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Tagli alla cultura, si lamenta persino Bondi

Arriva un’altra sforbiciata di 77 milioni. Ghizzoni: “Cosa replica il consigliere Enrico Aimi del Pdl? Se la prenderà ancora con la propaganda della sinistra? L’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura e Istruzione della Camera, interviene nel dibattito sui tagli alla cultura. Ecco la sua nota.
«Per il centrodestra non esistono fatti ma solo fiction. Quindi anche i numeri, quando non fanno comodo al governo, diventano propaganda dell’opposizione. E’ stata esattamente questa la reazione del consigliere regionale Aimi, il mese scorso, di fronte alla denuncia dei pesanti tagli allo spettacolo da parte della Fondazione Teatro Comunale di Modena: l’ha liquidata come comizio e propaganda della sinistra.

Cosa replica oggi, l’esponente del Pdl, ai nuovi tagli dei fondi statali (27 per lo spettacolo e 50 per il restauro del patrimonio storico-artistico)? Se la prenderà ancora con la propaganda o avrà l’onestà intellettuale di riconoscere che i tagli del governo sono parte della strategia generale di azzeramento delle politiche pubbliche per la cultura? Se non lo facesse apparirebbe più realista del re o del ministro dimissionario Bondi che ha certificato il proprio fallimento dichiarando: “Posso solo confidare che chi mi succederà a breve abbia l’autorevolezza e la forza di porre rimedio e invertire l’attuale situazione”.

L’obiettivo di questo governo non è quello di sostenere la cultura (nel Paese che ospita il 52% del patrimonio culturale mondiale), ma salvare a trattativa privata le eccellenze carismatiche e smantellare tutto il resto. Così, mentre alla Scala di Milano e all’Arena di Verona sono arrivati 3 milioni cadauna grazie all’approvazione di un emendamento della Lega nel decreto Milleproroghe, il Fondo unico per lo spettacolo è tagliato di quasi il 50% (si passa dai 408 milioni del 2010 ai 231 di quest’anno). I teatri che non hanno la fortuna di risiedere nelle terre leghiste sono costretti a stringere la cinghia oppure a chiudere, come sta già accadendo a compagnie teatrali, orchestre e a Cinecittà Luce (stiamo parlando di migliaia di professionisti dello spettacolo, che si trovano senza lavoro e che sono privi anche di tutele sociali). Nel frattempo, chi ama il cinema si prepari a sborsare un euro in più per il biglietto, come voluto dal Governo nel Milleproroghe. Ma non è anche questo un modo di mettere le mani in tasca agli Italiani?

Pur disprezzando tutto ciò che sa di cultura e di attività del pensiero questo governo dovrebbe almeno essere attento alle ragioni del portafoglio e capire che nel nostro Paese investire sulla cultura e sui beni artistici fa bene anche all’economia. Niente da fare. In fondo che bisogno c’è di teatri, di cinema e di musei. Gli italiani se ne stiano a casa: ci pensano Mediaset e la Rai di Masi a produrre cultura».

"Riforma epocale? Per ora c’è solo una leggina ad personam"

La “sintesi migliore” è una bilancia. La mostrano insieme, Silvio Berlusconi seduto a destra e il delfino Guardasigilli a sinistra, sala stampa di palazzo Chigi zeppa come un uovo per la riforma «epocale». Il premier con la guancia incerottata che si scusa «per questo imbarazzo estetico», Alfano che sfodera la sua flautata retorica. La bilancia della giustizia ha i due piatti «finalmente in parità», accusa e difesa con gli stessi diritti, mica come oggi che «i due piatti sono totalmente sbilanciati, il cittadino solo e nettamente sfavorito contro giudice e pm, un accumulo di potere che va abolito». Il premier non lo dice ma è chiaro che quell’omino solo sul piatto schiacciato dal sistema giustizia è lui, «protagonista unico e insuperabile della storia dell’universo della giustizia».
Carta straccia della Costituzione con l’alibi di una «bilancia». Che può essere, come dice il ministro, la «nuova architettura» dello stato democratico «in cui il giudice sta in alto e l’avvocato e il pm sono sotto». Oppure la fine del principio di bilanciamento tra poteri dello stato. Con i 18 articoli di riforma costituzionale (il 17 precisa che «i principi della riforma non si applicano ai procedimenti penali in corso») il governo strappa quelle regole e ne prevede di nuove. Punta a dividere il corpo della magistratura e ad isolare i pubblici ministeri (articoli 3, 4 e 5 che riscrivono il 101, il 102 e il 104 della Costituzione), cioè l’accusa, i titolari dell’azione penale e i principali responsabili di tante inchieste. Nei fatti i 18 articoli creano toghe di serie A («i giudici costituiscono un ordine autonomo e indipendente da ogni potere») e di serie B (i pm titolari di «un ufficio organizzato secondo le norme dell’ordinamento giudiziario»). Mentre Alfano parla e spiega il premier fa sì con la testa e poi integra, per rendere meglio l’idea:“D’ora in poi i pubblici ministeri saranno costretti ad andare dal giudice a fare la fila col cappello in mano”.
Berlusconi cercava questa riforma dal 1994. Finora non era neppure riuscito a scriverla. Gli ha risolto il problema il “bravissimo” Alfano, persona in genere cordiale e che pure ieri per qualche attimo ha rischiato
di perdere le staffe («devo ripetere per i non udenti»). Entrambi sventolano davanti alle telecamere disegni, tabelle: la riforma costituzionale e le undici leggi ordinarie di attuazione della riforma. C’è quella che separa le carriere; una che organizza il nuovo ufficio del pm; un’altra che istituisce i due Csm (metà laici e metà togati presieduti entrambi dal Presidente della Repubblica); quella che regola i nuovi rapporti tra polizia giudiziaria e pm, non più esclusivi ma anzi filtrati dal ministro e quindi dalla politica. Le più temute sono le leggi che dovranno stabilire «i criteri dell’azione penale» che resta obbligatoria ma alcuni reati saranno perseguiti più di altri; l’inappellabilità delle sentenze di primo grado se sono di assoluzione e quella che dovrà stabilire quanto e quando le toghe dovranno risarcire gli indagati. Pm declassato e indebolito: ecco il succo della riforma. Come immagina questo paese se avesse potuto fare questa riforma vent’anni fa? Il premier non esita:«Non ci sarebbe stata Tangentopoli, né il 1994 (il primo avviso di garanzia che lo costrinse alle dimissioni, ndr), né il 1997 (quando proprio sulla giustizia fallì la Bicamerale di D’Alema, ndr), né il tentativo a cui assistiamo oggi di mettere fine a questo governo per via giudiziaria». Alfano giura che quella che ha tra le mani «non è il quinto vangelo» ma solo «una proposta» aperta a tutti i contributi. Per le toghe non ci sono dubbi: «È una riforma che non risolve nulla sul fronte urgentissimo della efficienza e della lentezza dei processi ed è solo punitiva». L’Anm non annuncia scioperi. Si vedranno il 19. Non c’è fretta. Tanto il cammino di questa riforma “epocale” prenderà almeno due anni. E poi dovrà passare il referendum popolare. Strada molto lunga. Inutile agitarsi ora.
Questo resta ancora un problema della maggioranza. Che ieri, come denuncia Donatella Ferranti (Pd) in Commissione Giustizia ha fatto un altro blitz salva-processi. Nel disegno di legge sui reati a querela (in aula a Montecitorio lunedì, lo scopo è quello di sfoltire il carico penale) è spuntato anche il reato di appropriazione indebita.
La norma prevede che il processo muore se il querelante non si presenta a processo o se il querelato
fa un’offerta economica al danneggiato.
Guarda un po’, è proprio il caso del processo Mediatrade, uno dei quattro in cui è imputato il premier e ancora in fase di udienza preliminare: in quel processo infatti Berlusconi è imputato di frode fiscale e appropriazione indebita e la parte offesa è la stessa Fininvest. Insomma, se il Cavaliere paga qualcosa a se stesso, il processo può morire.

L’Unità 11.03.11

"Energie rinnovabili abbandonate all'incertezza", di Annalisa D'Orazio

Il decreto legislativo sulle energie rinnovabili ha avuto un iter caratterizzato da conflitti e polemiche tra gli operatori del settore e il legislatore. Oggetto di scontro sono state le parti riguardanti gli incentivi alle rinnovabili, elemento di crescita dello scontro la norma sul fotovoltaico, introdotta in una seconda versione del decreto. Una storia che si ripete e destinata a continuare nei prossimi mesi se il Governo non farà chiarezza. L’iter di attuazione della direttiva 2009/28/CE sulla promozione delle energie rinnovabili è stato caratterizzato da un confronto limitato e accese polemiche. La prima versione è stata trasmessa dal Governo al Parlamento il 10 dicembre 2010. Ha riservato agli operatori la sorpresa di leggere, in un testo di recepimento dei criteri e delle condizioni di promozione delle energie rinnovabili e dei biocarburanti verso l’obiettivo 2020 previsti dalla direttiva (1), anche la modifica della disciplina nazionale di incentivazione delle rinnovabili elettriche. Una seconda versione, approvata il 3 marzo 2011 in seguito agli emendamenti parlamentari (e sull’onda del dibattito suscitato dalla dichiarazione di Gse di una corsa accelerata alla realizzazione di impianti fotovoltaici fino al raggiungimento di 7.000 Mw finanziati con il secondo conto energia) (2), ha incorporato nel decreto la norma che modifica il sistema di incentivi del fotovoltaico.
Il tutto ha mandato nel panico il mercato e ha armato gli operatori uno contro gli altri. Cerchiamo di capire perché.

IL DECRETO ROMANI E GLI INCENTIVI ALLE RINNOVABILI ELETTRICHE

Il Titolo V del decreto legislativo del 7 marzo 2011 cambia per l’ennesima volta il disegno italiano di disciplina degli incentivi alla produzione di elettricità da impianti rinnovabili. Nel 1992 l’Italia adotta un meccanismo a tariffa amministrata (c.d. Cip6); nel 2001 (ex d.lgs 79/99) passa al meccanismo di mercato della quota d’obbligo con Certificati verdi (Cv), nel 2008 (legge 244/299) determina tariffe amministrate per impianti di piccole dimensioni (<1Mw) e modifica radicalmente il meccanismo dei Certificati verdi (Cv) per impianti più grandi, snaturandone le componenti “di mercato”. Infine, con il decreto del 7 marzo prevede: a) la graduale abolizione del meccanismo dei certificati verdi. b) il passaggio ad un meccanismo di incentivi determinati tramite aste al ribasso per gli impianti di potenza superiore a valori minimi da definire. c) incentivi, non altrimenti definiti, per impianti diversi da quelli di cui al punto b) e per progetti di riconversione del settore saccarifero. d) nuove tariffe in conto energia (rispetto al decreto 6 agosto 2010 o terzo conto energia che si limiterà agli impianti entrati in esercizio entro il 31 maggio 2011 a prescindere dal contingente di potenza (3) già stabilito nel decreto) per gli impianti solari fotovoltaici che entreranno in esercizio dopo il 31 maggio 2011. L’attuazione del nuovo disegno richiederà, nei mesi a venire, una copiosa quantità di decreti e regolamenti di passaggio ai nuovi meccanismi e gestione degli incentivi. Nel frattempo l’incertezza sul futuro sostegno a tutte le energie rinnovabili regna sovrana. GLI OBIETTIVI DELLA POLITICA ITALIANA Gli obiettivi delle politiche di sostegno alle rinnovabili sono delineati nello stesso decreto legislativo del 7 marzo 2011 che all’art. 23 afferma “la nuova disciplina stabilisce un quadro generale volto alla promozione della produzione di energia da fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica in misura adeguata al raggiungimento degli obiettivi di cui all’art. 3 (obiettivi nazionali di ripartizione dell’obiettivo europeo del 20% nel 2020 secondo la direttiva 2009/28/CE, n.d.r.) attraverso la predisposizione di criteri e strumenti che promuovano l’efficacia, l’efficienza, la semplificazione e la stabilità nel tempo dei sistemi di incentivazione”. Sulla capacità di perseguire gli obiettivi di stabilità e semplificazione resta ben poco da dire dopo le premesse del paragrafo precedente. L’efficacia è negativamente condizionata dalla varietà e complessità delle norme, nonché dall’alta variabilità delle regole del gioco e dalla scarsa prevedibilità dei futuri orientamenti del legislatore. L’efficienza, qui intesa come remunerazione (incentivo o sussidio) del solo costo addizionale dell’elettricità prodotta da impianti rinnovabili rispetto al costo della migliore tecnologia non rinnovabile, sembra essere il criterio di fondo del riordino dei sistemi di incentivazione in vigore, mossi dall’intento di riduzione degli oneri di sostegno a carico dei consumatori elettrici. Almeno questa è la ratio sottostante il passaggio al meccanismo d’asta al ribasso. Riguardo al resto, la sospensione dei regimi in vigore e la non conoscenza dei valori dei nuovi incentivi, non consente di valutare l’effetto sui costi sociali. L’obiettivo di efficienza è del tutto condivisibile se si tiene conto che: a) in Italia tutti gli incentivi (per taglia di impianto e fonte rinnovabile) sono mediamente più elevati rispetto agli altri paesi dell’Ue; b) i meccanismi di mercato (caso Cv) o automatici (allineamento delle tariffe al costo delle tecnologie per effetto delle curve di apprendimento e della competitività) di pressione verso il basso dei valori del sussidio sono inefficaci; c) i meccanismi di promozione non rispondono all’esigenza di integrazione con il sistema elettrico secondo criteri di efficienza. Gli obiettivi di efficacia, efficienza, semplificazione e stabilità che dovrebbero orientare gli strumenti (incentivi), tuttavia, sono secondari rispetto all’indirizzo strategico del legislatore di promuovere investimenti in impianti rinnovabili per intraprendere il percorso virtuoso di crescita dell’energia rinnovabile nei consumi nazionali da qui al 2020. QUALE STRATEGIA DI SVILUPPO? L’obiettivo nazionale di sviluppo delle energie rinnovabili è fatto proprio dal Governo italiano, il quale: - ha condiviso con gli altri Stati membri la strategia europea in materia di crescita delle energie rinnovabili, ha partecipato ai lavori preparatori della direttiva 2009/28/CE e ha ratificato l’accordo di ripartizione delle quote nazionali di sviluppo delle energie rinnovabili; - ha inviato nel luglio 2010 alla Commissione europea il Piano di azione nazionale di sviluppo delle energie rinnovabili, in cui delinea un percorso di crescita delle rinnovabili elettriche dai 40 ai 50 TWh dal 2010 al 2020, ovvero il raddoppio rispetto alla produzione attuale. La crescita è in linea con la strategia dell’Europa verso il 2020 e risponde all’obiettivo nazionale di sviluppo richiamato all’art. 3 dello stesso decreto del 7 marzo. I meccanismi di sostegno, laddove giustificati da maggiori costi rispetto alle tecnologie non rinnovabili, rispondono innanzitutto alla strategia di promozione delle rinnovabili e dell’efficienza energetica nel quadro della politica energetica del governo in sede europea. L’incertezza sul futuro va quindi eliminata al più presto per ridare certezza a consumatori e imprese, ma soprattutto credibilità alle politiche del governo. Ci auguriamo che, almeno questa riforma, rappresenti l’occasione per una visione politica allargata della materia, con un maggiore e ampio coinvolgimento degli stakeholders (a mio avviso necessario nella gestione dei conflitti) e un più ampio riferimento alle esperienze internazionali e sia la premessa per una strategia di sviluppo delle energie e delle tecnologie rinnovabili che analizzi i costi e i benefici sociali dei possibili scenari di crescita. (1) Direttiva 2009/28/CE. (2) In realtà non si comprende il legame tra la comunicazione di GSE (tra l’altro inopportuna e, a mio avviso, improbabile dal punto di vista dei MW che si ritiene effettivamente realizzati e operativi entro il 2011 con finanziamenti coperti dal secondo conto energia) e l’inserimento della norma di rettifica del terzo conto energia approvato con il decreto del 6 agosto 2010. L’effetto è stato quello di generare scontento nel mercato del solare fotovoltaico, data l’incertezza aperta dalla norma di revisione del decreto del 6 agosto 2011. (3) Il terzo conto energia prevedeva, infatti, una copertura di 3.000 MW (impianti solari fotovoltaici tradizionali), 300 MW (integrati-innovativi), 200 MW (solare fotovoltaico a concentrazione). da lavoce.info

Al via l'Assemblea nazionale Amministratori locali Pd – Interventi

Le proposte del Pd per una “vera riforma delle pubbliche amministrazioni”. Le prossime elezioni amministrative saranno ”un modo per dare l’avviso di sfratto a Silvio Berlusconi” secondo il Pd che ha scelto Milano per l’Assemblea nazionale degli amministratori del Partito Democratico, dal titolo: “Oltre gli steccati c’è la tua città c’è il tuo Paese”. Oggi si è cominciato con quattro gruppi di lavoro per passare domani a una assemblea plenaria con la conclusione del segretario Pier Luigi Bersani intorno alle 17,30. Un appuntamento che servirà a scrivere un manifesto degli amministratori con le linee guida in vista delle elezioni. Ci saranno tutti, o quasi, i candidati: Piero Fassino che corre a Torino, Giuliano Pisapia a Milano, Roberto Cosolini a Trieste, Virginio Merola a Bologna, solo per citarne alcuni. Non ci sara’ Mario Morcone, da poco scelto come candidato a Napoli, che fara’ la sua prima uscita ufficiale sabato prossimo.

”Si vota in 11 Province, 30 Comuni capoluogo. Sono coinvolti 13,5 milioni di elettori – ha spiegato Davide Zoggia, il responsabile enti locali della segreteria nazionale del Pd – e oltre a chiedere loro il voto per la buona amministrazione chiediamo l’impegno degli elettori per dare lo sfratto al governo Berlusconi, che è centralista e non rispetta le autonomie locali”. Il federalismo in questo incontro sara’ uno dei temi principali.

”Dall’assemblea – ha dichiarato il segretario lombardo Maurizio Martina – viene un messaggio forte ai cittadini del Nord: il centrodestra ha fallito alla prova della modernizzazione dello Stato. La Lega ha fallito la prova del federalismo e si è visto sui decreti attuativi con meno risorse, meno servizi e una situazione che ha cambiato la vita dei cittadini”. Sul federalismo regionale, il Pd dice di essere pronto ”al confronto sul merito” e conferma le critiche a quello municipale.
La scelta di tenere l’assemblea nel Comune di Milano ha anche un motivo simbolico: ”Milano – ha concluso Martina – è contendibile, ed è una sfida aperta”.

I lavori sono proseguiti con workshop tematici: Riforma Pubblica Amministrazione tra innovazione tecnologica e sussidiarietà; Federalismo e Riforme delle Autonomie Locali; Risorse, Bilanci, Fiscalità; Le Buone Pratiche del Governo Locale: integrazione, sicurezza, diritti, sostenibilità, partecipazione. E riprenderanno domani alle 9.30 con l’apertura di Maurizio Martina, segretario Regionale del Pd Lombardia, cui seguirà la relazione introduttiva di Davide Zoggia, Responsabile Enti Locali e l’intervento di Claudio Martini, Presidente Forum Politiche Locali. Sono previsti gli interventi di alcuni candidati alle prossime elezioni amministrative come: Daniele Bosone candidato alla Provincia di Pavia, Franco Ceccuzzi candidato a sindaco Siena, Roberto Cosolini candidato a sindaco Trieste, Piero Fassino candidato a sindaco Torino, Virgilio Merola Candidato a Bologna e Giuliano Pisapia candidato a Milano.Youdem Tv trasmetterà domani, in diretta lo svolgimento dei lavori sul canale Sky 813 o, in streaming, su www.youdem.tv.

Presenti molti amministratori locali del Pd tra gli altri: Claudio Burlando, Sergio Chiamparino, Beatrice Draghetti, Michele Emiliano, Vasco Errani, Marco Filippeschi, Piero Lacorazza, Catiuscia Marini, Marta Vincenzi e Flavio Zanonato.Ai lavori parteciperanno parlamentari e responsabili di settore del Pd come Oriano Giovanelli, Marco Meloni, Walter Vitali, Stella Bianchi, Cecilia Carmassi, Marco Causi, Antonio Misiani, Emanuele Fiano, Ettore Martinelli, Andrea Orlando, Anna Maria Parente, e Fausto Raciti.

Marco Meloni, Responsabile nazionale Riforma P.A della segreteria del Partito Democratico ed Oriano Giovannelli, Presidente del Forum P. A. del PD, nell’ambito dell’ Assemblea nazionale in corso a Milano, hanno chiarito come “il PD, non voglia fare solo una denuncia, su quando lo spreco del denaro pubblico si unisca al massimo di corruzione (Corte dei conti +30% nel 2009), ma piuttosto il Partito Democratico voglia presentare una rigorosa proposta di governo. Ovvero, fare il vero federalismo, quello che si sostanzia in una forte riforma delle pubbliche amministrazioni, e non quello delle chiacchiere“.
“Il Pd propone di riformare intere parti di Stato centrale, oggi ipertrofico –hanno dichiarato i due democratici -.. Fare delle Regioni un livello istituzionale che legifera e programma, unificare la gestione dei servizi dei piccoli comuni, ripensare le Provincie a partire da quelle delle città metropolitane. Brunetta e la sua campagna demagogica invece hanno fallito. Il governo Berlusconi è riuscito in un capolavoro: il massimo della tassazione (veniamo nelle classifiche internazionali, dopo la Danimarca e Svezia), massimo di debito pubblico, spesa pubblica fuori controllo unitamente a un forte taglio dei servizi (scuola, sicurezza, cultura, assistenza sociale)”.

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Leggi gli interventi di:

* Davide Zoggia (relazione di apertura)
* Maurizio Martina

Vasco Errani

Livia Turco

Michele Emiliano

Paolo Gentiloni

"Signori si chiude lo spettacolo è finito", di Michele Serra

Duecentotrentuno milioni di euro è la cifra che lo Stato italiano intende spendere per cinema, teatro e lirica nell´anno corrente. Lo stanziamento è talmente esiguo da avere spinto la Consulta ministeriale a rifiutarsi di decidere: si può spartire una torta, non si può spartire un mucchio di briciole.
Che arte e cultura possano e debbano vivere solo dei loro incassi è un concetto palesemente truffaldino. Perché senza mecenatismo privato e pubblico nessuna arte, in nessuna epoca, in nessun paese avrebbe mai potuto attecchire e svilupparsi: progettualità, pensiero, creazione, sperimentazione non sono “beni” immediatamente misurabili in termini di rendimento economico. Sarebbe come pretendere che i ricercatori scientifici portassero a incasso, ogni anno, più di quanto hanno speso per ricercare. Morirebbe la ricerca scientifica.
Il bilancio delle arti non è mai calcolabile nel breve periodo. Al botteghino si contano i proventi immediati, ma il prestigio culturale e la crescita intellettuale di un paese, specie di un paese come il nostro che ha tra i suoi pochi punti di eccellenza un patrimonio artistico e culturale unico al mondo, non è un conto che si può fare con la grettezza del contabile. Impoverire il tessuto culturale di una qualsiasi comunità è comunque un atto di cecità. Farlo in un Paese come il nostro è puro sabotaggio, soprattutto contro le nuove generazioni. Al punto che è legittimo sospettare che dietro il fragile sipario della “mancanza di fondi” agisca un animus politico anti-culturale che si concilia perfettamente con il proposito di una trasformazione strutturale della società italiana. Consumatori di pubblicità invece che cittadini. Audience invece che opinione pubblica.
È già stato detto centinaia di volte – dati alla mano – che altri governi europei, di destra e di sinistra, si guardano bene, proprio in periodi di crisi, dalla tentazione di disinvestire nella cultura. L´investimento culturale altrove viene considerato quasi un bene-rifugio, semi che daranno frutti. E l´allargamento del mercato culturale (che pure, in termini di meri quattrini, vale miliardi di euro: sono 500 mila gli italiani che campano di arte e cultura) viene considerato un volano di altri consumi – per esempio il turismo e il commercio – e soprattutto di un miglioramento dei parametri di civiltà.
Da noi l´attacco alla scuola pubblica (che “inculca” nei giovani, secondo il premier, valori riprovevoli) e l´attacco alla cultura sono, in questo momento, le due ruote della stessa bicicletta. Un taglio così sfrontato ai finanziamenti statali per cinema, teatro, enti lirici, non è solo un avvertimento minaccioso a 250 mila lavoratori e artisti, che imparino a considerare parassitismo ciò che a loro pareva legittimo incentivo. È un punto programmatico di palmare evidenza: la cultura e l´arte non sono e non saranno mai priorità di questa maggioranza. L´incredibile vacanza del Ministero dei Beni culturali (il ministro, per ragioni misteriose, non va più al lavoro da mesi) è solo il tocco gogoliano di un dramma politico che investe frontalmente la società italiana. E il recentissimo reperimento di sei milioni di euro, ripartiti tra Stato e Regione Lazio, per finanziare la neonata Fondazione Zeffirelli (definito da Berlusconi una vittima della persecuzione di sinistra) è la ciliegina beffarda su una torta sottratta a tutta la cultura italiana.

La Repubblica 11.03.11

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“Il governo ha congelato altri 27 milioni del fondo statale per lo spettacolo. Portando l´industria culturale sull´orlo della chiusura”, di ROBERTO MANIA

Niente bis. Questa volta cala il sipario. E si chiude per tagli. Meno balletti, meno concerti, meno teatro, meno cinema, meno spettacolo. Silenzio. È la lenta eutanasia della cultura quella che si prospetta dopo che 27 milioni del Fondo unico per lo spettacolo (il Fus) sono stati congelati dal ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, nel caso in cui la vendita delle frequenze del digitale terrestre dia un incasso inferiore alle previsioni. Da 258 milioni a 231 milioni, e forse anche di meno perché altri 50 milioni destinati al ministero dei Beni culturali sono stati bloccati. In tutto 77 milioni. La scure aveva colpito pure lo scorso anno, va detto. È la flemmatica tremontiana gestione delle finanze pubbliche: tagli lineari e – se serve – anche in via preventiva. «Tanto – avrebbe sostenuto il ministro – la cultura non si mangia».
L´industria culturale, ora, può chiudere i battenti. «Lo spettacolo dal vivo è tecnicamente morto», dice Riccardo Tozzi produttore di film di successo come Benvenuti al Sud. Paolo Protti, presidente dell´Agis, l´associazione delle imprese dello spettacolo, stima un taglio del 40 per cento in tutti i settori, occupazione compresa. È appena tornato da Londra per una riunione della categoria: «I miei colleghi si sono detti stupefatti per quello che sta succedendo in Italia». Perché noi – nel Paese dal più imponente patrimonio culturale – andiamo contromano: tagliamo. Pur investendo già mediamente il 10 per cento di meno di quanto facciano la Francia o la Germania.In un decennio le risorse destinate alla cultura sono diminuite di circa 960 milioni di euro, più del 30 per cento. Va in cultura lo 0,21 per cento del Pil, contro l´1 per cento in Francia.
Ma è (era?) il Fus la grande “mammella” dello spettacolo. Senza il Fus non c´è più nulla. Al Fus si abbeverano tutti, teatranti, cineasti e danzatori. E fa impressione leggere le serie storica degli stanziamenti riservati al Fondo: erano 357,48 milioni di euro nel 1985, sono 378 milioni nel 2010 che però, a valori costanti, corrispondono a 179,9 milioni di euro del 1985. Una perdita reale di oltre il 40 per cento. Per questo l´ultimo taglio di Tremonti corrisponde al colpo del ko. Lo dicono nel governo stesso in un gioco delle parti davvero pirandelliano. Prima dell´ultimo “congelamento” le risorse per la musica erano scese da 56 a 35 milioni; per la lirica da 196 a 122; per la danza da 9 a 5; per il teatro da 67 a 42; per il cinema da 76 a 47. Ora dovranno tutti tagliare del 10 per cento. Eccolo il collasso dello spettacolo.
Un ricercatore della Bocconi di Milano, Alex Turrini, ha calcolato il contributo che lo Stato ha, di fatto, richiesto negli anni a ciascun cittadino per poi poter assistere a uno spettacolo. Ha messo a confronto, e pubblicato su lavoce. info, i dati relativi al 1985 a quelli del 2009. A parte che in venticinque anni in termini reali lo stanziamento si è dimezzato, Turrini ha “scoperto” che mentre nel 1985 ci chiedeva di «rinunciare all´equivalente attuale di una serata all´anno in pizzeria, nel 2010 il ministero pensa che ogni cittadino valuti l´utilità dell´esistenza di teatri d´opera, di istituzioni musicali, di prosa, di compagnie di danza e della produzione di film italiani quanto il consumo di un menù completo da McDonald´s con gelato come dessert». Conclusione che non richiede alcun commento.
Eppure non c´è alternativa al finanziamento pubblico. La cultura è un prodotto particolare, non vale la regola della domanda e dell´offerta. O almeno non ci si può affidare solo a quella perché il rischio è che la qualità sprofondi in basso. Funziona così in tutto il mondo e non c´è alcun scontro tra liberisti e statalisti. C´è una parziale eccezione e riguarda il cinema. Quello italiano sta vivendo un nuovo boom: ha conquistato tra il 30 e il 40 per cento del mercato italiano. È un vero caso di scuola. I finanziamenti pubblici sono progressivamente crollati: dal 60 al 12 per cento. Ma il cinema è diverso da uno spettacolo di lirica o da un balletto. In ogni caso i tagli arriveranno: a Cinecittà Luce (non agli studi che sono privati), alla Mostra di Venezia, la Centro sperimentale, alle opere prime e seconde. Perché la promozione è un´attività inevitabilmente pubblica. Il neo-mecenatismo, come quello di Diego Della Valle, patron del gruppo Tod´s, che ha messo 25 milioni per restaurare il Colosseo, non è un´altra strada. Vale una tantum.
Nemmeno la Rai è quella di un tempo. Più o meno ha tagliato la produzione del 40 per cento. Stiamo assistendo a una nuova forma di delocalizzazione: per le fiction, ad esempio, si va all´estero (in Argentina, in Brasile e nei paesi dell´Europa orientale), dove costa meno. Il sindacato di categoria della Cgil ha stimato che tra gennaio 2008 e aprile del 2010 sono stati persi più di 76 milioni di euro tra mancati redditi dei lavoratori, mancati proventi delle società di noleggio e delle imprese dell´indotto e mancati introiti dello Stato. E in un dossier del Pd c´è scritto che «nel 2009 sono state circa 100 le settimane di lavorazioni estere in cui sono stati impiegati, mediamente, appena 10 lavoratori italiani». Abbiamo scelto di rinunciare alla cultura anche se poi non sono solo spese: il Regio di Torino, per esempio, versa ogni anno circa 15 milioni di euro allo Stato sotto forma di contributi e tasse, ma ne riceve dieci.
E certo non è quello dello spettacolo o della cultura il settore della rigidità del lavoro. Qui si sperimentano da sempre tutte le forme di flessibilità. Qui il lavoro è precarietà. Oltre il 50 per cento degli addetti ha un contratto atipico: dai contratti a termini alle “ipocrite” partite iva. Tutti senza tutele. L´età media è compresa tra i 30 e i 49 anni. Ci sono circa 250 mila artisti e professionisti di alta specializzazione ai quali vanno aggiunti oltre 140 mila tecnici. Si calcola che ogni euro speso per lo spettacolo ne produca quasi cinque. Ci sono restauratori, archivisti, archeologi, registi, traduttori, sceneggiatori, registi. E poi cantanti, danzatori, guide turistiche, annunciatori, macchinisti e attrezzisti di scena. L´indotto arriva fino al turismo.
È questo il popolo che protesta contro i tagli. Il presidente dell´Accademia di Santa Cecilia, Bruno Cagli, ha annunciato le sue dimissioni. Il direttore d´orchestra Antonio Pappano ha parlato di «scandalo». Il regista Paolo Virzì ha proposto di bloccare per un mese i cinema, i teatri, le fiction «perché – ha detto – la cultura è il nostro petrolio». Il direttore dell´´Eliseo di Roma, Massimo Monaci, ha detto che «il sistema crollerà». I lavoratori del Regio di Torino si sono presentati alla conferenza stampa per la presentazione dei “Vespri siciliani” con una bara avvolta nel tricolore. Secondo il presidente Fai, Ilaria Bortoletti Buitoni, «si è perso il senso del futuro».
Sono a rischio chiusura il Carlo Felice di Genova e il Comunale di Bologna. Il Teatridithalia di Milano è privato e non può fare nuove produzioni per il prossimo anno. Tremano i festival anche per via dei tagli ai trasferimenti locali. Al Festival della letteratura di Mantova andrà il 50 per cento delle risorse dell´anno scorso. Resiste la Scala. La Cgil e l´associazione “100 autori” saranno in piazza anche per la cultura nel “Costituzione day” di sabato prossimo. Ci saranno tre giornate di mobilitazione contro i tagli dal 26 al 28 marzo. Per gli altri, comunque, c´è sempre Raiset. Con Belen.

La Repubblica 11.03.11

"Noi prof, nemici come i magistrati e i giornalisti liberi", di Annamaria Palmieri*

Per «non inculcare…» ci hanno tagliato le ore di lezione hanno costretto i ragazzi a stare in 30 per classe, hanno tolto il sostegno a chi ne aveva bisogno. Facciamo proprio paura!. Di appartenere alla categoria dei “nemici” di Berlusconi, noi, insegnanti della scuola pubblica, ce ne eravamo accorti da tempo: almeno da quando, nel 2005, scoprimmo che la scuola era stata inserita dal premier, ispirato dagli irrinunciabili sondaggi, tra i luoghi del potere occulto organizzato contro di lui. Ci trovammo dalla sera alla mattina in nobile compagnia, insieme alla magistratura, le televisioni, l’università, i giornalisti. Non sembra trascorso tanto tempo: anche senza andare tanto indietro, chiunque abbia osservato, negli ultimi anni, pur con occhio distratto, i provvedimenti adottati dall’attuale compagine governativa, le mosse del magico trio Gelmini- Tremonti-Brunetta, nonpuò che concludere che la scuola pubblica italiana, a Berlusconi e ai suoi fedelissimi, sta decisamente antipatica. Un covo eversivo, abitato da una manica di fannulloni e disfattisti, privi di autorevolezza e preoccupati solo di difendere se stessi; contro questa scuola è stata imbastita una “riforma epocale”, infarcita di parole d’ordine, come voti in condotta, essenzializzazione dei tempi, privatizzazione, tagli allo spreco, saperi ridotti al minimo sindacale, meritocrazia. Ma spicca nell’ultimo atto d’accusa una nota di originalità: per una volta tanto, la scuola pubblica non è imputata per quello che non fa, ma per ciò che fa! Gli insegnanti della scuola pubblica – ha esternato il premier, davanti ad un’osannante platea di cattolici riformisti (o forse contro-riformisti) – «inculcano valori opposti a quelli della famiglia». Lo confesso…quando l’ho sentita, questa cosa qui, mi sono inorgoglita. Perché mi piacerebbe – davvero- essere in grado di contrastare l’idea della famiglia posseduta da Berlusconi, mi farebbe sentire utile. E se io poi fossi in grado di contrastare i (dis)valori di una famiglia cinica e individualista, quella auspicata dai neoliberisti, che reagisce ridanciana al bunga bunga,non condanna lo svilimento delle istituzioni e pensa che il successo dei propri figli passi per il denaro e per l’esclusione dei meno fortunati, mi sentirei un eroe! Sì, lo confesso, mi piacerebbe molto. Peccato che non posso. E non posso…perché non ne ho il tempo. E non ne ho il tempo perché mi hanno tagliato le ore. Perché mi hanno riempito le classi con 30-35 alunni. Perché all’allievo disabile hanno tolto l’insegnante di sostegno. Perché nelle ore a disposizione sto a coprire le supplenze dei precari che sono stati sbattuti fuori. E non ne ho il tempo perché appena finisce l’orario, fuggo a scuola del mio bimbo, dove, tagliato il prolungamento orario, non c’è uno straccio di maestro che possa inculcargli qualche valore contrario a me! non dico che sarebbe cosa gradita, ma… Perciò, dico solo una cosa: grazie, Presidente. Perché per qualche minuto, prima di intristirmi, sull’onda della fantasia mi sono sentita di nuovo protagonista; di nuovo depositaria di un’ idea della scuola che educa, non certo “inculca”, e che non si vergogna di insegnare a ragionare.

* CIDI Napoli

"Scuola pubblica e Costituzione. Due valori sacri", di Marco Rossi Doria

Andiamo nelle piazze per difendere la Costituzione e la scuola pubblica. Perché pensiamo che l’Italia, che noi tutti, non ne possiamo fare proprio a meno. E non ne possiamo fare a meno perché sono due cose che hanno la rara qualità di essere, ad un tempo, vitali e sacre. Vitali perché consentono a un organismo complessissimo – quale è la società – di regolarsi e di continuare a vivere nel tempo, generazione dopo generazione. Sacre perché contengono le qualità simboliche che permettono di tenere insieme una comunità fatta di milioni di persone diverse secondo un diritto che è uguale. La nostra Carta sa mettere insieme, in modo chiaro, non solo i diritti e i doveri ma «quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi» – come scriveva Piero Calamandrei. In questi anni abbiamo vissuto e stiamo vivendo un tempo grave non perché si è pensato o si pensi di cambiare questa o quella parte della Costituzione, cosa del tutto prevista dalla Carta stessa. E normale col passare del tempo. Se fatta per concorde adesione. Il tempo grave che viviamo è dato dal fatto che si stanno continuamente attaccando proprio “quegli organi” – e il delicato equilibrio tra di essi – «attraverso i quali la politica si trasforma in diritto». Questo non deve accadere. E siamo qui per impedirlo. Perciò: non si tratta di una battaglia di parte né di conservazione. È una battaglia per tutti, anche per quelli che oggi non lo vogliono capire. Ed è una battaglia che permette di continuare a cambiare. Perché c’è la certezza del come farlo, delle condizioni entro le quali le trasformazioni non diventano distruzioni, non minacciano la casa comune. La nostra scuola ogni mattina mette insieme i mondi interiori di ogni bambino e ragazzo che sta crescendo con quello di ciascun altro e, al contempo, con l’universo mondo, le sue leggi, la sua storia, i suoi problemi e i molti alfabeti che servono a leggerlo. È in questa doppia funzione – mettere insieme persone diverse e apprendere – che vi è vitalità e sacralità. La scuola è chiamata ad assolvere a questo suo compito in modi nuovi. E deve trasformarsi proprio perché sono mutate e stanno mutando sia le condizioni dello stare insieme tra diversi sia il mondo sia gli strumenti attraverso i quali lo si guarda e lo si può capire, salvaguardare e cambiare. Il tempo grave che stiamo vivendo è dato dal fatto che si metta in discussione la scuola nel suo carattere pubblico e protetto – e, dunque, altro da casa – nel quale ci si confronta tra diversi ed uguali mentre si sta crescendo e si sta imparando a stare al mondo e a conoscerlo. Anche per la scuola questa non è una battaglia di parte né di conservazione. È per tutti e per ciascuno. Ed è per consentire che la scuola, salvaguardata, possa cambiare.

L’Unità 11.03.11