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"La scuola, organo centrale della democrazia", di Pippo Frisone

Le manifestazioni nelle cento piazze d’Italia del 12 marzo, a Roma come a Milano, hanno voluto dimostrare a tutti i cittadini che la difesa della Costituzione passa anche dalla difesa della Scuola statale, quella frequentata da oltre il 95% degli italiani. Piero Calamandrei, molto gettonato negli interventi in piazza, addirittura sessant’anni fa, aveva definito la scuola , centrale per la democrazia, come “ un organo costituzionale”.
“Oggi quel concetto non è poi così lontano dalla realtà. Il referendum del 7 ottobre del 2001 sancì, con la modifica del titolo V e la legge costituzionale n.3/01, la costituzionalizzazione dell’autonomia scolastica.
Si riconobbe, nelle materie a legislazione concorrente tra Stato e Regioni, accanto all’istruzione, il valore dell’autonomia delle istituzioni scolastiche (art.117).
Benchè autonomia non autarchica ma solo funzionale, le scuole pur restando enti istituzionali dello Stato, rimarcano, da allora in poi, un’autonomia “ a vocazione specialistica” che opera nel territorio e che ha come interlocutori privilegiati proprio gli enti locali.
Parafrasando Calamandrei , la Scuola, nella Costituzione materiale del nostro Paese è stata e rimane al di sopra degli stessi organi costituzionali, della stessa Camera dei Deputati, del Senato, del Presidente della Repubblica e della Magistratura. Perché? E’ ancora Calamandrei a darci la risposta: “Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue…La scuola organo centrale della democrazia perché serve a risolvere il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente, di quella classe politica che siede in Parlamento…ma anche di quella classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende,che insegnano, che scrivono degli artisti , professionisti, poeti”.
Le scuole, oggi più di ieri , rafforzati con l’autonomia, son tornate ad essere un organo vitale della nostra democrazia, dove si sviluppa il pensiero critico, nel rispetto della diversità delle opinioni.
Ecco spiegato il perché dell’attacco berlusconiano alla scuola statale, alla scuola di tutti e aperta a tutti!
Colpendo la scuola statale, Berlusconi tenta d’indebolire il dettato costituzionale che assegna alla Repubblica il primato sull’istruzione , facendole perdere quella funzione “di creare il sangue“, di essere linfa vitale d’una società democratica, per privilegiare, invece, le scuole private, vere e proprie “scuole di partito”, per dirla ancora una volta con Calamandrei.
Il taglio delle risorse finanziare e degli organici alla scuola statale in misura massiccia, come è avvenuto nell’ultimo triennio 09/12, (-8 mld.di euro, pari ai 135 mila posti tagliati) ha come obiettivo quello di dissanguare la scuola statale, di svuotarla, d’impoverirla, di non farla più funzionare a dovere.
Nel disegno berlusconiano sia la Scuola statale sia la Magistratura, andavano puniti e ridimensionati perché troppo autonomi e indipendenti . Stesso destino riservato alle Università, agli Enti di ricerca, alla cultura, al cinema, al teatro.
Sta prendendo corpo, a distanza di 30 anni, un disegno restauratore e autoritario del nostro sistema politico, tanto caro alla P2 di Licio Gelli.
Ecco perché difendere la Scuola statale, come è successo ieri nelle piazze italiane, significa difendere la Costituzione e la stessa democrazia del nostro Paese.
Oggi il pericolo è reale. Tutti i cittadini sono chiamati, come non mai, a vigilare ma soprattutto a reagire.
Altrimenti lo tzunami Berlusconi, non incontrando ostacoli in una società civile sempre più narcotizzata, rischia di travolgerci tutti . Per fortuna i segnali di risveglio non mancano.
Dopo il 13 febbraio, le manifestazioni del 12 marzo hanno riempito d’indignazione le piazze d’Italia.
E’ un buon segno anche se la primavera ancora tarda ad arrivare.

da ScuolaOggi 15.03.11

La vendetta del governo contro la scuola statale Di cosa parla il Ministro dell’Istruzione a “Che tempo che fa”?, di Attilio Paparazzo

Di cosa parla il Ministro dell’Istruzione a “Che tempo che fa”? A parole, e senza contraddittorio, difende la scuola pubblica, dichiara che con le sperimentazioni sulla premialità i lavoratori avranno bonus da 7000 euro, lamenta la proletarizzazione dei lavoratori della scuola, li gratifica con la promessa restituzione degli scatti di anzianità che la legge 122/2011 ha tagliato.
Ma di quale realtà parla il Ministro? È possibile che sia talmente distante dalla scuola che dovrebbe governare da non conoscere le conseguenze delle azioni che ha condiviso col suo governo?
Lei nei fatti diffama il personale docente e ATA, giustifica le scandalose affermazioni del Presidente del Consiglio contro gli insegnanti e la scuola statale, da tre anni somministra purghe pesantissime contro la scuola che funziona, contro le richieste e le attese delle famiglie.

Cosa dobbiamo ancora aspettarci per il prossimo anno scolastico?

In Lombardia, come nel resto del paese, solo lacrime e sangue, ancora tagli che si aggiungeranno a
quelli decisi nel 2008: 100.000 sono in parte già andati, ne mancavano ancora 35.000 circa per
restare negli obiettivi del governo. Lei, il Ministro, non licenzia nessuno?

Eccolo qui sotto il contributo che pagherà la Lombardia nel 2011 (dati provvisori del MIUR)

tabella

Complessivamente nel paese verranno a mancare altri 19.700 docenti e 14.500 ATA.

Ma la Lombardia ha 3 problemi in più:

1) un incremento della popolazione studentesca in controtendenza con il dato nazionale, ragion per cui il taglio effettivo è di gran lunga superiore a quello dichiarato;

2) un governo regionale totalmente disinteressato alla difesa della scuola statale, infatti superfinanzia con 51 milioni di euro la scuola privata;

3) un direttore scolastico regionale totalmente subalterno a Gelmini, esecutore materiale delle
incursioni sul Tempo Pieno.
A Milano si realizzeranno poi quelle vere e proprie vendette contro la nostra scuola che abbiamo già conosciuto lo scorso anno.
Gli uomini della Gelmini si preparano, infatti, ad assestare alla scuola milanese un taglio più che
proporzionale, senza tener conto dei modelli didattici, del tempo scuola, delle richieste delle
famiglie. Queste scelte, pesantemente discriminanti, sono del tutto ignorate da Moratti, Podestà e
Formigoni, sindaco e governatori per lor signori, non certo per le famiglie milanesi che hanno diritto a una buona scuola per i propri figli, non al CEPU.
In questo contesto, infine, va letta la recente promozione, “per merito”, del nuovo Provveditore
milanese. Il dott. Petralia, già capogruppo di Forza Italia nel consiglio comunale di Bergamo, s’è già
fatto capire: i dirigenti scolastici si guardino bene ad assecondare le richieste delle famiglie, taglino
a monte, scoraggino le aspettative. Petralia fa il suo mestiere, altrimenti perché lo avrebbero scelto?

da ScuolaOggi 15.03.11

Bersani: Berlusconi è al tramonto, noi siamo il futuro. Oltre lui il risveglio italiano

Il Segretario Pd conclude la Scuola di politica del PD Veneto e annuncia: il 17 marzo saremo per la prima volta all’Altare della Patria. “Fare attenzione al doppio populismo Lega-Pdl: cocktail pericolosissimo”. Il PD sia il Partito di patrioti e riformatori, il 17 marzo saremo per la prima volta all’Altare della Patria. Giustizia: dialogo fumoso, meglio il ‘toscano’. Doppio populismo Lega-Pdl cocktail pericolosissimo. No a ‘santa alleanza’ ma progetto di responsabilità.
Domenica 13 marzo, Pier Luigi Bersani ha concluso i lavori della Scuola veneta di Politica 2011 ad Abano Terme (Padova). Durante l’incontro, dal titolo: “Le parole della Repubblica”, il Segretario nazionale del PD ha discusso con i giovani partecipanti toccando tutti gli argomenti di politica nazionale ed internazionale che interessano in questo momento l’Italia, dando molto risalto all’importanza della celebrazione dei 150 anni di Unità di Italia, che il Partito Democratico ed il Paese si appresta a celebrare il prossimo 17 marzo. Tanti i temi trattati: catastrofe in Giappone, energie rinnovabili, riforma della giustizia, Costituzione e ovviamente Italia 150.

Bersani ha rivolto immediatamente l’attenzione al dramma che in questi giorni sta colpendo il Giappone, in particolar modo agli uomini che stanno tenendo sotto controllo le centrali nucleari. “In questo momento rivolgo un pensiero a quegli eroi in Oriente –ha detto commosso – che stanno cercando di contenere i danni e di mettere sotto controllo le centrali. Quanto a noi siamo stati, siamo e saremo contro il piano nucleare del governo”. Sullo stop agli incentivi alle energie rinnovabili, effettuato dal governo, Bersani ha replicato: “Quella è un’apocalisse dal punto di vista della prospettiva delle imprese, di famiglie che stavano allestendo i loro impianti, dal punto di vista dello sviluppo di un settore che sta dando occupazione”.

Sempre in riferimento al piano energetico complessivo, Bersani ha invitato ”da subito, a correggere il decreto sulle rinnovabili, a realizzare un meccanismo come quello che il Partito Democratico ha proposto, di risagomatura delle incentivazioni, ma con un orizzonte di certezza e stabilità. Altrimenti – ha detto – le banche non danno i soldi, le imprese mettono in cassa integrazione, le famiglie si trovano con gli interventi a metà, come sta succedendo ora in Italia”. Per Bersani, ”questa destra parla sempre di mercato ma non sa come funziona, fermando e lasciando nell’incertezza un intero settore economico. Qui nel Veneto si sa bene di che cosa parliamo – ha concluso – quando Calderoli sente nominare il sole, pensa che si parli di sud, invece le imprese delle rinnovabili sono quasi tutte al nord: sarà meglio capiscano un po’ come è fatta questa Italia. Vedo pericolosamente il ministro del Tesoro Tremonti fare calcoli sulla situazione sociale ed economica del Paese, distinguendo tra Nord e Sud. Invece noi -ha detto Bersani- siamo una economia intrecciata e quando il Sud si avvicina al Nord questo si avvicina all’Europa. Mentre quando il Sud si allontana dal Nord il nord si allontana dall’Europa”.

E in particolare sulla piaga della disoccupazione giovanile in Italia, ha spiegato: “In dieci anni ci siamo spostati in basso rispetto ai nostri partner di riferimento. Nella crisi però siamo arretrati più di altri e adesso stiamo risalendo meno. Il problema -ha ribadito Bersani- è dare una prospettiva di buona occupazione alle nuove generazioni: serve quindi un pacchetto di riforme, anche scomode”.

Sulla riforma della giustizia proposta dal governo, Bersani ha osservato che “se ne parla tutti i giorni, ma la giustizia è ancora ferma al palo. I cittadini non hanno visto un minimo cambiamento e nessuna riforma in campo sociale ed economico, in una situazione di crisi così seria. Il Presidente Silvio Berlusconi cerca sempre lo scontro per mettersi al centro del ring e non stare all’angolo – ha detto Bersani -. Scontro con l’opposizione, con i magistrati, con i giudici, con la Costituzione, la Corte costituzionale, ma questo Paese non ha più bisogno di ring ma di riforme e sono dieci anni che Berlusconi governa, ma noi di riforme non ne abbiamo”.

Bersani poi, commentando la pseudo proposta del premier, di aprire ad un dialogo sulla giustizia ha risposto: “Sento parlare di dialogo ma dialogo è una parola fumosa. Se devo fumare, fumo il Toscano. Non siamo d’accordo con i contenuti di questa riforma per un motivo molto semplice: porta in mano della maggioranza e del Governo un pezzo essenziale dell’esercizio della Giustizia. In più non siamo d’accordo nel tirare una palla nel vuoto per due anni e mezzo mentre la Giustizia per i cittadini soffre ed ha bisogno di riforme concrete”. Per Bersani in sostanza è necessario “intervenire sulla giustizia civile, l’organizzazione giudiziaria, la durata dei processi per i cittadini, il codice penale da riformare, le stesse responsabilità dei magistrati, tutte cose sulle quali abbiamo proposte che sono in Parlamento, se si vuol discutere il Partito Democratico è li”.

Spiegando il progetto del Pd il Segretario ha sottolineato: “Noi siamo un Partito di governo, siamo temporaneamente all’opposizione. Io credo che Berlusconi sia al suo tramonto. Purtroppo un tramonto pericoloso perché oggi come oggi non riusciamo ad affrontare nessuno dei problemi di questo Paese e vediamo picconate anche nei presidi democratici. Noi non stiamo lavorando solo contro, ma stiamo lavorando ‘oltre’: stiamo lavorando per un risveglio dell’Italia. Per noi si tratta di fare opposizione ma anche di costruire un progetto per il futuro. Il futuro siamo noi non lui”. Quindi guardare oltre Berlusconi, in una ‘proposta larga’ tesa ad una fase ricostruttiva: questa è la strategia. “Il PD, tra tutte le opposizioni, ha la responsabilità di un progetto in questo Paese: non ho in mente alcuna ‘Santa Alleanza’ -ha detto Bersani alla platea-. Il progetto si rivolge largamente a tutti i soggetti che sono interessati. Serve darsi la mano rivolgendosi a tutte le forze dirompenti, a cominciare dai movimenti: nel rispetto reciproco di ciascun ruolo. I cittadini di buonsenso hanno capito che è ora di mettersi assieme anche con gente che non collima del tutto, per mandare a casa questo governo. Il sistema dei Partiti non funziona senza un rapporto con i movimenti, poi ci sono le forze politiche di centrosinistra, c’è l’incontro tra chi si definisce moderato e i progressisti. Siamo radicalmente italiani in un Paese che in ogni piazza ha una fontana, una campana, un mercato, il nostro pretende di essere un grande Partito nazionale che ha fiducia nel futuro”.

E durante il suo intervento ci ha tenuto a chiarire che tra Pd e Lega non c’è “nessun avvicinamento, semmai una sfida perché prima o poi questo micidiale cocktail tra populismi leghista e berlusconiano dovrà scollegarsi. Si tratta di due tipi di populismo che non collimano. Siamo gli unici in Europa dove tutti i tipi di populismo sono al governo: bisogna che uno di questi vada fuori perchè altrimenti ci sono dei rischi”. Per esemplificare Bersani ha ricordato come “molti ex colleghi furono affascinati dalla Lega che gridava contro Roma ladrona, dalla Lega di Mani pulite, dalla Lega pulita ma, diciamolo, la Lega oggi ha votato le leggi della cricca”. Bersani ha sottolineato che “dobbiamo dirgliela secca, in modo che la loro gente possa capirlo: la questione è il rapporto tra la Lega e il ‘miliardario’ (Berlusconi), quelli della Lega ne sono complici e azionisti di riferimento e quindi anche loro hanno delle responsabilità. Se non ci fossero loro, non ci sarebbe lui – ha dichiarato – inutile dare tutta la colpa a Berlusconi”.

Il Segretario democratico infine, a margine della conclusione della Scuola di politica del PD, ha fatto un annuncio: “Il 17 marzo per la prima volta un Partito, il Partito Democratico, andrà all’Altare della Patria: è il nostro omaggio al nostro Paese. Esporremo le bandiere italiane e ci ricorderemo, lo voglio dire anche ai miei – ha aggiunto Bersani con soddisfazione – che la parola patriota è sempre stata legata ai ribelli, ai riformatori, mai legata ai conservatori, e quindi voglio che il Partito Democratico sia un Partito di patrioti, di autonomisti veri e di riformatori”.

Bersani, esibendo una coccarda tricolore sul risvolto della giacca è poi tornato a parlare di Costituzione e di valori del Paese.”La buona ragione del Pd, per i festeggiamenti dell’Unità e per andare avanti con la proposta politica, si chiama Italia. Un’Italia diversa da quella che vediamo – ha proseguito – credo che possa riprendere la sua strada nella democrazia, nella Costituzione che è la più bella del mondo. Per una società più giusta che riesca a crescere un po’ e dare lavoro ai nostri giovani. Questo è in sintesi – ha concluso – la nostra missione”.

Anto.Pro.

Giustizia: ecco la proposta del partito democratico

Interventi sui tempi dei processi e garanzie. L’indipendenza della magistratura garantita da norme costituzionali ma basata anche su prestigio e autonomia. Il programma fondamentale del Partito Democratico per la Giustizia si chiama Costituzione repubblicana.
La nostra idea di riforme ha come obbiettivo la piena attuazione del modello di giurisdizione e del sistema di garanzie contenuti nella nostra Carta fondamentale. Le nostre proposte riformatrici mirano a realizzare pienamente l’ uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Per questo non possono restare mere disposizioni non solo l’art. 3, ma anche l’insieme delle norme costituzionali che regolano il funzionamento della giustizia: la presunzione di non colpevolezza sino a condanna definitiva, il diritto alla ragionevole durata del processo, il diritto alla difesa garantito anche ai non abbienti, la finalità riabilitativa della pena.

Attuare la Costituzione significa prima di tutto rimuovere le vere emergenze che caratterizzano il servizio giustizia e che impediscono l’esercizio di diritti fondamentali, significa garantire un giusto processo che per tempi e modalità riduca il rischio di discriminazioni originate da differenze sociali, di razza o di sesso, sia per chi è imputato, sia per chi fa valere un suo diritto o è parte offesa o vittima di un reato. Per questo, infine è necessario adeguare l’ordinamento in modo funzionale al pieno perseguimento di questi obbiettivi,anche valorizzando e qualificando l’attività e la professionalità di tutti gli operatori del servizio giustizia.

1. LE EMERGENZE A) La giustizia civile Va affrontata quella vera e propria ipoteca sulla competitività rappresentata dal cattivo funzionamento della giustizia civile, che è causa dell’inadeguata tutela del credito, della difficoltà ad investire nel nostro paese, dell’incertezza dei rapporti tra privati, del protrarsi di conflitti familiari, talvolta drammatici.

Le cause civili attualmente pendenti sono più di 5 milioni (con una crescita media annua del 7,5 per cento).

Per avere giustizia oggi un cittadino attende anche fino a sette anni e mezzo e, una volta giunta la sentenza, questa risulta spesso priva di qualsiasi effetto positivo per chi intendeva far valere un proprio diritto.

B) L’organizzazione L’efficienza del sistema giudiziario presuppone necessariamente un’efficace distribuzione sul territorio nazionale degli uffici giudiziari e l’adeguatezza della loro struttura dimensionale. Per questo la revisione della geografia giudiziaria da un lato e delle dimensioni degli uffici giudiziari dall’altro, rappresenta una priorità da perseguire. Allo stesso tempo si dovrà procedere verso l’incremento delle risorse strumentali e umane, attualmente del tutto insufficienti e sproporzionate rispetto ai carichi di lavoro degli uffici, e verso la completa ed effettiva informatizzazione (e telematizzazione) del procedimento. E’ necessario incentivare la gestione manageriale degli Uffici giudiziari, anche affiancando al magistrato dirigente giudiziario la figura del manager dell’Ufficio Giudiziario, con autonome e precise responsabilità.

C) Il carcere La situazione nelle carceri italiane è drammatica per il sovraffollamento, per la carenza di personale di sorveglianza e per l’insufficienza di personale. Questa situazione porta al numero incredibile di suicidi e vanifica completamente la previsione costituzionale della finalità rieducativa della pena. E’ necessario ampliare la tipologia delle misure alternative alla pena detentiva in favore di quelle volti al reinserimento sociale. Per fare ciò non si può prescindere dall’adeguare le piante organiche riferite al personale di Polizia penitenziaria e alle figure degli educatori, degli assistenti sociali e degli psicologi. Crediamo debbano essere riviste anche le norme sulla custodia precautelare e sulla custodia cautelare in carcere limitandola a criteri più stringenti per il suo utilizzo, anche al fine di eliminare quei meccanismi che concorrono al sovraffollamento con detenzioni in attesa di giudizio. Per garantire il rispetto della dignità dei detenuti proponiamo l’istituzione a livello nazionale del Garante dei diritti dei detenuti. Infine, chiediamo l’introduzione del reato di tortura nel codice penale.

2. I TEMPI DEL PROCESSO PENALE E LE GARANZIE Garantire una giustizia efficiente ed equa al servizio dei cittadini significa intervenire sui tempi della giustizia.

Per questo proponiamo di modificare alcuni aspetti del processo penale che si presentano come non funzionali e farraginosi.

A)Semplificazione del regime delle notifiche tenendo conto della recente introduzione delle modalità di notifica tramite posta elettronica certificata. ampliare l’utilizzo della polizia giudiziaria territorialmente competente in sostituzione degli ufficiali giudiziari, nei casi di assoluta urgenza e nei casi di notifica di atti di indagine o provvedimenti che la stessa polizia giudiziaria è delegata a compiere o è tenuta ad eseguire. L’utilizzo della posta certificata in via ordinaria, consente un evidente risparmio di tempo e di risorse e al tempo stesso evita di dover inutilmente comprimere le garanzie legate all’effettivo esercizio del diritto di difesa.

B)Semplificazione del sistema delle nullità processuali. Prevedere uno sbarramento generalizzato per la loro proposizione.

C) Modificazione del regime della contumacia I processi conclusi a carico di imputati di fatto irreperibili, dichiarati contumaci, rischiano di essere processi che rimangono sulla carta, mentre qualora l’imputato venga successivamente reperito il processo deve essere quasi sempre celebrato di nuovo. Sospendere il processo (e il corso della prescrizione) una volta accertata l’irreperibilità di fatto è una misura utile per razionalizzare e ridurre il carico dei procedimenti.

D) Riordino della disciplina dell’udienza preliminare Riformare la disciplina dell’udienza preliminare in modo da sfruttare appieno la sua potenzialità quale momento di preparazione del futuro giudizio.

E) Rivisitazione del sistema delle impugnazioni. Riduzione dei casi di ammissibilità e proponibilità del ricorso alla Suprema Corte di Cassazione. Alcune attribuzioni della Corte di Cassazione, quale giudice dell’impugnazione su provvedimenti in cui l’esame di legittimità non può essere prevalente, devono essere trasferite alle corti di appello.

F) Riduzione del carico di lavoro che grava sugli uffici inquirenti mediante la diminuzione del cosiddetto “Flusso in entrata”. Per mantenere fermo il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, garanzia di eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, a fronte di un carico di procedimenti penali che non ha pari con gli altri paesi europei con i quali normalmente ci paragoniamo, occorre confrontarsi con soluzioni che mirano a darle la necessaria effettività, introducendo moduli di flessibilità del suo concreto operare. In questo senso vanno quelle proposte che prospettano la richiesta di archiviazione per “Irrilevanza penale del fatto” o “particolare tenuità dell’offesa” allorquando, pur sussistendo astrattamente la fattispecie di reato, il fatto non rivesta in concreto ad una prima delibazione la necessaria offensività per giustificare l’impiego della costosa risorsa del processo.

G) L’obbligatorietà dell’azione penale L’obbligatorietà dell’azione penale va rafforzata, resa effettiva e trasparente per garantire l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Oggi l’elevatissimo numero di procedimenti non consente alle procure di perseguire con la stessa tempistica tutti i fatti penalmente rilevanti. Per questo devono essere individuate delle priorità che non siano rimesse al singolo magistrato ma bensì siano ricondotte al potere generale di programmazione dell’attività dell’ufficio. Per questo sosteniamo i contenuti di una nostra proposta di legge che mira a procedimentalizzare l’esercizio di questo potere, all’individuazione delle scelte di priorità nell’esercizio dell’azione penale secondo un modello partecipato, che tenendo conto delle risorse disponibili preveda il coinvolgimento di una serie di soggetti qualificati sul territorio.

3. L’INDIPENDENZA ED ORGANIZZAZIONE DELL’ORDINE GIUDIZIARIO L’indipendenza e l’autonomia della magistratura, valori qualificanti in quanto garanzia per i cittadini di eguaglianza, non si poggiano soltanto sulla norma costituzionale che le prevede, si fondano anche sul prestigio di cui l’ordine giudiziario gode. Per questo vanno individuate le procedure per l’esercizio dell’autogoverno più idonee a realizzare l’impiego dei magistrati secondo criteri ispirati al merito e alla trasparenza. Negli ultimi decenni il Consiglio Superiore della Magistratura, organo di autogoverno della magistratura ordinaria e garante dell’autonoma e dell’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato, è stato più volte oggetto di interventi legislativi l’ultimo dei quali, la legge n. 44 del 2002, è stato certamente quello che ha prodotto gli effetti più negativi. La riduzione del numero dei membri elettivi e la riforma del sistema elettorale della componente togata hanno avuto una non indifferente influenza sull’attività del Consiglio, specie per quella disciplinare. La deleteria logica correntizia nelle decisioni assunte non è stata affatto attenuata né il minor numero dei componenti ha reso più efficace il compito degli eletti.

E’ quindi necessario, dopo l’imminente rinnovo, da realizzarsi, visti i tempi stretti, con la legislazione vigente, un nuovo intervento del Parlamento affinché il CSM possa esprimere con pienezza di poteri il suo ruolo di organo di rilievo costituzionale. Un nuovo sistema elettorale deve avere come obiettivo l’attenuazione dell’influenza delle correnti nelle designazioni dei posti messi a concorso. Egualmente importante è ampliare il numero degli eletti non solo perché i magistrati, togati e non, sono ormai giunti a quasi ventimila, ma soprattutto per rendere più efficace ed utile il lavoro delle commissioni.

In particolare deve essere rafforzata la Sezione disciplinare che ha cognizione dei procedimenti a carico dei magistrati ordinari.

Dopo la riforma dell’ordinamento giudiziario che ha tipizzato le diverse fattispecie di illeciti di natura deontologica e ha riformato le regole del procedimento è assolutamente indispensabile che l’organo con funzioni decisorie abbia una maggiore ampiezza per far fronte a tutti gli esposti che ad esso sono presentati.

L’esercizio dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati – nel quadro dell’attuale assetto costituzionale e salvo una valutazione più complessiva per la quale si rinvia al lavoro del Forum sulle riforme – deve essere regolato attraverso procedure che garantiscano una più netta separazione, pur sempre in seno al Csm, delle funzioni amministrative da quelle giudicanti. In tal senso è ipotizzabile una sezione separata del Consiglio Superiore per l’esercizio dell’azione disciplinare. La legge 44/2002 ha ridotto il numero dei membri effettivi della sezione disciplinare da 9 a 6 e si è così inevitabilmente attenuata la capacità di controllo del Consiglio sulle condotte deontologicamente scorrette dei magistrati. L’esigenza di rafforzare la sezione disciplinare non risponde solo all’esigenza di rendere più rigoroso e penetrante il controllo sulla professionalità dei magistrati ma è anche lo strumento perché i cittadini tornino ad esprimere il loro apprezzamento per l’affidabilità dell’ordine giudiziario. E’ necessario definire una normativa che affronti il tema dell’incandidabilità dei magistrati nelle istituzioni elettive secondo le recenti indicazioni del Csm in proposito, estendendo alle elezioni regionali ed europee quanto già previsto per le elezioni politiche.

E’ necessario favorire la specializzazione dei magistrati, in particolare nel settore dei diritti fondamentali (famiglie e minori, diritti della persona, libertà personale, espulsioni). Ed in particolare la specializzazione delle sezioni per le tematiche economiche. Occorre avviare una riflessione sulle giurisdizioni contabile e amministrativa, per assicurare maggiore trasparenza nell’operato della Pubblica Amministrazione e maggiori garanzie di tutela dei diritti soggettivi del cittadino e quelli della collettività, nel quadro di un sempre più forte indirizzo all’unitarietà della giurisdizione ed alla valorizzazione delle attività specializzate.

Infine si dovrà porre rimedio alle riforme deleterie del governo in materia di depotenziamento degli strumenti di indagine (intercettazioni), che impediscono un serio contrasto alla lotta alla corruzione e al crimine organizzato, senza tutelare la riservatezza e senza garantire ai cittadini il diritto all’informazione.

Su questi punti intendiamo promuovere il più ampio confronto con tutti gli operatori del diritto, a partire dalla rappresentanza della magistratura, che consenta un adeguato monitoraggio sull’efficacia delle modifiche introdotte recentemente nell’ordinamento.

www.partitodemocratico.it

"Il rebus dei fondi per la cassa in deroga", di Francesca Barbieri

Il miliardo che il governo ha stanziato nella legge di stabilità per rifinanziare gli ammortizzatori nel 2011 è “sospeso”, in attesa dell’assegnazione ai governatori. Il motivo? Nella partita sulla riforma del federalismo, alle regioni è chiesto di investire risorse sulle politiche attive per i cassintegrati, mentre lo Stato si impegna a trasferire fondi per il trasporto pubblico locale. Uno scambio di “oneri” che fatica a trovare un punto d’incontro.

«È chiaro che c’è un ritardo – commenta Vasco Errani, presidente della Conferenza dei governatori -, ma le regioni sono pronte a rispettare gli impegni. Auspichiamo di firmare il nuovo accordo quadro nel giro di poche settimane e dare così il via libera alle risorse, a patto però che ciascuno faccia la sua parte».

Sullo sfondo della contesa il ritorno di fiamma della cassa integrazione, che proprio sulle deroghe ha registrato il maggiore aumento a febbraio rispetto a gennaio (+23%, si veda l’articolo sotto). Insieme a un dato di fatto: rispetto agli otto miliardi del biennio 2009/2010, quest’anno ci sarà comunque un taglio di risorse, anche considerando l’eredità del passato stimata in 500 milioni. Basteranno i fondi a soddisfare le richieste delle imprese per tutto l’anno? Dal ministero del Lavoro assicurano che «la copertura per il 2011 sarà garantita: stiamo calcolando i residui, alla luce dell’effettivo utilizzo delle ore di cassa integrazione nel 2010». Il 48% del totale autorizzato, secondo i dati diffusi venerdì scorso dall’Inps «segno che le risorse sono sufficienti a coprire le esigenze reali delle imprese».

Ma tra i sindacati cresce la preoccupazione. «Bisogna essere preparati a fronteggiare la coda velenosa della crisi – commenta Vincenzo Scudiere, segretario confederale Cgil -: a oggi non sappiamo quante saranno le risorse e da dove verranno attinte». Gli fa eco Guglielmo Loy, segretario confederale Uil: «Il rischio di rimanere senza fondi è reale se non si supera al più presto la fase d’impasse. Al terzo anno di crisi bisognerà anche rimodulare gli interventi, con più politiche attive e incentivi alle imprese che creano occupazione».

Più fiducioso Giorgio Santini, segretario generale aggiunto della Cisl: «I tasselli da incastrare sono ancora tanti, ma se Regioni e Stato remano nella stessa direzione e non ci sono nuove impennate della crisi i fondi dovrebbero bastare».

In attesa di una nuova iniezione di risorse, la maggior parte delle Regioni ha siglato accordi transitori con le parti sociali per garantire continuità al paracadute della Cig in deroga in questi primi mesi dell’anno, utilizzando i fondi risparmiati negli scorsi anni.

Ha provato a fare un passo avanti la Lombardia, dove è stato firmato a fine febbraio l’accordo quadro: i nuovi criteri, in vigore da aprile, prevedono un legame più stretto tra sussidio passivo e politiche attive e il ricorso ai fondi interprofessionali come fonte di finanziamento. Al patto però manca la firma di Confindustria che rileva un aggravio di obblighi e oneri per le imprese rendendo più rigido l’accesso allo strumento.

Nel carnet di nodi da sciogliere non può mancare, infine, la questione delle politiche attive. L’offerta di percorsi di riqualificazione attivata dalle Regioni appare, sulla carta, ampia e articolata: voucher formativi, borse lavoro, tirocini. Ma spesso gli interventi si fermano a un semplice colloquio al centro per l’impiego, in un contesto di «estrema eterogeneità delle risposte dei territori ai bisogni dei lavoratori» evidenzia il rapporto sulle misure anti-crisi realizzato da Isfol e Italia Lavoro. «La sfida per quest’anno – conclude Santini – sarà monitorare gli effetti delle politiche attive, l’unico modo per evitare sprechi di risorse e costruire un’offerta formativa efficace, che vada oltre i generici corsi di informatica e inglese».

Il Sole 24 Ore 15.03.11

"I cattolici tedeschi e il biotestamento", di Adriano Prosperi

È così difficile ragionare sulle cose italiane. E, più che difficile, sembra quasi un lusso parlare della diatriba sulla legge del «fine vita» sullo sfondo di una cronaca del mondo dove la violenza della natura e quella degli uomini falciano vite senza regola e senza leggi. Eppure bisogna tentare di farlo, almeno per reagire all´uso strumentale di questo progetto di legge e al clima che si è voluto creare intorno ad esso. Si va rapidamente all´approvazione di norme sul testamento biologico in un clima di crociata che il governo attuale ha fortemente voluto e sul quale conta per far passare inosservate le prove processuali che attendono il premier. In questo clima la stampa cattolica ha messo la sordina a qualunque critica e si è schierata dietro la bandiera della «indisponibilità della vita». Monsignor Luigi Negri vescovo di San Marino ha chiamato a raccolta per la difesa di «principi non negoziabili». E questa sembra la parola d´ordine più diffusa, anche se un altro vescovo, Luigi Bettazzi, ha ricordato al confratello che il dovere di tutelare la vita si esprime soprattutto con l´aiuto a tutte le vite minacciate: da quelle degli immigrati in fuga dalla miseria insopportabile e dalla persecuzione politica (il lettore pensa a Gheddafi e al supporto italiano al suo regime) a quelle dei bambini che non nascono perché non ci sono da noi leggi come quelle della «laica» Francia che incoraggiano il matrimonio e la procreazione; e fino a quelle dei giovani senza lavoro condannati alla disperazione. E che dire di quella idolatria del danaro e del successo che porta le famiglie a incoraggiare le ragazze di casa a vendersi ad alto prezzo? Ma sullo sfondo di questi garbati dissensi resta l´ombra di un pericolo contro il quale il fronte cattolico appare compatto: l´eutanasia.
Ora, poiché per i malati terminali non ci sarà la possibilità di quel turismo sanitario praticato da chi ha voluto avere figli sfuggendo alle forche della legge 40 sulla fecondazione assistita, sarebbe bene confrontare il caso italiano con quello della Germania. Come ha raccontato Marlis Ingemney in un articolo molto preciso e informato uscito su Micromega on-line, qui le Chiese cristiane tutte, inclusa quella cattolica, hanno dedicato assidue riflessioni alla questione. Nel 1975 avevano pubblicato un opuscolo per i fedeli molto preciso e dettagliato. Lo hanno ripreso e rielaborato con un lavoro durato diciannove mesi dopo che il Bundestag ha approvato nel giugno 2009 la legge sulle «disposizioni del paziente». La legge tedesca parla di «diritto alla vita» e non della vita come dovere, come obbligo; e impone il rispetto delle disposizioni date dai singoli nel quadro della intangibile dignità dell´uomo come individuo, affidando al potere statale solo l´obbligo di difendere la vita individuale se minacciata dall´intervento di terzi. Di questa legge le Chiese nel loro documento hanno criticato lo squilibrio tra il rispetto dell´autodeterminazione e la mancanza di una concreta presa in carico del paziente, chiedendo una assistenza alle persone capace di perfezionare e rendere effettiva quella autonomia dei singoli. Ma intanto già nel documento del 1975 il Consiglio permanente delle Chiese aveva riconosciuto il diritto di ognuno a una morte dignitosa e da qui aveva dedotto che fosse «eticamente ammissibile» rinunciare a interventi e trattamenti sanitari straordinari per prolungare artificialmente una vita senza speranza. «La morale non richiede terapie a ogni costo»: questa frase introdotta nel testo tedesco del 1992 del Catechismo post-conciliare cattolico segnò già allora la via che si voleva battere. Oggi che la nuova normativa riconosce il diritto individuale a rifiutare anche i trattamenti medici salvavita, le Chiese non contestano quel diritto, anzi lo riconoscono ammettendo esplicitamente la possibilità di una «eutanasia passiva» o «indiretta». Si limitano a chiedere ai fedeli di avvalersene solo quando ci si trovi nello stadio terminale di una malattia incurabile. In un modulo allegato al testo il lettore può barrare precise caselle per richiedere per esempio che solo col consenso del paziente o dei suoi fiduciari si possa procedere alla nutrizione e idratazione artificiale o alla somministrazione di farmaci che possano alleviare i dolori anche se c´è il rischio di abbreviare così la vita del moribondo.
Ma il punto più interessante per i lettori italiani ossessionati dal battage indegno di nuovo orchestrato intorno al caso Englaro è quello che riguarda non la persona di cui sia imminente o prevedibile la morte, ma la persona che versa in stato vegetativo persistente. Chi vorrà dare indicazioni per l´ipotesi di trovarsi un giorno nella condizione angosciosa di tale stato, potrà farlo anche secondo i vescovi tedeschi, che hanno finito con l´accordarsi sostanzialmente con gli evangelici su questo delicatissimo punto. Nel modulo allegato al testo si può barrare una casella che chiede la cessazione di tutti i trattamenti salvavita inclusa la nutrizione artificiale per chi, caduto nello stato vegetativo, vi permanesse per un lungo periodo (per esempio un anno) o fosse minacciato da una malattia intercorrente acuta.
Perché queste differenze tra Chiesa cattolica tedesca e Chiesa cattolica italiana? Perché ciò che è tranquillamente ammesso in un paese è severamente vietato nell´altro? Bene, il caso non è nuovo. Già secoli fa, ai tedeschi rimasti cattolici la Chiesa di Roma riserbò su molte questioni un trattamento diverso rispetto a quelli italiani: se ne potrebbe dare un lungo elenco. Ma a questa differenza che ebbe le sue evidenti ragioni tattiche nella necessità di fronteggiare la sfida della Riforma protestante si sono aggiunti nel corso dei secoli motivi legati al regime di dialogo tra confessioni e fedi diverse. La libertà di coscienza ha dato vita a un confronto che ha coinvolto i rapporti tra Chiese e stato, tra l´ordinamento laico e l´esperienza di lunga durata dell´ordinamento ecclesiastico. Da qui la serietà di una riflessione attenta e partecipe sugli imprevisti che possono minacciare la dignità della vita individuale e la volontà di dimostrare coi fatti la capacità del corpo ecclesiastico di contribuire concretamente alla tutela della dignità dell´essere umano. Visto dall´Italia vaticana, questo paesaggio sembra molto lontano. E forse alla fine quell´Inferno che un papa tedesco ha cominciato a mettere in discussione finirà col restare aperto solo per gli italiani.

La Repubblica 15.03.11

Scuola, Pd: Gelmini esclude disabili da giochi sportivi studenteschi, gravissimo

Ghizzoni, presentata interrogazione parlamentare per fare luce su vicenda. “L’esclusione dei ragazzi disabili dalle finali dei giochi sportivi studenteschi è gravissima e in netto contrasto con le norme di legge sull’integrazione scolastica, che da sempre costituisce un punto di forza del nostro sistema educativo”. Lo denuncia la capogruppo democratica nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni che ha presentato una interrogazione parlamentare sull’esclusione degli studenti disabili dalle Finali Nazionali dei Giochi Sportivi Studenteschi, disciplina Corsa Campestre, che si svolgeranno il giorno 20 marzo 2011 presso la località Nove (VI). La rappresentante democratica chiede di conoscere le ragioni di tale grave scelta e disapere come il ministero intenda ovviare ad una situazione discriminatoria che contrasta con la piena inclusione di questi alunni, anche attraverso progetti di diversità motoria e sportiva, quale obiettivo prioritario della scuola dell’autonomia”.