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"La giustizia secondo il re dei caimani", di Franco Cordero

Anche i profani vedono dove punti il disegno governativo d´una riforma della giustizia, quando passano sullo schermo presidente del Gonsiglio e guardasigilli in carnevalesca conferenza stampa. Divus Berlusco tiene in mano: le sagome d´una bilancia dai piatti più o meno equilibrati; e nel tono grave degli annunci che fanno storia, spiega quanto guadagniamo in civiltà giuridica; pensate, se tali norme esistessero anno Domini 1992, i signori al governo continuerebbero i loro giochi, restando immobili le acque giudiziarie. Stupore nel pubblico: era una repubblica corrotta; dovunque l´indagante grattasse col dito, erompeva del malaffare. Chiaro dunque l´obiettivo, impunità piena: l´attuale corruzione è multipla rispetto ad allora e rimarrà sommersa appena i dialoghi sporchi non siano più intercettabili, prossimo obiettivo; invano la Corte dei conti ripete l´avvertimento. Le idee hanno marchio piduista. Licio Gelli vanta diritti d´autore: figuravano nel “Piano” d´una “rinascita democratica” databile 1976; qualche anno dopo vi pesca Bettino Craxi (previsione lungimirante della tempesta in cui naufragherà); le ricicla l´allora suo protetto, odierno regnante. Spira vecchiaia nello pseudonuovo italiano.
Cominciamo dall´azione penale. È potere esclusivo del pubblico ministero: la esercita imputando a qualcuno l´ipotetico reato; così instaura i processi, il cui solo possibile esito è la sentenza; e ha l´obbligo d´agire (art. 112 Cost.), ogniqualvolta l´accusa risulti sostenibile; può astenersene solo col permesso del giudice, finché nuovi materiali o i precedenti, diversamente valutati, non esigano una riapertura delle indagini. Le scelte discrezionali sono un lusso che possono permettersi paesi dalle midolla politiche sane, dove il governo paghi cari i trucchi o le omissioni: supponendo che gli uffici dell´accusa dipendano dal potere esecutivo, ne risponde il ministro; e dati i costumi parlamentari italiani, nessuno vi fa caso. Ancora meno auspicabile sarebbe un pubblico ministero agente sovrano, che non risponda a nessuno. Insomma, sotto le lune d´Italia l´azione obbligatoria non ammette alternative. Perciò le res iudicandae penali sono indisponibili: l´attore pubblico non può desistere; se cambia idea, concluda a favore dell´imputato; come stiano le cose, lo dirà il giudice, assolvendo o condannando secondo parametri legali. Che una legge regoli le priorità del lavoro, sta nell´elucubrabile, sebbene materie simili escludano criteri rigidi, troppe essendo le variabili da calcolare, ma è idea matta l´improcedibilità dei casi scomodi all´esecutivo (dormano, ibernati, finché venga un turno indefinitamente rinviabile). Vuol rendersi utile il ministro? Fornisca all´apparato i mezzi necessari. Sinora usava mano pesante nei tagli.
Secondo colpo letale. I magistrati requirenti dispongono «direttamente della polizia giudiziaria» (art. 109 Cost.): nel sistema perverso che B. spaccia come «riforma epocale», perdono la guida del caso, ridotti a organi d´un lavoro grafico o vocale sui materiali ricevuti; li fornisce una polizia ubbidiente ai superiori anche nei passi investiganti; e diventano possibili interferenze da strateghi occulti. Questo pubblico ministero sfigurato non corrisponde al modello d´una pari abilità istruttoria (art. 111 Cost., cc. 2 e 3). Sua Maestà cova antichi rancori, ritenendosi vittima d´attenzione irrispettosa: soltanto lui sa quanto gli siano costate le partite da cui usciva d´un soffio; e voleva ridenominarlo «avvocato dell´accusa», reclutabile o elettivo. Sulle «carriere separate» conviene intendersi: niente d´aberrante, diverse essendo le funzioni, purché resti identico lo stato giuridico; l´art. 104 Cost. postula magistrati autonomi, ossia «indipendenti da ogni altro potere». L´autonomia va in fumo ogniqualvolta nel Consiglio superiore, organo d´autogoverno, risulti soverchiante o anche solo pari la componente esterna. Come non bastasse, i castigatori gli confiscano la giurisdizione disciplinare. Ancora un passo e torniamo alla monarchia assoluta. La previsione d´azioni civili dalle parti private contro il magistrato è misura intimidatoria o logorante: chi crede d´avere subito danni risarcibili muova causa allo Stato; l´eventuale rivalsa compete al presidente del consiglio.
Infine, riappare un´idea graziosamente asinina, già liquidata dalla Consulta (6 febbraio 2007 n. 26): che il proscioglimento non sia più appellabile dal pubblico ministero. Qualcuno invoca esempi anglosassoni, non vedendo l´enorme differenza: i verdetti delle giurie non sono mai appellabili, da nessuna delle parti, assolvano o condannino, perché quel consesso a dodici teste sostituisce antichi giuramenti purgatori, ordalie, duelli ossia decisioni a fondamento non razionale (tale era anche il vere dictum, prodotto d´empatia comunitaria); l´appello, strumento romano, mira al rifacimento critico; e se la condanna è appellabile, dev´esserlo anche il proscioglimento, avendo due facce l´errore possibile; i contraddittori stanno su piedi diseguali quando uno perda il rimedio concesso all´avversario. Lo vieta l´art. 111 Cost., né basta immettervi una deroga: vi osta l´art. 3, implicante simmetrie fondamentali; e toccare l´art. 3 (siamo eguali davanti alla legge, con i sottintesi sviscerati dalla Corte) non è più revisione costituzionale; sarebbe il collasso dell´ordinamento e salto indietro al potere arbitrario d´un dominante. Discorsi ovvi ma la mens berlusconiana li rifiuta. Qui distinguiamo monarca e sudditi: uno appartiene alla storia naturale, i cui dinamismi talvolta riescono catastroficamente dannosi (tempeste, epidemie, terremoti ecc.); rispetto a lui non hanno corso logica, estetica, morale; opporgliele ha l´effetto d´una predica al re dei caimani. Nelle file cortigianesche il fenomeno richiama generi teatrali: non opera seria e nemmeno buffa; chiamiamola grottesca, quale L´Opera del mendicante (John Gay, Londra 1728), rifatta dopo due secoli da Bertold Brecht (Georg Wilhelm Pabst ne cava un film) ma la nobilitano musiche incantevoli, nonché cupe tensioni drammatiche. Qui è bassa prosa, con qualche aspetto turpe.

La Repubblica 12.03.11

"Insegnante a chiamata. I viaggi della speranza dei supplenti senza cattedra", di Gioia Salvatori

Decine di insegnanti campani si radunano la mattina alla stazione Tiburtina di Roma in attesa di una chiamata per una supplenza. Arrivano ogni giorno senza sapere se potranno lavorare. Hanno dai venticinque ai quarant’anni. Bene come il loro mestiere conoscono la strada che le porta sul posto di lavoro e la fatica di andarci: sveglia alle tre, quattro ore di treno o bus all’andata, altrettante al ritorno. Hanno tanta tenacia e tanta speranza, vite stanche, famiglie che le attendono, rimorsi, paura di non farcela più e un sogno: poter fare, un giorno, il lavoro di insegnante nella loro regione, laCampania. Intanto per accumulare punteggio fanno le pendolari verso Roma, dove la necessità di supplenti c’è e una giornata di lavoro forse si raccatta «anche coi tagli di quest’anno che hanno fatto crollare le chiamate ». Loro non demordono, di notte saltano su un treno o un bus che le porta nella Capitale da Napoli, Caserta, Salerno e dintorni. «Se vai alla stazione di Caserta alle tre di notte ci trovi quasi solo insegnanti di ogni ordine e grado, soprattutto s c u o l a e l e m e n t a r e e dell’infanzia…», racconta una di loro.

INCARICO Questo è il periodo migliore per le supplenti- di un giorno-pendolari, quello in cui ci sono più assenze per malattia da coprire. Le più fortunate hanno un incarico da prima, magari per due o tre giorni a settimana, forse lungo qualche mese. Le altre, numerose, fremono col cellulare in mano sperando che il viaggio della speranza sia proficuo. L’attesa chiamata in genere arriva alle 7.30. «Mentre siamo quasi arrivate a Tiburtina, su un bus nel budello della tangenziale est o mentre siamo a Termini, appena scese da un treno», racconta Enza, 45 anni, un incarico da tre giorni a settimana in una scuola dell’infanzia, due figli e un marito a Cava dei Tirreni. Doppia abilitazione, precaria da 10 anni. Oggi è una privilegiata: parte e sa che lavorerà. Enza ricorda bene l’anno dei viaggi della speranza in attesa trepidante della chiamata di lavoro: «Venivo a Roma quasi ogni giorno e non mi chiamavano quasi mai: ero una novizia, non avevo punti. In un anno ho lavorato 14 giorni. Ci ho rimesso, si, ma era l’unico modo per iniziare. In Campania non si lavora nemmeno col privato, ormai. Col pubblico poi, coi tagli, è impossibile: quest’anno, a Salerno, hanno immesso in ruolo solo tre persone…». Anita, la sua amica, ha fatto la pendolare per anni. Ora è a Roma, lontana da casa, ma almeno ha un posto da supplente. Domani va in piazza al C-day: «Tagliano, ci denigrano. Non hanno idee di quanta tenacia e passione abbiamo», dice. Una fermezza che si portano anche sul bus del ritorno, «uno di quelli dove spesso si fanno brutti incontri », racconta Enza. Si parte da Anagnina o Tiburtina, sopra è il solito chiacchiericcio di problemi e paure legati all’assenza dalla famiglia: «Quando mio figlio di otto anni mi dice“mammaperché vai a lavoro?” è una coltellata perché ha ragione lui: sono tanto assente». A casa si sta alle 20. Quel che resta della vita sono poche ore di pranzi da preparare e faccende da sbrigare, giusto il tempo di alleviare il senso di colpa che si sono fatte le 3 di notte e la sveglia, di nuovo, suona.

L’Unità 12.03.11

"Dalla scuola il futuro nazionale", di Alberto Asor Rosa

Continuo a frequentare le aule e i luoghi d’incontro e di riunione della scuola italiana (intendo qui soprattutto la scuola media, perché per l’Università mi accade più o meno la stessa cosa, ma nel caso suo il discorso sarebbe più difficile o più complesso), e mi sento di esibire a tal proposito le seguenti testimonianze.
La scuola pubblica italiana è un luogo di lavoro, di esperienze e di vita, in cui, in mezzo a difficoltà sempre più gravi, il livello dell’insegnamento e dell’apprendimento è dignitoso, impegnato, civile, rispettoso delle regole e dei principi, ricco di risultati educativi. Se a qualcuno la cosa stesse a cuore, invece di tagli ci sarebbero investimenti, invece di critiche e, sovente, denigrazioni ci sarebbe quel giusto e ponderato apprezzamento che rende più semplice la vita ai buoni e la ostacola ai cattivi.
Da questa istituzione dipende, ovviamente, gran parte del futuro nazionale: coloro che ne sono i principali attori, – insegnanti, studenti, personale – andrebbero considerati alla stregua dei protagonisti più importanti della nostra vita nazionale. Invece, a giudicare dalle scelte di governo, ahimè, di una parte non irrilevante della stessa opinione pubblica, si direbbe che essi siano giudicati né più né meno come ospiti indesiderati e sgraditi, da tener ben chiusi in un recinto sempre più separato, sgradevole e inabitabile.
Il secondo punto è che la scuola pubblica rappresenta in Italia uno degli architravi portanti, non dirò semplicemente dell’unità, ma dell’identità nazionale. Pensateci anche per un solo istante. Nella dissoluzione crescente dei fattori aggreganti costituiti un tempo dagli organismi politici e partitici, nell’avvilimento delle istituzioni e delle funzioni di governo, nella perdita catastrofica di valori e di ideologie, la trama che la scuola pubblica tiene in piedi, fatta di uniformità di programmi, di una certa qual sintonia comportamentale e culturale da parte degli insegnanti, di inclinazioni profonde, non pregiudizialmente antagonistiche e localistiche, delle grandi masse giovanili che la frequentano. Costituisce uno dei fattori superstiti (il più importante?) del sentirsi e dell’essere italiani. Ovunque i medesimi bisogni, le medesime culture, le medesime risposte. Anche qui: invece di celebrare astrattamente l’unità d’Italia, se ne celebri concretamente la scuola, investendovi almeno quanto se ne disinveste.
Su ambedue i versanti l’attacco che viene da Presidenti mostruosi e indecenti e da Ministri tanto ignoranti quanto determinati nella loro opera di distruzione, è comprensibile e forsennato. L’attacco alla Costituzione muove oggi in tutte le direzioni. Ma quello alla scuola ne rappresenta l’acme decisivo. Se passa qui, – qui dove si formano le nuove generazioni e si perpetuano gli elementi molecolari della tradizione culturale nazionale, – passa dappertutto.
La battaglia è aperta, è decisiva, non riguarda soltanto gli insegnanti e gli studenti, riguarda tutti noi, cittadini uomini di cultura, padri e madri, nonne e nonni. Non è una battaglia che consente alternative o patteggiamenti: o ce la facciamo bene o saremo sconfitti. Perciò, per una volta tanto, bando alle divisioni: la scuola richiede un fronte unito, senza perplessi, indecisi o tanto meno disertori.
A queste condizioni ce la faremo, non possiamo non farcela, la forza è ancora enorme.

Il Manifesto 12.03.11

Draghi: "L'infiltrazione mafiosa frena la crescita dell'Italia"

Il governatore di Bankitalia all’Università Statale di Milano. “La crisi rende le imprese più aggredibili dalla criminalità organizzata”. “Lombardia, è allarme cosche”. Le mafie frenano la crescita del paese. Non ha dubbi il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che ha parlato oggi in un incontro con don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Antimafia libera, all’Università Statale di Milano. “L’economia italiana soffre da tempo, lo sappiamo, di una inibizione a crescere”, ha ricordato Draghi, sottolineando come le cause siano molteplici, di natura diversa e intrecciate tra di loro. “E tra i fattori inibenti – ha detto – vi è anche l’infiltrazione mafiosa nella struttura produttiva, che è aumentata negli ultimi decenni, almeno nella sua diffusione territoriale”. E quindi: “Contrastare le mafie, la presa che esse conservano al Sud, l’infiltrazione che tentano al Nord, serve a rinsaldare la fibra sociale del paese ma anche a togliere uno dei freni che rallentano il cammino della nostra economia”.

“La crisi rende le imprese più aggredibili”. “La crisi che abbiamo vissuto nei passati tre anni – ha evidenziato il governatore – non ha certo migliorato le cose: non poche imprese, che hanno visto drammaticamente ridursi i flussi di cassa e il valore di mercato, sono divenute più facilmente aggredibili dalla criminalità”. “Se gli effetti sociali e politici del crimine organizzato sono riconosciuti e studiati, quelli economici lo sono meno. Ma non sono meno pericolosi”, ha affermato Draghi sottolineando che i costi delle attività criminali per la collettività “s’innalzano a dismisura se il crimine è organizzato”. Inoltre, in una economia infiltrata dalle mafie “la concorrenza viene distolta”.

“L’inquinamento mafioso punisce i giovani onesti”. “Un nostro studio – ha quindi ricordato il governatore – ha documentato come nelle economie a forte presenza criminale le imprese pagano più caro il credito”. Inoltre, in quelle aree “è più rovinosa la distruzione di capitale sociale dovuta all’inquinamento della politica locale” e “i giovani emigrano di più”: quasi un terzo di essi è costituito da laureati che si spostano al nord in cerca di migliori prospettive. Un fenomeno, secondo Draghi, “particolarmente doloroso: l’inquinamento mafioso piega le speranze dei giovani onesti e istruiti, che potrebbero migliorare le comunità che li generano e invece decidono di non avere altra strada che partire”. “Tutti questi costi frenano lo sviluppo economico dei territori coinvolti, dell’intero paese”, ha concluso il governatore.

Il pericolo di infilitrazione aumenta. “In Lombardia l’infiltrazione delle cosche avanza, come ha recentemente avvertito la Direzione Nazionale Antimafia”, ha detto Draghi-“Le denuncie per associazione a delinquere di stampo mafioso – ha proseguito il governatore – si sono concentrate fra il 2004 e il 2009 per quattro quinti nelle province di Milano, Bergamo e Brescia”. La “criminalità organizzata può sfibrare il tessuto di una società, può mettere a repentaglio la democrazia, frenarla dove debba ancora consolidarsi”. Lo ha detto il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, intervenendo ad un convegno sulle mafie a Milano e nel Nord presso l’Università Statale del capoluogo lombardo. “Nel nostro Mezzogiorno – ha aggiunto il governatore – le organizzazioni di stampo mafioso spiccano per longevità storica, radicamento territoriale, capillarità”.

www.repubblica.it

"In piazza anch'io per la Costituzione e la scuola pubblica", di Manuela Ghizzoni

Con la manovra estiva del 2008 – primo atto politico-finanziario del Governo appena insediato – alla scuola sono stati tagliati poco meno di 8 miliardi di euro. Una cifra impressionante, convertita in 130.000 posti di lavoro cancellati, destinati a comprometterne la funzionalità, a danneggiare la formazione dei nostri ragazzi e i loro diritti di cittadinanza.
Ma sbaglieremmo se pensassimo che di soli tagli si tratta, poiché dietro ad essi la destra populista “temporaneamente” al governo cela un progetto dalla precisa matrice “culturale”: quello di riconfigurare la società italiana in chiave regressiva, classista, contraria ai principi costituzionali di equità, giustizia sociale, pari opportunità.
Da quel taglio dacroniano sono discesi i successivi interventi di politica scolastica del Governo: il “maestro unico”, la riduzione del tempo di permanenza a scuola, l’incremento del numero di alunni per classe, il demagogico ritorno di un presunto rigore attraverso la valutazione espressa in voti, il gerarchico riordino delle scuole superiori con in cima il liceo (molto simile a quello di Gentile), l’assolvimento dell’ultimo anno dell’obbligo di istruzione nell’apprendistato (cioè un contratto di lavoro), la mancata immissione in ruolo dei docenti precari. Tutte misure destinate ad impoverire l’offerta formativa, a lasciare indietro chi fatica a stare al passo nell’apprendimento e chi necessita di una didattica innovativa, a trascurare chi è in condizioni di handicap, ad orientare secondo le condizioni sociali della famiglia la scelta della scuola superiore (il figlio di operai ai professionali, mentre “i nati bene” ai licei), a impedire la continuità didattica. Quel taglio, insomma, è il mezzo per poter “normalizzare” la scuola a principio d’ordine, per impedirne l’assolvimento alla funzione (nella quale arranca già da tempo) di motore di promozione personale e di avanzamento sociale del Paese. O, per dirla con le parole limpide dalla Costituzione “a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art 3, comma 2).
È per questa “emergenza democratica” vissuta dalla scuola che aderisco alla manifestazione indetta per il 12 marzo. La destra al Governo tradisce i principi della Carta e Noi non ci stiamo!

Manuela Ghizzoni
Capogruppo PD Commissione Istruzione della Camera

Patrioti, autonomisti, riformatori. Siamo solo noi: i democratici

Bersani conclude l’assemblea nazionale degli amministratori locali e la dedica ad Angelo Vassallo

“Quest’assemblea è un punto d’inizio per un PD che ha in prima fila gli amministratori” dice Pier Luigi Bersani concludendo l’incontro nazionale degli amministratori locali del PD. Comincia dall’attualità tragica, con un messaggio all’ambasciata del Giappone: “Siamo solidali con le vittime, vicini dalle città dell’Italia alle città del Giappone”. Prima del suo intervento si spengono le luci in sala, parte un filmato in ricordo di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica, ucciso l’estate scorsa, a cui il segretario dedica l’assemblea.Una dedica che include i valori che Vassallo ha racchiuso: la legalità, la lotta alle mafie, l’affermazione di regole di civismo, onestà, sobrietà.
Ed è da qui che parte il discorso conclusivo del segretario, dai tanti amministratori che, non solo al Sud, minacciati quotidianamente dalle criminalità. Occorre essere al loro fianco, in tutta Italia; nord, sud, centro uniti nella lotta per la legalità, contro le mafie che penetrano in tutto il paese. E per farlo Bersani propone un “patto”: “Rinunciamo alla nostra facile visibilità, a quella che si ottiene sparando addosso al PD, e mettiamo sotto i riflettori coloro che sono sul fronte e lottano per combattere le mafie, mettiamo i riflettori su di loro.” E contro un certo “sconfittismo” ammonisce: “Ogni volta che qualcuno pensa e dice che tanto in questo paese non c’è più nulla da fare, lasciamo solo chi sta in trincea contro le mafie, li condanniamo a morte”.
“Un partito con in prima fila gli amministratori e che facciano il cuore delle politiche del pd”. Questo il partito che ha in testa Bersani, un partito che metta in luce il difficile lavoro di chi ogni giorno, con le sue scelte, incide sulla vita dei cittadini. E a loro si appella direttamente: “Alle amministrative chiediamo un voto per la tua città e per il nostro paese, perché adesso che siamo in mezzo ai problemi il governo va con il pilota
automatico, senza intervenire. E noi siamo quelli che crescono meno in Europa con l’inflazione
più alta, c’è una montagna di debito pubblico. Ma il governo ha solo smantellato: l’università come il settore delle fonti rinnovabili: bloccano isettori cruciali dalla sera al mattino in modo demenziale perché hanno perso il contatto con la realtà”.
Lo scopo è trasformare la tendenza al non voto in un’energia positiva, riavvicinando gli scettici alla politica: “Il meccanismo populista non è in grado di decidere per il suo modello di consenso: non rompono le noci e non fanno riforme per non disturbare, correndo dietro i sondaggi. Ma se Berlusconi ha grinta noi ne dobbiamo avere di più, altrimenti non meritiamo né la fiducia né di andare al governo, non possiamo mica
dire che Berlusconi non c’è o la gente chiama il 118. Dobbiamo riflette sulla nostra democrazia, con un sistema parlamenta rafforzato, secondo modelli costituzionali europei, e dobbiamo fare un federalismo serio. In un sistema che presuppone i partiti, che garantiscano delle maggioranze che reggano, in grado di governare il paese e di portarlo fuori dalla crisi”. Il PD, dice il segretario, è oggi l’unico partito vero perché “il giorno in cui Bersani se ne va, non succede nulla. Si fanno le primarie e c’è un nuovo segretario, nel sistema personalista che succede? Crolla tutto. per questo “Tocca a noi: siamo solo noi, come dice Vasco, quelli che si impegnano. Combattiamo e guardiamo oltre: non basta l’antiberlusconismo. Ci vuole il progetto. E serve con idee chiare. Senza favole, diffondiamo il nostro progetto ovunque, per far sapere al paese che esiste un’alternativa vera. Non c’è solo la tv, c’è il circolo, il bar, la nostra rete di relazioni”.

Il federalismo è il modo più efficiente per provare ad avvicinare gli italiani a comuni diritti di cittadinanza. Con standard di welfare, sanità, assistenza, che non mettano in svantaggio nessuno.
HO una cosa da chiedere e qualche impegno da prendere.
Penso che tra i nostri amministratori, tra i circoli e le assemblee ci siano risorse su cui investire. Non possiamo scordarci che il nostro obiettivo è l’Italia. Il profilo del nostro partito dev’’essere quello di patrioti, di autonomisti e riformatori. Patriota è la parola che suonava, per un secolo, come quella di reazionari, non di conservatori. Noi siamo patrioti e porteremo ovunque la bandiera dell’italia, il 17. Governare, sostanzialmente, è sinonimo di cambiare, e cambiare vuol dire sempre rischiare. Ma la grande asse di essere un partito autonomista e di governo è legato proprio a questo.
Noi siamo quelli che dicono che il figlio che nascono in italia sono italiani, ma siamo anche quelli che dicono che quando hai 10 posti all’asilo e ti arriva il figlio di una povera famiglia immigrata e rischi di lasciare fuori il figlio di una famiglia povera italiana, coinvolgi la città e chi dall’immigrazione trae soprattutto i benefici, mette qualcosa in più e ti permette di avere 11 posti all’asilo per tutti.
Le amministrazioni locali non sono la malattia, sono la medicina. Lavoriamo affrontando questa battaglia elettorale, sotterrando picconi e piccioncini più che si può e lavoriamo tutti per un unico obiettivo, dando un messaggio politico di apertura. I cittadini apprezzeranno che un partito che vuole guardare oltre sia generoso e aperto. Dobbiamo lavorare ad un progetto serio per l’Italia che vogliamo.

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