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«Le procure sotto tutela», di Barbara Spinelli

QUANDO giudichiamo il conflitto fra potere politico e giustizia, conviene sempre alzare gli occhi, guardare oltre i nostri confini, usare la memoria, per capire se davvero chi governa ha in mente una soluzione che migliora le cose o una regressione formidabile, dissimulata dietro finte promesse. La riforma della giustizia che Berlusconi proporrà giovedì è un caso esemplare, e se suscita tante apprensioni è perché non scioglie ma accentua i conflitti tra poteri pubblici, e anzi vuol devitalizzare parte di questi poteri. È una riforma che non perfeziona ma disprezza il nostro patrimonio giuridico, e l´idea che i poteri debbano esser molti perché non predomini uno solo. È una regressione che non solo mortifica la Carta costituzionale ma è in aperta contraddizione con princìpi giuridici che l´Unione europea chiede agli Stati di rispettare. Spesso la regressione avanza in tal modo: presentandosi come rivoluzionaria.
È osservando quel che accade in Francia che l´impressione di un indietreggiamento italiano si conferma vistosamente. Negli ultimi due mesi il malcontento dei magistrati francesi si è inasprito, e il loro obiettivo, non nuovo, si è fatto più che mai nitido: liberare infine pm e procure dal potere politico.
Succede così che il patrimonio italiano divenga un traguardo, nel preciso momento in cui Berlusconi vorrebbe ridurre l´indipendenza dei magistrati dalla politica. Se prima in Europa eravamo considerati all´avanguardia, nella separazione dei poteri, oggi rischiamo di trovarci in coda. Una miopia radicale verso il mondo, e l´indifferenza al peso che l´Europa ha nelle nostre vite (con le sue leggi vincolanti) sono alla radice di quello che può divenire un grave impoverimento: giuridico, democratico, della memoria.
Alla base di questa miope indifferenza c´è una doppia fallacia. Prima fallacia: l´idea che in democrazia la sovranità si concentri tutta sul popolo, che elegge governi e parlamenti non sottoposti al vaglio di poteri terzi. Seconda fallacia: la finzione di una sorta di autarchia giuridica e politica dello Stato-nazione, e l´ignoranza di un´Europa già in parte federale, che esercita sovranità parallele a quelle degli Stati grazie a leggi, politiche comuni, costumi democratici concernenti anche la separazione dei poteri.
L´idea che solo uno sia il potere decisivo – il popolo – è spesso scambiata con la democrazia ma non lo è, e l´Europa s´è unita con questa consapevolezza. L´illusione monolitica è un´eredità del 1789 – meglio: della sua estremizzazione giacobina, nazionalista – e spiega lo speciale malessere francese. Nella tradizione giacobina la giustizia non è un istituto indipendente, nonostante l´articolo XVI della Dichiarazione dei diritti dell´uomo e del cittadino del 1789: è l´arma del popolo sovrano, dell´esecutivo che esso elegge. Qui è il suo vizio d´origine, e ancor oggi il pubblico ministero francese non è al servizio di tutti ma mantiene un rapporto di dipendenza dal governo.
I magistrati riformatori in Francia non si limitano a invocare autonomia completa, ma si battono perché il paese interiorizzi la democrazia costituzionale di cui l´Europa è levatrice. È in questo quadro che reclamano un´autentica Corte costituzionale, e soprattutto l´indipendenza del pubblico ministero. Spetta a quest´ultimo l´obbligo di esercitare l´azione penale, come imposto dall´articolo 112 della nostra Costituzione: non alla politica, come accade a Parigi e come Berlusconi vorrebbe in Italia. Il 15 dicembre scorso la Corte di cassazione francese, interpellata sulla custodia cautelare, ha giudicato che «il pubblico ministero non è un´autorità giudiziaria indipendente», visto che “non garantisce l´indipendenza e l´imparzialità prescritte dalla Convenzione europea dei diritti dell´uomo”, e dalla Convenzione Ocse sulla corruzione. Non a caso chi auspica l´autonomia dei pm comincia, in Francia, col cambiare le parole costituzionali. Nel titolo VIII appare l´”autorità giudiziaria”. Molti (tra loro l´associazione Terra Nova, in un recente rapporto) esigono che il termine autorità sia sostituito da “potere giudiziario”.
Con secoli di ritardo Parigi riscopre dunque la separazione dei poteri di Montesquieu, si libera del giacobinismo, è stanca di ridurre la democrazia al suffragio universale: «In Francia – dice il rapporto di Terra Nova – la giustizia non è più il potere indipendente, guardiano della libertà individuale, descritto da Montesquieu. È sotto tutela dell´esecutivo». Tanto più è soggetta «all´influenza di interessi privati e partigiani. È una giustizia parziale, a due velocità: clemente verso chi è protetto dall´esecutivo, sempre più speditiva verso chi non è protetto». È pensando con severa memoria la propria storia che i magistrati francesi si ribellano. Solo una Corte costituzionale e un pubblico ministero indipendenti possono divenire punti fermi, più durevoli delle mutevoli maggioranze. I governi sono mortali, in democrazia. Non la Costituzione e la giustizia.
Non è solo la storia nazionale a entrare in gioco, abbiamo visto, ma l´Europa che delle varie memorie ha fatto tesoro, trascendendole. È quest´ultima a preconizzare una giustizia più indipendente, prescrizioni non di comodo, infine la riforma più desiderata dagli italiani: processi più brevi per tutti, non per uno o per pochi. In particolare – lo ricordano da anni il giurista Bruno Tinti e Marco Travaglio – l´Europa chiede che le carriere del giudice e del pm non siano separate: che «gli Stati, ove il loro ordinamento giudiziario lo consenta, adottino misure per consentire alla stessa persona di svolgere le funzioni di pm e poi di giudice, e viceversa», per «la similarità e complementarietà delle due funzioni» (raccomandazione della Commissione anticrimine del Consiglio d´Europa, 30-6-00).
Nella riforma Berlusconi sono assenti queste norme costituzionaliste, ed è il motivo per cui di regressione si tratta. L´obiettivo è mettere le procure sotto tutela politica, duplicare il Consiglio superiore della magistratura neutralizzandolo, staccare la polizia giudiziaria dai pm assoggettandola al solo potere politico (forse la misura più pericolosa, perché in tal modo il governo ha in mano le chiavi per chiudere e aprire un processo penale). Ed è separare le carriere del pm e del giudice per degradare il pm a “avvocato dell´accusa”, più vicino per cultura all´avvocato della difesa che al giudice: mentre con l´ordinamento attuale il pubblico ministero è tenuto a considerare anche gli elementi a discarico, non solo quelli a carico dell´imputato. Qui è la ragione prima per cui separare le carriere è un rischio. È un vero insulto ai Pm, spiega Tinti: “Il Pm tutela gli interessi della collettività, l´avvocato quelli del suo cliente. Per il Pm non è importante che l´imputato venga condannato; è importante che il colpevole venga condannato. L´avvocato difensore, lui sì, è uomo di parte”, avendo per obbligo quello di ” far assolvere il cliente oppure fargli avere la pena più ridotta”.
Quel che ci si domanda è come mai l´Europa, pur avendo leggi e princìpi, conti così poco. In realtà essa difende i princìpi con estrema forza prima dell´adesione: i candidati devono avere giudici indipendenti e separazione dei poteri (se l´Italia fosse oggi candidata, certo non entrerebbe). Questo dicevano i criteri di Copenhagen fissati nel ‘93 per l´ammissione dei paesi dell´Est: i criteri non erano solo economici (esistenza di un´affidabile economia di mercato) ma anche politici e giuridici (presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, stato di diritto, diritti dell´uomo, rispetto-tutela delle minoranze). Ancor più stringenti sono i criteri nel caso della Turchia.
Con i paesi che sono già nell´Unione, invece, l´Europa è intimidita, inerte. Varcata la porta d´ingresso solo i parametri economici pesano, diventando addirittura un ombrello che ripara gli autoritarismi. Quanto più sei dentro, e rispetti i parametri finanziari, tanto più sei libero di fare quel che ti pare con la democrazia. Se solo volesse, l´Europa potrebbe agire, arginare. Il Trattato di Lisbona agli articoli 6 e 7 prevede interventi e sanzioni dell´Unione per quei Paesi dell´Unione in cui si verifichino gravi rischi per la democrazia e per la libertà. Ma sinora gli articoli non sono stati invocati né tantomeno applicati all´Italia. Eppure i rischi ci sono ormai davvero e sono seri. Si parla molto dell´assenza di anticorpi, in Italia. Ma l´Europa ha gli stessi difetti, pur possedendo strumenti e leggi per salvaguardare le proprie democrazie.

da la Repubblica

«"Da soli nelle città medie". La Lega cerca lo strappo», di Fabio Poletti

Tre ore di riunione con tutti i colonnelli della Lega in via Bellerio attorno a Umberto Bossi poi, lo stato maggiore, si è spostato ad Arcore per la cena con Silvio Berlusconi e aprire la trattativa con l’alleato, nonostante l’intervento maxillofacciale cui è stato sottoposto il Presidente del Consiglio. Nel vertice pomeridiano messi i primi punti fermi sulle amministrative di maggio, dove il Carroccio ha la fortissima tentazione di correre da solo dove è più forte – «Ci sono posti dove ce la possiamo giocare», ammette il presidente del Consiglio regionale lombardo Davide Boni, e la tentazione è forte. La Lega potrebbe presentarsi insieme al Pdl solo nelle grandi città come Milano, Bologna e Torino. Mentre correrà invece da sola nel primo turno delle amministrative in alcuni piccoli o medi comuni, in deroga all’accordo con il Pdl.

Solo in Lombardia si vota in 223 Comuni. Quasi sicura è la partita su Milano. Dopo aver fatto melina per settimane, la Lega dovrebbe essere pronta a dare il via libera a Letizia Moratti sindaco, basta che il vice deciso a tavolino sia Matteo Salvini, il leader più attivo e promettente della Lega in faccia al Duomo. «E’ il nostro candidato ideale. Ha una conoscenza profonda della macchina amministrativa. Siede a Palazzo Marino da diciassette anni», lo promuove Davide Boni che secondo alcuni rumors era dato come candidato alternativo. Ma alla fine è lo stesso Boni a fare marcia indietro: «Io rimango al Pirellone. Non alimentiamo situazioni che non esistono, noi siamo un movimento politico coeso. La Lega giocherà una partita politica tutti insieme».

Il «tutti insieme» va ovviamente declinato all’interno del Carroccio. Perché la Lega – mai sfiorata dagli ultimi scandali che hanno indebolito l’immagine di Berlusconi, pronta a mettere all’incasso il federalismo tanto annunciato – è più che pronta a correre da sola dove si può. La base dai microfoni di Radio Padania lo chiede a gran voce e mica solo lì. Ci sono comuni – Varese, Gallarate, la provincia di Pavia – dove il Carroccio in solitaria potrebbe avere partita facile. Anche senza l’appoggio del Pdl, il sindaco di Varese Attilio Fontana potrebbe passare, magari pure al ballottaggio, ma con una certa sicurezza.

La tentazione di correre da soli continua a sfiorare anche i torinesi, nonostante il vertice di via Bellerio abbia deciso per l’alleanza fin dal primo turno. Il centrodestra ha messo in campo Michele Coppola. Ai leghisti piace, ma l’idea di avere un candidato proprio, piace ancora di più. Dal Pirellone a Milano, di rimando, Davide Boni spiega quella che è la filosofia della Lega in solitaria: «In alcune situazioni ci sono realtà così forti che c’è la possibilità di vincere da soli. Lo dico senza astio, ma non sempre il livello nazionale riesce ad essere acclimatato alle situazioni locali. Vedremo presto dove correre da soli, dove alleati e quali sono i candidati migliori». Ma se la Lega va alla guerra ci sono pure i leghisti che si fanno la guerra tra di loro. Per le amministrative di Verona la partita se la stanno giocando Flavio Tosi sindaco in carica e un candidato alternativo, più vicino al primo cittadino di Treviso Gian Paolo Gobbo. Decisione mica facile si capisce. Tant’è che per prudenza, il congresso provinciale della Lega a Verona di domenica prossima è stato rinviato ad altra data.

www.lastampa.it

«Studiare è più utile che mai», di Irene Tinagli

E’ già abbastanza difficile essere giovani e prendere decisioni sul proprio futuro. Lo è ancora di più in contesti in cui si ricevono informazioni confuse, superficiali, o addirittura sbagliate. Questo è, purtroppo, il contesto in cui vivono e devono prendere decisioni i giovani italiani.

Un contesto incapace di guidarli ed informarli adeguatamente: solo così si spiega il significativo calo delle iscrizioni all’Università segnalato dagli ultimi dati Almalaurea.

No, non è la crisi il motivo di tale rinuncia. Normalmente in tempi di crisi si osserva il comportamento opposto: considerata la difficoltà di entrare nel mercato del lavoro molti preferiscono tenersi fuori ed investire in istruzione e competenze per rientrare poi, freschi di formazione, in un mercato del lavoro in ripresa. Ed è, infatti, quello che si è osservato negli Stati Uniti, dove il 2009 ha visto un record storico di diplomati iscritti all’Università (oltre il 70%), un boom che denota una voglia di investire in se stessi in attesa di tempi migliori.

In Italia no. In Italia i giovani non hanno fiducia né nella ripresa né nel valore di investire in se stessi. E non ce l’hanno perché i primi a non avercela sono i loro genitori, i loro maestri e i loro governanti. Tutte quelle persone che ormai da tempo continuano a dire che tanto studiare non serve. Che è meglio essere umili, accontentarsi magari di terminare la scuola dell’obbligo e imparare un mestiere. Un diploma è già abbastanza. Nessuno ha detto a questi giovani che la probabilità di restare disoccupati senza un titolo di studio superiore è il doppio che in presenza di un titolo. Certo, nell’ultimo anno il tasso di disoccupazione nel primo anno dopo la laurea è aumentato dal 15 al 16%. Ma questo dato è la metà del tasso medio di disoccupazione giovanile in Italia. Senza contare che, comunque, a cinque anni dalla laurea l’80% dei laureati ha un lavoro stabile, mentre chi è senza istruzione tende a cumulare precarietà. E nessuno dice ai giovani che, anche in presenza di un titolo, c’è un’enorme differenza di prospettive tra un diploma e una laurea. Dati Istat indicano che nell’arco della vita lavorativa i laureati hanno un tasso di occupazione di oltre 11 punti percentuali maggiore rispetto ai diplomati (77% contro 66%). Non solo, guardando al lungo periodo i laureati hanno retribuzioni che in media sono superiori del 55% rispetto a quelle dei diplomati. Un gap che chiaramente si accumula con il tempo e che si reduce tra i più giovani. Ma anche nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni la retribuzione dei laureati supera del 30% quella dei diplomati. E’ sciocco quindi consigliare ai giovani di non andare all’università perché i salari di ingresso sono analoghi tra laureati e diplomati. Un salario di ingresso dura un anno, ma una vita professionale ne dura minimo 30. E l’effetto dell’istruzione nell’arco di questi 30 anni è enorme.

E’ vero, il mito della laurea che appena conseguita ti garantisce il posto fisso e ben pagato è andato sgretolandosi – in Italia come in molti altri Paesi -, così come è vero che i nostri laureati rispetto ai loro genitori hanno una vita più difficile, ma il valore dell’istruzione resta comunque indiscusso anche per le nuove generazioni. Anzi, in un mondo sempre più qualificato studiare è più necesario che mai. E la vera scommessa per qualsiasi Paese che abbia la voglia e la forza di guardare al futuro non è istigare i giovani a deporre le armi ai primi segnali di incertezza che trovano agli inizi di carriera, ma al contrario adoperarsi ed investire per aiutarli ad orientarsi, per dargli il coraggio di guardare avanti.

Perché se questi ragazzi rinunciano ad investire in se stessi a farne le spese non sarà solo il loro futuro, ma quello di tutti noi. Come pensiamo noi di riqualificare e rilanciare il nostro sistema economico e produttivo con una forza lavoro che anziché qualificarsi si dequalifica? Come pensiamo noi di sopravvivere in un mondo in cui anche la competitività di Paesi emergenti come Cina e India è sempre più trainata da scienza, cultura e tecnologia quando non riusciamo a far laureare nemmeno il 20% dei nostri giovani?

Il quadro che emerge dal continuo calo di iscrizioni universitarie è scoraggiante. E’ il quadro di una generazione senza direzione, senza guida, senza fiducia nel futuro. Un tratto che non è tipico dei giovani, ma che è frutto di un Paese che ha perso il senso stesso della parola futuro, identificata ormai delle sue stesse classi dirigenti con la prossima tornata elettorale e con la fine o meno del proprio mandato. Ma questi giovani hanno tutta la vita davanti. Diamogli un motivo per affrontarla a testa alta, con grinta e determinazione. La loro rinuncia è una sconfitta per tutti noi.

da www.lastampa.it

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«Laurearsi serve sempre (e si guadagna di più)», di Raffaello Masci

Nonostante il calo delle iscrizioni, per Almalaurea il titolo universitario resta il miglior investimento. Se un diplomato guadagna 100, il laureato arriva a 155. Ed è anche più facile trovare il lavoro giusto

Sia chiaro: studiare serve e laurearsi serve ancora di più. Ieri abbiamo pubblicato i dati del consorzio Almalaurea sul destino dei laureati italiani negli ultimi cinque anni, e abbiamo sottolineato come la laurea, il famoso pezzo di carta agognato dalle mamme e poi tenuto incorniciato nel tinello, avesse perso gran parte del suo potere di attrazione. Nelle patrie università, insomma, negli ultimi cinque anni si era assistito ad una diminuzione sistematica delle immatricolazioni, superiore al 9%: 26 mila studenti in meno. Almalaurea ribadisce oggi che, comunque, laurearsi è ancora oggi la via più certa per trovare un lavoro prima e meglio.

«Il calo delle immatricolazioni non deve meravigliarci – dice Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea – in quanto è il frutto di tre fattori concomitanti. Primo, negli ultimi 25 anni i diciannovenni sono diminuiti del 38%. C’è stato un oggettivo calo demografico. Secondo, il tasso di passaggio tra scuola superiore e università è crollato di 9 punti (dal 75 al 66 per cento) a motivo della controversa immagine che l’università italiana ha dato di sé: dalle parentopoli, agli sprechi, alla moltiplicazione dei corsi inutili. Terzo, la laurea triennale (mantenere un figlio agli studi 3 anni invece di 5) ha aperto gli atenei a fasce di popolazione prima escluse, ma poi queste stesse si sono trovate di fronte al problema dei costi aumentati e non ce l’hanno fatta più».

Da qui il calo degli iscritti. Ma l’università paga. Tutti i dati statistici confermano – infatti- la diretta proporzionalità tra laurea, occupazione e reddito. Se prendiamo i diplomati e i laureati usciti dai rispettivi corsi di studio nel 2004 e li andiamo a rivedere nel 2009 (a cinque anni di distanza), scopriamo che esiste uno zoccolo duro di persone non ancora occupate, pari al 14,8% dei diplomati e al 12,1% dei laureati triennali. Ma mentre un lavoro continuativo (anche se non fisso) ce l’ha il 37% dei diplomati, questo dato sale al 67% tra i laureati. Un impiego a tempo indeterminato ce l’hanno il 18% dei diplomati, ma ben il 37% dei laureati. Complessivamente, quindi, i laureati lavorano molto di più e con maggiore stabilità rispetto a chi ha studiato di meno, come conferma il tasso di occupazione complessivo che, nel caso dei laureati, presenta un vantaggio di 11 punti sui diplomati (66 contro 77 per cento).

Si ribatte che, però, i dottori guadagnano poco. «Se noi consideriamo le retribuzioni sull’arco dell’intera vita lavorativa, un diplomato oggi guadagna 100 quando un laureato arriva a 155: il divario è enorme – spiega Cammelli – e l’abbaglio che molti prendono quando osservano che un diplomato prende più di un laureato, dipende dal fatto che osservano le retribuzioni iniziali, e quando il laureato si mette sul mercato del lavoro il diplomato c’è già da almeno quattro anni. Sui tempi medi e lunghi la differenza appare invece evidente e tutta a vantaggio dei laureati».

Ciò detto non tutte le lauree sono uguali e altrettanto spendibili. Uno studio di Confindustria ha rilevato il numero dei laureati di un anno accademico e quello richiesto dal sistema delle imprese nello stesso anno: alla luce di questi dati si nota come l’Italia abbia bisogno ancora oggi di 20 mila ingeneri in più, 15 mila economisti e statistici, 8 mila medici e sanitari. Per contro c’è un esubero annuo di 4 mila psicologi, quasi 17 mila laureati in lettere o lingue, 4 mila architetti, 3 mila geologi, eccetera. «Non c’è, dubbio – continua Cammelli – che le lauree scientifiche, tecnologiche ed economiche danno una possibilità di impiego più rapida delle altre. Tuttavia, valutati i laureati a distanza di 5 anni, anche quelli delle lauree generaliste hanno trovato un lavoro. Impiegando solo più tempo».

da www.lastampa

«Quote rosa, battaglia in Senato sulla legge», di Lorenzo Salvia

Presenza nei cda e tempi: il governo frena sull’emendamento approvato in Commissione

ROMA— Tutto sembrava pronto per un gesto simbolico, il sì della commissione proprio nel giorno della Festa della donna. E invece, al Senato, il disegno di legge sulle quote rosa si è incagliato di nuovo, con una spaccatura a sorpresa tra governo e maggioranza, Una frenata che potrebbe essere superata già oggi ma che lascia molti dubbi sul destino finale del provvedimento. Il ddl prevede la presenza obbligatoria di almeno un terzo di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate in Borsa o a partecipazione pubblica. Ma dopo il voto bipartisan dei mesi scorsi alla Camera erano arrivate le perplessità degli industriali. Per questo— al Senato, in commissione Finanze — erano già state ammorbidite le sanzioni: non più la decadenza immediata dei cda che non rispettano la legge ma prima una diffida poi una multa e, solo alla fine, la decadenza. Il nodo vero, quello dei tempi, è stato però affrontato ieri. La relatrice Maria Ida Germontani, finiana, ha trovato l’accordo con tutta la commissione e proposto un percorso a due tappe, per arrivare a regime nel 2015. Il governo ha chiesto tempi più lunghi, con l’obbligo di avere un terzo di donne nei cda tre anni dopo, nel 2018. Per questo, a nome del governo, il sottosegretario all’Economia Sonia Viale ha dato parere negativo sull’emendamento Germontani, e ne ha chiesto il ritiro. Uno scontro inedito fra governo e maggioranza, anzi con l’intera commissione. E un intoppo che ha suggerito un rinvio, con tanti saluti all’approvazione simbolica nel giorno della Festa della donna. L’opposizione protesta: «Nella maggioranza ci sono punti di vista diversi che riemergono quando arriviamo ad un punto di svolta» dice Giuliano Barbolini per il Pd, «le lobby hanno fatto pressione» aggiunge per l’Italia dei valori Elio Lannutti. Cosa succede adesso? Il dibattito riprende stamattina. La relatrice Germontani assicura che il suo «emendamento non si tocca perché è condiviso da tutta la commissione» . Il sottosegretario Viale garantisce che «c’è il massimo impegno perché questo atteso provvedimento diventi legge» . Con ogni probabilità il governo ritirerà il parere contrario, anche per mettere l’esecutivo al riparo da un voto sfavorevole. «Credo che la proposta Germontani sia una buona mediazione» , dice il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri. Ma bisogna vedere cosa faranno i parlamentari della maggioranza, visto che ieri il governo aveva detto no. Tutto risolto? No, perché quell’emendamento non è l’ultima curva pericolosa dell’iter parlamentare. Fino a ieri mattina sembrava certo che, dopo il sì della commissione, il ddl sarebbe stato approvato in sede deliberante, cioè con una procedura veloce che consente di saltare il passaggio in Aula. Per farlo serve l’accordo di tutti i gruppi parlamentari e anche del governo. Ancora Gasparri: «Credo sia una soluzione possibile e auspicabile» . Ma il governo, per il momento, non si sbilancia. E in ogni caso, poi, si dovrà tornare alla Camera.

da Corriere della Sera

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«Quella gradualità chiesta dalle imprese», di R. Ba.

ROMA— «Sulle quote rosa sono sempre stata abbastanza contraria ma una scossa per muovere le coscienze è necessaria» . Federica Guidi, presidente dei giovani imprenditori di Confindustria, spiega così l’insoddisfazione del mondo delle imprese alla soluzione di compromesso che si andava delineando tra maggioranza e opposizione. In realtà Confindustria, banche (Abi) e assicurazioni (Ania) già tre settimane fa avevano inviato al presidente della commissione Finanze del Senato Mario Baldassarri e alla relatrice Maria Ida Germontani una lettera congiunta con la quale chiedevano alcune modifiche: tempi più lunghi (due o tre rinnovi dei Cda) e revisione delle sanzioni considerate «sproporzionate» visto che si prevede la decadenza dell’intero consiglio o del collegio sindacale nel caso di mancato rispetto della legge. La leghista Sonia Viale, avvocato e sottosegretario al Tesoro, ieri ha bloccato l’accordo chiedendo proprio di andare a regime entro il terzo rinnovo, e quindi nel triennio 2018-2021. Anche il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia aveva espresso nei giorni scorsi le proprie perplessità durante un dibattito con il segretario generale della Cgil Susanna Camusso. «Non si può passare dal 5 al 30%senza nessuna gradualità— aveva avvertito —, il rischio è di mettere nei consigli amiche e fidanzate, ossia donne non competenti» . L’allarme nel mondo delle imprese nei giorni scorsi è aumentato, e di conseguenza la pressione sul governo, perché è emerso che la norma sulle quote rosa si sarebbe applicata «a cascata» anche sulle controllate delle società quotate in Borsa.

da il Corriere della Sera

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«Cda in rosa? Forse nel 2021. Il pasticciaccio del governo», di Federica Fantozzi

La commissione Finanze di Palazzo Madama non vota nell’8 marzo la legge sulle quote rosa nei cda societari. Tutto rinviato a oggi per il veto del sottosegretario
all’Economia Viale. Il Pd: «Occasione mancata»

2021 Odissea nel ridicolo. Sfumato ogni possibile simbolismo, naufragato miseramente il richiamo all’8 marzo, non resta che puntare sulla fantascienza: le quote rosa nei consigli di amministrazione sono a portata di mano quanto il Ponte sullo Stretto.
L’ennesimo miracolo italiano accadrà forse tra un decennio, per chi lo vedrà.
Ieri in commissione Finanze al Senato si è svolto l’ultimo atto della tragicommedia di un disegno di legge che nella maggioranza tutti sponsorizzano a parole ma pochissimi vogliono davvero. Sicché – da settimane – ad ogni voto corrisponde una battuta d’arresto. Quindi: l’atteso via libera nella suggestiva data dell’8 marzo è saltato per lo zampino del governo. Tutto rinviato a oggi, le signore si accontentino delle mimose.
È successo che la faticosa mediazione bipartisan raggiunta a Palazzo Madama sui tempi di introduzione della nuova legge – che impone, non più a a pena di decadenza, il 30% di donne nei cda delle società quotate in borsa o a partecipazione pubblica entro il secondo rinnovo, dunque per il 2015 – è saltata per il parere negativo del governo espresso dal sottosegretario all’Economia Sonia Viale. Alla relatrice dell’emendamento, l’ex fliniana (ora nel Misto) Maria Ida Germontani, è stato chiesto garbatamente (e invano) di ritirare la sua norma. L’esecutivo preferisce – in linea con il richiamo alla «gradualità » di Confindustria – andare a regime entro il terzo rinnovo, cioè nel triennio 2018-2021. In entrambi i casi, non proprio domani.
Eppure, il diverbio vale la pena di una figuraccia. Con il governo che sconfessa la propria maggioranza, rischia di andare sotto (se si fosse votato), viene salvato dalla scelta dell’opposizione di rinviare «per senso di responsabilità». Con i titoloni cubitali di giornale «presto la legge sui cda rosa» ormai preistoria.
Dal Pd Albertina Soliani parla di «occasione mancata». Il dipietrista Elio Lannutti si toglie i sassolini dalle scarpe: «Nella Festa della donna, si è sprecata un’occasione per trovare la sintesi ad un armonioso lavoro fatto in Commissione. Noi abbiamo ingoiato molti rospi… Adesso le lobby, come le banche e le assicurazioni, si sono accorte che questo ddl era già stato approvato alla Camera all’unanimità…». Dal PdL è tutto un promettere che l’intesa è imminente (Bonfrisco), serve solo un piccolo approfondimento (Quagliariello), la legge si farà (Gasparri).
Può darsi: con la (irrilevante) incognita dei contenuti. Ieri, a Livia Turco, il ministro Giorgia Meloni giurava che lei sta «facendo di tutto» e «il governo non ha rallentato l’iter».

da www.unita.it

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«Cda in rosa, dietrofront di governo. A regime solo dal 2015»

Le quote rosa nei Cda delle società quotate in borsa (30% di donne) andranno a regime dal 2015. In commissione Finanze al Senato è arrivato infatti l’ok del governo che era mancato ieri: l’esecutivo voleva andare a regime al terzo rinnovo dei Consigli, fra il 2018 e il 2021. Ma l’ha spuntata la commissione. Stamattina è arrivato il placet del governo dopo «approfonfimenti», come ha specificato il sottosegretario all’Economia Sonia Viale.

Dunque passa l’emendamento del relatore Maria Ida Germontani (Fli): al primo rinnovo dei Cda, nel 2012-2015, ci sarà il 20% di donne. Al secondo rinnovo (2015-2018) saranno il 30%.

Cosa è cambiato fra ieri e oggi? «Il governo ha approfondito il tema- spiega il sottosegretario Viale – la priorità del governo era mantenere il proprio emendamento, ma abbiamo preso atto del lavoro fatto dalla commissione e ci siamo rimessi a quello». Oggi pomeriggio la commissione deciderà se deliberare il testo approvato senza passare per l’aula o se agire in sede redigente, cioè portare il testo in emiciclo per il solo voto finale. Saranno i capi dei gruppi a dare l’indirizzo in una riunione prevista nelle prossime ore. «Ringraziamo il governo – ha sottolineato il relatore Germontani – per aver rispettato il lavoro della commissione, si sono presi del tempo, ma, alla fine, hanno dato l’ok al nostro emendamento».

La commissione ha ceduto però, sui tempi di entrata in vigore. Da quando la legge sarà in Gazzetta Ufficiale ci sarà un anno per cominciare a mettersi in regola invece degli iniziali 6 mesi. Poi scatteranno le quote: 1/5 di donne al primo rinnovo, 1/3 al secondo. Sulle sanzioni era già arrivato l’ok la scorsa settimana. Per chi non si adegua scattano diffida di quattro mesi, sanzione, diffida di tre mesi e infine decadenza del Cda. Il governo aveva eliminato la decadenza. Anche su questo punto è passata la linea del Parlamento.

«La notte ha portato consiglio – è il commento di Elio Lannutti, senatore Idv – ieri abbiamo fatto bene a non rompere con l’esecutivo votando lo stesso l’emendamento del relatore. L’atto di responsabilità è servito». E ora, Giuliano Barbolini, Pd, «ci aspettiamo che ci diano la sede deliberante».

Nella seduta di questa mattina sono passati anche tre ordini del giorno: il primo prevede che il ministero delle Pari Opportunità possa indicare, con un regolamento, alle aziende che vogliono anticipare i tempi come farlo; il secondo prevede che la Civit sia l’organismo ce controllerà l’applicazione della legge da parte delle società pubbliche; il terzo prevede agevolazioni fiscali per le aziende per sostenere i costi delle assemblee straordinarie che dovranno tenersi per modificare gli statuti.

da www.unita.it

«La scuola è il segreto del successo», di Barack Obama *

Ho fatto qui in Massachusetts (il presidente parla agli studenti della TechBoston, ndr) parte dei miei studi.

Ero più giovane, non avevo capelli grigi, allora non c’erano lavagne intelligenti e la tecnologia più eccitante era quella della matita elettrica.

I tempi sono cambiati. Sapete per caso cosa sono le matite? Voi, ragazzi, usate le matite? Sono grato a Melinda Gates, ed al marito Bill, entrambi leader straordinari della riforma dell’educazione. Microsoft e la Fondazione Gates sono stati a fianco di TechBoston sin dall’inizio e io sono grato a loro per questo. Sono fiero di loro. Ora siamo nel mese che la Casa Bianca ha dedicato all’educazione e sono voluto venire qui affinché il resto dell’America possa vedere cosa avete fatto. Siete un modello per tutti. Avete un corpo di insegnanti d’eccezione, ogni studente può studiare ed avere successo, indipendentemente da chi sia e da che aspetto abbia. Riuscire ad avere la migliore educazione possibile non è mai stato tanto importante quanto in questo momento, ed il motivo è che oggi un buon posto di lavoro richiede una buona formazione. Viaggio attraverso la nazione, visito le fabbriche e le aziende. Non importa quale lavoro sia, ma se non si ha una buona educazione non si riesce ad avere successo. Nei prossimi dieci anni quasi la metà di tutti i nuovi posti di lavoro richiederanno un’educazione superiore alla licenza delle scuole superiori. Purtroppo la realtà è che troppi studenti oggi non sono sufficientemente preparati. Troppi lasciano la scuola senza avere le competenze necessarie per un posto di lavoro che paghi. Oggi un quarto degli studenti d’America non finisce le scuole superiori. La qualità della nostra formazione in matematica e scienze è inferiore a quella di altre nazioni. L’America è scivolata al nono posto nella classifica dei Paesi per numeri di laureati. Eravamo primi, ora siamo noni. Non è accettabile.

La maniera più efficace per creare posti di lavoro in America è cambiare queste statistiche. Non c’è politica economica migliore di quella che produce più laureati con le competenze necessarie per avere successo, fondando nuove aziende e creando le loro Microsoft. Per questo la riforma dell’educazione è la responsabilità di ogni singolo americano. Ogni genitore, ogni insegnante, ogni imprenditore, ogni funzionario pubblico ed anche ogni studente. Ciò di cui abbiamo bisogno sono standard più alti: più tempo passato in classe, più attenzione per materie come matematica e scienze. Abbiamo bisogno di insegnanti straordinari che siano anche leader flessibili e rispondano dei risultati che ottengono. Sono tutti ingredienti che qui a TechBoston voi avete. Gli studenti ricevono un computer appena varcano la soglia dell’entrata. Certo, costa denaro ma apre anche una finestra all’apprendimento. Se vogliamo prosperare nel XXI secolo, se vogliamo tenere vivo l’American Dream, dobbiamo crescere assieme per poter garantire a tutti i nostri figli la stessa educazione di livello mondiale che voi ricevete qui al TechBoston. Fino a quando sarò presidente mi batterò per questo.

*dal discorso pronunciato alla TechBoston Academy di Boston, Massachusetts.

da La Stampa

«Napolitano: "Basta donne oggetto serve un rinnovamento morale"», di Umberto Rosso

Il governo frena le “quote rosa”. Schifani: 8 marzo goliardico

ROMA – Donne ancora «oggetto», vittime dell´immagine distorta prodotta dai modelli del consumismo. Al punto che, se da soggetto diventano invece quasi “una cosa”, contro di loro «si propiziano comportamenti aggressivi che arrivano fino al delitto». E la parità con gli uomini, nonostante i grandi passi avanti compiuti? «Resta lontana», constata Giorgio Napolitano. Un discorso forte, duro, “femminista”, che strappa applausi a scena aperta al Quirinale, dove il presidente della Repubblica ha invitato una platea quasi tutta al femminile per celebrare l´8 marzo. Con poca retorica e molta “denuncia” sul potere, maschile, che ancora nega alle donne l´accesso ai vertici in troppi settori-chiave del nostro paese. Il capo dello Stato ne indica alcuni: il «divario di genere» pesa nella rappresentanza politica, nei media, in qualche carriera pubblica, nella conduzione delle imprese. Ricorda il «divario» e le «strozzature» che condizionano l´accesso al lavoro, soprattutto per le ragazze. E se sono le donne stesse che «devono agire da protagoniste» nel condurre fino in fondo la marcia verso la parità, «gli uomini non sono esentati dal dovere di comportarsi come loro validi e solidali compagni».
Però, mentre dal Quirinale sale la richiesta di un´inversione di marcia, al Senato ecco la sorpresa dello stop alle quote rose nei consigli di amministrazione delle aziende: il governo vota contro in commissione alla proposta di far scattare l´operazione dal 2015, rinviando al 2021 l´obbligo di riservare un terzo dei posti in cda. L´opposizione protesta, mal di pancia anche all´interno della maggioranza, si evita per un soffio il voto che avrebbe mandato il governo sotto. Si ricomincia stamattina.
Colle ieri “in rosa” – cambio della guardia affidato solo alle soldatesse, mimose nel Salone dei corazzieri, croce di cavaliere a Franca Valeri – per celebrare la Giornata internazionale della donna, che quest´anno si intreccia con i 150 anni dello Stato unitario. Napolitano ripesca così pure le memorie di Garibaldi sulle eroine che fecero l´Italia, e con citazione di un Mazzini d´epoca ma già molto avanti visto che ai suoi uomini scriveva «cancellate dalla vostra mente ogni idea di superiorità sulle donne, non ne avete alcuna…». Ma, naturalmente, è la foto di gruppo delle donne nell´Italia di oggi che sta a cuore al capo dello Stato. Grandi progressi, negli ultimi cinquant´anni, ma per raggiungere quella che Napolitano definisce una «parità sostanziale» bisogna cambiare una «cultura diffusa». Incidere sulla concezione del ruolo della donna, sugli squilibri «persistenti e capillari nelle relazioni tra i generi». E soprattutto proprio su quella immagine consumistica che, «riducendo la donna da soggetto ad oggetto», mette in moto dei meccanismi terribili, che arrivano appunto fino alla violazione del corpo delle donne. I ministri del centrodestra Gelmini, Carfagna, Meloni, applaudono. E in quelle parole si riconoscono in pieno anche i vicepresidenti del Senato Bonino e della Camera Bindi, del centrosinistra. Il presidente del Senato Schifani, che parla in quegli stessi momenti a Palazzo Madama, pensa invece che ormai la festa della donna sia «più goliardica che celebrativa, visto che l´eccellenza femminile ce la fa da sola».

da la Repubblica

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“Non siamo tema di serie B è ora di chiedere alla politica il 50% della rappresentanza”, di Cinzia Sasso

Camusso: il berlusconismo mercifica tutto. Le ragazze ci raccontano che oggi la vera forma di contraccezione è la precarietà

MILANO – Per l´occasione, ha messo un tailleur, le scarpe tacco cinque, come al solito. Anche se al solito sono nascoste dai pantaloni. Susanna Camusso, 55 anni, madre di una figlia di 22, archeologa mancata e primo segretario generale del più grande sindacato italiano, esce radiosa dall´incontro con il capo dello Stato. «Ho sentito parole che mi hanno aperto il cuore: dignità, ma anche lavoro, autonomia, libertà, protagonismo».
Da quattro mesi la Cgil ha un segretario donna. Che oggi è salita al Quirinale. È un bel simbolo.
«Io non mi sento un simbolo, però capisco che in questa stagione di degrado sia una cosa importante. È simbolico che il sindacato abbia un segretario donna; non è simbolica Susanna Camusso».
Le donne del centrodestra dicono che questo è un governo amico delle donne.
«Penso a quello che hanno fatto, giudichino gli altri. Il primo atto è stato la cancellazione della legge sulle dimissioni in bianco; hanno portato la pensione a 65 anni senza dare alle donne altri strumenti; hanno tagliato la scuola e sappiamo sulle spalle di chi va a finire; hanno cancellato il fondo delle politiche sociali; hanno fatto una legge inaccettabile sulla fecondazione assistita; per la social card obbligano a dire “io sono povera”… Non mi viene in mente altro che abbiano fatto. E poi c´è il discorso sulla cultura che hanno alimentato: il berlusconismo è l´emblema della mercificazione, tutto è comprabile, anche il rapporto con le persone».
Dicono anche che la manifestazione del 13 febbraio era una gara di insulti delle donne di sinistra.
«Vicino a me in piazza c´erano Giulia Buongiorno e una suora, c´erano tante voci diverse. Se un milione di donne dice che non possiamo essere la berlina del mondo, non sono tutte di sinistra».
Che cosa si potrebbe fare per aiutare davvero le donne?
«Intanto bisogna chiarire che far andare avanti le donne vuol dire far andare avanti il Paese e questo è il momento giusto per cambiare il modello del passato che è fallito. Le donne generano lavoro, l´occupazione femminile è un fattore di crescita, una ricchezza per il Paese. Un soggetto nuovo è più ricco, ha più voglia di vivere e progettare. I nostri obiettivi sono chiari: ci batteremo per ripristinare la legge contro le dimissioni in bianco; per garantire un lavoro non precario; per difendere la maternità, e le ragazze oggi raccontano che la vera forma di contraccezione è la precarietà. E ci vuole una norma sulla paternità obbligatoria».
C´era una proposta di legge sulle quote rosa nei cda che però è bloccata e scarnificata.
«Le quote sono uno strumento utile perché obbligano a “liberare dei posti”, di suo nessuno si fa da parte. Emma Marcegaglia dice che non va bene: ma è il solito schema, alle donne si chiede quello che negli uomini viene dato per scontato: intelligenza, competenza… Penso che anche la rappresentanza politica dovrebbe essere paritaria, 50 e 50».
Può il sindacato, fatto di uomini e donne, portare avanti obiettivi come questi?
«Bisogna smettere di considerare il tema delle donne di serie B. Di fronte a qualsiasi questione bisogna pensare che ci sono due punti di vista, anche nella politica sindacale. Stiamo ancora lavorando con lo schema che il maschile è neutro, invece il maschile è maschile e questo è fondamentale. Mi chiedo: perché le strade sono considerate infrastrutture e gli asili no? Perché abbiamo fatto tanta strada ma tanta ancora ne manca, la famiglia in Italia è ancora vissuta come delega, non come responsabilità reciproca».
Lei sembra una donna di ferro. Ha qualche paura?
«Ho una grande preoccupazione per il nostro Paese, per le profonde divisioni che vedo. Non c´è mai stata una fragilità così forte della nostra classe dirigente».
C´è la politica nel suo futuro?
«Mi rende isterica la ricerca del papa straniero. Il mio oggi è un lavoro e una passione. Ho imparato a fare questo e penso che ognuno debba fare quello che sa fare bene. E poi non c´è una politica forte se non c´è una rappresentanza sociale forte».
Il 6 maggio sarà il suo primo sciopero generale.
«È una straordinaria scelta di responsabilità. Siamo molto preoccupati e ci pare che nessuno si stia prendendo la responsabilità di fare qualcosa. Fisco e lavoro sono le due leve da cui partire. E penso che l´Italia sia un paese straordinario con una grande capacità di rimettersi in moto. Io ci credo: si può. E la Cgil farà la sua parte».

da la Repubblica

Carburanti, Bersani: inaccettabile che governo non intervenga su aumenti

Benzina a prezzi record. Il segretario PD: “Tremonti riduca accise applicando norma governo Prodi. Nei bilanci delle famiglie e delle imprese sta pesando sempre di più l’aumento dei carburanti”. “E’ inaccettabile che il governo non intervenga sugli aumenti dei carburanti. Il ministro Tremonti riduca le accise applicando la norma del governo Prodi”. Lo chiede il segretario del PD, Pier Luigi Bersani.

“Forse in mezzo a tanti diversivi dovrebbe essere finalmente possibile occuparsi di qualche problema reale del Paese – spiega Bersani – Nei bilanci delle famiglie e delle imprese sta pesando sempre di più l’aumento dei carburanti, che d’altra parte sta facendo incassare più soldi allo Stato mediante l’Iva. Bisogna neutralizzare questo circuito che rende l’esecutivo compartecipe di un aggravio di costi per i cittadini. Chiediamo da tempo che si applichi la norma prevista dal governo Prodi con la Finanziaria del 2008
che consente, con un semplice decreto del ministro dell’Economia, di rimodulare le accise ogni trimestre utilizzando a copertura l’extra gettito dell’Iva.

Più in generale è tempo che si intervenga per alleviare l’impatto sulle famiglie dell’aumento dell’inflazione che stiamo registrando e di interrompere l’alleanza del governo con interessi corporativi. Occorre intervenire sul sistema dei prezzi, dai farmaci ai carburanti, alle assicurazioni, ai trasporti, per fare in modo che i redditi, già indeboliti, non si decurtino ulteriormente a danno del livello di vita dei cittadini e dell’andamento dei consumi”.

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