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«Ecco le risposte che vogliamo, Ministro Gelmini!», di S.B.

Perché le studentesse e gli studenti con disabilità sarebbero stati esclusi dalla partecipazione alla Finale Nazionale di Corsa Campestre dei Giochi Sportivi Studenteschi, come è stato anche denunciato in un’Interrogazione Parlamentare? In una recente trasmissione televisiva, il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha dichiarato di essere «per le pari condizioni di partenza» tra tutti gli studenti. Rispondere quindi in modo chiaro e netto alla discriminazione denunciata da quell’Interrogazione Parlamentare potrebbe essere un primo modo per dimostrarlo concretamente

«L’esclusione dei ragazzi disabili dalle finali dei Giochi Sportivi Studenteschi è gravissima e in netto contrasto con le norme di legge sull’integrazione scolastica, che da sempre costituisce un punto di forza del nostro sistema educativo»: questa la denuncia della deputata Manuela Ghizzoni, che il 14 marzo scorso ha presentato come prima firmataria, in Commissione Istruzione e Cultura della Camera, un’Interrogazione al ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Mariastella Gelmini, in riferimento appunto alla Finale Nazionale di Corsa Campestre dei Giochi Sportivi Studenteschi, prevista per il 20 marzo a Nove, in provincia di Vicenza, «su uno spettacolare percorso ricavato nell’area golenale del fiume Brenta, teatro naturale costituito da prati e boscaglie, che offrirà suggestivi scorci paesaggistici, oltre a permettere di godere di un tracciato di gara visibile in ogni sua parte», come si legge nel sito della FIDAL del Veneto (Federazione Italiana Atletica Leggero). Gli atleti con disabilità, tuttavia, non ne godranno – di quel tracciato – a giudicare almeno da quanto scritto nell’Interrogazione al Ministro.
Vi si legge infatti che «con Nota prot. n. 1741 del 22/02/2011, al momento non ancora disponibile nella sezione Normativa del sito web del Ministero interrogato, la Direzione generale per lo studente, l’integrazione, la partecipazione e la comunicazione ha comunicato che le Finali Nazionali dei Giochi Sportivi Studenteschi I e II grado, a.s. 2010/11, della disciplina Corsa Campestre si svolgeranno il giorno 20 marzo 2011 presso la località Nove (VI). Come di consueto, la nota comunica che alla manifestazione parteciperanno tutte le rappresentative scolastiche che ne hanno acquisito titolo, previa certificazione da parte delle C.O.R. [Commissioni Organizzatrici Regionali, N.d.R.] dell’avvenuto svolgimento delle fasi regionali o dalle stesse individuate attraverso criteri autonomamente applicati».
E tuttavia, prosegue il documento, «per la prima volta, da quando tale iniziativa è in essere, le studentesse e gli studenti diversamente abili sono stati esclusi dalla manifestazione sportiva. Lo si apprende non dal testo della citata Nota, bensì dall’assenza tra gli allegati dei moduli (Modello COR e Modello Iscrizione) abitualmente previsti per gli studenti disabili». «Tale decisione – si dichiara nell’Interrogazione – è in netto contrasto con le norme di legge sull’integrazione scolastica degli alunni con disabilità, che da sempre costituisce un punto di forza del nostro sistema educativo. Tale scelta impedisce la piena esigibilità del diritto allo studio e alla crescita individuale e sociale di questi ragazzi e deprime lo stesso valore dei Giochi Sportivi Studenteschi, che sono un importante evento educativo in quanto non solo momento agonistico bensì veicolo di valori e di crescita della persona umana».
«Quali siano dunque le motivazioni che hanno portato per la prima volta all’esclusione dai Giochi Sportivi Studenteschi, nella disciplina Corsa Campestre, degli studenti e delle studentesse disabili», si chiede al Ministro «come intenda intervenire per ovviare ad una situazione discriminatoria che contrasta con la piena inclusione di questi alunni, anche attraverso progetti di diversità motoria e sportiva, quale obiettivo prioritario della scuola dell’autonomia».

Non è certo un “periodo fortunato” – in ambito di disabilità – per il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, sulle cui recenti dichiarazioni alla trasmissione televisiva Che tempo che fa abbiamo già avuto modo di scrivere nei giorni scorsi (se ne legga cliccando qui). Proprio in quell’occasione la stessa Gelmini aveva dichiarato di essere «per le pari condizioni di partenza» tra tutti gli studenti. Rispondere quindi in modo chiaro e netto alla discriminazione denunciata da quell’Interrogazione Parlamentare potrebbe essere un primo modo per dimostrarlo concretamente e anche per rispondere ad accuse non certo tenere, come quella proveniente da Nina Daita, responsabile dell’Ufficio Politiche Disabilità della CGIL Nazionale, che di fronte a tale fatto ha parlato di «vero e proprio razzismo».

da www.superando.it

"L'Unità batte Silvio 1 milione a zero", di Claudia Fusani

Diritto di cronaca e di critica esistono e vanno tutelati. Per legge, come in ogni contesto che si voglia definire democratico. Se ne deve fare una ragione anche il Presidente del Consiglio. Ad esempio, è stata cronaca e poi esercizio di critica aver scritto nel luglio 2009, ai tempi dello scandalo D’Addario, che il Cavaliere cercò uno “scambio” con le gerarchie ecclesiastiche che stavano pesantemente criticando le sue abitudini private concedendo un’accelerazione sul disegno di legge del testamento biologico. Un vero e proprio «mercato delle indulgenze» come scrisse l’Unità il 13 luglio 2009

LEGGI LA SENTENZA

Per ben quattro degli articoli pubblicati quel giorno, l’editoriale del direttore Concita De Gregorio e gli articoli di Natalia Lombardo e Silvia Ballestra, il premier ha chiesto i danni perchè quel prodotto giornalistico era stato «altamente lesivo della sua immagine». Un sacco di soldi, aveva chiesto il Cavaliere: un milione e 600 mila. Bene: il 21 gennaio scorso il giudice Franca Mangano, prima sezione del Tribunale civile di Roma, ha rigettato la richiesta e ha condannato il Presidente del Consiglio al pagamento delle spese processuali. Poco più di quindicimila euro, spiccioli per il Cavaliere, meno della metà del costo approssimativo di una serata ad Arcore con una ventina di fanciulle ospiti. Ma non sono i soldi il merito della faccenda. Sono le venti pagine delle motivazioni con cui il giudice Mangano riconsegna dignità e ruolo al diritto di cronaca e boccia l’insofferenza alla critica e l’obbedienza al pensiero unico tipiche e pretese del Cavaliere.

Il contesto, prima di tutto. Il 13 luglio 2009 l’Italia era alle prese con lo scandalo della escort Patrizia D’Addario, la scoperta di Papi e della sua passione per le minorenni (Noemi Letizia), la denuncia illuminante e per questo sofferta di Veronica Lario che per prima, e con massima consapevolezza, scriveva di «scempio» e del «Drago (suo marito, ndr) a cui venivano immolate le vergini». Dato il contesto, accadde che la Cei e le gerarchie ecclasiastiche puntassero il dito contro «il libertinaggio» in voga nel ceto politico e di governo. E che, all’improvviso, spuntasse fuori dai cassetti del Parlamento la legge sul testamento biologico nel senso di negare la libera scelta in punto di morte. Uno scambio, appunto. Il «mercato delle indulgenze», scrisse L’Unità. Il giudice Mangano riporta nelle motivazioni ampi stralci degli articoli incriminati. Uno per tutti: l’editoriale in cui il direttore scriveva: «Considero più integra la reputazione della escort Patrizia D’Addario… piuttosto che quella di un uomo di stato che promette solennemente una somma concordata per chi muore di fame e di malattia in Africa e poi ne dispensa solo il 3%, cioè niente (…).

Mentre noi rispettavamo la consegna di non esibire le miserie di Berlusconi al mondo (in quei giorni era in corso il G8 all’Aquila e la richiesta, istituzionale, ai media fu di ignorare per qualche giorno le ricostruzioni delle feste a palazzo Grazioli, ndr), Gianni Letta e gli sherpa dei rapporti fra Governo e Vaticano lavoravano alacremente al baratto, qualcosa che assomiglia molto al prezzo delle indulgenze di antichissima memoria(….)». Testamento biologico in cambio se non del perdono almeno del silenzio delle gerarchie, il tutto per fare in modo che «l’ossessione del premier, la sua malattia non indispettiscano la Chiesa fino al punto di indebolirlo ed isolarlo». Tutto questo, con gli altri articoli, la scelta dell’impaginazione, persino le foto e le didascalie, «costituisce – scrive il giudice – espressione del diritto di cronaca». Rispetta, cioè, i «presupposti legittimanti degli articoli 2 e 21 della Carta e della giurisprudenza correlata» che sono «utilità sociale dell’informazione, verità anche solo putativa perchè frutto di un serio e diligente lavoro, e forma civile della esposizione dei fatti e della loro valutazione».

Per il giudice Mangano gli articoli incriminati hanno un interesse pubblico perchè «hanno per oggetto temi di grande rilievo sociale come la disciplina del testamento biologico» e «non è stata pretestuosa la trattazione congiunta con il giudizio sulla moralità e sulla correttezza dell’attore (Berlusconi, ndr) non solo per il rilievo istituzionale della carica ricoperta ma anche per l’attualità del tema in quel momento in seguito alle rivelazioni di personaggi in vario modo vicini al Presidente del Consiglio (lettera della moglie, caso Noemi e caso D’Addario)». Come dire: è innegabile che “quello” fosse il tema di discussione ovunque. Circa «la verità» di cui «gli articoli appaiono rispettosi in accordo con la giurisprudenza di legittimità», il giudice elenca le fonti di prova: «L’omelia del segretario generale della Cei, in occasione delle celebrazioni per Santa Maria Goretti, contenenti vibranti censure al “libertinaggio gaio e irresponsabile esibito senza pudore”; l’accelerazione impressa all’iter di approvazione della legge sul testamento biologico; la ravvicinata successione temporale di questi due accadimenti».

Per tutto questo, scrive ancora il giudice Mangano, non solo non è stato «mera congettura mistificatoria» aver pensato e scritto che tra governo e Chiesa fosse in corso il baratto (il testamento biologico in cambio dell’indulgenza) ma era «interesse dell’attore (Berlusconi, ndr), assicurarsi quella indulgenza». Il giudice analizza anche le altre critiche sollevate da L’Unità: Berlusconi «non mantiene gli impegni internazionali ad esempio con l’Africa» e «antepone agli obblighi istituzionali impegni privati consistenti peraltro in condotte moralmente deprecabili». Tutto vero, anche in questo caso, scrive il giudice: «Risulta non inveritiero che il Presidente del Consiglio sia mancato all’assemblea generale dell’Onu, dedicata ai problemi della povertà nel mondo, per recarsi al Centro Messeguè a Todi in compagnia di ragazze».

Questo dettaglio, anche se non provato (allora; oggi invece sì dall’inchiesta Ruby) «non ha efficacia lesiva autonoma» visto che il giudizio negativo «riguarda l’assenza da impegni istituzionali per ragioni di mero benessere personale». Poi, nelle conclusioni, un ripasso di cosa voglia dire libertà di stampa, diritto di cronaca e di critica. «Al giornalista è consentito di diffondere a scopo informativo e formativo dell’opinione pubblica la propria originale versione dei fatti …. Al contrario, un sistema informativo che garantisse libertà di opinione solo al giornalista che dà voce alla versione ufficiale propagandata, tradirebbe i principi basilari a cui è ancorato l’esercizio della professione giornalistica: la libertà di manifestazione del pensiero, infatti, si connette ad altre forme di libertà poichè il diritto a diffondere opinioni e giudizi è alimento di quelle realtà associative e organizzazioni politiche imprescindibili protagoniste di un sistema democratico pluralista. Quello voluto dalla Costituzione».

L’Unità 17.03.11

Scuola: Ghizzoni (PD), “Disabili esclusi da corsa campestre dei giochi studenteschi, è il Miur a mentire"

La capogruppo PD in commissione Cultura: la Gelmini e il governo garantiscano i fondi al Cip, risoluzione bipartisan alla Camera

“Il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nell’evidente imbarazzo nel giustificare la propria politica fallimentare sotto tutti gli aspetti, non trova di meglio da fare che denigrare chi denuncia, per ultimo, la scelta discriminatoria di escludere i ragazzi disabili dalle finali nazionali di Corsa campestre dei Giochi sportivi studenteschi”.

Così Manuela Ghizzoni, capogruppo PD della commissione Cultura della Camera, replica al comunicato del Miur.

“Per smentire il Ministero – dice Ghizzoni – è sufficiente la lettura attenta della circolare ministeriale 1741. Come potranno partecipare i ragazzi disabili alle finali di corsa campestre, previsti per domenica prossima 20 marzo, se è stato loro impedita l’iscrizione? E se i ragazzi disabili non possono partecipare, la loro assenza dalle gare non è forse discriminatoria?”.

“Possono cavarsela richiamando l’accordo siglato con il CONI nel 2009/2010 che ha affidato l’organizzazione delle Finali nazionali dei Giochi a totale carico delle Federazioni sportive – spiega – In questo accordo il Comitato Italiano Paralimpico (CIP) dovrebbe occuparsi della partecipazione degli studenti disabili, ma non è assolutamente nelle condizioni di farlo, poiché la struttura non ha i mezzi economici sufficienti, anzi si trova sull’orlo del collasso in quanto per il triennio 2011/2013 non è stato previsto alcun finanziamento per la sua attività”.

“Il ministro Gelmini e il sottosegretario Crimi – conclude la capogruppo democratica – impegnino il Governo a garantire al CIP le risorse necessarie per assolvere alla sua funzione. Lo chiediamo come deputati di opposizione insieme a quelli di maggioranza (Ghizzoni e Lolli del PD, Frassinetti e Di Centa del PDL, Zazzera di IdV, Capitanio Santolini dell’UdC, Granata e Barbaro du FIL, Goisis della Legai) in una risoluzione unitaria depositata mercoledì, mossi non da intenti strumentali, ma per i diritti dei disabili”.

Roma, 17 marzo 2011

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“Negata la partecipazione alle finali nazionali per gli studenti disabili”, di Davide Berti

Ai ragazzi diversamente abili che frequentano le scuole superiori è stato negato di partecipare alle finali nazionali. Una decisione presa dal Ministero per questione di fondi. A stanare la decisione del Governo è stata Manuela Ghizzoni, la parlamentare del Pd che nel mettere spalle al muro la Gelmini ha trovato anche il sostegno bipartisan di Pdl e Lega. A Modena la notizia ha destato parecchio scalpore dal momento che la nostra città è all’avanguardia nel sostegno ai diversamente abili attraverso lo sport.Disabili esclusi dalle finali nazionali dei giochi studenteschi. Succede anche questo in Italia per colpa dei tagli all’istruzione. Così, se da una parte si giocheranno le finali di studenti normodotati, le competizioni per i diversamente abili sono state tagliate. Il caso lo ha fatto scoppiare la parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni, che ha messo in un angolo il ministro Gelmini con una iniziativa che ha riscosso apprezzamento bipartisan, raccogliendo firme anche tra Pdl e Lega. E a Modena la notizia ha fatto un certo scalpore, dal momento che la nostra città è considerata all’avanguardia per i progetti sui diversamente abili nelle scuole. Disabili e Sport, infatti, è un progetto che ha già fatto il giro d’Europa e a coordinarlo c’è Paolo Zarzana, dirigente del Centro Sportivo Italiano Csi di Modena ed educatore di esperienza: «Non permettere ai ragazzi di partecipare alle finali nazionali è un atto di crudeltà che vanifica tutti gli sforzi di questi studenti e quelli di chi, attraverso lo sport, propongono percorsi di integrazione e crescita formativa». L’iniziativa modenese, in continua espansione, è un fiore all’occhiello che fino ad oggi ha coinvolto 19 istituti in provincia e 300 ragazzi.
Anche per la Ghizzoni è uno scandalo: «Il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nell’evidente imbarazzo nel giustificare la propria politica fallimentare sotto tutti gli aspetti, non trova di meglio da fare che denigrare chi denuncia la scelta discriminatoria di escludere i ragazzi disabili dalle finali nazionali di Corsa campestre dei Giochi sportivi studenteschi. Per smentire il Ministero – dice Ghizzoni – è sufficiente la lettura attenta della circolare ministeriale 1741. Come potranno partecipare i ragazzi disabili alle finali di corsa campestre, previsti per domenica prossima 20 marzo, se è stato loro impedita l’iscrizione? E se i ragazzi disabili non possono partecipare, la loro assenza dalle gare non è forse discriminatoria?».
«Possono cavarsela richiamando l’accordo siglato col Coni. Il Cip dovrebbe occuparsi della partecipazione degli studenti disabili, ma non è assolutamente nelle condizioni di farlo, poiché la struttura non ha i mezzi economici sufficienti, anzi si trova sull’orlo del collasso. Il Governo si deve impegnare a garantire al Cip le risorse necessarie»

La Gazzetta di Modena 18.03.11

Muti e quel canto del Va' pensiero «Siamo italiani da sempre», di Luca Del Fra

Francamente quello dell’unità non lo ho mai avvertito un problema, come stranamente avviene oggi», Riccardo Muti «fulminando irrompe nella folta»: a poche ore dalla serata di gala per le celebrazioni dell’Unità d’Italia che lo vedranno sul podio dell’Opera di Roma dirigere Nabuccodonosor di Giuseppe Verdi al cospetto del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, si apre a una serie di considerazioni su quanto sta avvenendo nel nostro paese. «Sono cresciuto – spiega– in un milieu intellettuale, dove Gaetano Salvemini che è un mio lontano parente acquisito, esercitava un grande peso. Al tempo stesso Molfetta è il sud delle meravigliose bande che suonavano nelle processioni della settimana santa cui partecipavano tutti. Si respirava una cultura che affondava le radici nella Grecia classica, cresciuta nella latinità, ci unisce una lingua e una storia di lungo respiro. Quando penso a Dante o a Raffaello penso a degli italiani: voglio dire che siamo italiani da sempre. E perciò non posso che essere particolarmente avverso a quanti vogliono nuovamente sezionare e dividere quanto per secoli e secoli è stato sezionato e diviso e, grazie a un impulso, a una italianità profonda è stato unito».

Eppure è anche un paese con tante diversità e forze centrifughe?

«È vero: tra uno nato a Bolzano e uno di Trapani esistono differenze, ma rendono questa terra così viva e piena di elettricità».

Lingua e cultura come base unitaria: eppure qualcuno pensa siano cose che non si mangiano…

Ho bissato Va pensiero perché rischiamo davvero di perdere una «Patria sì bella» a causa degli ignominiosi tagli alla nostra cultura: per sfuggire la routine del bis ho chiesto alla sala di cantare. Le persone che si alzavano a grappoli, come piante che crescono veloci quando arrivano certi humus, e dal loggione fino alla platea cantavano tutti assieme. Ho pensato, al di là di tanti discorsi, questa è l’Italia».

In che senso?

«Non avremo i comportamenti collettivi e anche un po’ ingessati che hanno in paesi con una storia nazionale più lunga, penso alla Francia e alla Gran Bretagna, ma li abbiamo alla nostra maniera. In quel pubblico, oltre 1300 persone, c’era chi conosceva le parole e chi mormorava solo suoni, chi andava a tempo e chi accelerava perché non riusciva a tenere il ritmo grave voluto da Verdi. Gente che era lì per l’opera, altri solo per farsi vedere, di destra, di centro e di sinistra: dal loggione alla platea una umanità vivace ma unita».

Da cosa nasce questo modo di essere italiani?

«Dalla nostra cultura profonda: questo è il paese di Tiziano del Cadore, Antonello da Messina in Sicilia, Verdi di Busseto e Vincenzo Bellini di Catania: geni di una terra così diversa che ci hanno reso unici al mondo. A Chicago – Muti è direttore della Chicago Symphony, ndr – sulle pareti esterne del Museo cittadino ci sono i nomi degli artisti esposti all’interno: bene, la maggior parte sono italiani. È la cultura che ci fa rispettare nel mondo».

E invece?

«E invece le istituzioni musicali e culturali sono sull’orlo della bancarotta per i tagli, le scuole alla fame, idem conservatori e università, poi vai negli ospedali e ti trovi la gente umiliata con un letto in corridoio come fossimo in guerra: così il paese disattende la sua cultura e gioca malamente il suo futuro».

Infatti oggi molti pensano che per questo paese non ci sia futuro.

«Credo invece che abbiamo molte carte da giocarci: occorre però smettere di far scappare i nostri talenti all’estero, siano violoncellisti o chirurghi, informatici o attori».

“Va pensiero” è tornato a essere un inno nei teatri e nelle piazze: non è una soddisfazione visto che la musica classica e l’opera da molti sono giudicate una cosa per pochi?

«È una conferma: mio nipote che ha tre anni canta Berlioz e Beethoven. Se vieni indirizzato è facile apprendere cose più complesse. Mi sta a cuore però ricordare una banda musicale di ragazzi nata per iniziativa di privati a Delianuova in Aspromonte, luogo famoso per cose terribili. Sono stati premiati al festival internazionale di Lione e quando li ho diretti a Ravenna hanno mostrato una disciplina oxfordiana. Sul loro esempio in Aspromonte sono nate altre bande per ragazzi, che imbracciano il clarinetto invece che il canne mozze. Smettiamo di prendere esempio dalla televisione, cerchiamo di dare ai giovani cose importanti».

PS.Dopo quest’intervista, il ministro all’economia Giulio Tremonti e il sindaco di Roma Gianni Alemanno hanno visitato il maestro presso il Teatro dell’Opera. Al termine dell’incontro il ministro ha dato la sua parola che s’impegnerà per risolvere il problema del taglio ai Fondi per la cultura. «Per quanto di mia competenza – ha detto Tremonti – mi hanno fatto dare la parola: veni, vidi e capii». E il sindaco: «Era necessario prendere coscienza del fatto che le fondazioni lirico-sinfoniche e molte realtà culturali fondamentali rischiano davvero di chiudere senza un intervento serio dal punto di vista finanziario». Et voilà.

L’Unità 17.03.11

"Quando i piccoli maestri fanno grande la scuola", di Mariapia Veladiano

“LA SCUOLA ha un problema solo. I ragazzi che perde”, scrivevano nel 1967 i ragazzi di Barbiana. E davvero non si vede come oggi possa essere diverso. Forse è possibile che la scuola italiana sia in grado di reggere anche gli ultimi tagli di cattedre programmati per i prossimi due anni: 20.000 circa. La metafora è bizzarramente reperita da un’area semantica che potremmo definire sismica. E risulta sinistra soprattutto perché consegna la scuola al sollievo ambiguo di essere stata per ora risparmiata.

Ma la scuola non deve innanzi tutto reggere. Deve accogliere, garantire il diritto all’istruzione, essere luogo di opportunità per tutti. Deve liberare la convulsione dei desideri che abita nei ragazzi che le vengono affidati e farla diventare forza di vita.

Il paradosso attuale è che la scuola dell’autonomia ha molti strumenti per diventare quello che deve essere, ovvero un laboratorio di culture, integrazione, equità sociale. Anzi, l’unico attuale laboratorio di integrazione delle diversità, perché alla scuola statale vanno ancora tutti e se funziona come deve qui si impara a costruire la convivenza vera e non una forma di rassegnata o voluta impermeabilità fra culture che vivono l’una accanto all’altra. Non si può, dice Amartya Sen, valutare la bontà di un sistema sociale da come esso “lascia in pace” le persone di diverse culture, ma da come le mette in grado di scegliere liberamente, attraverso l’istruzione e la partecipazione ai progressi sociali e politici, le proprie appartenenze.

L’autonomia oggi dà alla scuola gli strumenti per “vedere” i ragazzi uno per uno (“Cara signora, lei di me non ricorderà neppure il nome”, iniziava la lettera dei ragazzi di Barbiana all’idealtipo di professoressa tradizionale a cui si rivolgeva), la possibilità di pensare per loro un percorso che li riconosca diversi (la personalizzazione), di prepararli a vivere nel mondo (l’internazionalizzazione), di coltivare le eccellenze (la qualità), di abituarli ai cambiamenti che altrimenti li travolgerebbero (le competenze). Che poi la scuola riesca a fare questo lavoro proprio per ciascuno dei ragazzi che accoglie, è impossibile. E’ importante però che lo possa fare quando è più necessario, ovvero per dare un’opportunità a chi arriva svantaggiato e non conosce ancora il suo valore. La scuola non ha la soluzione per ogni vita d’angolo che si presenta in aula, ma impedire alle vite escluse di arrivare nelle aule perché mancano risorse è indecente.

La scuola è fatta di persone e risorse.

Non si fa scuola nel deserto.

Lanciare pietre sugli insegnanti e sulla scuola è facile e gratuito. Distruggere la fiducia è cosa di un momento, poi però quanta fatica ricrearla. Perché bisognerà farlo. Accusare gli studenti di essere ignoranti invece è un non senso. La scuola che provasse fastidio per l’ignoranza degli studenti avrebbe perso se stessa. E la soluzione non è mandare gli studenti ignoranti a lavorare: “Va in officina e spazza. Nelle ore libere segue le mode come un burattino obbediente. Il sabato vaa ballare, la domenica allo stadio” scrivevanoi ragazzi di Barbiana del loro amico Gianni che aveva lasciato la scuola.

E oggi si torna a parlare di “classi alte”, di scuola che prepara la futura classe dirigente, di scuola che “inculca” (cattivi) valori, ci si ritrova a magnificare una “retorica della fatica” dello studio riservata a pochi. Come se si potesse davvero imparare senza l’interesse e la passione.

E poi, oggi, si mette in discussione l’uguaglianza. Certo che l’uguaglianza senza equitàè vuota. E allora ancora si deve parlare di risorse. L’economia della sobrietà dei mezzi è una cosa seria, e che i ragazzi la possano vedere messa in pratica a scuola attraverso un utilizzo pensato delle risorse è importante. Ma da noi si tratta d’altro. Il rapporto annuale Education at a glance 2010 ci dice che tra i Paesi dell’Ocse già siamo penultimi per la spesa generale per l’istruzione, e se considerano anche i sussidi e i prestiti agli studenti siamo proprio ultimi. Sussidi e prestiti sono fra gli strumenti che potrebbero garantire l’equità, che oggi si declina in molti modi ma che al suo grado minimo vuol dire che almeno la scuola non funzioni da moltiplicatore delle differenze sociali.

Cosa che invece oggi accade sistematicamente in Italia (fra molti, si possono vedere gli studi di Gabriele Ballarino e Daniele Checchi). Ed è sorprendente che questo non risulti intollerabile alle famiglie. La vita non è altrove. E’ nella scuola felicemente contaminata dal mondo e che deve continuare a non aver paura della vita e delle sue differenze.

Non ci sono scorciatoie. La scuola costruisce le nostre storie personali e collettive. “La battaglia della letteratura è uno sforzo per uscire fuori dai confini del linguaggio; è dall’orlo estremo del dicibile che essa si protende; è il richiamo di ciò che è fuori del vocabolario che muove la letteratura”. Così scriveva Italo Calvino.

E così è per la scuola: il richiamo di ciò che è fuori, e cioè il mondo, il suo senso, muove la scuola. Poi i ragazzi e i docenti devono scriverla, la loro storia. Può essere una bella storia. E spesso lo è.

(L’autrice ha scritto “La vita accanto” per Einaudi Stile Libero

La Repubblica 16.03.11

"Italia unita alle radici della nostra democrazia", di Pier Luigi Bersani

L’anniversario è di tutti, o dovrebbe esserlo. Cominciamo col dire questo. Lo si capirà bene oggi pomeriggio, nell’Aula della Camera, quando il Parlamento in seduta comune ascolterà le parole solenni di Giorgio Napolitano, capo dello Stato e mai come oggi vero garante del patto costituzionale e repubblicano. Ma gli anniversari parlano. Raccontano sempre del clima del paese e dello spirito di un popolo.
Fu così un secolo fa, quando i primi cinquant’anni del Regno scontarono la polemica di cattolici, socialisti e repubblicani. E mezzo secolo dopo, a ridosso del boom, con una retorica soppiantata dalla celebrazione di un’epopea diversa, tutta interna al carattere bloccato della nostra democrazia. Erano, quelle di allora, contrapposizioni profonde, ideologiche e per fortuna archiviate. Ma oggi? Su cosa si fonda oggi la celebrazione di una unità che tutti dovrebbero avere compreso e assimilato? Nel bene e nel male l’Italia liberale, e ancora di più quella repubblicana, hanno inteso la patria come coscienza di un passato vissuto, ma soprattutto come la proiezione di un futuro comune. Possiamo dire lo stesso anche noi? Tutti noi? Perché poi si può discutere se il nostro Risorgimento sia stato effettivamente quell’evento fondativo che fu la “grande Rivoluzione” per la Francia o la Riforma per la Germania. Ma certo fa riflettere l’idea che nel 150° della nostra unificazione la guida del paese sia affidata a quanti di quella svolta storica contestano la natura e lo sbocco. Ed è tanto più preoccupante vedere come un tale sentimento, neppure represso, attraversi l’azione del governo e i suoi messaggi di fondo.
Peccato. Lo diciamo con la sensibilità e la responsabilità di un grande partito nazionale. Peccato che una parte della classe dirigente non abbia colto la portata morale e il valore simbolico del traguardo che raggiungiamo oggi. Come ha scritto Emilio Gentile, all’origine di quell’espressione – risorgere – vi era la spinta ad affrancarsi da una degradazione civile, individuale e collettiva. Più ancora che un progetto di integrazione dei territori si manifestava l’ansia di “conferire agli italiani una dignità di cittadini”. Una novità, e in fondo la più profonda delle rivoluzioni. L’antica nazione culturale affrontava la prova decisiva della sua unità spirituale e politica. Furono vicende drammatiche. Passaggi dolorosi, ma infine fu l’avvio di una parabola storica assolutamente unica che, alternando grandezza e tragedie, si è proiettata sino a noi.
Ecco perché c’è qualcosa di imponente non già nella data e non solo nell’anniversario in sé, ma nelle radici di ciò che oggi lo Stato e il popolo italiani sono chiamati a celebrare. Dietro e dentro la ricorrenza c’è l’Italia che ha combattuto per la propria dignità. Ci sono le radici della nostra democrazia. Di una Repubblica sorta sull’onda di una guerra di Liberazione. Vi sono il primo e il secondo Risorgimento. Con le biografie – le immense biografie – di una nazione che ha segnato del proprio destino il destino dell’Europa tutta. Di questo stiamo parlando. Eppure il tempo alle nostre spalle sembra aver incrinato proprio quelle premesse, al punto che la stessa unità del paese ad alcuni non pare più un sacro principio da difendere. E per la prima volta una secessione degli animi vorrebbe anticiparne altre, nelle regole, nei principi, nella forma stessa dello Stato.
La destra su questo ha fondato il suo lavorio. Ha negato legittimazione agli avversari e spinto per dissolvere i fattori coesivi. Un’opera tutt’altro che rozza che è transitata dal modo di concepire materie sensibili, il patto fiscale, la sicurezza, le identità dei territori. Da lì, a scendere, lo sfregio delle regole, un Parlamento svuotato di funzioni fino alle conflittualità esasperate verso le istituzioni di garanzia. Hanno cercato di rompere la struttura del paese con un racconto dell’Italia dove via via evaporava l’intera nostra storia e tradizione democratica.
A tutto questo noi, in questi mesi, ci siamo opposti e continueremo a farlo. Ma con la stessa determinazione diciamo che siamo i primi a voler fondare una nuova unità dello Stato e un nuovo patto repubblicano che sia finalmente all’origine di una patria comune e di una coscienza civile capace di rispettare sempre le differenze di giudizio e di pensiero ma in una identità democratica condivisa. A partire, ovviamente, da un federalismo che unisce e non divide, coinvolgendo tutte le parti del paese, nessuna esclusa. La nostra sfida è saldare il destino dell’Italia a una nuova Europa e a un mondo nuovo. Un mondo dove molto, forse tutto, è destinato a cambiare. E allora la vera domanda per noi non è cosa siamo stati, ma cosa saremo. Quale paese lasceremo a chi verrà dopo.
L’Italia liberale affidò il compito di formare un “carattere italiano” all’esercito e alla scuola. Il fascismo volle militarizzare la questione. La Repubblica visse tra chiese divise e doppie lealtà, ma in fondo trovando nei partiti di massa la spinta per una modernizzazione epocale, seppure depennata da sintomi patriottici, poiché il mito nazionale fu presto soggiogato al primato delle ideologie. La forza del nostro tempo – la speranza di questo 150° – è nella possibilità di combinare in forme nuove democrazia, cittadinanza e un’etica pubblica rigenerata.
Ce la possiamo fare. Davvero. Ce lo dicono le piazze che in questi mesi si sono riempite di giovani, donne, lavoratori. Ce la possiamo fare se contrasteremo quello che Baudelaire, col senno del suo tempo, aveva chiamato “l’avvilimento dei cuori”. Ci si avvilisce quando si scopre di essere privi di difese. Esposti al ricatto del più forte. O quando si è convinti di non avere un tempo davanti, ma solo il peso gravoso di molte eredità. Il Partito Democratico è nato per fare l’opposto. Noi siamo nati per restituire speranza, coraggio e fiducia a un paese che lo merita. E anche per questo oggi esporremo il tricolore fuori dalla finestra di casa.

L’Unità 17.03.11

"Sesso e soldi, ecco le nuove carte del Rubygate", di Giuseppe D'Avanzo

Il comodo con Berlusconi è che non ti delude mai. Per giorni e settimane ha ripetuto, con il petto gonfio, che non vedeva l´ora che il processo – quel processo che lo umilia e l´angoscia, il «processo Ruby» – avesse inizio.
Che avesse inizio per dimostrare dinanzi al Paese, al popolo che lo ha voluto a capo del governo, al mondo che sempre lo ammira, la sua innocenza, l´inconsistenza di «accuse allucinanti», la barbarie di un´eversiva inquisizione togata. «Andrò a tutte le udienze». Gliela avrebbe fatta vedere lui, sempre presente in aula, vigile e parlante, a quella «certa magistratura politicizzata», l´avrebbe screditata in diretta tv. Gli ingenui credono alle sue parole. Pensano che ancora una volta il Cavaliere ce la farà – ed è tutto un vivamaria – a venir fuori dall´angolo in cui lo hanno cacciato caotiche abitudini. I creduloni si convincono che davvero il capo del governo voglia difendersi nel processo e non dal processo, come ha sempre fatto affatturandosi cavilli, pretesti, legittimi impedimenti, legge ad personam, immunità.
La faccia feroce del Cavaliere non dura molto. Qualche ora, diciamo. Il tempo di dare uno sguardo all´esito delle indagini supplementari consegnate dal pubblico ministero di Milano ai suoi avvocati e il collegio di difesa chiede subito e in gran fretta il rinvio della prima udienza fissata per il 6 aprile. In realtà, un´udienza tecnica: un presidente di sezione assegna a uno dei suoi tre collegi il processo, ma tutto torna buono per prendere tempo e cercare altre vie – politiche, parlamentari, legislative – per venir fuori da guai che gli hanno cancellato dal viso ogni sorriso e ribalderia. Ci si deve chiedere allora che cosa c´è in questi atti istruttori integrativi che lo hanno costretto a gettarsi a corpo morto in pubblico, accettando addirittura qualche domanda, incontrando nientemeno quel che egli considera un ostinatissimo “nemico” come Repubblica che ha documentato le sue ragioni in un colloquio: «per parlare con la mano sul cuore e spiegare come stanno davvero le cose».
Il Gran Venditore sa come vanno queste faccende. Non deve imparare nulla. Le mosse gli nascono d´istinto, come per un riflesso immediato. Meglio anticipare i passi dell´avversario, organizzare una «narrazione» diversa e contraria per neutralizzare il racconto e i documenti che teme. Al peggio, ne nascerà una confusione che renderà indifferente l´opinione pubblica. Ecco allora sciorinare l´intera gamma della fenomenologia della menzogna. Nasconde il vero dissimulandolo («Io in questura ho chiesto solo informazioni di Ruby, nessuna pressione sui funzionari»). Modifica la natura del vero («Hanno messo in piazza 33 ragazze che passeranno il resto della loro vita con il marchio della prostituta»). Deforma la realtà rimpicciolendone il formato (altro che «bunga bunga», «cene spensierate, eleganti. Le ragazze facevano quattro salti in discoteca, Da sole, perché a me non è mai piaciuto ballare. Niente di più»). Dice l´assoluto contrario del vero («Non ho mai pagato una prostituta e poi può mai essere possibile che uno paghi con dei bonifici bancari una prestazione sessuale?»). Infine, non maschera soltanto la realtà, la inventa di sana pianta («Ho sempre avuto vicino a me la mia fidanzatina che per fortuna sono riuscito a tenere fuori da questo fango. Se avessi fatto tutto quello che dicono, mi avrebbe cavato gli occhi. E assicuro che ha anche le unghie lunghe).
Ora per comprendere l´ansia che agita il presidente del Consiglio bisogna scorrere, anche rapidamente, gli atti d´indagine integrativi, gli esiti dell´istruttoria – ora conclusa – contro Lele Mora, Emilio Fede, Nicole Minetti. Si scoveranno immagini, parole, ricordi, resoconti che sbriciolano il racconto del Cavaliere svelandone menzogne che non potrebbero reggere con decenza a una verifica processuale. Si possono vedere fotografie di ragazze mascherate da poliziotte seminude con le manette bene in vista. Si apprenderà delle istruzioni cui bisognava attenersi, ai travestimenti necessari (in un caso, «come un giocatore del Milan»), a quel che bisogna fare, come e con chi e in quale occasione. Naturalmente questi convegni possono essere «eleganti», come dice il Cavaliere, ma ammesso che ci sia stata anche grazia e distinzione, non si elimina il nocciolo della questione: decine di ragazze venivano retribuite per fare sesso con il Sultano e tra di loro una minorenne. Le ragazze ne parlano tra di loro, discutono di quanto «hanno preso», si invidiano l´attenzione del Cavaliere perché maggiore interesse significa maggiori ricavi. Per dire, si legge in un sms: «Sappiamo che uno dei venti uomini più potenti del mondo ti muore dietro e ti ha pensato tutta la sera…». Alcuni documenti liquidano l´argomento principe del capo del governo. Questo: «Può mai essere possibile che uno paghi con dei bonifici bancari una prestazione sessuale?».
È utile dare uno sguardo alle carte degli accertamenti bancari sul conto corrente di Berlusconi, il numero 1.29 presso la banca del Monte dei Paschi di Siena. Sappiamo, dalle testimonianze raccolte dal pubblico ministero, che le ragazze ricevevano i loro emolumenti in moneta sonante, in buste di 500, 1000, 2000, 5000 euro in fogli da 500. Sappiamo che da quel conto si muovono bonifici di dieci, ventimila euro a favore delle «ragazze». Dice a Repubblica Berlusconi: «Io sono come una Caritas quotidiana. Pago interventi chirurgici, il dentista, le tasse universitarie a tutti coloro che ne hanno bisogno. Alcuni di questi bonifici servivano a pagare il mutuo ai genitori di una ragazza. Dei signori in difficoltà». Tuttavia, se si guarda a quanto denaro contante ogni mese muove Silvio Berlusconi si rimane stupiti. Non usa troppi bonifici, il Cavaliere. Forse non se ne fida. Nemmeno negli assegni o nelle carte di credito ha fiducia. Il Cavaliere firma al suo ragioniere, Giuseppe Spinelli, un assegno e Spinelli nello stesso giorno lo negozia con un´operazione «cambio assegni». Le cifre sono importanti e, se nel 2009 hanno raggiunto i sette milioni 675 mila euro, nel 2010 hanno superato i 12 milioni e 880 mila euro. Le tranche mensili sono molto variabili. Oltre il milione in gennaio, aprile, maggio. Vicino al milione in luglio, settembre e ottobre. Meno di ottocentomila euro in febbraio, marzo e giugno. Un modesto 344 mila euro in agosto e un´impennata a fine anno: un milione e 496 mila euro a novembre e addirittura 2 milioni e 555 mila in dicembre. Assegni per 250 mila, 300 mila euro. Per sedici volte incassato il lunedì; in cinque occasioni il martedì; in quattordici e undici occasioni il mercoledì e giovedì e per tredici volte il venerdì, dunque alla vigilia del week end abitualmente destinato ai bunga bunga. Questo denaro contante palesemente non è tutto destinato alle feste «eleganti» per la retribuzione delle ragazze. È legittima una domanda (forse): ma perché il capo del governo ha bisogno di tanto contante? A chi lo consegna e per quali ragioni? Che cosa deve comprare o finanziare con il cash che non possa essere sostenuto con un pagamento che lascia una traccia (assegno, bonifico)? Ognuno avrà la sua congettura (forse ne avranno anche i pubblici ministeri), soprattutto se si scrutinano gli assegni e le cifre trasformate in contante nel dicembre del 2010, in quel mese orribile che ha visto Berlusconi, a un passo dalla bocciatura parlamentare, combattere voto su voto per sopravvivere. Vale la pena darne conto. In dicembre ci sono undici «cambi assegni» in quattordici giorni, a cavallo del 14 dicembre quando la Camera vota la fiducia al governo. Due soli negoziazioni sono trascurabili , il 21 dicembre per 40 mila euro e il giorno successivo per 14.687 euro. Al contrario, i restanti nove «cambi assegni» sono rilevanti. Ecco la sequenza. 9 dicembre, 270 mila. 10 dicembre, 274 mila. 13 dicembre, 250 mila. 14 dicembre, 250 mila. 15 dicembre, 250 mila. 16 dicembre, 250 mila. 21 dicembre, 350 mila. 22 dicembre, 350 mila. 23 dicembre, 257 mila. A chi sono finiti questi soldi? È anche di questo che ha paura il presidente del Consiglio? Si raccolgono anche qui le ragioni che gli impediscono di affrontare il processo?
Nel “carnevale permanente” dell´Italia di oggi – un mondo rovesciato dove gli ipocriti recitano da iconoclasti, la menzogna diventa verità e la realtà s´adultera in quinta di cartapesta – si agita un bizzarro argomento: chi s´azzarda a raccontare le patologiche abitudini del capo del governo è soltanto un voyeur anche quando quelle disordinate pratiche si mostrano come un reato. Anzi come due reati. Il premier si riempie la casa di prostitute. Nulla quaestio, fatti suoi, se non lo rendessero pericolosamente ricattabile come suggeriscono le parole rassicuranti dedicate nel colloquio con Repubblica alle 32 ragazze. Tra le prostitute però dal febbraio al maggio del 2010, per tredici volte, c´è anche una minorenne e non è più un fatto suo, privato, ma un reato (sfruttamento della prostituzione minorile). Per nasconderlo, una notte di maggio il presidente del Consiglio è costretto a giocare tutta la sua influenza nella questura di Milano per liberare la ragazza minorenne accusata di furto e troppo linguacciuta. È il secondo reato (concussione). La storia è tutta qui, se di guarda all´affare penale. Ma c´è anche una questione politica che accompagna l´affare penale e impone al capo del governo di rendere disponibile la verità perché «chi mente – non importa su che cosa – è un pericolo per la libertà e la democrazia» (Gustavo Zagrebelsky, Quando il potere teme la verità, 17 luglio 2009). C´è stato un tempo che anche Berlusconi fingeva di essere d´accordo. Era il 2 marzo 1994 e il Sultano così ammoniva il popolo: «La gente deve fidarsi solo di chi dice la verità».

La Repubblica 17.03.11