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"Le donne agli Stati generali", di Fabrizia Bagozzi

Dopo l’8 marzo, le prospettive del movimento. Se l’otto marzo è arrivato di slancio, come una sorta di prosecuzione naturale delle piazze del 13 febbraio, ora le ragazze che in entrambi i casi hanno fatto da spinta propulsiva si interrogano su come andare avanti per dare gambe e fiato a quell’onda. E rispondere alle aspettative che il 13 ha messo in circolo come «da tempo non capitava », ricorda Francesca Izzo, docente universitaria e Dinuovista membro del comitato Se non ora quando. Uno scossone arrivato «dopo anni di dispersione e frammentazione che hanno fatto languire le connessioni nel mondo delle donne e indotto a perdere il senso e l’autopercezione di forza collettiva».
Oggi «la portata politica di quelle piazze è evidente a tutti». Capitalizzarla è un dovere. Su come procedere le romane hanno già fatto un primo giro di opinioni la sera dell’otto marzo all’Ambra Jovinelli e torneranno a ragionarci presto. «Ora – spiega Izzo – le diverse anime del comitato valuteranno il da farsi, ognuna secondo il proprio punto di vista». Ma la prospettiva, già lanciata in piazza del Popolo, sono gli Stati generali delle donne, da tenere entro il 2011.
Un grande appuntamento su cui il confronto con la rete nazionale è aperto. Non tanto sul se, ma su come organizzarlo (tempi e tappe di avvicinamento). A spingere il piede sull’acceleratore è l’associazione Di Nuovo, che è parte consistente di Se non ora quando e che è cresciuta attorno all’obiettivo di dar vita a un’associazione nazionale delle donne.
«Dobbiamo stabilizzarci e assumere sulla scena pubblica una voce forte e autorevole che sia riconoscibile come interlocutore politico, pur nella ricchezza e nella diversità del movimento delle donne che finora è stato tanto diffuso e vivace quanto fuori dall’agenda politica», sostiene Izzo. Diversità che si è fatta sentire già prima del 13 febbraio, nella discussione che ha attraversato le femministe vecchie nuove ma che si è resa ancor più evidente per l’otto marzo, con la bipartizione delle due principali mobilitazioni romane, quella di piazza Vittorio e quella del corteo dei collettivi femministi – innervositi dal fiocco rosa e dai riferimenti alla maternità su cui si lanciava la “chiamata” – partito da Bocca della Verità. E da cui un appuntamento come gli Stati generali evidentemente non può prescindere né trovare soluzioni sbrigative. Sottolinea Iaia Caputo, scrittrice e animatrice delle iniziative milanesi: «È un momento da mettere in cantiere e da costruire senza fretta».
A Milano la rete che dal 29 gennaio fino a martedì ha animato le piazze ha già appuntamento il 14 marzo all’auditorium Orchestra Verdi per un’assemblea pubblica in cui si discuterà su come riprendere il filo del 13 febbraio a partire da alcuni documenti che tornano sui nodi al centro della festa della donna: maternità a carico della fiscalità generale, paternità obbligatoria, ritiro della norma sulle dimissioni in bianco, rappresentanza al 50 per cento nel pubblico e nel privato «Perché se siamo l’altra metà del cielo – sorride Caputo – dobbiamo avere metà di tutto».
Nel frattempo, il senato è arrivato al 30, solo entro il 2015 e solo per i cda delle società quotate in borsa. Il governo ha ritirato il parere negativo sull’entrata a regime appunto nel 2015 dando così il via libera a un disegno di legge su cui per una volta in commissione finanze maggioranza e opposizione hanno lavorato d’intesa. Una compattezza che ha costretto l’esecutivo – che puntava al 2021 – a fare marcia indietro. La cosa ha prodotto una soddisfazione generale e bipartisan, con Finocchiaro e Bindi che rivendicano il lavoro fatto dal Pd. Soddisfatta anche la deputata dem Alessia Mosca: «Un misura utile. Un rimedio faticoso da digerire ma necessario per sbloccare un sistema ingessato e contro l’accesso di energie fresche nei luoghi decisionali».
La prossima settimana il ddl va in aula. Poi c’è da vedere che cosa succederà alla camera.

da Europa Quotidiano 10.03.11

"Giustizia, un progetto con molte incognite", di Michele Ainis

Allacciate le cinture: oggi prenderà forma la riforma. Anzi la madre di tutte le riforme, non a caso definita “epocale” dal presidente del Consiglio. Quella sulla giustizia, come sbagliarsi? Ma in realtà fin qui è stato epocale l’annuncio di questa rivoluzione normativa, nel senso che ci risuona nelle orecchie da un’epoca intera, da quando la seconda Repubblica ha mandato in cenere la prima. E il messaggero non è soltanto, fin dal 1994, Silvio Berlusconi: ci ha provato la Bicamerale di D’Alema, nei giorni del primo governo Prodi; ci ha riprovato il ministro Mastella, nelle notti del secondo governo Prodi.
Prova e riprova, tre lustri dopo ci sale in gola un fiotto di domande: sicuro che c’è bisogno di scomodare la Costituzione per curare i guai della giustizia? Sicuro che la prima riforma costituzionale da mettere in cantiere è proprio questa? E saranno davvero salutari i nuovi principi iniettati nella Carta?
Stando alle anticipazioni, la terapia verrebbe somministrata in sei dosi. Primo: via l’obbligatorietà dell’azione penale. Secondo: via il controllo delle toghe sulla polizia giudiziaria. Terzo: inappellabilità delle sentenze d’assoluzione. Quarto: una Corte di disciplina e uno specifico dettame sulla responsabilità dei magistrati. Quinto: separazione fra giudici e pm. Sesto: per corollario, separazione del Csm in due figli gemelli. Una cura da cavallo per procurare il sommo bene che il ministro Alfano non si stanca d’indicare: la parità fra accusa e difesa.

Peccato che la bontà sia già scolpita sulle tavole costituzionali. Precisamente all’articolo 111: «Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale». Ma se è per questo, la stessa norma – emendata dal centro-sinistra nel 1999 – promette la «ragionevole durata» dei processi, con il risultato che dal 2000 in poi i tempi processuali sono lievitati ulteriormente, ed è cresciuto d’una spanna pure l’arretrato (nell’ultimo anno il contenzioso civile in corte d’appello misura +4,8%).
Ecco infatti la prima insidia di quest’iniezione ri-costituente: che poi tutto rimanga sulla carta, corrodendo in ultimo la nostra vecchia Carta, svilendone l’autorità e il prestigio. Ma è ancora più grave il rischio d’annacquare l’indipendenza del potere giudiziario, sottoponendolo al controllo del potere esecutivo. Un solo esempio: chi disporrà in futuro delle indagini? Se la polizia giudiziaria diventasse un soldatino del governo verrebbe ferito il senso stesso della legalità, insieme all’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge penale. Poi, certo, i principi di fondo cui s’ispira la riforma prossima ventura non meritano un’opinione dissenziente. Non è forse vero che il corporativismo, il correntismo, la fuga dalle responsabilità indicano altrettante malattie del corpo giudiziario? Di nuovo un solo dato: nel 2010 il Csm ha applicato misure cautelari in appena cinque casi, mentre dal 1988 in poi la legge sul risarcimento per gli errori giudiziari ha funzionato soltanto quattro volte, l’1% delle cause intentate.

Sennonché non basta volgere lo sguardo al cielo dei principi: dipende da come li applichiamo sulla terra. Chi non sarebbe d’accordo, per esempio, nel pretendere un’ottima istruzione per i giovani? Ma se i professori, anziché bocciare gli studenti impreparati, li punissero col taglio delle dita, allora sì, qualcuno avrebbe da ridire. Vale per la responsabilità dei magistrati, se diventa una spada di Damocle che ne paralizza l’azione. Vale per la separazione delle carriere, se lega i pm al guinzaglio del ministro. Vale per il doppio Csm, se raddoppia i posti lottizzati fra i partiti. E a proposito, chi ne sarebbe il presidente? Se a Napolitano restasse da guidare soltanto un mezzo Csm, significa che la riforma avrà generato un mezzo presidente.
E c’è poi l’altra faccia di questa medaglia giudiziaria. Meno monumentale, eppure di gran lunga più importante. È il lato dove si profilano riforme legislative, anziché costituzionali; oppure dove corrono interventi organizzativi, anziché normativi. Per esempio l’informatizzazione degli uffici giudiziari. Il loro sfoltimento (ne abbiamo in circolo 1.292, il doppio della Spagna). Una sforbiciata sui troppi procedimenti e riti (quelli civili sono 34). Un tappo al ricorso in Cassazione (in Italia deposita 30mila sentenze l’anno, in Inghilterra 75). Una ghigliottina per le nostre 40mila leggi, che rallentano i processi, e trasformano il diritto in una giocata a dadi. Magari queste riforme non aprirebbero al governo il pantheon della patria. Non regalerebbero a Berlusconi e ai suoi ministri un posto fra i nostri padri fondatori. Ma noi, figli disgraziati, gliene saremmo grati.

Alfano cerca l’ok del Colle (di Donatella Stasio)

IL PUNTO / La riforma è soprattutto un’operazione politica ben congegnata (di Stefano Folli)

Il Sole 24 Ore 10.03.11

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Riforma della Giustizia: il regalo di Alfano a Berlusconi
Il Cdm approva il ddl costituzionale per la riforma della Giustizia che riguarda solo pochi. Anzi uno solo. Orlando: Se Alfano avesse iniziato a lavorare alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie e alla semplificazione del rito civile, sarebbe potuto diventare un interlocutore credibile. Ora è tardi”
Si è concluso con un grande applauso il Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alla riforma della giustizia. Un regalo per Silvio da parte del fido ministro Angelino Alfano per provare a immunizzarlo da tutti i processi che il premier ha in corso. Singolare ma onesta la dichiarazione di Berlusconi quando ha chiarito che la riforma non è contro nessuno. Semmai è a favore di qualcuno! Uno a caso…

Il fatto che Berlusconi abbia puntato molto su questa riforma ignorando tutti i problemi dell’Italia che non lo riguardassero direttamente è cosa nota: il premier si è lasciato scappare un “è dal 1994 che volevo questa riforma, è dai tempi della nostra discesa in campo, finalmente riusciamo a realizzare un punto fondamentale del nostro programma”. È solo una pura casualità se i problemi giudiziari di Berlusconi risalgano proprio dal 1994 e dalla sua famosa “scesa in campo”.

Già ieri il Guardasigilli Angelino Alfano aveva illustrato in anteprima al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano i sedici articoli della riforma. I punti cardine sono lo sdoppiamento del Csm, la separazione delle carriere tra giudici e pm; i magistrati responsabili come qualsiasi impiegato della Pubblica Amministrazione; l’obbligatorietà dell’azione penale solo secondo “i criteri” stabiliti dalla legge; il divieto per il Csm di atti di indirizzo politico; una Alta Corte di disciplina divisa in due per pm e per giudici; l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione e il potere ispettivo del ministro della Giustizia.

Se il proposito del governo fosse quello di smuovere le acque e di proporre l’immagine nuova di un esecutivo non solo costretto sulla difensiva dai processi penali che incombono sul presidente del Consiglio, ma anche capace di passare alla controffensiva, allora l’operazione ha una sua logica. Tutta politica e mediatica.

Di fronte all’offensiva con la faccia buonista del governo e, soprattutto, agli interessati richiami alla disponibilità (un coro di commentatori lo ripete da due giorni su molti quotidiani: se l’opposizione non è disponibile, non ha qualità), il Partito Democratico presenta apertamente le proprie posizioni. Andrea Orlando, responsabile Giustizia, su Il Riformista ha dichiarato “il ministro della Giustizia riveda i titoli della riforma, poi se ne parla”.

Il senso è chiaro: “il Pd può mettersi a discutere di giustizia col governo soltanto se Angelino Alfano rivede l`agenda delle priorità. Ci avviciniamo al momento del varo con molta prudenza, perché ancora non abbiamo visto il testo. E soprattutto con molta diffidenza. Perché gli obiettivi dell’esecutivo, tra l`altro mai nascosti dalla maggioranza, non sembrano dettati dalle tante disfunzioni della giustizia, ma dall`urgenza di ridurre i poteri di chi ha disturbato il loro Capo. Le urgenze? Dall’organizzazione degli uffici giudiziari all’assistenza informatica, dal malfunzionamento della giustizia civile alla farraginosità del processo penale. In più c’è la necessità di fare un censimento seno sugli aspetti che riguardano le garanzie dell`imputato e la trasparenza dell`azione penale. Che, sia chiaro, deve rimanere obbligatoria”.

Alla domanda se su questi terreni il PD sarebbe disposto ad affrontare una discussione? Orlando non ha dubbi: “Non sarebbe una novità. Solo che bisognerebbe lavorare sulla strada della recente riforma dell’ordinamento. Verificando l`effettivo funzionamento dei criteri meritocratici introdotti da quelle modifiche, della legge elettorale per il Csm. Un confronto serio sul funzionamento dell’autogoverno si potrebbe sviluppare, insomma. Ma all’interno dell’attuale quadro costituzionale».

Quindi il PD resta assolutamente contrario a questa riforma costituzionale. “Il tema della separazione delle carriere ha una controindicazione di base. Che non riguarda il funzionamento della giustizia ma il funzionamento della democrazia. C’è una commistione tra potere legislativo e potere esecutivo, aggravata dall’attuale legge elettorale e da un conflitto d’interessi irrisolto. Ricondurre a questo meccanismo il potere giurisdizionale è inaccettabile. Se Alfano avesse esercitato fino in fondo le funzioni che gli assegna la Costituzione, se avesse iniziato a lavorare alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie e alla semplificazione del rito civile, sarebbe potuto diventare un interlocutore credibile. Ora è tardi”.

A.Dra

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"Il federalismo? Premia le Regioni più in rosso Al Sud 340 milioni in più, 350 milioni in meno al Centronord", di Sergio Rizzo

Per capire perché con l’applicazione dei costi standard nella sanità la Lombardia rischierebbe di rimetterci 40 milioni di euro l’anno, mentre la Campania potrebbe addirittura guadagnarne un centinaio, è sufficiente riascoltare quanto ha detto in Parlamento Luigi Giampaolino giovedì 24 febbraio. Quando il presidente della Corte ha spiegato in modo disarmante come «il metodo individuato per il calcolo dei costi standard non ha alcun effetto sul riparto» del Fondo sanitario nazionale. Ma come, non doveva essere proprio quella parolina, «standard» , la bacchetta magica per punire le Regioni sprecone e premiare quelle virtuose? La medicina per curare una sanità malata dove in certe situazioni territoriali un posto letto costa come due stanza d’albergo a cinque stelle e una siringa di plastica come se fosse d’oro? Niente di tutto questo, almeno all’inizio. La prova è in un documento di 12 pagine spedito dalla Ragioneria generale dello Stato alla Copaff, la commissione tecnica paritetica per il federalismo fiscale presieduta da Luca Antonini, nel quale sono contenute alcune simulazioni su come dovrebbe funzionare il meccanismo dei costi standard tanto decantato da alcuni governatori del Nord, come Roberto Cota e Roberto Formigoni. Il risultato è apparentemente sorprendente. E non tanto perché la quantità di soldi che il Fondo sanitario distribuirà alle Regioni, sempre all’inizio, sarà pressoché identico a quello che viene distribuito oggi. Il fatto è che mentre le Regioni del Centronord ci perderanno 350 milioni di euro l’anno, quelle meridionali ne incasseranno 340 di più. Le simulazioni dicono che alla Sicilia dovrebbero toccare circa 110 milioni in più, e poi 100 alla Campania, 90 alla Puglia, una ventina alla Sardegna e perfino alla Calabria, regione in cui ci sono aziende sanitarie locali prive addirittura della contabilità. E qualche briciola (una decina di milioni) potrebbe andare anche al Molise del governatore Michele Iorio. Aveva forse ragione l’ex presidente del Piemonte Mercedes Bresso, che durante la campagna elettorale perduta per le ultime regionali rinfacciava al suo avversario (vittorioso) «se per il riparto del fondo della sanità sarà adottato il criterio dei costi standard sostenuto da Cota le Regioni del Nord saranno penalizzate» ? Chissà. La prima considerazione degli esperti è che se in questo meccanismo non mancano i difetti (per esempio l’incidenza del prezzo delle forniture sul calcolo complessivo, ha osservato la Copaff, è troppo leggero), è pur vero che ha spazzato via l’effetto «lapis» : quello per cui le Regioni con maggiore potere contrattuale avevano sempre ottenuto condizioni migliori. In questo modo si spiegherebbe il travaso di denari dal Nord al Sud. È poi da vedere che cosa accadrà a regime: va considerato che il sistema dovrebbe andare a regime in cinque anni. Ma certamente le simulazioni potranno deludere chi forse si aspettava una conseguenza completamente diversa. Anche se per metterle a punto non sono mancati i problemi. Intanto i dati di partenza sono vecchi di due anni: bilanci 2008. Incredibile ma vero, a marzo del 2011 non esistono ancora cifre «validate» più recenti di quelle. Inoltre, spiega il documento recapitato alla Copaff, è stato impossibile individuare, al momento, le tre Regioni di riferimento su cui fare i calcoli. La scelta tocca alla conferenza Stato Regioni, ed evidentemente non è stata ancora fatta. Così la Ragioneria si è dovuta un arrangiare, assumendo come benchmark le uniche tre Regioni che nel 2008 non erano in deficit, ovvero Lombardia, Umbria e Marche), e le due con il minore disavanzo, cioè Toscana e Basilicata. Ne sono state ricavate tre diverse simulazioni non molto diverse fra loro, le quali assomigliano un po’ alla montagna che partorisce il topolino. Dove però, assicurano i sostenitori di questo meccanismo, una cosa almeno è sicura. Che per la prima volta si certifica lo «spreco» della sanità. Cioè i 4,8 miliardi di euro del disavanzo accumulato nel 2008, e che lo Stato non ripianerà più. Una cifra enorme, per un terzo ((1,7 miliardi) da addebitare al Lazio e per più di un sesto alla Campania (826 milioni). Sempre che lo «spreco» sia davvero soltanto quello…

Il Corriere della Sera 10.03.11

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Federalismo fiscale, dal Pd dodici proposte per cambiare il decreto Regioni

Sanità e assistenza, Irpef e Irap, il Pd riscrive il decreto sul fisco regionale e la sanità e avvisa: se si cambia votiamo sì
pubblicato il 9 marzo 2011 , 309 letture
Fisco
Il vero federalismo non si fa con tasse e tagli che rischiano solo di aumentare il divario tra regioni ricche e povere. Per questo il PD ha presentato in una conferenza stampa alla Camera le proposte del Pd sul decreto di attuazione del federalismo fiscale, su fisco regionale e sanità . Punti elaborati da Francesco Boccia, relatore in Bicamerale sul fisco regionale, Marco Causi, vicepresidente nella commissione per l’Attuazione del federalismo fiscale, Walter Vitali, capogruppo Pd in commissione Bicamerale per il federalismo e Davide Zoggia, Responsabile Enti locali del Pd.
Sanità e assistenza, Irpef e Irap: i Democratici hanno riscritto in dodici punti il decreto sul fisco regionale e la sanità così da renderlo coerente con “il vero federalismo” e non solo una riforma “di facciata” che rischia di “devastare” il sistema fiscale e quello dei servizi alle persone e alle aziende. Punti che verranno formalizzati come emendamenti nella commissione bicamerale sul federalismo, con l’auspicio che governo e maggioranza si siedano al tavolo per un confronto “senza pregiudiziali” che porti ad una vera e propria riscrittura del decreto in discussione nella Bicamerale per il federalismo.
Lo facciamo perché il decreto sul federalismo regionale nella sua versione attuale e un pasticcio distruttivo. Se la maggioranza vorrà rivedere l’impianto del testo e accogliere le proposte il PD mantiene la sua disponibilità a votare favorevolmente.

“Prima di tutto – hanno spiegato Vitali, Causi, Boccia e Zoggia – il testo va completato perché il decreto si occupa solo di sanità, ma non dice nulla delle altre competenze delle Regioni: assistenza, politiche sociali, istruzione e diritto allo studio, trasporto pubblico locale. Bisogna inoltre iniziare subito a definire, magari con l’aiuto del’Istat, i livelli essenziali delle prestazioni per tutto ciò che non è sanità”. ”Non è negoziabile la garanzia dei livelli essenziali”, ha spiegato Boccia.
“E’ sconcertante che la Copaff (Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale NdR) dopo due anni di lavoro non li abbia ancora stimati. E’ una grave inadempienza del governo e dei suoi organismi tecnici. Il decreto ha gravissime lacune, ed avrà un impatto molto più pesante di quello sul federalismo municipale”, ha detto Causi. Ad esempio per “i costi sanitari mancano i livelli essenziali delle prestazioni, c’è il rischio di una regionalizzazione dell’Irpef. E proprio sull’Irpef – ha spiegato in particolare Causi – si rischia di far impazzire i sostituti d’imposta. Calderoli, a quel punto, non sarebbe più il ministro della Semplificazione”.

Le 12 modifiche del Pd riguardano: livelli essenziali delle prestazioni; tagli al decreto legge n.78 del 2010; Irpef (l’addizionale regionale non deve incidere sulla struttura dellIrpef); Irap (ampliare i margini di manovrabilità dell’aliquota); fase transitoria; finanziamento e perequazione spese non Lep in riferimento alle diverse capacità fiscali regionali; Iva territoriale con la questione della disponibilità di informazioni affidabili sulla distribuzione tra i territori regionali delle vendite effettuate nei confronti dei consumatori finali; finanziamento della sanità; finanziamento assistenza, istruzione, trasporto pubblico locale; coordinamento con il decreto legislativo relativo al fisco municipale, fiscalità provinciale; sistema finanziario delle città metropolitane. Zoggia invita Lega e Pdl a “tenere in considerazione l’impianto delle nostre proposte perchè non ci accontenteremo di accoglimenti relativi a numeri e percentuali. Se vogliono il federalismo si siedano con noi. Non ci sarà un’astensione: o è un sì o è un no. Si siedano con noi e, se il percorso continuerà sulla strada del dialogo, saremo disponibili, altrimenti non voteremo il decreto sul fisco regionale. Il rischio –ha concluso il responsabile enti locali Davide Zoggia – è che il decreto che se dovesse restare così avrebbe un impatto devastante sul sistema fiscale e su quello del welfare, rischiando di creare due Italie: una di serie A e una di serie B, cosa che certamente qualcuno in maggioranza si prefigge”.

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Più sale la benzina, più salgono le tasse. Abbassiamo l'accisa

Quanto deve ancora aumentare il prezzo della benzina per costringere il governo ad intervenire? Questa è una delle tante domande a cui il governo Berlusconi dovrà rispondere in tempi brevissimi perché sono in gioco molti, troppi soldi per il bene dell’economia italiana e per le persone comuni. Non ci si può nascondere dietro la crisi libica per annunciare che è colpa del rapporto dollaro-euro la causa della crisi a cui non si porre rimedio.

Che il prezzo dei carburanti abbia superato i suoi storici massimi del 1998 è ormai un fatto che non fa più notizia. Quello che però scandalizza è la discrepanza che esiste tra i prezzi di benzina e gasolio tra il Nord e il Sud dell’Italia e che alla fine, l’unico a guadagnarci sia lo Stato.

Sarebbe troppo facile fare polemica e chiedere alla Lega cosa sarebbe accaduto se il prezzo dei carburanti nelle regioni del Nord fosse stato molto alto più che in quelle del Sud! Per “fortuna” non è stato così ma il contrario. Un litro di benzina in Sicilia e in Campania supera tranquillamente 1,6 euro. Nel Nord Est si riesce a trovare ancora la benzina attorno ai 1,4 euro. Se solo si invertissero i valori chi li sentirebbe gli uomini con il fazzoletto verde che annunciano l’invasione della Libia!

Ma non è tutto. Per il fenomeno noto come iva drag, che fa in momenti di pressione sui carburanti fa aumentare le tasse, l’unico ad arricchirsi della situazione di crisi è lo Stato che secondo le previsioni delle associazioni dei consumatori potrebbe percepire circa 151 milioni al mese di nuove entrate, pari a 1 miliardo e 800 milioni per il solo 2011.

Per far capire che il problema è di fondamentale importanza, va ricordato come l’allarme del caro-carburanti non investe solo gli automobilisti ma gran parte dell’economia italiana ancora troppo legata alla supremazia degli idrocarburi e al trasporto su gomma.

Una soluzione di immediata fattibilità sarebbe dare seguito alla norma varata con la Finanziaria del 2008 che autorizzava un intervento compensativo attraverso un’accisa mobile e garantire uno stop al drenaggio fiscale (leggi le proposte del PD sulle liberalizzazioni dei carburanti)

Ciò che fa invece inorridire è la superficialità con cui il governo pensa di spiegare quanto sta accadendo: per il ministro Romani la colpa è del rapporto euro-dollaro! Una questione inflazionistica strutturale.

“E’ inaccettabile che il governo non intervenga sugli aumenti dei carburanti. Il ministro Tremonti riduca le accise applicando la norma del governo Prodi”. Lo chiede il segretario del PD, Pier Luigi Bersani.

“Forse in mezzo a tanti diversivi dovrebbe essere finalmente possibile occuparsi di qualche problema reale del Paese – spiega Bersani – Nei bilanci delle famiglie e delle imprese sta pesando sempre di più l’aumento dei carburanti, che d’altra parte sta facendo incassare più soldi allo Stato mediante l’Iva. Bisogna neutralizzare questo circuito che rende l’esecutivo compartecipe di un aggravio di costi per i cittadini. Chiediamo da tempo che si applichi la norma prevista dal governo Prodi con la Finanziaria del 2008 che consente, con un semplice decreto del ministro dell’Economia, di rimodulare le accise ogni trimestre utilizzando a copertura l’extra gettito dell’Iva.

Più in generale è tempo che si intervenga per alleviare l’impatto sulle famiglie dell’aumento dell’inflazione che stiamo registrando e di interrompere l’alleanza del governo con interessi corporativi. Occorre intervenire sul sistema dei prezzi, dai farmaci ai carburanti, alle assicurazioni, ai trasporti, per fare in modo che i redditi, già indeboliti, non si decurtino ulteriormente a danno del livello di vita dei cittadini e dell’andamento dei consumi”.

Per Antonio Lirosi, responsabile PD consumatori e commercio, “ciò che afferma il ministro Romani, che la differenza di prezzo dei carburanti può essere ricondotta al diverso cambio euro-dollaro rispetto a due anni fa, è parziale e fuorviante. Quello che non dice il Ministro è che da novembre scorso, da quando è iniziata l’impennata dei prezzi al consumo, e allora non c’era il fattore Libia, è aumentato il divario del prezzo industriale con gli altri paesi europei. Sulla benzina siamo arrivati al secondo posto dopo la Danimarca nella graduatoria sia per il prezzo
industriale che per il margine lordo più elevato. E così lo Stato sta incassando 4 centesimi in più di IVA, ovvero una tassa occulta per gli automobilisti ammonterà questo mese a 150 milioni di euro.

Di fronte a questa congiuntura il Governo è inerte e non decide di abbassare le accise per dare sollievo alle famiglie e alle imprese e contrastare la dinamica inflazionistica. Il ministro Romani, inoltre, usa il diversivo dei problemi strutturali, quali quello del self-service, quando i nodi da
affrontare sono ben più complessi e sono alla base dell’assetto oligopolistico dell’intera filiera petrolifera che controlla tutte le fasi, dalla produzione fino alla vendita al dettaglio. Perché Il Governo Berlusconi in questi due anni non ha proposto nessun intervento di liberalizzazione, quando il PD ha presentato le sue proposte anche sulla distribuzione dei carburanti? Che fine ha fatto il DDL sulla concorrenza?”.

“Quanto deve ancora aumentare il prezzo della benzina per costringere il governo ad intervenire?” Lo chiede il capogruppo del Pd nella commissione Finanze della Camera, Alberto Fluvi, dopo che oggi il sottosegretario Viale ha risposto negativamente ad una interrogazione con cui i democratici chiedevano al governo di emanare rapidamente il decreto di riduzione dell’accisa sui carburanti previsto dalla legge finanziaria per 2008 e usare il maggior gettito Iva dovuto all’aumento dei prezzi petroliferi per la riduzione dell’accisa sui carburanti, e quindi, del prezzo al consumo.

“E’ grave che il governo – prosegue Fluvi – abbia detto di no alla nostra richiesta di calmierare il prezzo di benzina e gasolio. Anche perché è da mesi ormai che i consumatori stanno denunciando un duplice aumento: quello derivante dall’andamento del prezzo del greggio e quello originato dalla tassazione. Dicendo no alla nostra richiesta il governo riduce il potere di acquisto degli italiani

A.Dra

"Tutti i disastri del Tg1 Così l’informazione è diventata emergenza", di Sandra Zampa*

Quando si arriva a manipolare le notizie, a falsificarle, a nasconderle, travestirle, camuffarle, e lo si fa in
modo sistematico, utilizzando i canali dell’informazione pubblica, come avviene nel caso del Tg1, senza che gli organi di controllo e di garanzia intervengano con efficacia, si può sostenere di essere in presenza di una ferita della democrazia? Se si può sostenerlo, come io credo fermamente, allora è bene dirsi che dobbiamo fare i conti con questa realtà e trovare risposte politiche adeguate anche in relazione alla nostra partecipazione all’attività degli organismi di vigilanza e garanzia.
L’analisi che qui propongo non prende in considerazione il dato “quantitativo” che certifica la presenza abnorme di Berlusconi in tv, ma contenuti e tecniche.
Parto da un caso recentissimo che ha riguardato la Libia, Gheddafi e la qualità della relazione del governo
in carica con il dittatore libico. Al Tg1 ci si deve essere a lungo interrogati su come convincere gli italiani che il baciamano di Berlusconi e le pagliacciate grottesche a cui milioni di italiani avevano assistito durante la visita di Gheddafi a Roma (nel 2010 con cavalli e amazzoni al seguito e con hostess pagate per ascoltarlo e convertirsi.
Nel 2009 per illustrare alle donne della destra italiana che fecero a pugni per accaparrarsi un posto in sala,
la condizione femminile nei paesi arabi) non avessero rappresentato niente di singolarmente indecoroso e comunque non lontano da quanto aveva fatto il centrosinistra. La soluzione al rompicapo è consistita nell’attingere a documenti d’archivio. Si è ripescata così un’intervista di Giovanni Minoli al leader libico che dice: Prodi ci ha aiutati, è un amico. Un’intervista risalente agli anni della presidenza Prodi alla Commissione Europea (2004). Del tutto ignorata l’intervista allo stesso Prodi pubblicata dal Corriere della Sera proprio nel giorno in cui il servizio televisivo veniva confezionato, laddove si spiegava all’intervistatore che “amico” o “fratello” sono espressioni di cortesia comunemente usate nel mondo arabo. Un caso di manipolazione dell’informazione,
una tra le peggiori “patologie” perché consegna un messaggio distorto allo spettatore che non può difendersi se non è avvertito o informato. Andando indietro nel calendario di qualche giorno, ci si imbatte
nell’intervista “vera-falsa” a Berlusconi realizzata con l’uso del “gobbo” (le risposte sono scritte dentro l’obiettivo della telecamera e l’intervistato deve semplicemente leggerle) e con domande dunque precedentemente concordate. Questa forma di manipolazione trasforma il giornalista in un professionista dello spettacolo, che recita la sua parte
nella costruzione propagandistica ad uso dell’intervistato di turno (il premier). Questa ingloriosa pagina nella storia del servizio pubblico radiotelevisivo si è accompagnata ad un secondo grave episodio nato dal tentativo di rintuzzare le critiche e relativizzare le responsabilità. Mi riferisco alla messa in onda di uno spezzone di un’intervista del Tg3 fatta ancora una volta (non casualmente) all’allora premier Prodi (2007). In questo caso sono stati realizzati dei tagli per far apparire l’intervista “addomesticata”. Ora sul caso c’è un esposto all’Ordine dei giornalisti. Nel Tg1 diretto da Minzolini (in carica da giugno 2009) sono state censurate o nascoste in poche righe le notizie diffuse da Istat, Eurispes, Ocse e anche Caritas, laddove si evidenzia il peso della crisi economica.
Spariscono le notizie sulla condizione degli anziani, ma va in onda il servizio sulla consegna della dentiera all’anziana signora dell’Aquila per mano di Berlusconi. Del terremoto si parla per sottolineare i risultati ottenuti dalla protezione civile e dal premier. Censurate le proteste degli aquilani contro il Tg1.
Il caso Scajola è da manuale della disinformazione: servizi che “discolpano” e non informano.
Il 3 ottobre2009 si tiene la manifestazione per la libertà di stampa: la manifestazione è presentata come di parte, contro Berlusconi e va in onda un editoriale di Minzolini a commento.
Il 9 novembre arriva la richiesta di arresto per Cosentino. Va in onda un editoriale di Minzolini per illustrare la necessità del ritorno all’immunità parlamentare. Il 22 gennaio, inchiesta Mediatrade:
poche parole alle 20, servizio alle 13.30 il giorno seguente per una notizia che rappresenta l’apertura dei principali quotidiani nello stesso giorno. Il 28 gennaio si dà spazio ad un lungo “vivo”, cioè un intervento letto dal conduttore con la notizia di una presunta inchiesta di Panorama su un complotto contro Berlusconi. Non è l’unico spazio dato ai complotti (falsi) contro Berlusconi,
portati all’attenzione pubblica da media di proprietà della famiglia del Cav.
Il calendario della disinformazione conosce il 26 febbraio 2010 un record con Mills che risulta assolto
dal reato di corruzione che invece è prescritto. 200mila spettatori protestano su Facebook contro il Tg1.
Interessante il confronto tra il numero di notizie sul caso Verdini e quello sulla casa a Montecarlo di Fini. Ma c’è da citare anche il servizio del 31 agosto sulle contestazioni a Dell’Utri, in cui ci si guarda bene dal fornire spiegazioni sulle ragioni delle stesse. L’8 settembre, il servizio sulle contestazioni a Bonanni, il segretario Cisl alla festa del Pd di Torino. Il servizio non dice che a contestare non sono i democratici, ma esponenti dei centri sociali. Il 14 dicembre è il giorno della sfiducia a Berlusconi. A una cronista
viene tolto il pezzo, già assegnato, a conclusione di uno scontro con la direzione sulla messa in onda della notizia che due delle tre donne gravide arrivate con fatica a votare erano finiane. Per più di un mese, ogni sera, va in onda sul tg delle 20 un servizio sul 41bis, con l’obiettivo di dimostrare che nel centrosinistra (Mancino, Conso, Ciampi) si è trattato con la mafia e alleggerito il carcere duro ai mafiosi. Nell’ultimo mese si è assistito a una vera e propria escalation della disinformazione. Oltre ai due casi citati in apertura, ricordo Ferrara invitato a parlare a favore di Berlusconi in studio dove attacca l’Espresso e De Benedetti. Parla più di 5 minuti (un servizio medio, che può contenere anche tre interviste, dura 1minuto e 15 secondi).
Nessun contraddittorio. La manifestazione delle donne del 13 febbraio è relegata quasi a metà giornale, per la durata di 1 minuto e 15 secondi. Gli altri tg ci
aprono. Il 1 marzo ci sono da affrontare le polemiche sulla scuola pubblica innescate dalle parole del Cav: si censura il cardinal Bagnasco e non si dà notizia del sit-in del Pd davanti a Palazzo Chigi. Possiamo
dire ancora che questa informazione ci informa? L’elenco potrebbe arricchirsi ma credo basti già a dire che è arrivato il momento non solo di denunciare le carenze delle istituzioni di controllo e garanzia, ma di interrogarsi sul ruolo che le opposizioni hanno in esse, fino a metterne in discussione i modi e la stessa permanenza. Non si può rischiare di legittimare ciò che è fuori dalle regole. E non possiamo più nasconderci che se l’informazione nutre e alimenta la democrazia, in Italia siamo in un’emergenza vera e propria.
*Deputata PD

L’Unità 10.03.11

«Cultura, la scure non si ferma mai. Nuovi tagli saliti a 77 milioni», di Stefano Miliani

Togli il pane a chi è affamato e quello muore. La vittima stavolta ha il corpo della cultura e dello spettacolo. Già la Finanziaria ha “congelato” 27 milioni di euro al Fondo unico dello spettacolo ridotto ad appena 258 milioni per il 2011. Poi viene fuori che il ministero per i Beni culturali, indifeso da Bondi, perde altri 50 milioni (arrivando a 77) quando già le risorse sono peggio che al lumicino. Tanto che archeologi, storici dell’arte e quant’altri non hanno soldi per fare le ispezioni nel territorio, ovvero verificare come stanno scavi, urgenze ed emergenze. Un buon modo per distruggere in silenzio l’arte.

Da via del Collegio Romano alzano le braccia, invocano ripensamenti, parlano di “amara sorpresa”. Qualcuno lo dirà in buona fede, dal titolare e i suoi fedeli però tante chiacchiere a vuoto sono inaccettabili quanto i tagli stessi. Bondi spera che il suo successore (a breve), sappia «rimediare e invertire la situazione», il mondo dello spettacolo si ribella.

Gli altri 50 milioni mancanti li rivela la Uil beni culturali: come per gli altri 27, non ci saranno perché l’asta sulle frequenze per le telecomunicazioni ha dato risultati diversi da quelli attesi e una norma nella Legge di stabilità ha provveduto a tagliare. Per il sindacato significa «la paralisi operativa di tutta l’attività istituzionale del ministero beni culturali».

Il sottosegretario Francesco Giro deve ammettere: con i tagli è in crisi l’intero settore. Per il Fus ricorda che, rispetto alle vecchie risorse, la musica è scesa da 56 a 35 milioni, la lirica da 196 a 122, la danza da 9 a 5, il teatro da 67 a 42, il cinema da 76 a 47. E oggi queste cifre saranno essere ulteriormente tagliate del 10%.

Le voci credibili si levano dalla cultura. Nel cinema Virzì, Silvio Orlando al movimento dei 100Autori invocano una reazione forte, tanto più che Cinecittà Luce rischia concretamente di chiudere. Il direttore d’orchestra di Santa Cecilia Pappano definisce il taglio come frutto di «ignoranza totale. Erano state fatte molte promesse all’Accademia di Santa Cecilia e a tutta la musica italiana: è scandaloso il modo in cui il provvedimento sui tagli è andato avanti». E il presidente dell’Accademia sinfonica romana Bruno Cagli annuncia che lunedì si dimetterà. Il Pd parla di «metodo Marchionne», denuncia il «massacro» della cultura e ribadisce: Bondi se ne vada.

Protestano le associazioni di settore: dall’Anac, a Federculture, Federcultura, Arci, Movem09, a Legacoop. E l’Agis, che non è un movimento ma associazione istituzionale, comunica che non parteciperà più alle attività consultive del Ministero dei beni culturali. Bloccando un punto decisivo: dovrebbe infatti essere la Commissione spettacolo (organo consultivo) a indicare la ripartizione tra i vari settori del Fus. La settimana scorsa la Commissione non si è riunita per protestare contro i tagli al Fus precedente. Ora può andare a casa? Dietro lacrime di coccodrillo di esponenti delle forze di maggioranza, la verità è che lo smantellamento della cultura, dalla musica alle arti, per non dire della scuola e dell’istruzione, procede pezzo per pezzo.

da www.unita.it

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«Tagli. Bondi fa la vittima», di Ste. Mi

Il Governo ha già massacrato il Fondo unico per lo spettacolo riducendolo per questo 2011 ad appena 258 milioni di euro. Non bastava. Alcuni commi della Finanziaria hanno “congelato” altri 27 milioni. E il bello è la reazione del ministero per i beni culturali: fa la vittima. “Un’amara sorpresa”, scrive il dicastero. Come se la latitanza del ministro Bondi dall’incarico e dalla sede del Collegio Romano, dove non si fa vedere da due mesi, non avesse effetti. Ma forse il commento ministeriale serve al coordinatore del Pdl: se lascia la carica ministeriale, come tutto lascia presagire, dirà d’aver mollato per dignità. Magari vestendo perfino i panni del paladino della cultura che non ha mai difeso.

Il congelamento avviene perché, informano le agenzie, gli introiti dalla vendita di frequenze del digitale terrestre alle compagnie telefoniche non sono stati esattamente quelli preventivati. Il comunicato del dicastero merita di essere ripreso testualmente: «Nelle pieghe della legge di stabilità per il 2011 si annida un’amara sorpresa che lascia sgomenti e interdetti: per effetto di alcuni commi che rinviano a provvedimenti del ministero dell’Economia riguardo eventuali scostamenti dagli introiti preventivati dalla vendita delle frequenze radioelettriche, sono stati congelati ulteriori 27 milioni di euro del Fus, già ridotto quest’anno a poco meno di 260 milioni di euro». Strazia il cuore leggere questa nota. «Risorse che comunque – continuano dai Beni culturali – non potranno essere utilizzate sino a fine anno, anche qualora la vendita delle frequenze avesse buon esito, e che quindi di fatto non potranno essere utilmente ripartite fra le diverse voci del Fus». In altre parole: un taglio per di più inutile. Vibrante è l’affondo finale: «Si tratta di un altro colpo alle risorse destinate alla cultura, che è difficile da spiegare e ancor più da accettare». Certi che Bondi non accetterà questo taglio, forse coglierà l’occasione per dimettersi.

da www.unita.it

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“Fondo dello spettacolo, decurtati altri 27 milioni”, di Mario Sensini

Al ministero dei Beni culturali la definiscono «un’amara sorpresa, che lascia sgomenti ed interdetti» . Certo, l’ennesimo taglio al Fondo unico per lo Spettacolo, sistematicamente decimato dalle ultime Leggi finanziarie, fin quasi a essere dimezzato rispetto agli anni d’oro, non è una bella notizia. Peccato che la cosa era nell’aria da tempo, per l’esattezza da quattro mesi, cioè da quando il Parlamento ha approvato la nuova legge di bilancio, che ora si chiama Legge di Stabilità, per il 2011. Quella legge assegnava al Fondo unico per lo Spettacolo uno stanziamento, già ridotto rispetto al 2010, di 258 milioni di euro. I soldi sarebbero arrivati dall’asta per l’assegnazione delle frequenze liberate dal passaggio dalla tv analogica a quella digitale. Ma in quella stessa legge c’era una clausola di salvaguardia esplicita, pretesa dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: se fosse venuta meno la prospettiva di incassare il previsto dall’asta delle frequenze (2,4 miliardi di euro in tutto), sarebbe stata congelata una parte delle dotazioni dei ministri per l’anno in corso. E così è stato. Le procedure per l’asta non decollano, mentre i soldi sarebbero dovuti entrare non oltre la fine di settembre, e il Tesoro è corso ai ripari, tirando fuori di nuovo le forbici dal cassetto. L’unica «consolazione» per il ministero dei Beni culturali è che il taglio delle risorse disponibili per quest’anno riguarda i fondi gestiti da tutti i ministeri, con due sole eccezioni: il Fondo ordinario delle Università e le risorse destinate al finanziamento del 5 per mille dell’Irpef al volontariato. Per Sandro Bondi, che ha già espresso al presidente del Consiglio la volontà di lasciare i Beni culturali perché si sente abbandonato, è comunque un boccone amarissimo da digerire. Il Fondo unico per lo Spettacolo, con il nuovo intervento del ministero dell’Economia, viene decurtato di 27 milioni, che saranno congelati fino alla fine dell’anno. «E che di fatto non potranno essere utilmente ripartiti tra le varie voci del Fondo» sostengono al ministero guidato da Bondi. Fatto sta che nel piatto dei Beni culturali, si fa sapere, ci saranno solo 231 milioni di euro da dividere. E la Consulta dello Spettacolo sarà chiamata a dare il parere sulla ripartizione dei fondi nelle diverse realtà (cinema, musica, danza, teatro, e così via) proprio tra pochi giorni. Difficile che da qui ad allora il quadro possa cambiare. Tutto dipende dall’asta delle frequenze, ma su quel fronte la situazione è ferma. L’Autorità per le Comunicazioni ha avviato le procedure, e ha chiesto che si costituisca un comitato di ministri per gestire l’asta. Una richiesta rivolta al ministero dello Sviluppo e a Palazzo Chigi già da qualche settimana. E che ancora non ha avuto risposta.

Il Corriere della Sera 10.03.11

"Insultano la Carta e tagliano 81mila prof: fermiamoli il 12", intervista a Giovanni De Luna di Oreste Pivetta

«Delegittimare la scuola vuol dire spaccare l’Italia». «Il governo sta attaccando ciò che rappresenta il primo grado di inclusione del Paese, il luogo dove si forma la comunità e l’identità di un popolo». La scuola maltrattata, la scuola offesa, la scuola tagliata. Eppure c’è anche la scuola nell’unità di Italia, l’Unità che non tutti vorrebbero celebrare in questi giorni. C’è la scuola assieme, ovviamente, ad altre “voci”: guerre, chiesa, fabbriche, politica, trasporti, comunicazioni di massa, mafie… Voci, che sono altri passaggi, nel bene o nel male, di un cammino contrastato e contradditorio verso l’unità e soprattutto nella costruzione di una identità comune, voci che diventano “isole tematiche” nella mostra “Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale”, dal 17 marzo a Torino, alle Officine grandi riparazioni di via Castelfidardo 22, quattordicimila metri quadri di installazioni. «Ciascuna voce – spiega Giovanni De Luna, storico e curatore insieme con Walter Barberis – abbiamo cercato di interpretarla e di rappresentarla alla luce della coppia inclusione-esclusione. Alcuni esempi. La fabbrica è stata una straordinaria occasione di inclusione, perché nella fabbrica si sono incontrati migliaia di italiani, di diverse regioni, di diversi dialetti, di diversi costumi, che davanti alla loro condizione di lavoratori hanno maturato un comune sentire e un comune modo per esprimerlo. Le mafie hanno generato l’effetto opposto, separando e quindi escludendo una parte della popolazione».
Professor De Luna, in questo percorso si immagina un ruolo straordinario della scuola: a scuola si impara la lingua di tutti e si dovrebbe costruire un sistema di valori condivisi. È ancora così?
«Quello è stato e continua ad essere il ruolo della scuola pubblica in Italia. Un ruolo, appunto, straordinario. Con varianti, ovviamente. Il percorso non è mai stato lineare. Se guardiamo al presente, la crisi è evidente, ma il compito resta fondamentale. Se gli immigrati e i loro figli diventano cittadini italiani sarà per il lavoro, ma sarà allo stesso modo per la scuola: sui banchi delle elementari crescono nuove schiere di italiani e crescono grazie all’impegno a volte strenuo di migliaia di maestri. Quando ci si riferisce alla scuola pubblica questo si dovrebbe in primo luogo riconoscere: la scuola in prima linea sul fronte dell’inclusione. Che cosa sarebbe altrimenti? Dove altrimenti si costruirebbe una comunità, capace di riconoscersi in una identità. Certo tutto è difficile, le strutture scolastiche sono malandate, gli insegnanti sono sfiduciati, c’è un deficit intellettuale, i contenuti stessi possono apparire obsoleti, ma l’attacco anche da parte della politica è stato continuo. La scuola non trova schierato al fianco un governo. Ne incontra uno che tenta di delegittimarla».
Non è solo la politica. C’è anche una società con i suoi modelli culturali che “sfiducia” la scuola… «Nel senso che la scuola deve sopportare il contrasto, la concorrenza di forme comunicative più efficaci, altri circuiti di trasmissione dei saperi, altri saperi. Del resto viviamo in una condizione di emergenza culturale, non solo politica».
Forse più culturale che politica, se si interpretano i “saperi” che può affidarci la televisione, da Amici al Grande Fratello?
«Questo fa parte di una deriva, cui partecipa anche la scuola. Ma per la scuola non c’è niente di nuovo. La scuola ha subito periodici attacchi. La scuola ha vissuto e vive di alti e bassi. All’Unità d’Italia, ad esempio, venne promossa, ma in un paese afflitto dall’analfabetismo non venne favorita l’istruzione elementare, bensì quella intermedia, perché in primo luogo si voleva addestrare un ceto amministrativo e tecnico, utile al nuovo stato. Poi venne il momento della scuola elementare. Il fascismo condizionò la funzione inclusiva, che tornò alta ai tempi del centrosinistra, ai tempi di Tristano Codignola….
Che fu alla guida della politica scolastica nel Psi di Nenni e che fu tra i più battaglieri sul fronte della istituzione della scuola media unica e della stessa scuola materna statale.
«Oggi siamo al tentativo ripetuto di delegittimare la scuola…» Berlusconi dice infatti che la scuola pubblica non educa. Ma gli attacchi sono pure altri, la Lega in prima fila, in modo talvolta ambiguo. Quanto vale il dialetto rispetto a un progetto inclusivo della scuola?
«Continuo a ritenere che avesse ragione Pasolini: il dialetto vive dentro una lingua nazionale forte, in un circuito virtuoso. Il problema non è aprire la scuola a una dimensione del locale. Anzi, questa apertura può costituire un momento didattico molto serio, un avvicinamento molto concreto alla realtà, un’esperienza di lettura della realtà e di confronto. Il problema è costruire attorno una cornice molto robusta dal punto di vista concettuale, che comunichi appartenenza».
Come fecero i piemontesi un secolo e mezzo fa? «Allora lo stato procedette estendendo in modo burocratico amministrativo il modello piemontese. Ma non si può demonizzare questa scelta, che ci diede un sillabario unico, ma anche una lingua per parlarsi da nord a sud e un sistema di valori. In quel modo si formò un’idea di cittadinanza. I nostri sussidiari saranno stati retorici, ma accompagnarono questo paese verso il benessere, facendoci capire di partecipare tutti alla stessa impresa».
Una scuola federale ha una ragione?
«La scuola federale mi sembra una stupidaggine, che pretende chi, come la Lega di Bossi, ha la sua idea di cittadinanza, inaccettabile peraltro: una cittadinanza che accantona i valori e si fonda sugli interessi».

L’Unità 10.03.11