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"Sorelle d'Italia, queste le donne che hanno costruito il paese e lottato per la democrazia", di Serena Danna

Quando apprende di essere stata citata tra le donne che hanno fatto l’Italia, Rossana Rossanda raffredda il tono della voce: «L’umiltà non è tra le mie qualità migliori, ma per cortesia dica all’amica Gae di non commettere questo errore di valutazione». L’amica Gae è l’architetto Aulenti. Prima che il ‘68 arrivasse a sconvolgere schemi e recinti, mentre Rossanda ripensava il comunismo alla Casa della cultura di Milano, la giovane designer con i capelli corti e la passione per il razionalismo internazionale, trasformava una professione maschile in una possibilità concreta per migliaia di donne.

Aulenti è un bravissimo architetto, dice la giornalista, ma in fatto di donne sbaglia: «Non sono certo una che ha unito l’Italia. Piuttosto sono sempre stata espressione di una minoranza politica e culturale: una comunista all’opposizione, prima all’interno e poi all’esterno del partito. La mia battaglia culturale era contro il cattolicesimo e l’arretratezza culturale del Paese», racconta al telefono dalla sua casa di Parigi la fondatrice del Manifesto.

L’architetto, seduta nel suo studio milanese nel quartiere Brera, difende la scelta: «La vita di Rossana è segnata dal coraggio e dalla tranquillità: potremmo dire che è stata sempre, tranquillamente, all’avanguardia». Per le ragazze di oggi «è un modello di rigore e di attenzione verso l’altro: due caratteristiche che la rendono una persona eccezionale».
Nella rassegna delle donne simbolo dell’Italia che sta per festeggiare 150 anni, eccezionale è un termine che torna spesso.

La giovane presidente di Confindustria Emilia-Romagna Anna Maria Artoni lo usa per definire la scienziata Rita Levi Montalcini: «Un esempio di vita per la determinazione e la forza con cui ha combattuto tutte le sue battaglie». Miriam Mafai per l’attività politica di Nilde Iotti: “un personaggio di cui non abbiamo ancora capito interamente il valore nella storia d’Italia”. Eccezionali sono le attrici italiane, ricordate dalla degna erede Isabella Ferrari, che hanno rappresentato la storia nazionale e costruito il “made in Italy” di successo: Anna Magnani, Silvana Mangano, Sofia Loren, Mariangela Melato, Stefania Sandrelli.

La stessa Rossanda, che pure è cauta nell’uso del linguaggio, si tradisce parlando di Tina Anselmi. “Trovo mortificante che – come le giornaliste si occupano quasi esclusivamente di costume e società – alle donne ministro vengano affidati solo dicasteri dedicati all’educazione, all’istruzione, in generale alla cura degli altri”. Eppure Anselmi, primo ministro donna della Repubblica Italiana fu a capo del Lavoro. “Tina era un’eccezione: un riflesso della Resistenza, proiettata nel Palazzo direttamente da quelle lotte”. E’ tra le fila dei partigiani, tra le battaglie di indipendenza dell’Ottocento, tra le rivoluzioni mancate, che si nascondono, secondo la giornalista, le donne che hanno fatto l’Italia. Eleonora Fonseca Pimentel, per esempio: “L’unica che ha trasferito i valori della rivoluzione francese in Italia”. O Giuditta Ottaviani Acquati, che guidò nel quartiere di Trastavere la rivoluzione romana del 1848, sedata dallo stato pontificio: “In via della Lungara, sul lungotevere di Roma, al primo piano di un palazzo c’è una statua dedicata a lei: provi a cercarla con lo sguardo la prossima volta”.

Anche Suor Giuliana Galli, vicepresidente della Compagnia di San Paolo e per venti anni a capo dei volontari del Cottolengo, individua nel periodo della Resistenza la palestra delle grandi donne d’Italia. Le sue eroine portano il velo in testa e il crocifisso al collo: “Sono le sorelle che, contro la legge e il buon senso, durante la Resistenza hanno aiutato, nascosto, curato i partigiani e i fascisti morenti”. Giuliana Galli racconta la storia di suor Eletta che, dopo lo sbarco degli alleati a Nettuno e ad Anzio, organizzò nella campagna nettunese, aiutata da uno studente al quarto anno di medicina, un ospedale di fortuna. Narra l’avventura delle suore di Livorno le quali, durante i bombardamenti dei tedeschi del settembre 1943, nascosero i fuggiaschi negli scantinati dell’ospedale. “Non erano guidate da interessi o progetti politici ma solo dall’imperativo etico: aiutare chi ha bisogno anche a costo di finire in prigione o fucilate”, spiega il vicepresidente.

Tuttavia una “contemporanea” degna di nota esiste anche per Rossana Rossanda. “Camilla Cederna nella sua rubrica sull’Espresso “Il lato debole” prendeva in giro le borghesi italiane, mettendone in luce vizi e difetti: era una sfida farlo proprio sul loro giornale”. Rossanda non vede in Nilde Iotti un simbolo della storia del Paese: “Ha semplicemente diretto bene i lavori dell’Assemblea parlamentare”, afferma.

Di parere opposto Miriam Mafai, che ricorda della presidente della Camera – prima donna a rivestire tale ruolo istituzionale nel paese – soprattutto l’alta idea della politica e la capacità unica di “cogliere le differenze e le cesure presenti nel Paese e di lavorare per risolverle “. Nilde Iotti ci credeva sul serio. In un’intervista con Enzo Biagi del 1984, il ministro affermava con sguardo da amazzone: “La politica è l’arte nobile di organizzare la società per gli uomini perché possano vivere bene”. Quando entra nella Costituente, ricorda Mafai, ha solo 26 anni: “Nonostante l’educazione e la cultura cattolica riesce ad occuparsi dei temi relativi alla famiglia in maniera laica: riconoscendo il valore del matrimonio ma, allo stesso tempo, opponendosi all’introduzione del termine “indissolubile” riferito al legame tra marito e moglie. In questo modo poneva le basi per la riforma del diritto di famiglia”.

La conquista del divorzio arriva trenta anni dopo, ma le radici della conquista sono in quella scelta lessicale. “Ha diretto la Camera spesso in polemica con le richieste del Partito Comunista”, ricorda la giornalista. La sfida al Pci della giovane amata di Palmiro Togliatti non si consumava solo tra le aule parlamentari, ma tra le mura domestiche, tra i “compagni” che continuavano a considerare sbagliata la loro unione: “Posso dire con certezza, afferma Mafai, che Nilde fu accettata come moglie del segretario del partito solo da vedova: il giorno dei funerali era finalmente diventata la signora Togliatti”.

Certo, la storia d’Italia è segnata anche da donne che se ne sono infischiate dell’accettazione famigliare, politica o sociale. È il caso di Rita Levi Montalcini. Ai genitori che la volevano in una scuola femminile per diventare una buona moglie e una buona mamma rispose che sentiva “di non voler essere né l’una e né l’altra”. Anna Maria Artoni ha incontrato il premio Nobel per la medicina a un dibattito sulle quote rota non molto tempo fa. L’industriale è rimasta impressionata dalla forza della scienziata: “Si è sempre impegnata non solo nella ricerca, ma anche per il Paese: la sua devozione al futuro e alla vita è una bussola per i tempi bui”. Artoni, con l’imbarazzo di chi è nato in un paese che ha riconosciuto troppo tardi il legame tra donna e impresa, sente di dover ricordare il ruolo delle imprenditrici italiane: “Hanno contribuito alla crescita della nazione e sono espressione di quella capacità tutta femminile di gestire lavoro, figli, mariti, genitori e di pensare contemporaneamente al futuro personale e della comunità”.

Una pagina di storia ancora da scrivere è quella dedicata alle economiste italiane. Lo ricorda Fiorella Kostoris, docente di politica economica all’Università “La Sapienza” di Roma: “Ho pensato a lungo ad economiste italiane del secolo scorso, ma, anche sforzando memoria e ricerca, non è spuntato alcun nome. Allora ho digitato su Google la parola “economiste italiane”: le prime tre pagine di risultati sono tutte legate a maternità, violenza sessuale, diritti negati, ricette culinarie, mentre, alla quarta pagina di risultati, “economiste” diventa l’aggettivo francese”. Una laurea honoris causa in economia spetterebbe certo a Maria Montessori. “Con il suo impegno per la scuola italiana, le riforme, l’eco internazionale ha fatto molto per il capitale economico dell’Italia. Una buona scuola è sempre premessa di sviluppo, quella pensata dalla Montessori – incentrata sull’autonomia del bambino e sull’innovazione – lo era davvero “. Nella parole della professoressa, tra le donne eccezionali d’Italia spunta anche Marisa Bellisario, la giovane e ambiziosa dipendente dell’Olivetti che, a trenta anni, parte per gli Stati Uniti e diventa presidente della Olivetti Corporation of America.

Torna in Italia negli anni Ottanta per dirigere i trentamila dipendenti di Italtel, un gruppo industriale in crisi che riuniva trenta aziende elettromeccaniche. Una storia che assomiglia a quella di tanti uomini italiani degli anni Settanta, una carriera che allora potevamo definire “maschile” mentre adesso è un percorso comune a tante ragazze”. Bellisario è un’apripista che arriva tardi. “Per avere un punto di svolta nella vita lavorativa delle donne – dice l’economista che ricorda come il tasso di occupazione femminile in Italia sia ancora al 46% – bisogna aspettare un secolo dopo l’unità d’Italia”.

Ci vuole una giovane artista, che i suoi fan chiamano “la cantantessa”, per omaggiare le cosiddette donne normali. Carmen Consoli, siciliana di 37 anni partita come “confusa e felice” e oggi indignata con un paese che “nonostante l’età, è ancora alla terza media”, spiega: “Vorrei ricordare tutte le testimoni silenziose che, dopo il lavoro e la cura della casa e del compagno, ogni notte leggono le favole ai loro bambini, spingendoli verso la creatività e verso il potere dei sogni”. Anche Consoli non resiste all’eccezionalità e ne affida la bandiera a Felicita Impastato, mamma di Peppino, il ragazzo che combatté la Mafia nella Sicilia degli anni Settanta e finì ammazzato con una carica di tritolo il 9 maggio 1978 per volere dei boss. L’artista ricorda la forza di una donna che nascose il figlio al padre colluso con la mafia, e che, dopo la tragica morte, con la quinta elementare, ripeteva sempre la lezione di Peppino: “La cultura ci salverà dalla mafia”.

“Studiate siciliani, studiate italiani, perché solo quando hanno conoscenza e coscienza popolare, le persone alzano la testa e si ribellano”, conclude Consoli. E già sembra il ritornello di una ballata civica, che da Parigi fino a Catania, unisce oggi le grandi donne che stanno facendo l’Italia.

Il Sole 24 Ore 06.03.11

«Meritiamo rispetto, pretendiamolo», di Sofia Toselli

Adesione del Cidi alla manifestazione del 12 marzo

Non c’è democrazia senza uomini e donne in grado di farla vivere e crescere. Questo è il compito prioritario della scuola pubblica. Per questo Berlusconi l’attacca.
Sono tre anni che la scuola è tagliata, mortificata, ridotta al minimo del suo funzionamento. Con provvedimenti di discutibile legittimità questo governo ha operato intenzionalmente per rendere la scuola dello Stato, la scuola dell’art. 3, comma 2 della Costituzione, un luogo inefficiente, inospitale, selettivo, dove si farà sempre più fatica a insegnare e apprendere.
Il momento è difficile e il malessere degli insegnanti si taglia a fette. In una situazione così, se arriva alla scuola un’offesa ingiusta e spregevole da chi avrebbe, per responsabilità istituzionali, il compito di salvaguardarla, il malessere aumenta, l’irritazione esplode.

Gli insegnanti “inculcano” le loro idee agli alunni, è stato detto, sottintendendo che la scuola dello Stato sia un luogo pericoloso, da cui le famiglie si debbono guardare. In realtà si attacca la scuola pubblica, la scuola dello Stato, per quello che essa rappresenta, un luogo dove si cresce e si impara tutti insieme, dove non si fa differenza tra il ricco e il povero, tra chi è italiano e chi non lo è, tra il bianco e il nero, tra chi è credente e chi no. Tutti i giorni gli insegnanti sono impegnati, attraverso il confronto delle idee, nello sforzo di istruire ed educare cittadini liberi, colti, capaci di pensiero autonomo. La fatica di insegnare e apprendere merita rispetto, attenzione e cura. E una classe politica che non è capace di capire questa verità elementare e offende e mortifica quanti la scuola, malgrado le difficoltà, ogni giorno la fanno funzionare, fa al paese l’offesa più grande.

Certo, ogni generalizzazione è sbagliata: perciò non ci nascondiamo le zone d’ombra, le inadempienze, le posizioni di comodo presenti in questa come in altre categorie. Ma è spregiudicata irresponsabilità la delegittimazione degli insegnanti.
A chi giova allora questo gettare fango sfruttando la possibilità di utilizzare mezzi di informazione che alla scuola non sono accessibili? A chi torna utile il qualunquismo di chi parla della scuola come di un fenomeno di degenerazione sociale e culturale, con l’approssimazione superba e acritica di chi pensa che poiché la scuola è di tutti, tutti ne possano parlare?

E soprattutto, colleghi, dove siamo noi, insegnanti consapevoli, democratici, responsabili, vincolati indissolubilmente all’etica della nostra professione? Abbiamo maturato anticorpi tali che ci proteggono dalla delegittimazione e dalla ipocrisia di chi usa la menzogna per esprimere un’idea di scuola che non vogliamo e non possiamo condividere?
E’ utile questa nostra rassegnazione? E’ socialmente produttiva l’idea che sarà solo l’esempio del nostro lavoro a far giustizia di ogni informazione tendenziosa, di ogni mortificazione subita? Sarà la nostra serietà a prevalere sulla delegittimazione?
Io credo di no, che non sia sufficiente. Credo che occorrano risposte altrettanto penetranti e potenti.
Ma per fornire queste risposte abbiamo bisogno che il nostro malessere e la nostra indignazione diventino visibili, palpabili.

Testimoniamo perciò con la nostra presenza il 12 marzo l’importanza straordinaria del lavoro che facciamo. Meritiamo rispetto, pretendiamolo.

Energie rinnovabili: il governo blocca gli investimenti

Il decreto Ronchi tagliando finanziamenti sulle fonti rinnovabili, di fatto porta alla paralisi un settore che conta oltre 120mila posti di lavoro. Il decreto Ronchi sulle fonti rinnovabili è forse passato un po’ troppo in sordina. I tagli dei finanziamenti portano di fatto alla paralisi un settore che tocca oltre 120mila posti di lavoro. Il parziale dietrofront voluto dal governo con la cancellazione del tetto massimo per il fotovoltaico non ha risolto l’incertezza in cui viene lasciato l’intero settore dal prossimo giugno.

Per spiegare quanto deliberato dall’esecutivo prendiamo spunto dal commento che ci ha lasciato su Pdnetwork Francesco Vaccarella, titolare di piccola azienda installatrice di impianti fotovoltaici a 20Kwp: “La scellerata scelta di chiudere il 3° conto energia, con un termine del 31/05/2011 in cui per accedere allo stesso l’Enel deve eseguire la connessione, comporterà la revoca dei finanziamenti delle banche. Dobbiamo quindi sospendere le installazioni perché anche se le finiamo domani mattina nessuno ci assicura che l’Enel le allacci al 31/05/2011.”. In altre parole, da un momento all’altro molte piccole aziende si troveranno senza fondi e senza clienti pronti ad investire nel fotovoltaico a causa del blocco degli incentivi.

Il terzo Conto energia, la legge che disciplina la distribuzione degli incentivi e che doveva restare in vigore fino al 2013, cesserà di avere effetti il 31 maggio del 2011.

Oltre al danno anche la beffa. Romani, per correre ai ripari davanti alla totale chiusura di investimenti da parte delle banche per le PMI, annuncia che ci sarà un nuovo decreto che risolverà almeno i tempi e le quote concesse. Insomma aspettate e credete, una sorta di atto di fede per sapere se si riuscirà a porre fine a questa colossale incertezza.

Per Stella Bianchi, responsabile Ambiente del PD, “il governo sta condannando il settore alla paralisi. E’ scandaloso che il ministro dello Sviluppo economico non avesse previsto che l’incertezza sugli incentivi prodotta dal decreto di ieri avrebbe paralizzato il settore con danni economici, occupazionali e, non ultimi, ambientali molto consistenti. Ci chiediamo se si tratti di disattenzione o di volontà.

Romani limiti i danni presentando il prima possibile il decreto con il nuovo schema degli incentivi. E faccia in modo che essi siano ancora in grado di sostenere la crescita del settore. Questa volta ascolti davvero gli operatori e le associazioni.

L’annuncio che gli incentivi saranno modificati entro giugno ha il solo effetto di bloccare il settore. In questi mesi nessuna impresa avrà la certezza dei ritorni attesi e ci saranno enormi difficoltà nell’ottenere o anche solo mantenere i finanziamenti bancari ricevuti.

Noi siamo convinti che occorre una riforma degli incentivi che devono essere sostenibili e quindi anche ridursi per favorire le migliori tecnologie, ma soprattutto devono essere certi nel tempo. La stabilità nel tempo degli incentivi è condizione essenziale perché le imprese possano programmare i propri investimenti. Esattamente il contrario di quanto ha fatto il governo. Il nostro è l’unico governo dei Paesi avanzati che, invece di investire in una sfida strategica per il futuro, si impegna per affossare uno dei pochi settori che è cresciuto nonostante la crisi come dimostrano gli oltre 120
mila posti di lavoro”.

“Il decreto sulle rinnovabili, così come attualmente formulato, è una pietra tombale sull’intero settore. Deve essere modificato il più presto possibile, ben prima del 30 aprile, perché getta nella totale incertezza un intero settore e ha già bloccato tutti gli investimenti in essere”, lo affermano l’On. Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd e il Sen. Francesco Ferrante, responsabile Politiche Cambiamenti climatici ed energia del PD, che oggi hanno presentato alla Camera dei Deputati e al Senato un’interrogazione ai Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente sul decreto rinnovabili, sottoscritta tra gli altri dagli On. Franceschini e Mariani e dal Sen. Della Seta.

“L’approvazione del decreto”, proseguono Realacci e Ferrante, “ha suscitato un grave allarme in tutte le associazioni di imprenditori del settore delle rinnovabili e nella stragrande maggioranza delle imprese tanto che nelle ore immediatamente precedenti l’approvazione del decreto, il governo ha ricevuto oltre 14mila mail di protesta. Inoltre il sistema bancario ha già annunciato la sospensione dei finanziamenti previsti nel settore e una riunione dell’ Abi sull’argomento, prevista per il 16 marzo”.

“Ci troviamo di fronte ad una decisione di una gravità inaudita che colpisce uno dei settori di punta dell’economia del futuro”, aggiungono Realacci e Ferrante, “ed è tanto più grave se si considera che il settore delle rinnovabili in questo periodo di crisi economica è stato tra i pochi che, in controtendenza, ha aumentato l’occupazione. Nel solo fotovoltaico si stima che siano impiegati, direttamente o indirettamente, circa 120mila addetti”.

“Il decreto nella sua versione approvata”, conclude Realacci che oggi è anche intervenuto in Aula sull’ordine del lavori, “oltre a rendere molto difficile il perseguimento degli obiettivi europei, non tiene affatto conto delle numerosissime condizioni poste nei parere resi all’unanimità dalle Commissioni competenti della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. Un motivo in più per intervenire con urgenza per correggere gli errori e le sottovalutazioni commessi, recuperare le indicazioni giunte dal Parlamento e dalla Conferenza delle Regioni, ed arrivare nel più breve tempo possibile, per non lasciare nell’incertezza l’intero settore, all’emanazione del decreto ministeriale senza imporre tetti limitanti allo sviluppo del mercato e riconoscendo un valore degli incentivi adeguato”.

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Restano ancora alcune domande a cui il governo dovrà dare risposta per spiegare il suo cambiamento di rotta così repentino.

Sempre su Pdnetwork è Paolo Della Negra, imprenditore della SolarOmega ha lasciare alcuni interrogati per il ministro Romani:

“perché avete già cambiato idea, rispetto a circa sette mesi fa, con rispetto al decreto 6 agosto 2010, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 197 del 24 agosto 2010, in cui già si rividero le tariffe incentivanti in maniera da dare continuità e sviluppo al settore per i successivi tre anni?

perché avete introdotto (sempre meno di 7 mesi fa) l’articolo 1-septies della Legge 129 del 13 Agosto 2010 (cosiddetto “modifica salva Alcoa”), modificando le regole già definite, e permettendo lo sviluppo più che esponenziale e incontrollato dell’installato fotovoltaico in pochi mesi con le tariffe generose del 2° Conto Energia?

perché non dite chiaramente che lo schema di decreto in oggetto sta di fatto devastando la parte sana del settore, quella che ha creato occupazione sino ad oggi e divulgazione dei benefici delle rinnovabili, e non avrà nessun effetto sui grandi speculatori che semplicemente sposteranno i lori interessi su altre iniziative e stati?

www.partitodemocratico.it

"Le donne tra maternità e lavoro: tutti i numeri del ritardo italiano", di Luigi Offeddu

In coda a tutti i Paesi dell’Unione europea: l’occupazione diminuisce dopo il primo figlio, crolla dopo il secondo. Ma l’Italia è all’ultimo posto anche se non ci sono bambini. Donne tra famiglia e lavoro: i numeri del ritardo italiano. Li indica Eurostat in vista dell’ 8 marzo. Uno studio della Bocconi conferma l’importanza dei nonni.
Perfino nell’Europa del 2011, sembra che alla condizione di donna si accompagni un danno oggettivo, un’oggettiva difficoltà di vivere. Questo dicono i dati che l’Eurostat, l’istituto incaricato di tradurre in cifre la nostra vita, ha scodellato in vista dell’ 8 marzo, festa mondiale delle donne: in tutti i 27 Paesi dell’Unione Europea, il tasso di occupazione femminile diminuisce con l’aumentare del numero dei figli, mentre per gli uomini accade il contrario. Il caso Italia La famiglia con i suoi carichi è dunque un fattore penalizzante per il lavoro femminile, e questo lo si sapeva da sempre. Come si sapeva che la penalizzazione si allevia, quanto più la madre può contare su asili nido o altre strutture pubbliche di assistenza: meno asili a disposizione, meno madri in grado di conservare il loro impiego. Ma è il secondo dato, quello che più colpisce: i due Paesi, su tutti, in cui alle donne fra i 25 e i 54 anni con figli è più difficile lavorare, sono Malta e l’Italia. Per confermarlo, la statistica seziona impietosamente le diverse tipologie familiari. Ecco qualche esempio al volo: donne senza figli, media Ue 75,8 per cento di occupazione; Germania 81,8, Finlandia 83,2, e via via tutti gli altri Paesi; fanalini di coda l’Italia (63,9), e Malta (56,6). Madri con un figlio: media Ue 71, 3; Francia 78; Gran Bretagna 75, Grecia 61,3, Italia 59 e Malta 45,7. Madri con 2 figli: media Ue 69,2, Belgio 77,2, Francia 78, Slovenia 89, 1, Finlandia 83,3, e così via; ultime in fondo all’elenco: Italia 54,1, e Malta, 37,4. Panorama ribadito dalla colonna dedicata alle madri con 3 figli o più: media Ue 54,7, Belgio 61, 7, Olanda 71,3; e l’Italia? Un tuffo all’in giù: in questa categoria, risulta infatti occupato solo il 41,3%delle donne (ancora una volta, superate in peggio soltanto dalle maltesi: 29,6%). Se poi si allarga la visione a tutta l’occupazione femminile, il quadro generale è altrettanto grigio: ovunque la donna lavora meno dell’uomo, e in tutta la zona Euro l’occupazione femminile è calata in media dello 0,6%dal 1999 al 2009, ma in Italia è calata ancor di più: -1,2%. Non solo. Esiste anche un’altra statistica, che prende in considerazione il cosiddetto tasso di inattività economica: persone che neppure cercano un’occupazione, gente al di fuori del mercato del lavoro. Nel 2009, nella Ue, erano in questa condizione 8,7 milioni di uomini e 23,4 milioni di donne, rispettivamente l’ 8,2%e il 22,1%del totale. Ma anche qui, grandi differenze: per le donne, il tasso di inattività era bloccato al 13%in Svezia o in Danimarca, ma balzava al 35,5%in Italia, e al 51,1%a Malta. Un altro piazzamento in coda all’Europa. Frutti avvelenati dei vecchi pregiudizi, «la donna deve pensare ai figli» e via dicendo? Non sembra: in Spagna, uno dei Paesi più tradizionalisti, si è dimezzato in 30 anni il numero di coloro che nei sondaggi ritengono giusta questa affermazione. Più probabilmente, concordano gli esperti di Bruxelles, la crisi iniziata nel 2008 ha colpito di più le fasce più deboli: piove sul bagnato, insomma. La tendenza C’è anche qualche sorpresa, nella fotografia scattata dall’Eurostat: se è vero che la presenza dei figli tira ovunque verso il basso gli indici dell’occupazione femminile, in alcune nazioni — Olanda, Finlandia, Ungheria— la tendenza sembra invertirsi quando al primo figlio ne segue un secondo, o un terzo; l’ipotesi è che la giovane madre, dopo il primo anno di crisi, riesca a riassestarsi forse anche con l’aiuto di nonne o di zie, e superi poi il secondo parto molto più pronta ad affrontare gli stress del ritorno al lavoro. Ma vi sono anche nazioni, come il Belgio o la Slovenia — note per i buoni e numerosi asili nido — dove il tasso di occupazione femminile resta invariato anche con uno o due bambini in casa, e comincia a calare soltanto dopo il terzo figlio. Quanto agli uomini con famiglia, il loro è un percorso esattamente contrario: più sono i figli a carico (almeno fino a due), più cresce il tasso di occupazione. Gli esperti non offrono in questo caso una spiegazione, si limitano ad allineare le cifre: uomo con un figlio, media Ue 87,4%(Italia 88%); uomo con due figli, media Ue 90,6 (Italia 91,1); uomo con tre o più figli, media Ue 85,4 (Italia 87,7). Ancora una volta l’Europa declinata al maschile sembra offrire una vita più facile, o meno faticosa.

Il Corriere della Sera 07.03.11

"Lega sull’orlo di una crisi di nervi. E Bossi teme di perdere il controllo", di Andrea Carugati

Doveva essere soprattutto la festa per il federalismo municipale approvato, quella di sabato sera a Bergamo, cena “di gala” per 2mila militanti leghisti a base di arrosto e polenta. E invece no. Solo una frasetta di Bossi e una piccata replica di Calderoli, super tecnica e incomprensibile ai più, a una troupe di Annozero che girava per la sala facendo domande “impertinenti” sull’aumento delle tasse comunali.
Il “succo” della serata, invece, è stato il continuo riferimento dei big ai rapporti interni al movimento, con Maroni e Calderoli a premiarsi reciprocamente sul palco con medagliette d’oro, sorrisi di circostanza, «sfatiamo il mito sui nostri litigi», e Bossi a sgolarsi che «noi siamo amici, nella Lega non si viene per fare carriera, se uno ambisce troppo al potere io lo mando via» e avanti così, tra il sorriso e la minaccia.E ancora:
«I giornali scrivono che Bobo mi vuole accoltellare, ma io non li leggo». E in riferimento ai file di Wikileaks che parlavano di Giancarlo Giorgetti come successore del Capo: «Ma se quello non è capace neppure di comandare in casa sua!». E via con l’Amarcord, gli aneddoti strappa-applausi,Maroni e l’Umberto ventenni che vanno di notte a fare le scritte sui muri e la mamma del futuro ministro dell’Interno che al mattino lo ammonisce: «Basta nottate con quel Bossi!». Scarsi, invece, i riferimenti al presente. Prudenza, imbarazzo. Per la situazione del governo, certo. Ma anche perché la Lega sembra un vulcano pronto a esplodere. Come dimostra la tavolata d’onore,
con i nomi dei big sul foglietti, ma mancano quelli di Rosy Mauro e di Reguzzoni, che sono il cuore del “cerchio magico” attorno a Bossi, e che si presentano all’improvviso. Aggiungi un posto a tavola.
PATTO MARONI-CALDEROLI
Un vulcano fatto di correnti e rivalità personali, di quarantenni che scalpitano per emergere (Giorgetti contro Reguzzoni, entrambi varesini, tanto per fare un esempio), che Bossi riesce a contenere con sempre maggiori difficoltà. Nonostante le divergenze sul futuro del governo Berlusconi, Maroni e Calderoli hanno sancito una tregua, che la festa di sabato sera ha suggellato. Frutto dell’accordo sarà, ad aprile, la nomina a capogruppo alla Camera di Giacomo Stucchi, potente capo del Carroccio bergamasco, amico di entrambi e soprattutto considerato molto più autonomo di Reguzzoni rispetto a Berlusconi e al Pdl. Lo dimostra il fatto che, nella sua provincia, la Lega governa in 42 Comuni senza Pdl. Uno stile che Stucchi intende portare anche a Montecitorio. Il che non vuol dire staccare la spina al Cavaliere. Per il momento anche l’ala vicina a Maroni si è acconciata all’idea di andare avanti con questo governo almeno fino al 2012. Ma il senso della nomina di Stucchi è sganciare la Lega dall’abbraccio col Cavaliere. E rasserenare il clima nel gruppo che, spiega un deputato, «sta per esplodere contro Reguzzoni».
LOW PROFILE SUL RIMPASTO
Quanto al rimpasto di governo, il percorso sembra chiaro: Reguzzoni dovrebbe fare il viceministro allo Sviluppo, al posto del finiano Urso, mentre il piemontese Sebastiano Fogliato andrà come sottosegretario all’Agricoltura.
L’obiettivo di questo low profile leghista è sbarrare la strada al siciliano Saverio Romano alla guida del ministero dell’Agricoltura. «Piuttosto che un meridionale preferiamo Galan», spiega un dirigente del Carroccio.
La morigeratezza leghista sul governo serve anche a spianare la strada delle nomine. I nomi in campo sono
Gianfranco Tosi (vicino a Maroni e Giorgetti) per la presidenza di Enel, Giuseppe Orsi per la carica di ad di
Finmeccanica e Danilo Broggi (oggi al vertice della Consip) per le Poste.
La Lega conta di portarne a casa almeno due su tre. C’è poi il delicato capito amministrative. Sabato Maroni ha lanciato un avvertimento («È la Lega che decide se andare da sola»), oggi il Consiglio federale riunito in via Bellerio dovrà dire l’ultima parola. Assai
probabile una corsa in solitaria al Comune di Varese (con l’uscente Attilio Fontana che si ricandida). Stesso
schema a Rimini e Ravenna, visto che la Lega romagnola vuole «fare del primo turno una “primaria” col Pdl».Ma la base preme per l’autonomia anche nelle province di Pavia e di Mantova, e in Comuni come Rho, Desio (dove Berlusconi vorrebbe candidare Renato Farina) e Treviglio. A Milano, derby leghista per la poltrona di vicesindaco tra Matteo Salvini (area Maroni) e Davide Boni (cerchio magico).

L’Unità 07.03.11

Gheddafi/Berlusconi, affari in comune e conflitto d'interessi con la Quinta Comunication

Fiano e Orfini:”Italia e Berlusconi recidano i legami con i fondi libici. Di fronte alle stragi del dittatore nessuna connivenza può essere tollerata”. Caos in Libia, Gheddafi annuncia la tregua, i ribelli continuano a combattere. In Libia il regime annuncia la tregua, ma senza riscontri oggettivi. In Italia il Partito Democratico chiede al governo e alla maggioranza di recidere i legami con i fondi libici che hanno compartecipazioni in numerose banche e aziende italiane, e dove spunta l’ennesimo conflitto d’interessi di Berlusconi, in affari con Gheddafi.

In una dichiarazione Emanuele Fiano, presidente del forum Sicurezza del Partito Democratico, chiede al “governo e al mondo dell`economia privata italiana di interrompere qualsiasi tipo di rapporto con le partecipazioni di Gheddafi nelle imprese italiane, compresa ovviamente la Quinta Communication compartecipata dal presidente del Consiglio”. La società a cui si riferisce Fiano è attiva da anni, seppur non visibilissima. Nel settembre 2009 il Guardian, analizzandone le operazioni finanziarie indicava il conflitto d’interessi e avvertiva: i negoziati Italia-Libia sono a rischio d’influenza per gli affari comuni dei due leader. Stessi toni anche per Matteo Orfini, membro della segreteria del Pd e responsabile Cultura e Informazione: “La vicenda degli incroci proprietari tra società del presidente del Consiglio e società partecipate da fondi di stati esteri – scrive – è già in sé qualcosa che chiarisce quanto il rischio di conflitto di interessi sia reale anche nella gestione della politica estera del nostro paese. Ma ancor di più, in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è indispensabile che il premier recida ogni legame con il fondo sovrano libico. Se nel Pdl fosse ancora rimasto qualche liberale – conclude Orfini – sarebbero proprio i compagni di partito di Berlusconi a chiederlo”.

E’ tregua per Gheddafi ma i ribelli continuano ad avanzare. Dopo la durissima battaglia a Zawiya che ha fatto decine di morti, il governo dichiara la riconquista di tre città. Gli insorti smentiscono: “È solo propaganda” e dicono di aver abbattuto due caccia. In mattinata l’ex segretario del PD, Walter Veltroni, era intervenuto su facebook chiedendo a partiti, sindacati e associazioni di massa di tornare in piazza con un grande movimento, simile a quello che tentò di impedire l’intervento in Iraq nel 2003: “Cedere all’egoismo e lasciare soli coloro che si battono, forse in modo confuso e contraddittorio, per la libertà non è da noi”.
“Di fronte alle stragi che gli uomini fedeli al dittatore di Tripoli stanno perpetrando nei confronti del loro popolo – insiste su questo Fiano – nessuna connivenza dell`Occidente può più essere perdonata, soprattutto se riguarda personalmente le aziende del capo del governo. Anche se non è chiaro come ora sia possibile aiutare gli insorti fattivamente, tutti noi occidentali dovremmo far sentire la nostra voce manifestando a favore della loro lotta”.

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Non faremo passi indietro, il patto con le forze della ricostruzione si farà

La Repubblica intervista Bersani: “Servono tenuta, grinta e progetto per andare oltre Berlusconi. La riforma Alfano della giustizia? E’ solo un diversivo populista”. E sui referendum: “Sì all’abrogazione del legittimo impedimento. Sì all’abrogazione della legge sul nucleare non per ragioni ideologiche ma perché siamo contro il piano del governo”

La linea resta uguale: arrivare a un’alleanza “tra moderati e progressisti”, tra il Terzo polo e il centrosinistra classico. “Abbiamo delle buone occasioni per realizzare questo incontro – spiega Pier Luigi Bersani -. Alle amministrative, nel passaggio dal primo al secondo turno. In Parlamento, con le battaglie sui temi costituzionali”. E se nel Partito democratico qualcuno mette in dubbio la strategia, in vista di tempi lunghi per il voto, “deve con precisione indicare un’altra strada. I semplici dubbi non è che non aiutino me, non aiutano l’alternativa a Berlusconi”. Il segretario del Pd parla anche della contestata raccolta di firme per le dimissioni del premier, costellata di sostenitori fasulli online, da Stalin a Hitler a Ruby. “Sono contento che abbia firmato Paperino. Credo invece che contro Berlusconi non firmerà mai la Banda Bassotti”.

Fini è sicuro che quest’anno non ci saranno le elezioni anticipate. Lo pensa anche lei?
“Non faccio previsioni. So però che le fasi non cambiano ogni 15 giorni. E la fase che stiamo vivendo è quella del tramonto berlusconiano. Sarà un crepuscolo che creerà tensioni drammatiche sul piano politico e istituzionale. Berlusconi si difenderà con tutte le energie per sopravvivere e alla fine del ciclo la ricostruzione democratica avrà bisogno di un concorso di forze. Sono parole che ho pronunciato un anno e mezzo fa. Non ho cambiato idea”.

A proposito di Fini, che ingratudine! Lo avete lusingato.Vi ripaga dicendo che la sinistra è conservatrice come Berlusconi
“Fini deve destreggiarsi fra un’opposizione al premier, e la necessità tattica di far intendere che lui si occupa di riorganizzare la destra. Se il suo orizzonte è quello, ci limitiamo a fargli gli auguri. Se invece vuole costruire un’alternativa di centro, il discorso cambia”.

La “linea della fermezza”, dopo la sconfitta del 14 dicembre e il voto più lontano, rischia di farle pagare un prezzo anche nel PD?
“Sfortunatamente l’idea che le fasi cambino a ogni piè sospinto fa breccia anche nel centrosinistra. Pur non facendo pronostici, credo che il governo non arriverà alla fine della legislatura. Allora dico che il nostro campo si deve reggere su tre parole-chiave: tenuta, grinta e progetto. Berlusconi userà tutta la sua determinazione. Noi dobbiamo avere più grinta e più tenuta, non di meno. Nonostante la sua tenacia i sondaggi dimostrano che sta perdendo la presa sull’opinione pubblica mentre l’opposizione migliora la sua capacità di parlare ai cittadini. Eppoi si vota, altro che. A maggio dieci milioni di italiani vanno alle urne per le amministrative. A loro diciamo: vota per la tua città ma anche per il tuo Paese”.

Ha detto che sarà un test nazionale. Se l’esito fosse negativo, si dimetterà?
“Non ci penso nemmeno a un esito negativo. So che si voterà in universo politico trasformato rispetto a cinque anni fa. Ma mi aspetto un buon segnale rispetto ai dati delle politiche, delle Europee e delle regionali. Sarebbe un messaggio nazionale”.

Ci sono dubbi sull’autenticità dei dieci milioni di firme contro il premier. Online sono tantissime quelle taroccate.
“Fra quelle già raccolte e quelle che arriveranno ai milioni di moduli distribuiti alle famiglie l’obiettivo è raggiunto. Sapevamo che su Internet ci saremmo esposti alla goliardia del centrodestra. Ma chi vuole metterla in burla sbaglia. Abbiamo una certa esperienza di banchetti: non è mai stato così facile raccogliere adesioni. Il nostro compito adesso è tenere viva questa straordinaria partecipazione. I sondaggi confermano che per gli italiani Berlusconi è l’ostacolo alla soluzione dei problemi. E non parliamo dell’immagine all’estero. Nei rapporti con certi regimi ci vuole il senso della misura. Il baciamano a Gheddafi è parso l’omaggio a un dittatore non alla Libia. Oggi rischiamo di pagare un prezzo salato nel rapporto con quei popoli”.

Il progetto del Pd è oscurato dalle incertezze sulle alleanze?
“Ho sempre detto che prima delle alleanze c’è il progetto di governo e che il Pd ha la responsabilità di proporlo. Abbiamo un pacchetto di riforme sociali e sulla democrazia. Da lì partiamo. La proposta politica del partito resta assolutamente ferma, si rivolge ai moderati e ai progressisti. Al momento giusto tireremo le somme. L’importante è che il Pd abbia questa impostazione generosa e aperta che ora viene compresa dai cittadini più ancora che dalle forze politiche”.

La riforma della giustizia non è una legge ad personam. Il Pd può almeno aspettare il testo prima di emettere la sentenza?
“Le carte vanno viste, per carità. Il punto è che da 17 anni non vediamo mai niente di accettabile. Io non mi aspetto niente di buono. E nel frattempo ci sono nell’aria e in Parlamento ipotesi di ulteriori leggi ad personam che vanno inquadrate in un’offensiva generale del premier contro la magistratura alla quale ci opporremo. È la solita bandiera populistica di Berlusconi, il solito modo di non andare ai problemi concreti, la solita chiamata a un giudizio di Dio sulla sua persona. Le chiacchiere non possono nascondere che la giustizia è l’unico settore che non ha visto uno straccio di cambiamento a favore dei cittadini. La riforma è solo un grande diversivo e la ricerca di un terreno di scontro”.

Sui referendum il Pd ha le idee chiare?
“Sì all’abrogazione del legittimo impedimento. Sì all’abrogazione della legge sul nucleare non per ragioni ideologiche ma perché siamo contro il piano del governo. Peraltro l’esecutivo ha appena fatto un danno alle energie rinnovabili, uno dei pochi settori in crescita, mettendolo nell’assoluta incertezza. Sull’acqua valuteremo. Abbiamo un progetto contro la privatizzazione, l’esito referendario ci porta verso una soluzione non convincente”.

23 parlamentari del Pd hanno abbandonato il partito in questi tre anni. Non è preoccupato?
“Mi dispiace molto. Ma registro che nel Paese siamo compresi meglio. Lo dicono i sondaggi”.

Scegliere subito il candidato premier darebbe una mano all’opposizione?
“Quando ci saranno le elezioni sarà chiaro lo schieramento e verrà definito il leader che come in tutte le democrazie deve emergere da un processo politico. Anche negli Stati Uniti si decide il candidato in ragione della scadenza elettorale. Una certa deformazione del concetto di leadership è il riflesso del berlusconismo che è in noi, come diceva Gaber”.

Lei è sempre in campo?
“Non escludo affatto la mia candidatura. Per il leader del maggior partito di opposizione oltre che un problema di volontà è un dovere d’ufficio esserci. Questo non significa mettere la persona davanti al processo politico”.

Intervista di Goffredo De Marchis per la Repubblica

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