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"Così le mafie stanno colonizzando il Nord", di Sandro De Riccardis

La relazione del procuratore Grasso: nel mirino in particolare Lombardia e Piemonte. “In Veneto cresce il traffico di armi e droga, in Emilia Romagna le mani sugli appalti”. In primo piano ‘ndrangheta e Cosa Nostra. Ma cresce la presenza di cinesi e balcanici. La Lombardia, con il «maggiore indice di penetrazione nel sistema economico legale, assimilabile per livello e consistenza organica al mandamento reggino». Il Piemonte, una delle più redditizie «lavatrici» di denaro sporco. La Liguria, «il più importante accesso alle rotte di approvvigionamento della droga». L´Emilia Romagna, con le imprese edili che riciclano sempre più spesso nelle opere pubbliche».
La relazione annuale della Direzione nazionale antimafia, diretta dal procuratore Piero Grasso, racconta un nord conquistato dalle cosche, un pezzo di Paese colonizzato dai clan, primi tra tutti i calabresi. Dopo aver «messo radici profonde» in Lombardia e Piemonte, dopo aver raggiunto la Liguria conquistando «appalti all´ombra del paravento legale offerto dal casinò di Sanremo», ora i calabresi guardano al Veneto, «con un crescente traffico transnazionale di droga e armi da guerra dall´Est Europa».
Il cuore pulsante dei clan al nord resta però la Lombardia. «La ‘ndrangheta si è diffusa attraverso un vero e proprio fenomeno di colonizzazione – si legge nella relazione – organizzando il controllo e gestendo i traffici illeciti sul territorio». Proprio Milano si appresta a ospitare nel 2015 l´Expo, evento planetario con appalti per il solo sito espositivo stimati in circa 300 milioni di euro. La Dna lancia l´allarme per «le imprese esecutrici, i contratti e i sub contratti, le consulenze, gli assetti societari». Su un territorio controllato da 16 locali – quelle individuate dall´operazione “Infinito” che portò all´arresto di 300 affiliati tra la Calabria e il nord – ormai «assimilabile per livello e consistenza organica al mandamento reggino», i membri «operano secondo le tradizioni del sud: linguaggi, riti, doti, tipologia di reati tipici della criminalità calabrese». Di fronte all´impatto devastante dell´economia criminale, la relazione indica come modello da seguire la strategia di aggressione ai patrimoni messa in campo dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini. Con Cosa nostra in crisi, sono i calabresi a dominare e a decidere le alleanze, «tanto da rendere sostanzialmente irrilevante, e comunque in posizione subordinata, ogni altra presenza mafiosa straniera». Ci sono gli slavi, che dopo anni di tentativi di penetrazione, sono ora stabilmente presenti nel traffico internazionale di stupefacenti «con un elevato livello di specializzazione». Ci sono i romeni e i nigeriani, registi nella tratta di essere umani e nella prostituzione, ma anche nel mercato della manodopera destinata all´edilizia e all´agricoltura. Mentre al nord, la Camorra, i casalesi in particolare, stringono sinergie coi calabresi per lo smaltimento illecito dei rifiuti industriali.
Impressiona il ritorno al nord – dopo la stagione dei sequestri chiusa con quello di Alessandra Sgarella, nel 1997 – della mafia militare, della violenza che ha riportato gli agguati in strada e gli incendi nei cantieri, fino alla prima lupara bianca della storia del settentrione. Il rapporto antimafia ricorda ampiamente l´omicidio di Lea Garofalo, l´ex collaboratrice di giustizia sciolta nell´acido vicino Monza, uccisa su mandato del padre di sua figlia, Carlo Cosco, boss di Petilia Policastro, proiezione lombarda della faida tra le cosche crotonesi. Come l´esecuzione di Carmelo Novella, ambizioso boss della cosca Novella-Gallace di Catanzaro, radicata tra Monza e Varese, che aveva rivendicato autonomia dalla Calabria. «Il rapporto ci dice che le mafie sono ancora vive e vegete e che la capacità repressiva dello Stato non è sufficiente – attacca Giuseppe Lumia, membro Pd della Commissione antimafia – Il governo deve smettere di utilizzare toni trionfalistici a ogni successo e contemporaneamente tagliare le risorse alla giustizia, delegittimare la magistratura e ridurre le possibilità di indagini».

La Repubblica 10.03.11

"La Lega e i Rom ladroni", di Marco Zatterin

Solo il Carroccio e la destra estremissima vota contro la strategia per l’inclusione della gente gitana. Favorevole anche il pdl. Sarà un segno? Sono rimasti soli ad esprimere la loro linea dura contro i rom, il che probabilmente porterà loro dei voti, ma non necessariamente un progresso sociale per il continente. Anzi. Il Parlamento europeo ha approvato con una grande maggioranza una risoluzione in cui chiede agli stati membri dell’Ue di assumere una lunga serie di decisioni in modo da favorire l’integrazione delle genti di etnia Rom nell’Unione europea. Il testo, non vincolante sebbene politicamente rilevante, è stato adottato con 576 voti a favore,32 contrari e 60 astensioni. Tutta la Lega ha votato “no”. Il Pdl si è espresso in senso favorevole.

In sintesi, gli deputati chiedono che la Commissione Ue presenti una tabella di marcia che includa una serie di standard comunitari obbligatori per l’accoglienza e il trattamento della gente Rom e preveda la possibilità d’imporre penalità ai governi nazionali che non li rispettano. Sul fronte occupazionale, Strasburgo chiede che venga assicurato un accesso effettivo al mercato del lavoro, insieme col varo di misure per combattere il lavoro sommerso e favorire l’assunzione di rom nell’amministrazione pubblica. Per l’educazione, i deputati chiedono ai governi nazionali di impiegare un numero maggiore di mediatori e insegnanti rom nelle scuole per garantire l’educazione nella loro lingua.
Il Parlamento denuncia inoltre le “discutibili operazioni di rimpatrio” di cittadini rom verificatesi in vari Stati membri che hanno creato un “clima di paura e inquietudine” fra la popolazione rom e hanno anche avuto l’effetto di aver portato “preoccupanti livelli di razzismo e discriminazione”. Alla luce di questo, la nuova Strategia europea che la Commissione deve proporre dovrà combattere ogni forma di violazione dei diritti fondamentali, inclusi “la discriminazione, la segregazione, i discorsi d’incitazione all’odio, il profiling etnico, il rilevamento illegale delle impronte digitali, nonché lo sfratto e l’espulsione illegali”.

Non sono parole semplici da scrivere e anche da votare. Certo lo sono ancora meno da attuare in questo clima generale di paura e diffidenza che molti fatti di cronaca giustificano. Eppure il parlamento europeo si mette la mano sul cuore e invita a giocare la sfida dell’integrazione, a imbarcarsi su un percorso che non sarà né facile né breve, ma che pare a tutti essere l’unico praticabile.

A tutti meno che la Lega. “Abbiamo votato contro al gran completo”, tiene a dire l’eurodeputato leghista Oreste Rossi. Il quale trova “inaccettabile” che sia immaginato “l’obbligo per gli Stati membri di assumere i Rom nella pubblica amministrazione, l’imposizione del microcredito di impresa, l’obbligo di assunzione di mediatori linguistici e di insegnanti Rom nelle scuole, la parità di accesso nei servizi sociali, in particolare il diritto ad una casa, nonché l’obbligo di coinvolgere i Rom nella politica attiva ad ogni livello”.

Ancora più scandaloso – gli pare – “è il divieto di nominare i Rom o i gitani nei comizi politici, pena l’applicazione di sanzioni per discriminazione e incitamento all’odio razziale”.

«L’Ue ha di nuovo invaso il terreno nazionale – ha aggiunto Giancarlo Scottà – imponendo ai suoi Paesi membri sanzioni assurde. È ora che l’Europa inizi a riconoscere anche i nostri diritti».

La risposta gliela hanno dati i colleghi di governo del Pdl. Prima però, è sempre meglio ricordare a uso dei neofiti che l’Europa non impone mai nulla a nessuno, tantomeno ai leghisti che oltre tutto sono rappresentati nel governo italiano dal ministro degli Interni. Il parlamento esprime la volontà degli eletti dal popolo (che non è poco) i quali esprimono il loro punto di vista. La decisione finale viene presa dal Consiglio Ue nel quale è presente anche l’Italia. C’è un negoziato e c’è la possibilità di mediare. Nessuno impone nulla a nessun altro, anche se è facile usare questa retorica. La maggioranza decide. Come si suol dire, la democrazia non è perfetta, ma non s’è ancora trovato nulla di meglio.

Il Pdl, dicevamo. Parola a Raffaele Baldassarre. “Ho accolto con molta soddisfazione la relazione della collega ungherese, che ha enunciato priorità inderogabili, quali la lotta al nomadismo e le garanzie relative all’assistenza sanitaria e all’istruzione. La strategia mira, infatti, all’inclusione e, con ragione, non all’integrazione. Un’inclusione, che presuppone un accesso paritario a ogni settore della società e una piena partecipazione alla vita politica e sociale del paese”.

Un problema lo evidenzia, comunque, Baldassarre. “La mancanza di una chiara definizione dei doveri che corrispondono ai diritti delle popolazioni Rom. Per raggiungere una vera inclusione è necessario un impegno reciproco e un’equa ripartizione delle responsabilità tra le popolazioni Rom e i Governi dell’Ue”.

Giusto. Ma non c’era bisogno di argomentare su questa storia. I doveri dei Rom sono chiari, anzi chiarissimi. Devono rispettare la legge sino in fondo. Come tutti gli altri cittadini.

ante ps. Strano che gli astenuti del centrodestra siano stati Barbara Matera, Elisabetta Gardini, Licia Ronzulli e Carlo Fidanza, unici a rompere il fronte pro inclusione di casa Pdl.

Ps. Prima che qualcuno mi scriva “voglio vedere se le non cambierà idea quando un rom rapinerà sua madre”, sono purtroppo costretto ad ammettere che mia madre è già stata rapinata da un rom o comunque da quello che dalle nostre parti si chiama genericamente “uno zingaro”. Nessuno di noi ha cambiato idea sulla necessità di favorire l’integrazione dopo questo brutto fatto.

La Stampa 10.03.11

"Scalfaro: la Costituzione è sotto attacco", di Giovanna Casadio

L´augurio di Oscar Luigi Scalfaro è di «coinvolgere il maggior numero di cittadini» nel C-day, nella mobilitazione per la Costituzione e la scuola che si terrà sabato in un centinaio di piazze italiane e straniere. Ma soprattutto, l´ex presidente della Repubblica e “padre costituente” invia al comitato “A difesa della Costituzione, se non ora quando?” un messaggio che è insieme di allarme e di pungolo: «È doveroso denunciare i tentativi di aggressione alla Costituzione che passano soprattutto attraverso i propositi di riduzione dell´autonomia e dell´indipendenza della magistratura e le proposte di modificare le norme che regolano il giudizio di costituzionalità delle leggi». Parole che arrivano puntuali ora che il governo si appresta a cambiare 14 articoli della Carta per rivoluzionare l´ordinamento giudiziario. La preoccupazione quindi, «è molto forte», ma come accadde con il referendum costituzionale del 2006 in cui i cittadini bocciarono la riforma del centrodestra, così – afferma Scalfaro a nome dell´Associazione “Salviamo la Costituzione, aggiornarla non demolirla” – gli italiani «sapranno ancora una volta rinnovare il proprio amore per la Costituzione repubblicana nata dalla lotta di Resistenza e di Liberazione».
È il miglior viatico (e Scalfaro potrebbe essere in piazza) a una giornata di iniziative, flash mob, cortei, adesioni che continuano a crescere. Oltretutto difesa della Carta e della scuola pubblica vanno a braccetto nella mobilitazione di sabato. Lo ripete a Montecitorio Dario Franceschini nell´interrogazione alla ministra Gelmini, che «sa solo schierarsi con Berlusconi, invece le piazze torneranno a riempirsi per difendere Costituzione e scuola». In piazza ci sarà la Cgil. «Difendere la Costituzione dai continui e strumentali attacchi è un impegno etico, oltre che politico e sociale, specie per un sindacato come la Cgil che considera fondamentali gli articoli che parlano del lavoro e dei problemi sociali ed economici». Tra le adesioni – oltre ai politici, da quelli di Fli a Vendola, Bersani, Di Pietro, Tabacci – intellettuali, personaggi dello spettacolo. Claudio Bisio apre la carrellata di testimonianze nello spot per il C-day, in cui gli articoli della prima parte della Carta sono recitati come passi di un breviario laico. Tra i messaggi di adesione, Dario Vergassola: «Alla Costituzione sta accadendo quello che succede al paesaggio, viene distrutto poco alla volta». Ottavia Piccolo: «Sarò in piazza perché sono nata in tempo di democrazia e diritti e se volevo qualcosa di diverso nascevo nel Far West o nella Chicago anni ‘20». E Antonello Venditti: «La Costituzione deve essere il nostro zenit». Ad aprire il corteo romano un Tricolore di 200 metriquadri. Beppe Giulietti invita a portare la Costituzione. Domenico Petrolo del comitato promotore: «Tutte le iniziative sono all´insegna della Carta e di tutti quei diritti e libertà fondamentali come l´istruzione pubblica, l´informazione, la giustizia che ogni giorno vengono minacciati da questo governo».

La Repubblica 10.03.11

"Conflitto tra poteri dello Stato", di Carlo Federico Grosso

Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe varare la riforma costituzionale della giustizia. Una riforma «epocale», l’ha definita qualche giorno fa il presidente del Consiglio. Se il Parlamento, a chiusura del lungo iter parlamentare previsto, dovesse davvero approvarla, la giustizia italiana non sarebbe, in effetti, più la stessa. Cambierebbe pelle, caratura, peso, incisività, colore. Sarebbe una giustizia del tutto diversa rispetto a quella che conosciamo.

I punti salienti della riforma dovrebbero essere, stando alle indiscrezioni, la separazione delle carriere, la spaccatura in due del Csm, l’istituzione di una «Alta corte di giustizia» destinata a gestire la disciplina dei magistrati, un diverso livello d’indipendenza a seconda che si tratti di giudici o di pubblici ministeri. L’elenco prosegue con la limitazione dell’obbligatorietà dell’azione penale (che diventerebbe esercitabile «secondo le priorità stabilite da una legge» votata ogni anno dal Parlamento), la polizia giudiziaria autonoma dal pubblico ministero, l’introduzione della responsabilità civile dei magistrati che sbagliano.

Ebbene, nel suo insieme questo complesso di innovazioni determinerebbe una profonda alterazione del rapporto oggi esistente fra i poteri dello Stato. L’idea liberale di una magistratura destinata ad esercitare in modo indipendente il controllo di legalità sull’attività dei cittadini, soggetta soltanto al rispetto della legge, cederebbe il passo all’idea di una magistratura condizionata dal potere politico, ed in particolare dal potere esecutivo. Si realizzerebbe in modo traumatico, e fortemente limitativo delle prerogative della giurisdizione, quel «riequilibrio» fra i poteri che viene da tempo vagheggiato da una parte consistente della nostra classe politica.

Soprattutto, una riforma così configurata rischierebbe d’incidere profondamente sull’autonomia delle Procure della Repubblica e, pertanto, sull’esercizio dell’azione penale da parte dell’ordine giudiziario. Pensate: il pubblico ministero, secondo quanto si prefigurerebbe, non farebbe più parte di un «ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere dello Stato», ma costituirebbe, più semplicemente, un «ufficio» al quale la legge «assicura l’indipendenza»; esso non sarebbe più il protagonista delle indagini, ma dovrebbe sottostare alle iniziative ed alle valutazioni di una polizia giudiziaria resa autonoma dal suo ufficio e gerarchicamente dipendente dal governo; esso non sarebbe più libero di scegliere le priorità nelle indagini penali, ma dovrebbe comunque sottostare alle priorità dettate dal Parlamento.

Si consideri, d’altronde, la profonda modificazione che subirebbe il principio di indipendenza dell’ordine giudiziario, considerato a ragione cardine dello Stato di diritto. Oggi il principio d’indipendenza della magistratura è formulato in maniera piena dalla Costituzione, che stabilisce che «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere», e prevede, a presidio concreto di questo enunciato, un Csm forte ed autorevole, presieduto dal Capo dello Stato. Domani, se la riforma avviata dal governo dovesse essere approvata, s’indebolirebbe il principio generale d’indipendenza (riconoscendo la funzione di potere dello Stato autonomo dagli altri poteri soltanto alla magistratura giudicante), e, soprattutto, si vanificherebbe il presidio concreto dell’indipendenza dell’ordine giudiziario costituito dal sistema di autogoverno della magistratura.

Dividere, spaccare, significa già di per sé indebolire. S’ipotizza, peraltro, non soltanto di dividere in due il Csm, ma, altresì, di privarlo dei suoi poteri più nobili e incisivi, attraverso i quali esso ha potuto, negli anni, costituire uno strumento di tutela efficace dei singoli magistrati e della magistratura nel suo insieme ed essere voce autorevole dell’ordine giudiziario, riducendolo, nei fatti, a mera istituzione burocratica per la gestione dei trasferimenti e delle promozioni dei magistrati. Davvero una iniziativa utile per il Paese?

C’è un ulteriore profilo che, su tutt’altro piano, preoccupa. Si prevede che i due Csm siano modificati nella loro composizione, con incremento dei componenti laici di designazione politica, si prevede di istituire una «Alta corte di giustizia» anch’essa a maggioranza «laica», si prevede di introdurre la responsabilità civile dei magistrati che sbagliano. Talune di queste innovazioni di per sé potrebbero anche essere apprezzate. Non c’è tuttavia il rischio che esse, ancora una volta considerate nel loro insieme, e sommate alle altre novità proposte, realizzino, nei fatti, una intimidazione destinata a rendere i magistrati timorosi, e pertanto più timidi nel perseguire i reati e i loro autori?

Tutti riteniamo che la giustizia italiana oggi non funzioni come dovrebbe e che sia pressante l’esigenza di una riforma in grado di restituirle efficienza, rapidità e credibilità. Per soddisfare questa esigenza prioritaria servono peraltro incisive modificazioni dei codici e della legislazione ordinaria. Non serve sicuramente l’azzardo di una modifica dei principi costituzionali.

La Stampa 10.03.11

"L'Italia disunita del cavaliere", di Timothy Garton Ash

Pio II, il papa del Quattrocento che di fatto avviò il dibattito moderno sull´Europa, scrisse una famosa lettera a Maometto II, il conquistatore di Costantinopoli, in cui celebrava le molteplici potenze del vecchio continente: «La Spagna tanto risoluta, la Francia tanto bellicosa, la Germania tanto popolosa, la Gran Bretagna tanto salda, la Polonia tanto intrepida, l´Ungheria tanto attiva e l´Italia tanto ricca, piena di vita e versata nell´arte della guerra».
Vedere l´Europa solo come l´Unione Europea e le sue istituzioni di Bruxelles è come descrivere un bellissimo edificio antico leggendo ad alta voce i manuali di istruzioni dell´impianto idraulico, dell´impianto elettrico e del sistema di riscaldamento. L´Europa è sicuramente molto di più della semplice somma delle sue nazioni, ma senza di esse non è nulla.
E allora prendiamo in esame la nazione di Pio II, l´Italia, che il prossimo giovedì (il Regno d´Italia fu proclamato il 17 marzo 1861) celebrerà il 150° anniversario della sua presunta unificazione e nascita come moderno Stato-nazione. L´Italia è il Paese europeo per eccellenza: in nessun altro posto si possono trovare così tante stratificazioni sovrapposte della storia europea. Solo a Roma ci si può sedere a pranzo vicino al posto dove fu assassinato Giulio Cesare e poi fare un salto a sentire l´erede di San Pietro proclamare alla città e al mondo il suo bimillenario messaggio. Gran parte di quello che costituiva la prima identità tradizionale moderna dell´Europa – in particolare l´eredità dell´antica Grecia e del cristianesimo – ci è arrivato attraverso l´antica Roma: da Giulio Cesare a Silvio Berlusconi.
Ogni Paese europeo è unico, ma ciascuno ha molto in comune con gli altri e ogni parte ci racconta qualcosa sull´insieme. Ecco otto cose che, a mio parere, l´Italia di oggi ci racconta sull´Europa di oggi.
1. L´Italia come l´Europa, e l´Europa come l´Italia non sanno quale storia vogliono raccontare. Una celebrazione del 150° anniversario dell´«Unità d´Italia» a cui ho partecipato recentemente presso l´ambasciata italiana di Londra è stata dedicata interamente a due argomenti strettamente collegati fra loro: le donne e l´amore. La serata è stata molto gradevole, con Greta Scacchi che ha letto alcuni versi meravigliosi della Divina Commedia («Amor, ch´a nullo amato amar perdona») e un tenore che ha intonato canzoni d´amore napoletane, gonfiando il petto a tal punto che sembrava in procinto di esplodere. Ma era un modo un po´ strano di presentarsi agli amici per un moderno Paese europeo. L´Unione Europea, da parte sua, non riesce a darci nemmeno le canzoni.
2. L´Europa offre uno stile di vita, non una storia, e l´Italia è l´esempio più smagliante di questo stile di vita: cibo, vino, moda, sole, orari di lavoro «sociali» e lunghe vacanze, bella figura, dolce vita e tutto il resto. Il problema è che quelli che si godono questo stile di vita in Italia e in Europa sono sempre di meno. È insostenibile senza una riforma radicale dell´economia e dello Stato sociale, e senza un´efficace integrazione liberale degli uomini e delle donne di origine straniera, molto spesso musulmani. (Pio II si rivolterà nella tomba).
3. La maggior parte degli europei, e in molti casi anche al di fuori dell´Europa, probabilmente sa più cose di Berlusconi che di quasi qualsiasi altro politico europeo. Berlusconi è la cosa che più si avvicina a un personaggio politico paneuropeo. Sfortunatamente, quello che tutti sanno di lui sono più che altro cose barocche, lascive o sgradevoli (per non dire di peggio). E così, invece di condividere un adeguato interesse per la politica europea come elemento di un´efficiente sfera pubblica continentale, ci ritroviamo con questa operetta pacchiana.
4. Quello che succede effettivamente nei Paesi dell´Unione Europea è molto più complesso, e meno piacevole, delle storielle che raccontiamo a noi stessi e al resto del mondo. Berlusconi non è il fascismo, ma è anche parecchio lontano dal modello ideale di un´efficiente democrazia sociale e liberale, che gli europei rivendicano sempre come caratteristica peculiare del vecchio continente. L´Italia non è l´unico esempio in tal senso. L´Ungheria di Viktor Orbán – per citare un altro dei Paesi europei menzionati da Pio II – la segue a ruota. Se accorpassimo in un unico Paese immaginario tutti gli aspetti peggiori dei 27 Stati membri dell´Unione europea ne verrebbe fuori un posticino affatto gradevole.
5. Il momento in cui i Paesi europei devono dare miglior prova di sé, mostrare di essere democratici, liberali e rispettosi della legge, è durante i dodici o ventiquattro mesi che precedono il loro ingresso nella Ue. Una volta dentro, possono anche andare in giro ad ammazzare la gente e passarla liscia, come diciamo in Inghilterra. (E naturalmente è un´espressione idiomatica da non intendersi in senso letterale). Se l´Italia di Berlusconi oggi facesse domanda per entrare nell´Unione Europea, forse non verrebbe ammessa.
6. Non bisogna mai confondere il governo corrente di un Paese con il Paese che pretende di governare. Tutti i Paesi europei hanno differenti aspetti al loro interno, e l´Italia più di tutti gli altri. Ci sono molti ambiti della sua vita nazionale (in alcuni casi gestiti da persone che sostengono Berlusconi) che sono moderni, efficienti, civilizzati, ammirevoli. Lo stesso Paese che ci dà l´imperatore Silvio ci dà anche il candidato di gran lunga più credibile al posto di governatore della Banca centrale europea. (Sto parlando naturalmente di Mario Draghi, il governatore della Banca d´Italia).
7. Una nazione storica e dalla storia antica non è la stessa cosa di uno Stato-nazione stabile e unito. Lo scrittore britannico David Gilmour, nel suo libro The Pursuit of Italy, pubblicato in concomitanza con questo anniversario, sostiene che l´Italia ha passato centocinquant´anni proprio a non diventare uno Stato-nazione efficiente e unito. Gilmour ci ricorda che i sostenitori della Lega Nord di Umberto Bossi scherzano con battute come: «Garibaldi non ha unito l´Italia, ha diviso l´Africa». Se l´indebolimento politico di Berlusconi adesso si tradurrà nel rafforzamento di Bossi, l´Italia difficilmente diventerà più integrata. E qui c´è da rimarcare un aspetto più generale riguardo all´Europa: l´integrazione europea apre la porta alla disintegrazione nazionale. Basta guardare il Belgio, senza governo ormai da 270 giorni per divergenze apparentemente inconciliabili tra i politici della parte settentrionale (i fiamminghi, di lingua neerlandese) e quelli della parte meridionale (i valloni, di lingua francese).
8. A proposito di Africa: ci si aspetterebbe che l´Italia, una delle principali potenze del Mediterraneo, sia in prima fila, insieme a Francia e Spagna, per elaborare una risposta europea coraggiosa e creativa alla primavera araba. E invece abbiamo foto di Berlusconi che abbraccia Gheddafi, abbiamo la compagnia energetica controllata dallo Stato, l´Eni, che a quanto sembra continua a garantire al dittatore libico un po´ dei suoi proventi petroliferi, e abbiamo il panico per i profughi tunisini a Lampedusa. Ancora una volta, l´Italia è una versione estrema della confusione dell´Europa. Ed è una cosa che non ci possiamo più permettere.
E dunque: centocinquanta di questi anni, Italia (dis)unita. Ti vogliamo bene. Ti siamo vicini, soprattutto con i leader che ti ritrovi ora. E abbiamo urgente bisogno di vederti tornare all´avanguardia di quel grande progetto antico e moderno che chiamiamo «Europa». D´altronde, sei tu che l´hai inventata.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

La Repubblica 10.09.11

"La giustizia come piace a lui: punire i pubblici ministeri", di Clauda Fusani

Oggi il Consiglio dei Ministri approva 16 articoli che fanno piazza pulita dell’equilibrio fra i tre poteri dello Stato. Una riforma «epocale», come dice il Cavaliere. Con i pm che rischiano di tasca propria. Sedici articoli che rivoluzionano l’assetto dello Stato. Che buttano all’aria quel perfetto bilanciamento tra i tre poteri studiato parola dopo parola nei 137 articoli della Costituzione. «Sarà una riforma epocale»: per una volta ha ragione il presidente del Consiglio. Quella che viene approvata stamani dal Consiglio dei ministri è qualcosa di «epocale» sul fronte della giustizia ma che, ancora una volta, nulla fa per risolvere il vero problema: la lentezza della giustizia. Il succo dei sedici articoli che intervengono sul titolo IV della Carta e, dal 101 al 113 è che i pubblici ministeri, quella parte della magistratura che fa le indagini ed è la pubblica accusa nei processi, viene declassata a «ufficio» con scarsi poteri di indagine e se sbaglia, deve anche pagare di tasca propria. E’ la «punizione» invocata dal premier all’indomani del rinvio a giudizio per il caso Ruby. La bozza finale del ddl di riforma costituzionale è stata vista ieri intorno all’ora di pranzo dal premier Berlusconi, nel pomeriggio è stata illustrata al Presidente della Repubblica e in serata allo stato maggiore del pdl a palazzo Grazioli. Nonostante questo il Guardasigilli ieri sera ha voluto ancora ripetere: «Il testo? lo scriviamo domani».
I CSM DIVENTANO DUE
Uno per i giudici e uno per i pm ed entrambi saranno presieduti dal Capo dello Stato. Cade quindi l’ipotesi che a capo del Csm dei pm vada il Procuratore generale della Cassazione eletto dal Parlamento in seduta comune su indicazione del Csm.
E CAMBIA LA COMPOSIZIONE
Nel Csm dei giudici ci sarà di diritto il primo presidente della Corte di Cassazione. Gli altri componenti saranno per il 50% scelti dai giudici tramite sorteggio degli eleggibili (un modo per ridurre il potere delle correnti della magistratura); per l’altra metà dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università di materie giuridiche ed avvocati dopo 15 anni di esercizio. Il vicepresidente del Csm dei giudici sarà scelto tra i componenti laici. Durano in carica 4 anni e non sono rieleggibili. Nel Csm dei pm avrà posto di diritto il procuratore generale della Cassazione. Ancora in forse la composizione: metà esatta tra laici e togati o 1/3 laici e 2/3 togati. I Csm poi (art.105) «non possono adottare atti di indirizzo politico». E’ il bavagli o ai pareri.
L’ALTA CORTE DI GIUSTIZIA
La sezione disciplinare, che dovrà giudicare le toghe, non sarà più una sezione del Csm. Ma un organo a parte. E diviso in due, uno per i giudici e uno per i pm. I componenti di ciascuna sezione saranno al 50%laici e 50% togati. Presidente e vicepresidente saranno eletti dai laici. E’ assicurata «l’autonomia e l’indipendenza della Corte di disciplina» (art.105 bis). Ma il potere sarà in mano alla parte politica delle Corti.
AZIONE PENALE OBBLIGATORIA MA…
Oggi l’articolo 112 della Carta dice: «Il pm ha l’obbligo di esercitare l’azione penale». Quello nuovo invece aggiunge: «… secondo i criteri stabiliti dalla legge». Un legge ordinaria che detterà le priorità. E’ un grosso limite.
IL PM PAGA
«I magistrati sono direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione dei diritti, al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato». L’articolo 113 bis introduce un vecchio cavallo di battaglia di Berlusconi: la responsabilità civile dei magistrati. «Nei casi di ingiusta detenzione la legge regola la responsabilità civile dei magistrati» la quale «si estende allo Stato». Risultato: se il pm sbaglia qualcosa nel suo lavoro, dovrà pagare di tasca sua.
…E NON HA PIÙ LA POLIZIA
Se finora il pm dispone direttamente della pg (art.109), d’ora in poi sarà una legge ordinaria a stabilirne «le forma di utilizzo».

L’Unità 10.03.11

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Frattini, Bonaiuti e Galan: «Le Ruby diventano due», di C.Fu.

Con la riforma l’inchiesta di Milano non sarebbe mai partita. La polizia giudiziaria, infatti, non sarà più a disposizione dei pm. Una cosa è certa: se la riforma fosse già in vigore, l’inchiesta su Ruby e sul presunto giro di prostituzione in quel di
Arcore non sarebbe stata mai fatta. Per un motivo soprattutto: la polizia giudiziaria dipenderà dal politico e non dal pm. Intanto dalle nuove carte depositate nella Giunta per le autorizzazioni della Camera, emergono altre deliziose novità. Una su tutte: le Ruby sono due e una, nota cantante egiziana, è in qualche modo riconducibile «all’entourage dell’ex presidente egiziano Hosni Mubarak». Gli onorevoli avvocati Longo e Ghedini il 3 febbraio hanno interrogato, nel ruolo di testi a difesa del premier imputato, i ministri Frattini, Bonaiuti e Galan. E i loro racconti sembrano un buon alibi per la bugia delle bugie: Berlusconi era veramente convinto che Ruby fosse parente del presidente egiziano. Tanto che gliene ha persino parlato in una cena ufficiale a villa Madama il 19 maggio 2010. Prima, quindi, delle nota serata del 27 maggio quando Ruby minorenne fu portata in questura senza documenti, denunciata per furto e poi liberata, contro la legge, affidandola al consigliere regionale Nicole Minetti. Frattini, quella sera del 19 maggio, sedeva racconta «alla destra del Presidente del Consiglio». Allo stesso tavolo «Galan, il consigliere ministro Archi, Valentini, Bonaiuti e la delegazione egiziana, al centro Mubarak e accanto gli interpreti». Continua Frattini: «Berlusconi sicuramente parlò di Ruby a Mubarak che, dall’espressione, non mi parve avesse realizzato a chi si riferisse il premier. Da altri interventi da parte egiziana emerse che una certa Ruby fosse una cantante egiziana. La conversazione fu un po’ confusa. Berlusconi disse che questa ragazza sarebbe appartenuta ad una cerchia familiare riferibile al presidente Mubarak il quale non comprese troppo bene.
Allora Berlusconi disse: “Ci informeremo meglio”». Più “utile” alla difesa il ministro Galan. «Verso la fine del pranzo Berlusconi parlò a Mubarak di una giovane bella egiziana di nome Ruby che aveva avuto modo di conoscere. Mubarak non focalizzò subito, lui si riferiva ad una nota cantante di nome Ruby. Berlusconi accennò che doveva trattarsi di una parente o comunque di una persona della cerchia presidenziale». Se Bonaiuti resta generico («si parlò di una cantante egiziana e io mi sono ricordato della famosisisma Um Kalsoum»), più preciso è il fedele Valentino Valentini: «A fine cena Berlusconi disse di aver conosciuto una giovane ragazza egiziana di nome Ruby proveniente da una nota famiglia egiziana. Più interlocutori egiziani sono a quel punto intervenuti per dire che Ruby è una famosa cantante egiziana. Ed emerse una familiarità tra questa Ruby e l’entourage di Mubarak». E insomma, in un modo o nell’altro, le Ruby diventano due. Miracoli egiziani. E il Marocco? Pazienza.

L’Unità 10.03.11

Un altro schiaffo a cultura e spettacolo

I soldi bloccati dal Fondo unico dello spettacolo, già ridotto a 258 milioni di euro. Per rimediare a mancati introiti che il ministero dell’Economia aveva previsto nella legge Finanziaria. Bondi: “Siamo sgomenti e interdetti”. Dell’attuale stanziamento del Fus, il Fondo unico spettacolo, già ridotto quest’anno a 258 milioni di euro, sono stati congelati altri 27 milioni. Lo prevedono alcuni commi della Finanziaria che rinviano a provvedimenti del ministero dell’Economia riguardanti eventuali scostamenti dagli introiti preventivati dalla vendita delle frequenze del digitale terrestre alle compagnie telefoniche. Un provvedimento che non piace al ministero dei Beni culturali: “Siamo sgomenti e interdetti”, si legge in una nota, “è un’amara sorpresa”.

I 27 milioni – secondo quanto si è appreso – non potranno comunque essere utilizzati fino alla fine dell’anno, anche qualora la vendita delle frequenze avesse buon esito. Quindi, di fatto, non potranno essere utilmente ripartiti fra le diverse voci del Fus. “Si tratta – aggiungono dal ministero dei Beni culturali – di un altro colpo alle risorse destinate alla cultura, che è difficile da spiegare e ancor più da accettare”.

Ad oggi dunque il Fondo unico per lo spettacolo assomma di fatto a 231 milioni di euro in tutto, detratti dei 27 milioni congelati. E’ sulla base di questa cifra che la Consulta dello spettacolo (che già la settimana scorsa non si è riunita) sarà chiamata a dare il proprio parere per la ripartizione dei fondi Fus nelle diverse realtà: cinema, musica, danza e così via.

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