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"Un milione per Costituzione e scuola", di Curzio Maltese

Il tricolore e la Costituzione, l´inno di Mameli e «Bella ciao». Le cento piazze italiane hanno sapute leggere, fin dai simboli, la storia di questi anni, l´essenza della scontro politico in atto da quindici anni. Assai meglio di quanto non sappiano fare i partiti.Nei 150 anni di unità, l´Italia, al prezzo di immani tragedie, è riuscita a darsi una sola vera e grande patria. Questa patria è la Costituzione antifascista. Le altre idee di patria, dal fascismo in su o in giù, sono state piccole, miserabili e funeste.
Da quindici anni la lotta politica non è quella che si racconta, fra una destra e una sinistra quasi altrettanto immaginarie, almeno secondo i parametri delle altre democrazie. Tanto meno fra berlusconismo e anti berlusconismo, categorie al pari esagerate rispetto all´esiguità e a tratti il grottesco del personaggio.
Il cuore del conflitto sta altrove, fra un´Italia di larga e compatta minoranza che non crede ai valori della Costituzione, non li pratica e vorrebbe cancellarli, e un´Italia maggioritaria, ma divisa, che si riconosce nel patto fondante della Repubblica e vorrebbe vederlo finalmente applicato. Era questa la fotografia politica del Paese nel ´94, subito dopo la discesa in campo di Berlusconi, confermata dai referendum costituzionali del 2006, e tale rimane ancora oggi. In mezzo, il grumo di poteri ideologicamente anticostituzionali che ora chiamiamo col nome di un ricco imprenditore che si è adoperato con ogni strumento culturale, politico, economico per attaccare e distruggere le basi stesse del patto democratico. Senza risparmiare nessuno dei valori fondanti, dal ripudio della guerra alla prevalenza dell´interesse pubblico sul privato, dalla separazione dei poteri alla laicità dello Stato, al ruolo di garante costituzionale del Presidente della Repubblica. Anche attraverso l´azione parallela di un revisionismo storico che punta al massimo e blasfemo scopo di equiparare i partigiani e i repubblichini di Salò.
Se domani, per ipotesi, sparisse Berlusconi, il conflitto non cambierebbe nella sostanza di una virgola. Diventerebbe soltanto più limpido, sgombrato dalle nebbie del populismo mediatico. Lasciando più spazio alla Lega, cioè alla forza che con schiettezza identifica l´attacco alla Costituzione antifascista con l´attacco all´unità del Paese. Come avviene già in questi tempi di berlusconismo agonizzante, in cui è la Lega l´autentico motore politico dell´azione di governo.
Questa è la posta in gioco. Così l´hanno illustrata le cento piazze d´Italia, con la semplice forza dei simboli, degli inni e delle duecento parole con le quali i padri costituenti hanno scritto la prima parte della Carta. In modo che proprio tutti possano comprenderla, anche coloro che continuano a non volerlo fare. Così l´hanno percepita e spiegata di recente artisti come Roberto Benigni o Roberto Saviano, e l´hanno trasformata in racconto popolare. Il giorno in cui i partiti dell´opposizione sapranno capire e spiegare la posta in gioco con altrettanta chiarezza, sarà un gran bel giorno per la democrazia italiana.

La Repubblica 13.03.11

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Le piazze abbracciano la Costituzione “Siamo un milione, è ora di resistere”, di Giovanna Casadio

Il pm Ingroia: a rischio l´uguaglianza. Gli studenti: difendere la scuola. La stima delle Questure: 43 mila in totale. Attacco al magistrato di Palermo dal Pdl. Era una sfida rischiosa e ambiziosa: solo un mese fa, le piazze italiane si erano riempite, a difesa della dignità delle donne, subito dopo il Rubygate – e ieri ecco il C-day, a difesa della Costituzione e della scuola. La protesta italiana continua. Di nuovo centoventi piazze piene. Un milione di persone in tutto il paese, secondo le stime degli organizzatori; 43 mila (25 mila a Roma), secondo le questure. Il solito balletto di cifre. Che non impediscono però di vedere la novità: la mobilitazione – spontanea, fai da te, autofinanziata – non si ferma. Non sono più i partiti a portare la gente in piazza, ma gli studenti, le donne, gli insegnanti, gli intellettuali, gli attori, i lavoratori, è la gente a portare i partiti in piazza.
Tricolori che sventolano – uno di 60 metri apre il corteo e poi, arrivati in piazza del Popolo, la divide in due spicchi affollati – e copie della Costituzione alzate come vessilli. Note del “Va´ pensiero”, l´Inno d´Italia ma anche il Dies Irae e “Chiamami ancora amore” che tutta piazza del Popolo canta con Vecchioni e grida: «…e questa maledetta notte dovrà pur finire». E una giovane donna, Flaminia Fioramonti dal palco a nome dell´Associazione partitigiani, spiega che: «Ora dobbiamo resistere», perché i valori della Carta nata dalla Resistenza vanno difesi ogni giorno, e sono in questo momento sotto attacco. Come sotto attacco è la scuola pubblica: Sofia, la rappresentante degli studenti medi, chiama a difenderla (altri studenti però hanno protestato in un corteo non autorizzato). S´infiammano i manifestanti a Roma quando il procuratore antimafia Antonio Ingroia, dal palco, denuncia il pericolo della riforma della giustizia appena varata dal governo: «In gioco non è il presente di noi magistrati, ma il vostro futuro. La cosiddetta riforma della giustizia è una controriforma e non è solo, come si dice, una ritorsione contro la magistratura ma la posta in gioco è l´eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge». Il Pdl accusa Ingroia: «È schierato, altro che l´indipendenza di cui parla l´Anm».
E s´infiamma la piazza a Milano quando Dario Fo di Berlusconi dice: «Lui è stupefacente… finisce un discorso all´estero concludendo: “adesso tutti a fare bunga-bunga” e la platea si chiede “ma è scemo?” Certo che è scemo… come per Ruby nipote di Mubarak». Dalla piazza partono cori di “scemo, scemo” e risate sul cerotto del premier («Forse operato da fuori perché non apre bocca, specie nei processi»). Incerottati sfilano i manifestanti a Catania. Gino Strada a Venezia: «La Costituzione è stata stuprata dalla classe politica italiana».
Confuso nel corteo romano Pier Luigi Bersani, il segretario del Pd, commenta: «Sfila un corteo per l´alternativa. C´è un grande movimento nel paese e i partiti, il nostro in particolare, devono affiancarlo, dargli la mano. Politica e società civile insieme per una strada di ricostruzione. Berlusconi che si avvinghia su se stesso, lo sappia». Ci sono anche i finiani in corteo, e Flavia Perina, il direttore del “Secolo d´Italia” alla quale chiedono se prova imbarazzo a sfilare con il popolo di sinistra, indica le bandiere: «Imbarazzo, in mezzo a tutti questi tricolori?». Ci sono Franceschini, Anna Finocchiaro con la figlia Miranda («Un fatto di popolo»), Fassino candidato sindaco di Torino («C´è la gente che vuole cambiare»), Ignazio Marino; Mussi, Giordano, Migliore di Sel; inoltre Diliberto e Ferrero; Pardi e Orlando di Idv. Di Pietro manifesta a Napoli. Vendola a Bari. Beppe Giulietti, di Articolo 21: «No a divisioni, è giunto il momento di stare tutti insieme». Santo della Volpe presenta la kermesse romana e indica il pannello-slogan: «È viva la nostra Costituzione». Domenico Petrolo, del comitato promotore, raccoglie i numeri: «Un successo». La protesta non si ferma: Giulio Scarpati annuncia lo sciopero generale della cultura a fine mese.

La Repubblica 13.03.11

"Il rischio di fuggire dal mondo", di Bill Emmott

Se vi siete mai chiesti perché il Giappone abbia così pochi vecchi edifici o perché la più famosa xilografia giapponese, opera dell’artista Hokusai, rappresenti una grande onda, o anche perché il termine internazionalmente accettato per maremoto sia «tsunami», una parola giapponese, bene, ora lo sapete. Venerdì un incredibile, terribile terremoto e uno tsunami hanno ricordato a tutti noi quello che 120 milioni di giapponesi sanno da una vita: che il loro arcipelago di isole sul limite estremo dell’Asia è la zona sismica più attiva del mondo abitato.

È troppo presto per fare una stima di quante persone abbiano perso la vita nel terremoto e nello tsunami, ma anche un semplice sguardo ai filmati dell’onda che distrugge città e villaggi del Nord-Est del Giappone suggerisce che il numero finale potrebbe essere nell’ordine delle decine di migliaia, o forse anche di più.

Per via della frequenza e della gravità dei terremoti, le norme edilizie in Giappone sono molto rigide e la tecnologia è altamente avanzata. So per esperienza di piccoli terremoti (ho vissuto in Giappone per tre anni alla metà degli Anni 80 e da allora sono un assiduo frequentatore) che trovarsi in un grattacielo durante un terremoto è spaventoso, perché l’edificio continua a oscillare per un tempo incredibilmente lungo, ma anche molto sicuro.

Questo non vale invece per le case ordinarie, specialmente nelle piccole città e nei villaggi. I terremoti, e gli incendi che spesso li seguono, nel corso dei secoli hanno insegnato ai giapponesi a costruire e progettare case che possono essere sostituite facilmente e con poca spesa. Anche molti dei templi storici che i turisti visitano in una città antica come Kyoto sono stati ricostruiti più volte nel corso dei secoli. Così, quando lo tsunami ha colpito, molte piccole case sono state spazzate via o schiacciate come scatole di fiammiferi.

Guardando il disastro giapponese, una delle prime cose che mi viene in mente è un senso di colpa: mi sento in colpa perché sono più sconvolto e choccato da questa catastrofe che, per esempio, dal terremoto ad Haiti nel gennaio 2010 che forse ha ucciso 250 mila persone. Perché? Non è solo perché una volta ho vissuto in Giappone e ho molti amici lì, benché, certo, anche questo conti. Il fatto è che il Giappone assomiglia di più alla Gran Bretagna o all’Italia di Haiti o della provincia di Sichuan in Cina, dove sono morte circa 70.000 persone: è un Paese moderno, sviluppato, industrializzato, come i nostri, in cui non ci aspettiamo che improvvisamente, durante un normale pomeriggio di marzo, decine o centinaia di migliaia di persone possano morire. Mette in discussione il nostro senso di sicurezza, di civiltà, le protezioni che la ricchezza sembra assicurarci.

E quindi quale potrebbe essere l’impatto di un tale evento in Giappone? Il primo principio quando si tratta di valutare le catastrofi naturali è, credo, di dimenticare l’economia. Molta gente chiede immediatamente quale sarà l’impatto economico in quella che è la terza economia del mondo. La risposta è che, salvo il brevissimo termine, sarà trascurabile. Naturalmente, ci saranno disagi per le fabbriche, i trasporti, le industrie di servizi e tutti i tipi di attività economiche. Ma sarà una cosa solo temporanea. Lo sforzo della ricostruzione rilancerà la produzione economica e creerà posti di lavoro e, in un’economia moderna e sviluppata, la gran parte di questo sarà finanziata dalle assicurazioni. Così, proprio come dopo l’uragano Katrina negli Stati Uniti, che ha devastato New Orleans nel 2005, l’impatto economico è la cosa meno importante di cui preoccuparsi. Una questione economica più significativa riguarda la sicurezza energetica: questa catastrofe potrebbe indebolire o rafforzare la fede dei giapponesi nella tecnologia a energia nucleare. Il Giappone è, accanto alla Francia, la nazione più dipendente dal nucleare per la produzione di energia elettrica.

Non si capisce ancora se uno o più dei suoi reattori nucleari possa essere stato reso pericoloso dal terremoto: se, in presenza del peggior terremoto della storia del Giappone non ci fossero stati gravi danni né avvelenamento da radiazioni, questo potrebbe rafforzare la scelta nucleare. Ma se il Giappone ha subito un incidente simile a quello di Cernobil in Ucraina nel 1986, allora l’opzione nucleare potrebbe anche uscirne distrutta, specialmente in altri Paesi a rischio sismico come l’Italia. E’ troppo presto per esprimere un giudizio, tuttavia.

I veri, significativi effetti a lungo termine saranno probabilmente psicologici e culturali. L’ultimo grande terremoto in Giappone si è verificato nel 1995 a Kobe, una città industriale a Sud-Ovest di Tokyo e ha causato 6.500 morti. Col senno di poi, è chiaro che il disastro di Kobe ha scosso la fiducia dei cittadini sia nella competenza del governo sia nell’efficacia del regolamento edilizio del Paese. A differenza dell’Italia, il governo godeva della fiducia dei cittadini in Giappone e i regolamenti erano ritenuti i migliori al mondo. Il risultato di un soccorso caotico e del crollo di molte strutture che erano state considerate a prova di terremoto ha di certo contribuito a distruggere la fiducia della gente comune nel sistema in cui avevano fino ad allora confidato. La yakuza locale, le bande del crimine organizzato hanno guadagnato credito per il loro ruolo nei soccorsi a scapito della polizia e dell’esercito o dei funzionari pubblici.

Sarebbe sbagliato attribuire tutto a un solo evento. Ma di conseguenza la politica giapponese e le procedure di attuazione delle politiche sono diventate meno decise ed efficaci, e più dispersive e controverse. L’esperienza del terremoto di Kobe ha sicuramente contribuito a tale processo.

Ora, c’è una possibilità che i risultati politici siano positivi piuttosto che dannosi. La politica altamente disfunzionale del Giappone, che ha dato al Paese quattro primi ministri negli ultimi quattro anni, potrebbe ora arrivare a un accordo temporaneo, o almeno a un obiettivo comune attorno al compito di ricostruire e rimettere in sesto la nazione. Le memorie politiche possono essere brevi e la morale scarsa, ma la lotta in corso proprio prima del terremoto, che bloccava il bilancio annuale del governo per forzare il ricorso alle urne, sicuramente ora apparirà irresponsabile e obsoleta.

Il Paese ha urgente bisogno di un senso di comune appartenenza, per varare le riforme e rilanciare la propria economia, e una terribile catastrofe naturale potrebbe contribuire a dare esattamente quel tipo di sensazione. Il Giappone si è ricostruito e reinventato più volte in passato dopo le calamità, compreso il terremoto del 1923 seguito da un incendio che distrusse Tokyo, e la sconfitta e la distruzione del secondo conflitto mondiale.
Vi è, tuttavia, anche un pericolo psicologico e culturale. Ed è che, choccato da questa catastrofe e reso di nuovo consapevole della propria vulnerabilità, il popolo giapponese possa di nuovo ripiegarsi su se stesso, distogliendo ambizioni ed interessi dalla globalizzazione e diventando ancora più insulare e remoto di quanto già sia.

Questa tendenza è in corso da qualche tempo. Nella tecnologia c’è anche una frase per definirla: «L’effetto Galapagos». Negli ultimi 20 anni le imprese di elettronica giapponesi hanno continuato a produrre innovazioni meravigliose ma molte applicabili solo a casa, in ambiente giapponese. Da qui questa idea che il Giappone si stia evolvendo separatamente, come le iguane e le tartarughe delle isole Galapagos.

Più in generale il crescente distacco dal resto del mondo è stato visto nella diminuzione del numero dei giovani giapponesi che scelgono di studiare o lavorare all’estero. Il problema giapponese è in questo senso il contrario della «fuga dei cervelli» dell’Italia: sempre meno giovani si recano all’estero, e questo significa che sempre meno stanno imparando da esperienze, tecnologie o idee internazionali.

Sarebbe sbagliato esagerare questo rischio. Dopo questo disastro il Giappone non ha intenzione di chiudere le sue porte al mondo nel modo in cui lo fecero i suoi shogun Tokugawa (leader militari) per oltre 200 anni, dal 1630 fino al 1860. Ma potrebbe anche diventare ancora più diffidente, più preoccupato dei suoi affari, più sulla difensiva e più, beh, spaventato. Speriamo di no: l’Asia e il mondo sarebbero peggiori senza l’attivo contributo di uno dei Paesi più sviluppati e avanzati del mondo, in particolare con la Cina in crescita e la Corea del Nord sempre pericolosa. (Traduzione di Carla Reschia)

La Stampa 13.03.11

«150°, quel filo tra Risorgimento ed Europa. Intervista a Ciampi», di Dino Pesole

«Infandum regina iubes renovare dolorem», «tu mi constringi, regina, a rinnovare un indicibile dolore». Parte dagli amati studi classici, con Enea che risponde così alla regina Didone ansiosa di conoscere la sua lunga, tormentata storia, la nostra conversazione con Carlo Azeglio Ciampi su come il nostro paese si sta attrezzando a celebrare i 150 anni dell’unità nazionale. Già perché è lì, nel patrimonio culturale più antico e consolidato che ancora oggi occorre attingere, per trovare il senso profondo della nostra identità culturale.

Perfettamente d’accordo, presidente, sul valore e l’attualità dei nostri classici. Forse sarebbe il caso di ribadirlo, in una stagione in cui la cultura pare relegata a un ruolo marginale. Negli ultimi cinque anni l’intervento dello Stato è diminuito di oltre il 30% e ora, dulcis in fundo, si prospetta il congelamento di altri 27 milioni di euro del fondo unico per lo spettacolo.
Guardi, ho sempre sostenuto che la cultura è uno dei nostri principali asset strategici. Abbiamo un patrimonio culturale e artistico di straordinario valore, con enormi potenzialità per la crescita del nostro paese. È singolare che, in presenza di pur oggettive difficoltà di bilancio, si riproponga nuovamente il tema dei tagli alla cultura, quasi che la cultura fosse il primo bene cui rinunciare quando occorre tirare la cinghia. Lo ha ricordato di recente il presidente Napolitano, quando ha osservato che dobbiamo aprire una seria discussione e individuare nuove strade per il nostro sviluppo economico e sociale. Ma non le troveremo – cito – attraverso una mortificazione della risorsa di cui l’Italia è più ricca: la risorsa cultura nella sua accezione unitaria.

La lingua è stata indubbiamente un fattore unificante. L’impressione è che anche questa sia una verità che alcuni danno per scontata, e altri perfino ignorano.
Nel corso di alcuni incontri al Quirinale, come ho ricordato in più occasioni anche recenti, provai a leggere di seguito due passi di due poesie. La prima scritta nel Trecento da Petrarca, la seconda nell’Ottocento da Leopardi. Chiesi agli studenti: qual è il Petrarca, qual è il Leopardi? Due opere composte a cinque secoli di distanza, eppure non c’era differenza. Un esempio semplice, se vuole, per dimostrare il valore della nostra lingua quale elemento unificante del paese. Cito Manzoni, che nel 1868 osservava come «dopo l’unità di governo, d’armi e di leggi, l’unità della lingua è quella che serve di più a rendere strettamente sensibile e profittevole l’unità di una nazione». Ecco un modo per far sì che i centocinquanta anni dell’unità contribuiscano ad esaltare i veri fattori della nostra identità nazionale.

Come si appresta a celebrare la festività del 17 marzo?
Se avessi qualche anno e qualche acciacco in meno, mi piacerebbe festeggiare l’anniversario al Vittoriano, in mezzo agli studenti. Bellissime le inaugurazioni dell’anno scolastico in quella splendida piazza. L’ho scritto nella prefazione al volume dell’associazione amici dei Lincei Canti e poesie per un’Italia unita, curato dal professor Pierluigi Ridolfi. Oggi che con un sentimento di distratta condiscendenza, quando non di aperta contrarietà, si guarda da alcuni all’appuntamento del centocinquantenario, e al suo significato, è decisivo riproporre lo spirito degli ideali del Risorgimento in ogni sua espressione. Proprio quegli ideali che vediamo scolpiti nel marmo sul frontone del Vittoriano: all’unità della patria, alla libertà dei cittadini.

Come si evita il rischio di cadere nella retorica, quando si celebrano eventi come questo?
Tornando a spiegare prima di tutto ai giovani che il Risorgimento fu la conquista di una generazione ricca di passione e di ideali. Riscopriamo tutti Goffredo Mameli, che come ha ricordato Roberto Benigni nella sua bellissima esegesi televisiva dell’inno nazionale morì poco più che ventenne. E che dire dei martiri di Belfiore? La passione di quella generazione si arricchiva del senso di responsabilità, formatosi sulla conoscenza della storia e della nostra cultura, come ricordai in un mio intervento a San Martino della Battaglia, nel novembre del 2001. Se il movimento per la libertà italiana non fu mai grettamente nazionalistico – osservai – la ragione va ricercata nella formazione di quei giovani, nel loro bagaglio culturale e morale, che si è espresso nelle opere di uno stuolo di scrittori, letterati, pensatori del calibro di Alfieri, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Pellico, Cattaneo.

Un altro punto fermo delle sue riflessioni è il filo rosso che collega il Risorgimento alla Liberazione e alla Costituzione repubblicana. Temi ripresi in numerose occasioni anche dal presidente Napolitano.
Gli statisti italiani che hanno costruito la nostra repubblica democratica, e contemporaneamente le prime istituzioni dell’Europa unita, agirono come consapevoli continuatori dell’opera dei grandi del Risorgimento, che fecero l’unità d’Italia avendo già nel cuore l’unità europea.
La conversazione volge al termine. Nel congedarci ricordiamo al presidente Ciampi che fu proprio lui, durante l’intero settennato, a riproporre con forza il sentimento di patria. I suoi collaboratori ci consegnano un testo, che risale ai primissimi giorni della presidenza Ciampi. È il 29 giugno 1999. Ciampi è a Lecce e spiega così la sua riscoperta del senso di patria: «Amo menzionare la parola patria, per troppo tempo bandita dai discorsi pubblici, perché ritengo che sia una parola che ci trova tutti uniti nel richiamarci a tradizioni che fanno del nostro popolo un popolo essenziale per l’Europa e per l’intera civiltà del mondo». Parole, che nonostante tutto, sottoscrive ancora oggi.

Cursus honorum
1946
Un uomo di via Nazionale
Carlo Azeglio Ciampi vince il concorso per entrare in Banca d’Italia. Vi resterà 47 anni arrivando alla carica di Governatore nell’ottobre del ’79 (nella foto è con il predecessore Paolo Baffi). Sarà governatore per 14 anni.
1993
Tra Palazzo Chigi e l’Europa È il primo presidente del Consiglio non parlamentare. Sale a Palazzo Chigi in un’Italia sotto shock da Tangentopoli e con un bilancio pubblico disastrato. Resta premier fino al maggio 1994. La sua carriera di governo prosegue negli esecutivi Prodi I e D’Alema I come ministro del Tesoro. È il traghettatore dell’Italia nell’euro.
1999 – 2006
Al Quirinale Il 13 maggio Ciampi viene eletto alla prima votazione – con 707 voti su 1010 – decimo presidente della Repubblica. Alla scadenza, in molti gli chiedono di candidarsi per un secondo mandato. Ma con una nota ufficiale il presidente rifiuta perché «il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato». Lascia dunque il Quirinale il 15 maggio 2006. Gli subentra Giorgio Napolitano.

da www.ilsole24ore.com

«Nessun dialogo. Democrazia a rischio», Simone Collini intervista Andrea Orlando*

Il responsabile Giustizia Pd «È una riforma della sola magistratura Confronto solo se cambiano le priorità e si procede con legge ordinaria». È una riforma della magistratura, non della giustizia. Ed è un’operazione che pone un problema di funzionamento della democrazia, perché si rischia di assoggettare il potere giudiziario a quel coacervo che a causa delle legge elettorale di fatto si è già venuto determinando tra potere legislativo e potere esecutivo». Andrea Orlando spiega che ovviamente in Parlamento una discussione sulla riforma della giustizia ci sarà, ma che se la maggioranza vuole essere credibile deve lasciar stare sia le leggi ad personam che l’ipotesi di modifica costituzionale. «In tal caso, noi siamo pronti a un confronto, partendo dalle nostre proposte di legge e chiarendo che per noi l’agenda delle priorità va profondamente cambiata», dice il responsabile Giustizia del Pd.
Il centrodestra vi accusa di dire un no pregiudiziale e anche nel suo partito c’è chi, come Follini, giudica un errore l’arroccamento.
«Non è questione di arroccamento anche perché da tempo abbiamo avanzato le nostre proposte, e la maggioranza deve chiarire che utilizzo intende fare di questa riforma perché il sospetto è che si tratti semplicemente di un ballon d’essay per andare avanti con provvedimenti più contingenti».
Più contingenti?
«La legge sulle intercettazioni, quella sul processo breve. La maggioranza intende proseguire su questa strada?».
Ammettiamo che non lo faccia: non vi si crea un problema a dire no se accantona le leggi ad personam? «No perché non verrebbero meno le nostre critiche al testo presentato, che non è una riforma della giustizia ma soltanto della magistratura. L’effettivo perimetro della riforma, se il governo vuole dimostrare di volere il confronto, va definito insieme a tutti gli operatori del settore. Alfano convochi giudici, magistrati, avvocati, lavoratori del comparto e discuta con loro l’effettiva agenda delle priorità».
Che per voi sarebbero?
«Semplificare i processi, riformare la giustizia civile, riorganizzare le sedi, informatizzare. Tutti temi su cui abbiamo presentato precise proposte di legge in Parlamento e su cui possiamo aprire un serio confronto. Questa è un’agenda che si occupa della giustizia dal punto di vista dei cittadini». E se in fondo a questa agenda il governo mettesse anche la riforma della magistratura?
«Siamo pronti al confronto a patto che si affronti la questione con legge ordinaria, non costituzionale». C’è però chi vi ricorda la Bicamerale… «Che prevedeva una revisione degli equilibri complessivi dell’assetto costituzionale, non di una sola parte, e che non prevedeva la separazione delle carriere tra giudici e pm». Legge ordinaria sì, costituzionale no: potrebbe sembrare un altro pretesto per evitare il confronto.
«Non lo è, si tratta anzi di un problema di funzionamento della democrazia. Oggi c’è già una sostanziale commistione, per via della legge elettorale e di una deformazione della Costituzione sostanziale, tra Parlamento e governo. Assoggettare anche il terzo potere, quello giudiziario, al controllo di questo coacervo che si è venuto determinando è oggettivamente pericoloso».
Lei dice assoggettare, il governo parla di bilanciamento dei poteri. «La finalità di questa riforma è limitare il potere di chi ha disturbato il manovratore. Basti pensare all’introduzione di due Csm, all’aumento al loro interno dei membri laici, all’abbandono dell’obbligatorietà dell’azione penale e all’individuazione da parte del Parlamento delle priorità in questo esercizio. Con l’assenza di contrappesi il cittadino sarebbe meno garantito. Anche la separazione delle carriere, con un corpo dei pm distinto dai giudici, rischia di accentuare gli elementi polizieschi piuttosto che rafforzare le garanzie per l’imputato». Non sempre: dopo un’assoluzione in primo grado il pm non potrebbe più chiedere di ricorrere in appello. «Ipotesi abominevole. Si pensi soltanto a certi processi per strage o a grandi vicende più recenti: le vittime non avrebbero risposte».
E della responsabilità personale dei magistrati nei casi di colpa, che dice? «Che si possono anche pensare meccanismi di responsabilità più efficaci, ma prevedere forme di sanzione economica, di risarcimenti pecuniari, rischia di creare delle impunità di fatto. Chi si sarebbe preso la briga di aprire un’inchiesta sul caso Parmalat, con la paura di commettere un errore nel corso dell’indagine?».

*responsabile giustizia PD

l’Unità 12.3.11

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“Demolitori di democrazia” di Moni Ovadia

L’ultimo provvedimento del governo Berlusconi, la proposta di legge per la riforma costituzionale della giustizia, è l’atto conclusivo di smantellamento del cuore della democrazia italiana, il pilastro costituzionale della separazione dei poteri. Il senso di questa azione demolitrice è stato dichiarato con chiarezza dallo stesso premier: se la riforma elaborata dal suo visir Alfano fosse stata operante nel 1994 non ci sarebbe stata tangentopoli, ovvero un potere corrotto e corruttore sarebbe stato al riparo dalle indagini della magistratura. Dunque lo scopo della riforma è semplicemente quello di rendere impunite le malefatte dei potenti e dei loro cortigiani e, in particolare, per rendere ingiudicabile il Sultano. Non bisogna essere giuristi per capirlo basta fare funzionare per qualche istante la meravigliose cellule grigie di cui siamo forniti gratuitamente anche se non tutti (troppi nel nostro paese) approfittano del meraviglioso dono. Basta chiedersi: ma dove sono i provvedimenti e gli investimenti per rendere la giustizia uguale per tutti? ma dove erano tutti questi garantisti della domenica, e dove sono quando i poveracci subivano e subiscono i malfunzionamenti della macchina burocratica della giustizia? Li trovavi e li ritrovi in televisione a sproloquiare e a starnazzare contro i coraggiosi servitori dello Stato di diritto. Oggi, nelle città d’Italia saremo ancora una volta nelle piazze per difendere la Costituzione dagli attacchi di chi vuole demolirla con la scusa di riformarla. Non è in questione in questo momento l’orientamento politico dei cittadini, né il sistema dei partiti e della loro collocazione. Oggi è in gioco il futuro della nostra democrazia, il suo destino e il suo carattere. Oggi lottiamo per affermare la democrazia come sistema di diritti e di valori che portano all’uguaglianza e alla dignità di ogni essere umano.

L’Unità 12.03.11

"Catalogo degli orrori da Brunetta a Bossi", di Giuseppe Civati e Ernesto Maria Ruffini

Catalogo degli orrori da Brunetta a Bossi. Gli autori del libro sugli attacchi alla Costituzione presentano alcune delle più significative perle. Dai discorsi di Berlusconi e dei suoi fedelissimi. Si fa un gran parlare della necessità e dell’urgenza di riformare la Costituzione, per aggiornarla ai tempi nuovi. La verità è che dalla destra di governo provengono da anni, più che proposte di riforma compiute e ragionevoli, attacchi violentissimi alle ragioni profonde contenute nella Carta.
Partiamo da Tremonti, secondo cui «se non cambi la Costituzione si blocca tutto» (13 giugno 2010), mentre per Sandro Bondi: «rifugiarsi ancora un volta dietro l’idolatria della Costituzione e la propaganda non serve all’Italia» (9 giugno 2010).
Sull’art. 1, Renato Brunetta, con il suo proverbiale equilibrio, ha affermato che «stabilire che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla» ( 2 gennaio 2010).
Sull’art. 3, quello che ci ricorda come tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge, l’affermazione di orwelliana memoria con cui Berlusconi ha orgogliosamente rivendicato che «la legge è uguale per tutti, ma per me è più uguale che per gli
altri perché mi ha votato la maggioranza degli italiani» (17 giugno 2003). Affermazione forse superata da quella di Niccolò Ghedini, secondo cui «la legge è uguale per tutti, ma non necessariamente la sua applicazione» (6 ottobre 2009).
Sull’art. 5, quello che ci ricorda come la Repubblica sia una e indivisibile, non poteva mancare Bossi, che afferma: «io conosco un solo Paese, che è la Padania. Dell’Italia non me ne frega niente» (9 dicembre 2007) e ci rassicura affermando che «le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia sembrano le solite cose inutili, un po’ retoriche» (4 maggio 2010). Per quelli che se lo fossero dimenticato, inoltre, ci rammenta che «il vero scopo della Lega è la secessione» (17 agosto 2009). Anche sull’art. 12 della Costituzione, la norma che ha fissato nel tricolore la nostra bandiera, un pensiero dobbiamo riservarlo al solito Bossi, che, rivolgendosi ad una signora che lo aveva esposto alla propria finestra, affermava: «Il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo» (23 gennaio 2002).
Non poteva mancare qualcosa sulla scuola pubblica e sugli articoli 33 e 34 della Costituzione. In questo caso, l’instancabile Mariastella Gelmini è riuscita a superare ogni aspettativa, affermando che «l’istruzione è pubblica sempre, anche quando è svolta dalle scuole paritarie» (10 giugno 2008).
Sull’art. 53 ̧quello sulle tasse e sulla capacità contributiva, Berlusconi ha ipotizzato che se lo Stato chiede ai contribuenti più di «un terzo di quello che con tanta fatica hai guadagnato (…) c’è una sopraffazione dello Stato nei tuoi confronti e allora ti ingegni per trovare dei sistemi elusivi o addirittura evasivi che senti in sintonia con il tuo intimo sentimento di moralità che non ti fanno sentire colpevole» (11 novembre 2004), mentre, nell’ipotesi in cui il prelievo fiscale superi il 50 per cento, sarebbe proprio «giustificato mettere in atto l’elusione o l’evasione» (1 ̊ aprile 2008). Poi c’è uno strano articolo della nostra Costituzione, l’art. 93 che prevede il giuramento di fedeltà dei ministri e del premier. Un articolo forse dimenticato da quei ministri leghisti che da venti anni si riuniscono a Pontida per recitare un altro giuramento. Anche sui giudici e sull’art. 104 della Costituzione non si sono risparmiati. Secondo Berlusconi: «questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana» (4 settembre 2003). Poi ci è andato giù pesante, definendoli «metastasi della democrazia» (25 giugno 2008).

L’Unità 12.03.11

"Quel mare sulla terra nel mondo rovesciato", di Vittorio Zucconi

Vediamo l´acqua che brucia e la terra che si liquefa. Lo sanno da sempre i figli giapponesi di Amaterasu, la dea del sole, che la vendetta della Terra disordinata viene dallo stesso mare che li ha creati.
Sono infatti le immagini dell´acqua che divora e che brucia le loro risaie ben ravviate, le loro cittadine precisine, i loro capannoni e serre allineate come soldatini del Tenno, quelle che raccontano meglio la catastrofe giapponese.
Guardate come avanza l´onda lenta e lurida nella piana di Miyagi, la prefettura dove si trova Sendai, trascinando barche e tetti, detriti confusi e irriconoscibili, fiamme in movimento che bruciano sull´acqua, come inghiotte pigramente, senza sforzo, l´ordine impeccabile della campagna e dei quartieri industriali creato in generazioni di sacrifici e fatica. Si lascia alle spalle una distesa grigia e piatta dalle quale spuntano soltanto qualche alberello spoglio e quale scheletro di edifici più robusti ancora in piedi. Un´altra immagine torna subito agli occhi: la Hiroshima dell´agosto 1945.
L´epicentro è stato nell´oceano e contro la spallata dello tsunami – una parola giapponese, come taifun, il tifone, in acque dove ancora oggi spuntano e sprofondano isole vulcaniche come i mostri dei film, non ci sono difese né norme edilizie. Gli uffici della Nhk, la Rai nipponica, sono stati i primi a riprendere e trasmettere le sequenze delle scosse e si vedono monitor di computer, fortunatamente tutti a cristalli liquidi e senza tubi catodici, che crollano in grembo agli impiegati e alle impiegate, mentre i cartelli sospesi ballano frenetici, ma niente davvero crolla nei grandi palazzi, perché i regolamenti e le precauzioni tengono a Tokyo o nel centro di Sendai.
Ma il lunghissimo muro bianco di schiuma che arriva da est, dal Pacifico, e si muove verso i villaggi della costa rotolando su un acqua perfettamente piatta e intimidita dal mostro prima di mangiarsi i paesi, ha l´andatura e l´implacabilità di quelle onde del Mar Rosso che avrebbero coperto i soldati del Faraone all´inseguimento del popolo di Mosè. Ci sono, nelle sequenze che una nazione di videocamere e di fotomaniaci ha girato in grande abbondanza, quello che possiamo soltanto immaginare accadde sotto la diga del Vajont.
Le casette begioline di due, tre piani al massimo, oggi costruite di cemento e mattoni, non più di legno come erano fino alla guerra, sono sollevate e trasportare sopra altre casette, quando l´acqua sfonda la diga sulle colline e si allarga nella piana. Il Giappone da decenni è la nazione con più dighe al mondo, corsi d´acqua deviati e incanalati in argini di cemento, con chiuse costruite da governi ansiosi di regolare un´orografia inquieta e selvatica, che produce puntuali piene e frane nelle stagioni degli uragani e dei tifoni trascinando a valle i mama san e papa san con le loro avare risaie. Ma quando le briglie di cemento armato cedono l´effetto è quello che vediamo nella piena che porta a valle battelli e barchetti, furgoncini e utilitarie, camion e anche quei Suv che s´illudevano di sfidare la rabbia della terra.
Sono tutti i simboli del Giappone moderno quelli che sono sradicati e sommersi come il modernissimo aeroporto di Sendai, gettati o risucchiati come quella barchetta presa nell´immenso maelstrom, il gorgo che la sta inghiottendo come una briciola nel fondo del lavandino, in un fermo immagine che toglie il respiro. Nel nord, i due eterni amici nemici dell´umanità si alleano, scatenando l´esplosione e poi l´incendio di una raffineria che vomita milioni di litri di carburante in fiamme tra le acque che li circondando, anche qui riesumando ricordi di tragedie belliche navali, di grandi unità che affondano colpite nel fuoco del loro carburante che continua ad ardere consumando i marinai che si gettano dal relitto.
Le scene che il grande sisma di Sendai, la città dove la nazionale italiana di Trapattoni andò i ritiro nei Mondiali del 2002, sono in sostanza filmati di una guerra senza guerra, tutti riconducibili a Hiroshima, ai bombardamenti incendiari che divorarono Tokyo per giorni, a quelle invasioni di nemici che si riversavano sulle spiagge dell´Impero come le muraglie dello tsunami ieri, verso rive difese da soldati che sapevano di poter soltanto morire di fronte alla strapotenza dell´avversario. Sapendo che nessuno sarebbe arrivato, nel 1945 come nel 2011 a salvare il soldato Yoshi dall´assalto venuto da male.
Con l´immancabile spettro dell´orrore nucleare che quelle centrali, particolarmente dense nell´area colpita, proiettano fra notizie inquietanti di fughe radioattive e difficoltà di raffreddamento dei reattori e annunci di allarme nucleare.
C´è un onda gonfia che porta sul pelo grappoli di automobili e automezzi chissà perché tutti bianchi, che in Giappone è il colore dei riti funerari, forse parte di una “flotta” aziendale. Galleggiano come insetti morti con le ruote nere all´aria, destinati a scivolare via sulle rapide artificiali create dalle strade e dalle pendenze inghiottite. Si vede un grosso battello fluviale con la prua diritta da vecchio incrociatore, bianco anch´esso, navigare in una perfetta deriva in linea retta. Supera velocissimo tutti i detriti, i camioncini con le zampe all´aria, le barchette più leggere e sbandate, come una nave ammiraglia di una flotta involontariamente suicida filando verso una cascata artificiale che finirà per spezzarlo.
Non si vedono invece, ma ci saranno, le immagini della ricostruzione che avverrà, come avvenne nel grande terremoto del Kanto, la piana di Tokyo, 80 anni or sono, a Hiroshima, oggi una città brutta, ma tornata grande e viva, a Kobe, che nel 1995 ebbe le sopraelevate schiacciate come frittate dal terremoto sopra sei mila morti, ma sappiamo che ci saranno.
Perché la lotta perenne di un popolo disperatamente razionale contro la natura fanaticamente irrazionale che lo circonda è ciò che ha fatto e continuerà a fare il Giappone.

La Repubblica 12.03.11

«In piazza per la democrazia, hanno rovesciato le regole», intervista a Gustavo Zagrebelsky

Professor Zagrebelsky, lei oggi sarà in piazza?
«Sì, a Torino. Ci sono momenti di aggregazione sociale in difesa delle buone regole della vita democratica. Credo che oggi sia uno di questi».
Perché manifestare?
«Siamo di fronte a un rovesciamento della base democratica. La democrazia deve tornare a camminare sulle sue gambe: sostenuta dal basso. Non un potere populista che procede dall’alto».
Perché la Costituzione vigente va difesa?

«Basta leggerla. È il testo che dà ai cittadini il diritto di contare in politica ed esclude il potere per acclamazione ».

Abbiamo un premier sotto processo per sfruttamento della prostituzione minorile. Avrebbe fondamento un eventuale conflitto di attribuzione sollevato dal Parlamento? Berlusconi andrebbe giudicato dal tribunale di Milano o da quello dei ministri?

«Mi sono imposto di non dire nulla su questioni che possono essere portate al giudizio della Corte Costituzionale. Mi limito a poche osservazioni. Primo: l’oggetto dell’eventuale conflitto riguarderebbe primariamente il rapporto tra tribunale di Milano e tribunale dei Ministri e, solo secondariamente, il potere della Camera di autorizzare il processo davanti a quest’ultimo, una volta che questo fosse ritenuto competente dalla Corte di Cassazione».

Significa che al momento sarebbe un atto infondato?

«Allo stato, prima di una decisione sulla competenza di uno dei due tribunali, non mi pare che ci sia materia per il conflitto che la Camera volesse sollevare. Ma c’è un altro punto». Quale? «A salvaguardia della dignità delle istituzioni, c’è un fatto che non mi pare sottolineato a dovere: Berlusconi avrebbe agito sulla questura per evitare un incidente diplomatico con l’Egitto? Più importante di questa giustificazione, che di per sé lascia esterrefatti, è la premessa implicita, data per pacifica: il premier e i suoi giuristi ritengono che se la (presunta) parente di un uomo di governo è sospettata di reato, questo sia affare di Stato e si possa invocare la parentela per sottrarla all’applicazione della legge comune ».

È ciò che non solo sostiene il premier, ma Montecitorio ha già avallato una volta rinviando gli atti alla Procura di Milano.

«La confusione tra pubblico è privato è ufficialmente attestata e la Camera, se seguisse, metterebbe il suo incredibile suggello. Vorrei non poter credere che una maggioranza in Parlamento sia capace di tanto. L’unico obiettivo è guadagnare tempo. Per questo si è disposti a sostenere l’insostenibile. La verità delle cose, e del diritto, diventa trascurabile ».

Berlusconi ha una maggioranza numerica, intermittente, solo quando è chiamata per i voti cruciali. Esiste ancora una maggioranza politica?

«Cosa ci sia di “politico” nella situazione che si è creata, è difficile dirlo. Cosa tiene insieme la maggioranza? Un programma, una visione del Paese e del suo avvenire? O il potere, che ciascuno “declina” a modo suo: chi per crearsi le condizioni della propria impunità, chi per avere un pezzetto di potere ministeriale, chi per gestire interessi spesso non limpidi da posizioni d’impunità, chi per realizzare un punto che sta a cuore solo a lui (il cosiddetto federalismo)? Questo è politica? O un’accozzaglia di interessi eterogenei? È una situazione costituzionalmente e politicamente assai critica».

Secondo lei la legislatura può arrivare a scadenza naturale?

«Troppi interessi convergono nel tirare avanti il più possibile. Berlusconi sa che, finché è in carica, i poteri propri e impropri di cui dispone rendono molto improbabile la celebrazione dei processi. La Lega, l’unica con un obiettivo politico chiaro, ha interesse ad andare avanti. Poi, c’è sempre la speranza che il tempo, la propaganda, l’imbonimento possano frenare l’emorragia di consensi che li penalizza. L’opposizione può chiedere ciò che vuole ma, se non si sfalda quella convergenza d’interessi che cementa la maggioranza, è del tutto irrilevante».

La finestra per votare sta per chiudersi. Auspicherebbe, nel caso, un esecutivo di emergenza? «Una formula politica diversa, con altra maggioranza e guidata da qualcuno al di sopra delle parti, in vista di poche riforme essenziali a rimettere le istituzioni nella carreggiata della democrazia (legge elettorale, conflitto d’interessi, tv), per riprendere poi la normale dialettica tra i poli, era difficile ma non impossibile prima del 14 dicembre». Poi? «Da allora, la maggioranza non ha fatto che rafforzarsi, nei modi che sappiamo. Dunque, di esecutivi di emergenza non mi sembra il caso di parlare. Oggi, chi crede che viviamo in condizioni critiche dal punto di vista democratico, deve pensare non all’esecutivo, ma alle responsabilità che gravano su tutti noi, come cittadini».

Lei era sul palco del Palasharp, ha firmato l’appello sul biotestamento, le sue ultime esternazioni hanno contenuto politico. E’ passione civile o non esclude di fare politica attiva se le venisse richiesto?

«A ognuno il suo mestiere. Quello che credo di dover fare è ciò che spetta a ciascun cittadino nell’ambito delle sue relazioni e professione. Non sono un politico. Politici non ci si improvvisa ».

L’Unità 12.03.11