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Rimpasto, Romano neo-ministro dell'Agricoltura indagato per mafia. Riserve dal Quirinale

Indagato in concorso esterno in associazione mafiosa dopo il giuramento replica a Napolitano. Migliavacca: “Berlusconi sotto ricatto”. Garavini: “A cosa serve il codice antimafia?”. E sul web ci sono ancora i manifesti di Romano che nell’UDC assicurava: “meglio eletto che nominato”
Francesco Saverio Romano è il nuovo ministro delle Politiche Agricole. Ministro indagato per concorso esterno in associazione mafiosa così il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha reso pubblica una sua nota sulle “riserve politico-istituzionali” sull’incarico al capofila dei “responsabili” indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il deputato siciliano prende il posto di Giancarlo Galan, che va a sua volta a sostituire il dimissionario Sandro Bondi ai Beni culturali. Il Capo dello Stato non ha ravvisato “impedimenti giuridico-formali” alla nomina ma auspica “che gli sviluppi del procedimento chiariscano al più presto l’effettiva posizione del ministro”.
“La nomina di Romano a ministro dell’Agricoltura dimostra la debolezza del presidente del Consiglio che, per puntellare la sua malandata maggioranza, ha dovuto sottostare ad un vero e proprio ricatto – attacca Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria PD – Sulla figura di Romano,tra l’altro, vi sono zone oscure su cui andrà fatta piena luce e che si aggiungono ad un quadro generale del governo confuso e per niente rassicurante. Un presidente del Consiglio sotto ricatto, a capo di una maggioranza priva di forza e coesione, è il peggior viatico per portare il paese fuori dalla crisi e per gestirlo nell’attuale difficile contingenza internazionale”.
LA NOTA DI NAPOLITANO e la replica del neoministro (!) «Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dal momento in cui gli è stata prospettata la nomina dell’on. Romano a ministro dell’Agricoltura, ha ritenuto necessario assumere informazioni sullo stato del procedimento a suo carico per gravi imputazioni. Essendo risultato che il giudice delle indagini preliminari non ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Palermo, e che sono previste sue decisioni nelle prossime settimane, il capo dello Stato – aggiunge la nota – ha espresso riserve sull’ipotesi di nomina dal punto di vista dell’opportunità politico-istituzionale”.
Romano ha risposto dicendosi «dispiaciuto» per la nota «inesatta» del Quirinale: “A mio avviso quella nota non riflette il pensiero del capo dello Stato, che è stato augurale nei miei confronti e dal quale ho avuto un’ottima accoglienza. Inoltre, purtroppo la nota è anche inesatta: perché non sono imputato ma solo indagato e c’è una richiesta di archiviazione nei miei confronti. Tutti possiamo sbagliare, immagino che l’estensore di quella nota abbia usato una terminologia non appropriata».
Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati PD, replica: “Il neo ministro dell’Agricoltura, non contento di aver incassato la nomina il giorno stesso in cui i giornali danno notizie della non chiusura dell’inchiesta nella quale è coinvolto per concorso esterno in associazione mafiosa, ora interpreta anche le note del Colle. Dal Quirinale si fa ufficialmente sapere che non esistevano impedimenti giuridico formali e che si auspica un chiarimento da parte della Procura, ma a Saverio Romano capo dei Responsabili, l’ultima stampella di Berlusconi, non va giù. Pensi, signor ministro come possa andar giù agli italiani un rimpasto di governo dettato esclusivamente dal mantenimento in vita di un esecutivo alle corde. Pensi come vedranno i prossimi innesti senza i quali il castello di carta costruito su reciproci ricatti crollerà. Aspetteremo l’udienza del primo aprile per capire se l’inchiesta nella quale è coinvolto a Palermo sarà archiviata o meno, fin da ora, comunque noi del PD esprimiamo fortissime perplessità sulla sua nomina, E per favore, non ci interpreti”.

LE INCHIESTE. Il gip di Palermo Giuliano Castiglia non ha accolto la richiesta di archiviazione dell’inchiesta per concorso in associazione mafiosa aperta a carico di Saverio Romano. A chiedere la chiusura dell’indagine, lo scorso novembre, era stata la Procura del capoluogo. Il giudice ha fissato per il primo aprile l’udienza in cui ascolterà le parti: il pm Nino Di Matteo e il legale dell’indagato, l’avvocato Inzerillo. Qualora lo richiedesse, potrebbe comparire davanti al gip per essere sentito lo stesso Romano. Nel corso dell’udienza il magistrato potrebbe indicare agli inquirenti di approfondire alcuni elementi dando ai pm un termine o archiviare. La notizia è stata già pubblicata martedì dal Giornale di Sicilia. Il pm aveva motivato la decisione di chiedere l’archiviazione ritenendo che non ci fossero riscontri sufficienti alle dichiarazioni del pentito Francesco Campanella, che aveva definito Romano persona «a disposizione» di Cosa Nostra e, in particolare, dei capimafia di Villabate, Nicola e Antonino Mandala. Per la Procura, che comunque aveva sollevato molti dubbi sulla posizione del deputato, da qui le perplessità del gip, non ci sarebbero gli «elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio». Il parlamentare era già stato indagato nel 1999, ma l’inchiesta si era chiusa con un’archiviazione. La seconda indagine è stata avviata nel 2005 proprio dopo le dichiarazioni di Campanella. A carico di Romano, infine, pende un’altra inchiesta, stavolta per corruzione aggravata, nata dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo.
“Dopo la nomina di Saverio Romano ci chiediamo a cosa serva il codice di autoregolamentazione antimafia: ci pare che l’obiettivo di una politica responsabile è sempre più lontano” ha affermato Laura Garavini, capogruppo Pd nella commissione Antimafia: “Per gli amministratori locali del PDL da oggi accettare una candidatura che non rispetta il codice di autoregolamentazione antimafia che il loro stesso partito ha contribuito ad approvare in Commissione sarà molto facile. Se l’esempio che viene dal Governo nazionale è questo, al di là di qualsiasi valutazione sulla specifica vicenda giudiziaria che ovviamente seguirà il suo percorso, è evidente che anche nei livelli locali si seguirà la strada più comoda senza farsi troppe domande sui candidati e sugli eletti”.

Certo è curiosa la parabola di Romano: impegnato in una campagna contro il porcellum, tanto che su internet si trovano ancora i manifesti dell’UDC Sicilia con il suo volto sorridente e lo slogan “Meglio eletto che nominato” per accompagnare la reintroduzione delle preferenze, poi è stato nominato in Parlamento con l’UDC nel 2008 dopo la scelta di correre da soli di Casini. Ha lasciato il partito per fondare i popolari per l’Italia di Domani ed i responsabili (gruppi di transfughi che puntellano la maggioranza di Berlusconi, partiti senza eletti, solo nominati, non avendo ancora affrontato nessun tipo di elezioni) , ed ora viene nominato all’Agricoltura. Nei fatti ha invertito il motto, meglio nominato che eletto: più facile e più conveniente, senza dover rispondere ai suoi elettori. Fai girare i manifesti con Mobilitanti.it

Ma. Lau.

www.partitodemocratico.it

Beni culturali: Pd, marcia indietro su Fus è vittoria del paese

De Biasi: ”Galan venga in parlamento per illustrare nuova linea governo”. “Il ripristino del Fus è un grande successo del mondo della cultura e di quella politica che ha a cuore il futuro dell’Italia. Il Pd si è battuto in parlamento e nel paese per ottenere la marcia indietro del governo. Al neo ministro Galan, a cui facciamo gli auguri di buon lavoro, chiediamo fin da subito: capacità di decisione, trasparenza, investimento nella cultura e l’abbandono della stagione dei tagli perché la cultura non può continuare ad essere un mero capitolo di spesa ma è una leva fondamentale per lo sviluppo economico e civile del paese. Auspichiamo che Galan venga al più presto in commissione Cultura ad esporre il suo programma. Il ripristino del Fus consente di poter finalmente approvare la legge di riforma dello spettacolo dal vivo per ridare dignità e stabilità al settore”

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Cultura, fondo Fus torna a 428 milioni
Il Colle: «Riserve» su Romano ministro

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso «riserve» sull’opportunità politico-istituzionale di nominare Saverio Romano ministro dell’Agricoltura e ha auspicato che sia fatta presto chiarezza «sull’effettiva posizione del ministro». E’ quanto si precisa in una nota del Quirinale. Le riserve manifestate dal Capo dello Stato sono riferite al procedimento a carico di romano per «gravi imputazioni».

«Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dal momento in cui gli è stata prospettata la nomina dell’on. Romano a ministro dell’Agricoltura, ha ritenuto necessario assumere informazioni sullo stato del procedimento a suo carico per gravi imputazioni»: è quanto si legge in una nota del Quirinale.

«Essendo risultato che il giudice delle indagini preliminari non ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Palermo, e che sono previste sue decisione nelle prossime settimane, il capo dello Stato – si legge ancora nella nota – ha espresso riserve sull’ipotesi di nomina dal punto di vista dell’opportunità politico-istituzionali». «A seguito, dell’odierna formalizzazione della proposta da parte del presidente del Consiglio, il presidente della Repubblica ha proceduto alla nomina non ravvisando impedimenti giuridico-formali che ne giustificassero un diniego. Egli ha in pari tempo auspicato – conclude – che gli sviluppi del procedimento chiariscano al più presto l’effettiva posizione del ministro».

CULTURA, TONANO I FONDI FUS
Dopo le proteste di tutto il mondo dello spettaccolo, e dopo l’incontro di Riccardo Muti con Tremonti, il dietrofront del governo: il fondo Fus ritorna ai livelli dell’anno scorso con 428 milioni «anzi qualcosa in più». Lo ha annunciato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Si tratta di 149 milioni di risorse integrate con altri 26 milioni del Mibac «che non rientravano nel congelamento», ha spiegato Letta. Così le risorse per il Fus ritornano a 428 mln.

«Pensavo he fosse scontato ciò che il Consiglio dei ministri di oggi ha approvato. Anche perché, il ministro Bondi e io avevamo preso un impegno e siamo abituati a rispettarli. Quindi, non ho mai avuto dubbi sul rispetto di questo impegno. Ci eravamo impegnati dicendo che avremmo provveduto a reintegrare il Fus e tax credit, non tutti ci hanno creduto, ne sono nate polemiche poco simpatiche e qualche manifestazione… ma tutto bene quello che finisce bene». Gianni Letta conferma così a Palazzo Chigi che «oggi il Consiglio dei ministri ha reintgrato il Fus per l’anno in corso e garantito il tax credit che ora diventa stabile e permanente».

«Abbiamo abolito l’aumento di un euro sui biglietti e finanziato stabilmente la tax credit, con risorse che derivano dalle accise sulla benzina: un piccolo sacrificio di uno o due centesimi, che tutti gli italiani saranno lieti di poter fare».

Letta ha anche detto che il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi «ha confermato con una bellissima lettera le dimissioni che aveva già dato, mi dispiace». «Alle 12 e 30 – ha aggiunto- abbiamo appuntamento al Quirinale per risolvere la questione delle dimissioni di Sandro Bondi».

www.unita.it

«Mi dispiace, chi manifesta sbaglia», intervista di Mario Lavia a Dario Franceschini

«Anche io sono pacifista, capisco tutte le ragioni del pacifismo, ma domando: sbagliarono gli americani a venire a combattere in Europa? Sbagliarono i partigiani a prendere le armi?». No, non cambia di una virgola la posizione del Pd sull’intervento in Libia, non cambia neppure davanti alla confusione di queste ore, regge la linea della fermezza e cementa nel Pd una coesione non frequentissima.
Dice Dario Franceschini: «Noi siamo per l’applicazione della risoluzione dell’Onu. C’è una questione di principio: bisogna impedire i massacri. Il problema non siamo noi. Caso mai è un presidente del consiglio che in questa storia non ha mai avuto un ruolo».

Franceschini, però non può negare che l’intervento è partito in modo caotico.
Ci arrivo. Prima voglio ribadire un concetto che deve essere chiaro: quando c’è una decisione dell’Onu, questa va rispettata e applicata. Lo pensavamo per l’Afghanistan, lo pensiamo adesso, perché è il livello sovranazionale che ormai determina i principi.

E la sovranità dei singoli paesi?
Ma ormai ciò che succede in un singolo paese non riguarda solo la sua sovranità. La violazione dei diritti dell’uomo non può essere considerato un fatto interno di un paese. In Libia c’è un popolo che chiede libertà e un dittatore che usa le bombe e i carri armati per reprimerlo. La comunità internazionale ha il dovere di intervenire. Certo che di fronte alle armi ogni persona prova un grande dolore, ma prima viene la purezza dei principi.

Per la Libia ci si poteva pensare prima…
Appunto, sento tanti che si indignano per l’intervento di oggi ma che avrebbero protestato se la comunità internazionale non avesse fatto nulla: parliamoci chiaro, se non si fosse intervenuti oggi Gheddafi starebbe massacrando la gente di Bengasi e si sarebbe denunciata l’incapacità delle Nazioni Unite.

E il caos di questi giorni?
Sarebbe meglio se l’azione avvenisse sotto l’ombrello della Nato. C’è stato un certo disordine, e anche un ritardo colpevole a cui poi è subentrata improvvisamente una strana fretta… Ora l’intervento è in atto per colpire gli obiettivi strategici.
Si è chiesto come mai l’opinione pubblica è abbastanza scettica, disorientata?
Ma è naturale avere timore: la Libia è un paese a noi vicinissimo, c’è paura per i rischi che potrebbero esserci.

La gente si chiede: cosa stiamo facendo?
In parte si deve alla confusione che dicevo prima, che però penso sia destinata a rientrare quando gli organi multilaterali, la Nato e l’Onu, riprenderanno in mano le redini.Poi c’è da dire che alla confusione ha contribuito non poco il governo italiano, che in questa vicenda ha avuto due, tre, quattro atteggiamenti diversi.

Oggi il governo va al senato, domani alla camera. E si vota. Non si capisce, mentre stiamo parlando, su che tipo di documento.
Cosa ci dice?
Dico che il Pd ha una posizione chiara. Non so se la maggioranza può dire altrettanto. Stanno cercando di fare una mozione Pdl- Lega ma non sarà facile, per Berlusconi.
Anche perché noi siamo pronti a presentare un documento semplice, lo stesso che è stato approvato venerdì scorso dalle commissioni estere e che è stato votato anche dal Pdl. Voglio vedere come faranno. La contraddizione ce l’hanno loro.

Berlusconi fa di tutto per far capire che di questo intervento ne farebbe volentieri a meno e c’è addirittura chi ipotizza un suo possibile ruolo di mediazione per il dopo…
Un ruolo? Ma se non ha mai avuto un ruolo in tutta questa vicenda! Sulla scena internazionale Berlusconi è completamente ignorato, non è che chiedano a lui se si può fare o non fare una cosa…La politica internazionale dell’Italia non c’è più. E comunque è bene che il protagonismo dei singoli paesi passi in secondo piano rispetto alla necessità di governare insieme un passaggio così delicato.

È possibile che la Lega ottenga che nella mozione parlamentare venga inserita l’intangibilità del Trattato con la Libia?
Dico solo che c’è una norma della risoluzione dell’Onu che implica l’automatica sospensione del Trattato. Bisogna che se ne prenda atto.

È da tempo che su una questione così importante non si registrava questo grado di coesione fra i dirigenti del Pd.
Sì, non ci sono grandi differenze fra di noi.

Casi di coscienza, al massimo…
Vedremo.

Ma c’è questo disagio o no? Recentemente ci sono stati altri abbandoni…
A me dispiace, ogni abbandono è un dolore…Ma sono sempre gli stessi casi che si contano sulle punte delle dita di una mano. Si vuole dare la sensazione che i cattolici ci stiano male, nel Pd. Ma da noi 100 parlamentari su 300 vengono dal cattolicesimo politico, di più di quanti ce ne siano in ogni altro partito. Direi che si è raggiunto un equilibrio: poi, certo, la situazione non è mai ottimale, ma se ad ogni difficoltà uno se ne va, alimentando un dibattito tutto mediatico, si sbaglia. E guardi che non è un problema che c’è con Bersani, nel Pd c’è stato da subito.

Quindi è infondato l’allarme per una deriva a sinistra e simili?
Non esiste. Ripeto, se ogni volta che perdi un congresso o non ti piace il segretaro ti alzi e te ne vai commetti un errore. Il nostro è un caso unico al mondo.

Area Democratica si ritrova a Cortona nel fine settimana. Per dire che?
Per dare un contributo di idee al partito. AreaDem è la prova del mescolamento, abbiamo tutti provenienze diverse: dopo la scissione che abbiamo avuto, quella dei 75, noi non abbiamo rinunciato e non intendiamo rinunciare alle nostre idee ma le mettiamo al servizio di tutto il partito.

da Europa Quotidiano 23.03.11

La riforma della Giustizia? Il PDL la riduce alla prescrizione breve

Il governo non presenta il testo della riforma Costituzionale, ma in commissione fa passare la prescrizione breve per incensurati. Una norma che il 4 marzo Berlusconi bocciava promettendone il ritiro. Bersani: “Ecco la riforma epocale”. Orlando: “Altra legge ad personam. La Lega che tuonò contro l’indulto la voterà?” La commedia sulla riforma epocale della giustizia è finita ieri, come previsto. I testi delle riforme costituzionali non sono nemmeno stati presentati dal governo. Gli avvocati-parlamentari di Berlusconi hanno impresso una fortissima accelerazione a tutte le iniziative di legge e di voto per salvare Berlusconi dalle condanne ed evitare che il presidente del Consiglio possa finire anche una sola volta a tu per tu con i magistrati di Milano. Ieri, in particolare, l’on. Paniz ha blindato la maggioranza in commissione ed ha ottenuto che passasse la cosiddetta prescrizione breve (per gli incensurati), norma studiata per far fermare quasi subito, per scadenza del tempo trascorso, il processo Mills (David Mills, il corrotto è stato condannato, di conseguenza Berlusconi, accusato di essere il corruttore, sarebbe sicuramente condannato). Maggioranza dalla memoria corta e che non ascolta Berlusconi visto che il 4 marzo il presidente dl Consiglio parlando al termine del vertice del Ppe a Helsinki in Finlandia assicurava: “La proposta di legge sulla prescrizione breve è stato presentato da un nostro deputato che è stato invitato a ritirarlo”. Il premier si riferiva alla proposta di legge presentata dal deputato Pdl Luigi Vitali subito ribattezzata “salva-premier” dal PD. In una nota addirittura Niccolò Ghedini affermava: “Resta comunque ferma la mia opinione che si tratti di norma inopportuna e che debba essere ritirata”. Poi ci ha pensato Paniz a riproporla, e la maggioranza ad approvarla Nello stesso tempo è stata avviata la procedura per passare all’ufficio di presidenza della Camera, e subito dopo all’aula, del voto sul conflitto di attribuzione per chiedere che passi al tribunali dei ministri il processo Ruby. “Ecco la riforma epocale” ha dichiarato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Gli ha fatto eco il responsabile giustizia del Pd, Andrea Orlando: “Prescrizione breve: ecco la riforma epocale della giustizia targata destra. Ancora una volta le esigenze del premier hanno prevalso su tutto il resto, con buona pace del confronto e dei tanto vantati toni dialoganti. Come è sempre accaduto in questi anni, alla fine hanno prevalso i falchi e non è stato possibile spostarsi dalle leggi ad personam. Il tentativo di passare ad una fase che almeno nella propaganda guardasse davvero ai temi della giustizia non solo è entrato subito in contraddizione con la pessima qualità della proposta presentata dal governo, ma oggi ha anche registrato l’impossibilità di andare oltre i problemi personali di Berlusconi. Mi auguro che chi ha tuonato contro indulti e amnistie, penso in particolare alla Lega di Bossi, Maroni e Calderoli, abbia oggi la coerenza di disapprovare anche questa amnistia di fatto”.

www.partitodemocratico.it

Il «dolore» del premier per il Colonnello E si torna al «sì, però» di Pierluigi Battista

«Addolorato» per Gheddafi. Lo dice il premier di una nazione alleata di nazioni che tuttavia, anziché dispiacersene, vorrebbero procurare al dittatore libico talmente tanto dolore da bombardarne insistentemente la residenza tripolina. Sono le contraddizioni emotive di questa strana guerra condotta dall’Italia «malvolentieri» . Una guerra che non si voleva fare. Un’alleanza subita. Una risoluzione Onu appoggiata «obtorto collo» . Ora il «dolore» per l’ex amico diventato nemico. Siamo alla vigilia del pentimento più fulmineo nella tormentata storia bellica dell’Italia unita? Cambi di alleanze. Giri di valzer. Cambi in corsa di casacche. Brucia sulla pelle di Berlusconi l’oltraggioso epiteto lanciato addosso dal Raìs non domato: «Traditore» . Ora la tentazione del freno. La nostalgia. Le campagne di stampa dei giornali governativi contro Sarkozy «l’anti-italiano» . Le alleanze che vacillano un’altra volta. I distinguo. I malumori. Le impuntature sulla titolarità del comando Nato. Gli aerei che volano ma non sparano. La guerra che non è la guerra. L’intervento, ma «malvolentieri» . Con gli insorti, ma anche contro gli insorti. Contro Gheddafi, ma anche con Gheddafi. I missili contro il dittatore libico ma anche, da parte del premier, il «dolore» per l’ex alleato diventato la bestia nera dei nuovi alleati. Un pasticcio. Un pezzo del carattere italiano che riaffiora prepotente. La tentazione eterna del cambio di fronte. Lo starci, ma sempre con il «sì, però» . Ai tempi della guerra del Kosovo l’Italia concedeva le basi agli aerei che dovevano cannoneggiare Belgrado: «Sì, però» gli aerei italiani non decollavano. Oggi gli aerei decollano: «Sì, però» non sparano nemmeno un colpo. Si è detto dell’Italia che non finisce mai una guerra sullo stesso fronte in cui l’aveva iniziata. Brucia il ricordo del ’ 14, quando l’Italia si disimpegnò dalla Triplice Alleanza e dopo un anno di pensamenti intervenne in guerra, ma dalla parte opposta. O l’incubo del «paradigma» Badoglio, provvidenziale per liberarsi dall’ «Alleato germanico» , ma che pure gettò in confusione l’Italia di Alberto Sordi che in «Tutti a casa» di Comencini, l’ 8 settembre, telefonava costernato: «Colonnello, accade una cosa incredibile: i tedeschi si sono alleati con gli americani» . «La solita Italietta col Dna traditore» , infierisce «Il Fatto quotidiano» . E pensare che il prossimo 30 agosto, l’Italia e Gheddafi dovevano festeggiare la loro amicizia. Come ogni anno, secondo Trattato. E neanche «malvolentieri» .

Il Corriere della Sera 23.03.11

Nei dipartimenti il futuro dell'università", di Paolo Bertinetti*

Caro direttore,
la riforma dell’università prevede che i Dipartimenti, luogo della ricerca, siano anche il luogo della didattica; e che i corsi di laurea facciano capo ai Dipartimenti e non alle Facoltà. Ma queste ultime, magari chiamandole Scuole, potranno (in certi casi dovranno) continuare ad esserci per coordinare la didattica. In alcuni atenei (a Roma in primis, a quanto pare), di fatto i cardini della macchina universitaria continueranno ad essere le Facoltà. Per gattopardismo? Forse. Ma soprattutto perché i corsi di laurea, così come sono previsti dal Ministero, sono stati costruiti (per caratteristiche e per requisiti) con riferimento alle Facoltà.

In altre sedi, invece, si vuole cambiare. Le prime vittime del cambiamento rischiano di essere le Facoltà di Lingue. Ci sono voluti decenni perché l’accademia italiana accettasse l’idea che l’insegnamento delle lingue e letterature straniere è cosa di grande importanza. Gli studenti (e le loro famiglie), avendo un punto di riferimento chiaro e dichiarato, cioè le Facoltà di Lingue, hanno risposto in modo massiccio e convinto. Perché veniva proposto un tipo di studio che interessava e che dava qualche prospettiva in più: i laureati in Lingue (come dicono le statistiche ufficiali e le stesse ditte di collocamento) sono quelli che più rapidamente trovano un posto di lavoro. E quindi, data la loro utilità, dove si può, da Genova a Lecce, si cerca di abolirle. Si cerca di annegarne la specificità in grandi strutture (Scuole di studi umanistici, o simili, cioè le attuali Facoltà di Lettere), dove gli insegnamenti e i docenti «stranieristi» conteranno poco o nulla – mentre gli studenti serviranno a far numero.

Ma con la riforma non sono forse i Dipartimenti il luogo della didattica? Infatti è da lì che parte la manovra. In diversi atenei ci si accinge a fare sparire i Dipartimenti specificamente linguistici, accorpandoli con altri. Prendiamo il caso di Torino, dove i docenti di lingue e letterature straniere sono presenti soprattutto in un Dipartimento. È ovvio che esso debba diventare il luogo della didattica «stranieristica», mentre una Scuola dovrebbe poi provvedere, come dice la legge, al coordinamento con gli altri Dipartimenti interessati. Invece, in nome del cambiamento, cioè del ritorno a 20 anni fa, c’è chi sostiene che quel grosso Dipartimento deve sparire, per dar vita, insieme ad altri, a un megadipartimento – che altro non sarebbe che la Facoltà di Lettere. Oppure, poiché la proposta sembra non avere successo, si cerca di convincere vari docenti ad «emigrare» altrove, per impoverirne la consistenza. Ma nel caso torinese, come in altri, quel che colpisce è il tentativo di usare la riforma per cancellare la più evidente scelta di modernità effettuata dall’Università italiana. Altro che gattopardismo. Qui si vuole cambiare tutto non perché tutto resti com’è, ma perché tutto torni ad essere com’era nel secolo scorso.

*Preside alla facoltà di Lingue dell’Università di Torino

La Stampa 23.02.11

"Se i giovani fuggono dalle università", di Tito Boeri

Il ministro dell´Istruzione, Università e Ricerca è intervenuta più volte nelle ultime settimane sui mass media. In nessuna di queste occasioni ha ritenuto di commentare i dati sul forte calo delle immatricolazioni alle università italiane nel 2011-12. È un silenzio molto eloquente. Assieme ai suoi colleghi di governo, sembra intenzionata ad assecondare il disinvestimento in capitale umano che il nostro Paese sta inconsapevolmente compiendo. Il governo ne è però consapevole: nel Piano nazionale di riforma, predisposto nell´ambito della nuova programmazione economica europea, si pone l´obiettivo di tenere saldamente i livelli di istruzione terziaria da qui al 2020 al di sotto di quelli della Romania, candidandosi ad essere il fanalino di coda dell´Unione in quanto a percentuale di laureati sulla popolazione. È un disinvestimento, dunque, voluto, posto come obiettivo strategico per i prossimi dieci anni.
Nei periodi di crisi le iscrizioni ai corsi universitari aumentano perché il tempo dedicato allo studio non viene sottratto ad attività remunerative, dato che non si trova comunque lavoro. È avvenuto anche nella Grande Recessione. Ovunque, tranne che da noi. Negli ultimi tre anni abbiamo subito una riduzione di quasi il 10 per cento delle immatricolazioni, pur avendo già ora uno dei rapporti tra laureati e popolazione in età lavorativa più bassi dell´Unione europea. Non si tratta di un fenomeno legato all´invecchiamento della popolazione. Non c´è stata una diminuzione delle coorti in uscita dalla scuola secondaria. Al contrario, nel 2010 ci sono stati 5.000 diplomati in più che nel 2008 ed è non solo il numero assoluto di immatricolazioni, ma anche il rapporto fra immatricolazioni e persone con 19 anni di età ad essere fortemente calato negli ultimi anni, dopo essere cresciuto quasi ininterrottamente nel Dopoguerra ed essere raddoppiato dal 1980 al 2005.
Non è neanche colpa delle tasse universitarie. Le entrate contributive per studente sarebbero addirittura diminuite in termini reali negli ultimi anni secondo i dati raccolti dal Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario. E poi c´è un tetto alle tasse di iscrizione che, almeno in linea di principio, non può essere superato neanche da atenei strangolati dai tagli dei trasferimenti statali. Forse il silenzio di molti rettori di fronte ai dati sulle immatricolazioni deriva dal fatto che non avrebbero comunque risorse per attivare nuovi corsi.
La forte riduzione nelle iscrizioni dei diciannovenni all´università è grave perché avviene proprio in un momento in cui c´è stato un ampliamento del divario nelle opportunità lavorative fra laureati e diplomati. La disoccupazione fra i poco istruiti è aumentata in tutta Europa di 6 punti percentuali contro meno di 2 punti per i laureati. In Italia un laureato guadagna, a parità di altre condizioni, circa il 50 per cento in più di un diplomato. E la crisi ha accelerato in tutta l´Unione il processo di cambiamento nella composizione dei posti di lavoro, che premia i servizi alle imprese, l´istruzione, la sanità e che nel manifatturiero vede sopravvivere solo posti di lavoro che richiedono manodopera altamente qualificata. Le nuove opportunità di impiego per le persone poco istruite sembrano essere solo nei servizi alle persone, ad esempio nell´assistenza agli anziani, dove si trovano a competere con manodopera immigrata molto più qualificata di loro. Insomma divari salariali e andamento dell´occupazione segnalano un´offerta insufficiente di laureati, il che dovrebbe stimolare maggiori immatricolazioni.
Come spiegare allora il calo delle iscrizioni? Non poche famiglie possono avere problemi di liquidità nel finanziare gli studi in periodi di crisi, soprattutto quando si tratta di istruzione di qualità. Chi vive nel Mezzogiorno spesso per accedere ad insegnamenti universitari di un certo livello deve spostarsi al Nord sostenendo spese ingenti. Un´altra spiegazione è legata all´insuccesso sin qui delle lauree brevi che avrebbero dovuto offrire opportunità occupazionali anche a chi era poco preparato per un lungo ciclo di studi. Il mercato del lavoro, almeno sin qui, non sembra valutare le lauree brevi molto meglio della maturità. Una terza spiegazione ha a che vedere con il dualismo del nostro mercato del lavoro: è vero che il futuro è nell´istruzione terziaria, ma i rendimenti dell´istruzione sono molto più bassi per chi ha contratti di lavoro temporaneo rispetto a chi ha contratti permanenti. Il precariato porta con sé un appiattimento della struttura retributiva tra chi è laureato e chi non lo è. Infine ci possono essere percezioni sbagliate delle famiglie, fabbriche dei sogni. È la molla che spinge molte ragazze, magari incoraggiate dai genitori, a cercare a tutti i costi una carriera nello spettacolo. È un investimento infinitamente meno redditizio dell´istruzione. Solo una su mille riuscirà ad avere un´apparizione televisiva, rigorosamente silenziosa dati i contenuti di molti programmi, e poi un futuro senza né arte né parte.
Ognuna di queste spiegazioni ci dice che si può fare molto per evitare che il nostro Paese continui a disinvestire nel proprio futuro. Tanto per cominciare il ministro del Lavoro dovrebbe smetterla di invitare i giovani a fare “lavori socialmente umili” anziché proseguire gli studi e ambire a lavori qualificati. Poi bisognerebbe cambiare le regole di ingresso nel mercato del lavoro in modo tale da incentivare investimenti in capitale umano sia nell´istruzione formale che in azienda. Ancora si potrebbe, come in Australia, Germania e Regno Unito introdurre prestiti agli studenti meritevoli che non hanno soldi per finanziare gli studi. Per vincere la forte avversione al rischio di molte famiglie e tenere conto del ritardo con cui si entra da noi nel mercato del lavoro protetto, questi prestiti dovrebbero essere ripagati solo quando si comincia ad avere redditi da lavoro adeguati. Attenzione perché a questo riguardo c´è una presa in giro: il fondo “Diamogli il Futuro” ampiamente propagandato dal ministero della Gioventù. Contempla prestiti che non possono eccedere i 5.000 euro all´anno, quando le spese di un fuori sede sono fino a 6 volte più alte, e devono cominciare ad essere ripagati due anni e mezzo dopo aver ricevuto l´ultima rata anche da chi non trova un lavoro. Basta guardare la dotazione del fondo per rendersi conto del fatto che si tratta della solita bandierina posta per dire “l´abbiamo fatto”: 19 milioni di euro, quanto sufficiente a elargire al massimo 700 (micro) prestiti nel corso del tempo. Questi soldi rischiano di finire tutti nella società a capitale pubblico che dovrà vagliare le domande. Sempre che non intervenga prima un mille proroghe che destini quei fondi altrove, magari al digitale terrestre, come già avvenuto per i fondi per la banda larga. Che bisogno c´è di studiare dopotutto quando si può guardare più di 200 canali alla tv?

La Repubblica 23.03.11