci fa risparmiare. Ma ci fa risparmiare o indebitare? Sentiamo un dibattito assolutamente stravagante”.
Quanto alla posizione del Pd, “non vedo come si possa dire che siamo ondivaghi, ondivaghi saranno loro. Abbiamo sempre detto che il piano nucleare del governo è da respingere, è assurdo, non porta da nessuna parte”. Non solo. “il dramma del Giappone credo che porti fin ogni nuclearista a una posizione che dica ‘fermiamoci’, con atti non con chiacchiere. Tra due giorni è in Parlamento la discussione sulle procedure di localizzazione, si sospendano quegli atti e ci si fermi”. In caso contrario, “siamo per sostenere il referendum”, ha assicurato Bersani.

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