Latest Posts

"L'abc del ddl sulle quote rosa nei cda delle società", di Nicoletta Cottone

Tre articoli per far entrare per legge le donne nei consigli d’amministrazione delle società quotate. Il Senato ha approvato in sede redigente, il ddl che prevede l’introduzione di un quinto di donne nei consigli di amministrazione e negli organi di controllo delle società quotate e delle controllate pubbliche non quotate nel primo mandato compreso tra il 2012 e il 2015. Quote rosa che andranno a regime con una percentuale di presenze femminili nei board delle società pari a un terzo nel secondo mandato tra il 2015 e il 2018.

Ora il provvedimento torna in terza lettura alla Camera che lo aveva approvato in prima lettura il 2 dicembre 2010. L’entrata in vigore delle norme è slittata a dodici mesi (e non più sei come prevedeva il testo Camera) dall’approvazione della legge. In caso di inadempienza ci sarà una diffida della Consob a reintegrare il cda o i collegi entro quattro mesi. Nuova diffida a reintegrare entro tre mesi in caso di ulteriori inadempienze. A questo punto per chi non si adegua è prevista la decadenza del consiglio d’amministrazione o degli organi di controllo. E si pagano forti sanzioni pecuniarie: da 100mila a un milione di euro per i cda e da 20mila a 200mila per i collegi sindacali. Ecco, articolo per articolo, il contenuto del provvedimento

Decorrenza (articolo 2). Le disposizioni della legge si applicano a decorrere dal primo rinnovo degli organi di amministrazione e degli organi di controllo delle società quotate in mercati regolamentati successivo a un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, riservando al genere meno rappresentato per il primo mandato una quota pari ad almeno un quinto degli amministratori e dei sindaci eletti.

Equilibrio fra i generi negli organi delle società quotate (articolo 1). Viene inserito il comma 1-ter all’articolo 147-ter del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria (Dlgs 58/1998) con lo scopo di bilanciare la rappresentanza femminile nei consigli di amministrazione delle società quotate nei mercati regolamentati. Lo statuto dovrà prevedere che il riparto degli amministratori da eleggere si9a effettuato in base a un criterio che assicuri l’equilibrio fra i generi. Il genere meno rappresentato deve ottenere almeno un terzo degli amministratori eletti.

Questo criterio si applica per tre mandati consecutivi. Se il consiglio d’amministrazione non rispetta questo riparto la Consob diffida la società interessata perché si adegui entro 4 mesi dalla diffida. In caso di inottemperanza alla diffida la Consob applica una sanzione amministrativa pecuniaria da 100mila a un milione di euro (in base a criteri che saranno stabiliti da un regolamento) e fissa un nuovo termine di tre mesi per adempiere. In caso di ulteriore inottemperanza rispetto alla nuova diffida i componenti eletti decadono dalla carica. Lo statuto dovrà disciplinare le modalità di formazione delle liste e i casi di sostituzione in corso di mandato per garantire il criterio di riparto fissato dal comma.

La Consob dovrà adottare un regolamento in materia di quota di genere entro sei mesi dalla data di entrata in vigore delle disposizioni. Le disposizioni si applicano anche alle società organizzate secondo il sistema monistico. Le norme si applicano qualora il consiglio di amministrazione sia costituito da un numero di componenti non inferiore a tre. L’atto costitutivo delle società stabilisce che il riparto dei membri sia effettuato in modo che il genere meno rappresentato ottenga almeno un terzo dei membri effettivi del collegio sindacale.

Il criterio di riparto si applica per tre mandati consecutivi. Se la composizione del collegio sindacale non rispetta questo criterio la Consob diffida la società affinché si adegui entro 4 mesi dalla diffida. In caso di inottemperanza alla diffida la Consob applica una sanzione amministrativa pecuniaria da 20mila a 200mila euro e fissa un nuovo termine di 3 mesi per l’adempimento. In caso di ulteriore inottemperanza rispetto alla diffida i componenti eletti decadono dalla carica: La Consob deve adottare regolamento entro 6 mesi dalla data di entrata in vigore delle disposizioni. L’applicazione del comma 1-bis si applica anche al consiglio di sorveglianza (previsto dal modello dualistico).

Società a controllo pubblico (articolo 3). Le disposizioni della presente legge si applicano anche alle società costituite in Italia controllate da pubbliche amministrazioni ai sensi dell’articolo 2359, commi 1 e 2, non quotate nei mercati regolamentati. Un regolamento da adottate entro due mesi dall’entrata in vigore della legge stabilirà termini e modalità di attuazione dell’articolo per disciplinare uniformemente tutte le società interessate, per definire la vigilanza sull’applicazione, le forme e i termini dei provvedimenti previsti e le modalità di sostituzione dei componenti decaduti.

Il Sole 24 Ore 16.03.11

"Più fatica con meno diritti per le donne del commercio", di Laura Matteucci

C’era una volta il contratto a termine, e sembrava l’ultima frontiera della precarietà. Adesso, complice una crisi che ha molto penalizzato i commercianti piccoli e medi, molto meno la grande distribuzione (solo l’anno scorso hanno chiuso qualcosa come 100mila esercizi commerciali, e 20mila precari sono rimasti a casa), il settore del commercio è arrivato alla fiera delle tipologie contrattuali: da quello a progetto a quello per cui si gestisce un singolo negozio di una catena assumendosi il rischio d’impresa, con un fiorire di part-time sempre più fantasiosi, da 20, 16 e pure 8 ore, il part-time con cui si lavora solo nei week-end o nel periodo natalizio. Il commercio: 3 milioni circa di addetti tutto compreso (dalle agenzie interinali alle concessionarie di auto), 400mila nella grande distribuzione, donne nell’80% dei casi, a barcamenarsi tra poche centinaia di euro di stipendio, pause contingentate, domeniche obbligatorie, ore e ore passate in piedi, orari di lavoro frammentati, con anche 4-5 ore di attesa tra la fine di un turno e l’inizio del successivo, troppo poche per andare a casa, troppe da dover far passare senza lavorare. Alla faccia della conciliazione tra tempi di vita privata e di lavoro. E, dal 26 febbraio, con un problema in più: il contratto fresco di firma da parte di Fisascat-Cisl e Uiltucs e di bocciatura da parte della Filcams Cgil. All’attivo dei delegati Filcams, ieri a Milano, malumore palpabile: «Un accordo che peggiora il precedente», dice la segretaria Cgil Susanna Camusso, e politicamente molto significativo: «Questo accordo non è come gli altri: è il primo in cui non sono più comprensibili le ragioni degli altri». Uno di questi è certo il segretario Cisl Raffaele Bonanni che, all’omologa assemblea dei «suoi», sempre ieri ma a Roma, parla invece di «contratto vantaggioso: i consumi scendono, il settore è in difficoltà, e l’accordo porta ad un aumento di quasi 90 euro».
FAZZOLETTI ROSSI L’aumento effettivo (a regime, in tre anni) è di 86 euro (meno 2 che andranno a contributo della sanità integrativa, prima a carico delle imprese), ma in realtà non è questo che preoccupa i lavoratori. Più sentito, il problema dell’indennità di malattia fortemente ridotta in nome di una lotta all’assenteismo peraltro non documentato: con tre malattie all’anno i primi tre giorni vengono pagati al 50%, oltre le cinque non vengono pagati affatto. «Poi c’è la partita della contrattazione di secondo livello – spiega GianMario Santini, segretario Filcams Lombardia -Dauna parte viene blindata, cioè viene esclusa la possibilità di contrattare per una serie di materie, premi e indennità fissi per esempio.Madall’altra si apre alla possibilità di derogare dal contratto nazionale ». I delegati si sentono di pagare ancora una volta il costo della crisi perchè, come dice Camusso, «non si capisce dove sia avvenuto lo scambio, se non fuori dalla dimensione dei lavoratori», e defraudati di diritti già acquisiti. Una lavoratrice della Li dl di Venezia ricorda quando, fino a qualche anno fa, alle donne del suo centro commerciale veniva chiesto di indossareun fazzoletto rosso il 28esimo giorno del ciclo per potere andare in bagno una terza volta oltre le due concesse abitualmente. Una barbarie cui solo l’intervento dei sindacati ha posto fine. Ma il contratto, se piace a Bonanni ed Angeletti, fa invece storcere il naso anche a molti «loro» lavoratori. A testimoniarlo, si sono già svolti alcuni scioperi unitari, come al negozio Carrefour di Carugate (Milano) o quello nazionale della Cgt, concessionaria italiana della Caterpillar, deciso dalle Rsu: sciopero simbolico di un’ora, venerdì scorso, a significare la contrarietà di tutti i dipendenti. E le parole di Camusso a conclusione dell’assemblea sembrano partire proprio da qui: «Molti pensano – dice – che bisognava fare lo sciopero generale prima e più roboante. Il tempo che ci siamo dati vorrei possa servire a far sì che sia uno sciopero di tutti i lavoratori, non solo dei militanti della Cgil». In altre parole, Camusso chiama al superamento di uno «sciopero identitario» perchè quello del 6 maggio sia «di tutti, per avere una politica diversa, a favore del lavoro».

L’Unità 16.03.11

Care imprese il bonus è a sorpresa

Il bonus per le aziende del settore tessile e dell’abbigliamento serve a sostenere un settore in difficoltà. L’agevolazione, introdotta circa un anno fa con il decreto legge “incentivi”, prevede la detassazione per gli investimenti effettuati nel 2010 in attività di ricerca per prototipi e campionari. Si tratta di un incentivo automatico – non sottoposto a gare o click day – per cui tutte le imprese che hanno trasmesso alle Entrate, fino allo scorso 31 dicembre, la richiesta con l’indicazione dei costi sostenuti hanno “teoricamente” il diritto di usufruirne.

Teoricamente, perché l’aiuto è sottoposto ad alcuni limiti, tra cui un plafond di stanziamenti complessivi pari a 70 milioni. Dunque, se fossero pervenute istanze per 100 milioni (ipotesi non improbabile), le imprese dovrebbero accontentarsi di ricevere il 70% di rimborso fiscale. In altri termini, molti dovranno abbandonare l’idea di ottenere una piena copertura dell’investimento. Su quale percentuale di bonus si potrà contare, però, ancora nessuno lo sa. A pochi giorni dalla chiusura dei bilanci 2010, infatti, manca ancora il provvedimento che dovrà ufficializzare il riparto delle risorse. Forse potrebbe arrivare la prossima settimana. Speriamo non contenga amare sorprese.

Il Sole 24 Ore 16.03.11

"Il 17 marzo leghista troppo carico di ambiguità sull'Italia unita", di Stefano Folli

Ci si attendeva lo sberleffo leghista in vista del 17 marzo. È arrivato puntuale nella cornice del Consiglio regionale della Lombardia, quando i rappresentanti del Carroccio si sono rifiutati di entrare nell’aula dove veniva eseguito l’inno di Mameli. Sono rimasti al bar guidati da Renzo Bossi, il famoso «Trota» della vulgata giornalistica.
Ha fatto eccezione il presidente del Consiglio regionale, Davide Boni, un leghista che ricopre un ruolo istituzionale e che non si è mosso dal suo posto, sia pure con rammarico.

Ha spiegato che con il cuore era alla «buvette», accanto ai compagni di fede politica, e che a suo avviso l’esecuzione dell’inno nazionale rappresenta «un rito demagogico». Si tratta dello stesso Boni che si è battuto con successo nelle scorse settimane per istituire una sorta di festa regionale della Lombardia: un ostentato contrappunto rispetto alla festa nazionale.
Qualcosa di simile si è ripetuto nelle sedi dei Consigli provinciali di Milano e Verona: sempre a opera della Lega e sempre utilizzando le note di Mameli come pretesto polemico.
Si dirà che si tratta di episodi minori, dei quali peraltro avevamo avuto vari segni premonitori. Era noto che la Lega voleva marcare in qualche modo la propria «diversità» rispetto al centocinquantenario e così è stato. Qualcuno vorrà anzi sottolineare che poteva andare peggio. In realtà la contestazione all’inno è tutt’altro che irrilevante. È un gesto carico di significato rivolto contro il simbolo stesso dell’unità nazionale. Un gesto deciso a ridosso della data emblematica del 17 e nelle stesse ore in cui Giorgio Napolitano rendeva omaggio al federalismo, cavallo di battaglia del Carroccio.

«L’identità storica e culturale della nazione – ha detto il presidente della Repubblica – convive con il riconoscimento e lo sviluppo in senso federalistico delle autonomie che la fanno più ricca e più viva». Parole che riassorbono il federalismo nello spirito e nella lettera della Costituzione e ne fanno il tassello decisivo di una più salda unità.
Purtroppo la Lega non sembra muoversi a suo agio dentro questo solco. Al contrario, l’insofferenza verso l’inno nazionale o il Tricolore tradisce un certo disprezzo per l’Italia unita. Per la dimensione etica e politica dell’unità.
Napolitano chiede un più convinto senso unitario per aprirsi alla novità federalista. I leghisti replicano con un’astuzia verbale. Festeggeremo l’unità – dicono – quando l’Italia sarà federale. In questa distinzione si avverte un’ambiguità molto insidiosa. Di fatto il federalismo all’italiana prende corpo, un passo dopo l’altro, senza che un importante partito di governo, rappresentante di circa il dieci-undici per cento del corpo elettorale, abbia deciso se crede o no nell’unità nazionale.
È possibile che siano i fatti a sciogliere nei prossimi anni questa ambiguità. Man mano che il federalismo entrerà nella vita quotidiana dei cittadini, le polemiche di oggi evaporeranno un po’ per volta. Ma potrebbe anche accadere il contrario: che a evaporare siano i simboli dell’unità come l’abbiamo conosciuta e come ci accingiamo a festeggiarla domani. In questo caso avremo un’Italia post-unitaria: con forti regioni molto autonome (soprattutto al Nord, molto meno al Sud) e un debole Stato centrale. Se sarà così, a essere ferita sarà l’idea stessa di nazione. La partita è tuttora aperta. E le contraddizioni di oggi non aiutano a concluderla.

Il Sole 24 Ore 16.03.11

"Il dovere della paura", di Barbara Spinelli

Ci sono momenti così, nella storia degli uomini: dove si reagisce con l’emozione oltre che con la razionalità, perché l’emozione sveglia, incita a stare all’erta. Già in Eschilo, la passione e il patire sono fonti d’apprendimento. È il caso del Giappone da quando, venerdì, lo tsunami s’è aggiunto al terremoto e non solo ha spazzato case, vite, villaggi, ma ha causato l’esplosione di quattro reattori nucleari a Fukushima.

All’orrore spuntato dal sottosuolo e dal mare s’aggiunge ora una pioggia radioattiva che spinge chi abita presso le centrali a fuggire o barricarsi in casa. Ci sono momenti in cui si apre una fessura nel mondo, e non solo in quello fisico ma in quello mentale, sicché occorre ricorrere ai più diversi espedienti: all’intelligenza razionale, alla discussione pubblica, ma anche alla paura, questa passione giudicata troppo triste per servire da rimedio.
Non a caso, quando sollecita la responsabilità per il futuro della terra, il filosofo Hans Jonas parla di paura euristica: non la paura che paralizza l’azione o è usata dai dittatori, ma quella che cerca di capire, di scoprire (questo significa euristica). Che è generatrice di curiosità, prevede il male con apprensione, fa domande, sprona a rettificare quanto pensato e fatto sinora. Jonas evoca addirittura il dovere della paura: “Diventa necessario il “fiuto” di un’euristica della paura che non si limiti a scoprire e raffigurare il nuovo oggetto, ma renda noto il particolare interesse etico che
ne risulta” (Il principio di responsabilità, Einaudi ’90).

Alla luce del principio di responsabilità appaiono completamente inani i governi – come l’italiano, il francese – che screditano questa paura, e in tal modo negano la gravità del momento e l’urgenza di correggere i piani nucleari. Obama e Angela Merkel dicono ben altro: “Non si può fare come se nulla fosse”. Non così il ministro dell’energia Eric Besson, o il ministro per lo sviluppo economico Paolo Romani. Per Besson nulla cambia, neanche le centrali invecchiate come quelle giapponesi: nella conferenza stampa di sabato ha evitato il termine “catastrofe”, preferendo il meno allarmante “incidente grave”. Stesso atteggiamento in Romani, che ha invitato l’altro ieri a “non farsi prendere dalla paura”, senza sapere di che parlava. Non sono i soli: anche i governanti giapponesi hanno a lungo minimizzato, prendendo per buone le assicurazioni dei gestori delle centrali (Tepco, Tokyo Electric Power Corporation). La stessa Tepco che più volte è stata indagata (specie nel 2002-3) per il non rispetto delle norme anti-sismiche.

Apocalisse è vocabolo che s’espande come un virus, dall’inizio del cataclisma. Ma apocalisse è altra cosa, ha legami con la religione: è rivelazione di un piano divino, è l’omega che si ricongiunge all’alfa, è il cerchio terrestre che chiudendosi si schiude all’oltrevita. I colpiti sono innocenti, ma per qualche motivo Dio vuole che la storia terrestre s’esaurisca così, stroncando il libero arbitrio d’ognuno. Per questo conviene dismettere questa parola molto scabrosa, che sigilla gli occhi a quel che accade qui, ora; in terra, in mare. Eventi simili non sono la fine del mondo, pur preludendo forse a essa. Sono piuttosto la fine di un mondo: di certezze, di assiomi cocciutamente coltivati.

In Giappone, per vie misteriose, suscitano ricordi funesti, che hanno radici profondissime nella sua cultura recente. Il collasso delle centrali nucleari rimanda al trauma mai sopito di Hiroshima e Nagasaki, quando Washington diede a Tokyo questa lezione di inaudita violenza. La terra che ti squassa, la solitudine dell’uomo in tanto scompiglio, la natura maligna, la morte nucleare che incombe: nelle teste nipponiche è incubo magari dissimulato ma è sempre lì, in agguato. Lo dicono i volti che ci fissano in queste ore: impietriti, più che impassibili. Lo vediamo nei corpi che d’un tratto s’immobilizzano, come morissero in piedi.
Non è vero che i giapponesi hanno paure più calme, controllate delle nostre. Il loro urlo non è quello di Munch ma è pur sempre urlo. Sappiamo dalla Bibbia quanto possa esser afono l’agnello, e il grido del Giappone è colmo di interrogativi atterriti: perché le autorità hanno permesso che centrali vecchie quarant’anni sopravvivessero? Perché non hanno previsto che anche dal mare poteva venire il mostro? Perché sono così evasive? Perché proprio Tokyo, che ha già vissuto la sventura e se la porta dentro come assillo, s’è fidata della tecnologia, non è corsa in tempo ai ripari?

Ci sono grandi disastri che hanno quest’effetto: di sconvolgere non solo le vite ma vasti castelli di teorie filosofiche ritenute sicure. L’Europa ha conosciuto ore analoghe: accadde nel terremoto di Lisbona, l’1 novembre 1755, e tutte le teorie si scardinarono. Anche quella fu fenditura d’un mondo: fondato sull’euforia tecnologica, sull’ottimismo, religioso o no. La modernità iniziava, e già inciampava. Ventidue anni prima, Alexander Pope aveva scritto un poema intitolato Saggio sull’Uomo. Il verso ricorrente era: “What ever is, is right”: tutto quel che esiste è bene. Ma ecco che si apre la crepa di Lisbona, sulla liscia pelle del pensare positivo. Voltaire, Kleist, Kant sono turbati e scoprono che non è più possibile consolarsi con Pope e le teodicee di Leibniz. Non è più possibile dire a se stessi, come Pangloss nel Candide di Voltaire: avanziamo “nel migliore dei mondi possibili”.
Cadde anche l’illusione, cara alle chiese, sul dolore salvifico: non esiste una felix culpa, ma un male che ti prende di sorpresa, ingiusto. In presenza del disastro o del crimine sono più opportuni la sapienza di Kleist, le ricerche di Kant sulle origini dei terremoti (Kant è il primo a scoprire la “rabbia del mare”), lo sguardo di Voltaire: “Elementi, animali, umani, tutto è in guerra. Occorre confessarlo: il male è sulla terra”. Ansioso di conforto, Rousseau scrisse incongruenze, in una lettera a Voltaire del 1756: “Non sempre una morte prematura è un male reale (…). Di tanti uomini schiacciati sotto le rovine di Lisbona, parecchi senza dubbio hanno evitato disgrazie più grandi, e (…) non è detto che uno solo di quegli sventurati abbia sofferto più che se, seguendo il corso naturale delle cose, avesse dovuto attendere in lunghe angosce la morte che lo ha colto invece di sorpresa”. Ma anch’egli pone domande che solo l’emozione accende: non è stata edificata male Lisbona, con le sue case alte 6-7 piani? Non è l’uomo il colpevole, più della natura? Candide soffre il terremoto e conclude: “Bisogna coltivare (meglio) il proprio giardino”, dunque la terra, perché questo tocca all’uomo. All’uomo descritto da Kant dopo il 1755: “legno storto”, “mai più grande dell’uomo”.

Il Giappone non ha alle spalle i settecenteschi ottimismi europei. Dopo Hiroshima si è risollevato con non poche rimozioni, ma con traumi indelebili. Cinema e letteratura narrano questi traumi, e una paura niente affatto calma. Su queste ramificazioni del pessimismo s’è rovesciato lo tsunami, e Jonas aiuta più di Voltaire. I giapponesi sapevano già che “il male è sulla terra”, e quel che può soccorrerli è la paura che scoperchia, che scopre. La stessa paura che affiora da decenni, sotto forma di fantasmi, nel suo cinema, nella sua letteratura. In questi giorni guardi la tv, e sembra di vedere la città su cui s’abbatte l’indicibile cataclisma raccontato nel film Kairo, di Kiyoshi Kurosawa: strade e autobus vuoti, fughe verso il nulla, e in cielo, a distanza ravvicinata, un immenso aereo-avvoltoio (nell’Apocalisse griderebbe: “guai! guai!”) che vola verso lo schianto.
Rivedere Kairo fa capire lo squasso mentale nipponico e anche il nostro. Il Giappone ha dietro di sé un’epoca che è stata chiamata Decennio perduto, fra il 1991 e il 2000, e s’è poi prolungata in Decenni perduti. Il film di Kurosawa risale a quegli anni (2001) e non è cinema dell’orrore ma – all’ombra dello tsunami – visione iperrealistica. Kairo vuol dire circuito: ma è un cerchio senza alfa e omega. Il fenomeno narrato da Kurosawa è quello di intere generazioni che si barricano in casa fino a divenire ombre davanti ai computer (le statistiche parlano di almeno un milione di drop-out). Il fenomeno si chiama Hikikomori: è un ritrarsi, confinarsi nella solitudine. Nasce da insicurezze esasperate dalla crisi, dal futuro amputato. Sulle pareti delle case, nel film, si stagliano informi ombre color carbone. Gridano “Aiutami!”, nel momento in cui i giovani morenti lasciano in eredità quest’effigie di sé.

È la silhouette annerita dell’uomo accanto alla scala che apparve impressa su un muro di Hiroshima nel ’45. L’incubo si stende sull’uomo, spaventandolo incessantemente. Viene da lontano, va lontano. Solo spaventandoci unisce il passato al presente; e ci tiene svegli, forse.

La Repubblica 16.03.11

Fiat, sciopero e cortei a Termini. Il governo convoca i sindacati", di Laura Matteucci

Hanno invaso l’autostrada Palermo- Catania per 14 chilometri, bloccato i binari della stazione, paralizzato l’attività del porto. Otto ore di sciopero (unitario Fim, Fiom, Uilm) e manifestazione, ma alla fine perlomeno gli operai Fiat di Termini Imerese hanno ottenuto la convocazione al ministero per lo Sviluppo, il 24 marzo, per discutere i progetti di riconversione dell’area industriale da cui il Lingotto ha deciso di andarsene a fine anno. All’ordine del giorno della riunione del 24, lo stato di avanzamento dell’accordo di programma, nonchè la determinazione delle date per gli incontri con le singole aziende per valutare gli investimenti.
PRIMO TRAGUARDO Per Vincenzo Comella, segretario provinciale della Uilm, «è stato raggiunto un primo traguardo. Adesso attendiamo di conoscere il piano industriale complessivo e che ci venga riconosciuto un ruolo nella gestione di questa fase, a garanzia degli effettivi investimenti e dell’occupazione ». Perchè, come dice il leader della Fiom Maurizio Landini, «servono risposte industriali ed occupazionali certe per tutti i lavoratori dello stabilimento Fiat e dell’indotto e tutti i soggetti interessati debbono fare fino in fondo la loro parte». Nell’ambito del rilancio dell’area industriale di Termini la Regione ha sottoscritto, il 16 febbraio, l’accordo di programma al ministero dello Sviluppo (ma i sindacati non erano stati convocati) che prevede, a fronte di un investimento totale di circa 1 miliardo di euro da parte di privati, una copertura con risorse pubbliche pari a 450 milioni. Di questi circa 350 sono a carico della Regione (150 per le infrastrutture, appunto, e 200 per gli incentivi agli investimenti) e 100 dello Stato. Sono sette le proposte fin qui pervenute al ministero provenienti da aziende disponibili ad insediarsi a Termini Imerese. Un’ottava proposta, giunta oltre i termini, è in fase di valutazione da parte di Invitalia, advisor del Mise. Dei progetti presentati, quello della De Tomaso è certo il più importante, ma«le aziende in pole position sono sette e noi siamo confidenti di insediarle tutte, forse anche qualcuna in più», commenta l’amministratore delegato di Invitalia,Domenico Arcuri. LaDeTomasodi Gian Mario Rossignolo intende continuare con le auto, ma si tratterebbe di assemblare suv di lusso, quindi una produzione limitata e che certo non necessiterebbe degli attuali 2.200 lavoratori di Fiat e dell’indotto. «Nessuna delle sette proposte è all’altezza – dice infatti Roberto Mastrosimone, segretario Fiomdi Palermo – gli operai sono molto preoccupati, non sono affatto sereni. La politica si assuma le proprie responsabilità così come la Fiat che, dopo avere usufruito di ingenti risorse pubbliche, non può scaricarsi di un problema sociale serio». «La Fiat – insiste – non può liquidare la questione mettendo a disposizione la fabbrica per chi vorrà investire: ha una responsabilità sociale». Interviene per la Cgil anche Vincenzo Scudiere, segretario confederale: «Le proteste – dice – dei lavoratori della Fiat in Sicilia, di Portovesme e della Vinyls in Sardegna e nel Veneto, sono la dimostrazione della riesplosione delle contraddizioni di un governo inefficace nella gestione della crisi». Nel frattempo, l’azienda ha comunicato alle Rsu un nuovo ricorso alla cig in aprile, sia a Termini, sia a Mirafiori e a Melfi.

L’Unità 16.03.11

"Per l'energia è un momento di svolta", di Lucia Annunziata

Non solo nucleare. E’ probabile che nel prossimo futuro ci volteremo indietro e guarderemo a questi mesi come alla fine complessiva di una intera epoca energetica. Almeno dal punto di vista dell’opinione pubblica. Va considerato infatti che di disastri ne abbiamo sofferti ben due in questo ultimo anno, e che entrambi hanno seppellito, sotto le loro scorie, la affidabilità delle due più rilevanti energie del nostro sviluppo finora – il nucleare e il petrolio. La esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon che portò al versamento di 4,9 milioni di barili di petrolio nel Golfo del Messico risale a solo undici mesi fa, il 20 aprile del 2010. Comparata alle radiazioni nucleari di oggi la lunga agonia di quel fluire in mare di materia viscosa appare infinitamente meno dannosa, più contenibile, ma la sua memoria e, soprattutto, i suoi effetti sull’ambiente non sono ancora spariti. Se la opzione nucleare appare oggi terrorizzante, l’esplosione della piattaforma della Bp ha segnato nella opinione pubblica un punto di non ritorno anche nella disponibilità ambientale a favore del petrolio. Il perfetto incatenarsi dei due incidenti si fa anche più chiaro se si ricorda che proprio il disastro del Golfo del Messico aveva ridato fiato e credibilità alla opzione nucleare. Il doppio incidente ha già ridotto dunque di molto lo spazio in cui decidere le future politiche energetiche.

Un esempio perfetto dello sbandamento che questi avvenimenti hanno già imposto alle scelte dei governanti ci viene proprio dagli Stati Uniti, che sono, dopo il Giappone, il Paese maggiormente toccato, sia pur in forme diverse, dai disastri di cui parliamo. Ed è una storia che vale forse riprendere dall’inizio perché spesso, almeno finora, si è persa di vista.

Nella agenda di Obama, l’energia è sempre stata seconda solo alla riforma della assistenza medica. Fin dalla campagna elettorale ha promesso agli Usa sicurezza energetica, cioè il progressivo affrancarsi dalla sua massiccia dipendenza petrolifera – obiettivo ambiziosissimo e rivoluzionario per una nazione che negli ultimi 50 anni è stata quasi permanentemente in guerra per assicurarsi certezza di rifornimento. Il progetto obamiano si presenta come molto originale. Contrariamente al suo profilo da sognatore, Obama sul tema energetico non è un ambientalista «puro»: vuole lo sviluppo di energie rinnovabili, ma propone anche un forte «revisionismo» sull’uso di petrolio e nucleare. I suoi primi passi da Presidente sono sorprendenti – riapre la concessione di permessi di estrazione in mare lungo le coste americane, incluse aree considerate intoccabili, chiedendo al Paese di avere fiducia nella tecnologia e chiudere la pagina del grande disastro della Exxon in Alaska. La sfortuna sembra però piagare questo piano. L’annuncio è del 31 marzo, il 20 aprile c’è il Golfo del Messico e i permessi sono sospesi.

Come si ricorderà, Obama sbandò di fronte a quell’incidente, al punto da apparire, e probabilmente essere, in un primo tempo passivo. Nel Golfo del Messico va in fumo infatti un pezzo importante della sua proposta. A fine anno però l’Amministrazione ci riprova. A gennaio 2011 presenta il piano per il rilancio del nucleare. Gli Stati Uniti producono il 20 per cento della loro elettricità con 104 centrali. Dopo l’incidente di Three Mile Island del 1979, non ne sono più state costruite. Obama ne propone 20 nuove, con un investimento di 36 miliardi di dollari, sostenendo che proprio il disastro del Messico prova che è questa la energia più pulita e più rispettosa dell’ambiente. Nel nuovo clima il piano riscuote un ampio consenso di democratici, repubblicani, e di molti gruppi ambientalisti. Anche il New York Times, come ricordava proprio ieri il giornale, dopo tanti anni si schiera con il nucleare. Ed ecco arrivare il Giappone. Obama appare piagato dalla sfortuna. In realtà i suoi alti e bassi sono la perfetta rappresentazione di quanto stretti si siano fatti i margini di manovra per ogni decisione energetica.

Lo spazio appare ancora più ristretto se vi si include l’intreccio di tutte le scelte che ogni governo dovrà fare, ciascuno con le proprie priorità. Ad esempio, Cina e India, le due nazioni che al momento consumano più energia al mondo, e che sono avviate con convinzione e rapidità sulla strada del nucleare. La Cina ha 11 reattori e ne progetta dieci all’anno per i prossimi dieci anni per rispondere al suo consumo elettrico che cresce del 12 per cento l’anno. L’India ha 20 reattori nucleari e progetta di spendere 150 miliardi di dollari per dotarsi di altri dodici. Ma il nucleare gioca un ruolo persino in Medioriente, una regione che proprio perché affogata nel petrolio ben conosce la volatilità di questa materia prima. C’e l’Iran, di cui tutti sappiamo; e ci sono gli Emirati Arabi, che lavorano a 4 centrali. La Giordania, il Kuwait, il Qatar, il Bahrein, hanno allo studio progetti, e la stessa Arabia Saudita vuole una città completamente alimentata dal nucleare. In sintesi, secondo la World Nuclear Association nel mondo si contano 443 reattori nucleari, e dovrebbero raddoppiare in 15 anni. Non sfugge dunque a nessuno che, qualunque sia il futuro italiano, si dovrà tenere conto di un processo di evoluzione che è molto più grande di noi.

La Stampa 16.03.11