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"La paura del referendum", di Francesco Merlo

E’ scilipotismo termonucleare, trasformismo atomico. Questo non è un governo che ha cambiato idea e sta responsabilmente e dolorosamente rinunziando al nucleare, ma è un governo che non ha idee e si accoda alle paure e alle emozioni espresse dai sondaggi del momento. I ministri Romani e Prestigiacomo e, spiace dirlo, con loro anche Umberto Veronesi, non stanno alla testa ma alla coda del Paese. E difatti proprio loro, che non si erano fatti spaventare dall´apocalisse mondiale, si sono terrorizzati davanti ai sondaggi di cortile. Loro che si erano mostrati duri, tecnologi e «proiettati nel futuro», loro che avevano accusato di sciacallaggio gli antinuclearisti («non si specula sulla paura!») loro adesso ci ripensano, ragionano, rinviano. Come mai? «è finita. Non possiamo perdere le elezioni per il nucleare» è sbottata la ministra Stefania Prestigiacomo davanti a Tremonti e a Bonaiuti, senza sapere che i giornalisti dell´agenzia Dire la stavano registrando.

Ancora una volta, dunque, dobbiamo dire grazie a delle frasi intercettate. Questo portentoso sfogo della Prestigiacomo ci svela infatti il vero significato delle nuove posizioni di Romani, «non costringeremo nessun territorio a costruire centrali», e illumina di verità la pensosa riflessione di Veronesi. Sono intense e bellissime le parole usate ufficialmente: «sgomento», «coscienza», «prudenza», «intelligenza». Ma ecco come la Prestigiacomo le ha tradotte: «Non facciamo cazzate». Insomma, il Giappone rischia davvero di diventare anche per lei un´esperienza dolorosa, e non per i morti, non per la disperazione mondiale, ma perché «noi non possiamo perdere le elezioni per il nucleare. Dobbiamo uscirne in modo soft. Ora non dobbiamo fare nulla, si decide tra un mese».

Ecco il punto: non ci dice, la Prestigiacomo, che questi nostri governanti sono anti o pro il nucleare, e neppure che sono indecisi. Ma che sono irresponsabili. Non ci racconta che ieri erano a favore («non siamo in Giappone, il ritorno al nucleare rimane un´assoluta priorità italiana») e oggi sono contro perché «l´ammirevole compostezza del popolo giapponese» li ha svegliati, ma che sono ammalati di scilipotismo appunto, banderuole dell´opportunismo e dell´inaffidabilità, troppo abituati a prendere boccate d´ossigeno dalle disgrazie – il terremoto dell´Aquila, il crollo di una bella scuola elementare, la spazzatura di Napoli, e poi Gheddafi… – troppo lesti a cercare in ogni rogna la convenienza elettorale. E abbiamo pure il sospetto che la maggioranza di governo non abbia paura solo delle elezioni amministrative che stanno per arrivare. Teme di perdere anche il referendum sul nucleare e, sull´onda di quella sconfitta, quello sulla privatizzazione dell´acqua e soprattutto quello sul legittimo impedimento che, ovviamente, sarebbe per Berlusconi la vera fusione atomica del consenso, il disfacimento non solo elettorale.

Attenzione: noi non siamo per il nucleare, non è di questo che stiamo parlando. Il punto è che tutti, non importa se pro o contro il nucleare, preferirebbero un governo capace di far valere le proprie convinzioni anche quando diventano impopolari, un governo che fa la cosa che gli sembra giusta e non la cosa per la quale fiuta l´applauso. Una volta c´era la destra che si batteva per gli interessi dell´industria, il profitto e lo sviluppo, e c´era la sinistra che metteva al primo posto i salari, l´ambiente, la salute. Ora invece ci sono i sondaggi, c´è una classe dirigente che si uniforma pubblicamente a quegli umori che in privato disprezza, c´è una destra che sfugge alla solidità della politica e insegue la volatilità del consenso: se la volete cotta ve la diamo cotta, se la volte cruda ve la diamo cruda, basta che balliate con noi.

È un altro imbruttimento, l´ennesimo imbarbarimento che la destra deve a Berlusconi. L´altra sera ho acceso la televisione e su Raiuno ho riconosciuto tal Alessandro Di Pietro. Da vecchio cronista lo ricordavo alla testa dei “Gre” (Gruppi di ricerca ecologica), gli ambientalisti di destra. Ne era il capo e il fondatore. Si dicevano seguaci di Konrand Lorenz. Erano fortissimamente antinuclearisti. Ai miei occhi questo Di Pietro era un Ermete Realacci rovesciato con tanto di baffetti da paese. Ebbene in tv era un goffo concorrente semivip dell´empireo di “Ballando con le stelle”: guidato dalla Carlucci danzava un fox trot che sembrava un Nichibu giapponese.

La Repubblica 18.03.11

"Quella spada sul capo dei giudici", di Valerio Onida

Una delle norme del progetto di riforma costituzionale approvato dal governo prevede che «I magistrati sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione di diritti al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato. La legge espressamente disciplina la responsabilità civile dei magistrati per i casi di ingiusta detenzione e di altra indebita limitazione della libertà personale. La responsabilità civile dei magistrati si estende allo Stato».
L’articolo 2 della legge vigente sulla responsabilità civile dei magistrati (n. 117 del 1988) stabilisce che «chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale». Lo Stato poi si rivale sul magistrato (art. 7).

Se invece il danno consegue a un fatto costituente reato commesso dal magistrato nell’esercizio delle sue funzioni l’azione di risarcimento può essere esperita direttamente nei confronti del magistrato (art. 13).

Qual è la differenza fra la riforma annunciata e la legge già in vigore? Non è quella di rendere applicabile anche ai magistrati l’art. 28 della Costituzione sulla diretta responsabilità dei funzionari e dipendenti dallo Stato, «secondo le leggi penali, civile e amministrative», per gli «atti compiuti in violazione di diritti»: infatti esso è già applicabile anche ai magistrati, come ha chiarito la Corte costituzionale (sentenze n. 2 del 1968 e n. 18 del 1989), ma consente diverse discipline.

Allora la differenza sta in quel «al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato», se deve intendersi come «alle stesse identiche condizioni». Cioè non si potrebbe più differenziare il regime della responsabilità civile dei magistrati da quello degli altri dipendenti dello Stato.

Oggi infatti gli altri dipendenti statali rispondono direttamente per dolo o colpa grave, mentre i magistrati rispondono direttamente solo in caso di reato, e a titolo di rivalsa per atti compiuti con dolo o colpa grave. Inoltre, soprattutto, le ipotesi di colpa grave per i magistrati sono specificate dalla legge, ed escludono comunque l’attività d’interpretazione di norme di diritto e quella di valutazione del fatto e delle prove (art. 2, commi 2 e 3, della legge).

Ma – ecco il punto – una speciale disciplina restrittiva della responsabilità civile dei magistrati è necessaria, come ha chiarito la Corte costituzionale nella sentenza del 1989, «con la previsione di condizioni e di limiti a tutela dell’indipendenza e dell’imparzialità del giudice», perché l’attività del giudice deve essere resa «libera da prevenzioni, timori, influenze che possano indurre il giudice a decidere in modo diverso da quanto a lui dettano scienza e coscienza».

Ora, qual è la peculiarità dell’attività dei giudici? Essa, risolvendo controversie o applicando sanzioni, inevitabilmente “danneggia” qualcuno (colui al quale nel giudizio si dà torto, o l’imputato). Spesso il “danno” può essere ingente, come nel caso di cause miliardarie. Il problema è stabilire quando il danno è “ingiusto”.

Se fosse ritenuto tale ogni danno conseguente a una pronuncia che successivamente venga riformata o annullata, l’indipendenza del giudice che l’ha pronunciata, la sua soggezione “soltanto alla legge” (art. 101 della Costituzione) sarebbe inevitabilmente compromessa.

Il sistema processuale prevede apposta rimedi e gravami per correggere provvedimenti che si rivelino errati in diritto o in fatto, ma la pronuncia riformata non può essere addebitata al giudice che l’ha emessa, se non nei casi cui essa appaia frutto di dolo o di colpa grave, ad esempio di una “negligenza inescusabile” che conduca ad affermare «un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento» (come prevede una delle ipotesi di “colpa grave” delineate nell’art. 3, comma 3, della legge).

Si può, certo, migliorare il sistema processuale anche per quanto riguarda l’azione per il risarcimento dei danni ingiusti causati da atti dei magistrati. Si possono e si devono studiare rimedi efficaci per combattere abusi o eccessi che possono essere compiuti da magistrati a danno dei cittadini, i cui diritti e le cui libertà la legge mette nelle loro mani. Si deve anche assicurare un adeguato risarcimento a carico dello Stato (peraltro già oggi previsto dalla legge) per ipotesi di errori giudiziari e di detenzione ingiusta.

Ma non si può esporre i magistrati alla “spada di Damocle” di azioni di danno per ogni pronuncia o atto da loro compiuto per attuare la legge, ma che, operando i rimedi previsti dall’ordinamento, siano ritenuti alla fine infondati o contrari alla legge.

Il Sole 24 Ore 18.03.11

"Rinnovabili, il modello è la Germania", di Francesco Ferrante

«Lo spartiacque nella storia della tecnologia mondiale» (così Merkel ha definito la tragedia di Fukushima) ha tolto dall’agenda del futuro energetico il nucleare, tanto che di “opzione zero” parla apertamente il commissario europeo Oettinger, e impone definitivamente in tutto il mondo la marcia verso efficienza energetica e fonti rinnovabili.
Una marcia che dovrà essere a tappe forzate, se vogliamo emanciparci presto e il più possibile dalla dipendenza dai fossili, e che premierà nella competizione globale i paesi che meglio e più rapidamente saranno in grado di adeguarsi a questo scenario.
Oggi in Europa c’è già una lepre che corre nella direzione giusta e più promettente: la Germania che già produce oltre 40 Twh con il vento (per capirci in Italia siamo a 8 Twh) e vuole superare i 100 Twh entro i prossimi 10 anni, che ha già istallato 16mila Mw di fotovoltaico e conta di arrivare a 52mila Mw nel 2020, che punta con forza sullo sviluppo compatibile delle agroenergie, per arrivare all’80% di energia elettrica nel 2050. Dovrebbe essere quello il modello da imitare. E infatti finalmente, seppur in grave ritardo, grazie ai provvedimenti presi nella scorsa legislatura, le rinnovabili stavano iniziando a decollare anche in Italia, arrivando a fornire l’anno scorso un quarto dell’intera produzione elettrica del nostro paese. E allora che fanno Berlusconi e il suo ministro Romani?
Decidono improvvisamente di approvare un decreto il 3 marzo che di fatto taglia le gambe a questo che era una dei pochi settori che, in controtendenza con la crisi in atto, ha garantito sviluppo e occupazione. Oggi presso il ministero dello sviluppo economico finalmente il governo incontrerà almeno qualcuno tra gli operatori del settore. Un incontro che nasce dalla protesta ampia che si è immediatamente propagata in tutto il paese – da Padova dove lunedì scorso c’è stato il primo sciopero del fotovoltaico, al Mezzogiorno.
Una protesta, quella dei lavoratori e delle imprese, che ha visto il sostegno fermo e compatto del Pd sin dalle primissime ore, come aveva testimoniato il partecipatissimo incontro di giovedì scorso alla camera, cui avevamo convocato associazioni e operatori, ma anche i rappresentanti dei Comuni gravemente penalizzati dal decreto approvato dal governo.
Mercoledì il gruppo del Pd della camera è riuscito ad ottenere che venisse approvata all’unanimità una mozione parlamentare che impegna sostanzialmente il governo a intervenire sui punti più negativi del suo stesso decreto. Il testo approvato è frutto di un compromesso con la maggioranza che ovviamente ha cercato di evitare la completa sconfessione del suo governo e forse per il Pd sarebbe stato più semplice, propagandisticamente, inchiodare Berlusconi e Romani all’errore drammatico compiuto, ponendo in votazione la propria mozione originale. Ma come ha detto in aula Ermete Realacci: «Abbiamo preferito una soluzione comune, perché abbiamo a cuore questo paese, questo settore e il futuro dell’Italia».
Ora c’è una mozione importante perché è votata da tutti, che indica sostanzialmente il modello tedesco e chiede innanzitutto al governo di rimediare agli errori compiuti nei confronti di chi aveva già programmato investimenti, affermando un principio che dovrebbe essere scontato: non si possono fare provvedimenti retroattivi.
Dall’incontro di oggi devono venire risposte chiare sia alle richieste degli operatori sia alla mozione del parlamento. La si smetta di inseguire improbabili “modelli francesi” (che non funzionano). La si smetta di ascoltare i suggerimenti di una Confindustria, incapace di rappresentare tutti i propri iscritti. E dei grandi ex monopolisti, miopi e disinteressati sulle rinnovabili. Insomma, per citare ancora il puntuale intervento di Realacci: «Non si può legiferare sotto la pressione di interessi potenti, che hanno la testa rivoltata indietro, sotto la pressione di campagne di informazione fasulle: Romani ha dichiarato, e non ha smentito, che nel 2009 e nel 2010, ogni anno, 10 miliardi di euro sarebbero andati alle fonti rinnovabili. È falso».
La spesa per le rinnovabili in Italia lo scorso anno è stata di 2,7 miliardi di euro contro i 9 che pagano i tedeschi, ben contenti di farlo visti i risultati raggiunti per l’intero sistema economico del paese. Ed è quello il sistema da utilizzare anche per ridurre progressivamente questi incentivi, accompagnando il progresso tecnologico che ci porterà in tempi ragionevoli alla grid parity.
La strada da seguire è chiara, il governo la segua. Altrimenti la protesta nelpaese crescerà e il Pd saprà sostenerla con forza.

da Europa Quotidiano 18.03.11

"Unità e Costituzione", di Andrea Manzella

“Unità e Costituzione” non fu solo la felice formula politica degli anni tumultuosi della tessitura italiana. Furono anche le parole che resero possibile il nostro Risorgimento. Esse dettero infatti alla vicenda italiana il significato di una progressiva conquista di libertà. Legarono perciò l´identità del nuovo Paese non al fatto territoriale di una serie di annessioni nazionalistiche, ma al grande movimento liberale che attraversava l´Europa. In questo senso la nostra identità fu un fatto “europeo” prima ancora che nazionale-italiano.
“Noi credevamo”, allora, in quelle due parole. Anche quando le speranze di farcela erano assai poche. Furono quelle anzi le parole che permisero la creazione di uno spazio, piccolo ma decisivo, di convivenza degli opposti: monarchici e repubblicani; cattolici e laici; ceti “ristretti” e classi popolari. Il nostro “mondo di vita” nazionale prendeva le forme istituzionali di una comunità democratica. Fu, dunque, il nostro, fin delle origini, un “patriottismo costituzionale”.
Quando, con il fascismo, quella formula si ruppe, quando ci fu la scissione tra il valore dell´unità-statale e i valori costituzionali, venne meno la stessa identità del Paese. Si deformò il suo “volto” originario in cui tutti si erano riconosciuti. Lo Stato “illiberale” fu l´anti-Italia, nonostante l´ossessivo richiamo all´idea di nazione.
La perdita della “legge-fondamentale”, come bussola e ragione della cittadinanza, determinò la secessione silenziosa di tutti quegli italiani che si sentivano tali perché c´era stato il Risorgimento. Essi videro nello Stato fascista uno Stato straniero e lontano. Ne poterono cogliere persino il gigantesco tentativo di modernizzazione integrale dello Stato, che si propagò fuori d´Italia con imitazioni che presto superarono l´originale. Ma videro anche nella distruzione del nucleo di democrazia liberale non una svolta politico-istituzionale, ma un ritorno alla disunione italiana. Le leggi razziali resero ancor più profonda la separazione dell´Italia da se stessa: più di quanto non fosse stato nell´Italia divisa “in tanti Staterelli”.
Ed è certo nella logica profonda della nostra storia il ritorno del motto “Unità e Costituzione” come formula di coesione della Resistenza: in questa luce, perciò, nuovo Risorgimento e nuova riunificazione. Anche allora, infatti, unità volle dire non solo ricongiunzione territoriale tra Nord e Sud, materialmente separati dalla linea della guerra. Ma volle significare anche il ritorno alle libertà concrete e alle loro garanzie.
“La Costituente o il caos” si disse allora: e furono anche esse parole fortunate di re-identificazione nazionale. Perché solo un nuovo costituzionalismo poteva garantire contro i rischi di nuova tirannia. Solo esso poteva ricreare l´unità d´Italia.
La Costituzione del 1948 fu soprattutto questo: la riunificazione dell´Italia in un moderno ordine delle libertà, tutelato da contro-poteri che non c´erano quando era prevalso il fascismo. Il referendum popolare contro le manomissioni costituzionali. Il Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento nazionale e da delegati delle assemblee regionali; e perciò affidatario della Carta costituzionale. La Corte costituzionale: “giudice delle leggi” e della loro osservanza verso la Costituzione. Le Magistrature indipendenti: come prima linea di difesa dei diritti fondamentali dei cittadini.
Fin dal primo articolo della Carta fu pressante questa necessità della limitazione del potere pubblico, anche quando esso proveniva da libera elezione: “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ma questa idea del “potere limitato” (che già era stato, cinque secoli prima dell´antico “repubblicanesimo” italiano) non paralizzò certo i governi di allora. Essi stimolarono, accompagnarono, esaltarono il grande miracolo sociale italiano degli Anni 50 e 60, che si studia oggi nei libri di economia politica (eppure già in Costituzione vi era quell´articolo 41, in questi giorni ridicolmente imputato di ostacolare la “crescita”).
Ma la Costituzione repubblicana volle tutelare l´unità d´Italia non solo contro la spaccatura che sempre reca l´assolutismo del potere incontrollato. Non fu solo, non è, una Costituzione “contro” i pericoli di disunione. La sua essenza è di essere una Costituzione “per” l´unione, con legamenti che formano la sua trama.
Con le filature più visibili: in quell´articolo 3 che “richiede” a tutti “l´adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. In quell´articolo 120 posto a tutela “dell´unità giuridica”, dell´”unità economica” e “dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali”. Con la cucitura finale, in quell´articolo 139, che dichiara immutabile la “forma repubblicana”: la “forma”, cioè dell´intero tessuto di libertà e di solidarietà, di poteri democratici e di contro-poteri costituzionali in cui, da sempre, è il concetto storicamente italiano di “repubblica”.
Ma i pericoli di disunione attraversarono anche la Repubblica costituzionale, nata nel 1948. Quando la “cortina di ferro”, rompendo l´Europa in due appartenenze, dettò il clima di una “guerra civile fredda” fra gli italiani. Ancora una volta la frattura fu sul nucleo identitario delle libertà: prima che il ritrovamento della “via nazionale” significasse, in realtà, il rientro delle masse comuniste nell´identità storica italiana.
Oggi, come per un immutabile destino della nostra storia, dalla riflessione sull´unità è inscindibile quella sullo stato della Costituzione. Ancora una volta la percezione dei rischi per l´unità nazionale è intimamente intrecciata a quella dei pericoli per le libertà costituzionali.
Le spinte secessioniste, con il rifiuto anche dei simboli dell´unità, con un federalismo opaco e ambiguo, non preoccupano per il loro richiamo fuori dal tempo a piccole patrie territoriali. Preoccupano, soprattutto, per il rifiuto dei vincoli costituzionali di solidarietà. Così come l´attacco ai contro-poteri istituzionali non preoccupa, per la sua evidente, e persino farsesca, finalità di copertura di un meschino pre-potere personale. Preoccupa perché comporta in sé la disunione degli italiani: separati, anche questa volta, dal falso mito che il consenso popolare permetta l´uso illimitato del potere pubblico.
Nella nostra storia, il peccato più grande contro l´Italia è quello, ricorrente, di contrapporre democrazia a Costituzione. Di ignorare il Parlamento o, peggio, di costringerlo alla menzogna di regime. Di rompere così il nesso originario della fondazione unitaria su una base di libertà. Di costringere all´esilio morale gli italiani “patrioti della Costituzione”.
Non è, come si vede, un peccato negoziabile. L´intransigenza nasce dalle nostre origini ed è più forte, certo, di ogni opposizione politica. Per questo, fuori d´Italia, la nostra unità ha avuto un valore reale solo quando è stata unità costituzionale. Senza, ci fu – c´è sempre – il rischio di tornare ad essere solo “espressione geografica”. Ecco perché gli europei ci chiedono, nei giorni che sembra smarrita questa nostra ragione nazionale: “ma come fate?”.

La Repubblica 18.03.11

"Uno statista, un popolo, un alieno", di Stefano Menichini

Quante volte Ignazio La Russa avrà sognato, nella sua giovinezza sanbabilina, una notte tricolore nella quale arringare la folla dall’Altare della Patria, in piazza Venezia, in diretta tv? Amara le nemesi, per lui e per Alemanno: dover lasciare quella piazza gremita sotto i fischi, contestati da quegli stessi italiani patriottici che di solito, affollando i vicini Fori Imperiali per la sfilata del 2 giugno, rimangono freddi per i politici di sinistra e incoraggiano quelli di destra.
È incastonata di episodi così, tutti dello stesso segno, questa festa del 17 marzo, celebrazione nella quale non tutti credevano (alcuni, sventurati, talmente poco da chiederne l’annullamento) e che invece ieri ha magicamente assunto un significato autentico, nazionale, nell’incontro – intorno ai luoghi simbolo del Risorgimento – fra quattro soggetti: il capo dello stato, il popolo, le amministrazioni locali, la scuola pubblica.
Sì, anche la scuola pubblica, per una volta nel suo vero ruolo di motivatrice ed educatrice. Di che cosa è cosparso questo quadro di ritrovata unità nazionale, oltre che della partecipazione popolare e della solenne riflessione del capo dello stato, vera summa del suo settennato? Delle eccezioni che, diciamo la verità, hanno dato ulteriore senso a una celebrazione che poteva rischiare la retorica.
Eccezioni nei confronti delle quali è suonata una ripulsa maggioritaria: gli stupidi commenti di noti capi leghisti; l’assenza dall’aula di Montecitorio dei parlamentari del Carroccio; la diserzione di sindaci e governatori verdi dalle feste cittadine; il tavolino provocatoriamente allestito dallo sciocco Salvini in piazza Duomo a Milano, travolto dal disprezzo della folla e infine rimosso dalla polizia.
E poi l’eccezione più clamorosa: un livido presidente del consiglio inseguito per tutta Roma da fischi e urla di disapprovazione. Sempre spiazzato, sempre laterale, sempre in ritardo, costretto a lasciare dal retro la basilica della messa ufficiale, infine circondato alla camera da ministri leghisti di cui è ostaggio, e che ostentatamente non si univano al coro dell’Inno di Mameli.
Berlusconi una volta di più, in un’occasione di celebrazione nazionale, è apparso un estraneo alla festa. Invitato e presente solo per etichetta, con la testa evidentemente affollata di pensieri cupi, negativi, vendicativi. Il portatore, neanche tanto sano, del virus leghista della divisione del paese. Un ex leader della Nazione, oggi stretto fra gli accorgimenti legali che smentiscono la sbandierata disponibilità a rispondere in tribunale delle accuse contro di lui, e l’impossibile bricolage di un rimpasto che apre più buchi di quanti ne rappezzi.
È capitato molte altre volte, ma mai in maniera così clamorosa. Ed è sempre un caso di rovesciamento della medaglia, come per il Berlusconi amato dalle donne, che per i propri eccessi si mette contro la maggioranza di esse.
Così, la conclamata estraneità di Berlusconi rispetto ai riti della Repubblica, alla sua storia, alle sue liturgie, tanto spesso esaltata da Giuliano Ferrara come virtù massima del Cavaliere, si capovolge nel suo contrario.
Diventa incapacità di mettersi in sintonia con un sentimento e una aspettativa che col Palazzo hanno poco a che fare, e sono invece schiettamente popolari, trasversali, adagiano sul più soffice senso comune dell’italiano che si compiace del tricolore, rispolvera i miti scolastici, è felice di riscoprirli nelle parole di Napolitano, nella mimica di Benigni.
C’è dunque un dato caratteriale, inestirpabile, che in queste ricorrenze stacca Berlusconi dalla sua pretesa popolarità. Adesso però c’è anche qualcos’altro, qualcosa che ieri aleggiava nell’aria da piazza Venezia al Gianicolo, dall’Esedra a Montecitorio. Ma anche a Torino, a Milano, perfino a Varese e a Bergamo. C’è che in definitiva la Lega e le sue istanze separatiste sono, sono sempre state e sempre saranno minoranza estrema. Nel paese, nei suoi sentimenti, al Nord come dappertutto.
E allora un leader, anzi di più un intero progetto politico, che hanno legato la propria sopravvivenza ai calcoli, alle mosse e ai tatticismi di Umberto Bossi, sono destinati a scivolare essi stessi in una dimensione minoritaria, evidente dietro i falsi e inattuali numeri parlamentari.
Berlusconi così non è più solo un alieno, l’invitato sbagliato alla festa. È l’ologramma di un progetto che voleva rovesciare e cambiare il paese (e poteva farlo) e invece s’è messo fuori gioco. Basta una festa, una celebrazione, un momento in sé formale, per smascherare l’inconsistenza e la minorità dell’armamentario di tiggiuni, giornali e videoappelli.
Il tricolore ai balconi e nelle piazze sventola oggi contro la destra di governo. La Russa può anche piangere, perché l’intera sua vita politica oggi perde di significato.

da Europa Quotidiano 18.03.11