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"Sul rimpasto stop di Napolitano", di Barbara Fiammeri

Niente rimpasto, almeno per ora. Silvio Berlusconi ieri sera all’ufficio di presidenza del Pdl ha confermato quel che tutti nel frattempo avevano già capito dopo il colloquio in mattinata tra il premier e il Capo dello Stato. Il Cavaliere salito al Colle per proporre la nomina di Saverio Romano a ministro dell’Agricoltura e il “trasferimento” ai Beni culturali di Giancarlo Galan è rientrato a Palazzo Grazioli con un nulla di fatto. L’ex Udc, oggi leader del Pid, tra i principali esponenti del gruppo dei responsabili, non la prende bene e invia al premier un segnale chiarissimo: al momento del voto sull’election day, Romano e la sua pattuglia di 4 deputati non sono in aula e il governo supera la prova solo grazie al salvataggio del radicale Beltrandi che si smarca dal resto dell’opposizione.
La tenuta della maggioranza torna così ad essere appesa a un filo, nonostante il Cavaliere parlando con i suoi ieri sera continuasse a sfoggiare ottimismo «convinto che si possa arrivare a quota 336» (ieri Giulia Cosenza ha lasciato Fli per tornare nel Pdl). Berlusconi vuole minimizzare. La mancata nomina di Romano – ha sostenuto il premier – «non è dipesa da me ma da Napolitano».
Ma questa è solo una mezza verità. Anche perché che il Quirinale avesse delle perplessità sull’ex Udc coinvolto in alcune inchieste giudiziarie erano in molti, anche nel Pdl, ad averlo messo in conto e non da ieri. Così come la resistenza del Capo dello Stato a un allargamento della compagine governativa, ovvero all’aumento delle poltrone per sottosegretari e viceministri che ieri il premier ha riproposto all’attenzione del Capo dello Stato. Un’ipotesi che per essere attuata ha bisogno di tempi non certo brevi, visto che occorre modificare la legge Bassanini e che per farlo – come ha ammesso lo stesso premier – si dovrà procedere per via ordinaria e non per decreto. Più di qualcuno tra i responsabili (e per primo Romano che oggi terrà una conferenza stampa) sospetta che il premier si voglia far scudo delle resistenze del Quirinale per aggirare l’ostacolo rimpasto.
La nomina del leader del Pid non avrebbe infatti esaurito gli appetiti degli altri partitini che sostengono il governo. Non a caso, il capogruppo dei Responsabili, Luciano Sardelli, aveva scritto al premier per manifestargli la necessità di una «soluzione complessiva» in grado di rispondere «alle aspirazioni di tutte le componenti». In altre parole, Berlusconi non poteva cavarsela promuovendo solo il leader di un plotoncino di 5 deputati lasciando a digiuno i restanti 24. Un messaggio che il premier ora pare aver raccolto. Ieri sera, all’ufficio di presidenza, il Cavaliere ha invertito la rotta: non più un rimpasto a puntate – prima i ministri e poi i sottosegretari – bensì tutto in un’unica tranche. Ma i tempi? È questo il principale interrogativo che gli interessati continuano a riproporre al premier senza trovare per ora risposte convincenti. Berlusconi al momento non ha infatti a disposizione posti sufficienti per accontentare tutti. Non solo. Nel Pdl il caso Scajola non viene sottovalutato. A far paura non è tanto la minaccia (peraltro già rientrata) dell’ex ministro di formare un suo gruppo autonomo, quanto la manifestazione di un malessere che serpeggia in tutto il Pdl. «Per chi da oltre un decennio ha mostrato lealtà assoluta a Berlusconi è difficile accettare l’idea di veder promossi a ministri o sottosegretari personaggi che fino al giorno prima lo osteggiavano», commenta un fedelissimo del Cavaliere. Scajola al momento pare comunque aver fatto marcia indietro. Denis Verdini, coordinatore del Pdl, ritiene che meriti «un ruolo importante» ma allo stesso tempo lo invita a lasciar perdere l’idea dei gruppi autonomi. Anche perché – sostiene – i parlamentari su cui dice di contare l’ex ministro «sono fedeli anche a Berlusconi» e chi esce dal Pdl «è fuori per sempre».
Berlusconi intanto continua a ripetere che è fondamentale rimanere concentrati sulle prossime scadenze. La nomina di Lettieri a candidato sindaco di Napoli è stata confermata all’ufficio di presidenza. Ma il premier è tornato a parlare anche della riforma della giustizia chiedendo ai vertici del partito di comunicarne meglio: «Dovete andare in tv, alla radio e spiegarla punto per punto ai cittadini». Non è mancato neppure un accenno al caso Ruby: «Ma vi rendete conto che mi massacrano per delle cene!?».

Il Sole 24 Ore 17.03.11

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“Stop al rimpasto, congelati Galan e Romano”, di Carmelo Lo Papa

Election day, il voto del radicale Beltrandi salva la maggioranza. Rimpasto congelato. Nuovi ministri (due) in freezer. Sottosegretari (una decina) in sala d´attesa. Berlusconi sale al Colle accompagnato da Gianni Letta. Ma dal colloquio protrattosi un´ora, chiesto con l´obiettivo di ottenere il disco verde quanto meno per la nomina di Saverio Romano (Pid) all´Agricoltura e allo spostamento di Giancarlo Galan ai Beni culturali, il presidente del Consiglio esce invece a mani vuote.
Il fatto è che il capo del governo nello studio alla Vetrata prospetta al presidente Napolitano non solo l´ingresso dei due, ma anche l´infornata in massa di sottosegretari. Sarà lo stesso capo dello Stato, più tardi, a spiegare a margine dell´inaugurazione di una mostra al Vittoriano quanto avvenuto: «Il presidente del Consiglio mi ha prospettato problemi ed esigenze di rafforzamento della compagine governativa». Mossa azzardata perché il Colle non può fare a meno di far notare, come già avvenuto giorni addietro, che una legge, la Bassanini, fissa il tetto massimo per la composizione del governo. Se si vuole dunque intervenire per allargare la squadra bisogna rimettere mano a quel testo. Risultato: stop all´intera operazione. E in serata, riunendo l´Ufficio di presidenza Pdl, Berlusconi confermerà che il rimpasto si farà, ma in un´unica soluzione. Più in là, è sottinteso.
Ma a quel vertice di Palazzo Grazioli il premier si presenta in ritardo, dopo un lungo e piuttosto acceso incontro avuto proprio col leader del Pid Saverio Romano. Cerca di calmarlo, promette che sarà presto ministro, questione di giorni. Lui è su tutte le furie per il rinvio, per altro l´ultimo di una serie. Innervosito per di più, l´ex Udc siciliano, dalle voci rimbalzate tutto il pomeriggio in Transatlantico. Ministri e deputati pdl che raccontano di un premier amareggiato per il fatto che Napolitano mosso obiezioni proprio su Romano per presunte vicende giudiziarie ancora aperte. Ma quelle inchieste sono del tutto chiuse, c´è un´archiviazione fresca di pochi giorni, «mai un avviso di garanzia» va ripetendo Romano. Che per stamattina ha convocato una conferenza stampa in cui intende far luce su tutto, carte alla mano. Conferenza che Berlusconi avrebbe chiesto invano di disdire. Ma la tensione tra i cinque Pid di Romano (iscritti al gruppo dei Responsabili) è alle stelle. Il loro sospetto è che il Cavaliere abbia confezionato un «biscotto» ai loro danni, scaricando la responsabilità sul Colle. E giocando sui veti posti dagli stessi Responsabili. Tant´è che Romano, con Grassano, Pisacane, Ruvolo e Gianni disertano nel pomeriggio il voto sulla mozione dell´opposizione per accorpare i referendum alle amministrative. Segnale assai chiaro. La maggioranza si salva – evitando l´election day che avrebbe regalato il quorum ai referendum su nucleare, acqua pubblica e legittimo impedimento – solo grazie al voto a sorpresa del radicale Marco Beltrandi. Tra le ire del suo gruppo, il Pd: «Inaccettabile, irresponsabile» gli urla Franceschini. Il Transatlantico è tutto uno scalpitare di sottosegretari mancati (e impazienti) e di alleati insoddisfatti. «Il premier dia finalmente dignità alla terza gamba» sollecita Pionati. «Non si tratta di un do ut des, ma di completare la squadra» avverte Moffa. Nel vertice Pdl Berlusconi annuncia che Giulia Cosenza lascia davvero Fli per tornare nel Pdl. E si complimenta con il coordinatore Verdini per l´ultimo acquisto.

La Repubblica 17.03.11

Nucleare: Pd non partecipa a votazioni in commissione su decreto del governo

“Inaccettabile assenza Prestigiacomo e Romani”. “I deputati democratici in commissione Ambiente e Attività produttive non hanno partecipato alla discussione e alla votazione del parere sul decreto legislativo per la individuazione dei siti dove realizzare le centrali nucleari. Dopo settimane che i ministri competenti, Prestigiacomo e Romani, non si sono fatti vedere sono venute meno le minime condizioni di serietà per confrontarci su un tema così delicato”. Lo dicono i capigruppo Pd in commissione Ambiente, Raffaella Mariani, e Attività produttive, Andrea Lulli.

“Solo ieri sera – proseguono Mariani e Lulli –, precettato all’ultimo momento, è venuto il sottosegretario Saglia. Non ci possono chiedere di partecipare ai lavori in commissione di fronte all’assenza dei ministri competenti, entrambi però presenti oggi alla Camera, alla fretta per l’avvicinarsi della scadenza della delega a causa dei ritardi del governo e del pressapochismo della maggioranza. Il dibattito su un tema del genere è delicato e per questo i ministri dovrebbero essere presenti e confrontarsi con il Parlamento. È grave che il governo non dica una parola chiara e univoca sul futuro del piano nucleare. In questi giorni molti governatori della maggioranza e il sindaco di Roma, hanno espresso perplessità, se non vera e propria contrarietà, alla realizzazione di centrali sul territorio delle rispettive amministrazioni locali. Il decreto che il governo ha presentato, prevede l’obbligatorietà del parere delle regioni sul cui territorio verranno costruite le centrali ma questo parere non è vincolante. La recente sentenza della Corte costituzionale chiede, invece, che il consenso delle realtà locali sia determinante. Siamo fortemente contrari alla scelta nucleare fatta dal governo Berlusconi”.

www.partitodemocratico.it

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“All’Italia l’atomo non piace come prima”, di Gianni Del Vecchio

Sul tema, goffo dietrofront del governo Berlusconi
Fino a martedì pomeriggio la linea del governo italiano era intransigente, facilmente riassumibile in poche battute: l’allarme rosso in Giappone non ci condizionerà, il ritorno al nucleare è stato deciso e andremo avanti, senza se e senza ma. In serata però, ecco che qualche prima crepa è affiorata nel muro nuclearista: il ministro della giustizia, Angelino Alfano, ammette davanti alle telecamere di Ballarò che in fin dei conti non sarebbe un peccato ripensare alla decisione, visti i problemi di sicurezza delle centrali di Fukushima.
Ma è solo da ieri che le crepe hanno cominciato ad allargarsi, prefigurando l’inizio di una ritirata strategica dall’atomo.
Il sottosegretario all’Energia, Stefano Saglia, si è mostrato preoccupato per quello che sta succedendo in Giappone e ha assicurato: la localizzazione dei siti nucleari non si farà quest’anno perché mancano ancora 23 passaggi, fra norme e procedimenti amministrativi.
Ma soprattutto, ha sottolineato il vice di Romani, non verranno costruiti reattori nel territorio di quelle regioni che non sono d’accordo. «Non abbiamo intenzione di ricorrere all’esercito», ha concluso Saglia.
Tuttavia subordinare il nucleare al consenso delle popolazioni locali in Italia equivale a dire addio al programma. Infatti, nessuno dei governatori è disponibile ad accogliere un impianto nei suoi confini. Sul decreto che fissa i criteri per la localizzazioni delle centrali, adesso in parlamento, hanno espresso parere negativo tutte le regioni, ad eccezione di quattro di centrodestra, e cioè Lombardia, Campania, Veneto e Piemonte. Se però si vanno a interpellare i singoli governatori filo-atomo, basta poco per accorgersi che è più un consenso teorico che pratico. Il lombardo Roberto Formigoni esclude che un impianto possa sorgere dalle sue parti perché la regione è già autosufficiente da un punto di vista energetico.
Il campano Stefano Caldoro si dice genericamente favorevole, ma guarda caso la Campania è terra sismica quindi «le condizioni morfologiche non lo consentono ». Il piemontese Roberto Cota proprio ieri fa sapere che la regione non è indicata tra i possibili siti. E il collega leghista Luca Zaia non è da meno, assicurando che fin quando ci sarà lui al comando, in Veneto non entrerà neanche un grammo di uranio nella regione.
Non è un caso che gli ultimi due presidenti siano leghisti.
Il Carroccio infatti non ci sta più ad andare a rimorchio degli alleati del Pdl su un tema che sta diventando pericolosamente impopolare. Il capogruppo alla camera, Marco Reguzzoni, è stato chiaro: «È giusto e opportuno discutere di tutto, anche del nucleare. È importante fare un dibattito sereno.
Le scelte spettano ai territori e devono essere consapevoli ». Parole che seguono di poco quelle di Roberto Castelli, viceministro ai Trasporti, che all’atomo italiano non ci crede affatto: «È una discussione puramente accademica. In Italia non riusciamo a fare neanche un innocuo foro nella montagna del Frejus, figuriamoci se riusciamo a fare centrali».
Sta di fatto, che ormai gli ultrà del nucleare, sia nella maggioranza che nel governo, si sentono sempre più isolati.
A tenere duro rimangono essenzialmente i due ministri competenti: quello dello sviluppo economico Romani («Io sono un convinto nuclearista e non ci sono dubbi né perplessità, ma è da verificare se le centrali europee siano in grado di assicurare la sicurezza») e quello dell’ambiente Prestigiacomo («È sbagliato prendere decisioni sull’onda emotiva»).
Il loro grado di resistenza tuttavia non è alto. Tutto dipende da quello che succede a Fukushima.

da Europa Quotidiano 17.03.11

"Dalle Alpi fino allo zibibbo perché qui la vita è dolce", di Michele Serra

L´identità di un paese è fatta di gioie piccole e grandi, abitudini, parole e personaggi da non dimenticare
Ci sono i caffè con i tavolini all´aperto, l´olio e la vendemmia, le canzoni di De Andrè e il solare San Francesco. Le ragioni di sofferenza, nell´essere italiani, sono arcinote e in fondo condivise. Meno dibattute, e anche meno sedimentate, sono le ragioni di gratificazione e di gioia che l´identità italiana può consegnarci. Queste sono le mie, non necessariamente paradigmatiche o condivisibili. Ognuno provi a ripassare le sue.
Alpi – Cintura montuosa di impareggiabile bellezza, chiude inequivocabilmente a Nord la penisola italiana. Pochi paesi al mondo possono vantare un confine così netto. Sotto le Alpi è Italia, sopra le Alpi no, tutto il resto è pura illazione politica.
Bonatti – Walter Bonatti è uno dei più grandi alpinisti-esploratori della storia. Uomo di costituzione fisica e psichica inattaccabile, ha sempre opposto i suoi princìpi ferrei ai compromessi politici e commerciali. Ha impiegato cinquant´anni per far valere la sua ricostruzione della conquista italiana del K2, molto diversa dalla verità ufficiale. Ne avrebbe aspettati altri cinquanta, o cento, pur di non tradire la propria coscienza.
Caffè – Tratto costitutivo dei nostri luoghi urbani tanto quanto le chiese e i municipi. Impensabile una città italiana senza i caffè con i tavolini all´aperto. Leggere il giornale al tavolino di un caffè in una mattinata di sole è uno degli ingredienti inconfondibili della felicità italiana.
Diaspora – Gli italiani espatriati sono tanti quanti quelli residenti: si calcolano in circa sessanta milioni. Impossibile frequentare le lande più remote del pianeta senza trovare un italiano o un post-italiano. La nostra diaspora è stata prodotta dalla fame e risolta dalla migrazione, dal lavoro e da una quasi prodigiosa adattabilità. I migranti italiani, disarmati, hanno conquistato più mondo di tutti gli eserciti messi insieme.
ENI – L´epopea dell´Ente Nazionale Idrocarburi e del partigiano democristiano Enrico Mattei merita di essere riletta e forse anche riscritta. Miserie parastatali e manfrine politico-affaristiche non valgono a offuscarla. Come mi disse un vecchio ingegnere in pensione in un ascensore di San Donato Milanese, «abbiamo insegnato al mondo come si mettono giù i tubi». Vedi La chiave a stella di Primo Levi. Vedi anche il capitolo sull´Eni in Poteva andare peggio di Mario Pirani.
Fabrizio De André – Esempio ineguagliabile di come l´arte possa e debba essere popolare e colta senza contraddizione alcuna. Mia figlia (21 anni) mi ha regalato tutto De André anche se sapeva che ce lo avevo già. Le generazioni si parlano usando bellezza e poesia.
Gavoi – Piccolo borgo barbaricino dove si tiene (spero si tenga ancora) un festival di letteratura. Ho visto pastori e operai partecipare a dibattiti sul noir francese e interloquire su quanto accade nell´universo mondo. Nessuno, in Italia, parla un italiano forbito e nobile così come il popolo sardo. La Sardegna è la quarta regione italiana per numero di librerie.
Identità – Quella italiana è fragile e composita. Piuttosto che lamentarcene, dovremmo apprezzarne la naturale indisponibilità a generare nazionalismi ottusi e sciovinismi ringhiosi. Anche per questo il nazionalismo fascista fu un´invenzione infausta, e perdente.
Lavoro – Poveri di materie prime e di fonti energetiche, abbiamo imparato a far funzionare le mani come nessun altro. C´è un ingegno manuale italiano che vale quanto il celebrato ingegno artistico. Analfabeti seppero forgiare oggetti meravigliosi. Persone umili trovarono forme geniali. Il mito del “fatto a mano” trova in Italia il suo acme. Uno dei migliori ristoranti italiani, Guido a Pollenzo, è dominato da una struggente gigantografia delle Mani della Madre, artefice del raviolo perfetto. È una rappresentazione sacra.
Meticciato – Continuamente invasi da eserciti di ogni risma e provenienza, ne abbiamo tratto infiniti lutti ma anche un grande vantaggio: siamo un popolo meticcio. Non esiste un “soma italiano”. Ci sono italiani con facce arabe, germaniche, slave, turche, impastate con i precedenti archetipi latini, greci, etruschi, fenici, goti. Più varie ed eventuali. Basta consultare un qualunque manuale di genetica per sapere quanto più sano e fecondo è il melting-pot cromosomico rispetto alla triste e sterile endogamia. Chi non si mischia è perduto.
No – Nel Bel Paese dove il sì suona, alcuni gloriosi “no” punteggiano di coraggio un lungo tracciato di obbedienza e conformismo. Il no di Giordano Bruno, quello dei Valdesi, quello dei giacobini napoletani, quello degli insorti e dei volontari del Risorgimento, quello delle lotte operaie e contadine, quello dei partigiani, quello di don Milani, quello dei preti antimafia, quello di Guido Rossa, quello di Peppino Impastato. E ne ho dimenticati molti.
Olio – Con il vino e il pane di frumento completa la trinità dei cibi sacri alle civiltà nate attorno al Mediterraneo. Regalare olio d´oliva o riceverlo in regalo è un omaggio alla potenza della vita. Le radici dell´ulivo rigenerano, anche per millenni, la vita della pianta. Senza la forma ritorta dal vento degli ulivi, il paesaggio meridionale sarebbe irriconoscibile. Alcuni designer italiani sono riusciti addirittura a concepire oliere che non sgocciolano. È una prova di genio indiscutibile.
Pasolini – Raro caso di sommo intellettuale anche sommo artista, e viceversa. La breve, muta sequenza di Caro Diario con la gita in Vespa verso i luoghi del suo martirio è una delle pagine più intense e pietose del cinema italiano. Vedi anche Lamento per la morte di Pasolini di Giovanna Marini. Da inserire nei programmi scolastici.
Quartiere – La vita di quartiere consente agli abitanti di molte grandi città italiane una semplificazione logistica e un agio psicologico formidabili. «Il mio quartiere è come un paese» è frase tipica del romano o del milanese che nel giro di trecento metri da casa trova ogni conforto. Le ragioni economiche che spingono verso la chiusura delle botteghe e l´apertura degli ipermercati, ancorché legittime, sono oggettivamente anti-italiane.
Riassunto – A parte il deserto e la foresta pluviale, l´Italia è un incredibile riassunto del pianeta. Si va dai ghiacci abbacinanti alle arsure para-africane. Dalle spiagge tropicali alle brughiere nebbiose. In Italia è sempre estate e sempre inverno, basta spostarsi di pochi centimetri sulla carta geografica.
San Francesco – Patrono d´Italia. La sua fede solare, mite e riconoscente spicca, per contrasto, nel percorso di mortificazione e punizione di quasi tutte le religioni conosciute. Impossibile non amarlo anche per i miscredenti. Fa specie constatare che san Pio di Pietrelcina, cupo e dolente, fosse un frate cappuccino e dunque appartenesse all´ordine dei francescani. Non fu mai visto sorridere.
Tavola – Povera o ricca, la tavola imbandita è l´anima di ogni casa italiana. Infelice la casa dove non si apparecchia per gli amici. Le cucine regionali italiane sono un´enciclopedia vivente della sconfitta della penuria, dell´abbandono, della fame. La recente tendenza a unificare cucina e soggiorno rende omaggio alla nostra storia contadina e smentisce il vezzo borghese di separare il cibo, con i suoi odori e i suoi fumi, dalla conversazione. Ci sono tavoli pluricentenari che hanno visto molte generazioni discutere, litigare, odiarsi, amarsi. Nei letti si nasceva e si moriva, ma è attorno al tavolo che si viveva.
Vendemmia – Nonostante le enotecnologie raffinate, decidere il giorno della vendemmia è ancora l´atto decisivo del vinificatore. Grandine e siccità sono in agguato. Attorno alla vendemmia resiste un´aura ancestrale, fatta di esperienza, talento, divinazione e fortuna. Tra settembre e ottobre, in molte zone d´Italia, italiani meditano, tastano, rimandano, decidono. Il loro rapporto con il cielo è intenso come capita solo ai naviganti.
Zibibbo – È una delle tantissime parole arabe che arricchiscono la nostra lingua. Viene prodotto nei lembi più meridionali del nostro paese, dove il sole è potente e il secco quasi africano. Incredibile come abbiamo potuto rimuovere, negli ultimi secoli, la vicinanza estrema con l´Africa, nostro confine meridionale. Ascoltare Creuza de ma di De André: nel genovese i vocaboli arabi sono centinaia. I genovesi sembrano un ibrido tra gli arabi e gli inglesi. Dunque molto italiani.

La Repubblica 17.03.11

Italia 150. La Lega della vergogna

Il Carroccio diserta l’anniversario, disprezza l’Unità e il tricolore. Il PD: “Troppo facile fare i leghisti con i soldi degli altri! Se la Lega non c’è, noi ci saremo due volte”. Piove in tutta Italia ma la tempesta arriva sopra alla Lega. Alla vigilia della celebrazione dei 150 anni di Unità d’Italia, il malumore leghista si sta diffondendo a dismisura e le manifestazioni di disprezzo nei confronti del tricolore diventano molto evidenti. Dal PD la risposta è immediata: è troppo facile fare i leghisti con i soldi degli altri!

Dopo il caso dei consiglieri leghisti lombardi ed emiliano-romagnoli che hanno disertato le Aule del Consiglio regionale nel momento dell’Inno di Mameli, è stato il turno del capogruppo alla Camera, Marco Reguzzoni ad annunciare pubblicamente che dei festeggiamenti per l’Unità di Italia non è minimamente interessato e che passerà la giornata con i figli, visto che gli asili sono chiusi.

Per il segretario del PD, Pier Luigi Bersani “sarebbe una vergogna se davvero la Lega disertasse le celebrazioni per l’Unità d’Italia. Se la Lega non c’è, noi ci saremo due volte, arriveremo il doppio. Se domani un partito della sua maggioranza non viene in Parlamento, Berlusconi deve dire che la sua maggioranza non c’è più. Berlusconi ha giurato sulla Costituzione e sulla bandiera e su questo non si può scherzare”.

Per Massimo D’Alema “è uno scandalo. Un atto intollerabile e grave. E’ evidente che un partito al governo ha il dovere di onorare l’anniversario dell’Unità d’Italia. Questo è un atto che riguarda il presidente del Consiglio. Lui è responsabile, anche perché la Lega è notoriamente non responsabile”.

Reguzzoni dice che domani la Lega non sarà in aula, Maroni afferma esattamente l’opposto, mentre Bricolo ha comunicato che sarà assente. I vertici della Lega sulle celebrazioni dell’unità d’Italia hanno un atteggiamento vergognoso”, così Antonio Misiani, tesoriere del PD. “La decisione di assentarsi è un atto offensivo nei confronti dell’incarico che ricoprono e del giuramento fatto. Se non se la sentano di rappresentare il Paese rinuncino allora agli incarichi e ai lauti stipendi di cui godono. E’ troppo facile fare i buffoni uscendo dalle aule per non ascoltare l’inno o insultando il tricolore. Il paese è stanco del banchetto di un gruppo di cialtroni che giocano con la dignità delle
istituzioni. Si deve essere orgogliosi di poter rappresentare l’Italia tutta intera”.

All’onorevole Reguzzoni, che afferma che domani non sarà in Aula poiché gli asili sono chiusi e quindi starà con i figli, consigliamo di andare in piazza o in qualsiasi altro luogo pubblico preferisca, per festeggiare con vera gioia e coi bambini i 150 anni dell’unità d’Italia”. Questo è stato il commento di Francesca Puglisi Responsabile Scuola PD. “Per questo domani le scuole resteranno chiuse: per permettere a tutti di partecipare a questa grande festa. A meno che l’onorevole Reguzzoni consideri l’Italia unita solo quando deve mensilmente incassare lo stipendio unito che riceve”.

Per Emanuele Fiano, responsabile Sicurezza del PD, “se domani, come traspare dalla parole del capogruppo Reguzzoni, una rappresentanza significativa della Lega non sarà presente alla cerimonia e al discorso del presidente della Repubblica, quello sarà un gesto di non ritorno. Personalmente, considero incompatibile il ruolo di parlamentare della Repubblica, di consigliere della Regione, di ministro del governo o, comunque, di eletto nelle istituzione repubblicane con la non partecipazione alle celebrazione ufficiali del 150.mo anniversario dell’unità d’Italia. Troppo facile chiedere il voto del Parlamento per approvare il federalismo e poi disertarlo quando si celebra la storia del nostro Paese”.

“Le idiote sceneggiate in cui si stanno producendo in queste ore gli esponenti della Lega, in occasione del giubileo dell’unità d’Italia, sono gravi e offendono tutti cittadini italiani, a prescindere dal fatto che vivano a nord, al centro o al sud”. Lo afferma in una nota Sergio D’Antoni, responsabile dell’organizzazione e delle politiche del Pd sul territorio. “Sarebbe un errore, a questo punto, derubricare quanto sta a accadendo a casi singoli e circoscritti. Non ci sono ‘estremisti’ o ‘mele marce’. C’è un partito come il Carroccio, che occupa poltrone di peso nel governo nazionale, e nonostante questo si sente libero di denigrare pubblicamente il richiamo ai valori di unità, solidarietà e coesione nazionale. Di fronte a questo dato, che si ripete uguale a se stesso da tre anni, le critiche di La Russa suonano assai spuntate e ipocrite. Rende meglio il vergognoso silenzio di Maroni, Calderoli e Bossi, che ancora una volta hanno dimostrato chi comanda veramente a Palazzo Chigi”.

Per Oriano Giovanelli, deputato del Partito Democratico, “i rappresentanti del Carroccio hanno un modo davvero curioso di contestare l’Unità d’Italia: disprezzano l’inno e le istituzioni italiane ma poi, alla fine del mese, quando si tratta di riscuotere i compensi pagati da quelle stesse istituzioni, non hanno più molti problemi, anzi diventano di bocca più buona. Mi pare una perfetta interpretazione della doppia faccia di chi propone una propaganda becera ma a pancia piena”.

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"Fratelli d´Italia un Paese in cerca dell´età adulta", di Eugenio Scalfari

Anzitutto i personaggi e gli obiettivi che si proponevano. Mettendo in chiaro questi due elementi sapremo che cosa è stato il Risorgimento, se sia un fenomeno storico da tempo concluso e archiviato oppure ancora vitale per i sentimenti che lo suscitarono e che sono tuttora operanti.
Il grosso della popolazione che abitava l´Italia di allora era composto da contadini. Dovunque, dalle Alpi alla grande pianura dove scorrono il Po e i suoi affluenti, alla dorsuta catena degli Appennini fino al tacco delle Puglie e alla punta delle Calabrie, alle isole di Sicilia e Sardegna.

Contadini braccianti che lavoravano novanta giorni l´anno e si sfamavano con un tozzo di pane, cipolle, fagioli, polenta, cetrioli e peperoni. Il resto dell´anno vivevano in tuguri e borghi arrampicati, spesso malarici, dispersi nei latifondi dei padroni.

Parlavano i loro dialetti, lingue incomprensibili al di fuori del loro circondario. «Una d´arme, di lingua, di altare» scrisse Manzoni, ma non era vero né per le armi (salvo il coltello) né per la lingua. Per l´altare sì, era vero, ma ogni paese aveva i suoi santi, le sue liturgie, le sue superstizioni, i suoi dei locali, invidiosi degli altri.
I contadini erano a loro modo un popolo per il fatto stesso di lavorare la terra con la pala, la zappa e il chiodo dell´aratro, ma questo era il solo elemento comune.
L´Italia era per loro parola sconosciuta.
Nelle città era diverso. C´erano tradizioni civili e c´era una storia comune; mille comuni, mille storie. C´erano commerci, contatti con altri paesi e c´era, al di là del dialetto, una seconda lingua, una lingua “franca”, quella di Dante, dei poeti, degli scrittori, dei maestri di scuola, dei giornali. C´era insomma una pubblica opinione.
Il ceto superiore era fatto di nobili famiglie e poi d´una cattolicità colta, una professionalità di medici, avvocati, ingegneri, magistrati, commercianti, imprenditori. Alla base della piramide sociale gli artigiani e i bottegai.
Il popolo era questo e conosceva il senso della parola Italia. Una parte numerosa voleva che a quella parola corrispondesse una realtà, un´altra parte l´avversava.
Sembra che molti garibaldini dei Mille che sbarcarono a Calatafimi avessero le mani callose. Erano artigiani, operai, che forgiavano il ferro, tessevano la lana e la seta, fabbricavano scarpe, mattoni, armi da guerra. E poi c´erano gli studenti e i loro maestri.
Questo popolo voleva anzitutto un´Italia indipendente dagli austriaci e voleva che le monarchie fossero costituzionali.
Molti volevano anche l´unità e alcuni la volevano repubblicana. C´erano anche molte donne nel movimento italiano e non soltanto le madri e le spose.
Dunque fu un fatto di popolo, ma quel popolo era una esigua minoranza rispetto ad una massa estranea e assente che viveva a livello della sopravvivenza e non ad altro pensava fuorché di sopravvivere.
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In ogni città c´erano persone che pensavano, agivano, diffondevano informazioni e idee. Alcuni nomi avevano raggiunto notorietà nazionale.
Se vogliamo concentrare l´attenzione sulle persone di riferimento decisive, i nomi stanno sulle dita delle due mani: Mazzini, Garibaldi, Cattaneo, Settembrini, Manin, Minghetti, Giusti. Cavour fu il protagonista politico e diplomatico, Gioberti un ideologo cattolico di notevole spessore, Giuseppe Verdi una bandiera.
Questi uomini erano molto diversi tra loro salvo due che misero il loro talento al servizio della causa italiana senza pregiudizi o litigiose appartenenze. Verdi, il cui nome e la cui musica divennero gli elementi unificanti dell´intero movimento; il linguaggio di quella musica unì repubblicani, monarchici e federalisti, cattolici e liberali. Garibaldi, la cui spada, la camicia rossa, il “poncho”, il cavallo, l´audacia, l´entusiasmo, dettero un volto al sogno italiano.
Cavour ebbe il talento e l´ardore politico di saper utilizzare tutti e al momento opportuno. Utilizzò anzitutto il suo re accompagnandone e spingendone le decisioni, utilizzò Garibaldi, utilizzò Napoleone III, utilizzò la guerra di Crimea e tentò perfino di utilizzare Mazzini, ma non ci riuscì e fece dell´uomo che per primo aveva risvegliato la coscienza del popolo un nemico da perseguitare.
* * *
È ancora vitale il Risorgimento?
Se non ci fosse stato, se l´Unità non fosse stata realizzata saremmo ancora un´espressione geografica.
D´Azeglio disse che dopo aver fatto l´Italia bisognava fare gli italiani. Ci siamo riusciti?
Gli italiani, come tutti i popoli, hanno vizi e virtù che derivano dalla loro storia. Una grande storia artistica, tra le più grandi del mondo. Ed anche una grande storia politica dalle Repubbliche marinare e dai Comuni alle grandi Signorie. Ma non la storia d´una nazione.
La nazione è nata quando è nato lo Stato, appena 150 anni fa, con un ritardo di almeno due secoli rispetto alla Francia, alla Spagna, all´Inghilterra, all´Austria, alla Polonia, all´Ungheria, alla Svezia, all´Olanda.
Per certi versi siamo ancora all´infanzia, per altri versi siamo già decrepiti e questo significa che non siamo mai stati maturi. Siamo civilmente immaturi, anarcoidi, politicamente cinici, generosi, laboriosi, bugiardi, malleabili, intransigenti. Anime belle e anime morte. Siamo tutti così, chi più chi meno. Adesso è arrivata l´ora di maturare. La scommessa è questa. La memoria del Risorgimento ci può aiutare ma tutto dipende da noi, qui e ora.

La Repubblica 17.03.11

"Dobbiamo desiderare il futuro", di Mario Calabresi

Un secolo e mezzo ci appare come un tempo lunghissimo: il 1861 sembra appartenere soltanto ai libri di scuola, eppure 150 anni altro non sono che sei generazioni. Se guardo alla data di nascita di mia nonna sono già nel 1915 – alla vigilia della Prima guerra mondiale -, e se lei si voltava indietro a ricordare il suo di nonno allora era subito il tempo di Cavour. Questa storia ci appartiene, dovrebbe rassicurarci, eppure oggi prevale un senso di smarrimento e molti si chiedono cosa ci sia da festeggiare: dobbiamo forse fare i fuochi d’artificio per la speranza e i desideri che abbiamo perduto? Forse c’è da essere contenti per un Paese che anno dopo anno rallenta il suo slancio e si mangia i suoi risparmi? Un’Italia affaticata per quale motivo deve fermarsi a celebrare, perché dovrebbe mettere la bandiera alla finestra?

Dovrebbe metterla per ritrovare se stessa, dovrebbe fermarsi perché potrebbe ricordare che i desideri, la realizzazione personale e gli slanci individuali sono capaci di fare la storia se navigano insieme a quelli di milioni d’altri, se fanno parte di un progetto collettivo, se sentono di appartenere ad un’idea forte capace di far dimenticare le paure, di dare coraggio davanti alle difficoltà. Un’idea che parli di futuro, di impegno, di merito, di valore.

L’esempio è lì nelle nostre memorie familiari: ci siamo tirati fuori dall’arretratezza, dalla povertà, dall’analfabetismo, abbiamo costruito quel miracolo economico che ancora oggi ci permette di stare in piedi in tempi di crisi di tutto l’Occidente.

Molto di ciò che siamo oggi è frutto del risparmio dei nostri genitori e dei nostri nonni, di quelle generazioni che hanno saputo archiviare il fascismo, le macerie della guerra, che hanno avuto l’energia per rimettersi in piedi, così come i loro nonni alla fine dell’Ottocento erano stati in grado di far fare il primo grande salto all’Italia.

Per me la festa di oggi serve a celebrare la memoria di mio nonno Mario, figlio di un artigiano del metallo, un italiano come molti della sua generazione, un italiano che si è fatto da solo ricostruendo la sua vita insieme a quella del Paese. Era nato nel novembre del 1914 e portò i pantaloni corti fino a diciassette anni. Si laureò in economia e commercio in quattro anni, lavorando di giorno e studiando la notte, si sposò nel gennaio del 1940, il tempo per il viaggio di nozze a Roma, per traslocare nella nuova casa e venne chiamato sotto le armi come ufficiale responsabile di un ospedale da campo. Ebbe due licenze per tornare a casa: nella prima conobbe il suo primogenito e ognuna di queste significò un allargamento della famiglia. «Non ci siamo mai messi a fare i conti e a ragionare sul momento più giusto e opportuno per fare un figlio – sottolineava mia nonna – altrimenti avremmo aspettato gli Anni Cinquanta e non ne avremmo mai avuti sette, oggi invece l’Italia è frenata da troppe paure e dalla pretesa che la vita e i suoi slanci si possano programmare razionalmente».

Nel 1943 dai Balcani venne deportato in campo di prigionia in Germania dove patì la fame. Per il resto della sua vita, alla fine di ogni pasto, fece istintivamente lo stesso gesto: raccoglieva le briciole di pane vicino al suo piatto e se le buttava in bocca prima di alzarsi. «Se hai mangiato l’erba per disperazione non sopporti di vedere che si sprechino le cose». Alla fine della guerra si inventò imprenditore tessile comprando delle coperte di lana militari e trasformandole in pastrani per il primo inverno post bellico. Si trasferì a Milano e fece fortuna, ebbe molte idee originali ma non sarebbero state nulla se le banche non gli avessero fatto credito e se non avesse trovato chi era disposto a rischiare e scommettere su un giovane di trent’anni.

Se i suoi sette figli e i suoi 21 nipoti vivono in una casa di proprietà lo devono alla sua convinzione che risparmiare e non sprecare è un dovere e che bisogna sempre pensare a chi viene dopo.

Quando la sua azienda andò in crisi a metà degli Anni Settanta non gli venne in mente di chiudere o licenziare, ma vendette i gioielli di famiglia, un po’ di terra che aveva comprato e cambiò stile di vita, così riuscì a restare in piedi e a ripartire. Ebbe la tentazione di mollare tutto durante gli Anni di piombo, ma invece si aprì al mondo, cominciò a guardare ai Paesi arabi, agli Stati Uniti e al Giappone e morì prima di riuscire a vedere il crollo del Muro di Berlino che considerava la più grande ferita d’Europa.

Se io impasto la sua storia normale e «borghese» con quella di tutti quelli che ci hanno fatto sentire orgogliosi di essere italiani: gli eroi silenziosi e caparbi come Giorgio Ambrosoli; i magistrati e i poliziotti che hanno combattuto la mafia, il terrorismo e la corruzione; i volontari che hanno scavato tra le macerie del terremoto del Friuli e dell’Irpinia o che hanno spalato il fango a Firenze dopo l’alluvione del 1966; i maestri e le maestre che ci hanno insegnato a leggere e scrivere senza guardare al portafoglio; i condannati a morte della Resistenza che ci hanno lasciato le loro lettere; gli emigranti che dopo aver attraversato il Paese e gli oceani con le valigie piene di legumi e coperte hanno costruito il boom economico; gli inventori del Made in Italy che hanno portato lo stile italiano in ogni angolo del mondo; i geni che hanno regalato al mondo il radar, il telefono, la radio, la Vespa, la Lettera 22 e la Nutella. Se metto tutto questo insieme allora non ho dubbi: facciamo bene a ricordarli, a festeggiare, a mettere il tricolore alla finestra e a usarli come modello.

Questo siamo chiamati a ricordare oggi, quello che hanno costruito i nostri nonni, le loro conquiste, i loro sacrifici, i loro errori e i sogni che hanno coltivato in un tempo in cui si era convinti che fosse indispensabile guardare sempre avanti e lasciare il Paese un po’ meglio di come lo si era trovato. Ma dobbiamo soprattutto imparare di nuovo a desiderare il futuro.

La Stampa 17.03.11

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“Buongiorno Italia”, di Massimo Gramellini

Come tanti torinesi in questa giornata di festa, passeggio sotto i portici imbandierati del centro levandomi il cappello ogni volta che qualcuno mi saluta: «Cerea». Cerea. Anzi… buongiorno!». Oggi si parla italiano. Perché oggi sulla Gazzetta Ufficiale del Regno è nata l’Italia e, comunque la pensiate, è una gran cosa. Una cosa fatta da noi. Già, noi. Una minoranza di entusiasti. Ma sono le minoranze di entusiasti a fare la storia, per poi imporla ai pigri e agli scettici come epica collettiva. Davanti a Palazzo Carignano bivacca un gruppo di patrioti lombardi che cantano Mameli a squarciagola. Soltanto uno rimane in silenzio: «Perché tu non canti, Trota?» lo apostrofa un bergamasco. «Perché son federalista». «E alura? Gli americani sono più federalisti di te. Però quando parte l’inno nazionale si mettono la mano sul cuore! Te capì?».

Uno stormo di tonache svolazza sul selciato, lanciando anatemi contro il misfatto appena compiuto da quella banda di massoni: unire l’Italia contro la volontà del Santo Padre! Svoltano l’angolo, ma uno dei pretini torna indietro, lanciando occhiate furtive. Quando è sicuro che i confratelli non lo vedono, estrae dalla tonaca un fazzolettone tricolore e lo sventola in direzione dei ragazzi lombardi. Poi lo rimette in tasca, si fa il segno della croce e fugge via. Fosse un profeta direbbe: «Fra un secolo e mezzo persino il Papa la penserà come me». Invece è solo un povero diavolo innamorato dell’Italia, nonostante tutto. Come tanti italiani in questa benedetta domenica 17 marzo 1861.

La Sampa 17.03.11

Italia 150, Bersani: "Il Pd è il Partito della nazione, per una nuova Unità d'Italia"

In occasione del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, una delegazione del Partito Democratico si recherà all’Altare della Patria per deporvi una corona d’alloro. “Nel 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia desidero ricordare i giovani patrioti che per questo obiettivo hanno impegnato la propria vita, fino all’estremo sacrificio. I patrioti dell’Ottocento hanno avuto un sogno e hanno saputo realizzarlo, liberando il paese dal controllo straniero, unificandolo e, pur tra contraddizioni, consentendone il progresso sociale e civile.
I patrioti del Novecento lo hanno liberato dall’invasore e dal fascismo, lasciandoci nella Costituzione i principi inalienabili di libertà, giustizia e uguaglianza tra i cittadini a fondamento della Repubblica.
Questi stessi principi rappresentano ancora oggi il nostro orientamento di fondo, lì c’è il nostro presente e il nostro futuro di cittadini italiani ed europei. Anche la sfida federalista è già scritta dentro la Carta ed avrà senso se, tenendo ferme le vocazioni simboliche e le tradizioni comunitarie dei territori, riuscirà a portare il livello locale in una dimensione nazionale e globale. Non avrà alcun senso se si limitasse ad essere un semplice ripiegamento identitario.
Per tutte queste ragioni il Partito democratico vuole essere il partito della nazione non alludendo con questo ad un’intenzione difensiva o retorica, ma ad un impegno a riprogettare in condizioni nuove una confermata l’unità dell’Italia. E’ tempo infatti di tener fermi i principi e di abbassare gli steccati. E’ tempo di esporre le bandiere italiane e di ricordare che la parola patriota è sempre stata legata agli innovatori, ai riformatori, mai ai conservatori.
Il Partito Democratico dovrà dunque essere un partito di patrioti, di autonomisti veri e di riformatori. La nostra buona ragione si chiama Italia. Certo un’Italia diversa da quella che vediamo, ma che può e deve riprendere la sua strada. Una strada che non guardi con diffidenza all’Europa e al mondo ma che, al contrario, è consapevole che soltanto in questa dimensione potrà valorizzare capacità e talenti nazionali”.

Questa la dichiarazione del Segretario del PD Pier Luigi Bersani che in occasione del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia si recherà insieme ad una delegazione del Partito Democratico, all’Altare della Patria, alle ore 9.30 per deporvi una corona d’alloro.

La delegazione sarà formata inoltre da: Rosy Bindi, Enrico Letta, Anna Finocchiaro, Dario Franceschini, Luigi Zanda, Nicola Latorre, Rosa Villecco Calipari, Michele Ventura e Antonio Misiani.

Anche la Presidente Rosy Bindi ha voluto ribadire l’importanza di questo anniversario per il nostro Paese, “come una occasione in più per riflettere sui nostri problemi. L’essere una comunità formata da tante diversità è la forza dell’Italia -ha sottolineato Bindi -, che deve però guardarsi dal rischio di incrinare e frantumare questa identità plurale costruita in lungo cammino per l’affermazione della democrazia”.

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