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"L’Unità d’Italia? Oggi è un appello per salvare la nostra cultura", di Valentina Grazzini

Ma qual è, a maggior ragione oggi, il collante di un paese? La cultura: ecco perché stanotte Anna Bonaiuto ed Elisabetta Pozzi leggeranno in contemporanea, a Firenze e a Roma, un appello contro i tagli. Per ironico gioco di retorica le due parole che più ricorrono in questi giorni sono unità e tagli. Mentre viene celebrato il 150esimo della nascita dell’Italia, se ne distrugge a uno dei fondamenti
su cui fu costruita, la cultura.
Ma forse proprio su questo ossimoro può misurarsi il senso di appartenenza degli italiani. Tante sono le occasioni di pensare all’Unità: a Roma l’evento sarà celebrato con la Notte tricolore che offrirà concerti, spettacoli teatrali, animazioni di strada, mostre, letture, illuminazioni, proiezioni, fuochi pirotecnici e lectio magistralis. E quasi tutte le iniziative saranno gratuite (programma completo su www.italiaunita.it). La fitta agenda romana del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano partirà con la visita all’Altare della Patria, proseguirà al Pantheon per deporre una corona d’alloro sulla tomba di Vittorio Emanuele II di Savoia, primo Re d’Italia, per poi toccare il Gianicolo, il complesso monumentale di Porta San Pancrazio e il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina. Nel pomeriggio
a Montecitorio il Capo dello Stato terrà poi il discorso celebrativo della Fondazione dello Stato unitario di fronte alle Camere riunite.
Gran finale al teatro dell’Opera, dove Napolitano assisterà al Nabucco di Verdi diretto dal maestro Riccardo Muti. Intanto la seconda capitale, Torino, racconta l’Italia attraverso gli italiani: Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale è la mostra ospitata nelle Officine Grandi Riparazioni, forse una delle più interessanti tra le molte proposte nel capoluogo
piemontese (programma su www.italia150.it).
Ma se celebrare è bene, riflettere lo è ancor di più. Così proprio nella notte italiana per eccellenza, quella che ci traghetterà alla giornata di domani quando i tricolori sventoleranno nelle piazze, il regista Maurizio
Scaparro ha preparato un appello contro i tagli al teatro che ha per l’appunto 150 firmatari. Dalla A di Antonio Albanese fino alla Z di Luca Zingaretti appaiono tra gli altri Giorgio Albertazzi, Alessandro Bergonzoni, Claudia Cardinale, Lella Costa, Luca De Filippo, Davide Enia, Rossella Falk, Alessandro Gassman, Monica Guerritore, Sergio Staino, Catherine
Spaak, Massimo Ranieri, Lina Sastri, Ugo Gregoretti, Anna Maria Guarnieri, Umberto Orsini, Moni Ovadia, Paolo e Lucia Poli, Gabriele Lavia, Antonio Latella… Generazioni di attori e registi uniti in nome di un’appartenenza. L’appello sarà letto da Anna Bonaiuto alla mezzanotte di stanotte al Teatro della Pergola di Firenze (terza capitale, tout se tient) e, in contemporanea, da Elisabetta Pozzi a Palazzo Barberini di Roma. «Non ci troviamo certo in un periodo facile e piacevole per il nostro Paese – recita l’appello di Scaparro -.
Con in più il peso necessario di doverlo e volerlo vivere a 150 anni dall’Unità d’Italia. Le lotte, le conquiste, i grandi ideali, i sogni, le delusioni, le tensioni all’Unità (anche culturale, quindi linguistica e teatrale). Il teatro italiano proprio per la sua capacità di tradurre ed interpretare questi stessi sogni nella ricchezza delle sue lingue e dei suoi dialetti, è stato per un lungo periodo una preziosa moneta di scambio che circolava tra mille difficoltà e avventure in Europa, nel Mediterraneo, al quale pensiamo tutti in queste ore con grande preoccupazione, e nel mondo
intero». «Noi siamo gli eredi di quei comici che con i loro viaggi hanno contribuito a far nascere l’Europa della cultura, prima di quella delle banche, e che questa Europa vogliono far crescere – continua il documento -. Anche per questo sentiamo l’urgenza e la necessità di lanciare un grido di allarme perché le istituzioni del nostro Paese e il mondo della comunicazione non perdano il contatto con le forze vive della cultura e del lavoro, per costruire, con la grande tradizione dei Maestri e le vitalità innovative delle giovani generazioni, un nuovo Umanesimo».

L’Unità 16.03.11

"Sondaggio Ipr, Berlusconi in calo testa a testa tra le coalizioni", di Matteo Tonelli

La rilevazione mensile vede una costante discesa della fiducia del premier che si ferma al 33%. Tra i ministri bene Maroni e Alfano. Se si votasse oggi sarebbe una gara all’ultimo voto tra centrodestra e centrosinistra. Nonostante le continue manovre di allargamento della maggioranza parlamentare, nonostante l’ottimismo sparso a piene mani sulla tenuta dell’esecutivo, la fiducia in Silvio Berliusconi continua a calare. E a nulla è servito il varo della riforma della giustizia, tema che il Cavaliere ritiene essere prioritario negli interessi del Paese. Paese che però, a giudicare dall’ultimo sondaggio Ipr Marketing per Repubblica.it, sembra poco sensibile all’attivismo in materia del governo.

I dati della fiducia sono chiari. Quella di Berlusconi è in calo. Rispetto allo scorso mese sono due i punti percentuali in meno. Un 33% lontanissimo non solo dal 60% del settembre 2008 (punto di massimo gradimento), ma anche dal 40% del gennaio 2011. In tre mesi, insomma, la discesa è stata costante. Otto punti in meno a testimonianza delle difficoltà che vive il Cavaliere. Per quanto riguarda l’esecutivo, la percentuale di chi nutre fiducia resta sotto il 30% ormai da 5 mesi. A marzo, pur se in risalita di due punti, il gradimento si ferma al 26%. Ben al di sotto di quel 60% (-3% rispetto a febbraio) che si dice insoddisfatto del governo.

GUARDA LE TABELLE 1-2

Fiducia
nei ministri
In testa restano saldamente il ministro dell’Interno Roberto Maroni e il Guardasigilli Angelino Alfano. Due dei volti più esposti dell’interno esecutivo. Il primo alle prese con l’ondata migratoria dal nord Africa, il secondo autore della riforma costituzionale della giustizia che giù ha scatenato polemiche. Entrambi vedono il loro gradimento aumentare: Maroni di 3 punti percentuali (dal 59 al 62), Alfano di uno (dal 59 al 60). Molti i segni meno: a partire da Sandro Bondi che chiude il suo mandato alla Cultura con un 18% tutt’altro che lusinghiero. Male anche Brunetta e Matteoli. Stazionari i leghisti Umberto Bossi (50%) e Roberto Calderoli (34%).

Intenzioni di voto
Se si votasse oggi l’esito sarebbe sul filo del rasoio. Le due coalizioni di centrodestra e centrosinistra, infatti, si giocherebbero la vittoria finale di pochissimo. Queste le cifre: una coalizione composta da Pd, Idv, Sel, Verdi, Psi e lista pannella otterrebbe, secondo il sondaggio, il 41,2%. Restano fuori i grillini (2%) e le liste comuniste (0,9%). Forze politiche comunque riconducibili all’area del centrosinistra. Il centrodestra, invece, (Pdl, Lega e altri) si fermerebbe al 42,2%.

Il neonato Terzo Polo si attesterebbe ad un 13,4%. Con l’Udc a farla da padrona (7%), Fli al 4%, l’Api di Rutelli al 2% e l’Mpa di Lombardo allo 0,4%.

Uno scarto minimo tra i due maggiori poli, come si vede. A testimonianza dell’equilibrio che ancora segna l’esito finale della sfida elettorale. E che non tiene conto di una variabile significativa. Ovvero quella capacità del premier di aumentare consensi in campagna elettorale. Anche se resta da vadere se, dopo le ultime disavventure, il potere attrattivo di Berlusconi sia restato intonso.

(16 marzo 2011)

"I tempi nuovi di Aldo Moro", di Pio Cerocchi

Le date del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta, sono incise nella storia dell’Italia. Anzi ne segnano una svolta: in quella primavera, infatti, finì la politica democristiana ed ebbe inizio il cammino che attraverso fasi diverse e apparentemente anche contraddittorie, si è poi compiuto nella forzatura della democrazia in favore del potere personale, oggi giunto al suo apice (e tanto vale per la sua evidenza, non parlarne affatto). Per questo fondamentalmente il ricordo di Aldo Moro non può essere rituale, ma storico e politico. Cominciando dalla discussione sulla periodizzazione della storia italiana recente. Con molti buoni argomenti Roberto Fontolan e Antonio Socci fissarono con un celebre (e per certi aspetti impietoso) saggio, il termine nel quale la storia italiana sarebbe finita e, quindi, ripartita.
Quella data era il 1974, l’altra primavera nella quale con il referendum sul divorzio si bruciò la convinzione (un po’ ottusa) di un’Italia a maggioranza “cattolica”. Con la vittoria dei divorzisti l’idea di una cristianità capace di costituire il principale orientamento culturale del paese venne meno. Purtroppo, proprio in quella durissima vicenda, andò in crisi anche la sinistra Dc, sopraffatta dall’esposizione mediatica dei «cattolici del no» che poi si sarebbero organizzati nella «lega dei cattolici democratici ». Una drammatica scorciatoia che, lungi dal salvare le ragioni politiche dei cattolici, di fatto (anche se non intenzionalmente), delegittimandola, favorì la crisi e, dunque, la fine della Democrazia cristiana.
Ma Aldo Moro, pur avendo avvertito sin dal ’68 quelli che chiamò «i tempi nuovi » e pur avendo mostrato una palpabile perplessità nella campagna referendaria del divorzio, ritenne suo dovere tenere il timone del partito per guidare la difficile transizione del paese.
Più da statista che da uomo di parte. Né dovrebbero essere sottovalutate le attenzioni che Moro negli ultimi anni della sua vita (nel pieno, però, del suo vigore intellettuale) ebbe per i giovani delle associazioni e dei movimenti. In un periodo che segnò un approfondimento della percezione della stato di crisi religiosa, in Paolo VI, anch’egli impressionato dal risultato referendario. E tuttavia proprio quegli ultimi quattro anni vissuti da Moro e da Paolo VI, dal ’74 al ’78, fanno propendere per una periodizzazione che, pur tenendo in gran conto la svolta del ’74, fissi il suo termine ultimo nel 1978 e nelle sue date incise nel cuore stesso della nostra storia: 16 marzo – 9 maggio martirio di Moro; 6 agosto transito al cielo di Paolo VI; 26 agosto – 28 settembre il “sorriso” di Papa Luciani ed, infine, il 16 ottobre l’elezione al soglio di Pietro di Wojtyla il “grande”.
Per chi ha memoria diretta di quel tempo, l’idea che in quell’anno cruciale le strutture profonde della storia abbiano avuto un assestamento importante, era plasticamente rappresentata dalle parole del Papa polacco, «non abbiate paura, solo Cristo sa cosa c’è nel cuore dell’uomo». Non era solo l’inizio di un pontificato, ma un incoraggiamento ad andare avanti, ad entrare in una storia nuova; allora inimmaginabile. Drammatica come, nel suo testamento, la definì Paolo VI. Gli echi della battaglia del divorzio erano ormai lontani, anche se le conseguenze di quella scelta erodevano silenziosamente la trama culturale e umana della società, con gli esiti che oggi chiaramente ci preoccupano, restituendo così un po’ di ragione a chi, pur tra molte incomprensioni, ebbe il coraggio di preconizzarle, ma non la forza creativa di trovare una soluzione meno dirompente di un referendum. Wojtyla, come si disse, prese per mano l’umanità ed aprì le finestre chiuse dei regimi dell’est comunista. E chi guarda gli almanacchi di quegli anni, troverà una serie di eventi strabilianti che condussero all’implosione di quei regimi che tutti avevamo creduto graniticamente intangibili.
La storia è nota e però spinge a interrogarci sulle differenze tra il prima e il dopo. Cominciamo col dire che nessun democristiano ha regalato agli italiani pensieri non scontati sulla crisi e la fine del comunismo. Un fatto triste che dimostra inequivocabilmente l’appiattimento di una intera classe politica su un potere del quale, però, da tempo non avevano più la guida se è vero che gli anni ottanta trascorsero, comunque, sotto il segno di Craxi il quale, al di là dei molti aspetti criticabili, ebbe una visione alta dello Stato, sia nella revisione del Concordato con la Chiesa (impresa non riuscita a nessun democristiano), sia nella pericolosissima vicenda di Sigonella.
Insomma nel pieno dell’era Wojtyla che pure al secondo convegno ecclesiale di Loreto (1986) invitò i cattolici all’unità e all’impegno politico nell’esempio di Sturzo e De Gasperi, i cattolici impegnati in politica non seppero cogliere i valori di quel magistero scritto con parole inedite e coinvolgenti.
Se ci fosse stata una cristianità diffusa, come c’era ancora negli anni sessanta, quell’invito sarebbe stato raccolto; ma allora la debolezza “clientelare” della Democrazia cristiana e la superba sfiducia nei suoi confronti dei “cattolici democratici”, resero sterile e tardivo quell’invito. E, solo pochi anni dopo, la vera alternativa si manifestò nel baratro in cui la Dc precipitò e giacque.
La storia non si fa con i “se” per cui è del tutto inutile domandarsi che cosa sarebbe accaduto se Moro non fosse stato ucciso. Non inutile, invece, è ricordare che con l’uccisione di Moro andò in crisi, fino a smarrirsi quel “senso dello Stato” che, al di là dei vari collateralismi, resero unica l’esperienza politica della Democrazia cristiana.
E non credo neppure inutile affermare che quel “senso dello Stato”, affondava le sue radici in quella cristianità diffusa capace di dare ragione sociale all’impegno politico. E il vero senso dello Stato, mi si perdoni per la ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia, non è nella retorica celebrativa delle declamazioni patriottiche e resistenziali, ma nella fatica politica della rappresentanza sociale. Moro e con lui molti democristiani della sua epoca a partire da Fanfani, Gonella, Taviani e tanti altri, ebbero cura di questa rappresentanza che, pur avendo i natali nella matura coscienza cristiana e sicuramente proprio per questo, sapeva assumere su di sé laicamente il carico più generale dell’intera società.
Come si è detto, Aldo Moro prima degli altri lesse nelle pieghe del ’68 la nascita di «tempi nuovi» da interpretare e rappresentare politicamente. E, nonostante, le sirene dei referendari e dei «cattolici del no» suoi strettissimi amici, tenne dritta la barra del timone non diversamente da quando segretario del partito, alla vigilia del centrosinistra, consultò tutti i vescovi per sapere che ne pensavano, per poi assumersi laicamente il carico di una scelta che gli costò incomprensioni e anche ostilità.
Ma quella scelta, come la storia ha dimostrato, fece bene all’Italia e rese lo Stato più prossimo ai cittadini.
Quello era il suo «senso dello Stato», lo stesso che lo persuase a ricercare e trovare punti di incontro e di condivisione con il Pci, non per desiderio di potere, ma per salvaguardare l’Italia dalla crisi civile di una insanabile spaccatura. Il problema per Moro non è mai stato quello di essere “di sinistra”, ma di dare al Paese il governo socialmente giusto e ampiamente condiviso. Laicamente senza pregiudizi. E chi ricorda la stretta di mano di Moro e Berlinguer al tavolo della trattativa nel febbraio del 1978, può ben pensare che quelle seguite negli anni fino ai nostri giorni, non hanno più avuto lo stesso valore politico.
Moro e Berlinguer non la pensavano allo stesso modo, entrambi però, sia pure per strade diverse, ebbero il coraggio del senso sociale dello Stato. Un sentimento che è, e resta, il grande insegnamento di Aldo Moro e che, a distanza di 33 anni è ancora il punto di discrimine tra ciò che è politicamente giusto, e ciò che, invece, è sbagliato.

da Europa Quotidiano 16.03.11

Garante per l'infanzia governo battuto due volte

La maggioranza va sotto su emendamenti del Pd alla legge che istituisce il Garante. Decisive le assenze fra i banchi della maggioranza. Il Pd: “Sono 69 volte che battiamo la maggioranza”. Governo battuto due volte nell’Aula della Camera su emendamenti del Pd alla legge che istituisce il Garante per l’Infanzia su cui l’esecutivo aveva espresso parere contrario. In entrambi i casi sono state decisive le assenze nei banchi della maggioranza. Il primo emendamento è passato con 262 no e 271 sì e un astenuto. Il secondo con 268 sì, 262 no e due astenuti.

Poco prima il governo ha rischiato di essere battuto su un altro emendamento, questa volta dell’Idv, su cui c’era il parere contrario. In quel caso, però, l’emendamento era risultato bocciato in quanto c’era stata parità tra i favorevoli e i contrari (260 a 260). L’emendamento del Pd conferisce al Garante per l’infanzia il potere di segnalare, in caso di emergenza, alle autorità giudiziarie competenti, la presenza di minori in stato di abbandono al fine di una loro presa in carico.

Il Pd ha fatto notare come siano giunte alla cifra di 69 le volte in cui il governo è stato battuto alla Camera. “Con i due voti di oggi, dall’inizio della legislatura – ha calcolato il segretario d’Aula del gruppo Pd, Erminio Quartiani – sono 69 le votazioni in cui l’opposizione riesce a mettere in minoranza la ormai ex-maggioranza. Anche se adesso cercano di correre ai ripari chiamando i ministri per le votazioni, rimane tutta la debolezza politica della compagine governativa che non ha più una maggioranza politica in Parlamento e nel Paese”.

www.repubblica.it

Intervista a Ibrahim Dabbashi «Il raìs farà di Bengasi una nuova Srebrenica. Il mondo deve fermarlo», di U.D.G.

L’ex diplomatico passato con gli insorti: «All’Onu bisogna battersi per linea dura di Parigi e Londra. All’Italia chiediamo più coraggio, più determinazione. Chiediamo fatti e non parole. Perché sui fatti che sarà valutata dal popolo libico che si è rivoltato contro la dittatura di Muammar Gheddafi. Se il governo italiano non assumerà un atteggiamento più intransigente, ci saranno in futuro serie ripercussioni nelle relazioni tra i due Paesi, perché il popolo libico si libererà di Gheddafi. L’Italia deve cambiare atteggiamento».
A sostenerlo è uno dei diplomatici di primo piano che è passato dalla parte degli insorti: l’ambasciatore Ibrahim Dabbashi, numero due della delegazione libica alle Nazioni Unite. «Gli aiuti umanitari sono importanti ma non bastano. All’Italia – afferma Dabbashi – chiediamo di essere dalla parte di Francia e Gran Bretagna nel sostenere l’istituzione di una “no fly zone” sulla Libia. Procrastinare questa decisione, o osteggiarla nei fatti, significa fare il gioco di Gheddafi. Esserne complici». «Non abbiamo bisogno di aiuti militari, non chiediamo l’intervento militare di alcun Paese – ribadisce l’ambasciatore Dabbashi il popolo libico saprà sconfiggere il regime di Gheddafi da solo. Ma certamente abbiamo bisogno di aiuto per quanto riguarda il rispetto di una ‘no fly zone’, per evitare bombardamenti. Su questo chiediamo l’aiuto dei Paesi amici del popolo libico per bloccare il regime di Gheddafi dall’usare lo spazio aereo libico contro il suo popolo». Nella Comunità internazionale, come dimostra lo stesso vertice di Parigi dei ministri degli Esteri del G8, permangono divisioni in merito alla creazione di una “no fly zone” sulla Libia. «Divisioni e incertezze fanno il gioco del regime. Di questo occorre avere coscienza e di questo ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Le parole non fermano gli aerei di Gheddafi. Con i suoi aerei, Gheddafi bombarda le città libiche, sposta armamenti pesanti e mercenari. Agli incerti in buona fede chiedo: ma come pensate di fermare quegli aerei? E come intendete fermare la mano di un dittatore che non ha esitato a far sparare contro chiunque è sceso in piazza per rivendicare diritti e libertà? Noi non chiediamo l’intervento militare di alcun Paese. Il popolo libico saprà sconfiggere il tiranno. Ma certamente abbiamo bisogno di aiuto per quanto riguarda il rispetto di una “no fly zone”, per evitare bombardamenti. E abbiamo bisogno di questo aiuto subito. Cosa altro si vuole che accada: un immane massacro a Bengasi? Si vuole che Gheddafi faccia di Bengasi la nuova Srebrenica?».
In questo scenario, cosa chiedete alla’Italia? «Più coraggio, più determinazione. Più fatti e meno parole. Gli aiuti umanitari sono importanti ma non è questa la priorità. All’Italia chiediamo di schierarsi con Francia e Gran Bretagna nel sostenere la “no fly zone”. A chiederlo è anche la Lega Araba».
Il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, rimanda ogni decisione in merito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite…
«Intanto dica chiaramente se l’Italia intende sostenere la “no fly zone” e appoggiare i Paesi che nel Consiglio di Sicurezza se ne fanno sostenitori. Non basta dire che nella Libia di domani non c’è posto per Gheddafi. Perché Gheddafi non se ne andrà mai di sua spontanea volontà, e si illude chi pensa che il problema sia garantirgli un salvacondotto e l’impunità per i crimini che ha commesso. Gheddafi è animato da uno spirito di vendetta. È accecato dall’odio. Parlare di un suo coinvolgimento per una transizione ordinata è un insulto alla ragione».
Gheddafi ha minacciato di allearsi con Al Qaeda… «Prima ha agitato lo spauracchio di Al Qaeda ora minaccia di allearsi con Osama Bin Laden…La logica è sempre la stessa: quella del ricatto. Gheddafi è abile in questo: ricatta o compra. Sta al mondo libero dimostrare di non voler subire ricatti e di non essere in vendita».
Ambasciatore Dabbashi, Lei insiste molto sul fattore tempo… «Mentre stiamo parlando, mentre la Comunità internazionale si arrovella attorno sul sì o il no alla “no fly zone”, gli aerei di Gheddafi continuano a colpire, a spostare armi e mercenari, a seminare morte e terrore. Pensino a questo coloro che frenano sulla “no fly zone».

L’Unità 16.03.11

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«Il mare è pericoloso ma non c’è scelta: in Libia sparano… », di Manuela Modica

I cadaveri che riaffioreranno nei prossimi giorni saranno raccolti dai pescatori. «Ma alcuni li rigettano in mare sussurra un anziano se li dichiari rischi di stare fermo al porto per giorni e giorni… ». È di nuovo emergenza. Gli sbarchi di lunedì fanno precipitare Lampedusa nel caos. L’isola più a sud d’Italia, così vicina al nord Africa, accoglie più migranti di quanto non riesca a contenerne. Sono 2629, e il centro di accoglienza ha una capienza di solo 800 unità. Così che «siamo di nuovo punto e daccapo», dice Giusi Nicolini che offre i locali dell’Area marina protetta, per ospitarne 150, come aveva già fatto nei primi giorni di questa nuova ondata di migrazione quando il Cpsa era ancora chiuso. Un locale predisposto per convegni e mostre, con bagni da “ristorazione”. Lì dove gli albergatori, riuniti nel comitato spontaneo “Porta d’Europa”, si riunivano giovedì scorso per chiedere che i migranti non fossero più trasferiti sull’isola. Ne sono arrivati, invece, molti di più ad alimentare la paura di gente di mare che vive di turismo ma non riceve più prenotazioni, nonostante la stagione estiva sia ormai alle porte.
Così che il passaggio di Marine Le Pen, lunedì mattina, sembra aver aperto una settimana di “passione”, di nuovi disagi per gli abitanti dell’isola: «Come un oscuro presagio, commenta la Nicolini non sappiamo più cosa pensare: sembra studiato a tavolino. Così sarà difficile contenere la paura: è una situazione molto grave». Tanto grave che riapre ai migranti anche la “Casa della fraternità” della parrocchia di Lampedusa, che ne ospiterà 200, di nuovo. Situazione complicata anche dal meteo che blocca la nave per i trasferimenti della Siremar a Porto Empedocle lasciando lo ”svuotamento” dell’isola ai soli mezzi aerei. Pochi voli giornalieri, che possono trasportare un numero irrisorio: «Solo 270 oggi (ieri, ndr). È una situazione traumatica», spiega anche Cono Galipò amministratore del centro di accoglienza, i cui operatori sono ora a lavoro su tre centri contemporaneamente.
LE TRAVERSATE DELLA MORTE
Sono giorni difficili per gli abitanti dell’isola siciliana. Ma sono giorni drammatici ancora più per i tunisini che perdono nella traversata “fratelli” in mare proprio sotto i loro occhi. Navigano per giorni sfidando la morte, e perdendo. La “mano del mare”, l’altra notte, ne ha risucchiati 45 almeno. Sotto gli occhi di compagni di viaggio imbarcati su un altro mezzo. «Sono morti, morti», raccontano arrivati al molo Favaloro, dove si fermano per aspettarli, per capire se qualcuno di loro è stato tratto in salvo. Hanno fatto quel che potevano, hanno salvato chi di loro sapeva nuotare ed è arrivato vicino alla loro imbarcazione. Mani tese ad aiutarli, corpi bagnati. Sopravvivenza per i più fortunati. Per gli altri, il fondo del mare. Saranno forse riportati un giorno alla luce dai pescatori siciliani.
Così, infatti, accade a qualcuno. Al centro per anziani, nella via principale del paese, dove molti pescatori giocano a briscola raccontano: «Sì, a qualcuno di noi è capitato, ma capita di più ai pescatori di Pantelleria. E quelli magari li ributtano a mare. A dichiararli, finisce che stanno fermi al porto per giorni e giorni, per i controlli della guardia costiera. Così viene meglio ributtarli in mare, ha capito?».
Uno scenario macabro, dissonante dalle spiagge caraibiche dell’isola, dalla luce che abbraccia senza respiro questa piattaforma sul mare che sembra poter concedere solo vita, solo ristoro. Solo speranza a chi ha la morte anche alle spalle: «Abbiamo visto morire fratelli e sorelle. E ne muoiono ancora. Sparano, senza una ragione. Il viaggio fin qui è rischioso, ma restare lì lo è di più», Xavier, è sull’isola da 7 giorni, e dà voce a frasi che stonano con la giovane età: ha solo 22 anni. Quando arriva sull’isola è fatto d’acqua. Sul molo riceve la prima assitenza, una sorta di coperta – ricorda il domopack – d’oro che lo avvolge, che lo riscalderà in un istante. Lui non sfugge ai fotoreporter, alle telecamere, guarda dritto nell’obiettivo, si mostra così, con l’acqua in fronte, l’oro dello strano, miracoloso, involucro, che lo avvolge. Mostra così le sue traversie, senza imbarazzo, ma con espressione atona. Ai piedi non ha scarpe. E così sale sul pullman che con gli altri lo trasporterà al Cpsa. Alza la mano, mentre va via, in segno di vittoria. Per loro è una lotta vinta. Così entrano al centro di prima accoglienza, intonando un coro da stadio, interrotto dalle perquisizioni. Poi viene consegnata a questi vittoriosi di vita, una borsa con vestiti, dalle scarpe ai maglioni, più una ricarica di 5 euro per chiamare casa, e avvertire che sono vivi: ce l’hanno fatta. Sono nelle mani dell’Italia adesso, che però non sa che farne: «Dalla prefettura ci fanno capire che non sanno in realtà dove mandarli», racconta la Nicolini.

L’Unità 16.03.11

"Riformano i magistrati, non la giustizia" di Gian Carlo Caselli

La sedicente riforma della Giustizia ideata dal governo, non è un’operazione indolore per la sicurezza dei cittadini. Le ripercussioni negative sul versante delle indagini saranno tante. Anche per le inchieste di mafia. Chi studia l’evoluzione delle mafie constata che per realizzare i loro affari esse hanno bisogno di commercialisti, immobiliaristi, operatori bancari, amministratori e uomini delle istituzioni (la cosiddetta “borghesia mafiosa”). Sempre più si infittiscono gli intrecci con pezzi del mondo politico e dei colletti bianchi. I transiti di denaro sporco nell’economia illegale si intensificano. Spesso le istituzioni criminali e quelle legali si contrastano, ma senza volontà di annientarsi, nel senso che sono piuttosto alla ricerca di equilibri. Diventa sempre più difficile – allora – stabilire la linea di confine fra lecito e illecito all’interno delle attività economiche, finanziarie e produttive. Per impedire che risuonino ancora oggi le parole di Giovanni Falcone circa il timore che “non si voglia far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti”, è necessario allora che le indagini di mafia siano condotte da una magistratura assolutamente autonoma e indipendente, nonché dotata di strumenti capaci di esplorare in profondità anche il lato oscuro e segreto delle mafie. Proprio il contrario di quel che risulta obiettivamente ricollegabile alla pseudo-riforma della Giustizia voluta dal governo. Una riforma che quand’anche abbia – come scopo di partenza – “solo” quello di vendicarsi dei magistrati, alla fine potrebbe causare risultati obiettivamente devastanti. Quanto meno finché la politica italiana continuerà a discostarsi massiccia-mente dagli standard europei con conseguenze da trarre – doverosamente – in caso di accertato coinvolgimento in comportamenti illeciti.
Una “spia” dei veri obiettivi della riforma si può trovare nel fatto che le novità si collocano tutte all’interno del titolo 4° della parte seconda della Costituzione. Questo titolo, che oggi è denominato “La magistratura”, nella riforma diventa “La giustizia”. Come volevasi dimostrare: si tratta di riformare i magistrati, non la giustizia. E non basta cambiare l’etichetta della bottiglia perché uno sciroppo diventi barolo. Ma torniamo agli effetti oggettivi della riforma. Possiamo prendere singolarmente – una per una – le modifiche in programma, oppure l’intiero pacchetto.
Le indagini in mano alla politica
SEMPRE avremo lo stesso identico risultato: il trasferimento del “rubinetto” delle indagini (cioè dei controlli di legalità) dalle mani della magistratura a quelle del potere politico, governo e/o Parlamento. Con conseguente riduzione degli spazi d’intervento autonomo della magistratura e quindi dei controlli indipendenti sulle violazioni di legge commesse dai potenti. Con il rischio anzi che tali controlli causino al magistrato coraggioso guai non di poco conto, dalle ispezioni ministeriali (addirittura elevate al rango costituzionale), alle bufere scatenate da quanti vorranno strumentalmente approfittare delle nuove norme sulla responsabilità dei magistrati.
L’analisi di alcuni punti della sedicente riforma offre decisive conferme, anche per le inchieste di mafia.
Il Csm riformato – la riforma prevede lo sdoppiamento del Csm, la riduzione del numero dei membri “togati”, la loro nomina col fantozziano sistema dell’estrazione a sorte (una grottesca lotteria che rappresenta anche una discriminazione mortificante, posto che i membri “laici” continueranno a essere eletti dal Parlamento in seduta comune), il divieto di adottare atti di indirizzo politico (cioè pratiche a tutela dei magistrati vilipesi perché scomodi). Viene di fatto azzerata la stessa ragion d’essere del Csm: governo autonomo della magistratura e tutela della sua indipendenza. Il magistrato che debba scegliere tra diverse opzioni, egualmente possibili nel perimetro dell’interpretazione della legge, non sentendosi più tutelato da un Csm ridotto ad organo di semplice amministrazione, ci penserà ben bene prima di esporsi alle rappresaglie impunite del potente di turno. Figuriamoci quale impulso potrà derivare alle indagini su quella vischiosa zona grigia che consente agli affaridi mafia di prosperare!
1) AZIONE PENALE E POLIZIA GIUDIZIARIA NELLE MANI DELLA POLITICA L’azione penale a parole resta obbligatoria, ma dovrà essere esercitata “secondo i criteri stabiliti dalla legge” , vale a dire che sarà la politica a stabilire chi indagare e chi no: ed è improbabile che essa mostrerà particolare zelo per gli intrecci tra pezzi del suo mondo e la mafia . Quali che siano tali criteri, poi, resta il fatto che non sarà più direttamente la magistratura a disporre della polizia giudiziaria, che pertanto prenderà ordini dal governo (ministero degli interni per la polizia di stato; difesa per i carabinieri; economiaperlaGdF).Lapolitica,in sostanza, avrà in mano il rubinetto delle indagini e potrà regolarlo col contagocce tutte le volte che ci sia il rischio di scoprire qualcosa di troppo degli “inquietanti misteri” di cui parlava Falcone.
2) ASSOLTI PER SEMPRE Con clamorosa violazione della “parità delle armi” tra accusa e difesa, mentre l’imputato condannato potrà sempre ricorrere in appello, il pm non lo potrà fare in caso di assoluzione dell’imputato, salvo che “nei casi previsti dalla legge”. Ora, sarà impossibile (per non perdere la faccia) che tra questi casi non rientrino i delitti di mafia, ma che ne sarà del cosiddetto “concorso esterno”? Senza questa figura è impensabile che si possano colpire anche le collusioni con la mafia, ma poiché il delitto non esiste (lo sostiene il presidente Berlusconi!), si può scommettere che sarà fortemente a rischio la possibilità per il pm di appellare le assoluzioni per “concorso esterno”: la linea di demarcazione fra lecito e illecito tenderà sempre più allo sfumato evanescente e per la cosiddetta “borghesia mafiosa” ci sarà da brindare.
3) L’INDIPENDENZA DEL PM “ABROGATA” PER LEGGE A spazzare definitivamente ogni possibile dubbio circa le effettive conseguenze della riforma provvede infine il nuovo – se approvato – art. 104 della Costituzione (quello che non a caso introdurrebbe la separazione delle carriere…), laddove stabilisce “che l’ufficio del pubblico ministero è organizzato secondo le norme dell’ordinamento giudiziario che ne assicurano l’autonomia e l’indipendenza”. In sostanza, autonomia e indipendenza del pm non sono più valori di rango costituzionale tutelati dalla Carta fondamentale, ma optional rimessi alla legge ordinaria, che pertanto la politica potrà cambiare a suo piacimento senza neanche il fastidio delle procedure e delle maggioranze qualificate previste per le norme costituzionali. Vale a dire che la politica non avrà in mano soltanto il “rubinetto” delle indagini, ma avrà in sua balia direttamente il pm. Per cui è difficile pensare che vorrà orientarlo verso inchieste che potrebbero scoprire segreti inquietanti di colletti bianchi e/o politici per favori scambiati con la mafia o affari fatti insieme. Ed è persino superfluo notare che tutto ciò che colpisce in prima battuta il pm avrà inevitabilmente un effetto domino sui giudici: perché se al pm non è consentito indagare su certe materie, esse non arriveranno mai sul tavolo del magistrato giudicante.
Un pericolo che non si può correre
COME si vede, gli scenari futuri sono cupi e se si vuole che la lotta alle mafie non rischi di diventare un esercizio di facciata, ma sia un’azione incisiva, la riforma costituzionale in cantiere dovrebbe essere riconsiderata: perché le conseguenze negative che ne potrebbero obiettivamente derivare (obiettivamente: anche a prescindere dall’orientamento di questa o quella maggioranza politica contingente) costituiscono un pericolo da non correre. A Potenza, nella XVI Giornata antimafia della memoria e dell’impegno, organizzata da Libera per il 19 marzo, si discuterà anche di questo.

da Il Fatto quotidiano 16.03.11

"Atomo e arroganza ideologica", di Roberto Della Seta e Francesco Ferrante

La situazione della centrale di Fukushima è in drammatica evoluzione, e i tentativi volti a minimizzare gli effetti del disastro in corso hanno ormai definitivamente lasciato il posto a timori fondati di un incidente atomico che legherà per sempre il nome della città giapponese a quello di Chernobyl e Three Mile Island. Infatti, anche se nelle prossime ore si riuscisse a bloccare il processo di fusione del nocciolo vincendo questa drammatica battaglia contro il tempo, la quantità di radionuclidi rilasciati comporterà comunque gravi effetti nel tempo sulla salute dei giapponesi.
Quarantotto ore fa, proprio mentre si consumava questa tragedia umanitaria e industriale, in un’affollata conferenza stampa un governo annunciava la definitiva approvazione di un grande piano per il nucleare civile. No, non era il governo italiano: a discettare di energia atomica senza neanche un accenno alla possibilità che in Giappone stesse per fondere il nocciolo di una centrale nucleare, era il premier cinese Wen Jiabao. Il parallelismo con l’Italia è nelle cose: anche da noi, unico caso in Occidente, il governo ha reagito alla catastrofe di Fukushima alzando le spalle, fingendo che nulla cambi rispetto al giudizio sulla sicurezza del nucleare.
Alcuni commentatori e politici “autorevoli” hanno tacciato da “sciacalli” quanti, come chi scrive, hanno invitato la destra a rimettere in discussione la scelta di tornare al nucleare. Si è fatto riferimento a eccessi di emotività, forse dettati dal temperamento latino, che inficerebbero il ragionamento dei cittadini sul tema, ci si è addirittura lanciati in ridicoli paragoni tra la pericolosità di una diga e di una centrale atomica.
Insomma, il partito dell’industria nucleare è evidentemente spiazzato di fronte alla tragedia giapponese, che ha riportato con brutale evidenza il dibattito sulle scelte energetiche ad un punto molto chiaro: il nucleare sicuro non esiste, in nessuna parte del mondo, nemmeno nei paesi più tecnologicamente avanzati ed efficienti.
Il disastro verificatosi in Giappone costituisce «uno spartiacque nella storia della tecnologia mondiale », ha detto ieri Angela Merkel nell’annunciare la chiusura in Germania delle sette centrali nucleari più vecchie, decisione che dubitiamo sia avvenuta sull’onda dell’emotività, ma immaginiamo piuttosto legata all’esigenza di tutelare la sicurezza dei propri cittadini, che ogni Stato dovrebbe anteporre agli interessi di lobby e industrie, e alla consapevolezza che la via alternativa alle fonti tradizionali esiste, e si chiama energia rinnovabile.
Del resto il cancelliere tedesco ha dalla sua i risultati stupefacenti dell’energia rinnovabile nel suo paese, e non può che prendere atto del fortissimo dissenso della gran parte della popolazione verso l’energia nucleare, con cui i cittadini tedeschi hanno convissuto per decenni e che è tuttora percepita come insicura.
Nessuno, com’è ovvio, può ragionevolmente credere che i paesi che hanno investito fortemente sull’atomo possano spegnere da un giorno all’altro le proprie centrali, ma il fatto che il dibattito negli Usa,in Gran Bretagna, persino in Francia, sia molto acceso, prefigura scenari impensabili fino a poco tempo fa.
E invece sarebbe molto sensato che un paese come il nostro non si imbarchi affatto nell’avventura del nucleare di terza generazione, e che si sospenda immediatamente il programma governativo, a partire da quel decreto in questi giorni in discussione in parlamento sulla localizzazione delle centrali e che ha già ricevuto il parere negativo delle Regioni.
Ma questo è uno strano paese nel quale nel club “amici dell’atomo” si ritrovano coloro che in teoria sarebbero stati chiamati a svolgere le funzioni “terze” di Agenzia per la sicurezza: il presidente, noto scienziato ma del tutto ignorante in tema di tecnologia nucleare, vuole dormire con le scorie, un altro componente, un fisico, il giorno dopo l’incidente si affannava a spiegare che «non era successo niente ».
All’arroganza ideologica di chi vuole a tutti i costi una centrale sulle rive dei nostri fiumi o vicino alle nostre coste abbiamo sempre opposto la forza dell’evidenza, sia in termini di pericolosità delle centrali stesse che delle scorie, sia fornendo i numeri e le potenzialità enormi delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica contro i costi del nucleare, quelli sì davvero insostenibili. Non a caso tutti i sondaggi confermavano, già ben prima del disastro di Fukushima , che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani resta contraria al nucleare.
La scelta di Antonio Di Pietro di promuovere un referendum sul nucleare complica le cose anziché facilitarle. Da 17 anni nessun referendum in Italia raggiunge il quorum, a prescindere da quale sia il quesito. Per incassare un po’ di visibilità Di Pietro mette a rischio un traguardo, battere il programma nucleare del governo, che nell’opinione degli italiani è già vinto. Noi speriamo ancora che il governo ritrovi un briciolo di saggezza e prenda l’unica decisione razionale oggi possibile: fermare il ritorno all’energia atomica. Se così non sarà, il Pd è certamente pronto ad affrontare la sfida della consultazione popolare, consapevole che la stragrande maggioranza degli italiani, anche tra coloro di orientamento politico di centrodestra, di ritorno del nucleare non ne vuole sapere.

da Europa Quotidiano 16.03.11