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«Allarme occupazione ora la società reagisca con noi. Pochi vessati come i docenti», Intervista a Patrizio Bianchi* di Adriana Comaschi

Usa toni che non ti aspetteresti da un assessore, Patrizio Bianchi, per raccontare l’allarme della Regione e la sua indignazione per la cancellazione di quei seimila posti di lavoro.
«Li hanno lasciati a casa senza nessuna garanzia, trattati peggio dei cani, non dobbiamo essere solo noi a contestare questo spreco», attacca l’ex rettore di Ferrara, docente di Economia e ora titolare delle deleghe a Scuola e lavoro in viale Aldo Moro.

Assessore,il presidente Errani ha scritto al ministro Gelmini. Per chiedere cosa?

«Un incontro urgente. Qui non si tratta più di discutere di un docente in più o in meno, questi tagli mettono in discussione il nostro modello di scuola, la sua sopravvivenza. Vogliamo ricordare al ministro che con la Lombardia siamo la regione con il più alto aumento di alunni: più 25 mila negli ultimi tre anni, si stima che a settembre ne entreranno altri 7.500. E già oggi abbiamo un indice di affollamento delle classi superiore a quello della media nazionale».

È questo il dato trascurato?

«Del tutto. Quindi chiediamo al governo che tengano conto anche del numero dei ragazzi: è su di loro che si deve ragionare, non sul numero “teorico” dei docenti. Così si mina la qualità della scuola, e quindi il suo essere motore di sviluppo. Senza contare il problema occupazionale che ci aprono».

Per la Cgil è come se fosse sparita un’intera grande impresa…

«Devo dire che hanno ragione, anche nel sollevare il tema. E confesso che sono rimasto sorpreso, dopo comunicazioni di tale gravità come quelle sugli ultimi tagli ho registrato reazioni molto composte, diciamo così. E allora noi facciamo la nostra parte,ma dietro il richiamo di Errani si devono trovare tutti, a partire dalle imprese».

Insomma non c’è stata la reazione che sperava? Come mai, secondo lei?

«Temo sia davvero passata l’idea che gli insegnanti siano troppi, uno “spreco” da tagliare. Ecco, questa è proprio una di quelle idee che sta cambiando il paese. Ma in peggio. E la controprova è che l’Italia non cresce. Quello tagliato da noi era anche personale qualificato, un cosiddetto “corpo intermedio”.

E cosa ha fatto il ministero?

Sono stati lasciati a casa senza nessuna garanzia – proviamo a pensare se l’avesse fatto con i dipendenti di una grande impresa, si sarebbe gridato allo scandalo. Invece li hanno “cancellati” con un tratto di penna, trattati peggio dei cani. Inoltre abbiamo speso dei soldi per formarli, e ora loro o vanno all’estero o sono precari. Questo è lo spreco. Ditemi quale altra categoria sociale è stata trattata così, da “nemica”. Ma anche, voglio sottolinearlo, quale altra è riuscita a reagire con tanta dignità».

Chi dovrebbe muoversi allora?

«La Regione farà di tutto, ma mi piacerebbe che con noi si levasse un coro enorme, in difesa della scuola e del suo personale. Non basta andare in piazza una volta (il 12 c’era anche Bianchi, ndr). E la sinistra deve almeno restituire l’onore a questa gente, che ancora sabato scorso ha manifestato pensando per prima cosa al bene di tutti. Oggi poi che ci mettiamo tutti la coccarda al petto, ricordiamo che a fare veramente l’Italia unita è stata la nascita della scuola pubblica, con l’apertura di istituti anche nel più sperduto paesino».

L’Unità 19.03.11

Libia, “Sì al ruolo attivo dell’Italia sotto l’egida dell’ONU”

“La Libia è una cosa seria, non facciamo gli strateghi”, questo il monito del Segretario del Pd Pier Luigi Bersani lanciato al governo, dichiarando l’appoggio del Pd alle scelte dell’ONU sulla “No fly zone”, per il coinvolgimento del nostro Paese nelle iniziative destinate ad evitare che il colonnello Gheddafi possa continuare a bombardare i civili.
Le commissione Esteri e Difesa della Camera hanno votato a favore della partecipazione dell’Italia alle operazioni militari per l’applicazione della Risoluzione Onu sulla crisi libica.
Il documento, approvato anche con i voti di Udc e Pd non è stato votato né dagli esponenti della Lega Nord, né da Iniziativa responsabile che pure avevano sottoscritto la mozione. Sia la Lega Nord che i rappresentanti di Ir non erano presenti alla votazione.
“L’assenza della Lega e dei sedicenti responsabili dimostra che il governo non ha la maggioranza in politica estera. E che senza la responsabilità dell’opposizione il paese sarebbe rimasto isolato proprio nella fase più acuta della crisi mediterranea” dichiara il capogruppo democratico nella commissione Esteri della Camera, Francesco Tempestini, dopo l’approvazione della risoluzione che autorizza il governo, sulla base della decisione dell’Onu, a partecipare attivamente con gli altri paesi disponibili alla difesa della popolazione civile libica. “Senza il nostro contributo – conclude Tempestini – il ministro La Russa non sarebbe, già questa sera, un interlocutore credibile per la comunità internazionale”.
L’Italia si è dichiarata pronta a mette a disposizione le sette basi militari presenti nel territorio: (Amendola, Aviano Decimo Mannu, Sigonella, Trapani, Gioia del Colle e Pantelleria) per un intervento in Libia. Il Consiglio dei Ministri di oggi ha dato l’ok a sostenere le azioni che verranno decise dalla comunità internazionale, fornendo un appoggio che non comporti però la presenza di militari italiani sul suolo libico. Anche il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano ha parlato della necessità di un intervento umanitario:”Non possiamo rimanere indifferenti alla sistematica repressione di libertà e di diritti umani in quel Paese”. “Nei limiti della risoluzione dell’Onu siamo pronti a sostenere il ruolo attivo dell’Italia”, ha detto Pier Luigi Bersani. “La questione della Libia è una cosa seria -ha ribadito però – e per questo non deve diventare un tema come quello ”della Nazionale italiana di calcio, in cui ognuno fa lo stratega”.
Arrivando a Cernobbio per partecipare al Forum di Confcommercio, il Segretario democratico ha chiarito che “Il governo conosce questa nostra disponibilità del Pd, adesso dobbiamo chiedere una cosa sola al governo: che si trattenga, in queste ore, da dichiarazioni estemporanee e, qualche volta, contraddittorie. Che parli con gli altri Paesi disponibili e con la Nato – ha proseguito – consideri seriamente le opzioni che possono essere sul tappeto e se ne discuta precisamente nelle Commissioni parlamentari”.
“Se tutto questo avverrà – ha garantito – il governo riceverà in cambio un atteggiamento serio e disponibile da parte del Partito Democratico. Questa è una cosa seria – ha ripetuto- conduciamola seriamente, da Paese serio: questo è l’invito che faccio al governo”. Il leader dei democratici ha poi insistito affinchè venga discusso “nelle sedi giuste che cosa significhi interpretare la decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per evitare che in quel Paese continuino le stragi dei civili e venga soffocato, in questo modo, un movimento democratico”.
E anche Massimo D’Alema, Presidente del Copasir e deputato PD ha espresso “apprezzamento sulla risoluzione dell’Onu che interviene sulla Libia, anche se forse dopo un po’ troppo tempo rispetto all’inizio delle ostilità, ma tuttavia con un consenso largo e significativo e con un dispositivo assai efficace e robusto”. “Nessuna iniziativa di questo tipo si può svolgere senza il consenso dell’Italia –ha aggiunto – consenso che è necessario, ed è per questo che è molto importante dire subito sì, autorizzando il governo a prendere tutte le misure possibili”. D’Alema parlando in Senato durante l’audizione dei ministri Franco Frattini e Ignazio La Russa ha anche sottolineato che “lo scenario internazionale comporta problemi per la sicurezza nazionale perchè siamo una delle aree immediatamente esposte ad azioni ritorsive. E’ per questo -ha aggiunto – che dobbiamo chiedere che si attivi un dispositivo di protezione della Nato, una rete di sicurezza indispensabile, perche’ va bene la coalizione dei ‘willings’, ma la Nato e’ la Nato”.
Ma le contraddizioni all’interno della maggioranza di governo non mancano neanche in questa delicata situazione, come ha fatto notare D’Alema commentando la mancata partecipazione al voto del rappresentante della Lega Nord all’audizione delle Commissioni riunite Esteri e Difesa sulla Libia. “E’ una condizione abbastanza singolare che l’opposizione sia qui ad autorizzare il governo assumendosi le sue responsabilità mentre un fondamentale Partito di maggioranza, la Lega, non ci sia. Secondo me è una manifestazione della condizione assai singolare in cui si trova il governo italiano – ha detto il presidente del Copasir – ho letto che l’onorevole Borghezio ha detto che considera noi italiani dei vicini e in effetti anche la signora Merkel è una nostra vicina. Siamo l’unico Paese al mondo governato da dei vicini” ha concluso D’Alema sottolineando che “alla votazione sulla risoluzione che impegna il governo ad adottare iniziative per la protezione del popolo libico, secondo la risoluzione Onu, i presenti hanno votato all’unanimità, i nostri vicini non c’erano”.

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“Libia, conciliare valori e interessi”, di Marta Dassù

La partita è appena cominciata. Si svolge nel nostro cortile di casa. Coinvolge interessi essenziali del nostro Paese, dalle forniture energetiche al controllo dei flussi migratori. Non sarà una partita breve: come dice la sua storia personale, Muammar Gheddafi giocherà una serie di mosse e cercherà di farcela pagare, prima di cedere. Ha cominciato subito, a poche ore dalla Risoluzione con cui il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha autorizzato «tutte le misure necessarie per proteggere i civili sotto minaccia di attacco in Libia».

E’ la formula standard (tutte le misure necessarie) per il ricorso alla forza: il preludio ad attacchi mirati, non solo a quella «no fly zone» decisa quasi fuori tempo massimo. Come ha risposto il Raiss di Tripoli? Ha dichiarato, attraverso la voce del ministro degli Esteri libico, un cessate-il-fuoco unilaterale, invitando la comunità internazionale a verificarlo sul terreno. La scommessa di Gheddafi è che una mossa del genere complichi le scelte occidentali, gettando una manciata di sabbia nei motori, già accesi, dei bombardieri francesi e inglesi.

Facciamo – per capire meglio le regole della partita e i suoi giocatori – un passo indietro. La decisione di picchiare duro sulle forze del Raiss, prevenendo così un attacco finale a Bengasi, è stata trainata dalla Francia: Nicolas Sarkozy ha deciso di puntare tutte le sue carte sulla caduta del Raiss, per recuperare prestigio domestico e per fare dimenticare i legami fra il suo governo e il regime di Ben Ali in Tunisia. La foga di Parigi ha scosso anche Londra, rimasta su una posizione più cauta; accettata la linea interventista, David Cameron ha cercato a sua volta di smuovere Washington dall’attendismo delle ultime due settimane. Il resto lo hanno fatto le minacce di Gheddafi; quando il Raiss di Tripoli ha annunciato che avrebbe azzerato l’opposizione di Bengasi, Barack Obama ha capito di non potere più esitare. Pena una perdita secca della credibilità degli Stati Uniti, già messa duramente in discussione nel Golfo: l’intervento saudita in Bahrein, senza concertazione con Washington, è stato un campanello di allarme. E’ un’America riluttante, insomma, quella che ha appena deciso, contro il parere dei suoi militari, di intervenire di nuovo in un Paese arabo. Riluttante al punto da lasciare in modo esplicito la «guida» – così ha detto ieri Obama – ai due Paesi europei del Consiglio di sicurezza e a nazioni arabe.

La Germania, da parte sua, ha deciso di restare defilata: l’astensione in Consiglio di sicurezza, insieme a quella di Cina, Russia, India, Brasile, conferma le priorità tutte elettorali di Angela Merkel e dimostra che Berlino non sa o non vuole esercitare una leadership internazionale. Al di là della grande partita sull’euro, la visione tedesca del mondo sembra a tratti mercantilista, a tratti isolazionista. Vicina alla Cina nelle discussioni G-20 sugli equilibri commerciali e monetari; vicina alla Russia sui problemi della sicurezza europea, vicina ad entrambe sulla Libia: Berlino gioca in proprio. L’Italia ha, in questa vicenda, una posizione molto più delicata di quella tedesca. Ha alle spalle il peso della storia coloniale; ha interessi economici in gioco molto più sostanziali; è direttamente esposta alle ritorsioni di Gheddafi; ha molto da perdere, e poco da guadagnare, da una spaccatura fra Tripolitania e Cirenaica. E ha in casa le basi da cui partiranno i raid militari. Sono fattori che dovrebbero spingere il nostro Paese verso l’intervento attivo o verso una posizione passiva?

Una discussione onesta su questo punto – sui costi e benefici di una scelta cruciale di politica estera – sarebbe salutare. Per troppo tempo, siamo stati abituati a ragionare solo in termini di allineamenti: con l’America o contro, con la Nato o fuori, con la Germania o con la Francia, e così via. Oggi, il gioco internazionale è diventato più libero: una condizione che aumenta, con i rischi, anche le responsabilità nazionali. Se ragioniamo in questi termini – gli interessi dell’Italia e le sue responsabilità come Paese democratico – esiste una domanda essenziale a cui rispondere, di tipo real-politico; ed esiste un atteggiamento a cui tendere, di tipo idealistico. La domanda è sempre la stessa: la traiettoria politica di Gheddafi è finita? Ma la seconda risoluzione dell’Onu modifica la risposta: probabilmente sì. Potrà volerci tempo, come è stato nel caso di Milosevic o in quello di Saddam Hussein, ma la fine del Raiss è cominciata. E se è davvero così, l’Italia non ha nessun interesse a lasciare che siano la Francia e la Gran Bretagna a disegnare il futuro della Libia. Una linea di disimpegno alla tedesca, nel nostro cortile di casa, non sarebbe pagante. Del resto, lo scenario peggiore, per l’Italia, sarebbe un Gheddafi apertamente «nemico» ma ancora in sella, con i rischi e i costi (sanzioni petrolifere) della situazione. Anche lo scenario di una guerra protratta fra tribù, con la frantumazione della Libia, sarebbe pessimo per il nostro Paese: avremmo una Grande Somalia appena al di là del Mediterraneo. L’intervento internazionale, per essere utile, dovrà riuscire a evitare il primo scenario senza lasciarsi alle spalle il secondo.

L’atteggiamento a cui tendere è quello richiamato da Giorgio Napolitano, nelle sue parole di ieri a Torino: «Nelle prossime ore dovremo prendere decisioni difficili, impegnative, rispetto a ciò che sta accadendo in Libia… Se pensiamo a ciò che è stato il nostro Risorgimento, innanzitutto come movimento liberatore, non possiamo rimanere indifferenti rispetto alla sistematica repressione di fondamentali libertà e diritti». Per un caso della storia, il 150° anniversario dell’Unità d’Italia avviene nel pieno della crisi libica e 100 anni dopo la spedizione coloniale di Giolitti. Un’occasione giusta per cercare di conciliare, nella politica estera dell’Italia, interessi e valori.

La Stampa 19.03.11

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“Col cuore gonfio”, di Concita De Gregorio

Da 66 anni a questa parte non siamo mai stati così vicini dall’essere l’Italia un paese in guerra. Manca un passo, per giunta non nostro. Dipenderà, nelle prossime ore, dalle decisioni dell’America, della Francia e dell’Inghilterra, soprattutto dipenderà dagli umori del colonnello Gheddafi ed è questa una certezza che non lascia spazio a molte speranze. Gheddafi è un folle, ha i missili e probabilmente le armi chimiche, sta sotto i nostri piedi, a cento chilometri dalle nostre coste, sull’altra sponda del nostro mare. “Ci aspettano decisioni difficili”, ha detto ieri il presidente Napolitano che sa bene di cosa parla, a differenza della stragrande maggioranza degli italiani di guerre il presidente ne ha già vissuta una. Tutti gli altri, tutti noi, tutti coloro che sono nati dopo gli anni ‘40 non hanno idea. Le guerre, le bombe, i missili, le nubi, i cadaveri ai lati delle strade li abbiamo visti in tv e al cinema in così grande quantità e frequenza, veri o fiction che fossero, da essere convinti di sapere cosa siano. Invece no, non abbiamo idea. Prepariamoci a decisioni difficili dunque, sì, e ad affrontare per quanto ne saremo capaci giorni all’altezza di quelle difficoltà.
Prepariamoci a discutere di nuovo di guerra giusta, speriamo prima di sentirne il sibilo. Non si possono lasciare soli gli eroi del “nuovo risorgimento del mondo arabo”, per usare le parole di Napolitano, certo che no. Non si possono celebrare i nostri ventenni di centocinquant’anni fa e ignorare i loro ventenni oggi.
Questi di cui ci raccontano Umberto de Giovannangeli e da Bengasi Gabriele Del Grande: “Ballano, corrono, cantano e sparano in aria. Sono i ragazzi della rivoluzione. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha appena approvato la risoluzione sulla no fly zone. In strada si sono riversate migliaia di automobili. I ragazzi cantano “Irfaa raskum anta libi”, alza la testa sei un libico. I miliziani di Gheddafi continuano indisturbati a colpire i civili. In piazza ci sono migliaia di persone pigiate una contro l’altra”.
Bisogna stare con loro quali che siano gli interessi economici, militari, strategici delle superpotenze, quali che siano i reali argomenti che muovono gli Usa e la Nato, e tutti sappiamo bene quanti e quali siano, questi argomenti. Quanto specifici possano essere riguardo alla Libia. Difendere la democrazia, ammesso che sia possibile, sta di solito in fondo alla lista. A parole in cima, nella sostanza in fondo. Le guerre, sempre, muovono l’economia di chi le fa. Però certo la lotta al dittatore, il sostegno ai risorgimentali arabi accendono gli animi e le passioni: la ragione, anche. Sono una causa nobile e giusta. Dunque l’Italia è pronta, metterà a disposizioni basi e forze armate. Ha votato, solo la Lega ha fatto ostruzionismo: la seconda occasione persa, in due giorni, di stare dalla parte del Paese.
Resta molto timore del prezzo che noi e solo noi italiani potremmo dover pagare per la rapidità con cui il nostro presidente del Consiglio ora detto “Betty” dalle sue amiche a pagamento sia passato dal baciamano all’elmetto. L’amico Gheddafi, solo oggi riscoperto nemico, potrebbe risentirsene in forma personale: la categoria del tradimento, ai suoi occhi, potrebbe comprendere l’Italia intera. Un motivo in più per andare a questa guerra col cuore gonfio, e per dolerci con noi stessi noi italiani per aver lasciato così a lungo e così disastrosamente le sorti del Paese nelle mani di un venditore di menzogne mascherato da statista.

L’Unità 19.03.11

"Stop di Tremonti allo shopping francese ma è troppo tardi per la linea del Piave", di Massimo Giannini

Sospeso tra colbertismo e mercatismo, Giulio Tremonti minaccia di chiudere le frontiere ai conquistatori francesi, che si stanno comprando l´Italia a pezzi. Giù le mani da Parmalat, Edison, Autostrade, tuona il superministro. Ha mille ragioni. Ma la sua battaglia a difesa della famosa «italianità» rischia purtroppo di essere velleitaria, inutile, tardiva.
Tremonti fa bene a invocare l´«interesse nazionale», di fronte all´invasione delle multinazionali che, come nel crepuscolo del nostro Rinascimento, stanno trasformando il Belpaese in una terra di conquista. Fa bene a declinare la tutela dei pochi «campioni nazionali» rimasti secondo la triade inscindibile «Europa-mercato-strategicità». Fa bene a scattare, quando in ballo non c´è più solo una «commodity» del lusso (come in fondo è Bulgari, appena rilevata dal colosso Lvmh) ma un «gioiellino» dell´alimentare (come è a tutti gli effetti Parmalat, nel mirino del gigante Lactalis) o a maggior ragione un «marchio» dell´energia (come invece è Edison, preda del titano Edf). Ma purtroppo la «moral suasion» di Tremonti con l´ambasciatore francese La Sabliere non può funzionare.
È velleitaria. Perché se è vero che la Francia è una nazione «protezionista», è altrettanto vero che l´Italia è una nazione «lassista». Da loro c´è un Sistema-Paese che funziona da decenni. Da noi il Sistema-Paese non ha mai funzionato, per la semplice ragione che non è mai esistito. Dagli anni Settanta piangiamo sul latte versato. Da quando fallirono i raid della Pirelli in Germania, della Comit negli Stati Uniti, della Cerus in Belgio, non abbiamo fatto altro che lamentarci della «mancanza di reciprocità». Senza capire che la forza di un gruppo industriale si misura dalla potenza del Paese che gli sta dietro. Senza capire che la «bandiera» delle nostre imprese non si salvaguarda tanto con le leggi e con l´autarchia, ma con una politica industriale che le fa crescere e le rafforza, negli standard produttivi e negli assetti proprietari. Senza capire che l´italianità del nostro capitalismo (primo, secondo, terzo o quarto che sia) non si difende «dal» mercato, ma «nel» mercato.
Per questo, oggi, la mossa di Tremonti è inutile. Questo governo, molto più di quelli che lo hanno preceduto, non si è mai posto il problema di ridefinire una politica industriale moderna, selettiva ma incisiva. Ha criticato, spesso anche giustamente, il grande ciclo delle privatizzazioni dei primi Anni Novanta, che in qualche caso si è tradotto in una «liquidazione» obbligata del nostro patrimonio industriale e finanziario, con più di un «tesoro di famiglia» ceduto ai saldi di fine stagione. Ma non ha mai elaborato un vero progetto politico, per salvare il salvabile e investire sui settori strategici. Oggi possiamo anche vendicarci dell´assedio francese, adottando la stessa legge che il governo di Parigi varò il 7 dicembre 2006, quando per bloccare la marcia della Pepsi Cola sul gruppo Danone indicò ben undici settori strategici dei quali la Francia avrebbe mantenuto comunque la titolarità. Oppure bloccando l´incursione di Edf su Edison ordinando a quest´ultima la fusione con un «cavaliere bianco» italiano indicato dall´esecutivo, come fece il governo francese con Gaz de France per fermare l´Opa dell´Enel su Suez.
Ma non servirebbe, perché molti buoi sono già fuggiti dalla nostra stalla. Per questo la mossa di Tremonti è tardiva. Negli ultimi quindici anni l´Italia ha perso per strada il tanto che aveva. Nell´«hard economy» si salvano solo le public utilities (Eni, Enel, Telecom), resistono l´impiantistica, la cantieristica e finché dura l´auto (purché sia chiaro a tutti che la non è stata la Fiat a comprare Chrysler, ma l´esatto contrario): ma siamo fuori dalla siderurgia, dalla chimica, dalla farmaceutica. Nella «soft economy», persa l´informatica, non tocchiamo più palla. Nei servizi reggono ancora dignitosamente le banche (con Unicredit in testa sull´internazionalizzazione) ma abbiamo già aperto le porte a Credit Agricole (in Cariparma) e a Bnp (in Bnl).
In tutti gli altri comparti siamo già stati comprati o lo saremo presto. Nel lusso è una strage: prima di Bulgari, Lvmh aveva già acquisito Fendi e Emilio Pucci, Ppr aveva rilevato Gucci e Bottega Veneta, Paris Group aveva assorbito Gianfranco Ferrè, il fondo di private equity inglese Permira aveva inglobato Valentino. Nella grande distribuzione Carrefour ha preso il controllo di Gs, nelle assicurazioni Axa e Allianz insidiano Generali e Groupama non molla sulla Premafin di Ligresti. Nell´energia, oltre a Edison, c´è l´insidia di Gdf, già in Acea con il 10%. Nel trasporto aereo, infine, Alitalia finge di volare grazie alla «coalizione dei patrioti» precettati in fretta e furia da Berlusconi, nella campagna elettorale del 2008: ma la cloche della nostra compagnia è già virtualmente in mano ad Air France.
Questo è il desolante panorama che abbiamo di fronte. E per questo, per nostra sfortuna, la «faccia feroce» di Tremonti, benché comprensibile, non spaventa nessuno. Quella minacciata dal governo italiano non è la solida linea del Piave. Sarà una fragile linea Maginot.

La Repubblica 19.03.11

Il PD a fianco dei militari nelle caserme e in Parlamento. Il governo taglia 1,8 miliardi d'Italia. Addio sicurezza

“Abbiamo deciso oggi – nella settimana dedicata alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia e nel giorno in cui il Senato da l’ok per la messa al bando delle bombe a grappolo, che ogni anno colpiscono 11 mila persone di cui un quarto sono bambini – di testimoniare la nostra stima, il nostro rispetto e la nostra vicinanza alle forze armate, i militari vicini ai cittadini”. Così Emanuele Fiano, Presidente del Forum Sicurezza e Difesa del Partito Democratico, ha introdotto la conferenza stampa in cui alla Camera sono stati presentati “Al fianco dei militari – viaggio per le caserme d’Italia” e una parte dei risultati dell’attività svolta dalle commissioni difesa dei due rami del Parlamento. “Il nostro viaggio nasce dall’esigenza di conoscere e far conoscere a fondo il mondo della Difesa, un mondo con peculiarità non facilmente riscontrabili in altri settori della vita del Paese. Crediamo che sia necessario da parte della politica un doveroso riconoscimento da rivolgere agli operatori con le stellette che in silenzio e con professionalità, e purtroppo a volte a costo della vita, svolgono funzioni preziose e delicate. Nonostante il massimo impegno del personale sono emerse difficoltà a migliorare le condizioni di vita di chi opera all’interno delle caserme. I tagli, oltre un miliardo e 800 milioni di euro la maggior parte dei quali dal capitolo dell’esercizio rendono difficile provvedere a un adeguamento degli alloggi e svolgere un’attività addestrativa. Il senatore Del Vecchio ha poi proseguito snocciolando gli imponenti numeri del viaggio per le caserme del Paese: “sono state toccate 16 regioni con la visita di 51 comandi e unità, il coinvolgimento di 60 parlamentari ma soprattutto con l’incontro in questo anno di lavoro di oltre 20.000 militari, davvero un risultato di partecipazione fantastica”. “Quello del governo è un patriottismo solo di facciata” dice la vicepresidente della commissione difesa del Senato Roberta Pinotti: una azione inconcludente che trascurerebbe i veri problemi del settore. La senatrice PD, prima firmataria del progetto di riforma della legge sulla rappresentanza militare, continua: “quella della rappresentanza militare un disegno di legge che intende corrispondere un ruolo di parte sociale del COCER e la piena titolarità dell’organismo rappresentativo nei procedimenti di negoziazione con piena fiducia alla rappresentanza elettiva. Accanto a questa prevediamo nel nostro DDL il diritto di associazione senza più il preventivo assenso del Ministro della difesa. Un quadro, quindi, basato su una concezione nuova, che crediamo più in linea con le aspettative e le giuste istanze del mondo militare”. Tra gli altri progetti di legge che vogliamo ricordare c’è sicuramente quello relativo alla legge quadro sulla partecipazione italiana a missioni umanitarie e internazionali la cui funzione è duplice: da un lato, assicurare un quadro legislativo stabile a tutte le missioni umanitarie e internazionali, dall’altro, disporre che l’autorizzazione o la proroga delle missioni – pur in presenza di una disciplina legislativa a regime e di una copertura finanziaria divenuta ormai pluriennale ai sensi della legge 27 dicembre 2006, n. 296 – debba essere comunque periodicamente disposta con un atto normativo di rango primario, in modo da in modo da garantire il sistematico ricorso alla decisione parlamentare su una materia così delicata o ancora il DDL per conferire al Governo sulla delega per l’adozione del nuovo codice penale militare di pace. Dopo la vicepresidente Pinotti è il turno del capogruppo in commissione alla Camera Antonio Rugghia che tra l’altro ha rivendicato il lavoro parlamentare per migliorare Difesa servizi S.p.A.
Il fatto che la nascita della società “Difesa servizi spa” è stata effettuata con un emendamento alla finanziaria e quindi senza che vi sia la Relazione tecnica, solleva molti e gravissimi dubbi, in particolare, in merito al perimetro dei compiti della società. I dubbi principali riguardano, in sintesi, cosa potrà acquistare e cosa potrà vendere del patrimonio dello Stato? Altro punto preoccupante è la connessione con la legge 99/09, che consente al Ministero della difesa di affidare in concessione a soggetti privati aree militari, infrastrutture e beni del demanio militare, per installarvi impianti energetici. Per cui, una società privata si candida ad acquisire sul mercato e/o a realizzare impianti energetici (centrali nucleari o termovalorizzatori, ecc) vendendo l’energia prodotta a terzi. Il tutto sotto le insegne “area militare, limite invalicabile” con la conseguenza cioè di affievolire o annullare qualsiasi possibilità di controllo da parte degli organi amministrativi e delle istituzioni locali. E nel caso di impianti inquinanti e potenzialmente pericolosi questo non è ammissibile”.

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Il giallo delle prove Invalsi scricchiola il "sistema Gelmini", di Salvo Intravaia

Le prove per testare il livello di preparazione degli alunni italiani in programma a maggio, ma restano i dubbi sulla loro obbligatorietà e i cobas hanno lanciato una campagna che le contesta. I dubbi dell’avvocato dello Stato. Giallo sulle prove Invalsi, in calendario dal 10 al 13 maggio prossimi, le prove che testano il livello di preparazione degli alunni italiani. Sono obbligatorie o le scuole possono decidere di non farle? Egli insegnanti sono obbligati a somministrare i test? Dopo la lettera dell’avvocato dello Stato, Laura Paolucci, e la presa di posizione dei Cobas, la questione è tutt’altro che chiara. E le prove Invalsi, che per la prima volta diventano obbligatorie anche al superiore, rischiano di naufragare. I presidi delle scuole superiori si riuniscono, si chiamano e si interrogano sul da farsi. Alcuni chiedono al collegio di esprimersi in merito, altri inviano circolari perentorie: sono obbligatorie e occorre svolgerle. Ma come stanno in effetti le cose?

Le scuole hanno l’obbligo fare svolgere agli alunni delle scuole elementari (seconda e quinta), medie (prime) e superiori (seconda) le prove predisposte dall’Invalsi annualmente, ma gli insegnanti della scuola non hanno nessun obbligo di somministrare i questionari, di compilare le relative schede, né tanto meno di sorvegliare le classi durante lo svolgimento delle prove. Si tratterebbe, per i docenti, di lavoro straordinario che il capo d’istituto dovrebbe trovare il modo di retribuire con un compenso a parte. Se tutti i docenti a maggio si rifiutassero di “collaborare” con l’Invalsi, con quale personale potrebbe assicurare lo svolgimento delle prove il dirigente scolastico?

Ma c’è di più: le scuole non hanno fondi da distribuire per un’attività che non è
contemplata nel contratto di lavoro degli insegnanti e che non si saprebbe neppure come classificare. Secondo i Cobas, che stanno portando avanti una campagna nelle scuole per fare saltare le prove, “tutto il lavoro richiesto ai docenti per la somministrazione dei test non è obbligatorio”. Tutte le operazioni connesse con i test Invalsi comportano un lavoro aggiuntivo che non rientra fra i compiti “obbligatori” del docente e che, quindi, non è tenuto a svolgerlo. I docenti che decidessero di accettare tale compito aggiuntivo devono comunque essere remunerati con il fondo di istituto.

Linea sostanzialmente confermata dall’avvocato dello Stato, Laura Paolucci, in una missiva pubblicata sul sito dell’Ufficio scolastico regionale del Piemonte: le prove sono obbligatorie per le scuole e il collegio dei docenti non ha nessun potere di deliberare in merito. Gli obblighi di lavoro dei docenti sono articolati in “attività di insegnamento” e “attività funzionali all’attività di insegnamento”. La somministrazione delle prove Invalsi non può essere considerata, ovviamente attività di insegnamento, né attività funzionale, in quanto il contratto le elenca. E tra queste troviamo: la preparazione delle lezioni e delle esercitazioni; la correzione degli elaborati; la cura dei rapporti individuali con le famiglie. Ma anche la partecipazione ai consigli di classe, ai collegi dei docenti, i ricevimenti con le famiglie e gli scrutini.

Di eventuali prove, come quelle Invalsi, non vi è traccia. Ma alcuni presidi contano di aggirare l’ostacolo organizzando la somministrazione delle prove durante le ore di lezione. E’ possibile, in questo modo, risolvere il problema? Gli insegnanti, a questo punto, sono obbligati a svolgere un’attività diversa da quelle previste dalla cosiddetta “funzione docente”? La questione non mancherà di aprire altre polemiche, almeno fino a maggio.

Ma è l’intero sistema di valutazione messo in piedi dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, che nel complesso scricchiola. Il milleproroghe ne ha disegnato l’architettura in questo modo: l’Indire (l’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa), che si occuperà della valutazione degli insegnanti; l’Invalsi, che testa la preparazione degli alunni, e il “corpo ispettivo”, che valuterà le scuole e i dirigenti scolastici. Un sistema che si regge su “tre gambe”.

Ma l’Invalsi, prima gamba del sistema di valutazione, è zoppa: potrebbe avere in futuro difficoltà a somministrare le prove agli alunni, perché nel contratto dei docenti non è previsto nessun impegno in tal senso. La seconda gamba, l’Indire, non c’è. E’ stato chiuso con la finanziaria e nel 2007 e l’altro istituto, l’Ansas (l’Agenzia nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica) – che secondo i decreti del ministro Gelmini dovrebbe svolgere un ruolo di consulenza riguardo ai progetti sul merito lanciati a Milano, Napoli e Torino, per gli insegnanti, e a Siracusa, Pisa e Cagliari, per le scuole – è stato prorogato di un anno, ma non ha tra le sue competenze quelle di valutare scuole e insegnanti. Insomma, un pasticcio.

La cosa è emersa in commissione Cultura al Senato qualche giorno fa. “Pur prendendo atto – ha dichiarato il sottosegretario Giuseppe Pizza – delle dichiarazioni rese dal rappresentante del governo in commissione, secondo cui si tratta di un errore tecnico, resta da chiarire se è intenzione del governo attribuire all’Ansas anche compiti di valutazione ovvero modificare diversamente la norma sul milleproroghe”.

C’è poi il corpo ispettivo, la terza gamba, che però ha il personale ai minimi termini. E il concorso in fase di svolgimento si preannuncia in salita: per un pasticcio nel bando, tantissimi esclusi ai test di ammissione si sono rivolti al Tar e la selezione, che comunque vadano le cose non si completerà prima di un anno, potrebbe subire uno stop, lasciando il sistema zoppo anche della terza gamba.

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Tribunale di Modena, ecco le cifre dell’emergenza

Interrogazione dei deputati modenesi del Pd: chiedono ad Alfano di trasferire al Palazzo di Giustizia parte delle risorse introitate (oltre un milione nel 2006). “Con il trasferimento tra marzo e giugno dello scorso anno di tre giudici del Tribunale di Modena addetti al dibattimento penale si sono ulteriormente aggravati i carichi di lavoro dei sei giudici rimasti in servizio, con il conseguente allungamento dei tempi di smaltimento delle cause e il rischio di prescrizione per numerosi processi”.

A lanciare l’allarme sono i quattro deputati modenesi del Pd – Manuela Ghizzoni, Ricardo Franco Levi, Ivano Miglioli e Giulio Santagata – che nella loro interrogazione al ministro della Giustizia Alfano delineano un quadro preoccupante del Palazzo di Giustizia modenese. Le carenze più gravi riguardano il personale amministrativo: rispetto al previsto organico di 119 unità nel 2005, si è passati a 112 nel 2007, con un’ulteriore riduzione fino a 105 unità nel 2010. Attualmente sono presenti solo 81 unità, con una riduzione, rispetto all’organico, del 23 per cento.

Tuttavia – sottolineano i parlamentari del Pd – alla progressiva carenza di personale corrisponde un costante aumento del carico di lavoro, come dimostrano i dati nel biennio 2009 e 2010. Le cause al Tribunale del Lavoro sono state rispettivamente 598 e 817 (con un incremento di quelle esaurite: da 794 a 815); le esecuzioni mobiliari presentate sommano a 2760 e 2969 (con incremento, anche in questo caso, di quelle esaurite: da 2766 a 2869); analoga sorte per quelle immobiliari che sono passate da 547 a 812 (stabile il numero di quelle esaurite), mentre le procedure di fallimento sono state 169 e 180 (quelle esaurite 192 e 215). Le nuove cause penali sono state 3030 nel 2009 e 3587 nel 2010 (con un rallentamento nello smaltimento, che passa da 3379 a 2943, per i motivi precedentemente espressi), mentre quelle in carico al GIP sono state, rispettivamente, 9480 e 12605 (in questo caso si assiste ad una forte accelerazione dell’esaurimento dei procedimenti: 13676 nel 2010 contro i 5723 del 2009).

Nonostante queste difficoltà – osservano i firmatari dell’interrogazione – i magistrati e il personale amministrativo hanno tentato in ogni modo di sopperire alle gravi carenze di risorse. Grazie al contributo delle Istituzioni territoriali e del sistema bancario locale hanno anche favorito l’introduzione di strumenti informatici per la gestione digitalizzata dei fascicoli penali in fase di indagini preliminari e per la creazione di un archivio digitale della Procura. Dispiace invece rilevare l’assenza dell’amministrazione centrale”.

I parlamentari del Pd rilanciano quindi una proposta già avanzata dai senatori Barbolini e Bastico: trasferire al Tribunale di Modena una parte significativa delle risorse economiche introitate dall’attività giudiziaria svolta in quella sede, pari a oltre un milione di euro nel 2006, da destinare al potenziamento delle dotazioni degli uffici giudiziari, all’aumento del personale e alla costruzione di nuove sedi per lo svolgimento dell’attività giudiziaria.

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"Fischiato ovunque. Non gli resta che la porta di servizio", di Ninni Andriolo

Ieri il presidente del Consiglio ha fatto il pieno di fischi. Durante la manifestazioni per l’Unità d’Italia Berlusconi è stato ampiamente contestato. Dalla Basilica di Santa Maria degli Angeli è scappato dalla porta secondaria Altro che festa! Un calvario di fischi, insulti, sarcasmi, allusioni al bunga bunga, inviti alle dimissioni, contestazioni e cori sferzanti da stadio il tour risorgimentale di Silvio, costretto a partecipare da attore non protagonista al centocinquantesimo per l’Italia unita, e ad assistere quasi imbronciato ai ripetuti bagni di folla del Presidente della Repubblica. «Oggi niente dichiarazioni, le lasciamo fare al Capo dello Stato», spiegava il Cavaliere ai giornalisti all’inizio della giornata. A Santa Maria degli Angeli, poco dopo, Silvio veniva sonoramente fischiato. E lo stesso accadeva durante la messa celebrata dal cardinal Bagnasco. Alla fine della funzione, così, il Cavaliere decideva di lasciare la Basilica dal varco della Sacrestia, mentre Napolitano, Fini, Schifani, ecc. guadagnavano l’uscita dalla porta principale.
Per la successiva visita al museo della Repubblica romana, ad accogliere il premier al grido di «dimissioni, dimissioni» erano stati pochi.
Alla fine, però, i fischi della folla che si era raccolta – non si scorgevano i centri sociali ai quali il capo del governo attribuisce ogni contestazione di piazza – sovrastavano di gran lunga le voci dei pochi che lo esortavano a «resistere». Al Teatro dell’Opera di Roma, alla fine, per il Nabucco diretto da Riccardo Muti, la gente assiepata dietro le transenne lo accoglieva scandendo un eloquente «vattene, vattene». La festa del «re» Cavaliere guastata da qualche isolato «imbecille», come sostiene Carlo Giovanardi? Un Savoia di rango come Emanuele Filiberto ha definito ieri Berlusconi «molto più»
di un sovrano. A sentire il principe per le teste coronate le contestazioni sarebbero «normali». «Quando ho partecipato a Sanremo – svela il pronipote di Vittorio Emanuele, cercando di dare una mano al premier – dietro le quinte, se non fischiavano, non sapevo mai quando era il momento di entrare in scena». Il centocinquantesimo dell’Unità come un festival della canzone italiana, in poche parole!. Berlusconi, però, i fischi di ieri li ha presi proprio male. A chi ha avuto modo di parlargli, il Cavaliere è apparso rammaricato. «Almeno oggi avrebbero potuto evitare….», avrebbe esclamato Silvio alludendo alla giornata tricolore. A preoccuparlo, in realtà, è «l’effetto megafono» che possono determinare le contestazioni di ieri. Che per il premier, in realtà, costituiscono la spia della disillusione del Paese che anche i sondaggi fotografano. La propaganda Pdl, naturalmente, riconduce i fischi alle «provocazioni organizzate dalla sinistra». Ieri, però, a prendere di mira il premier è stata la gente normale. Sono stati uomini e donne di diverse generazioni, perfino padri e madri con i bambini per mano che si sono lasciati andare ad un rito quasi liberatorio.
«Vado avanti, non lascio il Paese in mano ai comunisti» come avvenne nel ‘94, aveva assicurato Silvio all’inizio della giornata, rispondendo alle esortazioni di chi lo acclamava all’Altare della Patria e lo incitava a «resistere». Perché è chiaro che il 17 marzo del premier è stato contrassegnata da molte contestazioni, ma anche da molti applausi. A prevalere, però, non sono stati «i fischi comunisti» né a piazza della Repubblica, né al Gianicolo, né all’Opera di Roma.
E le contestazioni, commisurate alle ovazioni riservate a Napolitano costituiscono per il Cavaliere un boccone doppiamente amaro. Nemmenol’amico Bossi ieri gli ha teso la mano. Silvio fischiato? «peggio per lui»,ha commentato lapidario il leader della Lega. E costretto a fare buon viso a cattivo gioco, il Berlusconi privatamente amareggiato, alla fine del centocinquantesimo, ha dovuto spiegare che quella di ieri è stata anche per lui una «magnifica giornata».

L’Unità 18.03.11

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“Anche la piazza lo abbandona. Applausi per Prodi”, di Claudia Fusani

Lui via dall’aula lungo il corridoio a testa bassa e mascella serrata, davanti Gianni Letta a fargli da apripista e a seguire, nel solco, qualche diligente fanciulla deputata. Il Presidente della Repubblica nella piazza di Montecitorio acclamato e sospinto dai cori «Presidente solo per te», a stringere mani e a gioire di quelle parrucche di stelle filanti bianche rosse e verdi fatte in casa da signore che indossano il tricolore a mò di tunica romana. Gli ha tolto la scena. Gli ha tolto il bagno di folla. Gli ha tolto anche la canzoncina: ieri per le strade di Roma si sentiva «meno male che Giorgio c’è». Ora, è vero che la festa dell’Unità d’Italia è, come ripete Napolitano, «la festa di tutti gli italiani e le italiane a prescindere dall’idea politica»; che deve essere una giornata che unisce e non divide e quindi un giorno in cui lasciar perdere faccende politiche. E però ieri è stata la dimostrazione plastica e tangibile di come il premier un tempo più amato dagli italiani sia oggi a rischio di fischi e contestazioni se improvvisa passeggiate per strada. Di come per essere sicuro di evitare iln dissenso sian sempre più costretto a mandare videomessaggi con voce registrata o in diretta telefonica. Per uno come
Berlusconi, a cui risulta inconcepibile che non gli si debba volere bene; cultore di una leadership fisica; che ha messo il corpo, se stesso, la sua faccia, anche la sua famiglia, al di sopra di ogni altro impegno politico e che trae forza ed energia dai bagni di folla: ecco, per uno così, essere stato costretto ieri a nascondersi e a lasciare la piazza ad altri, deve essere stato un bruttissimo colpo. Una verità non confutabile. E passi poi per il Presidente della Repubblica a cui è andato prima l’onere e poi il grande onore delle festa.
Bisogna immaginare cosa deve essere stato per Berlusconi sapere che anche Romano Prodi è stato super applaudito ieri. Più volte: quando è arrivato in piazza Montecitorio, quando ha lasciato il Parlamento e anche in aula. A un certo punto, prima dell’arrivo di Napolitano, si è creato un piccolo capannello proprio davanti al banco del governo: Prodi, Bersani, Di Pietro parlottavano, si tenevano il braccio. Una scena antica. Notata da molti. Anche gli applausi-tutti-in-piedi per i
presidenti emeriti Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi sono andati molto al di là del riconoscimento istituzionale: c’era affetto ma soprattutto nostalgia di un altro tempo. Prodi ha celiato col suo sorriso largo: «Applausi per me? Non ci ho badato». La parola d’ordine ieri era divieto di polemica. Ma la consegna del palazzo non poteva arrivare nelle strade e nelle piazze, tra le famiglie, i ragazzi, adulti qualunque, il paese reale. Non è stato possibile mettere la sordina a chi invocava (signore in piazza di Montecitorio): «Mandate via quel pazzo». O a chi urlava: «Napolitano, sei l’unico». E questo l’ha capito anche Berlusconi.

L’Unità 18.03.11