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Il gran pasticcio della valutazione" di Alessandra Ricciardi

Al senato il governo parla di «errore tecnico» in riferimento alla riforma del decreto Milleproroghe. Una nuova puntata nella telenovela del sistema di valutazione che dovrà decollare dal prossimo anno. La riforma delineata dal decreto Milleproroghe si regge su tre gambe: l’Indire, per il sostegno alla didattica, l’Invalsi, per la valutazione degli studenti, e il corpo ispettivo, a cui compete giudicare gli sviluppi di ogni singola scuola. Ma al senato è venuto fuori quanto alcuni sospettavano sin dalla prima lettura della norma, ovvero che il sistema si regge su una gamba che non esiste. Si tratta dell’Indire, chiuso con la Finanziaria del 2007, e ad oggi dunque non più nell’esercizio delle funzioni di supporto che il Millproroghe richiama senza ististuire ex novo l’istituto. Cosa che sarebbe necessaria visto che l’istituto non esiste. A sollevare il problema la commissione cultura del senato, alle prese con il parere sul regolamento di istituzione dell’Ansas, l’agenzia nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica, che proprio il decreto Milleproroghe, nel definire il nuovo sistema di valutazione, proroga in vita per un altro anno, confermandone dunque la successiva soppressione. E insomma, i senatori erano chiamati a esprimersi su un’agenzia che dovrà chiudere i battenti per lasciare il posto a un istituto che però non esiste. «Il governo deve chiarire cosa intende fare», commentare il relatore del parere, il senatore pdl Franco Asciutti, «per superare le contraddizioni giuridiche che lo stesso esponente del governo ha ammesso che ci sono». Il rappresentante del governo è il sottosegretario all’istruzione, Giuseppe Pizza, che ha commentato il richiamo dell’Indire nel Milleproroghe come una svista, «un errore tecnico». Ecco che allora nel dare parere favorevole, la maggioranza (con l’astensione dell’opposizione e non il voto contrario) ha chiesto che «si superi la contraddizione sulle sorti dell’Agenzia, alla luce della modifica accolta al cosiddetto decreto legge milleproroghe, che richiama il soppresso Indire quale articolazione del sistema nazionale di valutazione scolastica». E non finisce qui, perché il parere mette per iscritto a futura memoria quanto dichiarato dal sottosegretario Pizza: «Pur prendendo atto delle dichiarazioni rese dal rappresentante del governo in commissione, secondo cui si tratta di un errore tecnico, resta da chiarire se è intenzione del governo attribuire all’Ansas anche compiti di valutazione ovvero modificare diversamente la norma sul milleproroghe». Insomma, c’è bisogno di un ritocchino. Il più semplice è quello di affermare che è proprio l’Ansas a svolgere il ruolo assegnato all’Indire nel nuovo sistema di valutazione. È però necessario decidere quale sia la strada giuridica migliore da percorrere per farlo. Ovvero se serva un ulteriore passaggio legislativo con norma primaria oppure una disposizione interpretativa nel decreto di attuazione che dovrebbe, nel giro di 60 giorni, declinare le funzioni dei tre soggetti del sistema e gli standard di valutazione a cui si dovranno attenere. Una decisione da soppesare con attenzione, senza fare nuovi errori, per evitare che in sede di controllo la magistratura possa cassare il provvedimento attuativo.

Italia Oggi 08.03.11

"La laurea non batte la crisi. Fuga di iscritti all’Università", di Flavia Amabile

L’ università pubblica italiana è in calo costante. Quella privata invece aumenta. Del 2%, qualche centinaio di studenti, ma aumenta. Nelle pubbliche invece non c’è nulla da fare. Diminuiscono gli iscritti, e pure i laureati. La situazione è meno drammatica al Nord e nelle facoltà scientifiche ma tutte le facoltà perdono iscrizioni (-5% nell’ultimo anno, -9,2% negli ultimi 4). E’ quello che risulta da due rapporti presentati ieri, realizzati dal Cun (Consiglio universitario nazionale) e dal consorzio Almalaurea. Calano del 5% le immatricolazioni: 3986 nuovi iscritti in meno nel 2010 rispetto al 2009.

Negli ultimi quattro anni il calo è del 9,2% con 26 mila nuovi studenti in meno. Tutto questo nonostante il numero dei diplomati delle scuole superiori sia aumentato dello 0,9% nell’ultimo anno (sono stati 450.150 i diplomati nel 2010, 445.968 nell’ anno 2009). Nel 2010 hanno scelto di andare all’università il 62% dei neodiplomati. Erano il 66% nel 2009, il 65% nel 2008 e il 68% nel 2007. in quattro anni i diplomati che si sono iscritti all’università sono calati del 6%.

Tutte le facoltà sono in calo. Quelle scientifiche rispondono meglio: assorbono il 33,5% delle immatricolazioni del 2010, erano il 32,6% nel 2009. Nelle facoltà umanistiche va il 16,8% delle immatricolazioni, nel 2009 erano il 17,1%. Le sociali erano il 37,8% nel 2010, il 38,4% nel 2009. Stabili le lauree sanitarie anche perché il loro ingresso è programmato. Anche nei politecnici gli immatricolati calano del 4,9% (ma rispetto al 2007 aumentano del 5,8%), assorbono nel 2010 il 5,1% delle immatricolazioni totali (nel 2007 era il 4,4%).

Ma non è solo un problema di crisi economica. «Manca una efficace politica di orientamento nelle scuole superiori che sventi il rischio di avere una massa di giovani di serie B rispetto agli altri Paesi», denuncia il presidente del Cun Andrea Lenzi.

E sicuramente gli investimenti in istruzione non sono di aiuto: fra i 28 paesi dell’Ocse, infatti – sottolinea il presidente di Almalaurea, Andrea Cammelli – il finanziamento italiano, pubblico e privato, in istruzione universitaria è più elevato solo di quello della Repubblica Slovacca e dell’Ungheria.

Eppure la laurea segna ancora la differenza: i laureati presentano un tasso di occupazione di oltre 11 punti percentuali maggiore rispetto ai diplomati (77 contro 66%) e anche la retribuzione è più elevata del 55% rispetto a quella percepita dai diplomati. Non basta però il titolo di studio per trovare un lavoro, la ricerca è comunque lunga e difficile. E quando si trova le donne risultano penalizzate.

Considerando i laureati del 2009 emerge che la disoccupazione aumenta, seppure in misura inferiore all’anno scorso, fra i triennali: dal 15 al 16% (l’anno precedente l’incremento era stato intorno al 4%). La disoccupazione cresce anche fra i laureati specialistici biennali, quelli con un percorso di studi più lungo: dal 16 al 18% (nel 2009 l’aumento era stato del 5%). Ma sale pure pure fra gli specialistici a ciclo unico: dal 14 al 16,5%.

E aumenta anche il «lavoro nero». I laureati che lavorano senza contratto, a un anno dalla fine degli studi raddoppiano tra gli specialistici biennali raggiungendo il 7%. Per i laureati di primo livello i «senza contratto» passano dal 3,8 al 6%; gli specialistici a ciclo unico (ovvero i laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza), che registrano da sempre un valore più elevato, passano dall’8 a quasi l’11%.

La Stampa 08.03.11

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“Precari con la laurea Le università perdono iscritti e matricole. Cresce il numero di chi non trova lavoro”, di Lorenzo Salvia

Aumentano i disoccupati, i precari, il lavoro nero. E per l’unico segno meno, triste e solitario, prego vedere alla voce stipendio. Il vento della crisi soffia forte anche sui laureati, che pure hanno qualche carta in più da giocare al tavolo del lavoro. La conferma arriva da Alma-Laurea che è andata a vedere cosa è successo ai nostri laureati un anno dopo la discussione della tesi, gli auguri, le speranze e tutto il resto. Forse non è una sorpresa ma non c’è nemmeno un motivo per sorridere. Rispetto a tre anni fa il numero dei disoccupati aumenta per tutte le categorie di dottori sfornate dalle nostre università. Per chi ha scelto una laurea specialistica a ciclo siamo passati dall’ 8,6%al 16,5%. Certo, molto dipende dal tipo di studi: Medicina, grazie al numero chiuso, un posto lo trova quasi a tutti mentre nell’area geo— biologica a cercare lavoro un anno dopo è ancora un giovane su quattro. Ma il problema non è solo lavoro sì, lavoro no. Bisogna vedere che tipo di contratto si ha in tasca. Il tempo indeterminato è il privilegio di una minoranza, la fetta più grande (e in crescita) è quella dei precari che sfiora il 50%. Ma il dato più preoccupante è l’aumento del lavoro nero che supera il 10%e riguarda soprattutto veterinari e architetti. Lo stipendio, invece, diventa sempre più magro. Rispetto al 2007 chi ha sudato cinque anni per arrivare ad una laurea specialistica è sceso da 1.210 a 1.149 euro. Cifre deprimenti, con il solito contorno ancor più deprimente: la busta paga delle donne è più leggera di quella degli uomini (in media del 30%), chi ha un padre dirigente guadagna più di chi ha un padre operaio, ed in fondo è meglio lasciare l’Italia perché chi qui prende 1.300 euro all’estero arriverebbe a 2 mila. Questo non vuol dire che studiare non convenga. «Se si guarda l’intera vita lavorativa — spiega Andrea Cammelli, direttore di Alma-Laurea — l’università è sempre un buon investimento. Rispetto ai diplomati il tasso di occupazione sale dal 66 al 77%, mentre lo stipendio aumenta del 55%» . Eppure all’università i giovani italiani non sembrano credere più. Nell’ultimo anno — secondo i dati del Cun, il Consiglio universitario nazionale — il numero degli immatricolati è sceso del 5%. Un calo che si fa sentire soprattutto al Sud e salva solo gli atenei privati: «Una tendenza pericolosa — dice il presidente del Cun, Andrea Lenzi — perché rischiamo di avere una massa di giovani di serie B che perderà l’inevitabile competizione con i ragazzi degli altri Paesi europei» . Cosa fare per riannodare i fili che legano università e imprese? Il rettore della Sapienza, Luigi Frati, ha la sua ricetta: «Stiamo introducendo lo stage obbligatorio prima della laurea. La nostra idea è far pesare il giudizio del datore di lavoro sul voto finale» .

Il Corriere della Sera 08.03.11

Conciliazione orari lavoro-famiglia. Raggiunta intesa tra governo e sindacati

Governo e parti sociali hanno raggiunto l’intesa sulle linee guida per la conciliazione degli orari tra lavoro e famiglia. La pre-intesa è stata firmata anche dalla Cgil, che però si riserva una valutazione dell’allegato all’avviso comune, che sarà perfezionato con un ulteriore tavolo tecnico. La data scelta per la prosecuzione del confronto non è stata casuale visto che cade alla vigilia dell’8 marzo, con l’intenzione, ha spiegato il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, di rappresentare “un atto concreto in favore delle donne e della famiglia”.

Questo, in sintesi, il quadro delle misure: impiego del telelavoro in alternativa ai congedi parentali o facoltativi; orari flessibili in entrata e in uscita per madri e padri entro i primi tre anni di vita del bambino; trasformazione temporanea del rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto a tempo parziale per i primi cinque anni del bimbo o per assistere genitori e familiari in rilevanti esigenze di cura; possibilità di una flessibilità di orari concentrati, intesi cioè come orario continuato dei propri turni giornalieri. Inoltre anche la possibilità, da parte del datore ai propri dipendenti, di buoni lavoro per lo svolgimento da parte di terzi di prestazioni occasionali di tipo accessorio per le attività domestiche e di cura.

Nell’intesa si sottolinea inoltre “l’importanza di una modulazione flessibile dei tempi e degli orari di lavoro, tanto nell’interesse dei lavoratori che dell’impresa”. E si concorda
la possibilità di distribuire gli orari di lavoro nell’arco della settimana, del mese e dell’anno in risposta alle esigenze dei mercati, adeguando la durata media e massima degli orari alle esigenze produttive, ma conciliandole con il rispetto dei diritti e le esigenze delle persone. Le parti si impegnano a valorizzare, compatibilmente con le esigenze organizzative e produttive, “le buone pratiche di flessibilità, family friendly, e di conciliazioni esistenti”. A tal fine – si legge nell’intesa – si attiva un tavolo tecnico che dovrà concludere i lavori entro 90 giorni. Entro un anno dalla conclusione dei lavori del tavolo tecnico le parti sociali si impegnano a una verifica sulla diffusione di queste pratiche.

Nel pacchetto figura anche il via libera ad asili nido aziendali e interaziendali e a servizi collettivi di trasporto da e per gli asili pubblici. Oltre alla possibilità di usufruire di due settimane per l’inserimento dei bimbi alle scuole materne e al primo anno di scuola elementare. In via di definizione pure una banca ore, anche ad hoc per genitori con bimbi sino a 24 mesi, che potrebbero avere diritto, su loro richiesta, a percepire la sola maggiorazione accantonando le ore straordinarie in un conto ore e dei regimi specifici modulati su base semestrale o annuale.

Al tavolo delle parti sociali la Cgil aveva presentato una sua proposta alternativa per favorire l’occupazione femminile. Le leve da utilizzare, secondo il sindacato guidato da Susanna Camusso, sono il rifinanziamento del credito d’imposta, l’estensione dei servizi territoriali come i trasporti e gli asili nido, il sostegno alla modulazione flessibile dei tempi e degli orari di lavoro. Misure che per la Cgil si devono applicare anche ai lavoratori precari. La Cgil si è opposta in particolare al riferimento voluto da Sacconi al lavoro intermittente, definito “l’antitesi della conciliazione”, ritenendo “inaccettabile la sostituzione dei servizi con i voucher perché producono lavoro precario e povero”.

Il fatto di essere riusciti a trovare un’intesa anche con la Cgil è stata salutato con soddisfazione dal ministro del Lavoro. “L’intesa – ha detto Sacconi al termine della riunione con i rappresentanti dei sindacati e delle imprese – è un passo avanti nelle nostre relazioni industriali. Con l’intesa si punta a conciliare i tempi di lavoro e quelli di famiglia attraverso la modulazione dell’orario”.

La Repubblica 08.03.11

"Ho fatto il testamento biologico", di Umberto Veronesi

Io ho fatto il testamento biologico qualche anno fa, e per tre motivi. Per riaffermare le mie convinzioni sulla libertà di disporre della propria vita. Per l’amore profondo verso i miei familiari, che non voglio siano mai straziati dal dubbio sul che fare della mia esistenza. Per il rispetto verso i medici che si prenderanno cura di me. Ho voluto anche renderlo pubblico: «Io sottoscritto Umberto Veronesi, …, nel pieno delle mie facoltà mentali e in totale libertà di scelta, dispongo quanto segue: in caso di malattia o lesione traumatica cerebrale irreversibile e invalidante chiedo di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico o di sostegno (nutrizione e idratazione)… Queste mie volontà dovranno essere assolutamente rispettate dai medici che si prenderanno cura di me…».

Considero il testamento biologico l’atteggiamento più corretto soprattutto verso i medici curanti, cioè verso chi si troverà, concretamente, ad avere la responsabilità terapeutica di un individuo non più consapevole. Nel febbraio 2009 il giurista Stefano Rodotà, argomentando intorno al caso di Eluana Englaro, ha scritto: «Proprio nell’art. 32 il tema della costituzionalità della persona si manifesta con particolare intensità. Dopo aver considerato la salute come diritto fondamentale dell’individuo, si prevede che i trattamenti obbligatori possono essere previsti solo dalla legge, e tuttavia “in nessun caso” possono violare il limite imposto dal “rispetto della persona umana”. E’, questa, una delle dichiarazioni più forti della nostra Costituzione, poiché pone al legislatore un limite invalicabile, più incisivo ancora di quello previsto dall’articolo 13 per la libertà personale, che ammette limitazioni sulla base della legge e con provvedimento motivato del giudice. Nell’articolo 32 si va oltre. Quando si giunge al nucleo duro dell’esistenza, della necessità di rispettare la persona umana in quanto tale, siamo di fronte all’indicibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure coralmente espressa da tutti i cittadini o da un parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell’interessato. Siamo di fronte a una sorta di nuova dichiarazione di Habeas corpus, a un’autolimitazione del potere».

Il testamento biologico, che certifica la volontà dell’interessato, è quindi lo strumento più adatto a far sì che nessuna volontà esterna possa prevalere. A questo principio si ispirò nel 1997 la Convenzione di Oviedo sui diritti dell’uomo e la biomedicina, il cui articolo 9 prevede che vengano tenuti in considerazione «i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà». Per quanto riguarda il nostro Paese, il 18 dicembre 2003 il Comitato nazionale per la bioetica approvò un documento in cui si auspicava un intervento del legislatore volto a obbligare il medico a prendere in esame le dichiarazioni anticipate di volontà e a motivare ogni diversa decisione in cartella clinica. Purtroppo tutto si è fermato per il timore, da parte di chi è contrario all’eutanasia, che proprio il testamento biologico le aprisse un varco.

Così nella primavera del 2010, mentre una perfetta operazione mediatica presentava con grande risalto l’entrata in vigore della legge che organizza e finanzia le cure palliative, alla Camera, dov’è in gestazione la legge sul testamento biologico, passava tra le proteste di pochi un emendamento che inficia gravemente il diritto all’autodeterminazione del paziente: alimentazione e idratazione artificiali non possono costituire oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento. Se dovessero risultare inutili o dannose, saranno i medici a decidere.

Ma i cittadini italiani vogliono veramente affidare ai medici la decisione su come desiderano morire? Tramite la Fondazione Veronesi, all’inizio del 2007 volli affidare la risposta a un sondaggio, che è stato effettuato su un campione significativo di 4300 maggiorenni, e realizzato dall’Ispo, l’Istituto per gli studi sulla pubblica opinione. Prima di parlare degli altri aspetti emersi dalla ricerca, mi sembra fondamentale rispondere alla domanda più importante, che il legislatore non può far finta di ignorare: a chi spetta la decisione? Agli intervistati è stato sottoposto un quesito molto dettagliato: «Se una persona è affetta da una malattia o lesione cerebrale irreversibile che le impedisce di esprimere la sua volontà e la costringe alla dipendenza da macchine, a chi dovrebbe aspettare la decisione di non somministrare o eventualmente sospendere i trattamenti che la tengono artificialmente in vita?».

Ebbene, ecco le risposte: solo il 5% degli intervistati ha detto che la decisione spetta al medico che ha in cura il paziente (in ospedale, in reparto di rianimazione, a casa), mentre il 50% ha risposto che la decisione spetta al paziente che ha espresso la proprio volontà in merito quando ancora era in piena lucidità mentale. Questa risposta è stata data dalla metà di coloro che si erano posti il problema e dal 40% di coloro che non se l’erano mai posto. Questa risposta mi sembra assolutamente illuminante e nettamente prevalente rispetto alle altre, che comunque riporto: il 20% ha risposto che la decisione spetta a un familiare (coniuge/genitore/figli o altri parenti), il 20% che la decisione non spetta a nessuno perché «la vita è un dono e bisogna fare di tutto per tutelarla», un altro 5% affida la decisione «a una commissione etica di esperti», e un residuo 1% «a un giudice/magistrato».

Il brano che pubblichiamo è tratto dal nuovo libro di Veronesi «Il diritto di non soffrire» (Mondadori)

La Stampa 08.03.11

Se non ora quando? ADESSO. Rimettiamo al mondo L’Italia. Brindisi rosa l’8 marzo in piazzetta della Pomposa

Le donne non si fermano. Dopo la manifestazione del 13 febbraio a Modena come in tante altre piazze italiane ed estere e il grande successo ottenuto, il Comitato “Se non ora quando” ha deciso di dare continuità alla propria iniziativa. Quale migliore occasione della festa dell’8 marzo. La mobilitazione è già partita a livello nazionale e anche a Modena il Comitato promotore ha previsto un appuntamento per martedì 8 marzo alle 18e30 in piazzetta della Pomposa.

Le donne modenesi del Coordinamento si rivolgono a tutti gli attori sociali che hanno sostenuto la manifestazione del 13, ai tanti e alle tante che hanno partecipato, ma anche a tutti quelli che vorranno aggiungersi, per ritrovarsi insieme a brindare in piazzetta della Pomposa.

Intorno ai tavolini collocati in piazzetta, con calici e spumante, con tanti palloncini e coccarde rosa indossate al braccio, attaccate alla borsetta o alla bici, le magliette “Se non ora quando?” , si brinderà al successo di una straordinaria partecipazione e di un impegno che continua, rilanciando le proposte su cui proseguire la mobilitazione.

Le parole d’ordine dell’8 marzo e delle prossime settimane riguardano la condizione delle donne, di quelle che lavorano stabilmente fuori e dentro casa, quelle che cercano lavoro e non lo trovano, delle lavoratrici costrette al lavoro nere, delle licenziate, delle precarie, delle tante che hanno lasciato lontano le loro famiglie per occuparsi delle nostre, e delle donne ridotte in schiavitù.

In Italia la condizione di precarietà, nel lavoro e nella vita, è diffusa fra uomini e donne. Avere figli, una famiglia, è da tempo diventato un lusso. A sostegno della libertà di scegliere se e quando diventare genitori, le donne chiedono misure quali il congedo e l’indennità di maternità obbligatori, il congedo obbligatorio di paternità, norme che impediscono il licenziamento preventivo, le cosiddette “dimissioni in bianco”.

L’8 marzo sarà anche la giornata in cui si discute del mestiere di giornalista e di come i media rappresentano l’immagine della donna che non può ridursi al riflesso di un desiderio maschile stereotipato.

Appuntamento dunque in piazzetta della Pomposa anche per chiedere un’informazione rispettosa e veritiera che dia conto di come le donne contribuiscono a costruire l’Italia proprio nell’anno in cui si celebra il 150esimo dell’Unità del nostro Paese.

Sui tavolini ci saranno dei contenitori in cui ogni partecipante potrà lasciare bigliettini con suggerimenti per iniziative future.

Scuola, Pd: ministro ha le traveggole, da lei solo ‘tagli epocali’

Ghizzoni: mossa pre-elettorale, Gelmini sa che sua azione erode consenso maggioranza. “Il ministro ha le traveggole, a forza di difendere a testa bassa il suo operato, adesso arriva addirittura a sostenere che le risorse stanziate dal governo Berlusconi per la scuola italiana sono le stesse dei tempi di Prodi. Una vera e propria falsità che ha tutto il sapore di una mossa pre-elettoralistica. Ma la matematica non è un’opinione e i tagli sono scritti nero su bianco. Per l’anno scolastico 2009/2010 i tagli sono stati di 456 milioni di euro, 32.105 cattedre e 14.167 personale amministrativo (Ata). Per l’anno scolastico 2010/2011 i tagli sono stati di 1 miliardo 650 milioni di euro, 15.560 cattedre e 14.167 personale amministrativo (Ata). Per l’anno scolastico 2011/2012 i tagli sono di 2 miliardi 538 milioni di euro, 19.676 cattedre e 14.167 personale amministrativo (Ata). A partire dal 2012 ogni anni ci sarà un taglio di 3 miliardi 188 milioni di euro. I taglio sono tutt’altro che archiviati, siamo davanti ad un disinvestimento epocale che ha messo e sta mettendo in ginocchio le scuole e che non può certo essere cancellato dalla propaganda governativa alla vigilia delle amministrative. Sfidiamo comunque la Gelmini a smentire i nostri dati in parlamento prima delle elezioni. Ci fa comunque piacere notare che l’azione del governo Prodi è termine di paragone anche per la Gelmini”. Così la capogruppo democratica nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni replicala ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini che oggi ha detto che in questi anni il governo ha stanziato le stesse risorse messe a disposizione dall’esecutivo di Romano Prodi sul comparto dell’educazione scolastica.

"Laureati travolti dalla crisi bassi stipendi e più precarietà", di Federico Pace

Peggiorano ancora i dati su retribuzioni, occupazione e stabilità. Raddoppia il fenomeno di chi non ha neppure un contratto. I laureati di famiglie operaie guadagnano quasi duecento euro al mese in meno dei colleghi di estrazione borghese. I risultati del rapporto di AlmaLaurea su 400mila giovani. La crisi non smette di far male. Anche a chi, come i laureati, possiede più strumenti culturali e professionali per reagire ai mutamenti. I numeri parlano chiaro. Gli stipendi perdono ancora potere d’acquisto, le chance di trovare un posto si riducono ulteriormente e i contratti precari sono ormai routine. Intanto risuonano altri due campanelli d’allarme: il lavoro nero raddoppia e la classe sociale di provenienza non smette di condizionare i destini dei giovani. Tanto che tra i “figli” si perpetuano le differenze e le disparità dei “padri”, anche laddove non avrebbero più alcuna giustificazione. Sia in termini di euro guadagnati che di riconoscimenti e identificazione nel lavoro.
A richiamare l’attenzione sulla questione giovanile, è il nuovo rapporto di AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei neolaureati. Presentata oggi a Roma presso la sede della Crui, l’indagine ha coinvolto 400 mila ragazzi e, con una gran mole di dati, invita operatori e politici a considerare con attenzione la necessità di approntare strumenti per evitare che una risorsa preziosa vada dissipata con inevitabili danni per l’intero Paese. I risultati saranno discussi anche nell’ambito della conferenza internazionale sul capitale umano e l’occupazione che a Bologna, tra giovedì e venerdì prossimi, vedrà confrontarsi decisori, responsabili d’azienda, operatori e esperti del settore.

La disoccupazione non smette di crescere. Sia che si esca con la “triennale”,
sia che lo si faccia con la specialistica, i senza lavoro continuano ad aumentare. Oggi, il 16,2 per cento dei laureati “brevi” è disoccupato a un anno dal conseguimento del titolo di studio. Nel 2008 erano l’11 per cento. Dalla specialistica non arrivano numero migliori. L’involuzione, semmai, è ancora più accentuata: i disoccupati quest’anno sono il 17,7 per cento (erano il 10,8 per cento). Certo è che comunque i laureati nel tempo dimostrano performance migliori dei diplomati. Durante l’intera vita lavorativa, hanno un tasso di occupazione superiore di undici punti percentuali a quella dei diplomati che, senza dubbio, stanno pagando più dolorosamente la crisi. Ad ogni modo, dice l’indagine, diminuisce anche la quota dei laureati che risultano impiegati cinque anni dopo aver conseguito il titolo. In questo caso il campione osservato è quello dei laureati pre-riforma. Tra il 2005 e il 2010 la contrazione è di quasi cinque punti percentuali. Cinque anni fa erano il 90,3 per cento quelli che erano riusciti a trovare impiego. Oggi sono l’85,6 per cento.

TABELLA I LAUREATI E LA DISOCCUPAZIONE

Economia meglio, biologia peggio. A tre anni dalla laurea, il 75 per cento dei laureati con la specialistica hanno un impiego mentre il 13 per cento è ancora senza e ne sta cercando uno. Tra le diverse facoltà le disparità sono evidenti e indicative, semmai ce ne fosse ancora bisogno, della diversa accoglienza che il mercato dà loro a seconda dei percorsi di studio. I picchi interessano, oltre a chi esce dal percorso medico e professioni sanitarie (98 per cento), i laureati del gruppo economico-statistico, di architettura (entrambi quasi 86 per cento) e quelli di ingegneria (84,7 per cento). All’estremo opposto, i laureati nel gruppo geo-biologico (47,1 per cento), chimico-farmaceutico (48,5 per cento), giuridico (50,2 per cento) e scientifico (62,3 per cento).

Ancora più incertezza. Il peggioramento delle condizioni contrattuali dei primi impieghi è comunque costante. I contratti atipici oggi interessano più di quattro laureati “brevi” su dieci. Allo stesso tempo i rapporti di lavoro stabili sono passati dal 50,7 per cento al 46,2. Peggiori sono anche le performance, a un anno dalla laurea, di chi consegue la specialistica. Quest’anno hanno un contratto atipico il 46,4 per cento (erano il 41,4 nel 2008) mentre solo il 35 per cento è riuscito a strappare un contratto stabile. Per chi è uscito dagli atenei cinque anni fa, dato questo che riguarda in particolare i laureati pre-riforma, la stabilità dell’occupazione coinvolge il 71 per cento dei casi.

TABELLA CONTRATTI

Il lavoro nero. La cifra che desta più di qualche preoccupazione è quella relativa alla crescita dei “senza contratto”. Sempre più giovani laureati lavorano senza avere avuto la possibilità di firmare un contratto. Con il conseguente venire meno di quei diritti che spettano a ogni lavoratore. Niente contributi e niente assicurazione, tanto per fare un esempio. Tra chi ha concluso la specialistica, i laureati occupati senza contratto sono quest’anno il 7 per cento (il doppio di quanti erano nel 2008). Sono aumentati anche i laureati “brevi”: oggi sono costretti a lavorare in nero il 6 per cento (erano il 3,8 per cento). Tra gli specialistici a ciclo unico, la quota è quasi dell’11 per cento.

Il continuo arretramento degli stipendi. I guadagni perdono ancora di peso e la paga smette, ancor di più, di essere una retribuzione capace di pagare quello che serve per una vita da adulto. In questi anni lo stipendio dei laureati “brevi”, in termini reali, è scesa del 5 per cento. Andamento ancora più penalizzante per chi porta a compimento la specialistica. Per loro la caduta del potere di acquisto è stata del 10 per cento. E’ chiaro che a chi entra nel mondo del lavoro, a ragione o a torto, le imprese stanno dando sempre meno. Ma anche chi ha alle spalle un po’ di anni di esperienza vede peggiorare la propria condizione. A cinque anni dalla laurea, il potere d’acquisto delle retribuzioni dei laureati con un impiego è diminuito, in cinque anni, di quasi il dieci per cento.

TABELLE GLI STIPENDI E LA CLASSE SOCIALE / LE RETRIBUZIONI PER LE DIVERSE DISCIPLINE

La società immobile. C’è poi la questione dell’ascensore sociale. O meglio della sua assenza. Chi merita di salire i gradini delle classi sociali e realizzare ambizioni, in Italia ci riesce meno che altrove. A cinque anni dal titolo, dicono gli autori dell’indagine, il 73 per cento dei laureati di estrazione borghese ha un contratto stabile. Riesce lo stesso solo al 68 per cento dei loro coetanei di famiglie operaie. Simili disparità si ripropongono nell’ambito retributivo. I laureati della borghesia, dopo cinque anni, hanno uno stipendio di 1.404 euro mentre per chi ha un’estrazione operaia la retribuzione mensile si ferma a 1.249 euro.

La fuga dei cervelli. Non si arresta così il fenomeno di chi, volente o nolente, lascia l’Italia. Quest’anno tra i laureati specialistici quelli che hanno scelto di lavorare all’estero sono il 4,5 per cento. Anche qui, in qualche modo, si ripropone il tema della famiglia. E dell’aiuto, in diverse forme, che essa può dare. La maggior parte di loro proviene da famiglie economicamente favorite, risiede e ha studiato al Nord. E già durante l’università ha avuto esperienze di studio al di fuori del proprio Paese. Fuori dall’Italia spesso le condizioni sono migliori. Ad un anno dalla laurea, ha un lavoro stabile il 48% degli italiani occupati all’estero, 14 punti percentuali in più rispetto al complesso degli specialistici italiani occupati in patria. Inoltre, gli specialistici che si sono trasferiti all’estero guadagnano 1.568 euro. Chi rimane si deve accontentare di 1.054 euro.

La Commissione Europea ha fissato al 40 per cento l’obiettivo strategico della quota di laureati per la popolazione di età tra 30 e 34 anni. Da raggiungere entro il 2020. Oggi in Italia non siamo neppure alla metà, mentre poca attenzione viene riservata anche agli investimenti nell’istruzione e nella ricerca. Sbaglia, ci dice l’Europa, chi crede che il destino dei laureati appartenga solo a loro e non a quello di tutto una nazione.

La Repubblica 07.03.11

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“Meno iscritti e laureati nell’Università pubblica”, di Piera Matteucci

Aumentano gli studenti delle strutture private
Sono sempre di meno i ragazzi che, dopo il diploma, decidono di proseguire gli studi. I cali più significativi al Sud e al Centro, tiene bene il Nord d’Italia. Le strutture ‘non statali’ crescono del 2%. Cala il numero di iscritti nelle facoltà pubbliche italiane e, di conseguenza, scende il numero di ‘dottori’ laureati. Stando ai dati resi noti dal Consiglio universitario nazionale (CUN), nell’ultimo anno le immatricolazioni hanno subito una diminuzione del 5%, con 3.986 nuovi iscritti in meno rispetto al 2009. Se, poi, si guarda agli ultimi quattro anni, la percentuale dei nuovi ingressi negli atenei è scesa del 9,2%, con ben 26 mila immatricolazioni in meno. Eppure, il numero di studenti che ha raggiunto il diploma è aumentato nell’ultimo anno dello 0,9%. In controtendenza gli istituti privati che nel 2010 hanno registrato il 2% in più di immatricolazioni, coprendo il 6,6% dei nuovi iscritti totali in Italia.

Meno iscritti al Centro e al Sud. La tendenza negativa si è fatta sentire in tutta la Penisola, ma a soffrire di più sono state le Università del Sud (-6,9%) e del Centro Italia (-5,4%). Il Nord tiene meglio, con un calo dello 0,5% per il Nord ovest e del 3,2% per il Nord est. A risentire di più della crisi delle iscrizioni sono i piccoli atenei, ma anche quelli medi accuasano il colpo. Meglio se la cavano i mega atenei (quelli con più di 40 mila iscritti) che assorbono, rispetto all’anno passato, un maggior numero di iscrizioni passando dal 42,4% al 42,8% del totale degli immatricolati.

Perdono terreno le facoltà umanistiche, cresce l’area scientifica. Per quanto riguarda le scelte dei nuovi iscritti, sono le facoltà
scientifiche a ottenere le maggiori preferenze, assorbendo nel 2010 il 33,5% delle immatricolazioni contro il 32,6% del 2009. Le facoltà umanistriche perdono terreno (con il 16,8% delle immatricolazioni contro il 17,1 dell’anno prima) e quelle sociali (37,8% nel 2010, 38,4% nel 2009). Stabili le lauree sanitarie, anche perché l’ingresso è a numero fisso. Vanno controcorrente rispetto a questi dati gli iscritti ai politecnici, che vedono aumentare, rispetto al 2007, la percentuale sugli iscritti totali dal 4,4% al 5,1%.

Più iscritti nelle Università ‘non statali’. Non sembrano risentire di questa crisi delle iscrizioni le strutture private e gli atenei di Enna, Aosta e Bolzano. Nel 2010, infatti, hanno segnato +2% di neoiscritti, una percentuale che consente loro di passare negli ultimi quattro anni dal 6,1% al 6,6% delle immatricolazioni totali. Se, però, si guarda un po’ più indietro, anche le strutture non statali rispettp al 2007 hanno visto un calo dello 0,8%.

“L’università pubblica italiana si contrae, oggi abbiamo meno studenti e quindi avremo meno laureati. Questo è certamente un grave danno anche di fronte ad un presente e soprattutto ad un futuro basati sulla conoscenza dove la capacità d’innovare è diventata motivo di sopravvivenza per i paesi industrializzati – commenta Andrea Lenzi, presidente del CUN -. Di fronte a questa crisi della vocazione universitaria devono essere messi in campo degli strumenti nuovi e più incisivi che affrontino, oltre al consueto problema del diritto allo studio, anche il tema della scelta consapevole del proprio futuro. Il CUN continuerà a svolgere il suo ruolo di stimolo e di proposizione nei confronti del Ministero e gli Atenei perché svolgano delle politiche volte a dare un corretto orientamento ai giovani con cui decidere consapevolmente dove proseguire gli studi dopo la maturità e per prevenire il fenomeno degli abbandoni. In un momento di riduzione degli studenti che si iscrivono nei nostri atenei si deve fare il massimo possibile in modo recuperare la perdita di immatricolazioni a cui stiamo assistendo in questi ultimi anni” conclude Andrea Lenzi.

La Repubblica 07.03.11