Latest Posts

"Gelmini, ministra impreparata", di Enzo Costa

La ministra Gelmini, da Fazio, si applica ma non è preparatissima: dice che nella sparata contro la scuola pubblica lui è stato frainteso (e fin qui, la lezioncina l’ha imparata), però Fazio la interroga su “inculcare”: non è verbo sbagliato, grondante imposizione e non educazione, sia se riferito ai valori (negativi, per il Premier) trasmessi dai professori, sia se relativo a quelli (positivi, sempre per il Premier) proposti dalla famiglia? Ovvero: un capo del governo che, nel giudicare malamente la scuola pubblica, si esprime malamente, non dimostra – al di là del contenuto – di non essere all’altezza di giudicare la scuola pubblica? La ministra non risponde: fa finta di non capire, o – peggio – non capisce? Sarò fazioso: propendo per la seconda ipotesi. Però ha imparato altro: dire “piuttosto che” in senso disgiuntivo, per intendere “oppure”, “o anche”, è trendy, e perciò lo dice. Ma non sa che dirlo in quel senso è sbagliato. E’ sbagliato, ma lo dicono in tv, lo dicono molti anche di sinistra (figli di quelli che dicevano “nella misura in cui”?), e pure i radical chic: se la ministra scopre che parla come loro, avrà uno choc. E poi ha imparato a memoria, è il suo “argomento a piacere” preferito, quella del ‘68 origine di tutti i mali scolastici, fonte di qualsiasi disgrazia (dis)educativa, primo motore immobile di ogni sciagura (d)istruttiva. Qui va in automatico: lo dice e lo ripete. E quando Fazio – a proposito dei tagli agli insegnanti di sostegno – osserva che al ‘68 (controverso come tutti i movimenti complessi, ambiziosi, travolgenti e stravolgenti) si deve anche il fatto che oggi non sia più concepibile l’idea di classi o scuole differenziate per i disabili, lei non capisce. Non capisce o non sa cosa fosse la scuola italiana prima del ’68, quale attrezzatissima palestra di discriminazioni culturali, quale laboratorio scientifico di emarginazioni sociali, quale produttiva fabbrica di epurazioni di menti e corpi imperfetti. Non sa o non capisce che, più odiosi e spaventosi degli eccessi dell’egualitarismo, ci sono stati gli eccessi del “differentismo”, e che antiche forme di privilegi permangono, anche come progetto nella mente di alcuni. Non sa o non ricorda che Berlusconi, nell’ultimo faccia a faccia con Prodi delle elezioni 2006, gli imputò di volere una società in cui i “figli degli operai” siano uguali ai “figli dei liberi professionisti”. Un Premier che, a parte la forma di cui scrivevo all’inizio, si esprime con concetti simili, è – fra l’altro – la prova vivente del disastro della scuola pre-’68.

L’Unità 18.03.11

"PD, partito patriottico", di Rudy Francesco Calvo

Il partito di Bersani evidenzia la sintonia con il Quirinale. Fischi a destra, applausi a sinistra. È una celebrazione “patriottica” anomala questa per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Anche se i meno sorpresi sembrano proprio i Democratici, che sull’importanza di questo anniversario insistono da mesi, a partire dalla Festa nazionale che si è svolta a Torino a inizio settembre. «Io voglio che il mio sia un partito di patrioti, di autonomisti e di riformatori – ha detto ieri Pier Luigi Bersani guidando una delegazione del Pd sull’Altare della patria, omaggio inedito per un partito politico – la parola “patriota” è stata sempre legata ai democratici, mai ai conservatori, e noi dobbiamo recuperare questo tratto in una Italia che deve essere ricca di autonomie».
Ieri questa intenzione è apparsa evidente, dalle coccarde tricolori indossate dai deputati dem ai primi versi dell’Inno intonati in aula al termine del discorso di Napolitano, con il resto dell’emiciclo che si accoda all’iniziativa del Pd.
Se Berlusconi, e con lui tutto il Pdl, paga in termini di immagine soprattutto in questi giorni l’alleanza con Bossi, che tante volte lo ha premiato invece nelle urne, il segretario dem ha scontato rapidamente le immediate polemiche per la sua intervista alla Padania e oggi può parlare di «tradimento» dei principi costituzionali da parte della Lega senza il timore di contraccolpi. Rovesciando, anzi, le responsabilità leghiste sul Cavaliere: «Chi giura sulla Costituzione e sulla bandiera o è coerente o va a casa e il presidente del consiglio deve renderne conto», ha ribadito ieri.
Il clima favorevole al Pd, peraltro unico partito italiano ad avere un simbolo tricolore, si allarga anche agli ex rappresentanti istituzionali a esso più vicini. Ieri, al loro ingresso a Montecitorio per le celebrazioni ufficiali, la folla presente in piazza ha calorosamente applaudito i presidenti emeriti Oscar Luigi Scalfaro e, ancora più intensamente, Carlo Azeglio Ciampi.
Tra i primi “ospiti” a giungere alla camera c’è stato Romano Prodi e anche per lui dalla gente in attesa sono arrivati solo applausi, che hanno fatto apparire ancora più stridenti i fischi piovuti poco dopo su Ignazio La Russa. Bersani ha accolto per primo in aula con un abbraccio sia Ciampi che Prodi, con il quale ha scambiato anche qualche parola. E, alla fine della celebrazione, ha apprezzato il discorso di Napolitano come «un punto esclamativo su una giornata splendida, nella quale tanti cittadini hanno fatto sentire il loro affetto per l’unità del nostro paese e per le sue radici democratiche e costituzionali».
È difficile prevedere la possibile ricaduta nelle urne di questo clima favorevole ai Democratici. E sarebbe anche riduttivo spiegare l’impegno straordinario del Pd per questo anniversario in termini di semplice tattica elettorale. Certo Bersani ha puntato molto sull’idea di un partito “responsabile”, pronto a sacrificare perfino alcuni tratti identitari a favore di una alleanza costituzionale, per andare “oltre” il berlusconismo. Una scelta che lo ha sottoposto alle critiche della minoranza interna e lo ha costretto a leggere per mesi sondaggi al di sotto delle aspettative. Oggi questa strategia sembra stia iniziando a pagare. Lo dimostrano non solo i primi segni più delle rilevazioni statistiche, ma anche alcune sensazioni, diversissime tra loro, che non sono sfuggite al Nazareno: dalla vittoria del brano di Roberto Vecchioni a Sanremo al successo su quello stesso palco (e sugli schermi tv) della serata celebrativa culminata con la performance di Roberto Benigni, dalle numerose manifestazioni spontanee di piazza fino alle contestazioni anti-Lega e anti-Pdl di questi giorni. Fenomeni che non sono certo animati solo da un popolo di sinistra e che il Pd non vuole cavalcare, ma semmai “affiancare” con una presenza discreta. La verifica dell’efficacia arriverà a maggio con le amministrative.

da Europa Quotidiano 18.03.11

"Il Pdl accelera sulle norme salva-premier", di Liana Milella

Giustizia, rafforzata la prescrizione breve. L´Udc: così salta il dialogo. Entro giovedì voto sul processo breve Riforma della giustizia ancora non inviata al Colle. Il Pdl accelera sulle norme per Berlusconi, compreso il conflitto di attribuzione sul caso Ruby. Ma a una settimana dal consiglio dei ministri il Guardasigilli Angelino Alfano non ha ancora spedito al Colle il testo della riforma costituzionale perché i suoi uffici stanno ancora lavorando alla relazione introduttiva. Per cambiare la Carta c´è tempo, adesso è urgente approntare la trincea per bloccare i dibattimenti del Cavaliere. Ecco allora che, tra martedì e giovedì alla Camera, i berlusconiani vogliono far approvare subito in commissione Giustizia il “nuovo” processo breve con la “nuova” prescrizione breve per gli incensurati (come il premier). Negli stessi giorni vogliono ottenere il via libera per il conflitto di attribuzioni alla Consulta per il Rubygate. Perché, come dice uno di loro, «Montecitorio si dev´essere già espressa quando cominceranno le udienze a Milano». La prescrizione breve sarà in aula dal 28 marzo. E addirittura prima si vorrebbe il voto sul conflitto.
Un rush, dal loro punto di vista, più che giustificato. Il conflitto comporta un rischio di annullamento per il processo, se dovesse prevalere la tesi della competenza in capo al tribunale dei ministri. È una carta che l´avvocato Niccolò Ghedini spenderà per fermare le udienze in attesa del verdetto della Corte. Del pari, è urgentissima la nuova prescrizione. Che il presidente dell´Anm Luca Palamara considera «come tutti gli interventi episodici e privi di strategia di questo governo, destinati solo a produrre ulteriore caos nel mondo della giustizia».
Per le toghe il nuovo processo breve è «devastante». Non solo perché moltiplica all´infinito le possibili procedure disciplinari contro i giudici. Di fronte a un dibattimento che supera lo step fissato per legge (tre, due e un anno e mezzo nei tre gradi) e con il capo dell´ufficio tenuto a segnalarlo, si moltiplicheranno gli esposti degli imputati. Ma i magistrati individuano pure un´altra norma pro Berlusconi. Laddove si prevede che, in caso di legittimo impedimento, l´interruzione effettiva sia solo quella dell´impedimento medesimo. Questo, nel caso di Berlusconi, farebbe correre le lancette della prescrizione più velocemente, anche se il processo riprende ben oltre l´impedimento addotto.
Ma l´anomalia forse più grave riscontrata è l´assenza di una clausola che non consenta di applicare il premio a chi è imputato in più processi e quindi potrebbe diventare, se condannato, un recidivo. Mentre con la prescrizione breve, giusto nel caso di Berlusconi, può fruire dello stesso beneficio più di una volta resta sempre incensurato. Il premier la spende per il caso Mills, e chiude il processo. Poi per Mediaset, e magari ghigliottina anche quello. Poi per Mediatrade. E così via. Ma il relatore Maurizio Paniz parla di «un giusto intervento di riequilibrio con gli aggravi per i recidivi in cui, per non ostacolare la giustizia, si è deciso di applicare la nuova regola solo ai processi in primo grado».
Un fatto è certo. Questa nuova prescrizione sta avendo un effetto politico immediato, i centristi ritirano qualsiasi delega a una possibile trattativa sulla giustizia. Lo dice Roberto Rao, il braccio destro di Casini: «Avevamo posto una condizione per sederci a quel tavolo, che fosse cancellato il sospetto di leggi ad personam. Ora la condizione è saltata e la maggioranza se ne assumerà tutte le responsabilità».

La Repubblica

"Il Carroccio disunito", di Michele Brambilla

I leghisti hanno boicottato le celebrazioni o vi hanno partecipato obtorto collo. Era scontato. Molto meno scontato, però, era che la Lega desse una prova di disunità non solo d’Italia, ma anche di partito. Contrariamente alla loro tradizione, infatti, dirigenti e militanti non si sono presentati compatti all’appuntamento. Già nei giorni scorsi c’erano stati alcuni segnali. Ad esempio a Milano, nel consiglio regionale, i lumbard se n’erano andati al bar mentre suonava l’inno di Mameli; però il leghista Davide Boni, che è presidente di quella assemblea, era rimasto in aula: con l’entusiasmo di chi deve pagare una cambiale, ma c’era rimasto.

Ieri poi un po’ tutto il partito ha dato l’impressione di non saper tenere la barra dritta. A Montecitorio s’è presentato un solo parlamentare leghista, tale Sebastiano Fogliato. Però i membri del governo c’erano tutti. Maroni a domanda sulla sua presenza aveva risposto «lasciatemi in pace», mostrando un certo nervosismo: però c’era. Bossi, che negli anni passati ci aveva fatto sapere quale uso avrebbe fatto del tricolore, c’era anche lui. Non ha applaudito il discorso di Napolitano, però ha detto che Napolitano ha fatto un buon discorso. Mentre suonava l’inno s’è messo a parlare con Tremonti, però si è alzato in piedi.

E ancora. Il quotidiano La Padania ieri titolava «150 anni di centralismo, che guasti», però il governatore del Veneto Luca Zaia ha partecipato alle celebrazioni con la coccarda tricolore. A Torino nessun leghista era presente in piazza Castello all’alzabandiera, però a Varese all’alzabandiera il sindaco Attilio Fontana (che è un fedelissimo di Maroni e il leader dei sindaci leghisti) c’era, e aveva perfino la fascia tricolore. Il presidente della Provincia di Bergamo Ettore Pirovano, padano e discendente di uno dei Mille, ha detto che «l’unità non può essere imposta», ma un altro importante amministratore locale della Lega, il sindaco di Verona Flavio Tosi, ha anch’egli partecipato all’alzabandiera indossando la fascia tricolore. Borghezio ha detto che le celebrazioni di ieri sono «soldi buttati» e che presto «ci saranno due Italie», ma sul balcone della sede della Lega di Varese – che del movimento di Bossi è la culla – qualcuno ha messo un tricolore.

Potremmo andare avanti a lungo. Non vogliamo dire che tutto questo dimostra una spaccatura interna sull’idea che i leghisti hanno dell’Italia. Probabilmente, anzi quasi sicuramente, alla stragrande maggioranza la secessione farebbe ancora più piacere che il federalismo. No, la spaccatura non è stata sulla linea ma su come mostrarsi, come manifestarsi al Paese e alla politica in un giorno come quello di ieri.

O meglio: più che di una spaccatura, si tratta di un disorientamento. La Lega, sempre molto abile nel fiutare i sentimenti popolari, forse non si aspettava che la festa dei 150 anni avrebbe così tanto risvegliato l’amor patrio degli italiani. Già i venti milioni di spettatori per Benigni a Sanremo erano stati un segnale. Adesso sono arrivate le feste di piazze, le città imbandierate, lo straripante affetto mostrato al presidente Napolitano. Chi ha avuto modo di vedere Torino in queste ultime ore non può non essere rimasto colpito dalla partecipazione popolare al centocinquantenario. Anche in quartieri multietnici come San Salvario il tricolore era ovunque.

Di fronte a questo imprevisto, di fronte alla sorprendente constatazione che il sentimento per l’Italia non era morto ma solo sopito, la Lega s’è trovata disorientata e non ha saputo presentarsi con il consueto celodurismo. E così ha probabilmente scontentato tutti: i non leghisti, che si aspettavano un atteggiamento più dignitoso, e la sua base, che se ne aspettava uno più bellicoso.

Viceversa il presidente Napolitano è arrivato in questi giorni a livelli di consenso e credibilità pari, se non superiori, a quelli di cui godeva Pertini. E se dopo tanta politica greve, volgare e priva di contenuti gli italiani si mettono a seguire un uomo come Napolitano, forse vuol dire davvero che qualcosa sta cambiando. Di tutte le riforme, questa sarebbe quella di cui abbiamo più bisogno.

La Stampa 18.03.11

******

“Ma la Lega snobba la festa in aula arrivano solo in sei e i ministri non cantano l´inno”, di Alessadra Longo

Bossi: “Basto io”. E poi elogia il Colle. Dorina Bianchi in mise tricolore. I parlamentari del Pd sfoggiano coccarde. Calderoli in jeans e scarpe ginniche L´ammissione del deputato Allasia: “Io qui per forza”
Tre ministri, un sottosegretario, due deputati. Nel giorno della festa di tutti gli italiani, la Lega, partito di governo, si fa coinvolgere al minimo. Alla solenne celebrazione di Montecitorio, Camere riunite, discorso del capo dello Stato, gli ex presidenti della Repubblica Ciampi e Scalfaro in prima fila, lo stato maggiore del Vaticano e decine di diplomatici in tribuna, il Carroccio sceglie di esserci con Umberto Bossi e Roberto Maroni. I due, ovviamente, si guardano bene dall´intonare l´inno di Mameli affidato alla «banda interforze» (Bossi si alza in piedi in ritardo e controvoglia). Né applaudono, a differenza degli altri membri del governo, il presidente Napolitano quando parla, evocando Mazzini, di una «sola Italia». Il capo della Lega, trifoglio irlandese sul bavero, in onore di San Patrizio, è seduto vicino a Berlusconi (cui sfuggiranno, fuori protocollo, un paio di sbadigli). Bossi tamburella con le dita, un vago segno di approvazione dovuta, sfoglia una rivista, chiacchiera con Tremonti durante l´esecuzione dell´inno tanto che il ministro dell´Economia lo deve gentilmente invitare al silenzio. Vicino alla Gelmini, ecco Maroni a testa bassa, le mani ferme, non proprio entusiasta (ma poi dirà: «Ho molto apprezzato il discorso di Napolitano sulle spinte federaliste nel Risorgimento…»). E c´è anche Sonia Viale, sottosegretario, una statua di sale. Essere lì, a Montecitorio, tra coccarde, vessilli, commessi in alta uniforme, citazioni di Cavour e Cattaneo, è una tortura, un obbligo, una tassa da pagare. Un po´ come a scuola quando la campanella di fine lezione non suona mai e però tu devi stare seduto composto e rispettare la maestra. Roberto Calderoli, terzo ministro «precettato», e silente durante l´inno, nemmeno si avvicina ai colleghi di governo. Grondano troppo patriottismo. Alfano e Brunetta esibiscono sul banco persino due piccoli tricolori. Vade retro. L´abbigliamento del ministro della Semplificazione parla del fastidio che gli dà la solennità dell´evento: giacca blu, camicia verde, senza cravatta, jeans e scarpe da ginnastica.
E la truppa, gli oltre ottanta deputati e senatori leghisti? Tutti assenti, spariti, capigruppo inclusi. Solo due peones avvistati: l´onorevole Sebastiano Fogliato, imprenditore agricolo dell´Astigiano, cofirmatario di un progetto di legge «in favore dell´allevamento bovino da latte nei territori montani». Faccia rubizza, rassegnata. E il deputato Stefano Allasia, artigiano: «Non posso dire che mi faccia piacere stare qui. È un evento istituzionale, sono stato scelto per rappresentare il gruppo della Lega alla Camera». Un altro “padano”, Michelino Davico, si limita a passare per caso e bersi un caffè alla buvette. Poche le presenze? «Ma se ci sono io…», liquida Bossi. Esserci (in pochi) a Roma, non esserci altrove, il doppio forno. Imporre a tutti la propria presunta differenza ma poi, in finale, voltarsi verso il capo dello Stato, e applaudirlo: «Che bel discorso».
L´aula è piena, c´è persino un gruppo di ragazzi ammessi nell´emiciclo. Poche note di colore, affidate all´elemento femminile: Mara Carfagna in blusa rosso garibaldino, la senatrice Dorina Bianchi, tailleur bianco e sciarpa tricolore al collo (per la mise riceverà i complimenti di Napolitano: «Lei è un colpo d´occhio in mezzo all´aula…») e la senatrice Laura Bianconi, tailleur rosso, sciarpa bianco-rosso-verde. In questo clima di omaggio alla storia e alla memoria, il centrosinistra sembra più a suo agio. Il Pd sfoggia coccarde tricolori. «Le coccarde si usano solo sotto Natale», commenta Bossi.
Lassù in tribuna, il sottosegretario di Stato cardinal Tarcisio Bertone, il presidente della Cei Angelo Bagnasco, il nunzio in Italia, Giuseppe Bertello. Cantano l´inno italiano, mentre Bossi e Maroni rimangono muti. E sono cordiali, cordialissimi, con Romano Prodi, ospite in prima fila, con Ciampi e Scalfaro, accanto agli ex presidenti di Camera e Senato, Casini, Marini, Violante, Mancino, Bertinotti e Pera. «Buongiorno caro presidente» sussurra a Prodi il cardinal Bagnasco. Sembrano lontani i tempi della freddezza con la Chiesa, quando il leader dell´Ulivo, con gran irritazione della Cei, si autodefiniva «un cattolico adulto». Prodi è di ottimo umore, omaggiato platealmente da Bersani (discretamente da Veltroni). Una volta tanto le facce più distese sono quelle dell´opposizione. Fassino, candidato sindaco a Torino, sistema ridendo la fascia tricolore all´amico Chiamparino, Maria Pia Garavaglia porta addosso il tricolore come fosse lo scialle della nonna. Siede isolato il repubblichino Ciarrapico.
In un´occasione così solenne non sta bene scannarsi. Quelli di Fli evitano educatamente di fare a pugni con gli ex colleghi Barbareschi e Bellotti. Persino Berlusconi si rassegna ad applaudire (quel che basta) il discorso di Gianfranco Fini. Un discorso in cui appare una citazione dello storico Federico Chabod. No, con Schifani non si sono coordinati. Anche il presidente del Senato ha in serbo per la platea uno Chabod originale. Napolitano parla per 40 minuti, tre soli sorsi d´acqua. Chiude con passione: «Viva la Repubblica! Viva l´Italia unita!». L´applauso è corale. A sorpresa, deputati e senatori, intonano senza musica l´inno di Mameli. Sì, è finita. I leghisti tirano un sospiro di sollievo.

La Repubblica 18.03.11

"La festa di un popolo", di Ezio Mauro

Grazie allo spirito unitario, costituzionale e repubblicano della sua presidenza, Giorgio Napolitano è infine riuscito a trasformare in una festa nazionale e di popolo il centocinquantenario dell´unità d´Italia.
Il tricolore alle finestre e ai balconi, le famiglie nelle piazze imbandierate e nei palazzi delle istituzioni aperti per l´occasione, l´inno di Mameli cantato per le strade: un popolo di cittadini ha unito patria, unità e costituzione in un nuovo sentimento nazionale che la politica non potrà ignorare.
Solo la Lega ha voluto andare pubblicamente in minoranza rispetto a questo nuovo patriottismo repubblicano, che non è di parte ma è costitutivo di un´identità nazionale finalmente risolta e riconosciuta. Assenze vistose a Montecitorio, solo Bossi e i ministri presenti come per un vincolo istituzionale, due deputati e nient´altro.
È un´occasione perduta per i leghisti, chiamati ad una prova culturale e politica di governo e di responsabilità davanti all´intero Paese. Ma è anche un gesto fortemente minoritario e ideologico, di chi si autoesclude da una festa di popolo puntando sulle divisioni e sulle differenze, fino al punto da non riconoscersi nel calendario civile della repubblica, fondamento della democrazia istituzionale.
Anche il presidente del Consiglio, che ha risposto ai fischi dicendo che non intende lasciare il Paese “in mano ai comunisti” dovrebbe sentire la stonatura delle sue parole nella giornata di ieri. Gli italiani hanno cercato nel 17 marzo ciò che unisce. La politica dovrebbe capirlo, cercando di essere all´altezza dei cittadini.

La Repubblica 18.03.11

"Centocinquant'anni di Unità d'Italia. La trappola di credere che non siamo una nazione", di Stefano Folli

È singolare che qualcuno si preoccupi di un eccesso enfatico nelle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità. A dire il vero in tali manifestazioni non si scorge traccia né di enfasi né di retorica. Non solo per l’ottimo lavoro svolto dal comitato presieduto da Giuliano Amato (e prima di lui da Carlo Azeglio Ciampi), ma soprattutto perchè l’atmosfera di questo 17 marzo è tale da suggerire una generale sobrietà.

Si è detto che il modo giusto di celebrare consiste nel riflettere sull’identità italiana, sulle sue opportunità e i suoi limiti. Ma non è ciò che sta accadendo? In una nazione che troppo spesso è priva di memoria e non crede nel futuro, quasi vivesse in un eterno presente, il centocinquantenario ha spinto molti a riflettere. Forse è la prima volta che accade. Nel 1911 i primi cinquant’anni furono festeggiati – mentre le nostre truppe occupavano la Libia – nel registro glorioso di un’Italia che si pretendeva grande fra i grandi nel concerto europeo.
Nel 1961 il centenario coincise con il miracolo economico al suo culmine. L’espansione non era più militare, bensì industriale e di costume. Oggi invece c’è un declino da contrastare, meglio se con ottimismo e tenacia. C’è un paese che tende a lacerarsi da mantenere unito. L’anniversario rappresenta una discriminante. Si tratta di guardare al passato per ritrovare il senso di una storia nazionale, ma al tempo stesso siamo consapevoli che l’Italia del 2011 non può fare a meno di proiettarsi nel futuro, rimuovendo gli ostacoli che bloccano la strada.
Del resto, il passato divide meno di quanto si creda. Nonostante certi sforzi degni di miglior causa, il «revisionismo» risorgimentale non convince; più che altro perchè non poggia su alcuna novità frutto di ricerca, ma ripropone vecchi e arcinoti motivi polemici. Le opere revisioniste che hanno invaso le librerie non aiutano in nulla o quasi la comprensione dei fatti così come si sono svolti.

Del Risorgimento e dei suoi attori sappiamo pressochè tutto, semmai ce ne dimentichiamo. Conosciamo anche le contraddizioni o se si vuole gli errori commessi in certi casi dalla classe dirigente post-unitaria. Tutto è stato già scritto con l’autorevolezza dei grandi storici. Chi irride al processo di riscatto nazionale, alle sue forme e ai suoi protagonisti, in realtà asseconda obiettivi politici che nulla hanno a che fare con l’analisi storica. Quindi il problema non è «ridiscutere» il Risorgimento, bensì evitare le trappole. La principale consiste nel credere che non siamo una nazione. Questo è il punto su cui occorre fare chiarezza in occasione del 17 marzo. Il futuro ha diversi volti, a seconda di quale idea d’Italia si affermerà nei prossimi tempi.

Tutti dicono «federalismo», la parola magica del centocinquantenario. Ma è evidente che il federalismo (fiscale, amministrativo, soprattutto istituzionale) ha un senso solo se poggia su di un forte senso nazionale. Nel federalismo l’identità è più solida, non più debole. Chi sostiene il contrario sta truccando le carte. Negli Stati Uniti l’altra faccia dell’impianto federale è un patriottismo talmente vigoroso che talvolta è sfociato nel nazionalismo. Viceversa, in Belgio si è arrivati a un passo dalla secessione.

Cosa vuol dire? Che le polemiche sul passato sono folkloristiche, ma possono diventare pericolose quando nascondono l’intenzione di dividere gli italiani, lasciando filtrare l’impressione che l’Italia non è mai veramente nata e anzi è una costruzione artificiosa. Finchè permane questa ambiguità, alimentata in particolare dalla Lega, il futuro è incerto. Il 17 marzo sarà un successo se sapremo riconoscere questo nodo cruciale e scioglierlo. Poi ben venga il federalismo, se vuol dire nel tempo maggiore efficienza delle amministrazioni locali e regionali, minor debito, uno Stato meglio articolato e più moderno.

Oggi rispondere agli interrogativi del 17 marzo significa uscire dalla gabbia di questo eterno presente grigio e pervasivo, così da riannodare senza imbarazzi i fili del passato, cioè di una storia nazionale che riguarda il Nord come il Sud. E’ una memoria che non può essere rimossa o peggio rinnegata perchè tutti pagheremmo un prezzo altissimo a un tale assurdo ripudio.

Il Sole 24 Ore 17.03.11

Intervento del Presidente Napolitano alla Seduta comune del Parlamento in occasione dell'apertura delle celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia

Sento di dover rivolgere un riconoscente saluto ai tanti che hanno raccolto l’appello a festeggiare e a celebrare i 150 anni dell’Italia unita : ai tanti cittadini che ho incontrato o che mi hanno indirizzato messaggi, esprimendo sentimenti e pensieri sinceri, e a tutti i soggetti pubblici e privati che hanno promosso iniziative sempre più numerose in tutto il Paese. Istituzioni rappresentative e Amministrazioni pubbliche : Regioni e Provincie, e innanzitutto municipalità, Sindaci anche e in particolare di piccoli Comuni, a conferma che quella è la nostra istituzione di più antica e radicata tradizione storica, il fulcro dell’autogoverno democratico e di ogni assetto autonomistico. Scuole, i cui insegnanti e dirigenti hanno espresso la loro sensibilità per i valori dell’unità nazionale, stimolando e raccogliendo un’attenzione e disponibilità diffusa tra gli studenti. Istituzioni culturali di alto prestigio nazionale, Università, Associazioni locali legate alla memoria della nostra storia nei mille luoghi in cui essa si è svolta. E ancora, case editrici, giornali, radiotelevisioni, in primo luogo quella pubblica. Grazie a tutti. Grazie a quanti hanno dato il loro apporto nel Comitato interministeriale e nel Comitato dei garanti, a cominciare dal suo Presidente. Comune può essere la soddisfazione per questo dispiegamento di iniziative e contributi, che continuerà ben oltre la ricorrenza di oggi. E anche, aggiungo, per un rilancio, mai così vasto e diffuso, dei nostri simboli, della bandiera tricolore, dell’Inno di Mameli, delle melodie risorgimentali.

Si è dunque largamente compresa e condivisa la convinzione che ci muoveva e che così formulerò : la memoria degli eventi che condussero alla nascita dello Stato nazionale unitario e la riflessione sul lungo percorso successivamente compiuto, possono risultare preziose nella difficile fase che l’Italia sta attraversando, in un’epoca di profondo e incessante cambiamento della realtà mondiale. Possono risultare preziose per suscitare le risposte collettive di cui c’è più bisogno : orgoglio e fiducia ; coscienza critica dei problemi rimasti irrisolti e delle nuove sfide da affrontare ; senso della missione e dell’unità nazionale. E’ in questo spirito che abbiamo concepito le celebrazioni del Centocinquantenario.

Orgoglio e fiducia, innanzitutto. Non temiamo di trarre questa lezione dalle vicende risorgimentali! Non lasciamoci paralizzare dall’orrore della retorica : per evitarla è sufficiente affidarsi alla luminosa evidenza dei fatti. L’unificazione italiana ha rappresentato un’impresa storica straordinaria, per le condizioni in cui si svolse, per i caratteri e la portata che assunse, per il successo che la coronò superando le previsioni di molti e premiando le speranze più audaci.
Come si presentò agli occhi del mondo quel risultato? Rileggiamo la lettera che quello stesso giorno, il 17 marzo 1861, il Presidente del Consiglio indirizzò a Emanuele Tapparelli D’Azeglio, che reggeva la Legazione d’Italia a Londra :
“Il Parlamento Nazionale ha appena votato e il Re ha sanzionato la legge in virtù della quale Sua Maestà Vittorio Emanuele II assume, per sé e per i suoi successori, il titolo di Re d’Italia. La legalità costituzionale ha così consacrato l’opera di giustizia e di riparazione che ha restituito l’Italia a se stessa.
A partire da questo giorno, l’Italia afferma a voce alta di fronte al mondo la propria esistenza. Il diritto che le apparteneva di essere indipendente e libera, e che essa ha sostenuto sui campi di battaglia e nei Consigli, l’Italia lo proclama solennemente oggi”.

Così Cavour, con parole che rispecchiavano l’emozione e la fierezza per il traguardo raggiunto : sentimenti, questi, con cui possiamo ancor oggi identificarci. Il plurisecolare cammino dell’idea d’Italia si era concluso : quell’idea-guida, per lungo tempo irradiatasi grazie all’impulso di altissimi messaggi di lingua, letteratura e cultura, si era fatta strada sempre più largamente, nell’età della rivoluzione francese e napoleonica e nei decenni successivi, raccogliendo adesioni e forze combattenti, ispirando rivendicazioni di libertà e moti rivoluzionari, e infine imponendosi negli anni decisivi per lo sviluppo del movimento unitario, fino al suo compimento nel 1861. Non c’è discussione, pur lecita e feconda, sulle ombre, sulle contraddizioni e tensioni di quel movimento che possa oscurare il dato fondamentale dello storico balzo in avanti che la nascita del nostro Stato nazionale rappresentò per l’insieme degli italiani, per le popolazioni di ogni parte, Nord e Sud, che in esso si unirono. Entrammo, così, insieme, nella modernità, rimuovendo le barriere che ci precludevano quell’ingresso.

Occorre ricordare qual era la condizione degli italiani prima dell’unificazione? Facciamolo con le parole di Giuseppe Mazzini – 1845 : “Noi non abbiamo bandiera nostra, non nome politico, non voce tra le nazioni d’Europa ; non abbiamo centro comune, né patto comune, né comune mercato. Siamo smembrati in otto Stati, indipendenti l’uno dall’altro…Otto linee doganali….dividono i nostri interessi materiali, inceppano il nostro progresso….otto sistemi diversi di monetazione, di pesi e di misure, di legislazione civile, commerciale e penale, di ordinamento amministrativo, ci fanno come stranieri gli uni agli altri”. E ancora, proseguiva Mazzini, Stati governati dispoticamente, “uno dei quali – contenente quasi il quarto della popolazione italiana – appartiene allo straniero, all’Austria”. Eppure, per Mazzini era indubitabile che una nazione italiana esistesse, e che non vi fossero “cinque, quattro, tre Italie” ma “una Italia”.

Fu dunque la consapevolezza di basilari interessi e pressanti esigenze comuni, e fu, insieme, una possente aspirazione alla libertà e all’indipendenza, che condussero all’impegno di schiere di patrioti – aristocratici, borghesi, operai e popolani, persone colte e incolte, monarchici e repubblicani – nelle battaglie per l’unificazione nazionale. Battaglie dure, sanguinose, affrontate con magnifico slancio ideale ed eroica predisposizione al sacrificio da giovani e giovanissimi, protagonisti talvolta delle imprese più audaci anche condannate alla sconfitta. E’ giusto che oggi si torni ad onorarne la memoria, rievocando episodi e figure come stiamo facendo a partire, nel maggio scorso, dall’anniversario della Spedizione dei Mille, fino all’omaggio, questa mattina, ai luoghi e ai prodigiosi protagonisti della gloriosa Repubblica romana del 1849.

Sono fonte di orgoglio vivo e attuale per l’Italia e per gli italiani le vicende risorgimentali da molteplici punti di vista, ed è sufficiente sottolinearne alcuni. In primo luogo, la suprema sapienza della guida politica cavouriana, che rese possibile la convergenza verso un unico, concreto e decisivo traguardo, di componenti soggettive e oggettive diverse, non facilmente componibili e anche apertamente confliggenti. In secondo luogo, l’emergere, in seno alla società e nettamente tra i ceti urbani, nelle città italiane, di ricche, forse imprevedibili riserve – sensibilità ideali e politiche, e risorse umane – che si espressero nello slancio dei volontari come componente attiva essenziale al successo del moto unitario, e in un’adesione crescente a tale moto da parte non solo di ristrette élite intellettuali ma di strati sociali non marginali, anche grazie al diffondersi di nuovi strumenti comunicativi e narrativi.

E in terzo luogo vorrei sottolineare l’eccezionale levatura dei protagonisti del Risorgimento, degli ispiratori e degli attori del moto unitario. Una formidabile galleria di ingegni e di personalità – quelle femminili fino a ieri non abbastanza studiate e ricordate – di uomini di pensiero e d’azione. A cominciare, s’intende, dai maggiori : si pensi, non solo a quale impronta fissata nella storia, ma a quale lascito cui attingere ancora con rinnovato fervore di studi e generale interesse, rappresentino il mito mondiale, senza eguali – che non era artificiosa leggenda – di Giuseppe Garibaldi, e le diverse, egualmente grandi eredità di Cavour, di Mazzini e di Cattaneo. Quei maggiori, lo sappiamo, tra loro dissentirono e si combatterono : ma ciascuno di essi sapeva quanto l’apporto degli altri concorresse al raggiungimento dell’obbiettivo considerato comune, anche se ciò non valse a cancellare contrasti di fondo e poi tenaci risentimenti. Ho detto dei principali protagonisti, ma molti altri nomi – del campo moderato, dell’area cattolico-liberale, e del campo democratico – potrebbero essere richiamati a testimonianza di una straordinaria fioritura di personalità di spicco nell’azione politica, nella società civile, nell’amministrazione pubblica.

Questi fortificanti motivi di orgoglio italiano trovano d’altronde riscontro nei riconoscimenti che vennero in quello stesso periodo e successivamente, dall’esterno del nostro paese, da esponenti della politica e della cultura storica d’altre nazioni ; riconoscimenti della portata europea della nascita dell’Italia unita, dell’impatto che essa ebbe su altre vicende di nazionalità in movimento nell’Europa degli ultimi decenni dell’Ottocento e oltre. Né si può dimenticare l’orizzonte europeo della visione e dell’azione politica di Cavour, e la significativa presenza, nel bagaglio ideale risorgimentale, della generosa utopia degli Stati Uniti d’Europa.

Nell’avvicinarsi del Centocinquantenario si è riacceso in Italia il dibattito sia attorno ai limiti e ai condizionamenti che pesarono sul processo unitario sia attorno alle più controverse scelte successive al conseguimento dell’Unità. Sorvolare su tali questioni, rimuovere le criticità e negatività del percorso seguito prima e dopo al 1860-61, sarebbe davvero un cedere alla tentazione di racconti storici edulcorati e alle insidie della retorica.

Sono però fuorvianti certi clamorosi semplicismi : come quello dell’immaginare un possibile arrestarsi del movimento per l’Unità poco oltre il limite di un Regno dell’Alta Italia : di contro a quella visione più ampiamente inclusiva dell’Italia unita, che rispondeva all’ideale del movimento nazionale (come Cavour ben comprese, ci ha insegnato Rosario Romeo) – visione e scelta che l’impresa garibaldina, la Spedizione dei Mille rese irresistibile.

L’Unità non poté compiersi che scontando limiti di fondo come l’assenza delle masse contadine, cioè della grande maggioranza, allora, della popolazione, dalla vita pubblica, e dunque scontando il peso di una questione sociale potenzialmente esplosiva. L’Unità non poté compiersi che sotto l’egida dello Stato più avanzato, già caratterizzato in senso liberale, più aperto e accogliente verso la causa italiana e i suoi combattenti che vi fosse nella penisola, e cioè sotto l’egida della dinastia sabauda e della classe politica moderata del Piemonte, impersonata da Cavour. Fu quella la condizione obbiettiva riconosciuta con generoso realismo da Garibaldi, pur democratico e repubblicano, col suo “Italia e Vittorio Emanuele”. E se lo scontro tra garibaldini ed Esercito Regio sull’Aspromonte è rimasto traccia dolorosa dell’aspra dialettica di posizioni che s’intrecciò col percorso unitario, appare singolare ogni tendenza a “scoprire” oggi con scandalo come le battaglie sul campo per l’Unità furono ovviamente anche battaglie tra italiani, similmente a quanto accadde dovunque vi furono movimenti nazionali per la libertà e l’indipendenza.

Ma al di là di semplicismi e polemiche strumentali, vale piuttosto la pena di considerare i termini della riflessione e del dibattito più recente sulle scelte che vennero adottate subito dopo l’unificazione dalle forze dirigenti del nuovo Stato. E a questo proposito si sono registrati seri approfondimenti critici : che non possono tuttavia non collocarsi nel quadro di una obbiettiva valutazione storica del quadro dell’Italia pre-unitaria quale era stato ereditato dal nuovo governo e Parlamento nazionale. Questi si trovarono dinanzi a ferree necessità di sopravvivenza e sviluppo dello Stato appena nato, che non potevano non prevalere su un pacato e lungimirante esame delle opzioni in campo, specie quella tra accentramento, nel segno della continuità e dell’uniformità rispetto allo Stato piemontese da un lato, e – se non federalismo – decentramento, con forme di autonomia e autogoverno anche al livello regionale, dall’altro lato.

E a questo proposito vale ancor oggi la vigorosa sintesi tracciata da un grande storico, che pure fu spirito eminentemente critico, Gaetano Salvemini.
“I governanti italiani, fra il 1860 e il 1870, si trovavano” – egli scrisse – ” alle prese con formidabili difficoltà”. Quello che s’impose era allora – a giudizio di Salvemini – “il solo ordinamento politico e amministrativo, con cui potesse essere soddisfatto in Italia il bisogno di indipendenza e di coesione nazionale”. E così, attraverso errori non meno gravi delle difficoltà da superare, “fu compiuta” – sono ancora parole dello storico – “un’opera ciclopica. Fu fatto di sette eserciti un esercito solo…Furono tracciate le prime linee della rete ferroviaria nazionale. Fu creato un sistema spietato di imposte per sostenere spese pubbliche crescenti e per pagare l’interesse dei debiti….Furono rinnovati da cima a fondo i rapporti tra lo Stato e la Chiesa”.

E fu debellato il brigantaggio nell’Italia meridionale, anche se pagando la necessità vitale di sconfiggere quel pericolo di reazione legittimista e di disgregazione nazionale col prezzo di una repressione talvolta feroce in risposta alla ferocia del brigantaggio e, nel lungo periodo, col prezzo di una tendenziale estraneità e ostilità allo Stato che si sarebbe ancor più radicata nel Mezzogiorno.

Da un quadro storico così drammaticamente condizionato, e da un'”opera ciclopica” di unificazione, che gettò le basi di un mercato nazionale e di un moderno sviluppo economico e civile, possiamo trarre oggi motivi di comprensione del nostro modo di costituirci come Stato, motivi di orgoglio per quel che 150 anni fa nacque e si iniziò a costruire, motivi di fiducia nella tradizione di cui in quanto italiani siamo portatori ; e possiamo in pari tempo trarre piena consapevolezza critica dei problemi con cui l’Italia dové fare e continua a fare i conti.

Problemi e debolezze di ordine istituzionale e politico, che – nei decenni successivi all’Unità – hanno inciso in modo determinante sulle travagliate vicende dello Stato e della società nazionale, sfociate dopo la prima guerra mondiale in una crisi radicale risolta con la violenza in chiave autoritaria dal fascismo. Ed egualmente problemi e debolezze di ordine strutturale, sociale e civile.

Sono i primi problemi quelli che oggi ci appaiono aver trovato – nello scorso secolo – più valide risposte. Mi riferisco a quel grande fatto di rinnovamento dello Stato in senso democratico che ha coronato il riscatto dell’Italia dalla dittatura totalitaria e dal nuovo servaggio in cui la nazione venne ridotta dalla guerra fascista e dalla disfatta che la concluse. Un riscatto reso possibile dall’emergere delle forze tempratesi nell’antifascismo, e dalla mobilitazione partigiana, cui si affiancarono nella Resistenza le schiere dei militari rimasti fedeli al giuramento. Un riscatto che culminò nella eccezionale temperie ideale e culturale e nel forte clima unitario – più forte delle diversità storiche e delle fratture ideologiche – dell’Assemblea Costituente.

Con la Costituzione approvata nel dicembre 1947 prese finalmente corpo un nuovo disegno statuale, fondato su un sistema di principi e di garanzie da cui l’ordinamento della Repubblica, pur nella sua prevedibile e praticabile evoluzione, non potesse prescindere. Come venne esplicitamente indicato nella relazione Ruini sul progetto di Costituzione, “l’innovazione più profonda” consisteva nel poggiare l’ordinamento dello Stato su basi di autonomia, secondo il principio fondamentale dell’articolo 5 che legò l’unità e indivisibilità della Repubblica al riconoscimento e alla promozione delle autonomie locali, riferite, nella seconda parte della Carta, a Regioni, Provincie e Comuni. E altrettanto esplicitamente, nella relazione Ruini, si presentò tale innovazione come correttiva dell’accentramento prevalso all’atto dell’unificazione nazionale.

La successiva pluridecennale esperienza delle lentezze, insufficienze e distorsioni registratesi nell’attuazione di quel principio e di quelle norme costituzionali, ha condotto dieci anni fa alla revisione del Titolo V della Carta. E non è un caso che sia quella l’unica rilevante riforma della Costituzione che finora il Parlamento abbia approvato, il corpo elettorale abbia confermato e governi di diverso orientamento politico si siano impegnati ad applicare concretamente.

E’ stata in definitiva recuperata l’ispirazione federalista che si presentò in varie forme ma non ebbe fortuna nello sviluppo e a conclusione del moto unitario. All’indomani dell’unificazione, anche i progetti moderatamente autonomistici che erano stati predisposti in seno al governo, cedettero il passo ai timori e agli imperativi dominanti, già nel breve tempo che a Cavour fu ancora dato di vivere e nonostante la sua ribadita posizione di principio ostile all’accentramento benché non favorevole al federalismo.

E oggi dell’unificazione celebriamo l’anniversario vedendo l’attenzione pubblica rivolta a verificare le condizioni alle quali un’evoluzione in senso federalistico – e non solo nel campo finanziario – potrà garantire maggiore autonomia e responsabilità alle istituzioni regionali e locali rinnovando e rafforzando le basi dell’unità nazionale. E’ tale rafforzamento, e non il suo contrario, l’autentico fine da perseguire.

D’altronde, nella nostra storia e nella nostra visione, la parola unità si sposa con altre : pluralità, diversità, solidarietà, sussidiarietà.
In quanto ai problemi e alle debolezze di ordine strutturale, sociale e civile cui ho poc’anzi fatto cenno e che abbiamo ereditato tra le incompiutezze dell’unificazione perpetuatesi fino ai nostri giorni, è il divario tra Nord e Sud, è la condizione del Mezzogiorno che si colloca al centro delle nostre preoccupazioni e responsabilità nazionali. Ed è rispetto a questa questione che più tardano a venire risposte adeguate. Pesa certamente l’esperienza dei tentativi e degli sforzi portati avanti a più riprese nei decenni dell’Italia repubblicana e rimasti non senza frutti ma senza risultati risolutivi ; pesa altresì l’oscurarsi della consapevolezza delle potenzialità che il Mezzogiorno offre per un nuovo sviluppo complessivo del paese e che sarebbe fatale per tutti non saper valorizzare.

Proprio guardando a questa cruciale questione, vale il richiamo a fare del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia l’occasione per una profonda riflessione critica, per quello che ho chiamato “un esame di coscienza collettivo”. Un esame cui in nessuna parte del paese ci si può sottrarre, e a cui è essenziale il contributo di una severa riflessione sui propri comportamenti da parte delle classi dirigenti e dei cittadini dello stesso Mezzogiorno.

E’ da riferire per molti aspetti e in non lieve misura al Mezzogiorno, ma va vista nella sua complessiva caratterizzazione e valenza nazionale, la questione sociale, delle disuguaglianze, delle ingiustizie – delle pesanti penalizzazioni per una parte della società – quale oggi si presenta in Italia. Anche qui ci sono eredità storiche, debolezze antiche con cui fare i conti, a cominciare da quella di una cronica insufficienza di possibilità di occupazione, che nel passato, e ancora dopo l’avvento della Repubblica, fece dell’Italia un paese di massiccia emigrazione e oggi convive con il complesso fenomeno del flusso immigratorio, del lavoro degli immigrati e della loro necessaria integrazione. Senza temere di eccedere nella sommarietà di questo mio riferimento alla questione sociale, dico che la si deve vedere innanzitutto come drammatica carenza di prospettive di occupazione e di valorizzazione delle proprie potenzialità per una parte rilevante delle giovani generazioni.

E non c’è dubbio che la risposta vada in generale trovata in una nuova qualità e in un accresciuto dinamismo del nostro sviluppo economico, facendo leva sul ruolo di protagonisti che in ogni fase di costruzione, ricostruzione e crescita dell’economia nazionale hanno assolto e sono oggi egualmente chiamati ad assolvere il mondo dell’impresa e il mondo del lavoro, passati entrambi, in oltre un secolo, attraverso profonde, decisive trasformazioni.

Ma non è certo mia intenzione passare qui in rassegna l’insieme delle prove che ci attendono. Vorrei solo condividessimo la convinzione che esse costituiscono delle autentiche sfide, quanto mai impegnative e per molti aspetti assai dure, tali da richiedere grande spirito di sacrificio e slancio innovativo, in una rinnovata e realistica visione dell’interesse generale. La carica di fiducia che ci è indispensabile dobbiamo ricavarla dalla esperienza del superamento di molte ardue prove nel corso della nostra storia nazionale e dal consolidamento di punti di riferimento fondamentali per il nostro futuro.

Una prova di straordinaria difficoltà e importanza l’Italia unita ha superato affrontando e via via sciogliendo il conflitto con la Chiesa cattolica. Dopo il 1861 l’obbiettivo della piena unificazione nazionale fu perseguito e raggiunto anche con la terza guerra d’indipendenza nel 1866 e a conclusione della guerra 1915-18 : ma irrinunciabile era l’obbiettivo di dare in tempi non lunghi al nascente Stato italiano Roma come capitale, la cui conquista per via militare – fallito ogni tentativo negoziale – fece precipitare inevitabilmente il conflitto con il Papato e la Chiesa. Ma esso fu avviato a soluzione con un’intelligenza, moderazione e capacità di mediazione di cui già lo Stato liberale diede il segno con la Legge delle guarentigie nel 1871 e che – sottoscritti nel 1929 e infine recepiti in Costituzione i Patti Lateranensi – sfociò in tempi recenti nella revisione del Concordato. Si ebbe di mira, da parte italiana, il fine della laicità dello Stato e della libertà religiosa e insieme il graduale superamento di ogni separazione e contrapposizione tra laici e cattolici nella vita sociale e nella vita pubblica.

Un fine, e un traguardo, perseguiti e pienamente garantiti dalla Costituzione repubblicana e proiettatisi sempre di più in un rapporto altamente costruttivo e in una “collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del paese” – anche attraverso il riconoscimento del ruolo sociale e pubblico della Chiesa cattolica e, insieme, nella garanzia del pluralismo religioso. Questo rapporto si manifesta oggi come uno dei punti di forza su cui possiamo far leva per il consolidamento della coesione e unità nazionale. Ce ne ha dato la più alta testimonianza il messaggio augurale indirizzatomi per l’odierno anniversario – e lo ringrazio – dal Papa Benedetto XVI. Un messaggio che sapientemente richiama il contributo fondamentale del Cristianesimo alla formazione, nei secoli, dell’identità italiana, così come il coinvolgimento di esponenti del mondo cattolico nella costruzione dello Stato unitario, fino all’incancellabile apporto dei cattolici e della loro scuola di pensiero alla elaborazione della Costituzione repubblicana, e al loro successivo affermarsi nella vita politica, sociale e civile nazionale.

Ma quante prove superate e quanti momenti alti vissuti nel corso della nostra storia potremmo richiamare a sostegno della fiducia che deve guidarci di fronte alle sfide di oggi e del futuro! Anche a voler solo considerare il periodo successivo alla sconfitta e al crollo del 1943 e poi alla Resistenza e alla nascita della Repubblica, è ancora incancellabile nell’animo di quanti come me, giovanissimi, attraversarono quel passaggio cruciale, la memoria di un abisso di distruzione e generale arretramento da cui potevamo temere di non riuscire a risollevarci.

Eppure l’Italia unita, dopo aver scongiurato con sapienza politica rischi di separatismo e di amputazione del territorio nazionale, riuscì a rimettersi in piedi. Il primo, e forse più autentico “miracolo”, fu la ricostruzione, e quindi – nonostante aspri conflitti ideologici, politici e sociali – il balzo in avanti, oltre ogni previsione, dell’economia italiana, le cui basi erano state gettate nel primo cinquantennio di vita dello Stato nazionale. L’Italia entrò allora a far parte dell’area dei paesi più industrializzati e progrediti, nella quale poté fare ingresso e oggi resta collocata grazie alla più grande invenzione storica di cui essa ha saputo farsi protagonista a partire dagli anni ’50 dello scorso secolo : l’integrazione europea. Quella divenne ed è anche l’essenziale cerniera di una sempre più attiva proiezione dell’Italia nella più vasta comunità transatlantica e internazionale. La nostra collocazione convinta, senza riserve, assertiva e propulsiva nell’Europa unita, resta la chance più grande di cui disponiamo per portarci all’altezza delle sfide, delle opportunità e delle problematicità della globalizzazione.

Prove egualmente rischiose e difficili abbiamo dovuto superare, nell’Italia repubblicana, sul terreno della difesa e del consolidamento delle istituzioni democratiche. Mi riferisco a insidie subdole e penetranti, così come ad attacchi violenti e diffusi – stragismo e terrorismo – che non fu facile sventare e che si riuscì a debellare grazie al solido ancoraggio della Costituzione e grazie alla forza di molteplici forme di partecipazione sociale e politica democratica ; risorse sulle quali sempre fa affidamento la lotta contro l’ancora devastante fenomeno della criminalità organizzata.

In tutte quelle circostanze, ha operato, e ha deciso a favore del successo, un forte cemento unitario, impensabile senza identità nazionale condivisa. Fattori determinanti di questa nostra identità italiana sono la lingua e la cultura, il patrimonio storico-artistico e storico-naturale : bisognerebbe non dimenticarsene mai, è lì forse il principale segreto dell’attrazione e simpatia che l’Italia suscita nel mondo. E parlo di espressioni della cultura e dell’arte italiana anche in tempi recenti : basti citare il rilancio nei diversi continenti della nostra grande, peculiare tradizione musicale, o il contributo del migliore cinema italiano nel rappresentare la realtà e trasmettere l’immagine, ovunque, del nostro paese.

Ma dell’identità nazionale è innanzitutto componente primaria il senso di patria, l’amor di patria emerso e riemerso tra gli italiani attraverso vicende anche laceranti e fuorvianti. Aver riscoperto – dopo il fascismo – quel valore e farsene banditori non può esser confuso con qualsiasi cedimento al nazionalismo. Abbiamo conosciuto i guasti e pagato i costi della boria nazionalistica, delle pretese aggressive verso altri popoli e delle degenerazioni razzistiche. Ma ce ne siamo liberati, così come se ne sono liberati tutti i paesi e i popoli unitisi in un’Europa senza frontiere, in un’Europa di pace e cooperazione. E dunque nessun impaccio è giustificabile, nessun impaccio può trattenerci dal manifestare – lo dobbiamo anche a quanti con la bandiera tricolore operano e rischiano la vita nelle missioni internazionali – la nostra fierezza nazionale, il nostro attaccamento alla patria italiana, per tutto quel che di nobile e vitale la nostra nazione ha espresso nel corso della sua lunga storia. E potremo tanto meglio manifestare la nostra fierezza nazionale, quanto più ciascuno di noi saprà mostrare umiltà nell’assolvere i propri doveri pubblici, nel servire ad ogni livello lo Stato e i cittadini.

Infine, non ha nulla di riduttivo il legare patriottismo e Costituzione, come feci in quest’Aula in occasione del 60° anniversario della Carta del 1948. Una Carta che rappresenta tuttora la valida base del nostro vivere comune, offrendo – insieme con un ordinamento riformabile attraverso sforzi condivisi – un corpo di principii e di valori in cui tutti possono riconoscersi perché essi rendono tangibile e feconda, aprendola al futuro, l’idea di patria e segnano il grande quadro regolatore delle libere battaglie e competizioni politiche, sociali e civili.

Valgano dunque le celebrazioni del Centocinquantenario a diffondere e approfondire tra gli italiani il senso della missione e dell’unità nazionale : come appare tanto più necessario quanto più lucidamente guardiamo al mondo che ci circonda, con le sue promesse di futuro migliore e più giusto e con le sue tante incognite, anche quelle misteriose e terribili che ci riserva la natura. Reggeremo – in questo gran mare aperto – alle prove che ci attendono, come abbiamo fatto in momenti cruciali del passato, perché disponiamo anche oggi di grandi riserve di risorse umane e morali. Ma ci riusciremo ad una condizione : che operi nuovamente un forte cemento nazionale unitario, non eroso e dissolto da cieche partigianerie, da perdite diffuse del senso del limite e della responsabilità. Non so quando e come ciò accadrà ; confido che accada ; convinciamoci tutti, nel profondo, che questa è ormai la condizione della salvezza comune, del comune progresso.

www.quirinale.it