Cento anni ci separano dall’incendio (25 marzo 1911) nella camiceria “Triangle Shirtwaist”, a New York, nel quale morirono centoventinove ragazze, perlopiù immigrate. Da quel sacrificio discende la “giornata della donna”, celebrata l’8 marzo. e in questi cento anni certo le conquiste politiche, civili e sociali delle donne sono state tante, eppure… Eppure, in Italia la strada da percorrere è ancora lunga: siamo il fanalino di coda per il divario di genere, in Europa e a livello internazionale, addirittura al 72esimo, posto dopo il Kazakhistan e il Ghana. E le scelte del Governo Berlusconi hanno fatto compiere un ulteriore, gigantesco passo indietro alle politiche di welfare, alla partecipazione femminile al mercato del lavoro, alla dignità della donna: ma chi regredisce, in questo modo, non è solo la condizione femminile, bensì il tasso di civiltà e di democrazia dell’intero Paese”, lo dichiarano i deputati Manuela Ghizzoni, Ivano Miglioli, Giulio Santagata e Ricky Levi.
I dati parlano chiaro. Dai 727 milioni di euro in 3 anni stanziati dal Governo Prodi nel 2007 per la costruzione di nuovi asili nido si è passati all’azzeramento delle risorse per i servizi all’infanzia. Il Fondo per le politiche sociali può contare quest’anno solo su 273 milioni contro i 929 del 2008, per non parlare delle politiche per la famiglia, i cui stanziamenti sono ridotti a 52 milioni contri i 346 di tre anni fa. Zero euro quest’anno per i non autosufficienti che solo l’anno scorso potevano contare su 400 milioni, mentre il Fondo per le politiche giovanili è passato dai 94 milioni del 2008 ai 32 per il 2011.
Mentre il Partito Democratico ha continuato a sostenere gli investimenti in questi settore, in coerenza con quanto attuato nel corso della legislatura precedente, il Governo Berlusconi ha colpito in maniera specifica il sistema di welfare, che sostiene in primo luogo le donne, la loro possibilità di occupazione e di una vita autonoma.
Non è quindi un caso se nel 2009 sono state ben 18.000 le donne che hanno lasciato volontariamente il lavoro nel primo anno di vita del bambino (tasso di abbandono del lavoro del 27,%), per il mancato accoglimento al nido del neonato e la impossibilità a conciliare tempi di cura e tempi di lavoro. Per la verità non è possibile sapere quante delle 18.000 lavoratrici sono state costrette a firmare le dimissioni; è certo che, dopo l’abrogazione voluta dal Governo Berlusconi della legge n.188 del 2007, il fenomeno delle dimissioni in bianco è esploso nuovamente, soprattutto tra le piccole e medie imprese, dove, alle donne, al momento dell’assunzione vengono fatte firmare le dimissioni da utilizzare in caso di eventuale maternità della lavoratrice.
In queste condizioni non deve meravigliare se in Italia il numero delle donne occupate si arresta al 46,4 % contro il 60 %, che si sarebbe dovuto raggiungere ben due anni fa, secondo gli obiettivi stabiliti dall’Unione Europea, e se a parità di mansioni con i colleghi uomini le donne guadagnano di media il 25-30% in meno.
Nel mondo del lavoro è poi la precarietà a colpire le donne. Secondo una recente ricerca, la quota di donne iscritte alla gestione separata dell’Inps si aggira intorno a 480 mila, eppure la quasi totalità, pari a 430 mila, intrattiene rapporti di collaborazione con un solo committente. La loro permanenza nei contratti atipici ha effetti devastanti sui salari e sulle tutele economiche e sociali. Il Partito democratico ha presentato diverse proposte di legge per estendere al personale precario ammortizzatori sociali, diritto alla maternità e congedi parentali. Tutte iniziative bocciate dal Governo che si è limitato soltanto a misure una tantum e per una platea ristretta di beneficiari.
La maternità non deve essere un ostacolo per le donne che lavorano, pertanto occorre intervenire sull’indennità (che ora varia secondo il tipo di contratto) e sul congedo parentale. Il PD chiede che l’indennità di maternità sia uguale per tutte le donne, cioè pari al 100% della retribuzione a carico della fiscalità generale e a 5 mesi di congedo per tutte le lavoratrici, e che almeno per un tempo minimo, il congedo parentale sia obbligatorio per i padri, e che ne sia elevata anche la percentuale di salario percepita. Ma altrettanto necessario è poter usufruire di forme lavorative flessibili. In questo senso l’art. 9 della legge 53/2000 per il sostegno alla maternità e paternità è stata una grande conquista: forme flessibili di orario, banca delle ore, telelavoro, contributi ai datori di lavoro per incentivare la conciliazione tra tempi di lavoro e i tempi di vita. Anche in questo caso, nonostante le forti pressioni del gruppo del PD, il Governo Berlusconi non ha stanziato un euro per sviluppare e diffondere queste importanti misure. Ma non è l’unico caso di colpevole disattenzione nei confronti del lavoro femminile: infatti non sono stati rifinanziati né il Fondo per la finanza d’impresa in favore dell’imprenditoria delle donne, né il credito di imposta per le aziende del Sud per ciascuna lavoratrice assunta con contratto a tempo indeterminato. Nonostante le ipocrite dichiarazioni del ministro Carfagna, quanto di positivo il Governo Prodi aveva varato in favore dell’occupazione femminile è stato totalmente disatteso. Analogo atteggiamento si deve registrare per le politiche di contrasto alla violenza alle donne. Nel mondo 1 donna su 3 è stata, o è destinata ad essere, vittima di violenza fisica, sessuale o psicologica mentre il 70 % delle donne assassinate muore per mano di parenti. L’Italia non fa eccezione. L’approvazione della legge sullo stalking (molestie insistenti), promossa dal PD, rappresenta un indiscutibile passo in avanti, ma del tutto insufficiente perché non si accompagna ad un profondo processo culturale di sanzione sociale della violenza alle donne, di prevenzione del fenomeno e di tutela e assistenza delle vittime. Peraltro, tutti aspetti estranei alla nuova legge sulla violenza sessuale promossa dal ministro Carfagna, che dopo l’approvazione alla Camera è ferma alla commissione Giustizia del Senato da più di 18 mesi. Evidentemente, la tutela della donna è superata, in priorità politica, dalle norme a tutela di una sola persona, il Premier. Inoltre, la riduzione dei trasferimenti di risorse pubbliche dallo Stato sta mettendo a rischio la funzionalità di molti centri antiviolenza, da sempre in prima linea in difesa delle donne che hanno subito violenza, fisica e psicologica.
Il Partito Democratico è fortemente impegnato per recuperare il tempo inutilmente perduto e per impedire ogni altro arretramento nella condizione femminile. Lo farà insieme alla donne che il 13 febbraio, a migliaia, hanno pacificamente invaso le pizze d’Italia per rivendicare la dignità del Paese e reclamare quel protagonismo da troppo tempo a loro sottratto.
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Potere, cultura e sentimenti i sogni per un'Italia diversa
Come può cambiare il Paese e cosa sarebbe bello che succedesse per rendere migliore la condizione femminile? Ecco quello che immaginano e vorrebbero per il domani giornaliste, scrittrici, studiose e filosofe
Nadia Urbinati. Una donna premier e un’altra immagine
Il peso sociale delle donne è cresciuto enormemente in questi decenni, non così quello politico. L’Italia rappresenta al meglio questa sproporzione. Ma con più donne in politica cambierebbe la politica italiana? Cambierebbe qualcosa se l’Italia avesse un presidente del Consiglio donna? Non esiste innocenza per diritto naturale; le donne sono attori responsabili e altrettanto capaci degli uomini di lasciarsi irretire dal potere. Però, quale cambiamento simbolico e di immagine! Un’utopia. Ma forse non è utopistico pensare di fare dell’8 Marzo un’occasione per augurare alle donne in Parlamento e nel Governo che sentano la responsabilità del loro ruolo. Il premier ha costruito il suo potere anche grazie a molte di loro, che ancora oggi gli sono fedelissime – la fedeltà a un capo é disonorevole in una democrazia, dove dovrebbe valere solo la rispondenza alla legge e agli elettori. Sarebbe bello che con un moto d’orgoglio vi riprendeste l’autorità di giudizio e rovesciaste la rappresentazione delle donne che il “pubblico” italiano ha introiettato in questi decenni: donne spesso da vendere, sempre madri, qualche volte colleghe in seconda, spesso a caccia dell’uomo potente. Sempre in posizione subordinata e vile. L’8 marzo si celebri l’autonomia e l’autostima.
Benedetta Tobagi. Nuove opportunità e saggezza antica
A scuola non resta che l’ora di educazione fisica a separare maschi
e femmine, e mai le donne italiane sono state così libere di vivere, amare, lavorare, procreare. Almeno in teoria. Stereotipi mortificanti, dilemmi insolubili, aspettative sociali schizofreniche pesano ancora come macigni: devi essere tutto, non sei abbastanza – e attenta, che spaventi gli uomini! Come raccapezzarsi in questo labirinto? Come imparare a essere donna senza cacciarsi in nuove trappole, scambiandole magari per libertà? Sogno che la tv la smetta di piantare bombe a orologeria nella testa delle ragazzine (e intanto ringrazio chi gira nelle scuole per disinnescarle). Sogno che le donne non debbano patire l’invidia di altre donne che dovrebbero educarle anziché far pagare loro le proprie frustrazioni. Che le “madri dell’anima” soppiantino le madri-maitresse. Sogno che dal fiume della saggezza antica riaffiorino immagini attraverso cui una ragazza possa imparare tutte le donne che porta dentro, scoprire i propri desideri, evitare la scure di Barbablù e la tentazione di Scarpette rosse, sfuggire all’avidità dei predatori con le pelli d’orsa di Artemide e riprendersi con Afrodite la gioia del sesso che non serve ad ottenere soldi o potere e nemmeno rassicurazioni.
Michela Marzano. Un futuro rosa è possibile
Si era trasformato in un appuntamento per happy few. Poche persone che, un po’ per abitudine, un po’ per dovere, continuavano a festeggiarlo per ricordare le conquiste sociali, politiche ed economiche degli anni Sessanta e Settanta. Proprio mentre la realtà ci stava travolgendo, trasformando le donne in comparse sempre più marginali di un copione per soli uomini. Ma qualcosa è cambiato e questo sembra un nuovo 8 marzo. Le donne sono stanche di ascoltare tutti quelli che continuano a pretendere che il “secondo sesso”, più fragile e meno sicuro di sé, non ha altro che la bellezza per farsi notare. Non si accontentano più delle briciole. Vogliono che la situazione, in Italia, migliori davvero. Che la libertà e l’uguaglianza non siano più semplici parole, ma diventino “vita, politica e realtà”. Che gli sforzi che tante di loro fanno siano realmente riconosciuti, valorizzati, ricompensati… È anche per questo che, nonostante le minacce e gli insulti, sono state più di un milione a manifestare in tutta Italia il 13 febbraio. Giovani e meno giovani. Madri e figlie. Eterosessuali ed omosessuali. E che, nonostante le battute sarcastiche di chi non ne vuol proprio sapere di queste “radical chic” che dovrebbero smetterla di creare inutili problemi, saranno tantissime a festeggiare con i propri mariti, amici e figli l’8 marzo di quest’anno in Italia. Spettacoli, conferenze, dibattiti, manifestazioni… Per la prima volta dopo tanto tempo, la festa delle donne non è più solo un giorno per commemorare le lotte e le conquiste femminili, ma un appuntamento centrale per cominciare a trasformare la società. Non più solo un modo per dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, ma anche e soprattutto per spiegare quello che vogliamo, sogniamo, speriamo… A cominciare dal nostro corpo. Non tanto (e non solo) per riprendere gli slogan degli anni Settanta che già sottolineavano l’importanza, per ogni donna, di disporre liberamente del proprio corpo. Ma soprattutto perché, in questi ultimi tempi, il corpo femminile è diventato un vero e proprio campo di battaglia su cui ci si accanisce senza tregua. Come se, per la donna, l’unica possibilità di esistere fosse quella di “incarnare” la perfezione. Certo, esistono come sempre delle eccezioni. Come quando Glamour pubblicò le foto della modella “normale” Lizzi Miller, che sfoggiava con orgoglio i suoi 79 chili. Allora furono centinaia di migliaia le lettrici che scrissero alla redazione del giornale: “Finalmente una donna vera, una come noi!” Ma si trattò solo di un istante di sollievo. Prima di ripiombare nella routine, e soffocare di nuovo sotto il peso delle norme. Essere, apparire, controllare… nel nome delle immagini! Eppure sarebbe bello “liberare” definitivamente il corpo delle donne. Non liberarsi dal corpo, come hanno preteso per secoli i filosofi. Perché, nonostante tutto, il corpo c’è. È nel corpo e grazie al corpo che ciascuno di noi è nato, vive, muore. È nel corpo, e per suo tramite, che si incontrano gli altri, si esprimono le proprie emozioni, si manifestano i propri sentimenti. Ma liberare per sempre il corpo femminile dalle aspettative e dagli stereotipi di genere. Questa sarebbe la vera libertà. Il primo passo per l’uguaglianza. Indipendentemente dalla dittatura del gusto, dalle ingiunzioni sociali, dalle norme culturali. Per poter scegliere se vestirsi di rosa, di nero o di giallo, non perché “si fa” o di “deve”, ma semplicemente perché si ha voglia di farlo. Per decidere se essere conformi o ribellarsi, senza che qualcuno ne tragga immediatamente le conclusioni che impone il bon ton. E smetterla, una volta per tutte, di ridurre la donna ad un semplice corpo-immagine…
Melania Mazzucco. Che nessuno giustifichi la violenza quotidiana
Non è un sogno. Miserabili azioni si compiono ogni giorno nelle famiglie italiane, nelle case, nelle automobili, nei luoghi in cui ci limitiamo a compiere l’esercizio quotidiano dell’esistenza. Succedono talmente spesso e a talmente tante donne – e uomini – da diventare numeri, per statistiche sociologiche, irrilevanti. Picchiare una donna per gelosia, per timore di perderla o di essere perso, per imporre rispetto, mandarla al pronto soccorso e costringerla a vergognarsi di avere accettato i calci, i pugni e gli insulti – a sentirsi meritevole di punizione e perciò a tacere e a rendersi complice. Perseguitare la ex moglie o la ex convivente che se n’è infine andata, negarle un futuro e, quando la riconciliazione appare ormai impossibile, aggredirla, magari accoltellarla. Difendere un figlio che ha stuprato un’amica, una compagna di scuola, una ragazza conosciuta in discoteca, giustificandolo perché lei era consenziente mentre lui è sempre stato un bravo ragazzo. Cose che capitano. Ma fino a quando? Finché non sembreranno – non a chi le subisce, ma a chi le commette – scandalose, ributtanti, imperdonabili. Non è un sogno, è una pretesa.
Natalia Aspesi. Realizzare i desideri tra figli e lavoro
Se le mogli non riuscivano ad avere figli era solo colpa loro ed erano donne mancate. Se le donne diventavano madri senza essere sposate erano disonorate e i genitori cacciavano di casa. Se le donne non volevano quel figlio e tentavano clandestinamente di interrompere la gravidanza potevano morire. Le mogli allevavano da sole i figli ma la patria potestà era del marito. Il solo scopo delle donne era essere madri rinunciando ad essere donne. Il rapporto delle donne con la maternità è sempre stato gestito e approvato da leggi, idee, paure, maschili. Ma le donne molto hanno ottenuto e ancora più sognano. Vorrebbero, alla rinfusa: essere persone prima che madri; scegliere di essere o non essere madri; accedere alle tecniche di inseminazione eterologa; essere aiutate sin dall’adolescenza a non trovarsi madri per puro caso; essere madri di quanti figli desiderano senza dover rinunciare alla carriera o scegliere di rinunciarci per essere del tutto madri; avere accanto un uomo-padre come loro sono donna-madre, malgrado il lavoro e l’organizzazione domestica; essere madri di figli maschi e saperli far crescere affinché imparino ad amare, rispettare, aiutare le donne della loro vita; essere madri di figlie femmine che imparino a rispettare il proprio corpo, la propria intelligenza, il proprio valore, impedendo a chiunque di irriderle perché in grado di star sedute sulla propria fortuna.
Miriam Mafai. Conquistare il successo senza trucchi né colpe
Corri, bambina, corri…, tu che hai buona la testa, le gambe e il cuore. Corri senza rallentare davanti agli ostacoli, alla stanchezza, alla nostalgia (che pure talvolta ti coglie) del tempo della lentezza e della protezione. Corri per arrivare dove avevi deciso, per soddisfare il tuo sogno e la tua ambizione. La modestia, la rinuncia alle proprie ambizioni, se pure riuscirono, segretamente, a nutrirle, fu il connotato delle donne delle generazioni che ti hanno preceduto, donne educate alla modestia e alla rassegnazione, a mettersi al servizio dell’ambizione del maschio della famiglia, fosse il marito, il fratello, il figlio. Tu sei diversa, tu hai deciso di arrivare dove ti sei proposta. Tra le donne che oggi hanno successo, molte portano nomi illustri. Hanno successo, dunque, per diritto ereditario. Tu non hai un nome illustre, né una famiglia importante alle spalle, ma hai buona la testa, le gambe e il cuore. E hai diritto a correre, e ad arrivare prima se la corsa non sarà truccata. Noi, della generazione che è venuta prima di te, una generazione che si è impegnata nella corsa, che spesso ha vinto, che più spesso ha perso, ti daremo una mano, se ce la chiederai. Ma tu devi sapere che hai diritto a una corsa non truccata, che hai diritto al successo.
La Repubblica 08.03.11
"In dieci anni fuori 270 mila prof", di Alessandra Ricciardi e Franco Bastianini
Secondo una stima di ItaliaOggi, entro il 2021 i pensionamenti libereranno circa il 40% di posti. Solo nel 2012 saranno 38 mila le cattedre senza titolare. Sarà un’occasione epocale. Per immettere nella scuola insegnanti giovani, per realizzare quella riforma del sistema che passa attraverso un nuovo reclutamento e nuove leve, così come da tempo auspicano le principali rilevazioni internazionali. Secondo una stima fatta da ItaliaOggi, sulla scorta di dati ministeriali, nei prossimi dieci anni si libereranno a causa dei pensionamenti circa 270 mila posti: tanti sono i docenti che arriveranno entro il 2021 al compimento dei 65 anni d’età.
Solo il prossimo anno 2011/2012 saranno 38 mila le cattedre senza titolare negli organici di diritto, tra quelle mai coperte e quelle che si renderanno libere grazie alle uscite previdenziali. Come riassunto nella tabella in pagina, i posti vacanti sono 31 mila, i pensionati saranno 27 mila. A questi vanno sottratti i circa 20 mila tagli che andranno in scena il prossimo settembre, l’ultimo tributo al piano triennale di razionalizzazione della spesa nella scuola (radiografato nell’altra tabella che si pubblica) avviato dal ministro dell’economia, Giulio Tremonti, con il decreto legge 112/2008. Che alla fine totalizzerà oltre 87 mila posti cassati. C’è anche la variabile dei circa 10 mila esuberi, che potranno ma solo parzialmente essere riassorbiti, con un minimo di mobilità, grazie ai pensionamenti. E partiamo dalle stime sui pensionamenti. Nel decennio 2011/2021 è possibile stimare, con tutte le cautele del caso, che cesseranno dal servizio per raggiunti limiti di età o per conseguimento del quarantennio di servizio indicativamente 270 mila docenti di cui 27 mila della scuola per l’infanzia; 75 mila della scuola primaria;70 mila della scuola secondaria di primo grado; 88 mila della scuola secondaria di secondo grado e 10 mila personale educativo. A partire dal 1° settembre 2011 le cessazioni dovrebbero aggirarsi intorno a 25 mila docenti. Per i successivi due anni e, quindi, fino al 2013, anno entro il quale saranno soggetti a verifica i requisiti per accedere al trattamento pensionistico di anzianità, come previsto dalla legge n. 247/2007, il numero delle cessazioni potrebbe subire alcune riduzioni (indicativamente intorno a 22 mila unità annuali). Dal 2014, in previsione di un probabile innalzamento dell’età anagrafica (quello relativo alle quote per l’accesso alla pensione), per il trattamento pensionistico di anzianità il numero delle cessazioni dal servizio potrebbero scendere inizialmente a 20 mila per poi ricominciare a risalire di un paio di migliaia di unità per ogni anno fino al 2017. Dal 2018 al 2021 dovrebbero cessare dal servizio per raggiunti limiti di età i rimanenti 100 mila docenti. Su un organico di diritto, senza nuovi tagli, che si assesta sulle 660 mila unità, vi sarebbe dunque un 40% di posti da coprire.
Uno sfoltimento della pianta organica che è atteso sotto vari punti di vista. Se prima sia accennava alle richieste di ringiovanimento della classe docente, c’è da fare i conti anche con le aspettative di essere finalmente assunti dei migliaia a di docenti precari, iscritti da anni, a volte anche decenni, nelle graduatorie permanenti: sono circa 240 mila. Il che vuole dire che, fermo restando che ci possa essere una piena corrispondenza tra offerta e fabbisogni formativi, non ci sarebbero spazi per nuove assunzioni. Ma è assai difficile credere che un governo di centrodestra, ma forse anche di centrosinistra, voglia rinunciare del tutto a immettere nuova linfa. Quali saranno le opportunità di lavoro in prospettiva per vecchi e nuovi docenti spetterà alla politica deciderlo. E sarà una scelta che creerà scontento in ogni caso.
ItaliaOggi 08.03.11
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Emilia Romagna. Scuola, l’anno prossimo -881 docenti. I sindacati: a rischio inglese e tempo pieno
La Flc-Cgil: « Aumenterà il numero di alunni per classe. E già ora alle superiori ce ne sono da 32-34 studenti» Nuovo allarme dei sindacati sulla scuola. Nell’anno scolastico 2011-12 in Emilia-Romagna ci saranno 881 posti da insegnante in meno e 606 da personale Ata in meno.
La Flc-Cgil parla di «emergenza» e chiede l’aiuto della Regione: «Ha il dovere di intervenire». Siamo di fronte a un quadro «drammatico», dice il segretario Raffaella Morsia, una situazione che riduce «allo stremo» l’intero sistema dell’istruzione. A rischio, per il sindacato, il tempo scuola e il numero di alunni per classe «che non rispetterà i parametri fissati dallo stesso Ministero», visto l’incremento demografico: sono previsti 7.235 alunni in più.
Rispetto al quadro regionale, il taglio di 881 docenti significherà un -2,28% (la media nazionale è del 3.17%): «Salterà completamente il discorso relativo all’insegnamento della lingua inglese nelle primarie – spiegano dal sindacato – le nuove richieste di tempo pieno non verranno neanche prese in considerazione, oltre al rischio per quello già in atto. E le classi imploderanno». Tanto più che già quest’anno «alle superiori ci sono classi con 32-34 studenti».
Il Corriere della Sera 08.03.11
"Più rispetto per il corpo, più diritti sul lavoro", di Anais Ginori
Le quote rosa per dare un aiuto all’uguaglianza tra generi. Il Parlamento sta per approvare quelle nei consigli d’amministrazione. Un segnale importante per una festa dell’8 marzo che, quest’anno più che mai, ha il sapore della protesta. “Why not?”. Malvolentieri, turandosi il naso, con un po’ di rabbia dentro. Le quote rosa 1 avanzano, nonostante tutto. Anche le più reticenti hanno dovuto mettere da parte l’orgoglio e ammettere che, sì, oggi serve il fatidico “aiutino” per raggiungere la parità. “Perché no?” chiosa Viviane Reding, vicepresidente della Commissione europea, portavoce della nuova battaglia a livello del continente. I sondaggi parlano chiaro: dopo la violenza, la discriminazione sul lavoro è il tema più sentito dalle donne in Europa. E le quote di genere, come sarebbe giusto chiamarle, sono popolari soprattutto tra le giovani, consapevoli di non avere le stesse opportunità professionali dei loro coetanei.
Dopo la Norvegia e l’Islanda, anche la Spagna, la Francia, l’Olanda hanno approvato delle leggi per riequilibrare la componente femminile nei consigli di amministrazione delle aziende quotate in Borsa. Altri progetti sono al vaglio in Germania, Gran Bretagna, Austria, Belgio. Un movimento di opinione pubblica così forte che persino l’Italia ha dovuto adeguarsi. Proprio in occasione della Festa della Donna, il parlamento potrebbe finalmente approvare la legge in discussione da oltre un anno. Molti dei buoni propositi iniziali si sono persi durante il dibattito: i tempi per l’applicazione sono stati allungati mentre le sanzioni per le imprese sono diminuite. Ma l’approvazione bipartisan
rimane pur sempre un segnale. Questo sarà infatti l’anno decisivo. “In un mondo ideale – spiega Reding – le imprese dovrebbero volontariamente scegliere più donne nei posti di comando. Ma se non lo faranno, dal 2012 sanciremo l’obbligo di rispettare questo principio”.
In Europa, le donne costituiscono appena il 12% dei consiglieri di amministrazione delle società quotate in Borsa e solo il 3% degli amministratori delegati. Le cifre variano da un Paese all’altro, passando dal 26% nelle aziende svedesi o finlandesi al 2% di Malta. Molto bassa anche la percentuale in Italia, che è quartultima della lista Ue, dopo Portogallo e Grecia e che precede solo Cipro, Lussemburgo e Malta. Ma quello che preoccupa di più, sostiene il commissario alla Giustizia Reding, è l’andamento: la presenza femminile aumenta in media di mezzo punto all’anno. “Con questo ritmo, aspetteremo ancora mezzo secolo prima di raggiungere la parità”.
Il bastone e la carota. Nell’ultimo rapporto sul “gender equality”, la Ue ricorda che le aziende con una forte presenza femminile nei cda hanno registrato migliori performance rispetto alle società con solo “quote azzurre”. Anche in Italia molti studi hanno dimostrato che le aziende guidate dalle donne hanno accresciuto più velocemente il fatturato, aumentato il margine lordo, chiuso più frequentemente l’esercizio in utile. E inoltre denotano un livello di rischio non certo superiore a quello delle aziende maschili. “Sono convinta che le Lehman Sisters non avrebbero potuto fallire” ironizza Reding che ha lanciato un ultimatum alle imprese europee. “L’8 marzo 2012, la Commissione valuterà se saranno stati fatti progressi significativi per accrescere la partecipazione delle donne al processo decisionale. In caso contrario, saranno i legislatori a intervenire con quote giuridicamente vincolanti”.
L’obiettivo fissato dalla Ue per i 27 paesi membri è raggiungere entro il 2015 almeno il 30% di membri donne nei consigli d’amministrazione delle aziende quotate per salire fino al 40% nel 2020. Già ora, fa notare la Commissione europea, le donne si laureano più degli uomini (59% contro 41%), eppure vengono poi superate nella carriera. L’Ue spera che le quote di genere nelle società quotate serviranno a combattere dall’interno la discriminazione delle donne nelle imprese, sul fronte della carriera e degli stipendi. Il gap salariale tra i due sessi continua a essere in media del 17,5% nell’Ue. Per raggiungere il livello di salario percepito da un uomo durante il 2010, una donna deve lavorare fino al 5 marzo del 2011.
Sembra passato un secolo da quando il governo di Oslo fece scandalo stabilendo che entro il 2009 i board della società norvegesi dovevano essere composti al 40% da donne (all’epoca erano il 25%). Per chi non si adeguava, era previsto lo scioglimento dei cda. “Si celebra il funerale del diritto degli investitori” titolò allora il Wall Street Journal davanti a un diktat sulle pari opportunità unico al mondo. Era il 2003. Oggi il 44% dei Cda è composto dalle “gonne d’oro”, come dicono i norvegesi. E l’idea si è diffusa nel resto d’Europa. In Spagna, dove il governo Zapatero ha fatto una scelta simile, la presenza femminile nei Cda è già cresciuta fino al 10% e dovrà arrivare al 40% entro il 2015. Pochi mesi fa la Francia ha approvato la stessa legge fissando il traguardo due anni dopo, nel 2017. La Germania ne sta discutendo e così anche la Gran Bretagna. Il premier David Cameron propone di raddoppiare le donne nei Cda (fino al 25%) entro il 2015.
Dopo molte polemiche e ripensamenti, l’accordo sulla legge italiana prevede che si arrivi al 30% di donne nei consigli di amministrazione entro 2015 e il secondo rinnovo degli organismi. Per le aziende che non si adegueranno dovrebbe scattare una procedura che prevede la diffida di 4 mesi, poi una sanzione, un’altra diffida di 3 mesi e infine la decadenza del Cda. La nuova normativa entrerà comunque in vigore solo tra un anno. “Un’altra occasione persa”, commenta Serena Romano, presidente di Corrente Rosa e manager di Telecom Italia. “Proprio in questi mesi – ricorda – ci sono importanti società che devono rinnovare i loro consiglieri”. Un tempo, Romano era tra quelle che consideravano le quote rosa una “inutile umiliazione” e prediligeva la promozione di best practices all’americana: buone pratiche aziendali, su base volontaria. Ma come tante altre ha cambiato idea. “C’è una tale discriminazione a tutti i livelli, economici e politici, che per forza bisogna adottare misure shock”.
La necessità di una legge è ormai sostenuta da molte associazioni femminili. “Certo – continua Romano – avrei preferito che ci fosse l’obbligo per le aziende di fare ogni anno un rapporto sulle politiche di genere, come accade in Francia”. Il timore, infatti, è che vengano messe un po’ di donne nei Cda ma poi la mentalità manageriale tenda comunque a favorire gli uomini. “Negli altri Paesi, le quote hanno provocato un cambio culturale che è andato ben al di là dei semplici posti assegnati alle consigliere”, racconta Alessia Mosca, deputata del Pd, che insieme alle colleghe Lella Golfo (Pdl) e Marisa Germontani (Fli) ha promosso la legge. “Ovviamente la nostra speranza è che quest’apertura ai vertici si riproduca a tutti i livelli aziendali”. Nell’ultimo anno, le donne nei Cda sono aumentate dal 4 al 6%. “La discussione della legge – osserva Mosca – ha già avuto un piccolo effetto positivo”. La prossima battaglia sarà per le quote rosa in parlamento? “Per molte non è più un tabù” chiosa Mosca. E allora forse è arrivato il momento di dire, semplicemente, “perché sì”.
La Repubblica 08.03.11
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"«Troppi allievi nelle aule». E al preside arriva la denuncia", di Marina Amaduzzi
Sopralluogo dei vigili del fuoco in una scuola: gli studenti dovevano essere 25, erano di più
Aule affollate, scatta la denuncia per il dirigente scolastico. Un preside bolognese ha una denuncia alla procura della Repubblica in seguito al verbale d’ispezione dei vigili del fuoco che hanno sollevato rilievi su alcuni aspetti. Uno di questi riguarda l’affollamento delle aule: là dove per le norme di sicurezza potevano stare solo 25 alunni in realtà ce ne stavano alcuni in più. Troppi, per garantirne la sicurezza. L’interessato ha nominato un legale e per il momento non parla. Una relazione dei vigili del fuoco di un paio di anni fa segnalava in un centinaio le scuole ancora non a norma contro il rischio incendio tra Bologna e provincia.
Questo caso ha spinto il coordinamento dei dirigenti scolastici di Cgil e Cisl a richiamare i colleghi «al rigoroso rispetto delle normative» nella formulazione delle proposte di organico all’Ufficio scolastico. In altre parole, nel calcolare le classi, e quindi i docenti necessari, i due coordinatori, Alessandra Francucci e Carla Neri, invitano ad attenersi al tetto massimo di alunni previsto, da cui è «consentito derogare in misura non superiore al 10 per cento», mentre gli alunni devono essere al massimo 20 se uno di loro è certificato. Non solo: se la porta d’uscita è inferiore a un metro e 20 in classe possono starci al massimo « 24 alunni (più il docente 25)», scrivono, mentre se la porta misura proprio 1 metro e 20 deve essere «garantito un sufficiente spazio tra i banchi per consentire l’esodo degli alunni in caso di emergenza».
Il tema è complesso e delicato. «La formazione di classi troppo affollate — ricordano i dirigenti sindacalisti — non solo incide direttamente sulla qualità della didattica e preclude la possibilità di percorsi personalizzati, ma rientra tra le responsabilità del dirigente che ne risponde personalmente e penalmente in caso di sopralluogo degli organi di controllo». Proprio quello che è successo al collega, storico preside di diverse scuole in città. Il coordinamento dei dirigenti conclude assicurando che «sosterrà in tutte le sedi opportune il rispetto delle normative, diffidando l’Ufficio IX (l’ex provveditorato di Bologna, ndr) dall’operare deroghe al limite massimo degli alunni per classe». Insomma, il preside si trova nel mezzo. Con molte responsabilità (anche penali) sulle spalle. Però non può intervenire autonomamente sugli edifici, che sono di proprietà del Comune (se elementari e medie) o della Provincia (superiori). Potrebbe semmai rifiutarsi di aprire la scuola in caso di situazioni di rischio. «Ci sono vari casi in regione di ispezioni e verbali ai dirigenti — fa notare Sandra Soster, segretario della Flc-Cgil —, per questo c’è il richiamo all’osservanza rigida delle normative. L’Ufficio scolastico spinge a fare classi più numerose, ma non tutte hanno la stessa capienza e possono accogliere anche 28-30-32 alunni come è successo quest’anno. E chi ne risponde è il dirigente scolastico». Il tema è ben presente ad Asabo, l’associazione delle scuole bolognesi. «Segnaleremo all’Ufficio scolastico che non si può usare solo il parametro numerico per fare le classi — dichiara Filomena Massaro della giunta Asabo —, ci sono le norme di sicurezza da rispettare in primo luogo».
da www.corrieredibologna.corriere.it
"La scuola libera dall'ignoranza. Al premier fa paura", di Rosamaria Maggio
La sua frase è sbagliata politicamente e pedagogicamente. In classe non si va per vedere confermati i valori dei genitori. Ma per imparare a costruirsi la proprie idee in autonomia. Come insegnante ma anche come genitore e come cittadina sento l’obbligo di indignarmi per quanto il Capo del Governo italiano ha dichiarato in questi giorni a proposito della scuola pubblica del Paese di cui ormai da anni ha la responsabilità politica. È una strana idea di educazione quella che emerge dalla dichiarazione del premier, che di fronte ad un’ampia platea dichiarava: «Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori ». Quindi la sua idea di insegnante ideale è quella di un educatore che «inculchi le idee dei genitori ai figli». Al contrario, gli insegnanti delle scuole di Stato inculcano altre idee «contrarie a quelle dei genitori degli studenti affidati alle loro cure». Colpisce come questo leader politico che da quasi vent’anni governa questo Paese abbia un’idea così’ riduttiva dell’educazione e dell’istruzione. Ignora il premier che l’idea più alta di educazione ed istruzione ci proviene dalla maieutica socratica secondo la quale il metodo dialettico dell’educatore è quello di tirar fuori dall’allievo le proprie idee, in opposizione a chi invece sosteneva l’arte della persuasione. Senza tornare così indietro nel tempo, agli inizi del XX secolo A.Gramsci scriveva :La cultura …è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri. Ed ancora: istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Nella lettera alla madre del 10 maggio 1928 diceva: non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione …… vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loromamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini. Ma forse citare un comunista non è la strada per confutare l’idea del premier. «Insegnare esige rispetto dell’autonomia d’essere dell’educando », dice però anche Paulo Freire nel suo «La pedagogia dell’autonomia ». Ed il filosofo F.Savater nel suo «A mia madre mia prima maestra» scrive: «Il bambino va a scuola per entrare in contatto col sapere del suo tempo, non per vedersi confermare le opinioni della sua famiglia». E che dire della scuola popolare di Barbiana dove Don Milani insegnava ai non eletti, a quei ragazzi che nonprovenendoda classi agiate, senza Don Milani, sarebbero stati condannati all’analfabetismo! Per fortuna in questo paese ci sono anche magistraticomeNicolò Gratteri, che credono in una scuola che può combattere anche la illegalità e che è consapevole del fatto che un insegnante può ben poco in classi di 30 alunni. Anche il Governatore della Banca d’Italia che parla di «gioventù sprecata » e denuncia il fatto che questi giovani ancorchè istruiti siano privi di lavoro (30% di disoccupazione) e quelli che lavorano abbiano lavori precari e sottopagati, ci rimanda una idea di istruzione per tutti che siamotore di crescita per il Paese. L’idea che abbiamo noi cittadini ed insegnanti democratici è che la scuola pubblica sia quella della Costituzione, anzi crediamo di essere insegnanti secondo Costituzione.Nonsolo crediamo nell’art.34, nell’istruzione obbligatoria e gratuita per almeno 8 anni, ma anche nell’art.3, 2° co., nello Stato cioè che «rimuove gli ostacoli» al” pieno sviluppo della persona umana”. Insomma è la libertà dall’ignoranza e dalla povertà e dalla disuguaglianza quella in cui noi crediamo.
Pensiamo che la scuola debba essere una finestra sul mondo, dalla quale ciascun alunno può affacciarsi a vedere, a scoprire e a decidere da che parte vuole stare. La scuola in cui crediamo è quella che ha fatto uscire il Paese dall’analfabetismo. Fino al 1861, anno dell’Unità d’Italia, su 25 milioni di abitanti, ricorda Tullio De Mauro, solo 630 mila persone erano in grado di comprendere e utilizzare l’italiano. Nel 1911 gli alfabetizzati arrivano al 63% e nel 1951 solo il 35%è in grado di utilizzare l’italiano oltre al dialetto. La strada alla scolarizzazione di massa verrà aperta dalla riforma del 1962 con l’istituzione della scuola media unica obbligatoria, che attuerà il principio costituzionale dell’obbligo scolastico fino a 14 anni. Ed è per questo che ora oltre il 90% della popolazione in età scolare frequenta la scuola. Certo la scuola non esaurisce tutto il percorso educativo e formativo di una persona. In Italia ancora oggi vi sono situazioni molto diversificate. Tra i cittadini nati prima del 1950 il titolo di studio prevalente è quello elementare ed è solo tra quelli nati dopo il 1970 che il diploma superiore è quello più diffuso. Il premier è fra quei pochi fortunati, nati prima del ’50, con un titolo di studio superiore. Ma forse è questa la sua idea di società. Diseguale, modesta culturalmente, senza futuro!!
L’Unità 08.03.11
"Riserve nei cda terapia d'urto per un welfare al femminile", di Alessandra Casarico e Paola Profeta
La proposta sull’introduzione di quote di rappresentanza di genere nei consigli di amministrazione delle società quotate ritorna in discussione al Senato, dopo le richieste di maggiore gradualità avanzate da Confindustria, Abi e Ania. La notizia è positiva. Questa legge può contribuire a rompere il monopolio maschile nelle posizioni di vertice e aprire la competizione a tutta la platea di talenti a disposizione del nostro paese, donne e uomini in ugual misura.
Per trarre i maggiori benefici da questa “terapia d’urto” che si prevede di carattere temporaneo, è bene anche riprendere il dibattito sull’importanza di misure che sostengano la partecipazione femminile al mercato del lavoro a tutti i livelli. I vantaggi di una maggiore presenza femminile non sono solo quelli associati alla miglior performance delle imprese dove più donne sono ai vertici (come ricordato molto in questi giorni), ma anche quelli derivanti da una maggiore presenza delle donne nel mercato del lavoro.
Come abbiamo più volte sottolineato, il lavoro femminile rappresenta un fattore produttivo importante per la ricchezza del nostro paese, per il benessere e la sicurezza delle famiglie. Muoversi nella direzione di promuovere misure a sostegno dell’occupazione femminile, non solo ai vertici delle imprese, può generare guadagni di crescita economica e di benessere maggiori.
Purtroppo non possiamo dimenticare che il tasso di occupazione femminile in Italia è sceso al 45,8%, che in presenza di figli cade drasticamente, come ricordato da recenti dati Eurostat, pubblicati in occasione della festa di oggi, 8 marzo: per la fascia 25-64 anni, il tasso di occupazione delle donne senza figli è pari al 63,9%, con un figlio 59%, con due figli 54,1%, con tre o più figli 41,3 per cento. Nel nostro paese il 27,1% delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità. In parte questa caduta dell’occupazione femminile in presenza di figli si osserva anche negli altri paesi, ma i livelli di partenza italiani sono superiori solo a quelli di Malta tra i paesi dell’Unione Europea a 27.
La maternità è un momento cruciale, come i dati che abbiamo presentato testimoniano, e le spese legate al carico di cura possono risultare decisive nella scelta delle donne di partecipazione al mercato del lavoro. In questa direzione, è opportuna una rimodulazione del nostro sistema di welfare, un welfare squilibrato in cui conta solo il capofamiglia, mentre donne e bambini sono componenti marginali e abbastanza trasparenti. La spesa per trasferimenti alle famiglie in Italia (comprese le misure fiscali) è solo l’1,36% del Pil, in Francia è il 3,02 per cento. Le detrazioni per figli a carico e per spese per servizi di cura sono limitate. Un potenziamento delle detrazioni fiscali per le famiglie con doppio percettore di reddito e figli a carico (o per l’unico percettore in caso di famiglie con un solo genitore) è uno strumento su cui puntare.
Un altro dato che contraddistingue il nostro paese è quello sui bambini iscritti a un asilo nido: in Italia i bambini che frequentano i nidi pubblici sono solo il 12,7%, contro un obiettivo fissato a Lisbona per il 2010 (ormai passato) del 33 per cento. Sull’esempio dei paesi scandinavi, ai quali si ispira anche la proposta di legge sulle quote di rappresentanza di genere nei consigli di amministrazione delle società quotate, gli asili nido e l’attenzione ai più piccoli sono un elemento essenziale di un sistema di welfare moderno.
Servizi alla prima infanzia di qualità rappresentano anche un potente strumento di uguaglianza delle opportunità. Strumenti di cui abbiamo estremamente bisogno in un paese con bassa mobilità sociale e bassa crescita come il nostro.
Il Sole 24 Ore 08.03.11
