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Bologna ricorda Marco Biagi "Da lui una lezione morale"

La moglie Marina partecipa alla deposizione di corone nella piazzetta, a due passi da casa, intitolata al giuslavorista. Il messaggio del presidente del Senato Renato Schifani: “La sua vicenda continui a essere un monito per tutti”: Sacconi: “Mirafiori e Pomigliano nel suo segno” A nove anni dall’omicidio di Marco Biagi, avvenuto la sera del 19 marzo 2002 in via Valdonica, sotto il portone di casa, per mano delle Nuove Brigate rosse, Bologna ricorda la figura del giuslavorista. Una biciclettata in serata, lungo l’itinerario che il professore era solito compiere dalla stazione quando rientrava da Modena, anticipata nel primo pomeriggio dalla deposizione delle corone in piazzette Biagi, a due passi da via Valdonica.

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ERRANI: ‘CONFRONTARSI SENZA IDEOLOGIE: E’ LA LEZIONE DI MARCO’

“Il modo migliore per ricordare Marco Biagi e’ confrontarsi sul lavoro seguendo il suo spessore scientifico e la sua capacita’ di modernizzazione: ci ha insegnato a farlo stando sempre fuori dalle ideologie”. Questo il ricordo del presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani, presente alla commemorazione, ha ricordato così Marco Biagi. Il presidente della Regione ha ribadito stima e affetto nei confronti della famiglia e della Fondazione, ricordando il sostegno della Regione alle attivita’ scientifiche.

Il Resto del Carlino 19.03.11

Vittime mafia, il giorno del ricordo Ingroia: "Un grande segnale"

A Potenza la 16esima edizione dell’iniziativa per ricordare le persone uccide dalla criminalità. Don Ciotti: “L’elenco è sempre più lungo, ma il nostro Paese se ne dimentica troppo in fretta”. Ingroia: “Ecco l’talia che crede nella giustizia e nella Costituzione”. Un elenco sempre più lungo, e un Paese dalla memoria corta. Così don Luigi Ciotti alla partenza del corteo con il quale si è aperta a Potenza la 16esima Giornata della Memoria, organizzata dall’associazione Libera 1 per ricordare le vittime della criminalità organizzata. “Il nostro Paese si è dimenticato troppo in fretta di tanti nomi di persone uccise dalle mafie – ha detto il sacerdote, responsabile nazionale dell’associazione – per questo ogni anno vogliamo leggere quello che, purtroppo, è un elenco sempre più lungo. Così come è importante che l’impegno sia di tutti i giorni perché la speranza e la libertà devono essere un impegno quotidiano”.

Ad aprire il corteo, partito da piazza Bologna e poi confluito nel piazzale antistante la Regione, c’erano Filomena Iemma e Gildo Claps, ovvero la madre e il fratello di Elisa, la 16enne di Potenza scomparsa il 12 settembre 1993 e il cui cadavere è stato rinvenuto un anno fa nel sottotetto di una chiesa. Migliaia le persone che hanno partecipato alla manifestazione, 80 mila secondo gli organizzatori, la metà secondo la Questura. Oltre a don Ciotti, anche l’animatore dell’organizzazione in Basilicata, don Marcello Cozzi. In corteo i parenti delle 900 vittime delle mafie i cui nomi sono stati elencati ieri sera in una veglia di preghiera e che sono stati ricordati anche oggi, al termine del corteo, prima degli interventi
finali. “Qui c’è gran parte dell’Italia buona – ha detto il presidente della giunta regionale della Basilicata, Vito De Filippo, in corteo con la moglie – e non possiamo non esserci anche perché, soprattutto nel Mezzogiorno, le infiltrazioni malavitose sono un freno straordinario alla crescita e allo sviluppo. Una nuova Italia non si può costruire senza l’impegno di tutti, ciascuno con le proprie responsabilità”.

Fra gli interventi che si sono avvicendati sul palco, anche quello del procuratore aggiunto di Palermo, Antonino Ingroia, già nei giorni scorsi vittima di un attacco da parte della maggioranza dopo il suo intervento sul palco di piazza del Popolo, a Roma, nel corso della manifestazione del 12 marzo in difesa di scuola pubblica e Costituzione. “Quello di oggi è un grandissimo segnale di un’Italia che crede nella lotta alla mafia, nei valori della Costituzione, della libertà e della giustizia”, ha detto Ingroia, che poi, incalzato dai cronisti, ha ribadito la sua posizione in merito alla riforma della giustizia varata dal governo: “Quando ci ritroveremo con una magistratura indifesa e inefficiente non si dica che noi non lo avevamo detto”.

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"Crisi politica. Ecco perché siamo caduti così in basso", di Vincenzo Visco

Perché ha vinto sempre il Cavaliere? È che con la crisi della prima Repubblica si è aggirato il tema vero: una ristrutturazione profonda del sistema di potere. Molti si chiedono in questi giorni come abbiamo fatto a cadere così in basso, come è possibile che accada ciò che accade. Si tratta di domande cui tutti dovremmo cercare di rispondere. A ben vedere uno degli aspetti singolari delle vicende attuali consiste nel fatto che i protagonisti di oggi sono in buona misura gli stessi che già operavano nei governi della «prima Repubblica» o loro collaboratori e sodali. Ciò è vero per il capo del Governo per alcuni ministri e persino per i faccendieri in attività, alcuni dei quali presenti non solo negli elenchi della P2, ma anche nelle cronache politicogiudiziarie del passato in quanto collegati alle vicende SindonaCalvi, o al riciclaggio di capitali, o alla mafia, alla camorra, alla banda della Magliana… In altre parole la seconda Repubblica appare come una prosecuzione distorta della prima; la vicenda di tangentopoli non è servita né a superare il malaffare di allora né tanto meno a creare una nuova classe dirigente come molti speravano potesse avvenire. La decadenza etica e politica che quella vicenda rendeva esplicita è continuata, anzi si è incrementata. Non vi sono anticorpi in azione né si vede capacità di riscossa, al contrario il Paese sembra avviato su un sentiero di decadenza economica e morale senza precedenti.
Ciò certifica evidenti fallimenti politici le cui origini vanno indagate e comprese. Molti sarebbero orientati a sottolineare che con le rivolte giustizialiste non si fanno riforme né si ricostruisce uno Stato e che anzi si creano le premesse per nuovi e più gravi disastri, ma si tratta di una spiegazione per così dire «tecnica» ( nel senso che normalmente ciò è quello che si verifica in questi casi) e parziale. Il fatto è che le forze che potevano in teoria opporsi ad una deriva degenerativa non sono state all’altezza del loro compito per insufficienze culturali e politiche, ma soprattutto perché non avevano la stessa interpretazione della vicenda italiana e del percorso di necessaria modernizzazione del Paese, e comunque non ne avevano una adeguata. Necessità già evidente negli anni ’70 (come bene aveva capito Moro) ma mai analizzata con consapevolezza e mai tematizzata esplicitamente, tanto che le pulsioni libertarie e progressiste (ancorché confuse) del ’68 furono lasciate degenerare prima nel massimalismo e nel terrorismo, e poi rifluire nell’individualismo rinunciatario del cosiddetto «edonismo reaganiano» di cui oggi viviamo la degenerazione finale , e nel corrompimento (ben più grave della corruzione stessa) delle classi dirigenti, oggi,addirittura imbarazzanti nella loro incompetenza e mediocrità.
All’origine di tutto ciò vi è probabilmente la situazione di democrazia bloccata in cui il Paese è vissuto per 50 anni e le divisioni radicali che essa provocò e che continuano ancora oggi ad essere riproposte, sia pure strumentalmente, creando diffidenza e condizionamenti. E a questo proposito grandi sono le responsabilità della sinistra (il Pci, ma non solo) per non essere stata in grado di affrontare per tempo in modo esplicito e trasparente i temi di una inevitabile evoluzione e cambiamento. Forse non era possibile, ma nei fatti i ritardi sono stati esiziali per il paese: l’assenza di alternativa ha creato un vuoto politico che ha facilitato la degenerazione della politica delle maggioranze di governo di allora sicure della propria forza e impunità. Successivamente, dopo il 1989, l’evoluzione vi è stata, in alcuni casi anche molto accelerata, ma essa non è mai stata tematizzata e quindi ha spesso creato confusione, oltre ad apparire sempre, e al tempo stesso, o insufficiente o eccessiva. Si sono così manifestate in modo chiaramente contraddittorio sia posizioni del tutto irragionevoli (soprattutto da parte sindacale) sia una acquiescenza acritica alle posizioni neoliberiste dominanti.
Al tempo stesso, dopo tangentopoli, la parte più consapevole del mondo cattolico ex Dc, pur condividendo la necessità di un nuovo equilibrio politico e di nuove alleanze, non si è posta il problema della necessità di compiere una analisi organica ed esplicita della degenerazione dei partiti di governo nella prima repubblica per trarne le necessarie conseguenze politiche; al contrario in non molti casi si è condivisa la tesi, se non del «complotto» dei giudici, di un loro eccessivo interventismo nel campo della politica. Né si volle approfondire il rapporto sempre più stretto tra crisi dei partiti, corruzione, abusi nell’economia pubblica, e lassismo tollerato in quella privata, che si traducevano nel clientelismo assistenziale, in rapporti ambigui con settori coinvolti nella illegalità, nella tolleranza dell’evasione fiscale, ecc. Le conseguenze sono state evidenti nella difficoltà di individuare una linea comune interamente condivisa all’interno del centrosinistra. In sostanza, dopo la crisi della prima Re-
pubblica sarebbe stato necessario affrontare il problema di una ristrutturazione consapevole del sistema di potere profondo che ancorché indebolito, rimaneva sempre lo stesso. Ciò non è avvenuto perché da un lato questa consapevolezza non vi è stata, o si è pensato di risolvere il problema con qualche privatizzazione o liberalizzazione, e dall’altro vi era chi riteneva che tutto sommato il sistema di potere andava bene così come era. In conseguenza il centrosinistra è andato al governo, ma non ha mai condiviso il potere, quello vero.
Tutto questo «non detto», non esplicitato, non «elaborato» ha contribuito inoltre a rendere conflittuali le coalizioni di governo e a complicare il lavoro di opposizione in un contesto di diffidenza reciproca che neanche la confluenza in un unico partito ha consentito (finora) di superare. L’esempio più evidente di questa situazione si può riscontrare nella contrapposizione artificiale tra tradizione social-democratica e liberal-democratica che viene spesso riproposta, come non fossero ambedue parte della tradizione della sinistra italiana.
Un ulteriore contributo è venuto da leggi elettorali che costringono a tenere insieme e a dare rappresentanza ad ogni spezzone di ceto politico che appaia capace di portare un contributo di voti contribuendo così alla delegittimazione della politica e al-
la confusione generale, e creando un’alternativa impossibile tra grandi ammucchiate velleitarie e improbabili aspirazioni egemoniche.
Né dalla cosiddetta società civile sempre evocata e da cui giustamente ci si aspettava una spinta al rinnovamento, è venuto un contributo utile: sempre ipercritica, polemica, insoddisfatta, pronta a rivendicare la sua presenza e il suo ruolo, ma ormai disposta a «sporcarsi le mani» nella politica di tutti i giorni, per quello che essa è. Dal canto loro i partiti non hanno mai considerato utile aprirsi veramente all’esterno, nonostante l’evidente discredito accumulato progressivamente. Sono così nati nuovi movimenti e partiti tutti intenti a fare il free-riding nella casa del vicino, piuttosto che a svolgere consapevolmente la loro funzione magari strumentalizzando lo strumento delle primarie. Le contrapposizioni personali hanno fatto il resto.
Stando così le cose non è sorprendente che Berlusconi possa aver vinto e governato per tanto tempo portando il Paese all’impantanamento attuale. È possibile superare questa situazione? Certamente ma non sarà compito né facile né di breve durata.

L’Unità 19.03.11

"Dialogare senza temere l'anima integralista dell'Islam", di Miguel Gotor

Le prossime ore potranno segnare l’inizio di un’azione militare dalle imprevedibili conseguenze ed evoluzioni nel Mediterraneo, a poche centinaia di chilometri dall’Italia. Dopo tanto esitare il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha votato a favore della no-fly zone sulla Libia per impedire agli aerei di Gheddafi di bombardare i civili. Resta il rammarico per una decisione giusta, ma tardiva, che avviene quando il dittatore ha rafforzato le sue postazioni riducendo gli insorti ai minimi termini. Per questa ragione, rendere effettiva la risoluzione dell’Onu si rivelerà più complicato e rischioso di quanto sarebbe potuto avvenire se essa fosse stata presa all’indomani dello scoppio della rivoluzione del 17 febbraio, nei giorni in cui Gheddafi era sulla difensiva.

È sempre gravoso adottare simili provvedimenti, ma le coscienze democratiche, come ha ricordato il presidente della Repubblica Napolitano, non potevano continuare a rimanere indifferenti «rispetto alla sistematica repressione di fondamentali libertà e diritti» avvenuta in Libia. Non è possibile pensare che le incertezze che hanno accompagnato la decisione dell’Onu scompaiano all’improvviso così come gli interessi che le hanno motivate ma, sul piano politico, è fondamentale il sostegno della Lega Araba e, su quello militare, sarà necessario il coordinamento della Nato.
Il risultato è il prodotto della pressione congiunta di diverse tendenze. Da un lato, la prudenza della leadership americana, che vive la difficoltà di dover aprire un nuovo fronte dopo quello afghano e iracheno. Fra l’interventismo unilaterale dell’amministrazione Bush e l’attendismo multilaterale di Obama era necessario trovare un punto medio di sensibilità e di azione che speriamo non sia stato individuato quando ormai è troppo tardi. Dall’altro, il protagonismo francese, motivato da una propensione libertaria propria della cultura transalpina, ma anche mosso da un antico riflesso coloniale a tutela dei propri interessi nella zona e pronto ad approfittare della situazione per riconquistare posizioni perdute nella seconda metà del 900 su quel fronte a vantaggio dell’Italia. Infine, la mediazione inglese, che dopo l’indigestione di protagonismo internazionale dell’era Blair, è apparsa più cauta ma sempre sintonizzata con l’alleato statunitense. La Germania rifiuta ogni coinvolgimento, l’Italia, nel rispetto della Costituzione, farebbe bene a sostenere l’azione e a impegnarsi a garantire i limiti e i compromessi da cui è scaturita: l’obiettivo è quello di ottenere il cessate il fuoco, d’interrompere la carneficina, di obbligare Gheddafi al negoziato.
In questo mese sono stati commessi due errori. In primo luogo, ha pesato la scarsa conoscenza della Libia: chi ha vagheggiato un effetto domino democratico che potesse estendersi dalla Tunisia all’Egitto ha confuso la realtà con i desideri. Il paese è vasto, ricco di petrolio e scarsamente popolato, e i suoi abitanti non versano nell’indigenza come altrove. La Libia ha una struttura tribale in cui non è possibile individuare un ruolo autonomo dell’esercito come in Egitto o quello di un’opposizione politica costituita come in Tunisia. L’unica opposizione che prescinde dalla lotta clanica è quella islamica che si è infiltrata da tempo in Cirenaica: con questa delicata realtà bisognerà confrontarsi.
In secondo luogo, si continua a sottovalutare un aspetto decisivo sul quale si gioca gran parte della credibilità del mondo occidentale. La democratizzazione del mondo arabo è una richiesta giusta, ma obbliga, volenti o nolenti, a fare i conti con l’Islam politico e va sostenuta non solo a parole, ma anche con i fatti. Il limite della nostra azione è nella contraddizione che c’è fra la lotta all’islamismo (erroneamente derubricato, senza distinzioni di sorta, sotto la specie del terrorismo e dell’ideologia dello scontro fra civiltà) e la richiesta di una democratizzazione del mondo arabo. Ma noi esitiamo, impauriti dallo “spettro khomeinista”, e non scommettiamo su di loro perché temiamo il prevalere di un’anima integralista. Un esito possibile, ma non scontato.
Lo scenario che oggi abbiamo davanti è ricco d’incognite, ma l’Occidente, e in particolare l’Europa, hanno la possibilità di dimostrare che i propri interessi non sono meglio tutelati da un dittatore sanguinario, ma dall’apertura di un processo democratico, che deve trovare un attivo sostegno e non la nostra cinica indifferenza sul filo di un realismo privo di ideali. Non farlo sarebbe la vera sconfitta politica, culturale e civile.

La Stampa 19.03.11

"La pausa obbligata sul dilemma atomico", di Giovanni Valentini

Nel tiro incrociato di cifre, dati, informazioni tecniche o scientifiche, tesi contrapposte e suggestioni emotive sulla questione nucleare, alimentato in questi giorni dagli opposti integralismi che la catastrofe giapponese ha riacceso, c´è una verità fondamentale che la cortina fumogena della guerra mediatica e psicologica tende a occultare o rimuovere. E cioè che il disastro dello tsunami, combinato con l´incubo atomico, preceduto dalla crisi finanziaria globale e coniugato con il caos libico, impone oggi a tutti – e non solo al popolo del Sol Levante – la necessità di modificare uno «stile di vita» che appartiene alla società dell´opulenza e dello spreco.
Non certo, beninteso, per rinnegare lo sviluppo e la modernità. Ma piuttosto per adottare quell´«etica dei consumi» che Zygmunt Bauman, uno dei più noti e influenti pensatori al mondo, invoca contro gli effetti della bomba demografica: a cominciare, quindi, proprio dai consumi energetici che condizionano il sistema economico, quello industriale e purtroppo anche quello ecologico.
Il fatto è che noi occidentali, cittadini dei Paesi più sviluppati e progrediti, generalmente utilizziamo e sprechiamo troppa energia, ben oltre il fabbisogno effettivo. E perciò, piaccia o meno, dobbiamo imparare innanzitutto a ridurne o contenerne il consumo, come del resto anche per l´acqua.
Si può discutere quanto si vuole di nucleare, petrolio, gas, carbone o rinnovabili, ma la prima fonte immediatamente disponibile è il risparmio energetico: inteso non solo come minor consumo (troppe luci inutili e troppi apparecchi elettrici accesi; troppo trasporto privato rispetto a quello pubblico; troppo riscaldamento e troppa aria condizionata perfino nelle palestre, dove normalmente si va per sudare); quanto il risparmio come efficienza, ricerca e innovazione tecnologica. Bisogna uscire, insomma, dall´era della «società energivora» che distrugge l´ambiente, minaccia la salute collettiva e rischia di provocare la fine del pianeta, per progredire verso una civiltà eticamente più responsabile ed equa.
Fa specie perciò che in un recente editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, intitolato «La paura e la ragione», nel mix delle fonti utilizzabili non vengano citate neppure una volta quelle rinnovabili. Evidentemente, la paura non offusca la ragione solo ai nemici dell´atomo. A volte, il cinismo sviluppista riesce a superare anche il fondamentalismo antinucleare, in una corsa irrazionale verso l´autodistruzione che sembra evocare la profezia dell´Apocalisse.
Ben venga, allora, la «pausa di riflessione» sul dilemma atomico annunciata dal ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani. E auspicata ancor più autorevolmente dal presidente dell´Agenzia per la sicurezza nucleare, l´oncologo Umberto Veronesi. A patto, però, che da parte del governo questa non sia una mossa tattica, una scelta diversiva, un espediente mediatico per far calmare le acque delle polemiche o peggio – come traspare dalle incaute confidenze attribuite all´evanescente ministro dell´Ambiente, Stefania Prestigiacomo – per non rischiare di «perdere le elezioni».
Per quanto tardivo, opportunistico e dunque sospetto, il ripensamento della maggioranza è comunque apprezzabile. La questione nucleare, riproposta così drammaticamente dalla catastrofe giapponese, è troppo seria e vitale per eludere l´obbligo morale del dubbio o dell´incertezza. Non si tratta qui di esorcizzare un tabù, ma piuttosto di non immolare il futuro dell´umanità al totem di un malinteso sviluppo a ogni costo.

La Repubblica 19.03.11

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“Non cambio idea”, di UMBERTO VERONESI

La politica per sua natura può avere ripensamenti, la scienza deve invece pensare più a fondo. Così ho molto apprezzato l´articolo di Francesco Merlo di ieri, perché mi invita a precisare la mia posizione sul nucleare.
E lo faccio pur rendendomi conto che il sovrapporsi delle dichiarazioni, l´inevitabile intreccio fra politica, cronaca e scienza di fronte a un disastro come quello giapponese, e lo sgomento generale che ci attanaglia, rendono molto difficile esprimere posizioni chiare. Il punto è molto semplice: io sono uno scienziato e il presidente dell´Agenzia per la sicurezza del nucleare. Non mi occupo di referendum, non leggo i sondaggi di nessun tipo e quindi neppure quelli che Merlo definisce “di cortile”. Dunque ciò che appare come un ripensamento è invece l´esito di una riflessione. Studiando il più lucidamente possibile la dinamica di Fukushima ho pensato che ci troviamo di fronte al primo grave incidente di progettazione nucleare della storia, quindi di strategia. Gli altri due incidenti significativi, Chernobyl e Three Mile Island, sono stati infatti causati da un errore umano. Per Chernobyl più che di errore dovremmo parlare di follia. Ma anche negli Stati Uniti fu un errore dei tecnici a causare la fusione del nocciolo, che fortunatamente non causò nessuna vittima.
Va detto subito che sull´errore umano si può intervenire migliorando la preparazione, l´addestramento e le condizioni di lavoro. Un po´ come si fa con i piloti d´aereo. Invece a Fukushima non c´è stato nessun errore riconducibile al personale addetto, ma un errore di progettazione: le centrali non erano programmate per resistere a uno tsunami della portata di quello scatenatosi la scorsa settimana. Le fonti tecniche dicono che la progettazione teneva conto di tsunami di intensità minore. Ma questa è comunque una mancanza perché nel costruire una centrale nucleare sul Pacifico non si può non tenere conto della massima potenza delle forze del mare e della Terra. Non è una giustificazione il fatto che erano centrali attivate quarant´anni fa, e che erano quindi alla fine del loro ciclo vitale.
La lezione che credo dobbiamo trarre da Fukushima è che non possiamo non rivedere la strategia nella progettazione degli impianti nucleari. Il che non vuol dire ripensare o tornare sui propri passi, ma capire il problema alla radice, avere il coraggio di riconoscerlo e sforzarci di superarlo. Se è vero – ed è scientificamente vero- che senza l´energia nucleare il nostro pianeta, con tutti i suoi abitanti, non sopravviverà, non dobbiamo fare marcia indietro, ma andare avanti, ancora più in là, con la conoscenza e il pensiero scientifico. Dobbiamo pensare al futuro tenendo conto che petrolio, carbone e gas hanno i decenni contati e che sono nelle mani di pochissimi Paesi,che possono fare delle fonti di energia strumento di ricatto economico e politico; che stiamo avvicinandoci ai 7 miliardi di persone sulla Terra, con consumi sempre maggiori di energia; che le altre fonti di energia, le rinnovabili, hanno grandi potenzialità, ma per alcune non abbiamo le tecnologie che rendano accessibili i costi di trasformazione e globalmente non sono sfruttabili in modo tale da assicurare la copertura del fabbisogno. La scelta dell´energia nucleare è dunque inevitabile e il nostro compito è ora quello di garantirne al massimo la sicurezza per l´uomo e l´ambiente. Abbiamo per anni sostenuto che gli impianti di ultima generazione sono sicuri e con un rischio di incidente vicino allo zero. Oggi il Giappone ci impone di riconsiderare criticamente questa convinzione. Molti si domandano se il modello delle centrali nucleari di grossa taglia, come sono oggi tutte quelle del mondo, sia quello da continuare a realizzare; oppure se non è possibile ed opportuno considerare l´adozione di reattori più piccoli e modulari : una rete di minireattori. Alcuni di questi modelli progettuali sono già in produzione e dovremo studiarne a fondo le caratteristiche e la fattibilità.
La tragedia giapponese ci impone inoltre di pensare fuori dalle logiche nazionali. E´ evidente ora che i piani energetici devono essere discussi a livello internazionale. In Italia ci troviamo nella circostanza favorevole di partire da zero e quindi di poter scegliere, senza fretta, il modello strategico migliore.

La Repubblica 19.03.11

"150°, Napolitano si commuove "L´umiltà guidi chi serve lo Stato". Torino, Cota fischiato anche dai bambini. È polemica", di Umberto Rosso

Elogio del «dovere dell´umiltà», primo requisito per gli uomini che guidano le istituzioni. Chi governa, a qualunque livello, farebbe bene poi ad ispirarsi ad un principio: non concentrare «troppi poteri» nelle proprie mani. Quando infine arriva il momento di cedere il passo, lasci, senza incollarsi alla poltrona. E´ con questo richiamo, giusto mentre Berlusconi annuncia che lui il potere non lo lascerà mai nelle mani dei comunisti, che Giorgio Napolitano sbarca a Torino. Seconda tappa delle celebrazioni per i 150 anni, travolta dall´entusiasmo per lui lo accoglie la prima capitale dell´Italia unita. E lui, felice, ricambia: protocollo stravolto, ferma più volte il corteo presidenziale, va a salutare grandi e piccini con le bandiere, superlavoro per gli addetti alla sicurezza. Il leghista governatore Cota che va a riceverlo invece si becca i fischi, perfino di una classe di bambini di elementari. La maestra rivendica, «giusto protestare contro il secessionismo», il Pdl e la Lega si indignano e ne fanno un caso di strumentalizzazione degli alunni, «è disgustoso».
Però a Torino l´aria che si respira è di festa di popolo e di entusiasmo tricolore. «E´ successo qualcosa, uno scatto d´orgoglio nel sentimento nazionale, esattamente quello che volevamo», è la fotografia che il capo dello Stato può consegnare all´album della Repubblica a 48 ore dall´avvio dei festeggiamenti. E sarà forse anche «colpa» di un clima così se la voce di Giorgio Napolitano si spezza e si incrina quando al Teatro Regio (che rumoreggia e protesta quando Cota rilancia il diritto di boicottare la festa per i 150 anni) pronuncia l´accorato appello in nome dell´umiltà.
Riprende le parole che, il giorno prima, aveva già pronunciato in Parlamento ma c´è un surplus. Si rivolge a Sergio Chiamparino, il sindaco di Torino giunto alla scadenza del secondo mandato e che lascia l´incarico con molti riconoscimenti per il lavoro compiuto per la città. Ma la lezione è più generale. «Io – ricorda Napolitano – ero perplesso quando nella legge per l´elezione diretta dei sindaci si stabilì il limite dei due mandati. Ma attribuendo una somma di grandi poteri al sindaco, fu l´obiezione, era opportuno che non si esagerasse troppo». Ora, a distanza di anni, riconosce: «E´ stato un bene introdurre il limite e prendere quella decisione. E´ una prova in più del senso di umiltà che deve guidare chiunque assolve doveri istituzionali importanti nel nostro paese». E si commuove. Il teatro scatta in piedi, un´ovazione. «Auguri a Chiamparino – chiude Napolitano – che passa la mano a chi il popolo eleggerà». E il pensiero corre invece al presidente del Consiglio che ha appena annunciato che lui di mollare non ha alcuna intenzione, resistenza ad oltranza contro il pericolo dei comunisti che ancora si aggira sul Belpaese.
Oggi comunque è ancora giorno di festa e non di polemiche. Dopo Roma, con Napolitano che ricorda la straordinaria accoglienza ricevuta due giorni fa, e con Alemanno che in sala ringrazia, l´omaggio a Torino, «non solo la prima capitale del regno d´Italia ma anche la guida del movimento risorgimentale, con il conte Camillo Benso di Cavour e il ruolo decisivo di Vittorio Emanuele II». Napolitano visita l´appena restaurato Palazzo Madama, il primo Senato, dove il regno unitario vide la luce. Oggi, in metropolitana, andrà al Lingotto, al museo dell´automobile che ha riaperto i battenti e dove Sergio Marchionne gli presenta gli ultimi modelli Fiat. E da domani, stavolta in treno, a Milano a celebrare le Cinque giornate.

La Repubblica 19.03.11

"La Cina supera gli Stati Uniti e diventa (anche) il primo produttore manifatturiero mondiale", di Stefano Natoli

Cina, un sorpasso tira l’altro: ora Pechino è anche il primo produttore manifatturiero mondiale (Corbis). Dopo il sorpasso sul Giappone, che le ha ceduto il secondo posto nell’economia mondiale, nel 2010 la Cina ha strappato agli Stati Uniti il titolo di maggiore produttore manifatturiero mondiale. A certificarlo è un’analisi di Global Insight, che incorona Pechino leader con una produzione manifatturiera pari al 19,8% di quella mondiale a fronte del 19,4% di quella americana. La produzione manifatturiera cinese è salita da 1.690 miliardi di dollari nel 2009 a 1.995 miliardi di dollari nel 2010, risultando «più grande dei 1.952 miliardi di dollari degli Usa, la cui economia è quasi tre volte quella cinese».

I settori manifatturieri americano e cinese sono ognuno circa il doppio di quello giapponese, il terzo maggior produttore al mondo, e tre volte la Germania. In termini di produttività, però, gli Usa continuano a primeggiare sulla Cina: «con 11,5 milioni di addetti il settore manifatturiero americano produce circa lo stesso valore di quello cinese, che vanta 100 milioni di addetti».

A febbraio, tuttavia, l’attività manifatturiera cinese ha proseguito nel suo movimento di rallentamento iniziato nel mese di dicembre: l’indice Pmi dei manager agli acquisti pubblicato dalla banca Hsbc é sceso da 54,5 a quota 51,7. Questo dato «ha confermato che la crescita del settore manifatturiero si sta placando», ha detto il capo economista presso la banca britannica, Qu Hongbin. Che ha aggiunto: «Questa però é una buona notizia dal momento che una crescita più lenta é utile per controllare l’inflazione».

La lotta all’inflazione fra le priorità del governo
Inflazione che rimane una preoccupazione costante per le autorità di Pechino. Chiudendo l’Assemblea Nazionale del Popolo, assise durante la quale è stato approvato il dodicesimo piano quinquennale di sviluppo economico e sociale, il premier Wen Jiabao, ha infatti inserito il controllo dei prezzi nelle priorità di politica economica del governo per il 2011. Wen ha paragonato l’inflazione a una tigre: «una volta che scappa, è difficile catturarla di nuovo». Considerando anche il potenziale impatto degli sviluppi in Asia occidentale e nel Nord Africa, che sta mettendo sotto pressione i prezzi del greggio: «L’inflazione importata – ha detto il premier – è qualcosa che non possiamo controllare facilmente. Al tempo stesso stiamo affrontando un’inflazione strutturale a causa della crescita del costo del lavoro e dell’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Dobbiamo prestare la massima attenzione a questi problemi e cercare di risolverli».
A febbraio, comunque, l’inflazione è rimasta stabile al 4,9%, anche se l’indice dei prezzi alla produzione – che segna un +7,2% – segnala una tendenza al rialzo che potrebbe determinare un’ulteriore pressione inflazionistica nei prossimi mesi rendendo necessaria una stretta di politica monetaria.

Il Sole 24 Ore 19.03.11