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"Allarme precari, 34 mila a rischio", di Alessandra Ricciardi

Fortuna che ci saranno circa 30 mila pensionamenti. Fortuna, ché così bilanciano i 19 mila tagli e anzi lasciano sul mercato circa 11 mila posti da far coprire con nuove assunzioni, a tempo indeterminato o determinato lo si vedrà nelle prossime settimane. E così il numero dei precari aspiranti a un’assunzione prioritaria dovrebbero calare a 13-14 mila, rispetto ai 25 mila dello scorso anno. Ma il problema vero è che per il prossimo anno non ci sarà nessuna misura speciale per la tutela dei precari che hanno perso il posto a seguito del piano di razionalizzazione del governo avviato con il decreto legge 112/2008. Il cosiddetto salvaprecari, infatti, non è stato rinnovato dal Milleproroghe. Lo scorso anno ci sono state 25 mila domande di accesso dei prof al salvaprecari, la lista regionale per le assunzioni prioritarie, quest’anno è probabile che il numero scenda di 11 mila unità,visti i pensionamenti che hanno sueprato i tagli (il discorso ovviamente non tiene conto delle corrispondenze tra cattedre): si arriverebbe cosi a circa 14 mila docenti. Diverso il discorso per gli Ata: lo scorso anno erano stati 12 mila domande di bidelli e amminsitrativi perdenti posto, quest’anno ci sono stati 15 mila tagli e solo 7 mila pensionamenti. Per cui il numero sale e arriverebbe a quasi 20 mila. Anche per loro, salvo un intervento legislativo ad hoc, nessun accesso privilegiato ai contratti di sostituzione. Il ministero dell’istruzione in queste ore sta cercando di correre ai ripari. Secondo quanto risulta a ItaliaOggi, i vertici di viale Trastevere stanno esaminando la possibilità di ricorrere a un provvedimento autonomo di proroga. Un intervento legislativo in cui, sempre stando alle indiscrezioni, potrebbe essere affrontato anche il dossier delle graduatorie permanenti. Il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, deve dire chiaramente infatti cosa intende fare per dare attuazione alla sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato l’inserimento in coda nelle province aggiuntive. E potrebbe non bastare un provvedimento amministrativo. L’inserimento a pettine significherebbe rivoluzionare le posizioni di circa 230 mila precari. Il ministro potrebbe essere tentato allora dall’ipotesi di aggiornare le posizioni ma per una sola provincia. Per ora solo una tentazione.

da ItaliaOggi 22.03.11

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“Meno docenti, ma classi invariate”, di Carlo Forte

Al via il taglio di 19.700 posti, ultima tranche del piano programmatico triennale di Tremonti. Il prossimo anno scolastico comincerà con 19.700 docenti in meno rispetto all’anno scorso. A tanto ammonta (si vedano le anticipazioni di ItaliaOggi del 2 marzo scorso) il taglio apportato dall’amministrazione centrale agli organici del personale docente, in attuazione del piano programmatico previsti dall’art. 64 del decreto legge 112/2008, la prima manovra correttiva dei conti pubblici del ministro dell’economia, Giulio Tremonti.

Che quest’anno va a regime. E dunque, salvo ulteriori provvedimenti taglia-cattedre, i tagli di quest’anno dovrebbero essere gli ultimi. Per mettersi in linea con le disposizioni del piano programmatico anche quest’anno il ministero dell’istruzione ha alcuni schemi di decreto. E, come da prassi, ha già impartito le prime disposizioni agli uffici periferici (circolare 21 del 14 marzo). Tra queste anche quelle riguardanti la riduzione a 32 ore settimanali di lezione per gli istituti tecnici, che dal prossimo anno andrà a regime in tutte le classi (nota 271, sempre del 14 marzo). Così da disporre per tempo le operazioni di avvio del prossimo anno scolastico. Il dicastero di viale Trastevere, peraltro, ha confermato i parametri di costituzione delle classi fissate dal decreto del presidente della repubblica 81/2009, raccomandando ai dirigenti scolastici di non sforare i tetti massimi e di distribuire gli alunni nelle classi evitando di affollarne alcune a discapito di altre. Una precisazione molto attesa nelle scuole. Nell’infanzia, dunque, le classi dovranno essere costituite con un minimo di 18 e un massimo di 26 alunni, elevabili fino a 29 , se non sarà possibile distribuire le iscrizioni in eccedenza presso altre scuole. Le classi di scuola primaria dovranno essere costituite con un numero di alunni non inferiore a 15 e non superiore a 26, elevabile fino a 27 qualora residuino resti. Le pluriclassi, invece, da non meno di 8 e non più di 18 alunni. Nelle scuole e nelle sezioni staccate funzionanti nei comuni montani, nelle piccole isole e nelle aree geografiche abitate da minoranze linguistiche potranno essere costituite classi, per ciascun anno di corso, con un numero di alunni inferiore al numero minimo previsto, ma comunque non inferiore a 10 alunni. Per quanto concerne le scuole secondarie di I grado, il limite minimo di alunni per ogni classe è di 18 e il massimo è di 27 alunni, elevabili fino a 28 qualora residuino eventuali resti. Ma nelle scuole dove le iscrizioni alla prima classe non supereranno le 30 unità si procederà alla costituzione di un’unica classe. Le seconde e le terze classi saranno costituite con un numero pari a quello delle prime e seconde di provenienza. Sempre che il numero medio di alunni per classe sia pari o superiore a 20 unità. In caso contrario, si procederà alla ricomposizione delle classi, distribuendo gli alunni un po’ per parte, fino al raggiungimento dei minimi previsti dal regolamento. Nelle scuole secondarie di II grado le prime classi saranno costituite con non meno di 27 alunni per classe. Fino a un massimo di 30. Le classi del primo anno di corso di sezioni staccate, scuole coordinate, sezioni di diverso indirizzo o specializzazione funzionanti con un solo corso dovranno essere costituite con un numero di alunni di norma non inferiore a 25. Sarà consentita però la costituzione di classi iniziali articolate in gruppi di diversi indirizzi di studio, purché le classi stesse siano formate da un numero di alunni complessivamente non inferiore a 27 e il gruppo di alunni di minore consistenza sia costituito da almeno 12 unità. Resta fermo il limite di 20 alunni per le classi iniziali delle scuole di ogni ordine e grado in presenza di un alunno portatore di handicap. . Il prezzo più alto al nuovo piano di razionalizzazione lo paga la Sicilia con 2534 cattedre in meno. Seguono la Lombardia con 2415 cattedre tagliate e la Campania con 2234 insegnanti in meno. Poi il Lazio, a quota -1989, la Puglia a -1878, il Veneto-1398, il Piemonte a – 1179 e la Calabria a -1093. A guidare la classifica al di sotto delle mille cattedre in meno, è la Toscana, regione in cui i tagli cancellano 917 cattedre. Seguono l’Emilia –Romagna a -881, la Sardegna a- 670, le Marche a -510 e l’Abruzzo a -475. Intorno a quota -300, La Liguria, il Friuli, la Basilicata e l’Umbria. Fanalino di coda il Molise con -158.

da ItaliaOggi 22.03.11

"Il Pd chiama, il governo si spacca", di Rudy Francesco Calvo

I democratici non cambiano idea: con l’Onu per cacciare Gheddafi, ma l’esecutivo non c’è.
Mentre il governo oscilla tra le posizioni interventiste del ministro La Russa e lo scetticismo della Lega, il Partito democratico prova a tenere ferma la barra sul rispetto assoluto della risoluzione approvata dal consiglio di sicurezza dell’Onu. La quale, ricorda Pier Luigi Bersani, «non prevede un intervento armato per abbattere Gheddafi, ma un intervento per impedire che Gheddafi colpisca la sua gente». È questa la posizione che i dem auspicano che sia assunta dall’Italia.
«Da lì in poi – aggiunge il segretario – ci sarà il compito della politica e della diplomazia» per «favorire un processo pacifico di transizione e cambiamento, come è avvenuto negli altri paesi del Nord Africa». Per il momento, comunque, Massimo D’Alema ricorda che «da quando è in azione la missione internazionale il numero dei morti è diminuito, non è aumentato, perché si è impedito a Gheddafi di sparare contro la popolazione».
Il Pd chiederà oggi alla conferenza dei capigruppo di Montecitorio di fissare un voto in aula per confermare il dispositivo già approvato dalle commissioni esteri e difesa delle due camere la scorsa settimana, con l’assenza di Lega e Idv. «Ci pare il minimo, visto il rilievo della vicenda», spiega Bersani. Se il testo rimarrà quello votato venerdì scorso, i dem non avranno alcun dubbio nel confermare il loro sì.
Ma se la maggioranza dovesse convergere sulla risoluzione anticipata ieri dal Carroccio (che prevede tra le altre cose anche l’estensione del blocco navale non solo alle armi che potrebbero entrare in Libia, ma anche agli immigrati in uscita da quel paese), allora i Democratici daranno «battaglia durissima», come anticipa il vicepresidente della commissione difesa, Francesco Saverio Garofani.
Il Nazareno rigetta il parallelismo tra partecipazione all’intervento bellico e emergenza immigrati. La difficile situazione di Lampedusa, secondo i dem, sarebbe aggravata anzi proprio alla cattiva gestione del governo italiano. La posizione della Lega, quindi, non è credibile nel merito e nel metodo. E Berlusconi, se realmente dovesse far convergere il Pdl su quella linea confermando le indiscrezioni trapelate ieri, dimostrerebbe solo la propria subalternità all’alleato padano. «Il problema non è nostro – sintetizza Ettore Rosato, deputato dem della commissione difesa – se loro ci costringeranno a votare contro, si assumeranno la grave responsabilità di dividere il parlamento, mentre il nostro paese è impegnato anche con i propri uomini a fianco delle organizzazioni internazionali. Per questo, suggeriamo alla maggioranza molta prudenza».
Per Rosato, è anche «paradossale » che il governo italiano «si ponga solo oggi la questione del comando della missione militare in Libia», chiedendo che questo passi alla Nato. «Mi chiedo cosa è andato a dire Berlusconi alla conferenza di Parigi – afferma Bersani – nessuno è contrario che il comando passi alla Nato, ma bisogna trovare un momento di discussione per arrivarci».
Tra i Democratici, c’è chi mantiene posizioni contrarie a un intervento armato in Libia. A esprimerle esplicitamente è stato Enrico Gasbarra, ma con lui potrebbero essere anche altri (seppur pochi) i parlamentari a invocare un’obiezione di coscienza, soprattutto di area cattolica. Posizioni che, per Sergio Gentili, vanno «rispettate» e che, comunque, rappresentano una «quota fisiologica di disagio in questioni delicate come l’uso delle armi», spiega Lapo Pistelli.
E Garofani nota che anche dalla Chiesa giungono posizioni di sostegno all’intervento, a partire dal cardinale Angelo Bagnasco.

da Europa Quotidiano 22.03.11

"Il processo breve di re lanterna", di Franco Cordero

Vanno in scena trucchi berlusconiani. Sui tribunali e corti d´Italia pende la minaccia d´una mutazione mai vista nella monstrorum historia. I processi durano troppo. Vero, e in larga misura dipende da procedure perverse: ormai il capolavoro difensivo sta nello schivare la decisione sul merito (se esista o no un colpevole), finché la prescrizione inghiotta reato, pena, processo; già accorciati pro domino, i termini aspettano un secondo taglio. Gl´intenditori sanno quale sia l´antidoto: tempi stretti, economia verbale, contraddittorio serio, disciplina dell´udienza, ossia garantismo accusatorio; ma bisogna rimettere le mani nel codice estirpando antichi vizi; argomento malvisto dai dulcamara Pdl, nel cui quadro mentale la procedura è arte del perditempo leguleio (ad esempio, togliere al giudice il vaglio d´ammissibilità e rilevanza della prova, sicché l´imputato ricco, astutamente assistito, ingolfi il dibattimento d´oziose messinscene istruttorie allungandolo finché vuole).
Ed ecco il rimedio sovrano: imporre termini perentori, correlativi alle varie fasi (dall´imputazione all´accusa o non doversi procedere, dibattimento, appello, procedimento in cassazione, eventuale sèguito); scaduto uno dei quali, voilà, il processo svanisca, anche fossero state emesse condanne all´ergastolo, magari confermate in appello. Ripetiamolo: non esiste precedente nella storia degl´istituti aberranti; fantasie simili indicano un´ignoranza vandalica. Chiamiamola estorsione: «Se non ottengo l´immunità sotto qualche forma, fracasso il sistema»; e vanno in fumo enormi carichi giudiziari. Viene in mente Mackie Messer, senza la poesia nera che Kurt Weill ha insufflato musicando John Gay e Bertold Brecht. L´equazione era calcolata sull´interesse del monarca: una norma transitoria include i processi pendenti; sarebbero dissolti due dei quattro che lo disturbano. Improvvisamente il guardasigilli annuncia un ripensamento à sensation: meditandovi s´è accorto che la norma transitoria fosse sconveniente, quindi cade, secondo i limpidi intenti del governo; e sarà coscienziosamente rivisto l´intero testo. Lunedì 14 dalla Camera alta vengono parole altrettanto melliflue: qualcuno subodorava fini punitivi nella «riforma epocale» della giustizia; sospetto assurdo, assicura l´onorevole Renato Schifani; mai il Parlamento violerebbe i principi fondamentali della Carta. In sette anni è avvenuto solo quattro volte.
Nel mio dialetto eventi simili suggeriscono una metafora romanzesca, «li hanno cambiati a balia» ossia non sono più loro. Ipotesi inverosimile: le macchine umane lavorano in ritmi prevedibili, regolati da corredo genetico e influssi d´ambiente; anche nei casi estremi d´apparente conversione le varianti s´innestano sul vecchio fondo, né sfuggono alla regola i neomorfismi reattivi (termine freudiano), dove il mutante sviluppa caratteri contrari agli originari (ad esempio, il libertino diventa asceta o l´inverso). Ora, sappiamo come sia connotata la varietà antropologica Pdl: esiste un padrone i cui comandi non ammettono dubbi o riserve, finché resti così potente da cambiare la sorte tua o mia, se vuole; chi sgarra finisce inesorabilmente fuori, segnalato dai concorrenti, perché li dentro homo homini lupus. Non lesina l´autostima: nei rari momenti d´una finta modestia ammette Domineddio come pari; adopera i consulenti riservandosi l´ultima scelta, ed è molto mobile, nonché indifferente ai qualificatori «vero»-«falso»; ascoltando dichiarazioni accidentalmente vere, del tipo «piove», «suona mezzogiorno», «tra poco siamo in primavera», chi lo conosce suppone motivi indipendenti dalla verità obiettiva. È suo stile, sviluppato nella pirateria d´affari, contraddirsi vertiginosamente: nega l´evidenza; afferma l´impossibile. Certi discorsi presuppongono un pubblico da varietà suburbano, ad esempio quando, «mano sul cuore», «seguendo l´istinto», s´indigna a proposito d´accuse mosse dalla Procura milanese («cene spensierate, eleganti», poi «la ragazze fanno quattro salti in discoteca, da sole», perché il ballo non gli è mai piaciuto, e via seguitando: qui, 16 marzo); politicamente parlando, argomento e gesto difensivo gli nuocciono più dei fatti asseriti.
Ora, visti i precedenti, le persone, gl´interessi, nessuna testa pensante prende sul serio l´apertura virtuosa sul cosiddetto processo breve: gliel´avevano escogitato per liberarlo dai suoi, incutendo paura con la prospettiva d´una catastrofe; fa ridere l´idea che Re Lanterna, alias l´Olonese, promuova studi disinteressati sulla migliore giustizia possibile. Vuol rompere l´isolamento: il fine è compromettere gli oppositori in manovre bicamerali vieux style; collaborando lo riqualificano; sarà gioco da bambini condurli al ritocco che gli perdoni tutto (poco più d´un anno fa l´attuale vicesegretario Pdl, monsignore nipote, riteneva fattibile la difesa dai processi, id est immunità, mediante una piccola legge). Appena gli oppositori lo riconoscano partner rispettabile, caduto in oblio lo scenario postribolare (come il marchio P2 e una varia carriera fraudolenta), les jeux sont faits. A parte le categorie affettive del giusto, roba démodée, danno squallido spettacolo gli onorevoli politicanti che il Caimano pescatore pigli all´amo, ripetendo l´exploit 1997-98. Se mai capitasse, vorrebbe dire che, in fondo, stavano tutti dalla stessa parte. Lo scandalo fissa gli sguardi sugli scenari d´Eliogabalo 2011 nella causa milanese, i cui termini pesano anche in politica, se lo lascino dire i monsignori lassisti, ma supponiamolo trionfalmente assolto: le serate d´Arcore erano moderni esercizi spirituali ad salutem animarum; povere falene, esposte alla fiamma, le salva un ricchissimo signore tanto caritatevole. Accreditiamogli il miracolo nella futura causa di beatificazione. In politica però resta un sopraffattore. Dal 1994 sta accovacciato sul corpo del paese. Chi parla più del conflitto d´interessi? Affari suoi, spesso oscuri, diventano questioni supreme nel laboratorio della res publica. Padrone delle Camere, gioca su vari tavoli: ieri processo breve; domani un secondo taglio alla prescrizione, magari con la clausola che le attenuanti generiche spettino sempre agl´incensurati (lui lo è, miracolosamente).

La Repubblica 22.03.11

"Le lattughe di Cernobyl", di Guido Ceronetti

Chi ha ricordi ricorda. Fummo rassicurati subito. Il prof. Colombo che dirigeva l’Ente nucleare, dichiarò subito che l’Italia, certo per i suoi meriti angelici, non sarebbe stata toccata dalla nube radioattiva. Così annunciavano le testate. Poi sì, sarebbe stata toccata, ma appena con deflorazione evangelica, qualche minima ricaduta in Veneto, guardarsi dai funghi sarebbe stato uno scrupolo sufficiente.
La fortunata penisola fu invece trattata con rudezza dalla celebre nube, che generò leucemie e tumori e provocò nella gente una violenta rivolta contro il piano perfettamente delirante del prof. Felice Ippolito, che avrebbe disseminato centrali nucleari come gustose noccioline un po’ dovunque. (L’atomo, in verità, non fu mai popolare in Italia).

Le diete subirono variazioni travolgenti. Il nostro ministero di allora della Sanità dettò regole drastiche. Comparvero sui banchi dei piccoli e grandi mercati ortofrutticoli soltanto ortaggi cresciuti sottoterra, indubitabili: non vedevi che mucchi di carote, cipolle, patate, rape. Una barba! Ma lo spettro del reattore quattro di Cernobil era là, guatava ogni nostro movimento e boccone. Il Giappone ufficiale e quello macrobiotico proposero il consumo abbondante di alghe di un certo tipo (mi pare la più venduta fosse la Kombu), che quasi non trovavi più, e il riso biologico integrale. Correva questa leggenda, nel Sol Levante: che in un ospedale nei pressi di Hiroshima dove c’erano abbondanti scorte di riso, tamari (salsa di soia) e alghe, nonostante la fortissima contaminazione radioattiva, medici e infermieri che avevano cura di quei poveri appestati, furono protetti dalla dieta a lunghezza di giorni. Da noi, scomparsi latte fresco e latticini, rimasero in commercio soltanto formaggi di pasta dura, il Parmigiano-reggiano seguitò a regnare sulla tavola italiana. Svizzera e Francia invece non osarono frenare l’industria nazionale casearia e lasciarono i loro amati cittadini deliziarsi con celebrità formaggesche su cui la Nube aveva lacrimato come un’Addolorata.

A Torino, una signora molto vicina al proprietario di allora della casa dei Gelati Pepino, mi diceva molti anni dopo, anzi neppure tanti, che i soli gelati dove non era contenuta radioattività erano i Pepino, perché il latte di base proveniva tutto da pascoli garantiti, mentre su tutti gli altri non c’era da giurarci, e i peggiori erano i provenienti dall’Est, controllati allora alla sovietica, quantunque a Mosca ci fosse il buon Gorby con le sue ali tese. Il quale, del resto, lasciò i suoi piloti immolarsi eroi sorvolando a bassa quota il reattore per soffocarlo coi sacchetti di sabbia; uno solo di quei ragazzi sopravvisse, Anatolij, e dopo anni di cure incessanti Cernobil lo disfece come Fukushima disferà i volontari di terra e d’aria, autentici kamikaze («vento divino») che si stanno provando a spegnere il drago da vicino.

Il bisogno di eroi cresce a misura che crescono, si moltiplicano, s’ingrandiscono le catastrofi d’ambiente del pianeta.

Le lattughe e tutte le verdure verdi a foglia larga ci mancavano come ai detenuti l’amore, mentre i piselli surgelati sovrabbondavano. Altra leggenda consolatrice fu la banana, le si vendeva perfino marce. Autorevoli medici proclamavano Anticernobil questo meraviglioso ma non onnipotente frutto dei tristi tropici, che forse non colpì la nube. Credo le mangiassimo perfino marcette, per un riflesso di cultura arcaica, benemerita sempre, che nella curva banana annerita, impoverita di sostanza zuccherina, ritrovava l’archetipo della strega dai poteri magici, della sciamana curandera, capace di far vivere e morire.

Temevamo la pioggia, che si dava in fragorosi diluvi primaverili e di cumuli gravidi di Cernobil, temevamo ci bagnasse la capelluta, e ricomparvero le provvide galoches, in estinzione: separavano meglio il piede dall’asfalto e dal marciapiede, messaggi in codice di gocce dell’angelo radioattivoforo. Poi, appena sulla soglia di casa, via galoche le scarpe accanto alla porta, la pantofola a rassicurarci col suo tepore di sorella. I medici raccomandavano di non far toccare alle suole i pavimenti di casa, in specie tappeti e moquettes (che io eviterei sempre, detestandoli). Sconsigliavano inoltre pollini e pappe reali, per sospette provenienze dall’Est, ogni tipo di fungo, i tartufi, nei quali tuttora si riscopre il Cesio 37.

In pochi anni l’Europa dall’Atlantico agli Urali si era ricoperta di centrali, riempiendosi di scorie da scaricare possibilmente (anche criminalmente) altrove – tra la contrarietà isolata dei movimenti verdi, che mai riuscirono ad impedirne una.

Fui tuttavia sempre dalla loro parte, fuori da ogni contenuto politico; l’indifferenza ambientalista in genere degli scrittori e degli intellettuali italiani era però famosa.

Dell’atomo-colomba-bianca, delle centrali adulate come pulite e soprattutto pacifiche, non fui mai persuaso. Ormai sono parecchie centinaia (con una Italia che maledice il suo «essere rimasta indietro») e certamente non furono fatte senza motivi di profondità che non riguardano né risparmio né convenienza, e restano dovunque un mistero da indagare e un dramma escatologico. Resta un altro mistero la quantità impressionante di centrali fatte in Giappone (più di cinquanta dove ancora fa vittime il Dopo Nagasaki-Hiroshima). Disciplinati troppo, passivi troppo, uguali troppo, questi sconosciuti giapponesi, oggi attanagliati tra Fukushima e tsunami. Che vogliano, per la seconda volta, lanciare al mondo un avvertimento?

Quanti occhi aprirà il rogo appestato di Fukushima?

La Stampa 22.03.11

Libia, sia Berlusconi a riferire in Parlamento Finocchiaro e Franceschini chiedono il voto del Parlamento sulla missione.

E’ convocata per oggi alle 12,30 la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Sul tavolo le richieste di Pd, Terzo Polo e Lega di fissare un voto del Parlamento sull’intervento militare in Libia. Richiesta ribadita da Anna Finocchiaro e Dario Franceschini oggi in una nota congiunta: “Lo sviluppo della crisi libica e la portata dell’intervento promosso dalle Nazioni Unite e al quale l’Italia partecipa pienamente, richiedono un urgente passaggio nelle aule parlamentari di conferma del voto delle Commissioni di venerdi che ha autorizzato il governo a intraprendere tutte le misure necessarie a dare attuazione alle risoluzioni Onu. E’ necessario che il Parlamento nel suo plenum possa confermare il sostegno alla posizione del nostro Paese con una piena assunzione di responsabilità”.

“La richiesta di un nuovo passaggio nelle aule parlamentari da parte del governo segue un preciso impegno concordato con i ministri Frattini e La Russa durante la seduta di venerdi’ scorso nelle commissioni Esteri e Difesa” ricorda Lapo Pistelli, responsabile Relazioni internazionali del Pd, che conclude: “Data la delicatezza della situazione e i molti distinguo all’interno della maggioranza, e’ assolutamente indispensabile che sia proprio il presidente del Consiglio, mercoledi’, a rappresentare al massimo livello il governo in questo passaggio”.

E Marina Sereni, vicepresidente dell’Assemblea Nazionale Pd, punta sulla diplomazia, forte solo se i ministri smettono di litigare: “Iniziativa militare e iniziativa politica devono andare insieme, occorre rispettare rigorosamente i limiti dell’azione armata stabiliti dalla risoluzione delle Nazioni Unite, ricercare il dialogo e la collaborazione dei paesi africani e della Lega araba. Se l’Italia vuole esercitare un ruolo attivo e positivo- avverte- è necessario che vengano superati i troppi distinguo all’interno della maggioranza e che l’intero esecutivo sostenga pienamente lo sforzo che il nostro Paese sarà chiamato a fare. Il passaggio in Parlamento- conclude Sereni- e’ a questo punto indispensabile per chiarire il ruolo che l’Italia intende svolgere in questa crisi”.

Spaccatura che (con La Russa e Bossi che litigano a colpi di agenzie) stona pesantemente “in presenza della risoluzione dell’Onu a difesa dei cittadini libici vittime della violenza intollerabile di Gheddafi, l’Italia ha fatto quello che doveva fare, pur nella difficile condizione di una vistosa spaccatura politica nel governo e nella maggioranza. Adesso -aggiunge- le priorità sono tre: la prima, attenersi rigorosamente al mandato dell’Onu; la seconda, riprendere attivamente l’iniziativa con l’obiettivo di trovare una soluzione politica ai problemi della Libia; terzo, attrezzarsi per l’accoglienza dei perseguitati, dei profughi e dei rifugiati”.

“Partecipare alla pari per decidere alla pari.Condividere le decisioni con la speranza che siano orientate ad una linea più’ equilibrata di quella imposta dalla Francia. Recuperare il tempo perduto, che in questo caso significa anche recuperare la dignità perduta” dice l’ex ministro della Difesa Arturo Parisi, del Pd, a proposito della crisi libica, in un’intervista a ‘Il Mattino’.

Sono tanti i motivi per votare in Parlamento, così si “chiarirebbe anche il ruolo delle Regioni dinanzi allo svolgersi delle operazioni militari – spiega Alberto Losacco deputato PD -. La Puglia, in queste ore drammatiche, con le basi militari dislocate sul suo territorio, è in prima linea”.

L’intervento in Libia e l’articolo 11 della Costituzione. “Sulla legittimità costituzionale dell’intervento in Libia a tutti dovrebbero bastare le parole chiare e inequivocabili del Presidente della Repubblica, che corrispondono al chiaro e inequivocabile articolo 11 della Costituzione (nata dalla lotta di Liberazione e dall’intervento militare alleato) che, volutamente, in unico comma ripudia la guerra per costruire un nuovo sistema di legalità’ internazionale imperniato sull’Onu”. Lo afferma il senatore Stefano Ceccanti contestando la presa di posizione di Sinistra e Libertà. ”Lo vollero espressamente così, tra gli altri, alla Costituente il comunista Togliatti e il democristiano Caristia. Soprattutto per questo – conclude – stupisce gravemente l’intervista di Nichi Vendola, peraltro priva di qualsiasi proposta minimamente praticabile, a differenza della chiara ed equilibrata posizione espressa dai principali esponenti del Partito Democratico, a cominciare dal segretario Bersani”.

In mattinata era stato il segretario PD intervenendo a Radio Anch’io, Su RadioRai a ricordare che la missione in Libia si sta svolgendo nel rispetto della risoluzione Onu 1973 e rientra nei limiti della nostra Costituzione. ”La nostra Carta – ha detto Pier Luigi Bersani riferendosi all’articolo 11 della Costituzione – ripudia la guerra come soluzione delle controversie internazionali, ma non certamente l’uso della forza per ragioni di giustizia dentro decisioni che siano di organismi ai quali abbiamo delegato una parte della nostra sovranità, in particolare le Nazioni Unite. Se lasciamo correre anche i massacri veniamo meno a un compito basico che ci dà la nostra Costituzione. Voglio credere che non si stiano bombardando i civili, che l’operazione militare sia volta a fermare le basi logistiche, le basi di partenza delle offensive del governo di Gheddafi”. Bersani ha espresso anche un certo scetticismo sul possibile ruolo diplomatico del nostro Paese: ”Noi siamo in una condizione di debolezza – ha affermato – anche per il pregresso; anche altri Paesi hanno avuto rapporti con la Libia, ma i nostri sono stati perfino servili, dobbiamo avere paura che a questa operazione militare non si accompagni un’iniziativa politica. Escludo che Gheddafi sia in condizione di nuocere all’Italia”.

Bersani rispondendo alle domande degli ascoltatori ha detto che “bisogna anche spiegare perché gli Stati europei appaiono sordi alle nostre richieste di aiuto, pur giuste, dicendoci che di rifugiati ne prendono ben più loro di noi e hanno l’impressione che questa vicenda, pur problematica, sia molto usata a fini interni. Noi dobbiamo essere più’ ragionevoli e razionali, chiedere l’aiuto dell’Europa, ma questo governo di centrodestra ha regolarizzato 800mila immigrati…ora sono quattro-cinque mila immigrati, ancorchéclandestini, che possono destabilizzare il Paese? Non possiamo andare in Europa a raccontare questa cosa, perché ci riamandano indietro con danni”.

Ma.Lau.

www.partitodemocratico.it

Acqua, in Italia cresce il consumo ma quasi la metà si perde per strada

Il rapporto dell’Istituto di statistica per la Giornata mondiale dedicata all’oro blu. In alcune regioni del Mezzogiorno, per assicurare una fornitura di 100 litri bisogna immetterne 180: la differenza va sprecata per le condizioni disastrate delle condotte. Con 152 metri cubi “prelevati” pro capite nel 2008 e un consumo per abitante di 92,5 metri cubi, l’Italia è uno dei campioni europei nel consumo di acqua a uso potabile. Negli ultimi dieci anni, prelievi e uso sono cresciuti dell’1,2%, soprattutto nelle regioni del Nord (Trentino, Alto Adige e Valle d’Aosta in testa), mentre il consumo cala al Sud con la Puglia che ha il valore più basso d’acqua erogata per abitante. Sono i dati forniti dall’Istat in occasione della Giornata mondiale dell’acqua istituita dall’Onu e celebrata il 22 marzo.

Considerando i consumi pro capite nei 27 Paesi dell’Unione europea per il periodo 1996-2007, l’Italia presenta valori superiori alla media europea (92,5 metri cubi pro capite annuo contro 85). In particolare, i consumi medi in Italia sono inferiori rispetto a Spagna (100) e Regno Unito (110), ma superiori a Paesi Bassi (73) e Germania (57). Sul territorio nazionale la distribuzione è molto eterogenea. Con 107,1 metri cubi per abitante, il nord-ovest si piazza al primo posto per consumi con circa 15 metri cubi in più rispetto al dato nazionale. I valori regionali più alti sono quelli della provincia autonoma di Trento (127,4 metri cubi per abitante) e della Valle d’Aosta (121,9). Il Centro presenta un valore di 96 metri cubi per abitante, con valori regionali compresi tra i 68,5 per abitante dell’Umbria e i 111,3 del Lazio.

Il Mezzogiorno è invece l’area geografica con la minore erogazione d’acqua potabile: il volume annuo per abitante è
pari a 80,6 e risente, anche in questo caso, di una forte variabilità regionale, con un valore massimo di 99,2 in Calabria e uno minimo di 63,5 in Puglia.

Dove viene potabilizzata – Rispetto al 1999, è aumenta la quantità di fornitura sottoposta a trattamenti di potabilizzazione: si è passati dal 26,3% al 32,2% con un aumento del 5,9%. Questo tipo di intervento dipende molto dalle caratteristiche idrogeologiche dei territori, delle fonti e dalla presenza o meno di acque sotterranee; le acque superficiali, infatti, devono essere sottoposte a trattamenti di potabilizzazione nella quasi totalità dei casi. Sardegna (89,2%) e Basilicata (80,5) sono le regioni dove viene potabilizzata la quota maggiore di acqua, mentre Lazio (2,9) e Molise (8,9) presentano i livelli più bassi. L’89,4% dell’acqua prelevata a uso potabile – circa 8,1 milioni di metri cubi – viene immesso nelle reti comunali di distribuzione.

Le reti colabrodo – Il problema principale in Italia rimane lo spreco. Secondo il rapporto dell’Istat, nel 2008 il 47% dell’acqua potabile è andata persa per garantire la continuità d’afflusso nelle condutture o per effettive perdite delle condutture stesse. Le maggiori dispersioni di rete, secondo l’Istat, sono in Puglia, Sardegna, Molise e Abruzzo dove, per ogni 100 litri d’acqua erogata, se ne immettono in rete circa 80 litri in più. Quelle più basse si riscontrano invece in Lombardia e nelle province autonome di Trento e Bolzano.

Meno sprechi in casa – A questo ‘spreco’ generalizzato corrisponde comunque un uso più attento della risorsa acqua fatto dai cittadini. Nel 2009 il consumo pro capite per uso domestico, dato dalla media dei 115 capoluogo di provincia, è stato pari a 68 metri cubi per abitante (186,6 litri al giorno), in calo dello 0,7% rispetto al 2008. In tutti i capoluogo di provincia con una popolazione superiore a 250mila abitanti c’è stata una diminuzione del consumo per uso domestico rispetto all’anno precedente, a eccezione di Milano dove si registra un incremento dell’1,5%. La contrazione dei consumi (secondo l’Istat ininterrotta a partire dal 2001) testimonia una maggiore attenzione all’uso della risorsa idrica su gran parte del territorio nazionale.

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Europa – Italia, un progetto alternativo per la crescita Presentato il contributo del Pd al Programma nazionale di riforme.

Due obiettivi: crescita del tasso di occupazione femminile al 60% in 10 anni (3 milioni di donne occupate in più) e l’innalzamento della specializzazione produttiva dell’Italia. Bersani: “Nel governo nessuno si occupa in questo momento di lavoro, di redditi, di servizi”. Fassina: “Facciamo proposte alternative alla politica economica del governo, per risanare le finanze pubbliche e rilanciare la crescita senza patrimoniali”.
92 pagine di proposte per far ripartire l’Italia: è il contributo del PD per il Programma Nazionale di Riforme che il governo dovrà presentare in aprile alla Commissione europea. Contributo che sentiamo come un dovere verso l’Italia perché, come ha detto Bersani “nessuno si occupa in questo momento di lavoro, di redditi, di servizi. Questioni che non da oggi sono senza presidio. Come partito di opposizione c’è sembrato giusto avanzare una proposta per il Piano nazionale di Riforme, anche perché i documenti del governo sono stati sin qui assolutamente insufficienti, ed è un problema, perché l’Italia arriva da un decennio di scivolamento, da una crisi dopo la quale rimonta meno degli altri”. Come se non bastasse siamo il Paese a più alto debito e a più bassa crescita, come ha ribadito durante l’incontro con le parti sociali, da Confindustria a sindacati: “So che c’è bisogno di nuove decisioni e non di uno sporadico dibattito. Bisogna dire ai mercati che siamo consapevole che ci stiamo attrezzando per risolvere gli squilibri”. A confrontarsi sul piano c’erano tra gli altri Susanna Camusso della Cgil e Luigi Angeletti della Uil.
Un piano corposo quello del Pd, perché serve “una profonda revisione delle politiche economiche” dei governo di centrodestra ed è persino “diventato troppo stretto il campo semantico del sostantivo ‘crisi’ per cogliere il passaggio di fase” come scrive nell’introduzione Stefano Fassina al documento, basato su analisi condotte dal dipartimento Economia del Pd.
Bersani stesso critica i governi di centrodestra che in Europa stanno imponendo una politica che non va lontano. Così il Pd rilancia le proposte dei partiti progressisti.
Quanto alle riforme interne da inserire nel Piano nazionale il leader PD ha annunciato la disponibilità del Pd ad un confronto in Parlamento sulle riforme economiche, da quella fiscale a quella del welfare. “Riforme vere, che diano dinamismo all’economia e che consentano di mettere insieme crescita e avanzo primario e controllo della spesa pubblica. Abbiamo presentato le proposte alle forze sociali e le proponiamo ora al governo perche’ le discuta con noi”.
Proposte sostenute da analisi che dimostrano come “gli obiettivi di finanza pubblica di medio periodo (2020) definiti dall’Ecofin il 15 Marzo scorso sono possibili e sostenibili soltanto in una strategia orientata alla crescita”, come ha sottolineato Fassina. Per raggiungerli il Pd propone “una strada alternativa agli indirizzi di politica economica prevalenti in Italia e tra i governi dell’Ue”. E, ha tenuto a rimarcare, senza “patrimoniali”.

L’INTRODUZIONE.
Come tutti i paesi membri dell’Unione europea e dell’area euro, l’Italia è tenuta a presentare in Aprile alla Commissione e al Consiglio dell’Unione una versione aggiornata del Programma di Stabilità e del Programma Nazionale di Riforma (National Reform Program, NRP). L’importanza di tali documenti è stata accresciuta dalla recente decisione di istituire un “Semestre europeo”, volto a migliorare il coordinamento ex-ante delle politiche economiche nazionali.
Il NRP si sviluppa ed inserisce nel quadro di stringenti vincoli sovranazionali. Coerentemente, il presente documento delinea concrete proposte di intervento nel rispetto di tali vincoli. Tuttavia, prima di indicare le linee guida delle riforme per l’Italia, riteniamo necessario forzare i confini codificati dei due documenti programmatici richiamati e premettere al NRP una valutazione critica delle scelte di politica economica europea e qualche indicazione alternativa.
L’Unione è segnata da profondi cambiamenti nella governance: dal semestre europeo ai meccanismi emergenziali per affrontare le difficoltà dei debiti sovrani, al salto di qualità nella regolazione e nella vigilanza dei mercati finanziari. Sono cambiamenti positivi, di grandi potenzialità, nel segno del rafforzamento della politica economica comune, nonostante le contraddizioni, in particolare la dominanza della dimensione intergovernativa e le linee generali di policy scelte da un Unione Europea trainata da governi di centro-destra.
Le scelte di policy tentano di rispondere alla grande recessione del 2008-2009, ai conseguenti squilibri nella finanza pubblica, all’accentuazione delle asimmetrie di competitività tra i paesi dell’Unione e, soprattutto, della moneta unica, e alle acute diseguaglianze sociali all’interno di ciascun paese.
In realtà, a nostro parere, le scelte fatte o in fieri aggravano i problemi e mettono a rischio i connotati sociali distintivi faticosamente tracciati nel corso della seconda metà del ‘900. In particolare, le politiche economiche restrittive adottate o proposte negli ultimi mesi (ad esempio, le misure sulle retribuzioni e le condizioni di lavoro contenute anche nella bozza del “Patto per la competitività” preparata dalla Presidenza del Consiglio Europeo e dalla Presidenza della Commissione) sono orientate ad un impossibile e deflattivo mercantilismo. Oltre che profondamente disgregative della coesione sociale, rendono ancor più incerto lo scenario macroeconomico europeo e, anziché attenuare le tensioni sui mercati finanziari, contribuiscono ad alimentarle.
Per salvaguardare il processo di unificazione e rigenerare l’economia sociale di mercato nell’Unione Europea si rende necessaria una profonda revisione delle politiche economiche definite dai governi di centro-destra. È urgente un radicale riorientamento, un cambio di paradigma, nella sua cultura economica prima ancora delle singole policy per costituire saldi legami tra sviluppo economico, equità sociale e riequilibrio territoriale e, per questa via, creare adeguate condizioni generali di benessere materiale, di progresso civile, di democrazia effettiva.
Il cambio di paradigma deve, innanzitutto, presiedere all’interpretazione dei movimenti in corso. È diventato troppo stretto il campo semantico del sostantivo “crisi” per cogliere il passaggio di fase. Ci sembra si debba ricondurre quanto avviene al terreno aperto, in larga misura inesplorato, di una “grande transizione” geo-politica, economica, demografica. Inoltre, riteniamo che, sia nell’analisi prevalente sia nell’individuazione delle exit strategies, siano del tutto sottovalutati i problemi legati alla domanda aggregata mondiale e alle cause di fondo della sua debolezza. A nostro avviso, uno dei fattori che più incide sulle condizioni della domanda e che, quindi, frena la crescita è l’aumento della diseguaglianza nella distribuzione del reddito, in particolare da lavoro, e della ricchezza. Un fenomeno che ha caratterizzato quasi tutti i paesi dell’OCSE, gli Stati Uniti in particolare, e che ha progressivamente compresso il potere d’acquisto delle famiglie, non soltanto le working families ma larghissime fasce delle classi medie. Insieme alle prospettive dell’economia, sono in gioco i pilastri delle democrazie delle classi medie costruiti attraverso i sistemi di welfare dopo la II Guerra Mondiale.
Negli anni precedenti la crisi, una risposta all’erosione del reddito disponibile dei lavoratori è stata data, soprattutto nei paesi anglosassoni, dall’espansione del credito al consumo. Il boom dei valori della ricchezza finanziaria e immobiliare ha contribuito a garantire il livello di consumi delle famiglie e ha permesso di coprire gli effetti di una tendenza pluridecennale di aumento della diseguaglianza che ha penalizzato i redditi bassi e medi. Ad una sorta di welfare finance è stato assegnato il compito impossibile di rimpiazzare i malconci e malconciati welfare state. È così che il riequilibrio forzoso della finanza dopo il collasso di Lehman Brothers ha lasciato anemiche le economie sviluppate le quali, in molti casi, hanno dovuto soccorrere con risorse pubbliche a debito il crollo di colossi della finanza privata.
La rilevanza della distribuzione del reddito ai fini della domanda interna delle economie mature e della crescita endogena è spesso ridimensionata in riferimento al rapido sviluppo nei paesi emergenti. Tuttavia, a noi pare che, nonostante le straordinarie potenzialità, tali aree, caratterizzate almeno nel medio periodo da livelli di consumo contenuti, non possano compensare la stagnazione dei consumi nelle economie sviluppate. Neppure possiamo realisticamente affidare ancora una volta il traino agli Stati Uniti, alle prese con acuti squilibri finanziari, economici e sociali e comunque “obbligati” a ridurre il loro deficit commerciale.
Per questa ragione pensiamo che l’Europa debba dotarsi di un “motore” autonomo di domanda e, abbandonare un’impostazione di politica economica restrittiva, dannosa sia per sé sia per gli equilibri mondiali. È chiaro che il motore autonomo non può essere alimentato da un ulteriore aumento dall’indebitamento pubblico e privato dei paesi dell’Unione. Per molti di essi questa strada è preclusa dalla presenza di stock di debito pubblico già molto elevati e aggravati dalla recente crisi.
Per uscire dalle prospettive di stagnazione ed elevata disoccupazione strutturale, in particolare giovanile e femminile, di fronte all’Europa ed evitare rischi seri per la moneta unica e, inevitabilmente, per l’assetto istituzionale, indichiamo quattro linee di policy, in larga misura condivise dai partiti progressisti europei:
1. Un’agenzia europea per il debito per acquistare i titoli dei paesi aderenti ed emettere titoli di debito europei (eurobonds) garantiti in modo collettivo;
2. Un piano europeo di investimenti per l’occupazione, l’ambiente e l’innovazione, alimentato dalle risorse raccolte attraverso l’emissione di eurobonds, l’introduzione di specifici strumenti fiscali a livello europeo, tra i quali la Financial Transaction Tax ed il rafforzamento della tassazione ambientale, oltre agli interventi della Banca Europea degli Investimenti e del fondo infrastrutturale “Marguerite”. Le linee di intervento dovrebbero seguire le indicazioni del Patto europeo per il lavoro e il progresso sociale, approvato dal Consiglio del PSE tenutosi il 2-3 Dicembre 2010 a Varsavia. Insomma, un piano per innalzare e riequilibrare la crescita delle diverse aree della moneta unica. Un piano complementare all’avanzamento del mercato interno come raccomandato dal “Rapporto Monti”. Un piano in controtendenza rispetto alla logica di “non interferenza” seguita negli ultimi anni le istituzioni comunitarie di fronte ai rischi di desertificazione industriale di intere regioni;
3. Uno “standard retributivo” europeo per coinvolgere i paesi in surplus nel processo di aggiustamento delle bilance commerciali. Lo standard retributivo implica una crescita delle retribuzioni reali in linea con la dinamica della produttività. In altri termini, i paesi caratterizzati da surplus commerciale sistematico e da dinamiche retributive al di sotto dello “standard” dovrebbero accelerare la crescita delle retribuzioni oltre la variazione della produttività per contribuire all’assorbimento degli avanzi con l’estero. Viceversa, i paesi in deficit con l’estero dovrebbero allineare l’aumento delle retribuzioni alla produttività e, soprattutto, attuare politiche per accrescerla;
4. Una più equilibrata distribuzione del reddito da lavoro, sia primaria (conseguita sul mercato del lavoro) che secondaria (sostenuta da interventi di welfare e fiscali) capace di restituire potere d’acquisto e sicurezza alle famiglie.

In tale contesto, inseriamo il Programma Nazionale di Riforme dell’Italia. Qui, proponiamo un’analisi dove, insieme a dati noti, sottolineiamo aspetti trascurati e letture in contro-tendenza. Ad esempio, misuriamo le performance del nostro Paese e delle regioni italiane non soltanto in termini di indicatori economici standard (Pil pro-capite, produzione industriale, ecc) ma anche in riferimento ad alcuni indicatori di “sviluppo umano”. Non è un vezzo analitico o una rincorsa delle mode del tempo. È condizione per capire meglio i nodi da affrontare e scegliere correttamente le priorità, la sequenza delle riforme in un contesto di risorse estremamente limitate. Inoltre, rigettiamo in paradigma duale assunto dal Governo Berlusconi per leggere i ritardi italiani: il Nord che funziona e ha bisogno solo di aggiustamenti; il Sud, completamente da ridefinire. Non è così. L’interruzione del processo di convergenza tra Sud e Nord del Paese è intrecciata ad una perdita ancor più significativa di competitività dell’intero sistema economico nazionale e delle sue aree più forti rispetto alla media dei Paesi dell’Unione europei.
Ad esempio, nel 1998, il Pil per abitante del Nord-Est era pari al 137% della media dell’Unione Europea a 27, mentre nel Meridione tale indicatore si fermava al 74%. Nel 2007, il Nord-Est scivolava al 125% della media UE, mentre il Meridione era al 70%. A nostro parere, l’esperienza degli ultimi trent’anni dimostra che il Sud e il Nord o crescono insieme oppure insieme declinano.
Le proposte di riforma delineate nel “nostro” NRP sono frutto dell’intenso lavoro programmatico definito nelle Assemblee Nazionali del Pd (Roma, Maggio 2010; Varese, Ottobre 2010; Roma, Febbraio 2011). La strategia di crescita sostenibile sul piano economico, sociale ed ambientale per l’Italia ha due obiettivi-guida, due driver sistemici e complementari, sollecitatori e bussola di tutte le riforme di settore:
1. l’innalzamento del tasso di occupazione femminile fino a raggiungere in un decennio il 60% (ossia circa 3 milioni di donne occupate in più rispetto ad oggi);
2. l’innalzamento della specializzazione produttiva dell’Italia.
Tali obiettivi guidano gli investimenti sulla conoscenza, gli interventi di politica industriale e fiscale, le riforme strutturali (in particolare, le liberalizzazioni, la riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni e la riqualificazione e la riduzione della spesa pubblica), gli investimenti per la logistica.
La strategia di riforme per l’Italia è molto ambiziosa. È tale non soltanto per i vincoli di carattere culturale, economico e sociale al cambiamento progressivo. È ambiziosa in quanto deve fare i conti con un impegnativo percorso di riduzione del debito pubblico. L’esito del dibattito sui criteri di convergenza del debito pubblico è estremamente rilevante per il nostro paese. L’Italia si trova infatti ad essere contemporaneamente uno dei paesi maggiormente indebitati e con le prospettive di crescita più lenta di tutta l’Ue.
Gli obiettivi di finanza pubblica di medio periodo (2020) definiti dall’Ecofin il 15 Marzo scorso sono possibili e sostenibili soltanto in una strategia orientata alla crescita. Per raggiungerli, proponiamo, quindi, una strada alternativa agli indirizzi di politica economica prevalenti in Italia e tra i governi dell’Unione Europea, senza misure di finanza straordinaria (patrimoniali o altri interventi one-off sulle imposte), ma centrata sulle riforme per l’innalzamento del potenziale della nostra economia nel quadro di una politica economica europea per il sostegno della domanda interna. Sono due condizioni necessarie. In Italia, l’aumento del tasso di occupazione femminile e l’innalzamento della specializzazione produttiva proposte nel “nostro” NRP possono generare, rispetto allo “scenario tendenziale”, un aumento medio annuo del PIL pari allo 0,5-0,6% con effetti positivi sia sulla velocità di convergenza che sugli sforzi necessari alla riduzione del debito. La strategia riformista qui tracciata consente, entro il 2020, una riduzione dello stock di debito in linea con gli obiettivi indicati dal recente Ecofin. Tuttavia, lo sforzo misurato in termini di avanzo primario risulta decisamente inferiore (circa un punto di Pil in meno). Inoltre, gli effetti di uno stabile innalzamento del PIL potenziale accelerano la velocità di abbattimento del debito nel lungo periodo rispetto allo “scenario europeo”: secondo la strategia riformista, il percorso di convergenza del debito pubblico verso il limite del 60% si può compiere in un orizzonte di circa 25 anni, mentre lo scenario europeo a tale data lascerebbe il rapporto sopra il 75%. Un’ulteriore, seppure realisticamente limitata, accelerazione della convergenza verso gli obiettivi di debito potrebbe essere ottenuta dall’alienazione di porzioni del patrimonio demaniale sia dello Stato che degli enti territoriali effettivamente alienabili.
In sintesi, proponiamo una strada percorribile orientata alla valorizzazione del lavoro per uno sviluppo sostenibile sul piano macroeconomico, sociale ed ambientale in Europa ed in Italia.
Il presente documento si basa su un lavoro di analisi svolto dal Dipartimento Economia e Lavoro del Pd in collaborazione con la Fondazione Italianieuropei. Si ringraziano tra gli altri per le osservazioni ed i contributi forniti, a titolo personale e senza coinvolgere le istituzioni di appartenenza: Gianpaolo Arachi, Luca Bianchi, Paolo Bonaretti, Emiliano Brancaccio, Fedele De Novellis, Carlo De Villanova, Stefano Fantacone, Ronny Mazzocchi, Salvatore Monni, Antonio Nicita, Giorgia Proietti-Rossi, Francesco Saraceno e Alberto Zanardi. Un ringraziamento particolare va a Massimo D’Antoni che ha svolto un ruolo di coordinamento scientifico.
Sommario completo del documento

Parte I. L’Europa e l’Italia
1. Rilanciare lo sviluppo economico, l’equità e la coesione sociale in Italia e in Europa
1.1 La salvaguardia dell’unità europea esige sviluppo, equità e coesione
1.2 La crisi, l’economia mondiale, l’Europa
1.3 La risposta alla crisi: la stabilizzazione della finanza pubblica non basta
1.4 Sostenere la crescita, correggere gli squilibri
1.5 I vincoli europei e la convergenza italiana
2. L’economia italiana tra bassa crescita e squilibri
2.1 La caduta della crescita potenziale dell’economia italiana
2.2 Verso un altro lost decade
2.3 Le conseguenze della bassa crescita sulle famiglie italiane e sulla bilancia commerciale
2.4. Affrontare la crisi, sostenere le imprese
2.5. Circoli viziosi della decrescita nel Mezzogiorno
2.6. Non solo un problema di crescita
2.7. La mancanza di crescita peggiora le finanze pubbliche
2.8. In conclusione

Parte II. Le politiche
3. Consolidare la finanza pubblica, riformare lo Stato
3.1 La riqualificazione della spesa pubblica
3.2 Il federalismo fiscale
4. Promuovere l’occupazione e la sicurezza
4.1 Lavoro e welfare: il contesto
4.2 Le politiche per l’occupazione e la sicurezza
5. Accrescere la competitività: produttività, investimenti e innovazione
5.1 Un fisco più equo ed efficiente
Le linee di riforma
5.2 Le politiche per i settori produttivi: innovazione, ambiente, crescita
Politiche per l’innovazione: gli strumenti
Ambiente, energia e green economy
Il Mezzogiorno
Un obiettivo strategico: l’agenda digitale
5.3 Le politiche per la concorrenza: il consumatore al centro
Le industrie a rete
I servizi, la distribuzione, le professioni
5.4. Scuola e università per migliorare il capitale umano e sociale
La scuola luogo di integrazione e coesione sociale: meno dispersione, più qualità
Un rilancio del sistema universitario

da www.partitodemocratico.it