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Scuola, l'anno prossimo -881 docenti in Emilia-Romagna

I sindacati: a rischio inglese e tempo pieno. La Flc-Cgil: «Aumenterà il numero di alunni per classe. E già ora alle superiori ce ne sono da 32-34 studenti».
Nuovo allarme dei sindacati sulla scuola. Nell’anno scolastico 2011-12 in Emilia-Romagna ci saranno 881 posti da insegnante in meno e 606 da personale Ata in meno.

La Flc-Cgil parla di «emergenza» e chiede l’aiuto della Regione: «Ha il dovere di intervenire». Siamo di fronte a un quadro «drammatico», dice il segretario Raffaella Morsia, una situazione che riduce «allo stremo» l’intero sistema dell’istruzione. A rischio, per il sindacato, il tempo scuola e il numero di alunni per classe «che non rispetterà i parametri fissati dallo stesso Ministero», visto l’incremento demografico: sono previsti 7.235 alunni in più.

Rispetto al quadro regionale, il taglio di 881 docenti significherà un -2,28% (la media nazionale è del 3.17%): «Salterà completamente il discorso relativo all’insegnamento della lingua inglese nelle primarie – spiegano dal sindacato – le nuove richieste di tempo pieno non verranno neanche prese in considerazione, oltre al rischio per quello già in atto. E le classi imploderanno». Tanto più che già quest’anno «alle superiori ci sono classi con 32-34 studenti».

da www.corrieredibologna.corriere.it

"L’ultimo rogo delle donne", di Vittorio Zucconi

Era il 25 marzo 1911, un incendio divampò nella camiceria “Triangle Shirtwaist”, a New York. Dei centoquarantasei morti, centoventinove erano ragazze: siciliane, russe, ucraine Le fiamme divennero simbolo dello sfruttamento femminile e cambiarono la coscienza americana. Ma soltanto oggi gli ultimi corpi delle sarte sono stati identificati: tre erano italiane
Uno storico, Michael Hirsch, ha ricostruito le identità mancanti inseguendo la sua ossessione, la “vittima numero 85”: Maria Giuseppina Lauletti, vent´anni
Fu la più grande carneficina prima dell´11 settembre 2001 Le autorità inasprirono le pene sul lavoro a cottimo e vennero introdotte le famose scale esterne

Fu lo spaventoso crogiolo dell´immigrazione, la fonderia umana nella quale si fusero per sempre i corpi, le identità e le nazionalità dai quali sarebbe nata la New York che conosciamo. Erano soprattutto donne, italiane e ucraine, russe e palestinesi, rumene e irlandesi, le cucitrici che furono consumate insieme un secolo fa esatto nel rogo della camiceria “Triangle Shirtwaist” del Village, negli appena diciotto minuti trascorsi fra il primo grido di «Al fuoco! Al fuoco!» e lo spegnimento. Alla fine furono centoquarantasei morti, tutti fra i sedici e i ventitré anni, piccole schiave incatenate alle macchine per cucire e ai tavoli per il taglio della tela ai quali furono trovate fuse insieme. New York avrebbe dovuto attendere novant´anni, fino all´11 settembre 2001, per subire una carneficina più orribile.
Fu il rogo che cambiò e sigillò il destino di una grande città e di chi ci avrebbe vissuto e lavorato dentro, secondo un canovaccio terribile e ripetuto tante volte nella storia americana periodicamente illuminata da immensi incendi, nella Chicago dei mattatoi industriali, nella San Francisco degli avventurieri, nella Atlanta sconfitta dalla Guerra civile, nella New York selvaggia del primo Novecento, come se il parto doloroso di questa grande nazione avesse bisogno di un falò, per ripartire. Ma di storia, di destini da Roma di Nerone, di crogioli che scuotessero anche le autorità giudiziarie e politiche dal loro comodo, e spesso corrotto, laissez faire, alle centoventinove camiciaie e ai loro diciassette colleghi maschi nell´East Village poco importava.
A Bessie la russa, a Peppina e Concetta le italiane, a Fannie l´ucraina, vittime identificate a fatica e alcune soltanto ora e finalmente sepolte con un nome nel cimitero immenso dei “Sempreverdi” fra Brooklyn e Queens, da un ricercatore ossessionato da quell´incendio, importava soltanto guadagnare quello che il capo reparto decideva di pagarle alla fine di ogni giorno. Non c´erano salari fissi né contratti sindacali. Un dollaro, due al giorno, mai di più, per restare entro i costi previsti dai due proprietari della azienda: diciotto dollari ogni dodici camicie, un dollaro e mezzo a camicia.
Poche di loro, in quel palazzo di dieci piani a pochi passi da Washington Square, nel cuore del Village, chiamato Asch Building, parlavano inglese e capirono che cosa significasse l´urlo che risuonò alle quattro e quarantacinque di un pomeriggio di primavera 1911, il 25 marzo: «Fire! Fire!». Non che la comprensione immediata dell´allarme avrebbe potuto fare molta differenza per le donne e gli uomini che tagliavano, cucivano, lavavano, stiravano e stendevano le camicie. Lo sweathshop, la fabbrica del sudore, occupava tre piani, tra l´ottavo e il decimo, e l´ottavo era bloccato. Tutte le porte erano chiuse dall´esterno e le lavoranti controllate una per una alla fine del turno, perché non rubassero utensili, forbici, aghi, filo o pezze di prezioso cotone.
Il secchio d´acqua che un impiegato della contabilità, William Bernstein, tentò di rovesciare sul focolaio acceso, attingendo all´unico rubinetto funzionante nello stanzone, non avrebbe potuto nulla contro un incendio che trovò, forse per una cicca accesa, nei mucchi di scampoli accatastati sul pavimento, nelle camicie stese ai fili e già asciutte, nel legno del pavimento e dei tavoli, il combustibile ideale. I racconti dei pochi superstiti, come Bernstein che testimoniò al processo contro i due soci proprietari della “Camiceria Triangolo” condannati per omicidio, sono pagine tratte dall´immaginario infernale da catechismo.
Sono scene di donne già in fiamme che correvano cercando di sfuggire al fuoco che stava bruciando le gonne e i capelli, tuffi silenziosi e senza grida di altre che si lanciavano dalle finestre scegliendo il suicidio, fotogrammi di ragazzine «semplicemente impietrite», disse Bernstein, incapaci di muoversi e di reagire. Immobili nell´attesa certa e rassegnata di diventare torce viventi o di cadere asfissiate dal fumo. I vigili del fuoco che, incredibilmente, riusciranno a spegnere un incendio all´ottavo piano in appena diciotto minuti, troveranno sartine fuse con la macchina per cucire alla quale morirono abbracciate, come se non avessero voluto separarsi da quell´utensile che aveva dato loro un mezzo per vivere nella città dove erano approdate.
Molte di loro non sarebbero state identificate per decenni, le ultime per un secolo, come Elizabeth Adler, rumena di ventiquattro anni, come Maximilian Florin, russo di ventitré anni, come la “morta numero 85”, una caduta ignota sepolta per novantanove anni con questa lapide, e sarà colei dalle quale partirà, quasi per caso, il cammino di uno storico appassionato di genealogia, Michael Hirsch, ossessionato dall´incendio che cambiò New York. La “vittima numero 85” sarebbe risultata essere la sorella di una giovane di diciassette anni sepolta in un altro cimitero, sotto una lapide che ricorda misteriosamente «la sorella uccisa», senza altre indicazioni. Da quella tomba, Hirsch sarebbe risalito a una pronipote ottuagenaria, pensionata in Arizona. Da lei, dai suoi confusi ricordi personali di prozie perdute all´inizio del Novecento, avrebbe scalato l´albero della loro storia e trovato un nome, nell´elenco delle impiegate della “Camiceria Triangolo”, una scomparsa dopo il 25 marzo 1911. E da lì sarebbe risalito alla tomba del cimitero di Brooklyn, finalmente dando un nome a quei resti: Maria Giuseppina Lauletti. Siciliana di vent´anni.
Con lei, l´appello dei morti è stato completato. Sotto il monumento che ricorda quel giorno, sono stati scritti i nomi degli ultimi sei ignoti, Max Florin, Concetta Prestifilippo, Josephine Cammarata, Dora Evans and Fannie Rosen e un atto di pietà è stato scritto. Ma il vero memoriale al rogo delle cucitrici non è in quel cimitero. È nella carne viva della città, che la strage cambiò per sempre e che anche il più “casual” dei turisti può vedere, senza neppure saperlo. Il processo contro i due soci proprietari, che le autorità cittadine perseguirono con tutta la furia e la severità di chi sapeva di avere la coda di paglia politicamente infiammabile quanto quelle camicie, riscrisse e impose la normativa antincendio nella città cresciuta senza regole. Costruì e rese obbligatorie ovunque quelle scale esterne che oggi si vedono pendere dagli edifici più bassi e che ogni film poliziesco o di horror usa per gli incubi degli spettatori. Cominciò la bonifica dei tenement, quei termitai in affitto, come dice il nome, dove le onde umane dei nuovi immigrati si accatastavano una sull´altra facendo di New York all´inizio del secolo scorso la città più densamente popolata del mondo. I regolamenti per la bonifica dei tenement esistevano già da dieci anni, ma né il Comune, né la polizia, né la magistratura si erano mai dati la pena di farli rispettare, nel nome della crescita rapinosa e della generosità sottobanco dei signori dei termitai. E quelle ottantacinque ore di lavoro alla settimana che le ragazzine dell´ottavo piano dovevano subire apparvero, finalmente, intollerabili.
Gli scioperi degli altri schiavi delle macchine per cucire a Philadelphia, a Baltimora, nel Village e nel Garment District di Manhattan, che ancora esiste ma langue nella concorrenza impossibile dei nuovi schiavi che tagliano camice e abiti in Estremo Oriente, incontrarono l´appoggio di un pubblico che, fino a quel falò, preferiva schierarsi con chi offriva loro, a qualunque prezzo, un lavoro. Per anni, e invano, altri operai e operai dell´industria tessile avevano organizzato scioperi. E in un´altra fabbrica del sudore a New York, pochi anni prima, si sarebbe visto lo spettacolo inaudito e terrorizzante del primo sciopero indetto e organizzato interamente da donne. I ritocchi salariali e miglioramenti avevano appena sfiorato le ragazze della “Camiceria Triangolo”, reclutate fra le più giovani, le più timide, le più docili immigrate dalla Sicilia, dai ghetti d´Ucraina e di Russia. Lo Asch Building è ancora lì dov´era nel pomeriggio del 25 marzo 1911, ribattezzato Brown Building e oggi parte della New York University alla quale fu donato. È un edificio poco interessante, nella banalità dello stile neo rinascimentale che disseminò di palazzi simili le città americane, e alle finestre dell´ottavo piano, oggi sede di rispettabili studenti e insegnanti di scienze, c´è qualche condizionatore d´aria. È un luogo un po´ freddino, poco trafficato, stranamente silenzioso nonostante la prossimità con Washington Square, il cuore del Village. Non entra in nessuna foto o videoclip ricordo del viaggio a New York. Si incrociano giovani, studenti, soprattutto studentesse, belle, serie, sorridenti, decise, occupate a vivere quel sogno che altre ragazze cucirono anche per loro, con la propria vita.

La Repubblica 06.03.11

"Una vedova che si chiama Cultura", di Michele Ainis

Centocinquant’anni per uno Stato, un popolo, una cultura. Per un’identità nazionale che si riflette nei principi scolpiti sulla nostra Carta. Ma la cultura, al pari della Costituzione, è ormai una vedova nell’Italia del 2011. Perché è morta la politica, e senza politica nessuna energia artistica o scientifica può dispiegare la sua forza propulsiva. Né possono supplirvi le norme costituzionali, quando vengano consegnate anch’esse a un lutto prolungato. In questo caso sono tre, e hanno ricevuto in sorte un triplo tradimento. Riscopriamole, sventoliamole come una bandiera, facciamone il vessillo del nostro anniversario. Magari non servirà a scuotere i partiti, però una bella scossa servirebbe innanzitutto agli italiani. Va bene che ospitiamo sul nostro territorio Santa Romana Chiesa, ma all’estero nessuno si capacita della nostra santa rassegnazione.
Nella Carta del 1947 risuona in primo luogo l’obbligo di proteggere l’ambiente e i beni culturali (articolo 9, comma 2). Obbligo? Diciamo piuttosto convenienza, tornaconto collettivo. Perché il patrimonio storico e artistico è la nostra maggiore ricchezza, perché con 45 siti Unesco vantiamo un record mondiale, perché infine questo primato significa turismo, e dunque soldi freschi nelle nostre casse vuote. O almeno dovrebbe: ma sta di fatto che in trent’anni siamo precipitati dal 1º al 28º posto nella classifica turistica. Colpa dei bilanci in rosso, ripete in coro la politica. Ma in un libro scritto a quattro mani i giornalisti del Corriere della Sera Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo raccontano che nel 2010 abbiamo speso 219 milioni per i vitalizi degli ex parlamentari, e che tale cifra misura più del doppio di quanto incassano ogni anno i siti archeologici e i musei italiani.
Nel frattempo non castighiamo i furti d’arte (fra i 69mila detenuti nelle patrie galere non ce n’è uno che risponda di questo reato). Non sfruttiamo il merchandising (i 43 milioni fatturati nel 2009 dal Metropolitan Museum surclassano da soli tutta l’azienda Italia). E in conclusione ci cresce in testa un gran bernoccolo, per i crolli alla Domus Aurea o per quelli di Pompei.

E l’ambiente? Il codice Urbani del 2004 stabilisce che il patrimonio culturale è la somma dei beni artistici e paesaggistici. Giusto, dato che tutte le vestigia del passato sono pur sempre localizzate in un particolare territorio, e dato che fra cultura e natura s’apre una rete d’assonanze, di riflessi, di allitterazioni. Ma ogni anno sul paesaggio italiano si riversa una colata lavica di 46 milioni di tonnellate di cemento, e a sua volta la politica non perde mai occasione di coniugare il danno al danno. L’ultimo misfatto è il decreto sul fotovoltaico, doppiamente incostituzionale: perché distrugge le energie rinnovabili, con il pretesto di regolarle meglio; e perché offende la certezza del diritto (oltre a bruciare investimenti e posti di lavoro), dal momento che il decreto è retroattivo.
C’è poi, sempre nella nostra maltrattata Carta, una garanzia di libertà per l’arte e per la scienza (articolo 33, comma 1), che significa anzitutto autonomia dalla politica, dai suoi pantagruelici appetiti. Nessun altro Minculpop nella Repubblica italiana, niente più cultura di Stato, disse Concetto Marchesi in Assemblea costituente. Ma che rimane adesso di quest’intenzione normativa, mentre lo spoil system governa i teatri comunali non meno che la Rai, mentre al bastone del censore si è sostituita la carota del finanziamento pubblico, sempre e soltanto per i clienti e per gli amici? Tuttavia almeno loro si dissetano con quel poco che gocciola dai nostri rubinetti, giacché sulla ricerca – per fare un solo esempio – investiamo l’1% del Pil, quando l’obiettivo di Lisbona è il 3 per cento.
Da qui il terzo tradimento della Carta. Tocca l’impegno a promuovere lo sviluppo delle espressioni artistiche e scientifiche (articolo 9, comma 2), e tocca quindi il futuro dell’Italia, dei giovani italiani. No a tagli con il machete, ammonisce il capo dello Stato. No all’abbandono del nostro patrimonio culturale, un patrimonio di memorie antiche e di nuove intelligenze, esorta Italia Futura. No al prosciugamento del Fondo unico per lo spettacolo, aggiungono le associazioni di categoria. Perché se devi stringere la cinghia puoi rinviare il tagliando o il cambio delle gomme alla tua auto, ma non puoi evitare di metterci benzina, altrimenti rimani fermo al palo. E perché il paese non può permettersi un ministro non ministro ai Beni culturali, con le dimissioni di Bondi perennemente appese sul portone. Ridateci un ministro, e soprattutto un ministero.

Il Sole 24 Ore 06.03.11

"La piaga del femminicidio a uccidere è il marito o l'ex", di Francesca Parisini

L’8 marzo al Parri uno studio commissionato dalla Casa delle donne. Nel 2010 in Emilia Romagna cinque vittime, due a Bologna. In Italia sono state 127
Sono state 127 le donne morte per “femminicidio” in Italia, nel 2010, e di questi omicidi 5 sono avvenuti in Emilia-Romagna: 2 a Bologna, 2 in provincia di Modena e 1 a Rimini. Lo dice una ricerca, dal titolo “Il costo di essere donna”, che verrà presentata l’8 marzo all’Istituto Parri di via Sant’Isaia 20 (ore 17) con Giancarla Codrignani, vicepresidente dell’Istituto, Teresa Marzocchi, assessore alle Politiche Sociali della Regione, e la studiosa Barbara Spinelli, autrice del saggio omonimo, “Femminicidio”. A promuoverla è la Casa delle donne per non subire violenza, che dedicherà la giornata a Ilham Azounid e al suo bambino di due anni, uccisi dal padre-marito italiano a Bologna lo scorso 6 febbraio. Ilham si era rivolta alla Casa delle donne ed era stata accolta quando era incinta del figlio e subiva i maltrattamenti del marito.

In occasione della giornata dedicata alla donna, verrà festeggiata la terza casa per le vittime di violenze tra le mura familiari. La struttura di via dell’Oro sarà per un giorno aperta a tutti, dalle 9 alle 16 per visite, domande e approfondimenti.
Sono quasi il 7% in più le donne che nel corso del 2010 hanno perso la vita per violenze che, nella stragrande maggioranza dei casi, hanno per autori i mariti (22%), i compagni e conviventi (9%) o ex (23%), ma anche figli (11%) e padri (2%): tutti uomini, insomma, con i quali le vittime avevano una relazione molto stretta. La maggior parte di loro, dice ancora la ricerca, che verrà presentata martedì prossimo, sono donne italiane (78%), così come la maggior parte degli uomini che le hanno uccise (79%).

I motivi del gesto sono i più svariati. Spicca un’incapacità di accettare le separazioni (19%), gelosie (10%) e conflittualità (12%). Nell’insieme, le ragioni vanno ricercate nel sostrato culturale, nel pensare la donna “quale oggetto di proprietà, privandola violentemente di uno spazio decisionale, individuale ed attivo”, dicono i ricercatori del fenomeno. Inoltre, il femminicidio non è il frutto di un’azione improvvisa ed imprevedibile, bensì l’epilogo di un crescendo di violenza, a senso unico.

Nell’appuntamento al Parri, la ricerca verrà illustrata da Virginia Venneri e Anna Pramstrahler. La giornata potrà essere chiusa con la visione di un film o con una cena. La prima è alla Cineteca di Bologna (ore 20), dove sarà proposto il documentario “No woman, no cry” girato dall’ex top model Christy Turlington e che affronta il drammatico fenomeno delle morti femminili legate alla gravidanza. La cena è alle 20 al ristorante Estravagario (Via Mascarella 81/h) e serve per raccogliere fondi a favore della Casa delle donne per non subire violenza.

La Repubblica/Bologna 06.03.11

"La Grande Muraglia che è in noi", di Mario Calabresi

In silenzio, senza che quasi nessuno se ne accorgesse, lo scorso anno i turisti cinesi hanno speso in Italia più di americani e giapponesi, nostri storici visitatori. Un milione di persone, ognuna delle quali ha lasciato qui, in media, 869 euro. A casa, o in giro nel resto del mondo, sono rimasti gli altri 249 milioni di cinesi che hanno raggiunto il benessere e un potere d’acquisto paragonabile a quello della classe media europea.

Un giacimento su cui un’Italia che fatica a far camminare la propria economia dovrebbe buttarsi senza esitazioni. Invece non ho mai sentito un solo minuto di dibattito politico in cui si discutesse di questa opportunità, non ho visto nessuna agenda governativa che mettesse in cima alle priorità la costruzione di un sistema accogliente per chi vola da Pechino o da Shanghai e proporre di far studiare il mandarino nelle scuole sembra un esotismo fine a se stesso.

Anzi, a dire la verità, il nostro sistema i cinesi continua a guardarli con lenti vecchie e superate, considerandoli ancora potenziali clandestini che vogliono entrare in Italia per nascondersi poi a Napoli o a Prato a fare borse contraffatte o golfini. Tanto che all’ambasciata cinese a Roma mostrano parecchio disagio quando raccontano come i loro connazionali che chiedono un visto turistico per volare a Milano a fare shopping siano costretti a lunghe attese nonostante abbiano biglietti di andata e ritorno in business class e prenotazioni a cinque stelle. La conseguenza è che la maggior parte di loro sceglie poi di puntare su Parigi, Londra o Francoforte, destinazioni per le quali non solo è più facile ottenere il visto ma dove l’accoglienza (come ci racconta Marco Alfieri nell’inchiesta che pubblichiamo oggi) è costruita su misura per chi arriva dalla Cina.

Questa storia dei turisti che superano la Grande Muraglia e sbarcano in Europa affamati di borse, scarpe e orologi (rigorosamente originali) è il paradigma di come l’Italia debba imparare ad essere più elastica e a guardare al mondo che ci circonda con occhi nuovi. Mentre noi ci culliamo nei nostri stereotipi il panorama intorno cambia a una velocità incredibile, tanto che la Ferrari per presentare un suo nuovo modello punta su Shanghai e Prada sceglie di quotarsi in Borsa a Hong Kong e non a Milano.

Ma il salto culturale a cui siamo chiamati, se vogliamo entrare da protagonisti nelle rotte del nuovo turismo mondiale, non è solo quello di comprendere che cinesi, russi, ma anche brasiliani e indiani quando si presentano oggi alle nostre frontiere possono essere una grande opportunità e non per forza motivo d’allarme, ma è anche quello di capire cosa ci chiedono.
I nuovi turisti quando scelgono l’Italia non hanno in testa gli Uffizi o la Cappella degli Scrovegni (fanno eccezione il Colosseo, la Torre di Pisa e le gondole veneziane), non cercano l’archeologia o le Chiese barocche ma la nostra moda, il nostro design e il nostro vino. Hanno in testa un’altra Italia: vorrebbero venire qui a prendersi un pezzetto del nostro modo di vivere, mettersi addosso il nostro gusto, sentirsi protagonisti dell’Italian Style.

Mentre sui banconi dei bar italiani all’ora dell’aperitivo è comparso il sushi (e questo ci fa sentire molto internazionali), a Shanghai e Hong Kong i giovani di tendenza vanno a fare l’happy hour nei grandi alberghi dove si beve vino francese o italiano e sul bancone ci sono vassoi di parmigiano, gorgonzola, camembert o «talleggio». «Il vino è il nuovo tè» ho letto su una rivista cinese in lingua inglese la scorsa settimana, e la moltiplicazione delle enoteche in ogni città cinese mi ha confermato che è nato un nuovo mercato.

Sono soprattutto i trentenni e i quarantenni delle megalopoli cinesi a guidare questa rivoluzione dei costumi: il loro sogno è di sbarcare in Italia, comprarsi un abito di Zegna, scarpe di Ferragamo, borse di Gucci e Prada, giocare a golf sul Lago di Como, scommettere al casinò a Venezia e visitare cantine in Toscana o in Piemonte.

Questo pensano sia il percorso per diventare sofisticati cittadini del mondo e a pensarlo sono milioni di persone. A noi e al Made in Italy converrebbe rendere agevole questo percorso senza paure e snobismi, converrebbe avere il coraggio e la lungimiranza di abbattere quella Grande Muraglia che sta nelle nostre teste, nelle nostre burocrazie, nei nostri investimenti e nel nostro modo di pensare il turismo e il futuro del Paese.

La Stampa 06.03.11

Un altro taglio alla ricerca italiana salta l´avamposto nella Silicon Valley", di Federico Rampini

Per l´Italia da oggi ufficialmente la Silicon Valley non esiste più. Scaduto il mandato per l´addetto scientifico uscente, presso il consolato italiano di San Francisco, questo incarico non sarà affidato ad altri. Fra i tanti tagli di bilancio che colpiscono la ricerca scientifica in Italia, questo potrebbe passare inosservato. Ma che la ritirata dalla Silicon Valley sia un autogol per l´intero sistema Italia, lo dimostra il contrasto stridente con le strategie di tutti gli altri paesi europei. Mentre l´Italia elimina l´unico addetto scientifico (che doveva coprire da solo un´area vastissima della West Coast, compresa Seattle nello Stato di Washington, sede di Microsoft, Boeing, Amazon), la Francia ha una struttura apposita, parallela al suo Consolato di San Francisco e direttamente collegata all´ambasciata di Washington, chiamata Service Scientifique. Organico: quattro esperti di scienza, tecnologia, informatica, al servizio delle imprese francesi. Il Regno Unito ha una struttura analoga chiamata Science and Innovation, con due esperti distaccati da Londra in permanenza per coprire la Silicon Valley. Perfino più intensi sono gli sforzi dispiegati da paesi molto più piccoli del nostro. L´Olanda ha tre attaché presso il Netherlands Office for Science and Technology di San Francisco. Il record assoluto va alla Svizzera: una task force di 13 esperti lavora presso la struttura Swissnex. Un´esagerazione? Uno spreco di risorse del contribuente? Ma tutta l´industria elvetica ne ricava un supporto prezioso, che vale la spesa: la Svizzera tra l´altro è sede di multinazionali farmaceutiche e la Silicon Valley è un laboratorio all´avanguardia anche nella biogenetica con il gruppo Genentech e altri vivai d´imprese innovative. E se il record svizzero è ineguagliabile, impressiona anche la struttura Innovation Norway che impiega quattro esperti norvegesi a tempo pieno. Spagna, Austria, Finlandia, Repubblica Ceca, Irlanda: perfino paesi dalle finanze pubbliche ben più precarie del nostro, non rinunciano ad avere una presenza specializzata di attaché scientifici nella Silicon Valley, per non essere tagliati fuori dal prossimo ciclo di innovazioni. Che non sono necessariamente concentrate nel mondo di Internet e dell´informatica. Perché a fare notizia quotidianamente dalla Silicon Valley sono le gesta di Steve Jobs e del suo iPad, i progetti di Google nel mondo dell´informazione, l´impatto mondiale di Facebook e Twitter protagonisti delle rivoluzioni democratiche nel mondo arabo. Ma la Silicon Valley è molto di più: è all´avanguardia nei settori più disparati come l´auto elettrica con Tesla (l´unica azienda americana che è riuscita ad attirare come azionisti i giapponesi della Toyota); perfino le tecnologie cinematografiche con Pixar e Lucas Film. Non a caso è un aggregato di poli universitari che attirano un flusso continuo di cervelli dall´Italia. E il talento italiano vi è ben rappresentato. Di recente Barack Obama ha consegnato una medaglia presidenziale a Federico Faggin, l´inventore del primo micro-chip brevettato dalla Intel. Il boom della biogenetica porta anche la firma di Roberto Crea, l´inventore dell´insulina artificiale e uno dei pionieri del gruppo Genentech. Proprio perché il flusso di scambi tra Silicon Valley e l´Italia è stato a senso unico (una fuga dei nostri cervelli), e poiché non abbiamo multinazionali come quelle svizzere tedesche francesi che possono permettersi strutture proprie in loco, l´addetto scientifico poteva offrire un servizio pubblico al sistema delle imprese italiane. Invece con la scadenza del mandato di Terenzio Scapolla, rientrato al suo posto di docente universitario a Pavia, il governo italiano ha deciso che non lo sostituirà. Risparmi? Tutti gli altri governi europei sono alle prese con l´austerità, evidentemente con priorità diverse. Una soluzione inoltre è quella di assumere personale straniero: i consolati inglese e svizzero usano da tempo i contratti di lavoro locali per contenere la spesa.

La Repubblica 06.03.11

"Ma davvero è tutta colpa di Rodari e Don Milani?", di Giorgio Pecorini

«Don Milani, che mascalzone!» proclamava su Repubblica del 30 giugno 1992 Sebastiano Vassalli. L’ottimo scrittore (51 anni allora) ricordava d’esser stato insegnante da giovane ma soprattutto fondava la propria sentenza sul giudizio che un professore e preside e ispettore ministeriale in pensione, Roberto Berardi, aveva espresso nel libriccino «Lettera a una professoressa: un mito degli anni Sessanta», edito da Shakespeare and Company. Mascalzone il Milani, spiegava Vassalli, perché «maestro improvvisato e sbagliato manesco e autoritario». E autore con quella “Lettera” di «un libro bandiera più adatto a essere impugnato e mostrato nei cortei che a essere letto e meditato un atto di calcolata falsificazione della realtà e di violenta demagogia». Un libro, gli garantiva Berardi, inteso «con altre forze disgregatrici ad abbassare il livello della scuola dell’obbligo a danno dei ceti più indifesi, e a creare disordine anche nelle scuole superiori» mirando a obiettivi «ben più ideologici (in senso contestativo) che scolastici».
Passano 19 anni ed ecco Cesare Segre proclamare il 24 febbraio sul Corriere della Sera che lo sfascio della cultura e della scuola italiane «è conseguenza anche della pedagogia di don Milani e Gianni Rodari», responsabile di una «didattica facile che ha cancellato la capacità di studiare». L’illustre accademico fonda la propria sentenza nell’ultimo libro di Paola Mastrocola, appena pubblicato da Guanda: «Saggio sulla libertà di non studiare». E tanto gli piace che recensendolo vi si identifica fino a condividerne, addirittura radicalizzandola, la diagnosi sul come e perché in Italia lo studio sia «compromesso e svuotato»: «Il suo bersaglio polemico è la didattica di don Milani e di Rodari, che comunque diedero un appoggio, autorevolissimo, a tendenze già in atto. Don Milani predicò contro il babau del nozionismo svalutando il concetto di nozione come conoscenza» sino a frenare l’aspirazione dei propri allievi alla liberazione dai «lavori contadini» per tenerli vincolati al territorio e bloccare in loro «qualunque aspirazione al miglioramento mentale ma anche economico».
Quanto a Gianni Rodari, Mastrocola scopre e Segre conferma, «promuoveva la trasformazione dell’insegnamento in gioco, la vittoria della fiaba sulla razionalità e sulla storia. L’aula scolastica si trasformava in palcoscenico o in laboratorio, e gli scolari, distolti dallo studio, mettevano allegramente in gara la loro pretesa inventività». È così che entrambi spingono i nostri poveri ragazzi «ad aderire all’internazionale dell’ignoranza». E qui chi abbia anche soltanto un minimo di conoscenza diretta e onesta di quel che Milani e Rodari hanno fatto detto e scritto nelle loro vite non sa se più indignarsi o dolersi. Ma è davvero possibile che persone acculturate, investite di così alta responsabilità sociale quale l’insegnamento, non possano leggere senza pregiudizi e paraocchi? Non riescano a vedere le diverse, anche contradditorie realtà dell’esistenza fuori dall’aula in cui lavorano? Verrebbe voglia di domandare che cosa sanno davvero e che cosa pensano delle ricerche e delle sperimentazioni del Movimento di cooperazione educativa e del lavoro di insegnanti tipo Mario Lodi, Bruno Ciari, Margherita Zoebeli in cui s’incarnano quelle «tendenze già in atto» che Segre denuncia oggi come rovina del nostro sistema educativo e che nel ’92 Berardi chiamava «forze disgregatrici».
Mi contento di trascrivere, a nostro personale conforto, due frasi brevi: «La scuola – spiega Milani nella “Lettera ai giudici” – siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare il loro senso della legalità, dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il loro senso politico». E Rodari, recensendo “Lettera a una professoressa” quasi con le stesse parole di Pasolini in una famosa intervista: «Un libro urtante, senza peli sulla lingua, spara a zero in tutte le direzioni, non risparmia nessuno. Di una sincerità a volte brutale, di una ingenerosità scostante. Con tutto ciò il più bel libro che sia mai stato scritto sulla scuola italiana. Da quel libro abbiamo tutti da imparare: maestri, genitori, professori, giornalisti, uomini politici». Mi torna alla mente, a questo punto, l’immagine suggeritami 19 anni fa dell’accoppiata Berardi-Vassallo: quella dei ciechi del famoso quadro di Bruegel che tenendosi per mano finiscono insieme nel precipizio. A loro si attaccano ora Mastrocola e Segre: il trenino s’allunga in un bunga-bunga pedagogico!

Il Manifesto 06.03.11