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«L’istruzione pubblica è l’architrave dell’unità d’Italia», di Luigi Berlinguer

La scuola è un bene ad altissima rilevanza sociale per il Paese le dichiarazioni del premier sono un’offesa agli insegnanti. Si delegittimano così i docenti e la libertà di insegnamento

L’esplosione della polemica sulle dichiarazioni del presidente del consiglio in merito alla “scuola pubblica” sottende una questione più profonda: non riguarda solo alcuni insegnanti, ma configura un’offesa rivolta al mestiere di insegnante. Giustamente l’Unità ha insistito sull’uso perverso del vocabolo inculcare. Viene delegittimata sia la funzione docente sia la libertà di insegnamento, evocando strumentalmente una contrapposizione insegnanti- famiglie nell’attività educativa: tutti ingredienti di un ritorno di barbarie autoritaria contro la stessa civiltà occidentale. Sgomberiamo il campo da ogni possibile equivoco. La Costituzione contiene il dovere-diritto della famiglia di istruire ed educare i figli (art. 30) e, insieme, lo stesso dovere-diritto per lo Stato e per la scuola (art 33): due principi fondamentali che non possono essere messi artatamente in conflitto. Grazie all’autonomia delle scuole, nella nostra concezione educativa possono esistere progetti particolari, ovviamente all’ interno di un comune indirizzo culturale nazionale. Per questo motivo è necessaria in ogni tipo di scuola una base comune e condivisa dell’ idea di educazione ed istruzione. È lo Stato (artt. 33 e 117) che ne detta le norme generali, quelle culturali ma anche quelle deontologiche sulla delicata responsabilità educativa del docente. Quel tessuto connettivo ha due pilastri: il sapere e la cittadinanza: il che significa educare alla convivenza civica tra diversi attraverso ilcomune cemento della conoscenza. La scuola dello Stato, in questi 150 anni, è stata architrave dell’unità linguistica e culturale e dell’unità tout court del Paese. Un vero e proprio “miracolo”, rispetto all’italietta di allora, grazie alla qualità delle conoscenze scolastiche, sintesi della pluralità delle idee che la compongono. Affidare allora alla famiglia ed ai privati – credo anche al di là dei programmi delle scuole paritarie – un ruolo “fazioso” di scelta educativa di contrapposizione istituzionale, come invoca il premier, è particolarmente grave e rischioso, come ha avvertito la stessa autorità ecclesiastica. L’istruzione è un bene per un paese, bene supremo, ad altissima rilevanza sociale, per questo bene pubblico in sé. Nelle scuole dello Stato ed in quelle paritarie – che la Costituzione tutela – si è fatto obbligo, con una legge da noi provocata e voluta (n: 62, legge profondamente laica), di rispettare la funzione pubblica educativa ovunque la si eserciti. La resistenza a celebrare nelle scuole la festa dell’Italia il 17 marzo è un altro pericoloso indice di cedimento leghistico, ma anche di insensibilità rispetto all’altissimo ruolo dell’istruzione “nell’unificazione degli Italiani”, insensibilità rispetto all’idea stessa di sistema nazionale educativo iniziato dal Risorgimento, suggellato dalla Resistenza e dalla Costituzione e compiuto dal nostro lavoro in tutti questi anni. Oggi viviamo nella società della conoscenza. Lingua e sapere nazionali si cimentano con le lingue ed i saperi del mondo. Nel corso di questi 150 anni la diffusione della lingua nazionale e del sapere attraverso la scuola è valsa ad affrancare milioni di persone analfabete dal servaggio della fatica lavorativa solo manuale. Fino a considerare anche il lavoro come cultura. Taluni maitres à penser di diversi schieramenti – contro la tendenza di tutto il mondo evoluto e democratico – vanno ripetendo che gli idraulici devono fare gli idraulici, che si deve ripulire la scuola da quei giovani che, inadatti a studiare, devono essere sospinti a lavorare solo manualmente, manifestando ritorni arcaici e, peggio, stupidamente reazionari rispetto al cammino di questi 150 anni ed alla società contemporanea. L’Italia e gli italiani sono il frutto dell’affermarsi di una lingua nazionale, delle manifestazioni di gioia per le vittorie della nazionale di calcio ai mondiali (così incomprensibile nell’ottica leghista), dell’affermarsi della grande trasdizione (italiana) del melodramma. E’ uscito in questi giorni un bel volume di Angelo Guerraggio e Pietro Nastasi – “L’ Italia degli scienziati” – in cui si concentrano 18 storie di studiosi italiani dal Risorgimento ai giorni nostri: la scienza in Italia è esistita, esiste, ed ha contribuito dal punto di vista culturale e sociale a questo nostro lungo cammino. Sono solo alcuni esempi significativi di come si formi una coscienza civica nonottusamente egoista e piccina. Oggi vogliamo tornare a Cattaneo e ad ipotesi di uno Stato articolato, autonomista di stampo federalista, ma con piena cittadinanza nel mondo globalizzato. L’istruzione, nella sua funziohe pubblica, ha dato un contributo determinante. Anche per questo va sostenuta, finanziata, protetta, anche se ormai è tempo di cambiarla profondamente nel suo impianto educativo.

da l’Unità

«Ma già oggi è emergenza pochi presidi, classi stipate e insegnanti in fuga», di Salvo Intravaia

Alla fine a pagare sono le famiglie: si moltiplicano le richieste di contributi volontari

ROMA – La Gelmini sostiene che la scuola «è in grado di reggere» i tagli. Sì, ma come? Dall´inizio dell´anno ad oggi, l´elenco delle proteste di insegnanti, alunni e genitori è lunghissimo. L´ultima in ordine di tempo è quella delle associazioni dei dirigenti scolastici, che si sono rivolte al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. A settembre saranno almeno 3 mila le scuole italiane senza un dirigente stabile. Il ministero non ha ancora bandito il concorso promesso dalla Gelmini entro il 2010. E un terzo delle scuole italiane verrà governato da un preside “reggente”, che ha già un´altra scuola. Sono già rimasti a casa invece, senza incarico e stipendio, 25 mila precari della scuola migliaia, per effetto delle 87.400 cattedre tagliate in un triennio. E mancano all´appello ancora quelli di quest´anno.
Ma i tagli non riguardano soltanto il personale. Ne fanno le spese, è il caso proprio di dirlo, le famiglie ogni giorno. Proprio qualche settimana fa, in occasione dell´iscrizione al nuovo anno scolastico, quasi tutti i genitori si sono visti consegnare i bollettini per il versamento “volontario”, che può arrivare anche a 200 euro. Per non parlare dei materiali di prima necessità che mamme rassegnate e pazienti papà portano a scuola: acqua minerale, carta igienica, sapone per le mani e carta per le fotocopie.
Nella scuola che “regge” non riescono ad avere pace neppure gli alunni disabili. La Corte costituzionale ha recentemente bocciato i tagli indiretti all´organico di sostegno operati dal ministero, che deve assegnare tutti gli insegnanti necessari e non un numero prestabilito. Le famiglie che si sono rivolte al Tar hanno riavuto il maltolto: circa 4mila posti in più. Anche parecchi genitori alla ricerca di una prima elementare a tempo pieno (con 40 ore di lezione a settimana) sono rimasti delusi. Secondo calcoli sindacali, quest´anno sono rimasti senza lezioni pomeridiane almeno 150 mila bambini. Le famiglie che se lo potevano permettere si sono rivolte alle scuole private, le altre si sono dovute accontentare di 30 ore settimanali. Il tutto, mentre gli alunni vengono stipati nelle classi come sardine. E il Tar Lazio, sull´onda della prima class-action contro una pubblica amministrazione, intima al ministero di evitare le classi pollaio: quelle con oltre 25 alunni. Ma nelle prime ginnasiali le classi scoppiano: a Viterbo e Pavia si sfiorano i 29 alunni per classe.
Intanto, le scuole cadono a pezzi: 28 plessi scolastici su 100 necessitano di urgenti interventi sui solai. Ma Comuni e Province, stritolate dal Patto dio stabilità, non sanno che pesci prendere. E solo a febbraio, il tetto è crollato in tre scuole: due in Sicilia e una vicino a Roma. In queste condizioni, gli insegnanti non vedono l´ora di scappare: nonostante regole più stringenti, hanno chiesto di andare in pensione da settembre oltre 27 mila docenti, il 14 per cento in più di un anno fa.

da la Repubblica

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«Gelmini: la scuola reggerà nonostante i tagli», di Corrado Zunino
“Ventimila cattedre soppresse perché inutili”. Pd e Idv: vuole demolire la pubblica istruzione

ROMA – Nessun problema per la prossima ondata di tagli alla scuola: 19.700 cattedre in meno per la stagione 2011-2012 (nel triennio 2009-2011, alla fine, saranno 87.400) e una flotta di professori di medie e superiori pensionati e non sostituiti. Nessun problema per il taglio delle ore di lezione per gli studenti, lo stallo dei docenti precari non assunti, come raccontato ieri da Repubblica. Il ministro dell´Istruzione Mariastella Gelmini, appena presentato il libro di favole dedicato alla figlia attingendo alle storie popolari recuperate dalle pro loco d´Italia, da Ca´ Foscari, Venezia, assicura: «La scuola è in grado di reggere. Abbiamo previsto un ridimensionamento della pianta organica legato al fabbisogno effettivo di cattedre», spiega ricordando il piano di riordino previsto nella finanziaria del 2008, il taglio Tremonti organizzato per abbassare la quota stipendi nel budget a disposizione della scuola: oggi il personale costa il 94 per cento del bilancio del ministero.
«Nel tempo abbiamo avuto un proliferare di cattedre non proporzionato al numero degli studenti», dice ancora la Gelmini. «Non licenziamo nessuno perché nella pubblica amministrazione non si può e non si deve licenziare nessuno. Si tratta di contenere l´aumento del numero delle cattedre accumulato di anno in anno senza una ragione precisa: oggi questi esuberi non ce li possiamo permettere». I precari? «Abbiamo siglato accordi con molte Regioni per favorire comunque l´impiego all´interno della scuola del personale precario. Il governo ha deciso, poi, di bloccare l´insorgere di nuovo precariato controllando il numero degli ingressi e facendo in modo che questo combaci con il numero effettivo di professori necessari. Ci siamo tenuti larghi, gli ingressi saranno il 30 per cento in più dei professori necessari». Chiude la Gelmini: «La scuola non ha la capacità di fare occupazione all´infinito, diversamente ne va di mezzo la qualità. La scuola serve innanzitutto agli studenti, a formare la classe dirigente di domani e quindi sono indispensabili gli investimenti nella qualità, non solo nel numero degli insegnanti. E alla scuola, poi, abbiamo chiesto lo stesso sacrificio che abbiamo imposto all´università, alla pubblica amministrazione, a tutti i comparti dello Stato. Si deve ridurre la spesa ordinaria e favorire gli investimenti in qualità».
Il Pd attacca, attraverso Francesca Puglisi: «Certo che la scuola è in grado di reggere anche quest´ultimo taglio, come l´asino a cui il contadino smise di dare da mangiare. I primi giorni reggeva benissimo, sembrava anzi più tonico, poi morì. L´obiettivo del governo, ormai è chiaro, è uccidere la scuola pubblica». Maurizio Zipponi, responsabile lavoro e welfare dell´Italia dei valori: «In un triennio sono stati tagliati 132mila posti di lavoro e quasi 25mila precari, in due anni, hanno perso l´incarico annuale. Se a questo si aggiunge la riduzione degli stipendi agli insegnanti ci si rende conto di una volontà scientifica di demolire la scuola pubblica mentre, contemporaneamente, vengono finanziate le parificate».
Crescono, intanto, le adesioni alla manifestazione di sabato prossimo a Roma che al titolo originario, la difesa della Costituzione, dopo le frasi del premier sugli «insegnanti che inculcano» ha visto affiancarsi la “difesa della scuola pubblica”. Il segretario del Pd, Pierlugi Bersani, ha già annunciato la presenza del partito e così l´Italia dei valori, Sinistra e libertà, i verdi e la sinistra oggi fuori dal Parlamento. Ci saranno la Cgil, alcuni sindacati di base e diverse associazioni. Divisi gli studenti universitari.

da la Repubblica

«L'8 marzo della Gelmini», di Pippo Frisone

Nel 1908 in una fabbrica di New York, 129 operaie che scioperavano da giorni contro le terribili condizioni di lavoro, venivano dal padrone prima rinchiuse dentro e poi lasciate morire, bruciate vive.
Fu Rosa Luxemburg a proporre la data dell’8 marzo, in memoria di quel tragico evento, quale giornata di lotta internazionale delle donne.
Da allora in poi le donne hanno sempre lottato per l’uguaglianza e l’emancipazione in ogni parte del mondo.
La ministra Gelmini, dopo il pieno appoggio dato al premier contro gli insegnanti della scuola pubblica, inculcatori e seminatori di valori contrari alla famiglia, torna alla carica con le sue colleghe, al chiuso d’un auditorium romano, perché “ qualcosa il Pdl doveva pur fare per l’8 marzo“.
E cosi, assieme ad altre parlamentari e ministre del Pdl , prende a pretesto l’8 marzo per scagliarsi contro le donne del 13 febbraio e la manifestazione che portò in piazza oltre un milione di manifestanti.
“Strumentalizzate, per attaccare Berlusconi” quelle del 13 febbraio, “donne indignate ma l’indignazione non è l’undicesimo comandamento”, sottolinea la Gelmini.
“La dignità non è di destra né di sinistra”, chiosa ancora la ministra ma non la sfiora nemmeno il dubbio di difendere la dignità della scuola pubblica, messa in ginocchio, mortificata e vilipesa, in questi tre anni, proprio dal suo ministero e dal suo premier.
Mentre è più facile per la ministra parlare solo di dignità che non ha colore politico. Ma quando alle donne togli il lavoro, compreso quello precario, come si fa a parlare di dignità? Si, perché quando la scure del suo ministero si abbatte sulla scuola pubblica, è soprattutto il lavoro delle donne che viene colpito senza pietà.
Sono loro, le donne, ad essere espulse per prime e a pagare il conto salato del precariato.
Nella scuola pubblica il lavoro dell’insegnante è sempre più donna:
-nella scuola dell’Infanzia al 99,57%
-nella scuola primaria al 95,38%
-nella media al 75,48%
-nelle superiori al 59,18%
Se poi guardiamo le Graduatorie ad esaurimento, lì addirittura le insegnanti-donne-precarie raggiungono l’83%, col 62% proveniente dal sud e isole, il 53% concentrato nell’area umanistica, mentre il 51% ha un’età tra i 35 e i 40 anni.
Ecco, se la ministra volesse onorare l’8 marzo nella scuola e la dignità delle donne , allora provi a convincere il suo collega di governo Tremonti a ritirare l’ultima tranche di tagli (-28mila cattedre) e a varare un serio piano di assunzioni dei precari a copertura di tutti i posti vacanti e disponibili. Soprattutto le precarie della scuola, sia quelle scese in piazza il 13 febbraio sia quelle che scenderanno l’8 marzo, anche se ancora indignate, almeno per una volta, potrebbero esserle grate.

da ScuolaOggi

«I tre "corpi" del Cavaliere», di Ilvo Diamanti

TRA Silvio Berlusconi e i magistrati, ormai, è un corpo a corpo. L´attività del governo e del Parlamento, infatti, ruota intorno a un solo problema. Immunizzare il premier. Impedire che venga indagato, giudicato. Intercettato. D´altronde, oggi l´opposizione è afona e l´attacco portato dall´antico alleato, Gianfranco Fini, in Parlamento, pare neutralizzato.
L´unico vero “nemico” sembra essere rimasto il “partito dei Pm”, alla guida della “Repubblica Giudiziaria”. Tuttavia, non è stato sempre così. Anzi.
La “discesa in campo” del Cavaliere non sarebbe stata possibile senza Tangentopoli. Senza la “tabula rasa” prodotta da Mani Pulite nel sistema partitico e nella classe politica della Prima Repubblica. È in quel “vuoto” che si è imposto Silvio Berlusconi, insieme al suo “partito personale”, Forza Italia.
La magistratura, all´epoca, più che la giustizia rappresenta il Grande Giustiziere, a cui gli italiani affidano il compito di affondare la Prima Repubblica, ormai delegittimata – e, dunque, di fondare la Seconda.
In quella fase paga un prezzo pesante. Falcone, Borsellino e la loro scorta cadono vittime dell´attacco della mafia contro l´unica istituzione che ancora rappresenti lo Stato legittimo. Per questo Berlusconi, al tempo del suo primo governo, nel 1994, cerca di reclutare la figura simbolo del pool di Milano: Antonio Di Pietro. Inutilmente. Anzi, la magistratura diviene rapidamente il Nemico, più che l´avversario. Soprattutto dopo l´opposizione espressa, lo stesso anno, contro il decreto del governo che blocca la custodia cautelare per i reati di Tangentopoli. E dopo l´inchiesta nei confronti del premier, annunciata sui giornali in coincidenza con il G8 di Napoli.
Gli effetti di questa “rottura politica” si riflettono, evidenti, nella percezione degli elettori. La fiducia nei magistrati, dopo il 1994, crolla: dal 67% (dati Ispo) scende al 41% nel 1997. E negli anni seguenti calerà ancora, fino al minimo del 34% (dati Demos). È spinta in basso dagli elettori di centrodestra. Ma diminuisce anche nella base del centrosinistra. Perché le inchieste giudiziarie colpiscono tutti gli attori politici. Di tutti gli schieramenti.
Tuttavia, la magistratura appare – ed esercita – un potere “autonomo” e politicamente sempre più rilevante. In quanto influenza la credibilità degli attori politici. In primo luogo perché nella “democrazia del pubblico e dell´opinione” l´ideologia conta poco. Conta invece – sempre più – la fiducia nella persona. Misurata dai sondaggi, rilanciata e legittimata dai media. Soprattutto dalla tivù. Di fronte all´opinione pubblica, i magistrati diventano i “custodi della convivenza e della virtù” (per usare le parole di Alessandro Pizzorno). Le loro inchieste e le loro iniziative possono de-legittimare un leader, un partito, un attore pubblico.
La seconda ragione riguarda la “presidenzializzazione” che, di fatto, si afferma in Italia (e non solo). E riunisce i “due corpi del Re” (per riprendere la “teologia politica” di Ernst Kantorowicz). In quanto il “corpo politico” si identifica nel “corpo” (naturale) del leader (come osserva Mauro Calise nella nuova edizione de “Il partito personale”, pubblicata da Laterza). Per cui non c´è più distanza tra sfera politica e personale. I fatti privati diventano pubblici. E viceversa. Per un verso, esibiti, per l´altro, spiati e riprodotti sui media.
Così, Silvio Berlusconi si trova costantemente esposto e “minacciato”. Il Cavaliere, d´altronde, non ha solo due corpi. Oltre al suo corpo naturale e a quello politico-statale (leader di partito e premier), ha un corpo mediale (e imprenditoriale). Il che moltiplica le interferenze e le connessioni fra privato e pubblico. E rende politicamente “sensibile” ogni iniziativa dei magistrati nei confronti del premier. Perché ne danneggia la fiducia personale e la legittimazione pubblica. Così, i magistrati vengono percepiti come il principale, se non l´unico, oppositore.
Tutti, perché Berlusconi generalizza all´intera magistratura le accuse e le polemiche che, in realtà, (come ha osservato Nando Pagnoncelli) riguardano principalmente le inchieste della procura di Milano. Trasformando i “suoi” problemi con la giustizia in un progetto di riforma della giustizia. Le sue questioni personali in una Questione Nazionale.
Peraltro, i livelli di fiducia verso i magistrati si dissociano, fra Destra e Sinistra, a partire dalla campagna in vista delle elezioni politiche del 2006. Ma la forbice si allarga a dismisura soprattutto dopo il ritorno di Berlusconi al governo, nel 2008. Da allora, infatti, il consenso verso la magistratura cresce sensibilmente, fino a sfiorare (nel 2011) il 50% degli elettori nell´insieme. Ma nel centrosinistra il grado di fiducia supera il 70%, mentre, nel centrodestra, scende quasi al 20%.
A questa tendenza concorrono alcune ragioni, in parte collegate.
a) La polemica costante condotta da Berlusconi contro i magistrati, volta a dare significato politico a ogni inchiesta lo riguardi.
b) L´indebolirsi dell´opposizione, in particolare dopo la fine del governo Prodi.
c) Il significato politico assunto da ogni inchiesta che riguardi la vita “privata” del premier.
d) L´importanza crescente attribuita dal Pd e, insieme, dal centrosinistra alla questione “legale” (e al tempo stesso “morale”).
e) L´affermarsi dell´Idv. Cioè, il partito di Antonio Di Pietro. Che personalizza il ruolo della Magistratura – e della legalità – in politica. Ciò, ovviamente, non significa che la Magistratura si faccia “rappresentare” da Di Pietro. Ma è, comunque, vero che il 75% degli elettori dell´Idv sostiene i magistrati. E una quota simile di elettori del Pd esprime lo stesso sentimento. Mentre solo il 22% della base del Pdl dichiara fiducia nei magistrati e nella giustizia.
Così si delinea un´alternativa bipolare fra Berlusconi e i magistrati, trattati come “soggetto politico”. Al Cavaliere non interessa “distinguere”, ma generalizzare. Perché il suo intento è cambiare le regole e il sistema per “salvare” se stesso.
È un corpo a corpo, si diceva all´inizio. Berlusconi lo vorrebbe risolvere, a proprio favore – e in modo definitivo – scindendo il corpo della giustizia. Attraverso la separazione delle carriere e del Csm. Per non separare i “tre corpi del Re”, che egli riassume nella propria persona.

da La Repubblica

«Troppi ostacoli. Serve un piano per l’occupazione femminile», di Simone Collini

Quello di domani «sarà l’8 marzo più difficile degli ultimi anni per le donne italiane, che in questa fase di crisi devono fare i conti con un precariato e una disoccupazione che fanno spavento». Ma, forse proprio per questo, e sicuramente pure per la «scossa » arrivata con le manifestazioni del 13 febbraio, sarà anche l’8 marzo in cui «invece della festa commerciale, delle mimose regalate, delle cene fuori da sole, si tornerà a dare a questa data il valore originario di giornata internazionale del lavoro delle donne».

Valeria Fedeli è del comitato promotore “Se non ora quando”, che dopo il successo della mobilitazione del mese scorso sta organizzando per domani una serie di appuntamenti in tutta Italia. Sarà che è presidente della Federazione sindacale europea del tessile, ma a più riprese fa il confronto tra la condizione femminile nel nostro paese e negli altri Stati comunitari. E le conclusioni non sono rosee.

C’è poco da festeggiare?
«Diciamo che l’8 marzo torna ad essere un momento celebrativo per fare il punto su diritti, autonomia, libertà e livello occupazionale delle donne italiane. Il nostro paese registraunpesante arretramento culturale, e le nostre iniziative sono soprattutto di contenuti».

Quali sono le vostre proposte?
«Considerato che siamo molto lontani dal60%di occupazione femminile degli altri paesi europei, servono misure a sostegno della maternità, investimenti per gli asili nido, interventi per i non autosufficienti. Si tratta di infrastrutture per la crescita complessiva del paese e che invece oggi sono considerati optional per donne che hanno un’altra missione, occuparsi dei carichi familiari. Oggi ci sono ancora troppi ostacoli che impediscono alle donne una libera scelta, e allora serve un piano straordinario per l’occupazione femminile».

Che preveda, in concreto?
«Intanto, il ripristino della legge contro le dimissioni in bianco perché non è possibile che la maternità invece di un valore sociale generale sia considerata un rischio economico. E poi è necessario ridurre ilgap tra l’impegno nei carichi familiari, e allora si cominci da un congedo obbligatorio per i padri pagato al100%e l’assenza di cinque mesi per le madri al 100% a carico della fiscalità generale».

Il ministro Sacconi ha previsto un Tavolo sulla modulazione dell’orario di lavoro in funzione delle necessità di conciliazione: iniziativa giusta?
«La premessa è sbagliata, il concetto stesso di conciliazione da parte della donna del lavoro in casa e fuori è segno di arretratezza culturale. La soluzione va individuata nel concetto di condivisione tra uomo e donna dei carichi familiari».

E che pensa del disegno di legge per introdurre il 30% di quote rosa nei Cda delle società quotate?
«Dico solo che il concetto di quote rosa esiste solo da noi, negli altri paesi europei si parla di norma antidiscriminazione. E che in Francia, Spagna, Germania stanno ragionando sul 40%. Lì cercano di evitare che uno dei due sessi sia sottorappresentato, da noi si ammettono le diseguaglianze».

da www.unita.it

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«Nel paese dove comandano le donne “Niente quote, qui l´efficienza è rosa”», di Maria Novella de Luca
Sant´Agata Bolognese, con la giunta tutta femminile più servizi e asili senza fila

E siamo sulla strada che riporta alle memorie amare della strage di Bologna. Un paese racchiuso tra mura storiche, l´antico orologio e il teatro “Bibbiena”, case basse, intonaci colorati, giardini ben tenuti. Oltre, alle spalle, lo stabilimento della Lamborghini. E sarà perché a Sant´Agata Bolognese, unico Comune in Italia governato dal 2009 da una giunta di sole donne, la demografia cresce ma la fila al nido non c´è e gli appartamenti costano un po´ meno, intorno ci sono tante facce giovani e tanti bambini che girano da soli in bicicletta. Nuovissima forma di immigrazione, tutta italiana, che vede le neo-famiglie abbandonare le cinture metropolitane e rifugiarsi qui, in queste zone un tempo paludose ma oggi ricche di servizi e dove l´occupazione, anche femminile, ha ancora i livelli più alti d´Italia.
“Qui” è la città delle donne, ossia un paese di 7.300 abitanti governato da “una” sindaco e 4 assessori donna, più Rosa, la segretaria comunale. E a 21 mesi dall´insediamento, scherza Erika Zambelli, 31 anni, assessore alla Cultura (e a molto altro) la più giovane del gruppo, aspetto solare e sorriso semplice “non abbiamo ancora litigato, come in molti si aspettavano…”. Eccola dunque la giunta più rosa d´Italia, nello studio colmo di piante e di luce del sindaco Daniela Occhiali, insegnante in aspettativa, tre figli, al secondo mandato eletta in un lista di centrosinistra, e un´avversione dichiarata, dice “verso le quote rosa”. «Non ho scelto gli assessori in base al sesso ma alle competenze: avevo chiesto anche a due uomini di entrare in giunta, ma non erano disponibili. Così il gruppo si è formato al femminile, ma soltanto perché Giorgia, Francesca, Erika e Fabiana avevano i profili giusti . Certo – ammette Daniela Occhiali – l´esperienza di lavorare con un team di sole donne è creativa, stimolante, ma soprattutto, efficace». Nel loro linguaggio si chiama “estrema condivisione degli obiettivi”. Per una indennità di 360 euro al mese, tanto che nessuna, a parte il sindaco, ha rinunciato alla propria professione. «Risultato – dice ironica Francesca Cavrini, assessore alla Sanità – facciamo il triplo lavoro…».
«Ogni mercoledì – racconta Giorgia Verasani, vicesindaco anche lei maestra, un figlio e un compagno – facciamo le nostre riunioni di giunta: sono lunghissime, non finiscono mai… Spesso quando spegniamo le luci del Comune è mezzanotte passata. Ma a quel punto il problema è stato risolto e la decisione presa. All´unanimità. E dal giorno dopo, senza perdere tempo, si passa al fare». Il fare, appunto. Servizi prima di tutto e ancora servizi. Un nido storico, “Vita Nuova”, nato nel 1972 e ispirato al modello di Reggio Emilia, aperto dal primo mattino al pomeriggio inoltrato, «e senza liste d´attesa – precisa con orgoglio il vicesindaco – quando ci siamo accorti che le richieste aumentavano abbiamo creato una sezione in più». E poi rette agevolate per la mensa, sostegni agli anziani e ai disabili, consultori, pannelli solari, un museo archeologico, la piccola ma ricca biblioteca “Terre d´acqua”. Scelte precise, ma che hanno la cifra della cura alla persona, alla famiglia. Daniela Occhiali più che di “genere” parla però di sensibilità. «I tagli sempre maggiori, ci hanno imposto di creare delle priorità. E tra il tagliare l´erba delle aiuole o riparare un pezzo di asfalto abbiamo preferito sostenere le famiglie e la scuola… Certo poi la buca andrà rimessa a posto, ma possiamo aspettare che smetta di nevicare». E non è un caso, commenta Francesca Cavrini, 40 anni, assessore alla Sanità, «che siano le santagatesi le nostre maggiori fan».
Accolta come un “caso” e con un bel po´ di scetticismo (“ora ci vorrebbero le quote azzurre”) la giunta rosa di Sant´Agata Bolognese si appresta a doppiare i due anni di Governo. Alla vigilia di un 8 marzo che registra ancora abissi di distanza: le donne primo cittadino sono il 10,6% contro l´89,4 degli uomini. Ma né quote rosa né altro, dicono sindaco e assessore. Eppure, alla fine qualche differenza tra loro e una giunta “mista” c´è. Daniela, Giorgia, Erika, Francesca e Fabiana, ad esempio sono diventate amiche. «Prima che finisca il mio mandato, a parte costruire una nuova scuola – scherza il sindaco – vorrei che alcune di loro mi dessero un nipotino, sarebbe anche ora visto che il tempo passa… ». Uffici sempre aperti, e ritmi di lavoro altissimi. «Quello che ci caratterizza – conclude Daniela Occhiali – è un´attenzione alle relazioni oltre che ai problemi. Ho cercato di rendere anche i matrimoni un po´ meno burocratici, leggo delle poesie. Il risultato è che adesso a Sant´Agata di matrimoni ne celebro molti più io che il parroco…».

da La Repubblica

«Libertà e petrolio le voci di Tripoli», di Giuliano Amato

Lo so che il tema che più desta la nostra attenzione, e le nostre preoccupazioni, è oggi la Libia. È lì la rivolta popolare nordafricana dall’esito più incerto, quella che può trasformarsi in una guerra civile o addirittura in un conflitto armato più ampio, con l’intervento dell’Onu, forse della Nato e quindi in qualche modo della stessa Italia. Per non parlare delle conseguenze economiche di tutto ciò, a partire dal petrolio.
Ma dal Nordafrica non ci vengono solo preoccupazioni. Quello che è successo in Tunisia e in Egitto, che neppure sappiamo come andrà a finire, è stato segnato da novità che possono avere riflessi positivi sulla vitalità e le prospettive delle nostre stesse democrazie.

Ed è proprio su tale aspetto, riguardante temi più volte toccati su queste colonne da Gianni Riotta, che vorrei attrarre l’attenzione dei lettori.
Da tempo si parla in Occidente di democrazie malate e la malattia viene ricondotta a due fattori diversi, che si sono connessi perversamente fra loro. Per mille ragioni è intervenuta una crescente individualizzazione delle nostre vite, che ha reso sempre più marginali e sottili i legami associativi che portavano ciascuno a vivere una parte del suo tempo insieme ad altri e a formare con loro le sue opinioni.

È capitato così con i partiti politici, con i sindacati e con altre esperienze comunitarie che, specie in alcuni dei nostri paesi (con gli Stati Uniti in testa) costituivano il tessuto vivente della democrazia dei cittadini.

In questa chiave Tocqueville aveva letto la democrazia americana, ma proprio dall’America venne anni fa il grido d’allarme di Robert Putnam, quando scoprì che i suoi concittadini sempre più vanno a giocare a bowling da soli (Bowling Alone. The Collapse and Revival of American Community, Simon & Schuster, 2001). Tra lavoro, spostamenti, spesa, cura dei figli è già molto se si salva il week end. Gli altri giorni si finisce in casa, in famiglia ed è lì ormai che si formano le opinioni dei più sugli affari collettivi. Come? Attraverso i mass media, che diventano perciò la fonte dominante.

E qui entra il secondo fattore, il ruolo appunto dei media, e principalmente della televisione, come veicoli di messaggi politici nei quali tendono a prevalere la semplificazione dell’unilateralità, l’anatema del nemico, l’appello alle emozioni anziché alla ragione. E non per una naturale propensione della tv a veicolare solo questo, ma per una facile alleanza fra i canali che essa offre e una politica che non ha più le comunità intermedie nelle quali si formavano dialogicamente le sue posizioni e che di conseguenza si rivolge direttamente ai cittadini e cerca con loro la via più facile, quella di eccitarli contro un nemico e di fidelizzarli come tifosi.
Di qui la malattia di assetti democratici nei quali il processo elettorale rimane intatto, ma vengono meno momenti non meno essenziali, quelli che consentivano agli stessi cittadini di partecipare attivamente alla formazione delle opinioni e delle posizioni politiche e non di esserne soltanto coinvolti come fan degli uni o degli altri. Si aggiunga che anni addietro, quando il web aveva preso a diffondersi, si era anche diffusa l’aspettativa della cosiddetta democrazia elettronica, la democrazia della rete, ma gli anni l’avevano poi progressivamente attenuata, a causa dell’uso crescentemente privato dei nuovi mezzi di comunicazione.

Un nuovo spiraglio lo aveva aperto la campagna elettorale, condotta largamente sul web dal presidente Obama. Ma l’uso da parte dei leader dei canali informatici faceva presto intravedere un possibile assorbimento di questi nell’orbita della stessa politica che già incombeva sui media tradizionali. È esattamente qui che entrano in campo le novità emerse nelle vicende di Tunisia ed Egitto.

Non leggiamole come se si trattasse della magia della rete, quasi che questa avesse attivato e portato al successo per virtù propria ben due rivolte popolari. Non è così, ci sono state intelligenza, strategia e volontà umane in quelle rivolte, ma difficilmente avrebbero avuto il successo che hanno avuto senza la rete e i cellulari di cui ci si è avvalsi. È significativo che l’occasione abbia portato a una celebrità, mai tanto diffusa in passato, quello che è ritenuto uno dei teorici più letti dalle giovani menti dei rivoltosi, un vecchio professore americano, Gene Sharp, che negli scorsi anni aveva già influenzato i movimenti dissidenti di diversi paesi, dall’Estonia alla Birmania, allo Zimbawe.

Ebbene Sharp, che personalmente ha scarsissima familiarità col computer (ce lo dice l’Herald Tribune del 18 febbraio scorso), nel suo libretto più noto, From Dictatorship to Democracy del 2003, suggerisce strategie e azioni (ne elenca e ne descrive ben 198) per erodere le dittature e portare pacificamente alla vittoria la democrazia, ma non parla mai delle nuove tecnologie di comunicazione. E tuttavia, se i suoi suggerimenti hanno avuto tanto successo in Tunisia e in Egitto, molto lo si deve al fatto che chi li ha messi in pratica ha utilizzato per l’appunto quelle tecnologie. È grazie ad esse che si sono formati in modo virtuale e senza visibilità esterna nuclei di quelle formazioni intermedie da Sharp stesso indicate come tessuto ancora oggi essenziale della vita democratica. Ed è sempre grazie ad esse che si è diffusa fra i cittadini un’informazione non inquinata dal potere contro cui ci si stava muovendo e li si è chiamati efficacemente a raccolta. Né va dimenticato – e giustamente lo ha scritto giorni fa sulla Repubblica Barbara Spinelli – che la stessa televisione, attraverso Al-Jazeera, ha giocato nel medesimo senso, a testimonianza di un ruolo che non è segnato, ma dipende dall’uso che chi lo possiede decide di farne.

Nelle democrazie malate dell’Occidente non ci sono dittature da abbattere, c’è una salute da ritrovare, riavendo, nel contesto cambiato del XXI secolo, gli spazi e i modi della cittadinanza attiva. Li forniva in passato l’adesione a stabili e diversificati organismi associativi, che oggi o sono scomparsi, o hanno perso aderenti e funzionano anche per questo assai diversamente. Ebbene dalla Tunisia e dall’Egitto ci giunge la notizia che non c’è nessuna ragione di vivere il cambiamento in corso come un processo d’irreversibile impoverimento delle nostre democrazie, sempre più prigioniere di contrapposizioni corrosive e iperbolicamente conflittuali. Trasferendo ciò che là è accaduto nei nostri contesti, si colgono i tratti di una cittadinanza attiva che, se lo vuole, ha i mezzi per esplicarsi con modalità compatibili con la vita di oggi. La democrazia vive – m’insegnavano da ragazzo – se tutti disponiamo dei mezzi necessari a diffondere fra gli altri il nostro pensiero. Ancorché contenuto nell’articolo 21 della Costituzione, allora era solo un auspicio. Oggi è finalmente una possibile realtà.

da www.ilsole24ore.com

«Piccole Italie fanno la vera unità d'Italia», di Daniele Marini *

L’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia si avvicina in un clima politico rovente, da «curva Sud»: il tifo è a prescindere, prevalgono l’invettiva e l’insulto reciproco. Il senso di appartenenza esiste, ma è di (una) parte. Il confronto pacato non trova spazio. Così, arriviamo a celebrare l’Unità dis-uniti, in ordine sparso.

Tuttavia, esiste anche un altro Paese, diverso, fatto di tante formiche operose che costruiscono reti di relazione economiche, sociali e istituzionali. Che raggiungono risultati importanti, ma collocato in un cono d’ombra: non viene visto e non trova una rappresentazione. Dunque, se non ha rappresentazione è come se non esistesse. La rottura di questo circuito perverso aiuterebbe a costruire un’idea e un progetto dell’Italia volti al futuro di cui si avverte un forte bisogno.

È una missione impossibile? La risposta diventa positiva se proviamo ad alzare lo sguardo rispetto alle vicende contingenti. Se alzassimo l’obiettivo della nostra visione, paradossalmente, abbassando gli occhi sui territori locali, sul sistema delle imprese, sui mondi del volontariato. Che vivono di una «normale eccezionalità» in cui costruiscono reti di coesione economiche, sociali e istituzionali. Gli esempi non mancano. Si pensi all’impegno che i titolari delle Pmi hanno profuso assieme alle organizzazioni sindacali per contenere il più possibile l’emorragia dei dipendenti, grazie anche all’allargamento degli ammortizzatori sociali messo in campo dal governo. Perché queste imprese sono fortemente radicate sul territorio: i titolari sono nella maggioranza dei casi (il 58%, secondo una ricerca Fondazione Nord Est-Unicredit sugli imprenditori in Italia) ex operai che hanno assunto a loro volta ex colleghi, parenti, vicini di casa. Esiste un legame, una reciprocità forte fra l’impresa e la comunità locale, al punto che un imprenditore artigiano del bresciano, raccontando in un’assemblea di avere messo in cassa integrazione alcuni dipendenti, si esprimeva dicendo «mi vergogno, ma ho dovuto farlo». Per non raccontare dei casi di cooperative in cui gli stessi lavoratori, prim’ancora che la dirigenza lo proponesse, si sono ridistribuiti gli orari di lavoro e diminuiti gli straordinari, in modo tale che nessuno rimanesse senza lavoro (Fondazione Nord-Est-Legacoop).

Ma possiamo osservare anche comportamenti innovativi, come nel caso del «contratto di rete» fra le imprese dell’automotive, primo in Italia promosso da Unindustria Bologna e che si sta progressivamente allargando. Oggi la competizione internazionale richiede al sistema produttivo, soprattutto quello delle Pmi, di operare nel senso di una maggiore integrazione della propria filiera. Bisogna arrivare più velocemente al cliente finale, coglierne i bisogni, razionalizzando i costi e migliorando l’efficienza, aumentando la produttività. Quindi, tutti gli attori della filiera produttiva devono allinearsi ai medesimi obiettivi, devono condividerli facendo sistema. Ma fanno sistema da diversi anni anche le categorie economiche del bergamasco attraverso un coordinamento interassociativo che ha anticipato di alcuni anni l’avvio del cosiddetto Patto di Capranica fra le associazioni degli artigiani e del commercio. E che da qualche mese ha visto avviarsi un analogo percorso fra le sigle del mondo della cooperazione nazionale.

Oggi, sempre di più la domanda di rappresentanza richiede una maggiore sinergia per offrire risposte complesse a domande di tutela articolate. Come non ricordare, poi, il ruolo di coesione e sostegno svolto dal mondo del volontariato e della cooperazione sociale. Nel novembre scorso l’alluvione sconvolge i territori e le imprese di alcune province del Veneto. I mezzi di comunicazione e le istituzioni percepiscono la gravità della situazione solo dopo diversi giorni. Ma quando arrivano trovano un contesto già tornato alla normalità, grazie all’azione delle istituzioni locali, della protezione civile, vigili del fuoco, ma soprattutto dei singoli cittadini, dei volontari e degli immigrati. Tutti assieme. Ma il fare sistema non è una prerogativa del mondo privato. Come nel caso dei Comuni del Camposampierese della provincia di Padova che si consorziano per una governance migliore e più efficace dei servizi. Calano le risorse pubbliche da destinare ai servizi e i piccoli comuni non riescono più a dare risposte ai bisogni crescenti della popolazione. In più, fra comuni limitrofi il rischio di duplicazione di servizi costosi è elevato. Di qui, la sperimentazione di integrare e razionalizzare servizi socio-assistenziali e uffici per ottimizzare e dare maggiore efficacia all’azione pubblica. E come non rammentare il noto tribunale di Bolzano che, a normativa vigente, ha saputo dare efficienza alla propria struttura.

Dunque, l’Italia vista dal basso, dai territori, dai sistemi locali, delinea un’immagine diversa di sé: più pragmatica, alla ricerca di soluzioni innovative. È la capacità degli attori sociali, economici e anche pubblici di individuare obiettivi e ricercare progettualità condivise, talvolta anche ridimensionando le aspettative e le peculiarità dei singoli a favore della comunità e della collettività.

Il presidente Ciampi, prima, e Napolitano, poi, hanno ben colto questi aspetti avviando un viaggio nei comuni e nelle province, valorizzandone le specificità. Perché hanno individuato nella molteplicità e nelle differenze un elemento di unicità e unità del nostro Paese. Talvolta, sarebbe utile ascoltare e studiare le soluzioni realizzate nei contesti locali, per offrire soluzioni utili a tutto il Paese. Non si tratta di assumere una visione minimalista, bensì realista e flessibile. Il percorso da compiere è ancora lungo e richiede un’opera di cambiamento culturale diffusa. Ma un’idea e una narrazione dell’Italia del futuro deve prendere le mosse dai territori, dalle differenze e dalle sue dis-unità. Facendo diventare complementari le tante Italie che formano l’Italia.

*Direttore della Fondazione Nord Est di Venezia

da www.lastampa.it