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"Così la riforma Gelmini ha fermato le università", di Corrado Zunino

Allarmi e proteste ormai non si contano: la legge – e si sapeva – ha bisogno di molteplici decreti che il governo dimentica: le funzioni della ricerca (tutte), la chiamate di progettisti, associati e docenti sono bloccate. Risparmi? No, paralisi. La Legge Gelmini, oggi, ha fermato le università italiane. A partire dal mondo della ricerca, l’asset più citato, il più fragile in verità. Il motivo principe del motore fermo, e quindi dello spaesamento di matricole, studenti di lungo corso, assegnisti, ricercatori, finanche dei “prof” vicini alla cattedra, dipende dal fatto che la riforma universitaria è un tomo lungo e complesso e i decreti attuativi di cui abbisogna per essere trasformata in sostanza richiederebbero Consigli dei ministri in seduta permanente e non occupati dall’incandescente quotidianità della cronaca nazionale e internazionale.

Ci sono tre fonti che oggi consentono di certificare il “blocco universitario”: le voci degli studenti universitari, i blog dei ricercatori (in particolare della Rete 29 Aprile), le proiezioni della Cgil scuola e ricerca. Uno dei nodi universitari è il nuovo ciclo del dottorato di ricerca: non può essere avviato perché occorrerebbe un decreto ministeriale, appunto, su proposta dell’Anvur, l’associazione nazionale di valutazione che è ancora lontana dall’essere operativa. Con la riforma tutte le borse di studio post-laurea sono state abolite, ad eccezione degli assegni di ricerca: i nuovi assegni sono bloccati, però, perché occorre un decreto ministeriale che ne fissi l’importo minimo. Gli assegnisti, va ricordato, nelle università italiane sono 16 mila.

Non è ancora chiaro se si potranno
far partire i bandi per i nuovi ricercatori a tempo determinato: secondo la Cgil violerebbero la legge Tremonti che riduce drasticamente la possibilità di assunzioni a tempo determinato nella pubblica amministrazione (le assunzioni del 2011 dovranno essere inferiori al 50% delle assunzioni dell’anno precedente). E, tra l’altro, occorrerebbero regolamenti d’ateneo che oggi non possono vedere la luce visto che siamo ancora alla fase precedente ai regolamenti: la revisione degli statuti. Lo hanno già messo in evidenza gli universitari della Rete della conoscenza: la “Gelmini” esclude dalla partecipazione ai progetti di ricerca gli attuali borsisti e contrattisti, gli studenti della triennale e delle scuole di specializzazione, gli studiosi stranieri. Difficile non pensare che questa scelta non sia impugnabile come “discriminazione”.

Sono bloccate, e il motivo va ricercato nella necessità di mettere a posto i regolamenti d’ateneo, le chiamate su posti di associato dei futuri abilitati e poi chi volesse assumere qualcuno degli attuali idonei non chiamati (oltre 1.500) non potrebbe beneficiare dei fondi del piano straordinario previsto dall’ultima legge di stabilità (anche qui siamo in attesa di un decreto ministeriale).

Questo è lo stato dell’arte dell’università italiana. Se si guarda in avanti, la situazione si fa disperante. Nel 2012 la maggior parte degli atenei italiani, condannati a bilanci in rosso fisso, potrebbe trovarsi nell’impossibilità di reclutare docenti, a tempo determinato, a tempo indeterminato, per i vincoli finanziari aggravati dai nuovi tagli al finanziamento ordinario e dalle nuove regole di calcolo dei costi. La Cgil stima che il pensionamento previsto per il prossimo quinquennio porterà fuori dal sistema universitario il 50% dei professori ordinari e il 25% di associati e ricercatori: la metà non sarà reintegrata e ogni anno l’università italiana assisterà alla fuoriuscita di 600 professori ordinari mentre l’ingresso dei mille associati annunciati sarà frenato dal fatto che il 50% degli atenei non potrà fare assunzioni. Il taglio ai corsi di studio eccessivi e bizzarri, così voluto dal ministro Gelmini, si realizzerà naturalmente per la moria degli insegnanti.

I ricercatori? Tra pensionamenti e passaggi alla docenza si ridurranno di 2.000 l’anno. Un ricercatore borsista dell’Università di Parma, Cristian Cavozzi, dipartimento di Scienze della terra, ha segnalato la personale situazione. Il borsista da tre anni è impegnato insieme ad altri due colleghi in un progetto di ricerca finanziato interamente dall’Eni, ma nell’ultima stagione tutto è stato bloccato dall’Eni: “Non rientra più nelle forme contrattuali previste dal decreto legge”. Sui 2 milioni di euro di importo globale, ai tre ricercatori da laboratorio di Parma sono spettati 180 mila euro a testa nel 2009 e altrettanti nel 2010. Per il 2011 la legge Gelmini non prevede il rinnovo per il bando ad hoc. Laura Romanò, rappresentante dei ricercatori, conferma: “Mancano i decreti attuativi, la legge ha azzerato tutto. Si rischia di andare avanti così per molto tempo”. I tre ricercatori propongono una “moratoria” in nome del buon senso: “Non si potrebbe concedere una deroga alle borse in fase di rinnovo? Almeno prorogarle di qualche mese per dare un minimo di garanzie di continuità ai progetti di ricerca in corso”. “La riforma”, spiega Alessio Bottrighi, presidente dell’Associazione precari della ricerca, “non chiarisce se i vecchi assegni di ricerca possono essere rinnovati. E per i nuovi bisogna attendere il decreto del ministro”. I vuoti normativi, dice Mimmo Pantaleo, segretario della Cgil scuola, “sta bloccando ogni forma di reclutamento e portando ad autentici licenziamenti di massa”.

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"Il male minore", di Luigi Manconi

Nella società del rischio, può accadere di trovarsi sotto ricatto. Può succedere più di una volta nell’esistenza del singolo così come nella vita sociale. E può capitare che il ricatto fisico – l’intimidazione, la pressione intollerabile, attuata con mezzi coercitivi che limitano la libertà e l’autonomia – si intrecci a quello ideologico o morale. È lecito pagare un riscatto per una persona cara quando so che, così facendo, alimento il mercato dei sequestri? È indispensabile sapere che non esistono soluzioni semplici né vie di uscita lineari. Ed è altrettanto indispensabile capire che non è possibile restare innocenti né scegliendo una strada né optando per quella in apparenza opposta. Bombardare Tripoli significa – anche provocare danni incalcolabili e causare vittime civili.
Non bombardare Tripoli significa – anche – non impedire (= consentire) che Muammar Gheddafi, porti a compimento il massacro degli oppositori. C’è una “terza soluzione”? Oggi non so, ieri certamente sì. Ma andava perseguita per tempo, molte settimane fa. Una soluzione che prevedesse il riconoscimento degli insorti, il sostegno alla loro mobilitazione, il ricorso a tutti gli strumenti di pressione nei confronti del regime, una intelligente politica delle sanzioni, un’opera di isolamento internazionale attraverso il coinvolgimento di paesi arabi e africani e – so di scandalizzare o di passare per ingenuo l’offerta di una via d’uscita tramite la concessione di un salvacondotto e la possibilità dell’esilio (ciò che non venne fatto e che forse si sarebbe potuto fare per Saddam Hussein). Di tutto questo, nulla è stato nemmeno tentato. Per più ragioni, e una riguarda direttamente l’Italia. Nel 2008 il nostro Paese ha firmato un Trattato di amicizia con la Libia, che traduceva il progetto iniziale del Governo Prodi in un dispositivo prevalentemente finalizzato a una politica di “contrasto all’immigrazione”. Sta qui l’origine del disastro.
Risarcimenti abnormi e cooperazione industriale, forniture d’armi e mercato dell’energia: come merce di scambio, il pattugliamento congiunto del Mediterraneo, i campi profughi in Libia, il blocco delle partenze dalle coste africane, la strage di migranti nel deserto. Tutto ciò senza che alla Libia venisse chiesto un solo atto di rico-
noscimento formale e sostanziale dei diritti universali della persona, della tutela dell’incolumità dei migranti e dei profughi, delle convenzioni internazionali a presidio della dignità umana. In assenza di tutto ciò l’Italia ha chiesto solo un’opera di polizia, esercitata sempre con rigidità e talvolta con efferatezza, “nella piena cooperazione” tra le forze di sicurezza di un regime dispotico e quelle di un sistema democratico.
Si trattava di un’operazione di facciata crollata dopo diciotto mesi e comunque resa vana dal fatto che i flussi di migranti si ingrossassero e scegliessero rotte diverse da quelle per Lampedusa. Ciò ha consentito al ministro Maroni di dichiarare “sbarchi zero”, senza indicare quanti, nel frattempo, fossero approdati in Calabria o in Puglia, e quanti fossero morti in mezzo al mare e nel deserto. È questo che evidentemente, ha impedito all’Italia di adottare quella “terza soluzione” prima indicata, e di svolgere quel ruolo quando sarebbe stato possibile esercitarlo. Ma oggi, nella situazione ormai precipitata, è ancora giusto invocare il ricorso esclusivamente a strumenti diversi da quelli militari? È ancora possibile evitare di rispondere con la forza alla forza? È attuabile una strategia interamente affidata a mezzi politici e diplomatici? A me non sembra più tempo. E, dunque, si impone quel principio fondamentale, così elementare e ragionevole e, insieme, così eticamente fondato, ancorché terribilmente doloroso, che è il “male minore”. Possiamo, sì, continuare a batterci perché politica e diplomazia prendano il posto delle armi, ma a patto di sapere che ogni secondo che passa aumenta la possibilità di Gheddafi di fare strage del suo popolo.
Si può dire: preferisco che la strage si compia, con le sue conseguenze, piuttosto che arrendermi alla guerra e a ciò che la guerra porta con sé. Nell’un caso come nell’altro, non avremo salvato l’anima e saremo corresponsabili, anche solo per impotenza o ignavia, di nuovi morti. Ma una scelta va fatta. E io scelgo il male minore.

Nella società del rischio, può accadere di trovarsi sotto ricatto. Può succedere più di una volta nell’esistenza del singolo così come nella vita sociale. E può capitare che il ricatto fisico – l’intimidazione, la pressione intollerabile, attuata con mezzi coercitivi che limitano la libertà e l’autonomia – si intrecci a quello ideologico o morale. È lecito pagare un riscatto per una persona cara quando so che, così facendo, alimento il mercato dei sequestri? È indispensabile sapere che non esistono soluzioni semplici né vie di uscita lineari. Ed è altrettanto indispensabile capire che non è possibile restare innocenti né scegliendo una strada né optando per quella in apparenza opposta. Bombardare Tripoli significa – anche provocare danni incalcolabili e causare vittime civili.
Non bombardare Tripoli significa – anche – non impedire (= consentire) che Muammar Gheddafi, porti a compimento il massacro degli oppositori. C’è una “terza soluzione”? Oggi non so, ieri certamente sì. Ma andava perseguita per tempo, molte settimane fa. Una soluzione che prevedesse il riconoscimento degli insorti, il sostegno alla loro mobilitazione, il ricorso a tutti gli strumenti di pressione nei confronti del regime, una intelligente politica delle sanzioni, un’opera di isolamento internazionale attraverso il coinvolgimento di paesi arabi e africani e – so di scandalizzare o di passare per ingenuo l’offerta di una via d’uscita tramite la concessione di un salvacondotto e la possibilità dell’esilio (ciò che non venne fatto e che forse si sarebbe potuto fare per Saddam Hussein). Di tutto questo, nulla è stato nemmeno tentato. Per più ragioni, e una riguarda direttamente l’Italia. Nel 2008 il nostro Paese ha firmato un Trattato di amicizia con la Libia, che traduceva il progetto iniziale del Governo Prodi in un dispositivo prevalentemente finalizzato a una politica di “contrasto all’immigrazione”. Sta qui l’origine del disastro.
Risarcimenti abnormi e cooperazione industriale, forniture d’armi e mercato dell’energia: come merce di scambio, il pattugliamento congiunto del Mediterraneo, i campi profughi in Libia, il blocco delle partenze dalle coste africane, la strage di migranti nel deserto. Tutto ciò senza che alla Libia venisse chiesto un solo atto di rico-
noscimento formale e sostanziale dei diritti universali della persona, della tutela dell’incolumità dei migranti e dei profughi, delle convenzioni internazionali a presidio della dignità umana. In assenza di tutto ciò l’Italia ha chiesto solo un’opera di polizia, esercitata sempre con rigidità e talvolta con efferatezza, “nella piena cooperazione” tra le forze di sicurezza di un regime dispotico e quelle di un sistema democratico.
Si trattava di un’operazione di facciata crollata dopo diciotto mesi e comunque resa vana dal fatto che i flussi di migranti si ingrossassero e scegliessero rotte diverse da quelle per Lampedusa. Ciò ha consentito al ministro Maroni di dichiarare “sbarchi zero”, senza indicare quanti, nel frattempo, fossero approdati in Calabria o in Puglia, e quanti fossero morti in mezzo al mare e nel deserto. È questo che evidentemente, ha impedito all’Italia di adottare quella “terza soluzione” prima indicata, e di svolgere quel ruolo quando sarebbe stato possibile esercitarlo. Ma oggi, nella situazione ormai precipitata, è ancora giusto invocare il ricorso esclusivamente a strumenti diversi da quelli militari? È ancora possibile evitare di rispondere con la forza alla forza? È attuabile una strategia interamente affidata a mezzi politici e diplomatici? A me non sembra più tempo. E, dunque, si impone quel principio fondamentale, così elementare e ragionevole e, insieme, così eticamente fondato, ancorché terribilmente doloroso, che è il “male minore”. Possiamo, sì, continuare a batterci perché politica e diplomazia prendano il posto delle armi, ma a patto di sapere che ogni secondo che passa aumenta la possibilità di Gheddafi di fare strage del suo popolo.
Si può dire: preferisco che la strage si compia, con le sue conseguenze, piuttosto che arrendermi alla guerra e a ciò che la guerra porta con sé. Nell’un caso come nell’altro, non avremo salvato l’anima e saremo corresponsabili, anche solo per impotenza o ignavia, di nuovi morti. Ma una scelta va fatta. E io scelgo il male minore.

L’Unità 22.03.11

"Cultura e spettacolo al collasso, stop ai tagli" Mobilitazione in teatri, cinema e musei, di Alessia Manfredi

Contro il crollo della spesa statale per il settore, iniziativa nazionale il 26, 27 e 28 marzo. Si conclude al regio di Torino, con un incontro pubblico, fra denunce e proposte. Tre giornate per dire no ai tagli per la cultura e lo spettacolo. Tre appuntamenti per informare e sensibilizzare cittadini, opinione pubblica e rappresentanti politici ed istituzionali, perché il settore, dal teatro alla danza, dalla musica al cinema, è in ginocchio. E il crollo di spese statali e sovvenzioni per l’anno in corso rischia di compromettere la sopravvivenza di moltissime attività, e di cancellare qualcosa come 220mila posti di lavoro, solo nello spettacolo. A rischio sono realtà di primo piano, note a tutti, pezzi della nostra storia: come Cinecittà, che rischia di chiudere i battenti; il teatro La Fenice di Venezia, che in questa situazione può garantire stipendi solo fino a luglio, o il festival delle letterature di Mantova, appuntamento di respiro internazionale, che quest’anno vedrà i finanziamenti del comune ridotti della metà.

Tre giorni per la cultura. Alzano la voce Federculture, Agis, Anci, Upi, la conferenza delle regioni e Fai e presentano la loro mobilitazione per il 26, 27 e 28 marzo: tre giornate nazionali dedicate alla cultura e allo spettacolo, presentate oggi a Roma. Date in cui, su tutto il territorio nazionale, cinema, teatri, musei, biblioteche e luoghi della cultura diventeranno centri di mobilitazione, in cui distribuire volantini e manifesti informativi, per spiegare i motivi della iniziativa. Nelle sale cinematografiche verrà proiettato lo spot “Divieto di cultura”, realizzato apposta. Si conclude il 28 marzo al Teatro
Regio di Torino con un incontro pubblico di denuncia e di proposta. Per far ritirare il fiato ad un settore che è sinonimo di prestigio, e, più prosaicamente, produce ogni anno valore per 40 miliardi di euro, incidendo per il 2,6 per cento sul Pil nazionale.

Molte voci si sono levate con forza negli ultimi mesi per chiedere un ripensamento del governo sulla riduzione dei finanziamenti, denunciando una situazione ormai ai limiti, che ha portato anche a dimissioni eccellenti come quelle di Andrea Carandini 1dal Consiglio del Mibac. Il lancio di volantini 2 al Teatro dell’Opera di Roma, in occasione del Nabucco per le celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, ha riacceso i riflettori sul problema. Una marcia indietro è stata promessa a parole dal ministro Tremonti 3al maestro Riccardo Muti, per ristabilire il Fus, Fondo unico per lo spettacolo. Ma lo stato di crisi è senza precedenti nella storia repubblicana, denunciano gli addetti ai lavori. E non si paventa più una recessione, ma la vera e propria chiusura delle aziende e della produzione del settore, denuncia Roberto Grossi, presidente di Federculture: “Non bastano più le rassicurazioni verbali, in passato già disattese. Attendiamo atti concreti”, dice Grossi.

Otto richieste. Sono otto le richieste rivolte al governo e al Parlamento dai promotori dell’iniziativa: Affermare la centralità della cultura nelle politiche economiche e sociali nazionali come strumento reale e documentato di crescita civile ed economica; assicurare livelli certi e adeguati di finanziamento del settore che ne permettano l’esistenza e lo sviluppo, iniziando dal reintegro del Fondo Unico dello Spettacolo; introdurre forme di incentivazioni fiscali per le donazioni a favore della cultura; garantire il tax-credit e il tax-shelter al cinema, attraverso risorse pubbliche o coinvolgendo tutte le realtà che utilizzano il prodotto film e non gravando sugli spettatori e/o sulle sole imprese dell’esercizio cinematografico; sostenere l’occupazione e lo sviluppo delle professionalità del settore, anche attraverso opportuni interventi formativi; investire su una efficace valorizzazione e tutela del nostro patrimonio culturale ed ambientale, coinvolgendo anche gli enti locali; promuovere i processi di modernizzazione nella gestione e nella produzione, anche sostenendo la creatività giovanile; attuare, infine, politiche culturali di livello europeo.

I tagli per il 2011. Anche il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ha ricordato il valore centrale della cultura, della scienza e dell’istruzione, definendo poco intelligenti i tagli 4in questi campi. E il dossier dei tagli per il 2011 presentato dai promotori della mobilitazione, fotografa una realtà a dir poco preoccupante: negli ultimi cinque anni l’intervento dello Stato nella cultura è sceso di oltre il 30 per cento. La dotazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali solo nell’ultimo anno, tra il 2010 e il 2011, è diminuita del 14,6 per cento, passando da 1.710 a 1.459 milioni di euro. A ciò va aggiunto il crollo del finanziamento statale dello spettacolo: il Fondo Unico per lo Spettacolo raggiunge nel 2011 il suo minimo storico: lo stanziamento sarà di 231 milioni di euro, quasi la metà del finanziamento del 2010 (-43,52 per cento). Non è difficile capire che le ripercussioni sui diversi settori dello spettacolo saranno pesantissime, dalle fondazioni liriche al cinema, alle attività circensi, alla danza.

Bisogna poi considerare che anche la riduzione dei trasferimenti statali per il 2011 alle Regioni – pari complessivamente a 4 miliardi – e a Province e Comuni – rispettivamente pari a 300 milioni e 1,5 miliardi – avrà inevitabilmente ricadute anche sulla spesa in cultura delle amministrazioni locali. Al taglio dei trasferimenti a Regioni ed Enti locali si aggiungono, poi, norme che impediscono a questi enti di spendere risorse dei loro bilanci, come ad esempio la limitazione al 20 per cento di quanto speso nel 2009 per mostre e promozione.

Nel 2009 lo spettacolo, nel complesso, ha generato una spesa del pubblico di quasi 3,5 miliardi di euro. Impiega 250mila lavoratori fissi, e con gli stagionali si arriva a 500mila. Gli scenari che si aprono, per la cultura italiana, rischiano di compromettere seriamente la sopravvivenza di moltissime attività. Sul fronte dello spettacolo, dicono gli organizzatori della mobilitazione, il taglio del 40 per cento delle risorse statali si tradurrà in tagli della stessa entità per la produzione e occupazione. Nel settore si perderanno 220mila posti di lavoro. Qualche esempio concreto: la danza riceverà la metà dei fondi rispetto al 2009 e centinaia, fra danzatori e maestranze, pederanno il posto. La Fondazione Santa Cecilia a Roma, per la riduzione del contributo del Fus, dovrà far calare il sipario su produzioni e terminare attività come la bibliomedioteca o la Juniororchestra. La biblioteca di storia patria a Napoli ha già chiuso, quella nazionale di Firenze resta aperta solo mezza giornata.

Una situazione paradossale: la cultura è l’attività che “più di ogni altra rende riconoscibile e qualifica nel mondo il nostro Paese” ricorda Andrea Ranieri, responsabile cultura dell’Anci e assessore alla cultura del comune di Genova. “Ma il nostro governo sembra non saperlo”, dice. Oltre ai tagli, preoccupa anche il fatto che è tutto fermo anche sul fronte delle riforme, sottolinea il vicepresidente dell’Agis, Maurizio Roi. “La legge quadro è bloccata – ha detto al Giornale dello Spettacolo -, non ci sono state risposte alla richiesta di modifica dei regolamenti, non è stata concessa l’apertura del tavolo sulle misure di protezione sociale dei lavoratori, tutte le promesse sono state puntualmente disattese”. Uno stallo in cuilavorare diventa impossibile: “Così si distrugge ogni possibilità che amministratori seri e lavoratori di Teatri seri possano esercitare la propria responsabilità”, sostiene Sergio Escobar, direttore del Piccolo di Milano. Anche la Biennale di Milano è in sofferenza: senza una cifra minima non si può progettare la prossima mostra, avverte il presidente Paolo Baratta.

Per questo parte questo weekend la mobilitazione, ma già da domani ci saranno iniziative: a Roma, alle 14:30 in piazza Montecitorio ci sarà una manifestazione in difesa della danza, indetta da Federdanza Agis. Giovedì alle 11:30 è in programma un sit-in di protesta al ministero dell’economia. Venerdì 25 è sciopero generale della produzione culturale e dello spettacolo, con la serrata dei teatri. Da sabato, poi, si parte con la tre giorni nazionale, in tutta Italia.

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Lampedusa: gli sbarchi dei disperati

Emergenza immigrazione, PD: “Attrezzarsi per l’accoglienza dei perseguitati, dei profughi e dei rifugiati. L’immobilismo del governo è scandaloso. Lampedusa è stata abbandonata”. Profughi, immigrati, rifugiati politici, clandestini, sono migliaia i disperati che fuggono dalla dalle guerre, dalla violenza, dalla disperazione, dalle barbarie delle loro terre d’origine, sull’onda degli stravolgimenti economici e politici in atto nei Paesi dell’area del Mediterraneo orientale. Vengono definiti con i più svariati termini, raramente con quello più semplice di persone con una loro storia, una loro identità un loro triste percorso. E soprattutto vengono percepiti principalmente come un grande problema da gestire o addirittura evitare, prima ancora che da comprendere umanamente.

Questi cittadini di terre non poi così lontane, che intraprendono traversate pericolose in barconi di fortuna, che hanno dovuto abbandonare le loro case, che hanno pagato a caro prezzo un viaggio che purtroppo per alcuni sfortunati, si risolve di sola andata verso la morte, stanno diventando un grande fenomeno di massa. Il loro numero si amplia di giorno in giorno, a causa delle guerre endemiche che da dicembre si sono acutizzate in: Egitto, Tunisia, Libia, stati che cercano di sovvertire i regimi autoritari che da sempre li governano, regimi che reprimono sul nascere ogni forma di democrazia e libertà.

In Libia in particolare, i bombardamenti sui civili e le minacce di questi giorni, ad opera del colonnello Gheddafi, contro “i ribelli al suo regime” e contro tutti gli stati che hanno aderito alla risoluzione Onu 19 -73 (compresa l’Italia), hanno acutizzato l’emergenza sbarchi. E la prima terra che questi uomini disperati incontrano è il nostro Paese ed in particolare la Sicilia e la Calabria, su cui pesa tutto l’onere dell’accoglienza, senza dei reali ed efficaci aiuti da parte del governo.

Eppure, come ha ricordato ieri in diretta al TG1 il Segretario Pier Luigi Bersani, “due settimane fa il Presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, aveva chiesto di avviare un confronto sul tema dell’immigrazione, offrendo al governo la disponibilità delle regioni a trovare una soluzione in attesa di affrontare la discussione con l’Unione europea. Ma il governo non ha dato seguito alla richiesta”.

“Dall’isola di Lampedusa, arrivano di ora in ora notizie di continui sbarchi di stranieri provenienti via mare dalle coste del Nord Africa. Solo nelle ultime 24 ore sarebbero 1.470 gli immigrati arrivati, con 13 diverse imbarcazioni, ma il dato è destinato inevitabilmente a crescere. La situazione del centro di accoglienza di Lampedusa è drammatica”, ha rilevato il presidente dei deputati del Pd, Dario Franceschini. “La struttura non è più in grado di funzionare –ha sottolineato – e gli abitanti dell’isola sono esasperati dagli eventi”. Infatti in queste ore sono state molte le manifestazioni degli isolani, che si sentono abbandonati dal governo ed incapaci di poter gestire queste emergenze in maniera adeguata.

La risposta del Ministro dell’Interno Maroni non appare molto incoraggiante, anzi piuttosto allarmante: è la stessa da diverse settimane, dichiara puntualmente che “esiste il rischio concreto che tra i migranti in fuga dal Nord Africa vi siano individui legati al terrorismo islamico”, senza di fatto fornire soluzioni di alcun genere.

“La funzione del Ministro dell’Interno dovrebbe essere quella di fronteggiare i pericoli per la sicurezza del Paese, e non quella di lanciare a ripetizione annunci che alimentano una percezione di minaccia tra la popolazione”, ha dichiarato il senatore del Pd Achille Passoni, membro del Copasir. “Se Maroni ha informazioni su infiltrazioni terroristiche in Italia affronti la situazione, agendo rapidamente e evitando il clamore mediatico che è assolutamente controproducente. Sempre che invece – ha concluso – non vi sia un preciso interesse a tenere alta nei prossimi mesi la tensione tra l’opinione pubblica, facendo da sponda alle paure alimentate dalla Lega”.

Per questo Sergio D’Antoni, Responsabile nazionale delle politiche e dell’organizzazione del Pd sul territorio, ha annunciato una interrogazione al ministero dell’Interno. “Maroni si impegni piuttosto a garantire una equa distribuzione dei profughi nord africani in tutte le strutture di accoglienza nazionali. Lampedusa è allo stremo. L’esasperazione manifestata nei giorni scorsi dai residenti denuncia tutta l’incapacità di un governo che finora ha trattato la Sicilia come una terra di confine, i rifugiati come prigionieri e Lampedusa come una vera e propria colonia penale. Siamo di fronte a un governo diviso in tutto tranne che nel vedere la Sicilia come l’unico sfogatoio italiano dell’attuale fenomeno migratorio. Far fronte all’emergenza umanitaria è un dovere nazionale”.

Maroni parla di quasi 15000 clandestini sbarcati sulle coste italiane dall’inizio dell’anno dal Maghreb, “quasi tutti clandestini, che non possono essere considerati rifugiati o richiedenti asilo”, tanto che un centinaio di egiziani giunti oggi a Catania hanno cercato di spacciarsi per libici, pur di essere in qualche modo accolti e tutelati. La Lega rispetto a questa cattiva gestione da parte di Maroni ha cercato di distaccarsi, come se non fosse forza di governo –rendendo esplicito il proprio dissenso rispetto alle decisioni “dell’altro pezzo di governo”, attraverso le dichiarazioni del ministro Roberto Calderoli, tutte incentrate (anche in vista delle elezioni di maggio) sul tema del “no agli immigrati”. Calderoli ha dichiarato: “…..il blocco navale sia utilizzato per impedire esodi di massa verso il nostro Paese, in particolare verso Lampedusa e la Sicilia”.

E proprio sull’incongruenza della Lega è intervenuto Ignazio Marino, senatore del Partito Democratico. “Umberto Bossi ha evocato tante volte le ‘baionette padane’ a sproposito e ora dovremmo credere che sia contro la guerra? Se teme che le coste italiane siano travolte da un’emergenza, mandi le sue ‘camicie verdi’ a Lampedusa per fare uno sforzo di solidarietà. Dimostri che la Lega è capace di atteggiamenti costruttivi e non soltanto di sproloqui e prove di forza sui più deboli”.

Anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha espresso grave preoccupazione per la situazione umanitaria dei circa 5.000 migranti presenti sull’isola di Lampedusa. “Il governo è decisamente in ritardo: l’emergenza di Lampedusa ha bisogno di soluzioni immediate”, ha affermato Ettore Rosato, deputato del Pd e membro del Copasir . Rosato ha insisto sulla “necessità di un ponte aereo che da Lampedusa smisti i migranti in altri luoghi, per dare loro accoglienza dignitosa ed evitare possibili e rischiose tensioni”.

“Non si era mai visto, anche di fronte ad emergenze molto più consistenti, che italiani e immigrati venissero lasciati in una situazione così indecorosa. Il governo fa uso di belle parole ma continua a dimostrare tutta la sua incapacità nella gestione dei problemi legati ai flussi migratori non delineando nessun piano concreto per affrontare l’atteso evolversi degli eventi”. Questa la dichiarazione di Livia Turco Responsabile Immigrazione del Pd, che ha annunciato la Conferenza Nazionale sull’immigrazione organizzata dal Partito Democratico che si terrà a Roma i prossimi 25 e 26 marzo all’Hotel Radisson, dal titolo: “Oltre la paura, per l’Italia della convivenza”. Nella quale il Pd illustrerà la necessità di fornire l’Italia di un piano straordinario che si occupi dell’emergenza immigrazione con mezzi adeguati e concreti.

E sul grave immobilismo del Governo sulla drammatica emergenza che vive in queste ore Lampedusa, ha insistito Angelo Capodicasa, deputato siciliano del Partito Democratico, denunciando le gravi condizioni di vivibilità in cui versa l’Isola. Con gli sbarchi di queste ultime ore il numero di migranti presenti sull’Isola ha superato il numero dei Lampedusani. È facile immaginare quali e quante saranno le conseguenze sotto il profilo della situazione igienico sanitaria, dell’ordine pubblico e dell’immagine dell’Isola. Non vorremmo – aggiunge il deputato Pd – che ulteriori ritardi finiscano per esasperare più di quanto non lo sia già la popolazione di Lampedusa, che si vede sacrificata nella sua vivibilità, nei suoi interessi economici ad una cocciuta resistenza del governo nazionale a compiere atti di vera accoglienza, oltre che di decente gestione di una emergenza ampiamente annunciata”.

Il Pd chiede solo che non si strumentalizzi questa situazione drammatica, come la Lega sta cercando di fare, e che il governo tuteli il Paese dall’eventuale rischio di infiltrazioni terroristiche con competenza, senza spaventare gli italiani e senza scaricare la propria inadeguatezza al sud Italia e sulla pelle dei disperati che cercano solo un po’ di pace.

Anto.Pro.

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Economia, il Pd sfida il governo. «Pronti a discutere le riforme», di Simone Collini

«Noi siamo pronti a discutere in Parlamento di riforme economiche, se si vogliono fare sul serio». Pier Luigi Bersani lo dice al termine di un incontro a porte chiuse con i vertici di Confindustria, Confcooperative, Cgil, Cisl, Uil e altre associazioni di imprenditori e di lavoratori. Un appuntamento voluto dal leader del Pd per illustrare alle parti sociali il Piano per la crescita e le riforme messo a punto dal suo partito. Novanta pagine che spaziano dalle proposte di riforma fiscale a quelle per il rilancio della politica industriale, dal lavoro alle pensioni, dalla Green economy al Mezzogiorno, e che sebbene il responsabile Economia del Pd Stefano Fassina definisca «un contributo» al Piano che dovrà presentare a Bruxelles entro metà aprile il nostro governo (così come quelli di tutti gli altri Paesi Ue) è «alternativo» alle politiche del centrodestra e costituisce una sfida lanciata a un esecutivo che, denuncia con «preoccupazione» Bersani, «non si occupa di lavoro, redditi, servizi». Questioni, dice il leader Pd, «rimaste senza presidio» e che andrebbero invece urgentemente affrontate da un paese come il nostro che è «uno di quelli maggiormente indebitati e con le prospettive di crescita più lenta di tutta l’Ue».

PIANO ALTERNATIVO Tra le proposte contenute nel documento c’è, a livello europeo, l’istituzione di un’agenzia per il debito che acquisti i titoli dei paesi comunitari ed emetta eurobond garantiti in modo collettivo, un piano europeo di investimenti per l’occupazione e una tassa sulle transazioni finanziarie. Sul piano nazionale, il piano del Pd sottolinea la necessità di aumentare il tasso di occupazione femminile (dall’attuale 47% al 60% in dieci anni con l’obiettivo di 3 milioni di donne occupate in più) e su una maggiore specializzazione produttiva del paese, ammortizzatori sociali sia per i contratti a termine che per quelli a tempo indeterminato ed incentivi alle aziende che puntano su efficienza energetica e rinnovabili. Tutte proposte che verranno fatte recapitare al ministro Giulio Tremonti e su cui il Pd è pronto ad aprire un confronto in Parlamento:«Da molti mesi chiediamo al governo una discussione sull’economia e ci proveremo anche adesso – dice Bersani – ma non dò eccessiva fiducia al governo perché c’è una totale distrazione sui questi temi». LE PARTI SOCIA vertici del Pd.Unpo’ tutti apprezzano la volontà dei Democratici di aprire conloro un confronto sulle proposte di riforma (con il segretario dell’Ugl Giovanni Centrella che ringrazia anche il Pd perché «è rimasto l’unico partito che ascolta tutte le confederazioni»). Ma che a parlare sia il segretario della Cgil Susanna Camusso o la vicepresidente di Confindustria Cristiana Coppola, la preoccupazione per la situazione economica dell’Italia si fa sentire. Camusso condivide che in Europa «manchi una politica per la crescita» e anche il ragionamento del Pd sull’occupazione femminile come «strumento che determina di per sé occupazione e ulteriore crescita». Il segretario Cgil esprime però perplessità sulla specializzazione produttiva («è giusta ma non sufficiente») e dice che nel documento del Pd occorre «rafforzare la parte che riguarda le politiche sociali». Il segretario della Uil Luigi Angeletti sottolinea la «convergenza sull’esigenza di fare riforme su lavoro e fisco» mentre il segretario confederale della Cisl Maurizio Petriccioli chiede al governo «che il necessario rigore dei conti pubblici sia coniugato con una politica di crescita». Quanto alla vicepresidente di Confindustria Coppola, nel suo intervento fa notare che se non ci saranno cambiamenti nei piani nazionali di riforma fin qui prospettati dai diversi governi europei, «l’Italia rischia di ritrovarsi alle ultime posizioni delle graduatorie in tutti gli indicatori». In particolare a meno di sostanziali modifiche nel 2020 il nostro paese sarà quello che destina la quota minima di investimenti su ricerca e sviluppo, dopo Cipro e Malta.

L’Unità 22.03.11

"Accogliere, si può fare così", di Massimo Livi Bacci

Venerdì scorso le commissioni esteri e difesa dei due rami del parlamento, a larghissima maggioranza, hanno autorizzato il governo – rappresentato da Frattini e La Russa – ad aderire alla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza ed a prendere le decisioni operative conseguenti.
A questo scopo concediamo basi aeree, mobilitiamo mezzi navali, allertiamo gli aerei: in altre parole anche noi siamo “scesi in guerra” con Gheddafi. Il governo è unanime? Non sia mai: Berlusconi fa dichiarazioni che suonano come una presa di distanza dai due ministri; Bossi e Calderoli sono contrari, Maroni spera che il blocco navale serva a respingere i profughi più che a rafforzare l’embargo di armi. Ci aspettiamo che, quanto prima, traducano il dissenso in dimissioni. Lo richiede la coerenza, lo impone la ragion di stato: quale credibilità internazionale ha un governo che prende impegni non condivisi da uno dei due partner della coalizione politica che lo sorregge? Eppure l’Italia potrebbe ricavarsi un ruolo strategico nella coalizione, il cui compito primario è la protezione dei civili libici. Sei milioni e mezzo sono le persone che vivono in Libia, ma una parte di questi sono più vulnerabili degli altri. Chi si è sollevato contro Gheddafi, prima di tutti. Ma anche quel quarto (o più) della popolazione libica di altra nazionalità, costituito in parte da immigrati regolari (oltre 600.000, soprattutto egiziani e tunisini) e per due terzi (chi dice un milione, chi di più) da irregolari cittadini di altri paesi della regione sahariana e subsahariana, la cui vulnerabilità giuridica e sociale, già evidente in tempo di pace, è destinata ad accrescersi in tempo di guerra civile.
Immigrati arrivati da Nigeria, Ghana, Chad, Mali, Somalia, Congo, Sudan, impiegati in gran parte nel settore informale, oggetti di arbitrarie espulsioni, di arbitri, di violenze a sfondo razziale.
Da questo universo a “rischio”, molti tenteranno di rientrare in patria, altri si avventureranno in una traversata via mare in cerca di un approdo europeo.
L’Italia ha un interesse strategico nell’assicurarsi una posizione di rilievo tra i paesi della coalizione e potrebbe farlo in ambito umanitario. Si pensi alla situazione paradossale degli eventuali profughi in cerca di asilo e protezione. Questi possono avanzare domanda di asilo solo se arrivano fisicamente nel paese di destinazione (supponiamo l’Italia): ma per farlo debbono avere passaporto e visto. Altrimenti possono arrivarci solo irregolarmente, via mare, sempre che non vengano intercettati e rimandati al punto di partenza, cioè sulle spiagge libiche, cioè dal paese dal quale fuggono. E questo è il primo paradosso.
Ma ne esiste un secondo: i paesi europei sono vincolati dalle regole di “Dublino II” secondo le quali l’esame di una richiesta di asilo compete al primo paese comunitario nel quale la persona fa ingresso.
Vengono così penalizzati i paesi geograficamente più “esposti” (l’Italia per gli arrivi da Libia e Tunisia, la Grecia per gli arrivi dal Mediterraneo orientale, la Spagna per quelli dal Mediterraneo occidentale); ma viene penalizzato anche il richiedente asilo.
Il cittadino maliano che approda in Italia ma vorrebbe andare in Francia perché lì ha parenti ed amici e potenziale lavoro, avrà la sua domanda d’asilo esaminata in Italia e qui dovrà restare se la domanda viene accolta. È il secondo paradosso.
Ed ecco una proposta. L’Italia ponga a disposizione della coalizione mezzi, risorse e competenze e richieda preminenza nella gestione delle operazioni di protezione per le popolazioni migranti.
Proponga, con l’accordo della Unhcr, della Ue, dei paesi della coalizione, delle eventuali autorità provvisorie libiche, di Tunisia ed Egitto, la costituzione di presidii (in zone protette del territorio libico, nei paesi confinanti) dove le domande di asilo possano essere presentate ed esaminate, i profughi protetti ed eventualmente destinati ai paesi di accoglienza. Si propongano regole di condivisione dell’onere, assumendone tuttavia una quota rilevante (gran parte dei richiedenti avrebbero potuto intraprendere una traversata verso l’Italia).
Una proposta consimile, consigliata e giustificata dall’emergenza, potrebbe poi tradursi nel pilastro di un nuovo assetto delle politiche migratorie nel mediterraneo. Ma ci sono altri vantaggi. Il primo è umanitario: dal 2002 a oggi, 4000 migranti sono morti nelle traversate del canale di Sicilia: la necessità di intraprendere rischiose traversate si ridurrebbe ed altre stragi sarebbero evitate. Il secondo è politico internazionale: ci distingueremmo ad occhi africani per un’azione umanitaria di alto profilo e non solo per gli attacchi bellici. Il terzo è politico europeo: metteremmo basi concrete per la revisione del “Dublino II”, invocata da anni presso partner europei duri d’orecchio, ma anche resi scettici da un atteggiamento italiano che chiede – nelle questioni migratorie – “più Europa” quando fa comodo, e “meno Europa” quando le regole che esprime ci mettono in imbarazzo.

da Europa Quotidiano 22.03.11

"Fine vita, una legge che sa di muffa", di Aldo Schiavone

Non c´è, per gli umani, esperienza più soggettiva e incomunicabile della morte: ma insieme anche più condivisa. Questo doppio statuto – il massimo dell´impenetrabilità per il massimo della diffusione – contribuisce ad avvolgerla in un paradosso d´ombra che sempre si rinnova, e da cui non si esce. Ma non è solo un grumo pietrificato nell´immobilità, la morte. Per attenuare l´impatto emotivo della sua presenza, la fantasia mitico religiosa di molte civiltà ha spesso cercato di distendervi sopra immagini meno dure, che racchiudessero almeno un punto di luce. Fra le più comuni, quelle del viaggio, della partenza: con acque da attraversare e nocchieri da ricompensare, fino alle parole struggenti del Vangelo di Luca – «Ora lascia che il tuo servo vada, Signore… Nunc dimittis servum tuum, Domine», o al congedo misterioso e incantato di Socrate dai suoi giudici, nell´apologia platonica.
È anche storia, dunque, la morte. Storia delle emozioni che induce; storia delle pratiche – tecniche e sociali – che l´accompagnano e ne definiscono la condizione. Ebbene, è proprio questo punto capitale – della storicità del morire – quello che lo sgangherato disegno di legge sul cosiddetto testamento biologico più colpevolmente ignora, con conseguenze culturalmente e normativamente disastrose. I nodi che vengono al pettine sono due, ed entrambi decisivi: quello della pretesa “naturalità” della morte, e quello della “indisponibilità” assoluta della vita: la loro combinazione determina la cornice ideologica che fa da supporto all´intero testo. Ma è un quadro sbagliato, prima che inaccettabile.
L´idea che domina i nostri legislatori è ancora quella secondo cui «una persona non debba morire prima che la sua vita sia giunta al suo termine naturale». Ma basta riflettere con un po´ d´attenzione non prevenuta per rendersi conto che la “naturalità” di questo confine già non esiste più. La medicalizzazione della morte – un fenomeno imponente degli ultimi decenni – lo ha letteralmente divorato. In realtà, è l´intera base biologica delle nostre esistenze a essere ormai – sin dalla nascita – completamente attraversata dall´artificialità della tecnica: che aiuta, sostiene, corregge, modifica, protegge. E questo intervento integratore e manipolatore si moltiplica nella fase terminale della vita – quando essa non si consumi in un lampo – che risulta pervasivamente scandita in ogni sua vicenda unicamente dall´efficacia delle tecniche in campo. La “naturalità” è completamente perduta: sopravvive solo come ideologia consolatoria e deresponsabilizzante. Al suo posto c´è – e ancor più ci sarà nell´immediato futuro – un intreccio inestricabile fra naturale e artificiale, fra “techne” e “bios”, nel quale non è che la scelta della ragione, senza alcun canone esterno a lei, a poter individuare una soglia, un limite (provvisorio) da non oltrepassare.
E dunque, non c´è alcuna “natura” da ascoltare, che possa farci da guida – e per fortuna, va aggiunto: perché “secondo natura” quasi tutti noi non ci saremmo da un pezzo. La verità è che la tecnica ci permette, e sempre di più ci permetterà in futuro, di prolungare – anche in modo indefinito – stati di fine vita accompagnati o meno da forme di coscienza. Raggiunto questo punto, siamo già comunque oltre ogni “naturalità” dell´umano. E sarà solo una decisione interamente umana – che non avrà nulla a che fare con il rispetto di una “natura” che in quel momento non esiste più – a poter stabilire se e quanto far durare una simile condizione, tutta sotto il dominio dell´artificiale. Il resto, son soltanto sofismi (e ne abbiamo sentito di degni della migliore tradizione, come quando si vorrebbe distinguere fra alimentazione forzata e terapia farmacologica).
Ma allora chi è che decide, e come? (ed è il secondo punto di cui dicevo). È evidente che intorno a questo nodo si combatte una battaglia di potere di importanza primaria; la Chiesa si è impadronita da millenni dei due punti chiave del nostro percorso di vita: l´ingresso e l´uscita – come nasciamo e come moriamo – e non vuole abbandonarli, cercando ora in qualche modo di tenere insieme medicalizzazione e teologizzazione della morte. Il suo cavallo di battaglia è adesso costituito dall´idea della sacralità della vita – della sua totale “indisponibilità” da parte di chiunque – che mai finora era stata enunciata con tanta determinazione, tenuto conto che in passato le gerarchie cattoliche non avevano esitato a far comminare la morte (dal proprio “braccio secolare”) in caso di gravi devianze religiose, avevano teorizzato la guerra “giusta”, e avevano ammesso la condanna capitale nell´ordinamento giuridico che reggeva la sovranità temporale del papato, fino al 1870.
Non ho difficoltà ad ammettere che trovo la novità di questo principio – la sua carica “rivoluzionaria” rispetto all´insieme della nostra storia – un passo avanti decisivo nella strada dell´incivilimento umano. Ma di quale “vita” qui si parla? Di un puro guscio biologico affidato alle macchine, ormai privo di qualunque funzione riconducibile al pensiero? O anche di stati di coscienza artificialmente prolungati al costo di sofferenze giudicate insopportabili da chi le patisce? Nelle condizioni attuali delle tecnologie mediche, non c´è altra strada che stabilire ancora una volta limiti e confini, dettati solo dalla ragione dal buon senso, oltre i quali il principio dell´”indisponibilità” della vita, estremizzato per motivi solo ideologici, si rovescerebbe tragicamente nel suo contrario – nella condanna al prolungamento di uno stato intermedio fra la vita e la morte che, esso sì, non avrebbe più nulla di umano – se non fosse temperato da un´altra regola, che chiamerei di “autodeterminazione ai margini”, affidata alla volontà del soggetto in gioco. Altrimenti, molto meglio nessuna legge che un pasticcio che sa solo di potere e di muffa.

La Repubblica 22.03.11