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Quote rosa: il dietrofront del governo

Accolto l’emendamento bipartisan che prevede nei Cda di società quotate il 20% di donne entro il 2012 e il 30% entro il 2015. Finocchiaro: è stata una bella prova di autonomia del Parlamento rispetto alla posizione del governo. Nuovo dietrofront del governo. Questa volta il ripensamento tocca le quote rosa nei Cda. Dopo il parere negativo espresso proprio nel giorno internazionale delle donne, l’esecutivo ha deciso di accogliere l’emendamento Germontani, presentato bipartisan da tutta la Commissione Finanze del Senato, che che prevede nei due mandati per i rinnovi dei Cda delle società quotate il 20% di donne al primo rinnovo (nel 2012) e il 30% al secondo rinnovo (nel 2015).

Molto delusa sarà il sottosegretario all’Economia, Sonia Viale, sostenitrice ad oltranza di prorogare l’entrata a regime delle quote rosa solo dal 2021. Ma davanti ad una possibile sconfitta in commissione anche lei ha ceduto al rinvio per “approfondimento”. Solo oggi pomeriggio si saprà se la decisione finale verrà portata in Aula del Senato o deliberata direttamente dalla commissione.

Sono passati anche tre ordini del giorno: il primo prevede che il ministero delle Pari opportunità possa indicare alle aziende che vogliono anticipare i tempi come farlo, con un regolamento; il secondo prevede che la Civit sia l’organismo di controllo dell’applicazione della legge da parte delle società pubbliche; il terzo prevede agevolazioni fiscali alle aziende per sostenere i costi delle assemblee straordinarie che dovranno tenersi per modificare gli statuti.

“Siamo molto soddisfatti, abbiamo fatto un buon lavoro di intesa tra maggioranza e opposizione in Commissione, e per questo preferiremmo che il testo fosse approvato in deliberante in Commissione. Si e’ trattata di una bella prova di autonomia del Parlamento rispetto alla posizione del governo che ha presentato degli emendamenti e che voleva continuare a presentarli in maniera da spingere ad un altro esito i lavori parlamentari della Commissione. Abbiamo respinto i tentativi di sterilizzare l’efficacia di questo provvedimento sulle quote rosa nelle societa’ quotate.. Il lavoro degli esponenti del PD in Commissione e’ stato determinante per giungere a una posizione condivisa, che avvia questo Paese sulla strada dell’Europa”. Così Anna Finocchiaro, Presidente dei senatori del PD.

Per Enrico Letta, vice segretario del PD “con il via libera sul ddl sulle quote rosa (Golfo-Mosca) l’Italia finalmente fa un passo verso l’Europa. E’ una scelta importante la cui implementazione farà giustizia di tutti i timori e i conservatorismi che si sono espressi in questi giorni. Sarà solo una boccata di ossigeno se qualche decina e poi centinaia di donne esperte e professioniste troveranno il modo di esprimere le loro competenze nei Cda delle società italiane quotate. Questo provocherà un sano e necessario rinnovamento di cui il nostro sistema ha sacrosanto bisogno”.

www.partitodemocratico.it

Scuola: Franceschini, ministro Gelmini difende solo Berlusconi, non quella pubblica

Per questo sabato il Pd sarà in piazza insieme all’Italia che vuole cambiare pagina. “Il ministro Gelmini, rispondendo oggi alla nostra interrogazione, ancora una volta ha superato se stessa nel suo dovere istituzionale di difendere sempre e comunque il Presidente del Consiglio, qualsiasi cosa dica o faccia. Le frasi intollerabili di Berlusconi contro la scuola pubblica, insieme agli otto miliardi e mezzo di tagli, dimostrano quale sia l’idea del governo del settore sul quale noi dovremmo investire di più, per rispetto dei nostri ragazzi e, soprattutto, per investire sull’unica risorsa che l’Italia ha per reggere nel mondo globale, cioè i cervelli, l’intelligenza, la creatività. Per questo, dopo la manifestazione delle donne del 13 febbraio, le piazze torneranno a riempirsi sabato prossimo per difendere insieme la scuola e la Costituzione, che sono due facce della stessa medaglia, due aspetti della stessa battaglia civile. Quelle piazze dimostreranno che vi è un’Italia che ha voglia di voltare pagina”.

Lo ha detto alla Camera durante il question time il presidente dei Deputati Democratici, Dario Franceschini

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Di seguito il testo dell’interrogazione

Interrogazione a risposta immediata in Assemblea 3-01500
presentata da
FRANCESCHINI, GHIZZONI, MARAN, VENTURA, VILLECCO CALIPARI, AMICI, BOCCIA, LENZI, QUARTIANI, GIACHETTI, ROSATO, BACHELET, COSCIA, DE BIASI, DE PASQUALE, DE TORRE, LEVI, LOLLI, MAZZARELLA, MELANDRI, NICOLAIS, PES, ROSSA, ANTONINO RUSSO e SIRAGUSA. –
Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca.
– Per sapere – premesso che:

il Presidente del Consiglio dei ministri, in occasione del recente congresso dei Cattolici riformisti, ha affermato, citando il programma elettorale nel 1994 (a suo dire valido ancora oggi) che: «Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli, educandoli nell’ambito della loro famiglia»;

di fronte all’ondata di critiche il Presidente del Consiglio dei ministri è corso ai ripari, dichiarando di essere stato frainteso e il Ministro interrogato si è sentito in dovere di precisare e di interpretare le parole del Presidente del Consiglio dei ministri, affermando che: «Il pensiero di chi vuol leggere nelle parole del Premier un attacco alla scuola pubblica è figlio della erronea contrapposizione tra scuola statale e scuola paritaria». «Per noi, e secondo quanto afferma la Costituzione italiana, la scuola può essere sia statale, sia paritaria. In entrambi i casi è un’istituzione pubblica, cioè al servizio dei cittadini»;

l’Esecutivo, come abitudine ormai frequente, può anche reinterpretare e giustificare le parole del proprio Presidente del Consiglio dei ministri, ma i dati sui tagli alla scuola statale inflitti dal Governo, di fatto, dimostrano chiaramente la volontà di indebolirne la funzione: infatti, l’articolo 64 del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, ha disposto una draconiana decurtazione di poco meno di 8 miliardi di euro in tre anni, pari alla cancellazione di posti di personale docente, amministrativo, tecnico e ausiliario (ata) pari a 42.105 cattedre e 15.167 posti di ata nell’anno scolastico 2009/10, a cui si aggiungono, nell’anno scolastico 2010/11, 25.560 posti di docenti e 15.167 ata e dal prossimo settembre 2011 oltre 34 mila posti, di cui circa 19.700 del personale docente e 15 mila ata;

le richiamate dichiarazioni del Presidente del Consiglio dei ministri, per un verso, appaiono agli interroganti come un rozzo tentativo per recuperare credibilità nei confronti di alcuni ambienti, dall’altro denotano un approccio del tutto distorto riguardo al ruolo della scuola e delle stesse famiglie, che in nessun caso, né l’una, né le altre possono essere ridotte ad agenzie finalizzate a «inculcare» valori, anziché rispettivamente a istruire ed educare;

non sembra accettabile un giudizio così ideologicamente sommario e superficiale, che evidenzia un disprezzo per il lavoro e per l’impegno di centinaia di migliaia di docenti e personale scolastico, che quotidianamente svolgono con passione e grande professionalità la difficile funzione educativa e si fanno carico di rendere realmente esigibile il diritto allo studio previsto dalla Costituzione, pur nelle difficoltà crescenti determinate da una politica governativa che nega il valore del sapere e la sua funzione sociale e democratica -:

sulla base di quali elementi si possano esprimere giudizi tanto screditanti per la scuola statale e per l’operato del personale scolastico ivi impegnato. (3-01500)

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L’On Caterina Pes illustra l’interrogazione

Signor Presidente, signor Ministro, la nostra interrogazione prende spunto dalle dichiarazioni rese qualche giorno fa dal Presidente del Consiglio, che ha affermato che in qualche modo si vuole dare ai cittadini italiani la libertà di poter educare i loro figli liberamente e non costringerli a mandarli nelle scuole dello Stato, dove si inculcano principi che evidentemente non garantiscono la libertà dell’individuo. A noi non sembra accettabile questo giudizio perché evidentemente è sommario e colpisce anche il lavoro onesto e faticoso di molti insegnanti che in questo periodo comunque, nonostante i tagli che la scuola ha subito, lavorano a lungo e faticosamente per questo.

PRESIDENTE. Il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, Mariastella Gelmini, ha facoltà di rispondere.

MARIASTELLA GELMINI, Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. Signor Presidente, pensare che ci sia da parte del Governo un attacco alla scuola pubblica può essere un pretesto per le opposizioni per scendere in piazza, ma non è certamente un motivo fondato (Commenti dei deputati del gruppo Partito Democratico), perché da parte di questo Governo non c’è e non c’è mai stato alcun attacco alla scuola, che in ogni caso resta sempre pubblica, sia quando è statale, sia quando è paritaria. Ogni polemica su questo tema è oggi un nonsenso, oltre che pura ideologia. La scuola non è né di destra né di sinistra è un’infrastruttura del sapere che va migliorata nella sua qualità e, come accade in ogni Paese, anche in Italia dovrebbe essere frutto di un confronto pacato e costruttivo fra maggioranza ed opposizione.
Il Governo Berlusconi ha avviato un cambiamento ambizioso che rovescia i vecchi paradigmi. Siamo tornati a scommettere sulle persone, studenti e insegnanti, e sulle loro competenze, rimettendo al centro il ruolo del capitale umano. Abbiamo ridisegnato la scuola elementare puntando su qualità e merito, introducendo metodi di valutazione standard a cui l’Europa ci richiama. Abbiamo altresì stabilito nuovi criteri per l’accesso all’insegnamento, riformato i licei, rilanciato l’istruzione tecnica e professionale.
Su questi temi e non su polemiche sterili e pretestuose vorremmo un confronto serio e costruttivo con tutte le forze presenti in Parlamento. Credo che non abbia senso dividere la scuola tra opposte tifoserie. La scuola – lo ribadisco – è sempre pubblica in ogni caso. Ciò che va garantito – ed era il senso delle parole del Presidente Berlusconi – è la libertà di scelta in capo ai genitori (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Iniziativa Responsabile).

PRESIDENTE. L’onorevole Franceschini ha facoltà di replicare.

DARIO FRANCESCHINI. Signor Presidente, signor Ministro, siamo totalmente insoddisfatti. Ancora una volta lei ha superato se stessa nel suo dovere istituzionale di difendere sempre e comunque il Presidente del Consiglio, qualsiasi cosa dica e qualsiasi cosa faccia. Sono anni che Berlusconi dice una cosa davanti ai registratori e poi la smentisce. Non ha mancato di ripetere anche in questa occasione lo stesso copione. Quella frase sugli insegnanti che inculcano è stata poi rettificata da una smentita peggiorativa, in cui ha detto che denunciava l’influenza deleteria che nella scuola pubblica hanno avuto ed hanno ancora oggi culture politiche, ideologie ed interpretazioni della storia che non rispettano la verità. Qui c’è scritto tutto.
Vorrebbe essere lui a stabilire qual è la verità, e quindi a stabilire quali sono gli insegnanti che rispettano la sua verità e quelli che, invece, la alterano. Del resto, oltre a queste parole, vi sono gli otto miliardi e mezzo di tagli, che avevate detto che non avrebbero influito sulla vita delle famiglie nel sistema della formazione.
Oggi lo vedono gli allievi, gli studenti e gli insegnanti: le classi sovraffollate, le scuole che cadono a pezzi, non vi sono più gli insegnanti di sostegno. Quando manca un insegnante, non vi sono più supplenti, ma quattro o cinque classi vengono messe nella stessa palestra. Tutto questo, evidentemente, è inaccettabile ed è la prova, ben più di quelle gravissime parole, dell’idea che avete del settore sul quale noi dovremmo investire di più per rispetto dei nostri ragazzi e, soprattutto, per investire sull’unica risorsa che l’Italia ha per reggere nel mondo globale, cioè i cervelli, l’intelligenza, la creatività.
È per questo che, dopo la manifestazione delle donne del 13 febbraio, le piazze torneranno a riempirsi sabato prossimo per difendere insieme la scuola e la Costituzione, che sono due facce della stessa medaglia, due aspetti della stessa battaglia civile. Quelle piazze dimostreranno che vi è un’Italia che ha voglia di voltare pagina (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

da www.camera.it

«Caro mutuo, famiglie con più debiti e meno soldi», di Bianca Di Giovanni

Meno risparmi, più debiti e più costi da pagare. È la fotografia scattata da Palazzo Koch sul rapporto tra banche e cittadini. Famiglie impoverite, che ora si ritrovano a gestire l’aumento dei mutui.

Meno risparmi, più debiti, e adesso anche prestiti più costosi. Gli ultimi dati di Bankitalia accendono un faro su famiglie impoverite, su cui da gennaio si abbatte anche la richiesta di tassi più pesanti su mutui casa e su prestiti al consumo. I mutui casa hanno raggiunto il livello più alto almeno dal 2009.
Questo nonostante il fatto che le autorità monetarie non abbiano (ancora) modificato il costo del denaro, ma a provocare il rialzo è stato l’Euribor a 3 mesi (parametro usato per i mutui) in rialzo sui mercati. Peccato che, al contrario, il «costo» pagato dalle banche ai loro correntisti, invece, sia diminuito, visto che gli interessi riconosciuti sui conti correnti registrano una limatura (dallo 0,36 allo 0,35% in media).
I numeri di palazzo Koch parlano da soli. Rispetto a gennaio del 2010, quest’anno le richieste di prestiti delle famigliesono aumentati del 5%, mentre i depositi sul conto corrente sono calati dell’1,7% per l’intero settore privato (inclusi i nuclei familiari). Come dire: meno liquidità disponibile. In altre parole, è l’effetto crisi che si è abbattuto sui redditi di molti lavoratori, finiti in cassa integrazione o in mobilità. Visti i dati sull’occupazione, le prospettive non sembrano far sperare in tempi migliori.

MUTUI
Quanto ai tassi di interesse sui mutui per l’acquisto di abitazioni erogati nel mese alle famiglie sono aumentati al 3,36% dal 3,18% di dicembre, mentre quelli sulle nuove operazioni di credito al consumo sono aumentati all’8,78% dall’8,33% di dicembre. Di segno inverso ilcomparto aziende. I tassi sui nuovi finanziamenti alle imprese erogati in gennaio sono diminuiti infatti di 10 punti base, al 2,69%. La discesa è guidata dai tassi sui prestiti di importo superiore a 1 milione di euro (2,36% rispetto al2,56%di dicembre),mentre rimangono pressoché stabili i tassi sui prestiti di importo inferiore a tale soglia (3,26% dal 3,24% del mese precedente). Alcune banche spiegano che il dato non è frutto di scelte politiche, masolo di diverse dinamiche di calcolo e di rischio tra crediti a famiglie e a imprese. Ma i consumatori non ci stanno.
«Ancora una volta il sistema bancario fa pagare alle famiglie i costi delle operazioni spregiudicate alle imprese e di allegri finanziamenti erogati senza alcuna meritorietà di credito, come dimostra l’aumento delle sofferenze bancarie arrivate al 30%», sottolineano Elio Lannutti (Adusbef) e Rosario Trefiletti (Federconsuamtori) commentando i dati diffusi dalla Banca d’Italia. La fotografia scattata da Via Nazionale provoca un’alzata di scudi sul fronte politico. «È l’inevitabile conseguenza dell’elevata disoccupazione, dell’assenza di indennità di disoccupazione per il lavoratori precari, dei tagli ai servizi pubblici, degli aumenti delle tariffe, degli effetti dell’inflazione sul potere d’acquisto», commenta Stefano Fassina, responsabile economico del Pd. «Queste notizie sono particolarmente allarmanti perché colpiscono un pilastro della nostra economia – commenta Pier Paolo Baretta – che ha consentito di reggere anche nei momenti di massima difficoltà».
I consumatori puntano il dito anche su quello che definiscono il «pizzo» richiesto dalle banche ai cittadini più anziani: quella commissione di 3 euro chiesta a chi preleva denaro allo sportello. Insomma, i banchieri tornano sotto attacco. Sarà difficile spiegare che nessun istituto italiano è fallito a famiglie che dovranno fare i conti con rate di mutui in rialzo.

da L’Unità

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«L’Europa promette un rialzo dei tassi In Italia bancarotta per 11mila aziende», di Laura Matteucci

La prima mossa è attesa per aprile. Molto probabile si tratti di piccole manovre da un quarto, mezzo punto alla volta: comunque sia, il previsto aumento dei tassi sarà la prima stretta monetariada dueanni e mezzoa questa parte. I prossimi passaggi di politica monetaria da parte della Bce sono ormai segnati, decisi per contrastare il rialzo dell’inflazione, che in molti paesi è arrivata al 2,2% (e in Italia al 2,4%), spinta dai prezzi del petrolio in forte aumento tra crisi libica e manovre speculative. Il governatore della Bce Jean Claude Trichet ne parla da gioni, e ieri il presidente della Bundesbank, Axel Weber, ha dichiarato possibile un rialzo dei tassi di interesse fino a 75 punti base nel corso del 2011 (un’uscita che ha fatto immediatamente scendere l’euro sotto 1,39 dollari). «A questo punto non vedo alcuna ragione per correggere le aspettative del mercato», ha detto Weber parlando delle attese del mercato secondo cui a fine anno i tassi di interesse saranno all’1,75%. Di fatto: «Vedo la necessità di un movimento dei tassi», ha chiarito spiegando di condividere la linea della Bce. Anche perchè «se la situazione non si placa i prezzi del petrolio resteranno a questo livello, se non superiore». Lo stesso governatore di Bankitalia Mario Draghi (in corsa per succedere a Trichet), del resto, si è allineato alla Germania, e non più tardi di un paio di settimane fa, al Forex di Verona, aveva messo le mani avanti, sostenendo che «tassi reali a breve termine ampiamente negativi, come quelli osservati negli ultimi due anni, non sono stati sufficienti a rialzare le prospettive di crescita delle economie meno dinamiche». Voce fuori dal coro, l’economista Nouriel Roubini, arcinoto per aver anticipato l’avvento della crisi finanziaria globale: «Un aumento dei prezzi petroliferi a140 dollari al barile potrebbe riportare alcune economie avanzate in recessione», dice e aggiunge che la Bce commetterebbe un errore se dovesse alzare «troppo presto» i tassi d’interesse. Draghi, invece, era stato rassicurante anche sulle prospettive: «L’esaurimento della fase espansiva delle politiche economiche non pregiudicherà necessariamente la crescita».

BANCAROTTA
Di sicuro, solo parlarne (il che ha significato mettere in moto la speculazione) ha già iniziato a pregiudicare le tasche degli italiani, alle prese con mutui più cari da gennaio, come certificato da Bankitalia. Viceversa, per le imprese, nel complesso i tassi sui nuovi finanziamenti sono diminuiti di 10 punti base, al 2,69%. Male aziende, del resto, devono fare i conti con un nuovo dato allarmante: anche nel 2010 è continuato a crescere il numero di società che hanno dichiarato fallimento, 11mila, con un incremento del 20% rispetto al 2009 (che già aveva denunciato un più 25% sull’anno prima).
I numeri, mai così in alto da quando, tra il 2006 e il 2007, è stata riformata la disciplina sulla crisi di impresa, li dà il Cerved, chiarendo che le 11mila imprese in questione hanno chiuso i battenti per bancarotta.
Le più colpite sono state quelle che operano nell’industria: tra il 2009 e il 2010 hanno dichiarato default più di 5 mila imprese manifatturiere. Hanno sofferto soprattutto il settore dei mezzi di trasporto, della gomma e della plastica, l’industria calzaturiera e la meccanica.
Con un incremento delle procedure del 15%, tra 2010 e 2009 (che segue uno del 34% nell’anno precedente) le costruzioni risultano il secondo ramo più colpito per insolvenza. Come dice il segretario confederale Cgil Vincenzo Scudiere: «Dati che dimostrano la grave sottovalutazione che c’è stata nel corso degli ultimi due anni da parte del governo».
A corollario del quadro critico: sono oltre 9 milioni i lavoratori in attesa del pieno rinnovo del contratto (per molti di loro, è stata rinnovata la parte economica,manon quella normativa), soprattutto tra le categorie del pubblico impiego.

da l’Unità

«Lo schiaffo di Cialente», di Mariantonietta Colimberti

A due anni dal terremoto, il capoluogo abruzzese senza pace anche dal punto di vista politico.

Potrebbe diventare L’Aquila l’ultima frontiera, soprattutto simbolica, del Partito democratico. Ancor più di Napoli, che in molti danno ormai per persa, e di Milano, dove la par condicio delle disavventure abitative parentali del sindaco Moratti e dello sfidante Pisapia non appare comunque decisiva. Perché il capoluogo abruzzese, teatro dello show mediatico più imponente che terremoto ricordi, è l’ultimo avamposto del centrosinistra nella regione.
L’alleanza guidata dal Pd prima ha perso il governatore, a causa della vicenda giudiziaria che ha travolto Ottaviano Del Turco, poi la provincia, indicata un anno fa da Berlusconi come obiettivo prioritario. Per conquistarla, il premier scatenò contro la nota ed apprezzata Stefania Pezzopane l’artiglieria pesante: via Quagliariello-Piccone riuscì a installare sulla poltrona di presidente Antonio Del Corvo, oscuro alle telecamere (di lui si ricorda una partecipazione quasi muta a Otto e mezzo), ma non agli elettori della Marsica, terrorizzati dallo spauracchio agitato dalla destra sui privilegi che una riconferma della presidente uscente avrebbe assicurato all’Aquila.
Ora potrebbe essere la volta di Massimo Cialente. Il sindaco, sotto i riflettori e sotto pressioni di ogni tipo dal 6 aprile del 2009, questa volta si è arrabbiato davvero. Dopo la mancanza di maggioranza qualificata in una seduta del consiglio che doveva decidere sulle aziende partecipate, si è alzato e ha sbattuto la porta con un discorso duro, nei confronti del governo, dei consiglieri, ma anche del Pd, partito al quale aveva aderito nell’estate del 2009, con una lettera all’allora candidato alle primarie Pier Luigi Bersani: «Io non ho un partito» ha detto, chiedendo a tutti «di fare pressioni» sui rispettivi segretari perché si possa andare a votare il 15 maggio evitando alla città il commissariamento di un anno.
Il gesto di Cialente, che ieri ha formalizzato le dimissioni, ha avuto l’effetto di una scossa forse salutare, almeno in casa sua: venti consiglieri democratici hanno sottoscritto un documento in cui riconoscono «la solitudine istituzionale» in cui il sindaco si è venuto a trovare e l’esistenza di «un gioco geopolitico regionale e provinciale » per mantenere L’Aquila in una situazione di sofferenza e assicurano la compattezza e la determinazione della maggioranza.
«Il sindaco si è assunto delle responsabilità che vanno ben oltre le sue – spiega a Europa Stefania Pezzopane, ora assessore comunale al welfare con molte deleghe, tra cui l’assistenza alla popolazione – ma il comune è senza bilancio perché il governo nicchia anche sui trasferimenti ordinari. Il comune ha anticipato 25 milioni di euro per l’autonoma sistemazione, i fondi per la ricostruzione sono tutti in mano alla struttura commissariale (il presidente della regione Chiodi e il sub-commissario Cicchetti, ndr), che centellina anche i soldi per i puntellamenti. Abbiamo le mani legate». E le accuse di Cialente al Pd? «All’inizio abbiamo affrontato l’emergenza nell’abbandono generale, mentre Berlusconi era sempre all’Aquila. Poi Bersani ha recuperato molto; grazie all’impegno di Franceschini e della Finocchiaro i gruppi parlamentari del partito hanno destinato al nostro comune i 20 milioni delle leggi-mancia: è stato un grande gesto. È importante che a tutti i livelli ci si renda conto che qui c’è la politica nazionale e che il Pdl sta cercando di mettere le mani sulla città».
Cialente ha venti giorni per ripensarci. Ieri ha tenuto il cellulare staccato. Venerdì un’assemblea di partito alla quale andranno anche i consiglieri gli chiederà ufficialmente di restare, la sua città ha ancora bisogno di lui.

da www.europaquotidiano.it

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“Cialente si dimette: «Il parafulmine ora se ne va»”, di Jolanda Bufalini

L’ex sindaco dell’Aquila La maggioranza gli chiede di restare, ma non vuole tornare indietro. «Lasciato solo» «Fingono di sostenermi, sono in campagna elettorale da subito dopo il sisma».

Il casus belli la mancanza del numerolegale sul riordino dellemunicipalizzate.
Paradosso l’Aquila: «Qui è tutto fermo, ci sono gli operai delle imprese edili in cassintegrazione». Bilancio a rischio dissesto per colpa del governo.

Massimo Cialente è a casa, sistema i libri ammonticchiati, si preoccupa dell’intonaco che cede. Il sindaco de L’Aquila è rientrato nella sua vecchia abitazione, quella di prima del sisma, da poco: «Me lo avevano detto gli operai che l’intonaco non si fa d’inverno, ma avevo fretta». Si dice tranquillo, «sono in pace con me stesso».
Probabilmente si dovrebbe dire ex sindaco, perché Cialente ha rassegnato le dimissioni. Anche se c’è un documento di maggioranza che gli chiede di ripensarci: «Noi ti sosteniamo», scrivono. Ma lui, per ora, non sembra avere intenzione di tornare indietro. «Se ne va il parafulmine», dice. Anche se la situazione appare paradossale: Cialente si è dimesso alcuni mesi fa da sub-commissario alla ricostruzione proprio per sostenere la necessità che i poteri tornassero agli organi cittadini democraticamente eletti. È stata una mossa importante, che gli ha dato molti consensi, nella classifica del Sole 24 ore lo score era del+otto per cento. Ma ora? Il sindaco è andato dal ministro Maroni a chiedere che L’Aquila rientri nella tornata elettorale del 15 maggio. Il ministro ha risposto che è impossibile, non c’è tempo. Il rischio concreto è dunquequello di una nuova gestione commissariale.
Maper oranon bastano le rassicurazioni arrivate dal documento di maggioranza. Cialente nelle ultime ore si è tolto parecchi sassolini dalle scarpe: «Sono stato lasciato solo, nessuno ha prese le mie difese in scontri mortali». Pesantissimo nel dire: «Fingono di sostenermi ma sono in campagna elettorale dal giorno dopo il sisma». Ricorda quando, nell’estate del 2009 propose un «governo di guerra», con tutti, visto che «i tempi sono di guerra», non c’è stato «nulla da fare», tutti in campagna elettorale. E denuncia: «Telefono a un consigliere di maggioranza per chiedergli di venire a votare e mi risponde “non vengo e sai perché”».
Piccoli interessi a fronte della paralisi dell’amministrazione che dovrebbe governare la grande crisi del dopo terremoto. Cialente non lo dice ma quando parla di solitudine pensa anche al suo partito, il Pd, troppo impegnato nelle battaglie interne anche a dell’Aquila, capoluogo di 70.000 abitanti con 40.000 persone fuori casa, costrette a vivere assistite dallo Stato.
Il casus belli è stata la mancanza del numero legale sul riordino delle aziende municipali. «Quello che mi scoccia – dice lui – è che ne va di mezzo il destino di 450 lavoratori». Ma il vero grande problema, continua, è che «è tutto fermo». Non ci sono i soldi per la ricostruzione: «Tutto bloccato, qui ci sono gli operai delle imprese edili in cassa integrazione». Pazzesco, dovrebbe essere l’unico settore economico che tira, in una città tutta da ricostruire.
Così come c’è il rischio concreto che il comunedell’Aquila vada in dissesto finanziario, il bilancio deve essere approvato entro il 31 marzo e mancano 32 milioni che il comune ha anticipato e che il governo dovrebbe trasferire, ma Tremonti continua a nicchiare.
Giuseppe Bernardi è un consigliere di “Sinistra per l’Abruzzo” (filiazione di Sinistra democratica). È uscito l’estate scorsa dalla maggioranza ma rivendica la propria correttezza: «Con Rifondazione non usciamo dall’Aula, non facciamo mancare il numero legale, come fanno i consiglieri di maggioranza». E, «se per evitare il commissariamento Cialante deciderà di restare, bisogna che ci sia uncambio di marcia». Massimo, sostiene Bernardi, è «in parte vittima di se stesso, perché ha pensato di poter governare con maggioranze variabili, affidando per esempio la presidenza della commissione più importante, quella del bilancio, a un personaggio proveniente dal Pdl». Bernardi fa l’esempio di 70 metri di strada sterrata che costringe le persone sfollate in due frazioni, Pianola e Roio, a fare 30 chilometri in più. Oppure la situazione in cui si trovano gli abitanti del Progetto Case e dei Map: «Mancano servizi e trasporti ma per darli bisogna reperire fondi, eppure non si è riusciti a dare attuazione a una delibera che chiede a chi viveva, prima del sisma, in affitto, una piccola quota di pigione».

da l’Unità

«Allarme Cinecittà Luce da Benigni e Bertolucci appello anti-chiusura», di Arianna Finos

Oltre al futuro il cinema italiano rischia ora di perdere anche la memoria. I tagli drastici al Fondo unico per lo spettacolo si abbattono di riflesso su Cinecittà Luce, straordinario archivio audiovisivo ma anche agenzia che promuove il cinema italiano all´estero e che distribuisce in sala il cinema emergente. Da 17 milioni di euro di finanziamenti del 2010 si passa ai 7,5 del 2011. «È rischio chiusura», ha lanciato l´allarme l´associazione di sceneggiatori e registi 100autori, cui è seguita una pioggia di reazioni dal mondo del cinema. «Come si fa a chiudere la storia? Là dentro c´è tutta la nostra memoria, tutti i nostri sogni fabbricati per uomini svegli», dice Roberto Benigni. Con Bernardo Bertolucci il Luce ha collaborato a una retrospettiva sul regista al Moma di New York: «Lo spirito di partecipazione che ho avvertito mi ha permesso di riproporre i miei film nell´atmosfera che avevo sognato». John Turturro fa sapere dagli Stati Uniti che «da neo cittadino italiano», ringrazia gli uomini e le donne di Cinecittà Luce «per il loro aiuto e per lo straordinario archivio cui ho attinto per il mio film Passione e che è patrimonio d´identità fondamentale per l´Italia». Ferzan Ozpetek spiega che «senza Cinecittà Luce si spegnerebbe un´altra luce fondamentale per questo paese». Paolo Sorrentino e Andrea Molaioli firmano una dichiarazione congiunta: «Questi tagli sono l´ennesima conferma della miopia di una politica che sa leggere solo ciò che le è sotto il naso, la necessità forsennata e indiscriminata di sottrarre risorse e incapace di allungare lo sguardo sul futuro».
«Cinecittà non chiuderà», fa sapere il direttore generale del ministero per i beni culturali Nicola Borrelli, «ma – ammette – con 7,5 milioni di euro sarà difficile mandare avanti le attività». Dei 17 milioni del 2010 sono venuti meno quasi 5 milioni dal Lotto (sono stati dirottati su Pompei), e dei 12 erogati dal Fus ne restano solo 7,5. «Noi ci batteremo per attingere ad altre fonti statali non di stretta pertinenza dei Beni Culturali e avviare sinergie con enti locali. E abbiamo avviato un tavolo con il ministero per lo sviluppo per la gestione della crisi e la salvaguardia dell´occupazione». «Cinecittà Luce ha 126 dipendenti», spiega l´amministratore delegato Luciano Sovena, «siamo a un passo dal chiudere i battenti e ridurre il personale. Andare a un tavolo di crisi potrebbe evitare licenziamenti, ma significherebbe comunque ridurre drasticamente la digitalizzazione dell´archivio audiovisivo, la promozione del nostro cinema, la distribuzione delle opere prime e seconde realizzate con il contributo statale. La nostra è davvero una missione speciale».

da la Repubblica

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«Il governo uccide Cinecittà Tagliati i fondi, rischio chiusura. Con gli ultimi tagli al Fus Cinecittà-Luce rischia la chiusura», di Gabriella Gallozzi

Il Ministero dei Beni culturali smentisce categoricamente ma precisa che senza soldi non può andare avanti. La protesta bipartisan della politica.

L’intero mondo politico, da destra a sinistra, contro la chiusura di Cinecittà-Luce. Più quello degli addetti ai lavori. Ieri è stata la giornata della levata di scudi «bipartisan» in difesa della più importante istituzione del cinema pubblico messa davvero a rischio dall’ultimo drastico taglio al Fus. A lanciare l’allarme sulla sua possibile, anzi probabile chiusura, sono stati in principio i 100 Autori che per voce di Maurizio Sciarra hanno reso noto che venerdì scorso si è aperta la procedura di crisi ministeriale a causa degli esuberi e che «finora i fondi elargiti dal governo sono serviti solo a pagare gli stipendi dei dipendenti mentre da mesi è ferma qualunque attività strategica. È una situazione gravissima». Tanto che, prosegue Sciarra «potrebbe anche essere messa in campo l’ipotesi di privatizzare completamente la struttura, mettendo a repentaglio un patrimonio, come l’archivio dell’Istituto Luce, che non appartiene solo a noi italiani, ma al mondo intero».
A rendere ancora più esplicito l’allarme, nero su bianco, è stato poi l’amministratore delegato di Cinecittà Luciano Sovena con un’intervista sul Corsera: «È in gioco il futuro non di una qualsiasi società per azioni,madel marchio audiovisivo più prestigioso d’Italia e tra i più antichi del mondo, sicuramente dello stesso Disney. Tutto ciò avviene mentre si festeggia il 150° anniversario dell’Unità d’Italia rischiando di chiudere un insostituibile archivio storico, un’agenzia di promozione del cinema italiano all’estero e impedendo di valorizzare nuovi talenti con la distribuzione di film d’autore». A parlare chiaramente sono le cifre. Cinecittà Luce spa, con 126 dipendenti, nel 2011 riceverà appena 7.5 milioni di euro di finanziamento dal Fus, sufficienti a malapena a pagare gli stipendi. Una riduzione drastica a fronte dei 29 milioni che riceveva nel 2004 o ai 27 del 2005. O ancora ai 17.2 milioni del 2010.

REAZIONI A CATENA
L’allarme, dunque, è partito. E via alle reazioni a catena. «Difendere Cinecittà- Luce dovrebbe al contrario essere un dovere», dichiara Walter Veltroni. «Cinecittà, dopo Hollywood, è la più grande casa del cinema, in Italia e nel mondo. I suoi studi costituiscono un patrimonio da difendere», gli fa eco il sindaco di Roma Alemanno. E a seguire il sostegno di Gasparri, Cicchitto, Vita, Rutelli.
E pure di quello degli addetti ai lavori: Bellocchio, Amelio, Saverio Costanzo, Calopresti, Roberto Benigni per il quale la «probabile chiusura di Cinecittà è proprio una brutta notizia. Là dentro c’è tutta la nostra memoria, tutti i nostri sogni fabbricati per uomini svegli. Un archivio immenso. La nostra storia. Ma come si fa chiudere la Storia?» . Dal Ministero dei Beni culturali fanno sapere, attraverso un comunicato – Bondi intanto è depresso – che si esclude «categoricamente l’eventualità della chiusura di questa importante realtà della cultura audiovisiva nazionale».
Ma che senza soldi non si va avanti. Infatti dicono: «le «attuali risorse sonoinsufficienti a garantire qualsiasi attività e a mantenere integra la forza lavoro attualmente in opera, con grave detrimento delle capacità di attrazione di investimenti privati e inevitabile contrazione dei ricavi propri». «Pertanto – conclude il comunicato – è auspicabile un provvedimento che permetta a Cinecittà Luce di adempiere alla propria missione istituzionale nel pieno interesse della cultura e dell’economia del nostro Paese». Insomma, siamo al capolinea.

da l’Unità

«Solare, il governo fa marcia indietro», di Gianni Del Vecchio

Contrordine, il decreto sulle energie rinnovabili è da rifare.
Alla fine il governo s’è arreso e ha fatto marcia indietro sul decreto che affossa la green economy. Durante un’audizione al senato, il ministro dello sviluppo economico, Paolo Romani, s’è impegnato a integrare il provvedimento-killer delle rinnovabili con un altro, che dovrebbe dare certezza a banche e imprese che investono nel fotovoltaico.
E ha anche fissato una data precisa: venerdì ci sarà un incontro con le associazioni di settore per ascoltare le critiche sul primo decreto e tutto sarà chiuso al massimo entro due settimane.
Ovviamente non è tutto rose e fiori per chi lavora con i pannelli solari. Romani ha sì detto che le tariffe incentivate verranno confermate ma ha anche aggiunto che ci sarà una diminuzione delle risorse messe a disposizione e che verranno spalmate su più anni.
Arriva così a una svolta una vicenda che dalla settimana scorsa ha gettato nel panico un intero settore produttivo. Un settore che conta 10mila aziende e 120mila posti di lavoro, impattando per l’uno per cento sul pil nazionale. Giovedì scorso, infatti, il governo approva un decreto legislativo che toglie ogni certezza a chi investe nel fotovoltaico, limitando gli incentivi al 31 maggio e rimandando ogni ulteriore decisione su cosa debba accadere dal primo giugno in poi a un ulteriore e indefinito provvedimento. Il decreto, così com’è formulato, blocca subito l’intero settore del fotovoltaico: le banche mettono in stand-by i finanziamenti, le multinazionali elettriche (come Enel Green Power o Edf) congelano le firme sui progetti in corso, i proprietari delle terre su cui costruire gli impianti vedono sfumare la possibilità di affittare i suoli, le società di ingegneria si ritrovano con un pugno di mosche.
Non a caso venerdì le associazioni di settore, dalla Aper alla Gifi, lanciano un appello al presidente Napolitano perché rispedisca al mittente il decreto. Un appello che però cade nel vuoto, visto che il Quirinale firma, gettando nello sconforto gli imprenditori della green economy. Almeno fino all’audizione di Romani di ieri pomeriggio.
Aspettando che le parole del ministro divengano realtà, le associazioni di settore possono intanto tirare un primo sospiro di sollievo, anche se restano sul piede di guerra. L’Aper è infatti partita all’attacco del governo promettendo una mobilitazione permanente.
Ieri sono partite due lettere, inviate al titolare dello Sviluppo economico e al collega dell’Agricoltura Giancarlo Galan, mentre per domani è prevista una manifestazione a Roma in cui le associazioni intendono spiegare ai cittadini gli effetti nefasti del decreto-killer e illustrare le proprie proposte di modifica.
Assieme all’Aper e le altre, in parlamento c’è chi può intestarsi il dietrofront governativo.
Sicuramente l’opposizione, con in testa il Pd, che ha urlato in tutte le sedi la propria contrarietà al primo decreto Romani. Ancora ieri mattina, l’ecodem Ermete Realacci ha chiesto ufficialmente al governo di riparare all’errore e modificare subito l’iniquo provvedimento. Ma anche nella maggioranza di centrodestra c’è chi si è mosso a tutela della green economy. In primis Forza del Sud, che ha addirittura minacciato la crisi di governo.
«Se i ministri competenti non accetteranno di rivedere il provvedimento, – ha fatto sapere Gianfranco Micciché, fondatore del partito – Forza del Sud finalmente farà valere la sua forza e andiamo a votare subito. Il partito nasce per questo, nasce per condizionare le scelte del governo, così come la Lega». Minaccia vera o bluff, sta di fatto che Romani ha abbassato la testa. Almeno a parole.

da www.europaquotidiano.it

«Galan qui, Romani là: il rimpasto dell'impunità», di Claudia Fusani

Vertice a Palazzo Grazioli Tutto al fuoco: ministeri, poltrone, giudici, bunga bunga. “Drammatico” testa a testa Santanchè-Brambilla per la carica di portavoce al posto di Bonaiuti
La riforma della giustizia è solo l’ultimo tassello della strategia del premier contro le toghe e contro i processi. La «provocazione finale» ragionano i tecnici di giustizia nel pd che fanno notare come «il gradimento della magistratura sia tornato ai livelli del -95-96 intorno al 50 per cento» e come questo non sia certo un bene agli occhi del Cavaliere. La riforma, anche, come la creazione di un «grande incidente», l’alibi utile al premier per poter poi dire: «Mi condannano anche perchè io ho fatto quello che l’Italia chiede da vent’anni». Illuminante il titolo di Libero ieri a pag.3: «Sciopero ad personam, l’ultimo assalto dei giudici al Cavaliere». Peccato che l’Anm non abbia lo sciopero all’ordine del giorno. «Non lo abbiamo deliberato nè lo stiamo discutendo» precisa Giuseppe Cascini, segretario dell’Anm. «Se poi la riforma cosiddetta epocale dovesse camminare, allora, solo in quel caso, faremo sentire la nostra voce in modo altrettanto epocale». Le toghe, quindi, non abboccano alla provocazione. Saggiamente scansano, per ora, il conflitto.

A poche ore dalla “riforma epocale”, così l’ha definita Berlusconi, le incertezze superano di varie lunghezze i punti fermi. La prima incertezza riguarda il giorno. «Ma siamo sicuri che si farà questo Consiglio dei ministri» si chiedevano ieri intorno all’ora di pranzo gli onorevoli-avvocati del Pdl. La seconda riguarda il testo: ieri sera giravano ancora varie bozze, almeno tre del ministero della Giustizia e un paio di varianti di origine parlamentari. E allora, si chiedeva Donatella Ferranti, capogruppo Pd in Commissione Giustizia, «cosa presenteranno domani in Consiglio dei ministri: una riforma vera e articolata o solo un elenco di titoli di cosa fare con l’indicazione generica di come realizzarle?». Una riforma vera o uno specchietto per le allodole?

La verità è che rimpasto di governo e riforma della giustizia sono le facce diverse di una stessa strategia: dare l’immagine di un governo forte, allargato e che fa. Nulla di meglio, in questo senso, che una riforma costituzionale della giustizia, qualcosa che impiegherà almeno due anni per diventare vera – un tempo biblico per la velocità con cui accadono le cose oggi in politica – e a cui Tremonti non deve dare neppure un euro. Col passare delle ore l’agenda di palazzo Chigi sembra confermare la presenza del premier oggi al Quirinale per il Consiglio supremo di difesa, in serata la riunione finale con lo stato maggiore del Pdl per definire la riforma della giustizia, domani la riunione straordinaria del Consiglio dei ministri. Sempre domani, nel pomeriggio, il Guardasigilli Angelino Alfano dovrebbe salire al Colle per presentare al Presidente Napolitano in cosa consiste «la riforma epocale». Il Colle non ha potere di veto. Ma sarebbe stata cortesia istituzionale informarlo per tempo, e non poche ore prima, sulla natura del testo che sarà adottato dal Consiglio dei ministri.

L’ultima bozza di riforma in circolazione ieri sera, fonte via Arenula, prevede carriera separate per giudici e pm: i primi costituiscono un «ordine autonomo e indipendente da ogni potere e sono soggetti soltanto alla legge»; i secondi sono invece «un ufficio organizzato secondo le norme dell’ordinamento giudiziario che ne assicura l’indipendenza» con l’obbligo di esercitare l’azione penale ma «secondo le modalità stabilite dalle legge». Già questo, i pm ridotti ad «ufficio» e la limitazione dell’azione penale, è di per sè epocale. Figurarsi poi lo sdoppiamento del Csm, quello dei giudici presieduto dal Presidente della Repubblica e quello dei pm dal Pg della Cassazione di nomina, pare, parlamentare. Infine l’Alta Corte di disciplina, quella che dovrà punire i giudici il cui presidente sarà eletto tra i membri nominati dal Parlamento o dal Quirinale. Oltre che una provocazione, la bozza è esattamente la punizione invocata dal Premier.

da l’Unità