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"Il disegnino del cavaliere", di Filippo Ceccarelli

La chiamano ancora conferenza stampa, ma è qualcosa di più e un po´ anche di peggio. Così anche ieri, fra il cerottone e le bilancette, nella sala stampa di Palazzo Chigi l´agenda riformatrice del quarto governo Berlusconi si è concessa uno spettacolino d´inedita creatività, e dimostrativa.
È andato in scena, il muto siparietto, quando il presidente del Consiglio, ha estratto a sorpresa da una delle sue cartelline il disegno di due bilance e con studiata lentezza, a beneficio delle telecamere, con la faccia seria e quasi per metà occupata dall´immensa benda adesiva, ha mostrato questo assai semplice bozzetto agli italiani. Ad assoluta e definitiva riprova della bontà del suo provvedimento sulla giustizia, oggi senz´altro – come da illustrazione – sbilanciata.
Il Guardasigilli Alfano, che al suo fianco svolgeva la parte del giovane promettente, perché disponibile e assennato, ha accolto con un segno del capo il numero dell´arzillo presidente. La condizione permanente dell´allievo prevede infatti un caloroso, ma discreto assenso rispetto a una delle più celebrate massime berlusconiane, sul cui cinismo non si starà qui a disputare essendo abbastanza compatibile con i «normali» codici del potere. E comunque: «Ricordatevi – il Cavaliere dixit ai suoi seguaci – che il pubblico medio che vi ascolta in tv ha fatto la seconda media, e magari neanche al primo banco».
L´ammaestramento ha tutta l´aria di risalire all´eroico periodo della vendita: prima d´immobili e poi di pubblicità; ma in quella forma letterale Berlusconi lo recò in dote ad alcuni candidati di Forza Italia nella primavera del 2002. Ogni stagione e ogni governo hanno in effetti i loro sussidi visivi e persuasivi, comunque destinati a convincere quel non proprio stimatissimo pubblico.
Giusto allora il presidente del Consiglio andava girando per l´Italia e appena possibile tirava fuori un enorme foglio, un lenzuolone su cui erano appuntati tutti i provvedimenti del governo e il loro stato di realizzazione. Erano così tanti, diceva il messaggio, da meritarsi un´estensione, una prolunga. In questo mondo di segni rudimentali da trasmettere a un popolo divenuto piuttosto credulone Porta a porta non si tira mai indietro. Così, nel maggio di quello stesso 2002, Berlusconi non solo si presentò con il suo bel lenzuolone, ma in un accesso di gigioneria applicata lo appese anche alla penna che Vespa, un altro maestro di effetti speciali del potere, gli aveva fatto trovare sulla scrivania di ciliegio su cui un anno prima il candidato premier del centrodestra aveva firmato il suo Contratto con gli italiani.
Vennero poi altri accessori e ingegni di scena: lavagnette, schermi, tabelloni, cartine geografiche, lucidi, diapositive, tutto quanto serviva a celebrare opere mai compiute, ma simulate; come dire, nel linguaggio del potere, date per fatte: ecco la nuova Salerno-Reggio Calabria, ecco il ponte di Messina e così sia.
Sotto gli occhi degli Alfani di turno, nel corso degli anni il presidente Berlusconi ha platealmente stracciato programmi degli avversari, impugnato simboliche ramazze per sgominare l´immondizia napoletana (disposta a piazza San Giacomo da addetti della Protezione civile per il pianificato show!), mentre agli intimi ha anche promesso visioni di lividi e graffi che attestavano, sotto gli indumenti, la voglia che le folle hanno di abbracciarlo, di toccarlo, fino a fargli male.
L´ostensione delle bilancette, da questo punto di vista, appare un escamotage assai meno rischioso, ma certo ha il merito di ripristinare uno scenario narrativo che si era perso. Sì, gente, forza, credetemi, la mia riforma è perfetta, come vedete con i vostri occhi. E di nuovo lo spettacolo s´incrocia con il mestiere dell´imbonitore e quest´ultimo evoca una panacea. E così, dopo essersi frantumato nelle farmacie, tra i banchi del mercato e sui palcoscenici ritorna alla luce l´antico mestiere del ciarlatano. Il carrozzone prevede cerotti, unguenti, elisir, improbabili successori, simboli in liquidazione e tanta felicità per tutti.

La Repubblica 11.03.11

"La rivincita della politica sui giudici", di Luigi La Spina

Di simboli vive anche la politica. In tutto il mondo, ma soprattutto in Italia, dove la realtà sfuma spesso nella rappresentazione e le parole sono gli strumenti di una recita. I modi, i tempi, le circostanze con i quali è stata presentata ed è stata accolta l’«epocale» riforma della giustizia ne sono un ulteriore e chiarissimo esempio. Simbolica è la vistosità del cerotto sulla guancia esibito da un presidente del Consiglio ferito, come l’apparizione dei disuguali piatti di una bilancia da equilibrare. Simbolica è la decisione di avviare un così grande cambiamento nella giustizia del nostro Paese, proprio quando Berlusconi è in procinto di affrontare una raffica di udienze in processi di grande impatto mediatico. Simbolica è, soprattutto, la scelta di procedere con una riforma costituzionale. Una via che alla radicalità del mutamento, addirittura intrepido sfidante di un tabù sacrale, quello della carta fondativa della nostra Repubblica, associa previsioni di scadenze attuative lunghe e molto incerte. Legate, molto probabilmente, alla suprema prova finale, quella di un referendum popolare.

Nonostante le prudenze dialettiche del ministro Alfano, tutte tese a dimostrare come le intenzioni governative siano esclusivamente dedicate agli interessi del cittadino comune, la simbolica squilla della «rivincita» da parte della classe politica nei confronti della magistratura è suonata nelle parole del premier. Come al solito, incapace, ma anche indisponibile, a frenare, con soverchie diplomazie verbali, la sincerità dei suoi propositi. Così, Berlusconi ha affermato che se questa riforma fosse stata già in vigore «non ci sarebbe stata Tangentopoli e l’annullamento di una classe di governo nel ’92-’93».

E’, innanzi tutto, abbastanza paradossale che il presidente del Consiglio non sia riconoscente a quel crollo della prima Repubblica che aprì la porta alla sua grande affermazione politica, lanciata proprio all’insegna di un vasto rinnovamento, non solo della classe dirigente del nostro Paese, ma delle procedure e dei costumi di quell’epoca. Come testimoniano, peraltro, le sue parole nel discorso d’insediamento del suo primo ministero, il 16 maggio 1994: «Il governo s’impegna a non mettere mai in discussione l’indipendenza dei magistrati. Questo governo è schierato dalla parte dell’opera di moralizzazione della vita pubblica intrapresa da valenti magistrati».

L’appello di Berlusconi a tutta la classe politica, anche a quella dell’opposizione, per l’affermazione del suo primato sugli altri poteri dello Stato e per la salvaguardia del suo incontrollabile esercizio di comando, al di là della concreta realizzabilità, è, poi, evidente in tante parti della riforma proposta al Parlamento. Ci sono indubbiamente ragioni che possono giustificare i sostenitori della separazione della carriere, per evitare indebite influenze della magistratura inquirente su quella giudicante. Come si può avanzare l’opportunità di ridurre le tentazioni corporative del Csm nel giudicare i colleghi colpevoli di faziosità, di corruzione o, più banalmente, di incapacità e di negligenza professionale. Ma il sintomo più evidente di questa voglia di rivincita della politica sulla magistratura è suggerito dalla formulazione della cosiddetta «obbligatorietà dell’azione penale».

La norma attuale, infatti, se, dal punto di vista formale, costringe i pm a indagini su tutte le ipotesi di reato, in pratica, lascia ai procuratori l’assoluta discrezionalità nello scegliere le priorità d’intervento. Con la riforma proposta dal ministro Alfano sarebbe invece il Parlamento e, cioè, la maggioranza che sostiene il governo, a stabilire le inchieste da privilegiare. Anche in questo caso, la riforma non si cura tanto di prescrivere come sia possibile e quanto sia possibile applicare tale criterio nella concretezza della vita reale, quella che si svolge nelle caserme della polizia, dei carabinieri e nei palazzi di giustizia. Si limita a rivendicare il diritto di supremazia della politica e il potere di escludere, nella sostanza, l’intervento di altri organi dello Stato nei campi di suo interesse. E’ questa la sirena più tentatrice per le orecchie dei parlamentari, pure quelli di una opposizione che, oggi, non governa, ma che, domani, può sperare di portare un suo leader alla guida di Palazzo Chigi. E, quindi, di poter temere le insidie di una troppo occhiuta e, magari, un po’ accanita facoltà di controllo e di sanzione da parte della magistratura. Chissà se Bersani, novello Odisseo, riuscirà, legandosi al suo banco della Camera, a resistere alla malìa di quei demoni del mare.

La Stampa 11.03.11

SOS Rinnovabili, le imprese chiedono di cambiare il decreto incentivi. Il PD le ascolta, il governo no

Assemblea degli operatori, partecipano anche Bersani e Franceschini. Bianchi: “mettono a rischio migliaia di posti di lavoro”. Realacci: “Il settore vale già l’1% del PIL, il decreto va subito cambiato”. IL PD si impegna in parlamento per cambiare il decreto. Pannelli solari in panne grazie a Romani e Berlusconi. Le banche estere hanno sospeso i finanziamenti e scritto al governo. Gli operatori sono rimasti con gli investimenti in sospeso. E nessuno sa più che cosa deve fare in un settore, quello delle rinnovabili, dove la politica industriale varata da Bersani durante il governo Prodi ha fatto crescere attività, produzione, servizi, occupazione, oltre che un intervento interessante ai fini ambientali: è il risultato strabiliante del “governo del fare” nel settore delle energie rinnovabili. “Solo pochi mesi fa il governo aveva fissato gli incentivi al fotovoltaico valevoli fino al 2013” ha detto ieri il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Poi, improvvisamente, in corso d’opera, mentre già erano partiti investimenti, finanziamenti e progetti, con un provvedimento d’urgenza il governo ha sospeso tutto, rinviando la definizione degli incentivi ad una nuova decisione da prendere entro un mese. L’ennesimo colpo alla credibilità italiana” ha detto Bersani, secondo il quale agli incentivi per le fonti di energia rinnovabile va dato sì un inquadramento, ma in base ad un progetto certo e prevedibile nel tempo. Invece con l’ultimo decreto il governo ha solo chiuso il 3° conto energia a partire dal 31 maggio prossimo. Il terzo Conto energia disciplinava la distribuzione degli incentivi e doveva restare in vigore fino al 2013. La sua abolizione ora porta le banche a negare gli investimenti e gli operatori così devono sospendere le installazioni perché nessuno assicura che l’Enel le allacci alla rete. Così le piccole e grandi aziende che a breve si troveranno senza fondi e senza clienti pronti ad investire nel fotovoltaico a causa del blocco degli incentivi oggi si sono riunite a Roma al Teatro Quirino alla manifestazione “SOS rinnovabili”.
Ad ascoltarli anche il segretario del PD Bersani, dal capogruppo alla Camera Dario Franceschini e i deputati Della Seta, Ferrante, Mariani, Braga, Tomaselli.
Ermete Realacci, responsabile green economy del PD,al Quirino ha spiegato perché il Governo deve cambiare subito il decreto sulle rinnovabili: “L’Italia ha le carte in regola per diventare leader in questo settore di eccezionale importanza per il futuro della nostra economia, ma il modello da prendere ad esempio deve essere quello della Germania che alla fine del 2010 aveva installato oltre 16000 MW di fotovoltaico e punta ad arrivare per il 2020 è 52000 MW”. Invece stanno fermando un treno in corsa che già oggi vale l’1% del Pil del nostro paese. La straordinaria partecipazione alla manifestazione indetta oggi dalle associazioni delle rinnovabili a Roma è la dimostrazione di quanta grande sia la preoccupazione fra le migliaia di imprese e di addetti. Il Governo deve fare marcia indietro per non affossare uno dei pochi settori che nel periodo di crisi economica, in controtendenza, ha aumentato l’occupazione”.
Bersani ha commentato l’incontro sulla sua pagina facebook: “Oggi sono stato ad ascoltare le associazioni, le imprese, gli operatori impegnati sulle rinnovabili. Il governo faccia subito chiarezza e non blocchi un settore in crescita. Il PD è accanto a chi costruisce il futuro e a chi crea lavoro e sviluppo sostenibile”.

Stella Bianchi, che nella segreteria del Partito Democratico è responsabile Ambiente, chiede a Berlusconi non rassicurazioni di prammatica, come ha fatto oggi ma di “capire che il governo ha commesso un errore grave che mette a rischio milioni di investimento e migliaia di posti di lavoro. Il governo deve fare subito retromarcia con atti immediati per ridurre il danno e fermare subito gli effetti retroattivi per salvare gli investimenti avviati e programmati. A partire dalla riunione convocata per il 15 marzo dal ministro Romani, l’esecutivo si confronti davvero con le associazioni del settore, come chiesto con forza anche nell’incontro di questa mattina da Sos Rinnovabili”. In teatro c’era anche il senatore Salvatore Tomaselli, che fa parte della Commissione Industria. Lui ha visto “lavoratori e imprenditori impegnati nel settore delle rinnovabili, persone per bene e con una gran voglia di lavorare creando occupazione, ricerca e innovazione, non c’erano facce di speculatori e imbroglioni. Tante storie di successo e di sacrifici raccontate con passione e ansia per un futuro reso incerto dalla scelta del Governo di colpire duramente il settore delle energie rinnovabili, aprendo di fatto la strada verso una miriade di crisi aziendali con migliaia di posti di lavoro a rischio. Ho visto questo partecipando stamani alla manifestazione indetta al teatro Quirino di Roma dalle Associazioni di rappresentanza delle imprese delle rinnovabili.
Una protesta civile e propositiva che il Governo non può ignorare avviando da subito la modifica delle parti più controverse del Decreto Legislativo approvato nei giorni scorsi, recuperando le indicazioni emerse unanimi dalle Commissioni parlamentari che il Governo ha colpevolmente ignorato. C’è bisogno di urgente provvedimento che possa ridare certezza agli investitori in un settore strategico per l’economia nazionale, per l’equilibrio energetico del paese e per l’ambiente, portatore di innovazione e di lavoro qualificato.
L’auspicio è che il Ministro Romani, che nei prossimi giorni incontrerà le associazioni e le banche, ascolti le voci che si sono levate stamani e che non possono essere cancellate da quella logica di sudditanza dell’esecutivo verso le grandi lobbies energetiche del paese (dal gas al carbone, dal petrolio al nucleare) che è emersa clamorosamente in questa vicenda”.

Stefano Fassina che nella segreteria del Pd è responsabile Economia e Lavoro amplia il discorso: “Il governo ogni volta che si avvicina alle politiche industriale compie disastri. E’ stato così con i famigerati click day che hanno svuotato i crediti di imposta all’innovazione e alla ricerca e agli investimenti nel Mezzogiorno. E’ stato così con gli incentivi alla rottamazione delle auto che non hanno avuto una fase di graduale azzeramento. E’ stato così con la detrazione del 55% per le eco-ristrutturazioni che sono state depotenziate dall’incertezza della proroga. E’ stato così con la sottrazione delle risorse per la banda larga e per le bonifiche industriali che sono state dirottate in spesa corrente. Tutto questo avviene in una fase difficilissima per l’economia reale segnata dalla carenza di investimenti. Senza il sostegno alla crescita di qualità la nostra situazione di finanza pubblica, non può avere un miglioramento strutturale”. E conclude: “E’ necessario un altro governo. Il governo Berlusconi fa male al Paese”.

L’impegno del PD in Parlamento. “La questione rinnovabili non può finire così: come deputati del Partito Democratico, abbiamo chiesto al Presidente della Camera di calendarizzare per la prossima settimana la nostra mozione per modificare il decreto Romani” fa sapere Alberto Losacco. “Così come è stato varato dal Governo questo provvedimento distrugge un settore vitale specialmente al sud Italia. Il settore delle energie rinnovabili è, ad oggi, l’unico che non solo non sta subendo gli effetti della crisi economica globale, ma anzi è in pieno sviluppo – spiega Losacco – il taglio degli incentivi è folle e suicida: come è emerso ascoltando le riflessioni dei rappresentanti delle aziende del settore, che stamani si sono incontrati a Roma per protestare e confrontarsi, il decreto Romani ha trascinato l’intero comparto rinnovabili nell’incertezza assoluta. 150 mila lavoratori e le loro famiglie sono a rischio disoccupazione – conclude Losacco – a causa di questo decreto: noi deputati del Pd intendiamo pertanto mobilitarci affinché si riapra il dialogo sul sostegno e lo sviluppo del comparto rinnovabili”.
E la Commissione Ambiente della Camera ha deliberato la realizzazione di un’indagine conoscitiva sulle politiche ambientali in relazione alla produzione di energia da fonti rinnovabili. Al deputato PD Salvatore Margiotta, vicepresidente della Commissione, è stato affidato al il compito di estendere il documento finale. Il ciclo di audizioni – che inizierà la prossima settimana – coinvolgerà il Commissario europeo per l’ambiente, rappresentanti delle Regioni, degli enti locali, operatori del settore, ricercatori, parti sociali ed associazioni di categoria.
“E’ molto importante – ha affermato Margiotta – la decisione unanime di effettuare tale indagine conoscitiva. Si tratta infatti di un campo decisivo, non solo per il contributo che può derivarne, in linea con gli obiettivi dell’Unione europea, alla diminuzione delle emissioni nocive e alla lotta ai cambiamenti climatici, ma anche per il peso sociale ed economico che il settore ha nel Paese: si calcola che quasi 150.000 persone lavorino a diverso titolo in questo campo, che contribuisce per un punto percentuale di PIL alla ricchezza nazionale. E’ peraltro una felice combinazione del caso che l’indagine, pensata già da tempo in seno alla Commissione, sia deliberata proprio nei giorni successivi all’emanazione del Decreto incentivi che, come è noto, ha registrato grandissime contrarietà e una forte opposizione tra gli operatori, attraversando trasversalmente tutte le forze politiche presenti in Parlamento. I dati che acquisirà la Commissione, ed il dibattito che ne seguirà – conclude Margiotta – potranno contribuire utilmente alla revisione del Decreto, auspicata in queste ore da più parti.”

Marco Laudonio

www.partitodemocratico.it

"Una legge ad castam", di Massimo Giannini

La giustizia italiana, per poter esser davvero utile ai cittadini, aveva bisogno di tutto. Ma non certo di questa «rivoluzione» celebrata con un evviva dal capo del governo. Quella approvata ieri a Palazzo Chigi non è una «riforma epocale», ma una «contro-riforma incostituzionale». Un manifesto ideologico, che riscrive tredici articoli della Carta del ´48, stravolge i principi che hanno retto le istituzioni della Repubblica, ribalta gli equilibri che hanno garantito il bilanciamento tra i poteri dello Stato.

È vero. Almeno per il momento, nel pacchetto-giustizia licenziato ieri a Palazzo Chigi c´è una rottura significativa con il passato: non contiene norme «ad personam», con le quali il presidente del Consiglio si cuce addosso un salvacondotto personale. Ma non per questo è meno dirompente. Al contrario: questa è una riforma «ad castam», con la quale un´intera classe politica pretende di cucirsi addosso un salvacondotto collettivo. Lo dice lo stesso Berlusconi, una volta tanto sincero, nella conferenza stampa con la quale cerca di spiegare la «filosofia» di questo «punto di svolta», come l´ha chiamato: «Questo cambiamento, se fosse stato introdotto vent´anni fa, avrebbe evitato l´esondazione, l´invasione della magistratura nella politica e quelle situazioni che hanno portato nel corso della storia degli ultimi venti anni a cambiamenti di governo, a un annullamento della classe dirigente nel ´93».
Questa, per ammissione del suo stesso ispiratore, è dunque la «ratio» della riforma. Un complesso di «regole» che avrebbero impedito ai giudici di Mani Pulite di scoprire Tangentopoli. Avrebbero impedito al pool di Milano, sia pure tra alcuni errori e qualche eccesso, di scoprire il malaffare endemico del ceto politico della Prima Repubblica. Avrebbero impedito alle procure di indagare allora sui reati commessi da Berlusconi-imprenditore, e oggi su quelli commessi anche da Berlusconi-premier. Avrebbero impedito ai pubblici ministeri di condurre inchieste «pericolose», da Cosentino a Cuffaro, da Verdini a Tedesco. Questo, a dispetto delle chiacchiere del premier che parla di «un testo organico che non è contro nessuno», è il vero impianto ideologico e psicologico della contro-riforma berlusconiana: una vendetta postuma nei confronti della magistratura.
Tutto, in questo presunto «testo organico», tradisce l´intenzione di una rivincita del potere politico (che viene sovra-ordinato e irrobustito) sul potere giudiziario (che viene ridimensionato e intimidito). L´esercizio obbligatorio dell´azione penale risulta fortemente limitato e ricondotto nell´alveo delle priorità stabilite dal governo (attraverso la legge ordinaria) e dal Guardasigilli (attraverso la sua relazione annuale alle Camere). Il Csm è smembrato e cessa di essere organo di «autogoverno» della magistratura, per diventare organo «sotto il controllo» del governo, attraverso la modifica della proporzione tra membri togati e membri eletti. La polizia giudiziaria è sostanzialmente sottratta al coordinamento delle procure e assegnata alle cure del ministero dell´Interno.
La politica riafferma così il suo «primato» sulla giurisdizione. Non c´è più «check and balance» tra i poteri dello Stato, non c´è più un sistema di garanzie reciproche, come dispone la Costituzione. C´è un potere che sovrasta l´altro. E questo è tutto. Allora, se questo è il senso dell´operazione, non serve che ci sia un altro «scudo processuale» nascosto tra articoli e commi della riforma, per considerarla comunque dannosa e pericolosa.
«Se non ora, quando?», chiede con vaga ironia Alfano, per giustificarne l´urgenza. Il ministro mente sapendo di mentire. Per essere politicamente sostenibile, una riforma costituzionale così vasta si presenta all´inizio della legislatura, discutendola con i magistrati e condividendola con l´opposizione. Non viene approvata in tutta fretta da un governo che cerca disperatamente di galleggiare per un altro anno e mezzo, illustrandola poche ore prima al Capo dello Stato e sbattendola in faccia alle toghe e al Parlamento. Per essere credibile, una riforma «di sistema» così devastante si prepara al riparo dalle contingenze processuali del presidente del Consiglio. Non viene lanciata nel fuoco della battaglia mortale che l´esecutivo sta conducendo contro il giudiziario.
C´è un problema «tecnico», da chiarire una volta per tutte. Nessuno difende «a priori» i magistrati: anche le toghe hanno sbagliato e sbagliano. E nessuno si sogna di difendere lo status quo: il nostro sistema giudiziario fa acqua da molte parti, in termini di efficienza, di rapidità e spesso anche di equità. Ma non è questa la riforma che serve agli italiani, costretti ad aspettare quasi cinque anni per avere una sentenza civile e oltre otto per avere una sentenza penale. In questo pacchetto non c´è nulla che renda più veloci e più «giusti» i processi. Non c´è l´intenzione di aiutare i cittadini. C´è solo la tentazione di punire i magistrati.
C´è un nodo politico, da sciogliere una volta per tutte. Nessuno crede al «ravvedimento» improvviso del Cavaliere. Con una mano offre all´opinione pubblica e al Parlamento un pacchetto-giustizia che, in apparenza, riguarda tutti e non più lui. Ma cosa nasconde nell´altra mano, nessuno lo sa né lo ha capito. Viene ricalendarizzata la legge sul processo breve, si continua a parlare di immunità parlamentare, si ventilano ipotesi di norme sulla prescrizione ridotta per gli incensurati. Su questa zona d´ombra, che si espande ai margini della «riforma epocale», va fatta luce e va chiesta chiarezza. Troppe volte il Cavaliere ci ha abituato ai suoi bluff, ai suoi blitz, ai suoi doppi e tripli giochi.
In questa chiave, davvero si fatica a comprendere il solito dibattito surreale che si sviluppa nell´opposizione, sospesa tra l´«arroccamento» e il «dialogo». Si dice, a sinistra: stavolta non possiamo non andare a vedere le carte. Che significa? Alcune carte, come abbiamo appena detto, sono ancora coperte, e su questo sarà bene sospendere il giudizio e vigilare. Ma altre carte le ha messe ieri sul tavolo il governo. L´opposizione (pre o post-bicameralista che sia) è in grado di dire con franchezza se questa è la riforma della giustizia che serve al Paese oppure no? Ed è in grado di dire se è sensato oppure no un confronto con la maggioranza su questo testo-monstre di revisione costituzionale, che richiederebbe comunque ben quattro letture parlamentari e poi un sicuro referendum confermativo?
Con un po´ di buon senso, e un po´ di onestà intellettuale, non è difficile rispondere a queste domande. La riforma «ad castam», inventata dal governo per far finta di governare, può anche vellicare qualche suggestione «bipartisan». Ma non vedrà mai la luce, perché questo centrodestra non ha più né il tempo né la forza per farla passare. E questo, in fondo, è il suo unico, ma grandissimo «pregio».

La Repubblica 11.03.11

Il Partito Democratico di Carpi aderisce alla Manifestazione promossa dal Comitato per la difesa della Costituzione

“Difendiamo la Costituzione e la scuola pubblica e affrontiamo i veri problemi dell’Italia”. Il Partito Democratico di Carpi ha aderito alla Manifestazione promossa dal Comitato per la difesa della Costituzione di Carpi. L’iniziativa a difesa della Costituzione e della scuola pubblica si terrà sabato mattina alle ore 10,00 di fronte al Municipio. All’iniziativa parteciperanno democratiche e democratici, assessori e consiglieri del PD, segretari di circolo e militanti. Saranno presenti anche il Sindaco di Carpi Enrico Campedelli e la deputata carpigiana Manuela Ghizzoni, capogruppo del PD in commissione istruzione alla Camera, che leggerà un brano di Piero Calamandrei a difesa della scuola pubblica.
“Il Governo ha individuato nella Costituzione e nella scuola pubblica un obiettivo da smantellare e noi siamo accanto ai cittadini indignati che scendono in piazza per manifestare contro questo attacco ai valori e ai principi fondanti del nostro Paese – afferma il segretario del PD di Carpi Davide Dalle Ave – I problemi dell’Italia non sono la scuola e la Costituzione, ma sono il lavoro, l’economia, la sanità. Gli italiani sono quotidianamente umiliati da un Governo e da un Presidente del Consiglio che invece pensa ad altro. Viceversa è proprio la scuola, la ricerca e il sapere che possono dare una prospettiva di futuro ai nostri giovani e rendere più competitivo il nostro sistema Paese. E sono i valori e l’equilibrio di poteri stabilito dalla Costituzione che ne garantiscono la tenuta democratica”.

"Il nostro tempo è adesso" giovani e precari in piazza il 9 aprile

La proposta lanciata da 14 rappresentanti di reti sociali che si sono unite per dire basta ad una condizione di vita basata sulla precarietà, per dire basta anche alla fuga all’estero. “Scommettiamo sul presente, prima ancora che sul futuro”. In piazza il 9 aprile perché “il nostro tempo è adesso”. E’ l’appello promosso e sottoscritto da 14 rappresentanti di reti sociali e di condizioni lavorative specifiche che si sono messi insieme per “poter agire e incidere immediatamente” perché “questo è il tempo di scommettere sul presente ancor prima che sul futuro”. “Il nostro tempo è adesso – la vita non aspetta”, spiegano nell’appello. “Siamo una generazione unita da una stessa condizione: la precarietà nel lavoro e nella vita. Ed è l’insofferenza per questo stato di cose che ci fa alzare la voce – stanchi di una vita “insostenibile” – per riprenderci il tempo, scommettere sul presente. Per farlo scenderemo in piazza il 9 aprile e chiediamo a tutti di farlo con noi”. Questa mobilitazione è lanciata attraverso il sito www.ilnostrotempoeadesso.it 1 nel quale è possibile anche aderire all’iniziativa e confermare la propria presenza in piazza il 9 aprile.

Ecco, qui di seguito, il testo dell’appello.

IL NOSTRO TEMPO E’ ADESSO. LA VITA NON ASPETTA

Non c’è più tempo per l’attesa. E’ il tempo per la nostra generazione di prendere spazi e alzare la voce. Per dire che questo paese non ci somiglia, ma non abbiamo alcuna intenzione di abbandonarlo. Soprattutto nelle mani di chi lo umilia quotidianamente.

Siamo la grande risorsa di questo paese. Eppure questo
paese ci tiene ai margini. Senza di noi decine di migliaia di imprese ed enti pubblici, università e studi professionali non saprebbero più a chi chiedere braccia e cervello e su chi scaricare i costi della crisi. Così il nostro paese ci spreme e ci spreca allo stesso tempo.

Siamo una generazione precaria: senza lavoro, sottopagati o costretti al lavoro invisibile e gratuito, condannati a una lunghissima dipendenza dai genitori. La precarietà per noi si fa vita, assenza quotidiana di diritti: dal diritto allo studio al diritto alla casa, dal reddito alla salute, alla possibilità di realizzare la propria felicità affettiva. Soprattutto per le giovani donne, su cui pesa il ricatto di una contrapposizione tra lavoro e vita.

Non siamo più disposti a vivere in un paese così profondamente ingiusto. Lo spettacolo delle nostre vite inutilmente faticose, delle aspettative tradite, delle fughe all’estero per cercare opportunità e garanzie che in Italia non esistono, non è più tollerabile. Come non sono più tollerabili i privilegi e le disuguaglianze che rendono impossibile la liberazione delle tante potenzialità represse.

Non è più tempo solo di resistere, ma di passare all’azione, un’azione comune, perché ormai si è infranta l’illusione della salvezza individuale. Per raccontare chi siamo e non essere raccontati, per vivere e non sopravvivere, per stare insieme e non da soli.

Vogliamo tutto un altro paese. Non più schiavo di rendite, raccomandazioni e clientele. Pretendiamo un paese che permetta a tutti di studiare, di lavorare, di inventare. Che investa sulla ricerca, che valorizzi i nostri talenti e la nostra motivazione, che sostenga economicamente chi perde il lavoro, chi lo cerca e chi non lo trova, chi vuole scommettere su idee nuove e ambiziose, chi vuole formarsi in autonomia. Vogliamo un paese che entri davvero in Europa.

Siamo stanchi di questa vita insostenibile, ma scegliamo di restare. Questo grido è un appello a tutti a scendere in piazza: a chi ha lavori precari o sottopagati, a chi non riesce a pagare l’affitto, a chi è stanco di chiedere soldi ai genitori, a chi chiede un mutuo e non glielo danno, a chi il lavoro non lo trova e a chi passa da uno stage all’altro, alle studentesse e agli studenti che hanno scosso l’Italia, a chi studia e a chi non lo può fare, a tutti coloro che la precarietà non la vivono in prima persona e a quelli che la “pagano” ai loro figli. Lo chiediamo a tutti quelli che hanno intenzione di riprendersi questo tempo, di scommettere sul presente ancor prima che sul futuro, e che hanno intenzione di farlo adesso.
Tutti in piazza il 9 Aprile.

I promotori

Salvo Barrano, archeologo freelance, Associazione nazionale archeologi

Eleonora Voltolina, giornalista, Repubblica degli Stagisti

Pierpaolo Pirisi, portuale interinale, rete precari portuali di Civitavecchia

Luca Schiaffino, ricercatore precario, Coordinamento precari università

Ilaria Lani, sindacalista, Giovani NON+ disposti a tutto-Cgil

Marco Palladino, imprenditore, fondatore del progetto Mashape

Alessandro Pillitu, avvocato a p. iva, Associazione praticanti 6° piano

Claudia Cucchiarato, giornalista, autrice del libro “Vivo altrove”

Raffaella Ferrè, scrittrice, Coordinamento giornalisti precari Campania

Ilaria Di Stefano, operatrice precaria dello spettacolo, Duncan 3.0

Francesco Vitucci, assegnista di ricerca, ADI Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani

Teresa Di Martino, giornalista precaria, Diversamente occupate

Imane Samia Oursana, redattrice precaria, associazione Going to Europe

Francesco Brugnone, operatore call center, 4U di Palermo

www.repubblica.it

Cultura, Pd: tagli e metodo Marchionne è questa la ricetta Tremonti

De Biasi: situazione oltre emergenza, ulteriore taglio di 27 milioni al Fus è feroce. “Aderiamo convinti alle tre giornate a favore della cultura e dello spettacolo e contro i tagli ai finanziamenti pubblici, promosse per il 26, 27 e 28 marzo. La situazione è oltre l’emergenza, il Fus è tagliato oramai del 50% e mentre il governo si balocca con finanziamenti discrezionali a 2 fondazioni liriche, la maggioranza approva un regolamento ingiusto che divide in fondazioni di serie A e di serie B, applicando il metodo Marchionne persino alla lirica. Chiuderanno i teatri, chiuderanno le orchestre, stanno chiudendo Cinecittà Luce e aumentando il biglietto del cinema. L’ulteriore taglio di 27 milioni al Fus è solo l’ultimo atto di un feroce accanimento di Tremonti nei confronti della cultura italiana. È una aggressione consentita dall’assenza di un interlocutore politico nel ministero. Non ci interessa lo squallido valzer delle poltrone, ma il futuro della cultura e dello spettacolo in Italia: una delle risorse più importanti del nostro paese”. Lo dichiara la deputata democratica, componente della commissione Cultura della Camera, Emilia De Biasi Dopo che ieri in commissione la maggioranza, con il parere contrario del Pd, ha approvato il primo regolamento attuativo delle legge sulle fondazioni lirico sinfoniche.