Latest Posts

"Caro bebè, quanto ci costi il primo anno di vita è un salasso", di Monica Rubino

Indagine Federconsumatori sugli aumenti delle spese per mantenere un bambino nei primi 12 mesi. Le cifre sono da capogiro: si va da un costo minimo di 6.119 euro ad un massimo di 13.486. La nascita di un bambino è sempre un lieto evento che, però, comporta per le famiglie costi da non sottovalutare. Il calcolo arriva da Federconsumatori che ha effettuato un’indagine a livello nazionale sugli aumenti delle spese per mantenere un bambino nel primo anno di vita. Le cifre sono da capogiro: si va da un costo minimo complessivo di 6.119 euro ad un massimo di 13.486, con un aumento rispetto al 2010, rispettivamente del 5% e del 4%. I prodotti in cima alla lista nera? Il biberon, il bagnetto la culla e tutto ciò che è necessario per l’igiene, dai pannolini alle salviette umidificate.

GUARDA LA TABELLA 1

Aumentano i beni primari. I rincari rilevati da Federconsumatori fanno riferimento a beni di consumo primari nella vita di un bambino come ad esempio il latte, le pappe o i pannolini. Entrando nel dettaglio, se per i pannolini bisogna mettere in conto fra i 600 e i 990 euro l’anno (in aumento del 3% rispetto al 2010), per pappe e latte la spesa varia fra 1.458 e 3.250 euro. Il caro-bebè riguarda anche i biberon: una confezione da quattro bottiglie che nel 2010 si pagava dai 22 ai 36 euro, nel 2011 costa da 28 a 44 euro (con una variazione rispettivamente del 27% e 22%). Costa di più anche lo sterilizzatore: lo scorso anno il prezzo variava tra i 47 e i 79 euro mentre oggi per acquistarlo sono necessari dai 49 agli 86 euro (con una variazione rispettivamente del
4% e 9%).

Sogni d’oro. In aumento anche le culle, passate dai 170-410 euro del 2010 ai 182-419 euro del 2011, e i lettini, che nel 2010 costavano 240-710 euro e quest’anno vanno da un minimo di 255 a un massimo di 729 euro. In salita anche il prezzo della sdraietta: dai 77-93 euro del 2010 ai 79,90-108 euro del 2011 (con una variazione rispettivamente del 7% e 16%). Infine, neanche il ciuccio è riuscito a sfuggire al trend negativo. L’oggetto consolatorio per eccellenza, infatti, è passato dai 26-44 euro del 2010 per una confezione da quattro pezzi ai 30-45 euro di quest’anno (con una variazione rispettivamente del 15% e 2%).

Pulizia. L’aumento di creme, salviette, pannolini, bagnetto e fasciatoio rendono decisamente più cara la pulizia dei bambini. Di particolare rilievo, l’incremento del fasciatoio e del bagnetto: il primo è passato dai 69-330 del 2010 ai 75-349 euro del 2011 (con una variazione rispettivamente del 9% e 6%). Vera impennata per il bagnetto: oggi costa tra i 29 e gli 89 euro mentre nel 2010 costava tra i 24 e i 75 euro (con una variazione rispettivamente del 21% e 19%).

Bimbi in movimento. Se il rincaro nell’ultimo anno di passeggini, carrozzine o seggiolini auto non arriva a percentuali molto elevate, non possiamo però non evidenziare il peso che certi prodotti hanno nel budget complessivo delle famiglie. Per un passeggino, infatti, occorre spendere fra i 159 e i 425 euro mentre per il seggiolino auto fra 146 e 213 euro. “Per risparmiare – spiega Federconsumatori– consigliamo di acquistare i cosiddetti ‘tris’, ovvero carrozzine che, a seconda di come vengono regolate, si trasformano in passeggino o ovetto per l’auto. Questa tipologia di accessori può costare tra i 329 e i 650 euro”.

La salute prima di tutto. Per le visite mediche si va da 740 a 1.750 euro l’anno anche se questo dipende dalla possibilità di avere un buon pediatra pubblico 2. “Purtroppo – sottolinea Federconsumatori- i dati confermano che raramente i medici del Servizio sanitario nazionale fanno visite a domicilio e così i genitori sono per lo più costretti a chiamare pediatri privati il che equivale a spese molto ingenti, mai inferiori a 125 euro”.

Asili nidi e baby sitter. Il rientro delle mamme a lavoro è poi un vero problema economico. Più di tre famiglie su dieci, infatti, sono costrette a chiedere aiuto a nonni e parenti, o a pagare salato per un asilo nido privato (viste le lunghissime liste di attesa dei nidi pubblici 3) o una babysitter a tempo pieno. Un mese a tempo pieno in un asilo nido privato, infatti, costa da 480 a 700 euro, mentre una baby sitter costa dagli 8 ai 9 euro l’ora.

Bonus bebè. Per aiutare le famiglie a sostenere tali costi il governo, attraverso un accordo con l’ABI, ha predisposto una misura di sostegno alle famiglie che hanno avuto un figlio o che lo hanno adottato nel 2009, 2010 o 2011. Tale misura però, a differenza del Bonus Bebè degli scorsi anni, che consisteva in un contributo a fondo perduto (ad es. in Finanziaria 2006 era previsto un assegno una tantum di 1000 euro), ora consiste in un finanziamento fino a 5mila euro (il Fondo per i nuovi nati 4), utilizzabili per qualsiasi tipo di spesa, e da rimborsare in cinque anni. Si tratta dunque di un prestito a tutti gli effetti più che di una misura a favore delle famiglie. “In un periodo di crisi come questo – conclude Federconsumatori – che sta mettendo a dura prova le famiglie noi chiediamo che venga ripristinato un reale Bonus bebè di almeno 1000 euro”.

www.repubblica.it

Giornata della memoria delle vittime della mafia, Bersani scrive a Don Ciotti

Delegazione PD a Potenza. Il segretario PD: “Serve il contributo di tutti per liberare l’Italia dall’ipoteca mafiosa. Libera dimostra che i risultati si possano cogliere con la fermezza, non dobbiamo abbassare la guardia”. Una delegazione del Partito Democratico guidata dal segretario regionale Roberto Speranza, dal segretario provinciale Antonello Molinari e dal segretario cittadino Giampiero Iudicello è presente al corteo antimafia e porterà il seguente messaggio del segretario nazionale del PD, Pier Luigi Bersani:

Caro Don Ciotti,
la ‘Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie’, che si svolge a Potenza, è l’occasione per rinnovare l’impegno a non dimenticare e a lottare contro la criminalità organizzata. Serve il contributo di tutti per liberare l’Italia dall’ipoteca mafiosa. Ipoteca che toglie la speranza e il futuro ai giovani, che soffoca l’economia sana e non permette lo sviluppo del nostro Paese. Non siamo all’anno zero. Grazie al lavoro dei magistrati e delle forze dell’ordine molto è stato fatto. Lo stesso impegno di Libera dimostra quanti risultati si possano cogliere con l’impegno, la fermezza, l’esempio. Tuttavia molto ancora resta da fare e non dobbiamo abbassare la guardia. Pochi giorni fa in una iniziativa organizzata proprio da Libera il Governatore Draghi ha lanciato l’allarme spiegando che, a causa della crisi economica, molte imprese sono diventate vulnerabili e perciò esposte all’aggressione della criminalità organizzata. Draghi ha spiegato che le infiltrazioni mafiose non conoscono più confini e mettono le loro radici in tutto il territorio nazionale. Dobbiamo perciò impugnare la bandiera della legalità, rendere visibile la battaglia per l’onestà e la sobrietà. Dobbiamo far nostro l’appello del Presidente Giorgio Napolitano a riscoprire il valore dell’umiltà per chi ha ruoli e cariche istituzionali, perché occuparsi di politica è servire il bene comune. In occasione dell’apertura di un circolo del Partito democratico dedicato ad Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica barbaramente ucciso dalla criminalità, ho proposto un patto: vorrei che si rinunciasse alla visibilità effimera in nome di una maggiore visibilità per gli amministratori che sono sul fronte della lotta alla mafia. Sono in tanti ad aver ricevuto minacce e dobbiamo accendere i riflettori. Questo anche per far cadere l’idea sbagliata che in certe zone del Paese non ci sia niente da fare. Dire questo equivale a lasciare da solo chi combatte. Da sempre la forza della mafia è il silenzio, l’omertà, la solitudine in cui viene lasciato chi la combatte. La criminalità mafiosa è un problema che riguarda l’Italia, deve essere vissuto come un problema collettivo e la soluzione deve coinvolgere le nostre migliori energie. E’ la storia del nostro Paese che ce lo insegna: quando abbiamo vissuto i problemi con questo spirito abbiamo sempre trovato le risorse per risolverli. Dobbiamo suscitare una riscossa civile, credere nella possibilità di migliorare e di migliorare insieme. La politica è chiamata a fare la sua parte: dare mezzi e sostegno a magistratura, forze dell’ordine, amministratori locali, alle associazioni che tutti i giorni svolgono il loro compito con onestà e dedizione. Come Libera, impegnata da anni in modo serio ed encomiabile sulla frontiera della lotta alle mafie. Da parte mia ho sempre detto che società politica e società civile devono darsi la mano e camminare unite in questa battaglia di civiltà. E’ questo il mio impegno. E’ questo l’impegno del Partito Democratico.

www.partitodemocratico.it

"Federalismo, stangata subito sbloccate le addizionali regionali", di Roberto Petrini

Costi da 230 euro. Nuove tasse sul rumore e sui Suv. Manovra anticipata. Chi ha un reddito oltre 28 mila euro pagherà 862 euro in più nel 2015. Si appesantisce la stangata che il federalismo porterà nelle tasche degli italiani. Il nuovo testo sul fisco regionale e provinciale, contenuto nel parere del relatore di maggioranza al provvedimento, Massimo Corsaro (Pdl), scongela anche l´ultimo ostacolo rimasto sulla strada dell´aumento delle addizionali regionali: i governatori avranno mani libere fin da quest´anno. In sostanza quelle Regioni che non hanno sfruttato la possibilità di portare l´aliquota al tetto massimo dell´1,4 per cento adesso potranno farlo liberamente avendo a disposizione un anticipo di un anno rispetto alla precedente stesura del provvedimento che apriva le porte agli aumenti solo dal 2012.
Come è noto la corsa dei rincari non si fermerà qui: il decreto conferma la scalettatura delle possibilità di aumento delle aliquote che stabilisce il tetto del 2 per cento nel 2014 e del 3 per cento nel 2015. Secondo uno studio della Uil, se tutte le Regioni si avvalessero della possibilità di portare l´aliquota al 3 per cento nel 2015, l´aggravio sarebbe di 226 euro pro-capite (82,8 per cento) con punte che possono arriaver, per le fasce sopra i 28 mila euro, a 862 euro.
Lo scongelamento delle aliquote regionali fa il paio con quello delle addizionali comunali, contenuto nel contrastato decreto sul federalismo municipale: in base a questo testo già da quest´anno sono possibili gli aumenti delle addizionali comunali in quei municipi sotto lo 0,4 per cento (0,2 nel 2011 e 0,2 nel 2012). In totale, se tutti i Comuni facessero scattare i rincari, per il contribuente medio ci sarebbe un esborso di 94 euro (+63,9 per cento).
A difesa dei suoi provvedimenti ieri il ministro dell´Economia Giulio Tremonti ha tenuto a sottolineare il senso dell´intera operazione. «Non è un esercizio finanziario ma politico e di democrazia», ha detto il ministro a Cernobbio ed ha aggiunto che il federalismo «non si fa solo sulle entrate ma anche sulle uscite» e ci «mette in linea con la morale pubblica».
La partita delle tasse tuttavia non è finita. Il nuovo testo del decreto prevede che le Regioni potranno disporre anche delle imposte sulle «emissioni sonore degli aeromobili», la cosidetta «tassa sul rumore». Arriva anche la possibilità per le Province (così come previsto per i Comuni) di introdurre una tassa di scopo per la costruzione di opere pubbliche.
Tra i tributi propri delle Regioni rispunta anche la maxi tassa sui Suv che potrebbe essere applicata riscuotendo 8 euro su ogni kw eccedente i 130: sarà destinata a finanziare il trasporto pubblico locale. La misura potrebbe essere presentata lunedì nel nuovo testo che il ministro Roberto Calderoli si appresta a portare in Commissione e potrebbe essere già oggetto di valutazione nella Conferenza delle Regioni e delle Province autonome che si riunirà il giorno successivo.
Il via libera al federalismo rimane infatti, per le Regioni, condzionato ai finanziamenti per il trasporto pubblico locale: se non verranno ripristinati i 420 milioni tagliati alle Regioni per il 2011, è possibile che queste trasformino il parere sul federalismo in «contrario».

La Repubblica 20.03.11

"Solo noi donne possiamo costruire una nuova Africa", di Juliet Torome*

In Kenya, il mio Paese d’origine, si usa dire che quando due elefanti combattono, è l’erba a soffrirne. E questo è evidente nei numerosi conflitti che l’Africa ha visto negli ultimi 50 anni. Nella Repubblica Democratica del Congo, le bande di predoni che pretendono di essere combattenti per la libertà, e l’esercito governativo che li combatte, hanno usato per decenni lo stupro come arma contro donne indifese. Dopo la fine del genocidio ruandese, il pesante fardello di ricostruire una società devastata è stato sostenuto dalle donne del Paese.

Eppure, quando si tratta di azioni per evitare tali crisi, le donne africane spesso vengono lasciate da parte. Si considerino gli attuali sforzi dell’Unione africana per trovare una soluzione all’impasse politico seguito alle elezioni in Costa d’Avorio. Tra i cinque leader africani convocati in occasione del vertice dell’Unione africana ad Addis Abeba, in Etiopia, per coordinare i negoziati, non c’era nemmeno una donna.

E, cosa ancora più offensiva per le donne africane, l’Ua le ha bypassate a favore di uomini il cui impegno a favore della democrazia e dei diritti umani è persino peggio di quello di Laurent Gbagbo, l’uomo aggrappato alla presidenza ivoriana nonostante abbia perso le elezioni. Dei cinque uomini designati per guidare la missione per convincere Gbagbo a dimettersi, solo due – Jakaya Kikwete della Tanzania e Jacob Zuma del Sud Africa – possono affermare di essere arrivati al potere democraticamente. Gli altri tre, Mohamed Ould Abdel Aziz della Mauritania, Idriss Déby del Ciad, e Blaise Compaore del Burkina Faso, hanno preso il potere grazie a colpi di Stato, alcuni dei quali violenti. La situazione è ancora più ironica. L’Ua è piena di uomini che non sono migliori di Gbagbo. Meles Zenawi, che ha ospitato il summit, ha governato l’Etiopia per quasi 20 anni e non ha convinto nessuno della regolarità e della correttezza delle elezioni al di fuori della sua cerchia di amici intimi.

Nemmeno il nigeriano Goodluck Jonathan, che è a capo della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) e sostiene l’intervento militare contro Gbagbo, esce indenne da questo esame. Jonathan oggi è Presidente della Nigeria perché il defunto Umaru Musa Yar’Adua, suo predecessore, andò al potere grazie a quelle che molti considerano elezioni truccate. E cosa potrebbe dire il primo ministro del Kenya Raila Odinga se Gbagbo gli chiedesse come mai lui – a differenza di Alassane Ouatarra, che l’Ua riconosce come presidente legittimo della Costa d’Avorio – ha accettato un accordo di condivisione del potere dopo le contestate elezioni presidenziali del 2007?

Finché l’Africa sarà piena di questi uomini discussi, l’applicazione di «soluzioni africane ai problemi africani», come amano dire, non arrecherà alcun beneficio al continente. So che molti sostengono che il pool di donne africane note è limitato alla presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf, al Nobel per la pace Wangari Maathai, a Ngozi Okonjo-Iweala, ex ministro delle Finanze nigeriano e attuale vice presidente della Banca Mondiale, e a Graça Machel, ex first lady del Mozambico e del Sudafrica, e poche altre. Potrebbero anche avere ragione, ma una qualsiasi di queste quattro donne potrebbe svolgere un’opera di mediazione dei conflitti africani più efficace di tutti i presidenti dei Paesi dell’Ua messi insieme.

Il problema con l’Africa è che spesso i funzionari governativi di più alto rango non hanno le migliori soluzioni. In molti casi, i funzionari di rango inferiore, o anche qualcuno al di fuori del governo, potrebbero essere più efficace. A volte ciò di cui l’Africa ha bisogno è maggior buon senso e persone che – a differenza dei potenti «grandi uomini» africani – sono disposte a mettere da parte l’orgoglio e porre domande semplici che gli altri non vogliono affrontare.
Una donna al vertice di Addis Abeba avrebbe potuto, per esempio, chiedere a coloro che invocano la guerra di spiegare come, data la loro incapacità di controllare milizie mal armate in Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, e altrove, hanno intenzione di sconfiggere Gbagbo. Una donna avrebbe potuto ricordare a quelli che minacciano di fare la guerra a Gbagbo che, iniziati i conflitti, gli uomini vanno a combattere nella giungla, lasciando le donne a prendersi cura dei bambini.

Sono le donne che dovranno poi raccogliere quel poco che hanno e fuggire nei Paesi vicini, che stanno già lottando per sfamare i propri figli. E sono le donne che saranno violentate, mutilate e uccise, come il mondo ha visto di recente ad Abidjan, la capitale della Costa d’Avorio, quando le forze di Gbagbo hanno massacrato sette donne nel corso di una protesta pacifica.

Ci fossero state delle donne a capo dell’Ua, avrebbero saputo che il machismo degli uomini africani non permette loro di essere scossi dalla minaccia di un confronto violento. Una donna non avrebbe detto a Gbagbo, «Arrenditi o affronta la guerra». Invece, Graça Machel avrebbe potuto raccontargli quanto Nelson Mandela, suo marito, sia stato felice di andare in pensione. Wangari Maathai avrebbe parlato a Gbagbo di ex leader africani, come Daniel arap Moi del Kenya, che nonostante la pessima condotta in tema di diritti umani mentre era in carica, è stato perdonato perché ha scelto di rispettare la volontà del popolo.

Come Thomas Sankara, l’uomo che Compaoré esautorò nel 1987 per diventare presidente del Burkina Faso, «Le donne reggono l’altra metà del cielo». Purtroppo, gli uomini dell’Unione africana ci hanno emarginato e il cielo in Costa d’Avorio sta di nuovo per crollare.

*Juliet Torome, scrittrice e regista, ha ricevuto il primo premio Flaherty per i documentari assegnato da CineSource Magazine
traduzione di Carla Reschia

La Stampa 20.03.11

"Sul lago di Como il vento della crisi soffia ancora", di Marco Ventimiglia

Per Carlo Sangalli, che ha costruito sull’amicizia con Berlusconi parte importante della sua ascesa sociale, fino alla presidenza di Confcommercio, non deve essere stato facile dare in pasto ai media il rapporto presentato ieri durante il Forum di Cernobbio nella cornice di Villa d’Este. «La centralità dei consumi per il rilancio dell’economia italiana», è infatti un de profundis della politica svolta dall’esecutivo. Comprensibile, dunque, che ad illustrarlo sia stato delegato il direttore dell’Ufficio studi mentre Sangalli ascoltava attonito, memore forse di quell’amicizia con il premier «di lunghissima data che nasce dal Milan e da una vicinanza spirituale », come ebbe a definirla un Gianni Letta persino un po’ geloso. Analisi impietosa, quella di Confcommercio: «I consumi degli italiani sono fermi, ed alla fine del 2014 non saranno tornati ai livelli pre-crisi». Edancora: «Ogni italiano dispone oggi mediamente di 570 euro all’anno in meno rispetto al primo trimestre del 2007». Non va meglio ragionando sull’immediato futuro: «Nel 2011 l’incremento del pil rimarrà all’1% mentre l’inflazione salirà al 2,7%». Non va meglio per disoccupazione giovanile e Mezzogiorno. «Il sistema Italia – si legge – è capace di creare e distruggere posti di lavoro, ma questo fenomeno esclude strutturalmente la fascia più debole, l’occupazione giovanile». Quanto al Sud, «una domanda è legittima. Se nel passato, anche nei cicli positivi, l’occupazione nel Mezzogiorno non è cresciuta, cosa mai dovrà accadere nel futuro per osservare un fenomeno sostanzialmente sconosciuto nella recente storia economica, appunto la crescita degli occupati nel Mezzogiorno? ». Fra una partita del Milan ed una seduta di meditazione, il premier si deve essere scordato di dare la risposta al vecchio amico… Sarà stato il sole primaverile che splendeva sul lago di Como,o piuttosto il clima da basso impero che permea l’operato del governo a partire dal suo dominus, fatto sta che ieri è sembrata giornata di ripensamenti. Persino Raffaele Bonanni, non esattamente un sindacalista portatore di linea dura, se l’è presa con l’esecutivo. «In tema di riforma fiscale – ha detto il segretario della Cisl – questo governo ha promesso e non ha fatto nulla». Caustico il commento di Susanna Camusso: «Sono in corso dei riposizionamenti? Non mi pare proprio, almeno finché alle parole non seguiranno dei fatti…». Per la leader della Cgil, piuttosto, le parole sarebbe il caso di misurarle: «Sento parlare di una lenta uscita dalla crisi del Paese. Ma in una nazione dove il pil avanza al rallentatore, aumentano le disuguaglianze sociali, l’inflazione riprende a crescere mentre calano consumi e potere d’acquisto delle famiglie, dov’è l’uscita dalla crisi?». E Sangalli? Lo avevamo lasciato che ascoltava mogio il “suo” stesso rapporto, lo ritroviamo a cercare delle vie d’uscita per il Paese, per Confcommercio e per lunghi anni trascorsi, chissà, sul versante sbagliato. «Si parla di rilancio dell’export per far ripartire l’Italia, ma questa è una parte del problema, e neppure la più importante. Infatti, l’80% del pil deriva dai consumi, ed inoltre i consumi delle famiglie sono rivolti per l’80% alla produzione nazionale. Dunque, la priorità è chiara, il ritorno alla crescita passa soprattutto dal rilancio dei consumi». Un meccanismo che potrebbe apparire elementare, ma non è così. «Sul rilancio dei consumi – ha detto Susanna Camusso – sono un po’ tutti d’accordo. Il problema è come attuarlo. Non sarebbe giusto spostare la tassazione dalle persone alle cose, anche perché in questo modo aumenterebbe il prezzo dei beni di largo consumo e per i ceti più poveri la situazione non migliorerebbe affatto. Occorre una diversa logica nella tassazione, introducendo una patrimoniale sul modello francese, che vada a colpire non certo i bot dei pensionati o la casa comprata con il mutuo ma i grandi patrimoni oltre gli 800mila euro».

L’Unità 20.03.11

"Rombano i motori dell'armata d'occidente", di Eugenio Scalfari

A Parigi il vertice internazionale dei Paesi interventisti ha deciso l´attacco militare immediato avvertendo Gheddafi che lo stop ai raid è subordinato alla sua resa. Gli aerei delle potenze che agiscono sulla base della risoluzione dell´Onu sono arrivati nelle basi italiane. L´operazione militare è cominciata, ma il dibattito politico in Europa è apertissimo.
Aiutare gli insorti, impedire che le milizie del raìs libico occupino Bengasi e Tobruk, soccorrere i profughi e arginare l´ondata dei migranti, sono obiettivi condivisi da tutti. Resta invece una differenza di opinioni molto profonda sui limiti tattici dell´intervento e sulla strategia politica nei confronti di Gheddafi. Bisogna impacchettarlo consegnandolo alla Corte di giustizia internazionale e processarlo per i crimini commessi contro il suo popolo? Oppure munirlo d´un salvacondotto ed esiliarlo? Oppure ancora lasciargli una parvenza di potere in una sorta di libertà vigilata disarmata e commissariata? Infine: bisogna mantenere l´unità della Libia o prendere atto che quell´unità è un´invenzione perché Tripolitania e Cirenaica sono realtà diverse dal punto di vista storico, tribale, religioso e la loro fittizia unità è stata imposta dal colonialismo italiano prima e dalla dittatura di Gheddafi poi?Questo dibattito divide trasversalmente l´opinione pubblica europea ed anche i governi dell´Unione. Soprattutto divide Parigi da Berlino, Sarkozy da Angela Merkel. Bombardare o negoziare, questo è il tema. In Italia divide anche la destra; Berlusconi, dopo il lungo fidanzamento con il raìs libico, è entrato a far parte degli interventisti; Bossi si è allineato con la Merkel. Ma la divisione attraversa anche l´opinione pubblica al di là degli schieramenti politici.
Un fenomeno analogo si verificò trent´anni fa, quando l´Urss cominciò a dare palesi segnali di implosione. Regnava al Cremlino Breznev ma crescevano le tensioni all´interno del partito e del regime tra chi voleva perpetuare all´infinito la dittatura post-staliniana e chi voleva invece aprire la strada ad un “comunismo dal volto umano”. L´opinione pubblica e le cancellerie occidentali si divisero tra i favorevoli all´innovazione e chi vedeva in Breznev una garanzia di stabilità europea e mondiale.
Si sa come finì: Breznev, stroncato dalla malattia, aprì la strada ad Andropov, seguito da Cernenko, poi venne Gorbaciov, la “perestrojka”, Eltsin e infine Putin.
Storie molto diverse e non paragonabili con quella libica ma è interessante ricordare come reagì allora l´Occidente e come reagisce oggi sul caso Gheddafi. Le analogie sono forti. Alla base, come sempre avviene in politica, ci sono i diversi interessi che ispirano l´azione dei governi e orientano la pubblica opinione.
* * *
Poche settimane fa, dopo la caduta di Mubarak, del dittatore tunisino Ali e delle insorgenze nello Yemen e negli Emirati, anche i giovani di Tripoli e soprattutto di Bengasi si ribellarono mettendo a mal partito la dittatura di Gheddafi che durava da oltre quarant´anni. L´Occidente non ebbe esitazioni: il caso libico appariva come un altro tassello della rivoluzione nord-africana; al Qaeda era scavalcata da un movimento che vedeva insieme uomini e donne, motivato da uno slogan formidabile: “pane e libertà”, al tempo stesso sociale e ideale. Sembrò e in gran parte rimane una svolta storica, un´innovazione profonda che scavalcava il terrorismo di Bin Laden, il fondamentalismo coranico e talebano, aprendo un capitolo inedito nella convivenza delle civiltà.
Questa fu la prima e unanime reazione dell´opinione pubblica ed anche delle cancellerie occidentali ma si pose subito il problema della gestione politica della fase successiva all´abbattimento delle dittature.
In Egitto l´esercito è sempre stato il perno dello Stato e non poteva che esser l´esercito a gestire la transizione. La storia della Turchia ne forniva l´esempio. In Tunisia mancava la “risorsa” dell´esercito e infatti la transizione si presenta ancora fragile e agitata. La Libia è un caso a sé, assai diverso dagli altri.
Il paese è geograficamente immenso, demograficamente assai poco popolato, non arriva a cinque milioni di abitanti. Ricco di petrolio solo parzialmente sfruttato. Da quasi mezzo secolo guidato da Gheddafi con mano di ferro, accortamente populista, spregiudicato, corrotto, avventuroso oltre ogni limite. L´esercito non è che una milizia ben pagata e ammaestrata, con reparti speciali mercenari, una sorta di “legione straniera” assai contundente e feroce. Convincerli alla resa è molto difficile. Alle brutte i mercenari si squaglieranno, la milizia tribale si difenderà fino alla fine.
Dopo l´inizio dell´operazione militare resta dunque la domanda: bombardare fino a che punto? Negoziare fino a che punto?
* * *
Si possono, anzi si debbono bombardare gli aeroporti, abbattere i caccia se si alzeranno o distruggerli a terra, smantellare gli impianti di comunicazione, colpire le truppe se non si ritireranno nelle caserme. Più in là non si può andare. Quanto alla negoziazione si può forse rilasciare un salvacondotto al raìs e ai suoi familiari. Se non ci sta, bisogna abbatterlo, ogni altra soluzione è impensabile, sarebbe fonte di trappole continue e di incontrollabili avventure.
A questa strategia vengono opposte due obiezioni. La prima sostiene che il mandato dell´Onu non può violare la sovranità di uno Stato che tra l´altro non ha invaso nessun altro paese. Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait però si ritirò subito dopo l´ingiunzione internazionale ma l´armata di Bush in nome dell´Onu lo inseguì fino a Baghdad, lo processò e lo giustiziò.
L´Onu di tanto in tanto assume le sembianze di uno Stato mondiale di fronte al quale le sovranità nazionali debbono cedere il passo. È avvenuto di rado ma alcune volte le sue risoluzioni hanno avuto questa valenza. In quante occasioni avremmo voluto l´esistenza di uno Stato mondiale nell´era della globalizzazione?
La seconda obiezione è: che cosa avverrà dopo? Una Libia senza un capo, senza una classe dirigente, sarà ancora governabile? Si dividerà in due, in tre, in cinque pezzi? Diventerà preda dei signori della guerra? E il suo petrolio? Le sue città? Le sue aziende? Gli investimenti esteri?
I pessimisti temono che la Libia senza Gheddafi sarà un´altra Somalia, nido di briganti e di pirati. È un destino che le ex colonie italiane facciano tutte questa fine?
* * *
Questa obiezione è più pertinente della prima. Non considera però che anche in Tripolitania e in Cirenaica esiste un ceto evoluto, esiste una rete di aziende produttive, un artigianato folto, una gioventù che aspira a cimentarsi con l´amministrazione e con la politica e una religione che fa da cemento sociale.
Bisogna accompagnare questa fase di rinnovamento, aiutarli a costruire uno Stato, un´amministrazione, una rete di commerci e di produzione. La Turchia può aiutare, l´Egitto può aiutare. L´Europa deve aiutare e l´Italia che ha responsabilità notevoli a causa di un antico e di un recentissimo passato con parecchi peccati da scontare.
Romano Prodi in una recente intervista ha tracciato una lucida visione del “che fare” nell´Africa mediterranea e in Libia in particolare. Parlava con la duplice esperienza di ex presidente del Consiglio e di ex presidente dell´Unione europea. Proponeva tra le altre cose trattati di associazione dei Paesi africani mediterranei all´Unione europea. Non ingresso nell´Unione per il quale non esistono le condizioni, ma associazione, amicizia istituzionalizzata a vari livelli secondo le condizioni politiche, sociali ed economiche di quei Paesi.
Queste proposte andrebbero riprese e messe con i piedi per terra. Il Mediterraneo è stato per millenni il centro del mondo atlantico. In tutte le sue sponde è un mare europeo e ancora di più lo è oggi con l´immigrazione che in questo Ventunesimo secolo cambierà la fisionomia etnica del continente. Flussi di persone e di famiglie, flussi di capitale e di investimenti, flussi culturali e religiosi, conquista di diritti, osservanza di doveri poiché ogni dovere suscita un diritto e ogni diritto comporta un dovere.
L´Italia ha una missione da adempiere e una grande occasione da cogliere. Noi ci auguriamo che ne sia all´altezza. Le esortazioni di Giorgio Napolitano ci siano, anche in questo, di insegnamento e di stimolo.
In questi mesi la figura del nostro Presidente ha acquistato uno spessore etico e politico che ne fa il punto di riferimento di tutto il Paese. Questa unanimità non è posticcia né retorica, esprime un sentimento e un bisogno. Ci rafforza come nazione. Rafforza i nostri legami europei. Suscita all´estero rispetto e ascolto. Non eravamo più abituati a questa considerazione, avevamo scambiato (alcuni avevano scambiato) la politica delle pacche sulle spalle per considerazione internazionale. Ora non è più così. Abbiamo una guida ed una rappresentanza migliore. Possiamo di nuovo considerare la nostra presenza mediterranea come un punto di forza non solo per noi e per i nostri legittimi interessi nazionali, ma per l´Europa e per l´Occidente.

La Repubblica 20.03.11

******

“”L´Italia non rischia” Bossi: Silvio sbaglia” di Umberto Rosso
«Siamo pronti a intervenire. Ma noi non corriamo rischi, i razzi libici non colpiranno l´Italia». Silvio Berlusconi, dopo aver dato il via libera all´impiego di basi e militari italiani per l´operazione contro Tripoli, rassicura sulle possibili conseguenza per il nostro Paese. Ma si scontra con il suo principale alleato: per Umberto Bossi «Silvio sbaglia, con i bombardamenti milioni di immigrati arriveranno in Italia. E qualche ministro parla a vanvera».
«Berlusconi non l´ho ancora sentito, non so come l´hanno accolto a Parigi: il Consiglio dei ministri aveva però rallentato l´appoggio con una posizione cauta di non partecipazione diretta. Poi ci sono ministri che credono di essere più del premier e parlano a vanvera». Così Umberto Bossi prende le distanza dalla partecipazione italiana alle operazioni in Libia, attaccando i ministri più “interventisti”. La Lega insiste sulle posizioni filo-tedesche e torna a paventare il rischio di una invasione di profughi: «Io penso che ci porteranno via il petrolio e il gas e con i bombardamenti che stanno facendo verranno qua milioni di immigrati, scappano tutti e vengono qua». A beneficio della sinistra, che, dice Bossi, «cerca il voto degli immigrati».
La tv annuncia – per primo il Tg2 – l´inizio dei raid sulla Libia. E il Senatùr reagisce, ne ha per tutti. Francia e Usa compresi: «Il mondo è pieno di famosi democratici, che sono abilissimi a fare i loro interessi, mentre noi siamo abilissimi a prenderla in quel posto: il maggior coraggio a volte è la cautela».
La posizione del Carroccio viene però criticata duramente dall´opposizione. Da Casini in primis, che definisce «intollerabile la dissociazione della Lega», perché «in nessun Paese serio – dice – una delle forze di governo potrebbe dissociarsi in questo modo». Il Pd condanna il «grave strappo» dei “lumbard” e giudica positiva la conclusione del vertice di Parigi, mentre Italo Bocchino di Fli li invita a «vedere la cartina di Europa e Mediterraneo per capire che non possiamo fare come la Germania».
Ma se qualcuno già mette sul tavolo dubbi e polemiche è bene che sappia come la pensa il capo dello Stato, che del resto già in mattinata era stato informato da Berlusconi sui risultati del vertice di Parigi, accogliendo con soddisfazione la decisione di intervenire contro il leader libico. Una linea che Napolitano aveva sollecitato fin dai primi giorni della rivolta e dei bombardamenti sulla popolazione.
Giorgio Napolitano ha ricevuto i primi rapporti sul blitz contro Gheddafi mentre volgeva al termine il suo viaggio a Torino, e ha spiegato da capo dello Stato – e anche da capo delle forze armate – quale sarà il ruolo dell´Italia nell´intervento.
Innanzitutto, la missione in Libia è scattata «nel rispetto pieno dell´articolo 11 della Costituzione». Resta da vedere se le regole di ingaggio previste per le nostre forze armate rispetteranno l´articolo 11 della nostra Costituzione, e cioè il ripudio della guerra, o se saranno per così dire “circumnavigate”. La risposta del capo dello Stato arriva decisa: «Non c´è assolutamente nulla da circumnavigare. L´articolo 11 della nostra Carta parla proprio espressamente di interventi coordinati delle organizzazioni internazionali volti a garantire la pace e la giustizia sulla scena mondiale. Questo faremo». La missione contro il raìs, sotto l´ombrello dell´Onu per fermare repressioni e stragi di civili, rispetta dunque nella forma e nella sostanza il dettato della nostra Carta.
Per Napolitano, e lo spiega incontrando i ragazzi dell´”Arsenale della pace” di Ernesto Olivero, «oggi servire la pace significa trovare il modo di andare incontro alle popolazioni perseguitate». Significa intervenire per portare aiuto «non rimanendo indifferenti alle sofferenze e alle repressioni, è un impegno che può apparire duro, ma è un impegno per la pace, per la solidarietà, i diritti, e la libertà dei popoli». Impegno che il capo dello Stato vede altrettanto forte sul piano della risposta all´arrivo dei profughi e, anche dopo una telefonata del sindaco di Lampedusa che l´ha informato sull´emergenza che si sta vivendo sull´isola, lancia un appello: serve la più ampia solidarietà, sul piano dell´accoglienza, da parte di tutte le regioni italiane.

La Repubblica 20.03.11

******

“Torniamo nemici 100anni dopo”, di FILIPPO CECCARELLI

Potenza degli anniversari: giusto cent´anni fa la guerra di Libia. E sembra anche di avvertire qualche assonanza di troppo.Geopolitica e non solo. «Giolitti sente poco la politica estera, ma esiste un´Italia malata d´Africa da quando la Francia s´è presa la Tunisia». Così ricostruisce la situazione Franco Cordero nel suo recentissimo commento al Discorso di Leopardi sopra lo stato presente dei costumi degl´italiani (Bollati Boringhieri): «L´affare libico pare comodo: nihil obstat dalle Potenze; i turchi sloggeranno dopo quattro cannonate. L´opinione pubblica chiede Tripoli e lui l´asseconda malvolentieri…».
Era la fine di settembre del 1911. Fattori emotivi e considerazioni di prestigio spinsero principalmente l´Italia a mettere da parte l´idea di una penetrazione economica per intraprendere quell´impresa militare. Ma a chi voglia ulteriormente abbandonarsi alla gravosa fatalità delle ricorrenze si fa notare, con Denis Mac Smith, che per degnamente celebrare il 50° anniversario dell´unificazione la conquista della Libia, coronamento del Risorgimento, «avrebbe dimostrato come gli italiani meritassero di essere diventati una nazione».
Ora, Giolitti e Berlusca hanno davvero troppo poco in comune per consentire vani giochetti storici. Ma a parte le motivazioni fatte valere un secolo fa, una specie di diritto di proprietà risalente ai fasti dell´impero romano, come pure il sogno di un Eldorado a portata di mano sulla “quarta sponda”, con relative leggende a base di chicchi di grano grossi come mandarini, la guerra non fu per niente una passeggiata. E non solo perché un pezzo di paese era contrario, da Salvemini, l´unico a sapere che si trattava in realtà di «uno scatolone di sabbia», a Treves e Turati, fino a Nenni e Mussolini che finirono in galera.
Se D´Annunzio cantò la gioia della conquista “d´Oltremare” e se l´isterico nazionalismo dei futuristi ebbe il suo agognato sfogo, la verità storica è «la Libia abbisognava di capitali – come scrive Mac Smith – ma l´Italia non ne aveva a sufficienza nemmeno per se stessa». Disse poi Giolitti che l´impresa era costata 512 milioni. Lo contraddisse in Parlamento Sonnino sostenendo che il bilancio era stato falsificato e che il costo effettivo della guerra era stato almeno doppio.
Brusco ritorno al presente, con legittima e conseguente preoccupazione per il futuro. Perché ciò che davvero atterrisce, ben oltre il fatale rincorrersi dei numeri e delle loro commemorazioni, è la velocità con cui ciò che vistosamente è andato in scena si va oggi rovesciando nel suo esatto contrario. I cammelli in regalo, il Cavaliere sotto la tenda che mostrava le foto del nipotino al Colonnello, l´autostrada promessa, lo “storico” trattato che addirittura privilegiava la Libia agli impegni della Nato, quel bacio della mano. Come se l´ostentata amicizia rivelasse di colpo la sua più spudorata falsità.
Non che i democristiani facessero poi una politica così diversa. Non Andreotti, a cui Gheddafi si offrì di pagare l´avvocato per i processi di mafia; non Craxi, che chiamava Gheddafi “Capitan Fracassa”, ma gli salvò la pelle avvertendolo dell´attacco americano nell´aprile del 1986. Si sa. C´entrano il petrolio, gli affari e adesso anche le carrette del mare con i disperati. È ovvio che l´Italia doveva tenerselo buono, quel tipo lì, come infatti se lo tennero buono l´Avvocato Agnelli, Prodi o D´Alema, che andò a Tripoli a riprendersi certi bambini di genitori italo-libici in lite, e a cui fu regalata una scimitarra berbera, chissà che fine ha fatto.
E però, diamine: non sono passati nemmeno sette mesi dall´ultima visita del Colonnello a Roma e oggi la memoria si affolla di ricordi che risultano ancora più stranianti di quanto già sembrassero allora. Sogni, miraggi, fotogrammi di cinepanettone. La tenda di Gheddafi a villa Pamphili; il pranzo dal “Bolognese” con assaggiatore fisso ai fornelli; gli sguardi golosi sulle amazzoni, pure dotate di pendaglio con ritratto del Raiss al collo; il torneo equestre con i cavalieri berberi e i carabinieri a villa Borghese. Quindi Berlusconi che alla mostra sul colonialismo arrivò addirittura a commuoversi, ma poi durante l´interminabile concione del leader libico si mise a dormire. Per non dire dei torpedoni carichi di ragazze romane che il capriccioso tiranno volle mostrare ai telespettatori libici: ben 530 ne arruolò l´agenzia Hostessweb, comprese tre convertite all´Islam e una giovane giornalista che si finse velina interessata alla rivoluzione verde per scriverne un resoconto per Repubblica.
E ora all´improvviso la guerra. Le basi militari. I Tornado “pronti in 15 minuti”. Il cacciatorpediniere “Andrea Doria” nel canale di Sicilia. Già una volta, di recente, il ministro La Russa ha esibito fregole dannunziane: “S´ode nel cielo un sibilo di frombe./ Passa nel cielo un pallido avvoltoio…/ Italia, alla riscossa, alla riscossa!”. Mentre Berlusconi, con provvido tempismo, si è limitato a raccontare a Ruby che quel certo rito sessuale – vedi, vedi – glielo aveva insegnato proprio Gheddafi. Tutto dunque si tiene a questo mondo, da Giolitti al bunga bunga, e tutto speriamo davvero che non si sconquassi.

La Repubblica 20.03.11

"Donne e media: la forza di essere unite. Il documento bipartisan del Senato", di Vittoria Franco*

Quest’anno in Senato la settimana dell’8 marzo qualche risultato positivo per le donne lo ha portato: un ddl sulla presenza delle donne nei consigli di amministrazione delle società pubbliche e private quotate in borsa (che dovrà però essere ancora confermato dalla Camera) e una mozione su donne e media. Per entrambi è stata determinante la trasversalità fra le donne, che ha fatto argine al tentativo di molti uomini (come hanno confermato le numerose dichiarazioni in dissenso) di affossare la legge sulle quote o di arrivare a un voto contrapposto sulle mozioni su donne e media. Siamo riuscite a evitarlo, grazie alla tenacia e alla consapevolezza del valore dell’unità delle donne. Anche questo è l’effetto della grande manifestazione del 13 febbraio.
Su donne e media non era affatto scontato arrivare
a un risultato condiviso. Dopo un parere non del tutto positivo del Governo sui testi dell’opposizione, abbiamo reagito e denunciato un pregiudizio negativo che avrebbe pesato anche in futuro su altre questioni, consapevoli che le divisioni delle donne servano solo a segnare un vantaggio per gli uomini.
A quel punto, per iniziativa di alcune donne di maggioranza e opposizione, siamo riuscite a ottenere
una sospensione della discussione per scrivere un testo insieme. Ci siamo confrontate con passione e vivacità, ma ci siamo riuscite con soddisfazione di tutte. Quando si tratta del corpo delle donne o
di provvedimenti che fanno loro guadagnare posizioni, la trasversalità è un valore aggiunto. E solo la
trasversalità dà alle donne la possibilità di fare esercizio di autonomia, grande principio che i maschi
non sempre riescono a riconoscere e che è un valore per tutte, quale che sia lo schieramento cui appartengono.
A questo punto, gli impegni per il governo sono importanti e ci auguriamo davvero che chi deve vi tenga fede. Mi piace ricordarne qualcuno, come l’elaborazione di una proposta di codice di autoregolamentazione che fornisca linee guida al sistema radiotelevisivo affinché si arrivi al massimo rispetto della rappresentazione della figura femminile; tenere conto, in sede di stipula del contratto di servizio
2010-2012, dei principi espressi nel parere della Commissionedi vigilanza Rai; la richiesta diunmaggiore peso delle donne nelle posizioni dirigenziali all’interno del servizio pubblico, l’assunzione di iniziative legislative per dare attuazione alle direttive Ue, la valorizzazione di altri modelli di donne, maggiore spazio a quelle che arrivano a conquistare posizioni nel mondo della cultura, delle professioni, dell’ arte e della scienza. Noi vigileremo: non si può continuare ad avere spazio sui media solo se si è vittime o veline. Molto deve ancora cambiare.

Senatrice Pd

L’Unità 19.03.11

******

Di seguito il testo della mozione bipartisan approvata al Senato a firma

FRANCO VITTORIA, ALLEGRINI, ADERENTI, CARLINO, PORETTI, GERMONTANI, BIANCHI, FINOCCHIARO, BIANCONI, SERAFINI ANNA MARIA, ARMATO, BOLDI, GHEDINI, GALLONE, BUGNANO, MARAVENTANO, MAZZATORTA, VALLARDI, ZANDA, CASSON, PROCACCI, LAURO, BAIO, CASTIGLIONE, BODEGA, VALLI, GARAVAGLIA MASSIMO, VACCARI, DIVINA

Il Senato,

premesso che:

in Italia negli ultimi anni il rapporto tra l’immagine delle donne offerto dai media e il ruolo delle donne nella realtà, a causa della rappresentazione distorta che ne fanno i mezzi di comunicazione ricorrendo a stereotipi riduttivi e fuorvianti è senza dubbio compromesso;

l’informazione e la comunicazione sono elementi integranti di ogni organizzazione sociale, fattori cruciali di qualsiasi processo di sviluppo e di empowerment e svolgono un ruolo critico nell’ottica del cambiamento sociale anche per quel che riguarda il raggiungimento dell’uguaglianza di genere;

la rappresentazione delle donne trasmessa più frequentemente dai media e dalla pubblicità incide soprattutto sulle giovani generazioni;

il tema delle pubblicità lesive della dignità delle donne e di una più rispondente, rispettosa e attenta rappresentazione del genere femminile nei media è al centro del dibattito sociale del Paese;

anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ammonito a non fare un uso consumistico della donna e a non considerarla come oggetto;

lo sviluppo esponenziale dei mezzi di comunicazione tradizionali, nonché di nuova generazione come Internet e i Social Networks, ha un ruolo crescente nella vita delle persone con nuove opportunità e nuovi rischi richiedendo alle tradizionali agenzie educative una maggiore e diversa responsabilità e presenza e contribuisce, viceversa, ad affermare una rappresentazione delle donne nella società italiana largamente non rispondente alla realtà e a proporre ai giovani modelli effimeri e distorti;

altri modelli di donne impegnate nelle professioni, nella ricerca, nella cultura, nel volontariato non hanno adeguata visibilità;

in questo contesto è necessario ribadire la responsabilità dei media nel determinare una tendenza ad un uso strumentale della figura femminile e ad una sua inappropriata rappresentazione negandole dignità nella diversa identità;

tutto ciò è da anni oggetto di appelli di intellettuali, petizioni popolari, mozioni parlamentari, studi scientifici, risoluzioni e raccomandazioni dell’Unione europea e dell’ONU;

la Commissione di vigilanza servizi radiotelevisivi ha espresso un parere sul tema, che contempla, fra l’altro, la creazione di un Osservatorio autonomo per il monitoraggio qualitativo e quantitativo della rappresentazione di genere,

impegna il Governo:

ad assumere le opportune iniziative, anche di carattere legislativo, volte ad adempiere agli obblighi comunitari sanciti dalle risoluzioni sul tema dell’Unione europea, nonché a dare seguito alle raccomandazioni del Comitato Onu per la CE-DAW, al fine di garantire un’informazione pubblicitaria che sia rispettosa della figura femminile;

a promuovere campagne di informazione finalizzate alla diffusione ed alla valorizzazione del lavoro e delle opere delle donne in ambito imprenditoriale, artistico, culturale, scientifico, sociale e politico in particolare nelle scuole per evitare che i giovani e le giovani ricevano messaggi discriminatori e fuorvianti e si perpetuino stereotipi non veritieri che costituiscono modelli sbagliati di riferimento;

a promuovere e sostenere la condivisione del lavoro di cura all’interno della famiglia come sancita dalla Costituzione e nella società, evidenziando la necessità di una piena parità e di maggiori garanzie in ordine alla precarietà del lavoro, alla parità di retribuzione e alla conciliazione;

a promuovere ogni iniziativa utile a valorizzare e potenziare gli strumenti di educazione dei giovani ad un utilizzo critico, consapevole e responsabile dei mezzi di comunicazione;

a promuovere azioni che favoriscano l’accesso alle posizioni dirigenziali del sistema radiotelevisivo pubblico, con particolare attenzione alle testate giornalistiche, finalizzato ad una crescente influenza sulle scelte editoriali e di palinsesto;

a tenere conto adeguatamente in sede di stipula del Contratto di servizio 2010-2012 dei principi espressi nel parere della Commissione di vigilanza Rai, affinché il sistema radiotelevisivo pubblico, che attualmente rappresenta il principale e più popolare strumento di diffusione della conoscenza e dell’informazione, svolga opera di sensibilizzazione al rispetto della diversità di genere, finalizzando la corretta rappresentazione della figura e del ruolo delle donne alla rimozione di ogni espressione di discriminazione e di stereotipi lesivi della dignità delle stesse;

a elaborare una proposta di “codice di autoregolamentazione” che fornisca, nel rispetto delle norme e dell’indipendenza dell’informazione, linee guida al sistema radiotelevisivo, della carta stampata e della pubblicità che perseguano, anche nelle forme di linguaggio, il massimo rispetto della rappresentazione della figura femminile.

________________