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"L´uragano di tagli del governo sull´istruzione il prossimo anno saltano altre 20 mila cattedre", di Salvo Intravaia

Anche il personale non docente subirà un nuovo salasso: avrà 14 mila posti in meno. Sono state 45 mila, pari al 51 per cento del totale, quelle eliminate nelle regioni meridionali. Mentre per le scuole paritarie il premier auspica un Buono-scuola, le statali vengono colpite da un autentico uragano di tagli. In tre anni di governo Berlusconi, insegnanti, alunni, dirigenti scolastici, bidelli, assistenti amministrativi, tecnici di laboratorio, supplenti e genitori hanno dovuto fare i conti con “risparmi” su tutti i capitoli: posti in organico, fondi e addirittura ore di lezione. Del resto, il buongiorno si vede dal mattino: nella prima Finanziaria, quella estiva del 2008, il governo somministrò alla scuola pubblica una vera e propria cura da cavallo: 132 mila posti in meno in un triennio e “sforbiciata” per 8 miliardi di euro netti.
Meno cattedre. La maggior parte del bilancio del ministero dell´Istruzione, circa il 94 per cento del totale, se ne va in stipendi del personale. E per “risparmiare” occorre tagliare le cattedre. Nel mese di giugno del 2008 il ministro Tremonti presentò il conto alla collega, Mariastella Gelmini: 87400 cattedre in meno in tre anni (45 mila al sud, pari al 51%)). Per il prossimo anno ne dovranno eliminare 19700. Risultato: riduzione delle ore di lezione per gli alunni e disoccupazione per migliaia di precari.
Bidelli, assistenti amministrativi e tecnici di laboratorio. La scure non ha risparmiato il cosiddetto personale non docente: bidelli, assistenti amministrativi e tecnici di laboratorio. L´ultima tranche di tagli prevede 14 mila posti in meno, che si aggiungono ai 30 mila già tagliati l´anno scorso e quest´anno.
I supplenti. Anche nella scuola a pagare la “manovra” sono i più deboli: i supplenti. I dati dell´anno in corso non sono ancora disponibili, ma basta citare quelli degli ultimi due anni per comprendere la portata del fenomeno. In appena due anni, dal 2007/2008 al 2009/2010 quasi 25 mila supplenti con incarichi annuali hanno dovuto dire addio a stipendio e incarico.
Le classi. Nonostante il numero degli alunni in Italia non sia mai diminuito, in un triennio (dal 2007/2008 al 2010/2011) le classi sono calate di 10.617 unità. Va da sé che le classi sono sempre più affollate e non mancano aule con 30 o addirittura 35 alunni stipati dentro.
I fondi. Nel 1997 la scuola italiana entrò nell´era dell´Autonomia. Venne così stanziato un apposito budget che annualmente viene ripartito tra le 10 mila scuola del Paese. Anche questi trasferimenti sono stati colpiti: nel 2008 i fondi per la cosiddetta legge 440/97 sfioravano i 186 milioni. Due anni dopo si assottigliano a 127 milioni: meno 32 per cento.
Ore di lezione. La riforma Gelmini della scuola elementare (ora primaria), media e superiore si basa su un enorme incisione alle ore di lezione. Alle elementari le famiglie possono scegliere quattro moduli-orario: 24, 27, 30 e 40 ore settimanali. Alla media, le ore di lezione alla settimana passano a 30. In passato, le scuole elementari e medie funzionavano con un maggior numero di ore. Ma è alle superiori – a settembre scatta il secondo anno di riforma – che le ore di lezione vengono falcidiate. La Relazione tecnica parla chiaro: per tagliare le 87 mila cattedre previste, a regime, tutti gli studenti dei licei staranno in classe per 71 mila ore di lezione in meno, quelli dei tecnici riusciranno a evitare 240 mila ore di lezione a settimana e 223 mila in meno i compagni degli istituti professionali.
Inglese alla primaria. La scuola italiana non riesce a pagare 11200 insegnanti specialisti di inglese alla primaria. Per questa ragione la manovra Tremonti-Gelmini prevede la loro riconversione in insegnanti comuni. L´Inglese ai bambini dell´elementare verrà impartito da insegnanti che nel frattempo avranno seguito un corso di 400 ore.
Tempo prolungato alle medie. Tre anni fa le classi con orario a Tempo prolungato (fino alle 16) rappresentavano il 29 per cento del totale. Quest´anno sono il 21 su cento.

La Repubblica 06.03.11

"Tanti, giovani e arrabbiati. Parlano gli studenti", di Giuseppe Rizzo

Tanti, giovani e arrabbiati. I ragazzi dell’Unione degli Studenti medi si sono dati appuntamento a Roma per rinnovare i vertici del proprio sindacato e ne hanno approfittato per ribadire le loro critiche a Berlusconi e al governo. Due giorni, tra ieri e oggi, in cui mettere sul tavolo le proprie proposte in vista della manifestazione in difesa della Costituzione e della scuola del 12 marzo e definire le linee per le prossime iniziative. Sono più di trecento e tutti censurano l’attacco del premier agli “insegnanti che inculcano principi diversi da quelli dei genitori”. «Quelle di Berlusconi», dice Mariano Di Palma, coordinatore nazionale dell’Uds, «sono frasi che confermano ancora una volta l’azione di distruzione della nostra cultura, per questo scenderemo in piazza il 12 e nei prossimi mesi, ribadiremo che la scuola è un valore e non un feticcio, e lo faremo con le nostre proposte e senza farci strumentalizzare ». La paura maggiore è quella che tutto si riduca all’ennesimo polverone sollevato dal premier. «Non vogliamo che la nostra lotta – aggiunge Di Palma – diventi l’ennesimo tentativo di spallata al governo. Il tema dell’istruzione pubblica è un tema serio, che va discusso al di fuori delle posizioni ideologiche che lo hanno caratterizzato finora. Per questo chiediamo alle opposizioni di unire le forze e lavorare assieme per fermare la scure del governo». Appello condiviso anche da Raffaele Giovine, terza liceo scientifico a Caserta: «Oggi è quanto mai necessaria, anche tra noi studenti, un’opposizione unita e di qualità. C’è bisogno di una classe politica nuova, con cui poter lavorare assieme, perché noi siamo la vera alternativa. In un mondo globalizzato, le sfide sono nuove, perciò c’è bisogno di energie nuove». Energie a cui guarda anche la Cgil. «Di questi ragazzi abbiamo bisogno – dice Vera La Monica della Segreteria Confederale – Sono la forza per cambiare questo paese, una forza critica, dirompente, che noi tutti abbiamo il dovere di ascoltare». E i ragazzi, di cose da dire, ne hanno. «Noi, a suo tempo – ribadisce Di Palma – avevamo elaborato una controriforma Gelmini, una riforma a costo zero che prevedeva la costruzione di un unico ciclo scolastico che unisca scuola media e scuola elementare, per esempio, una riforma 2+3 della scuola superiore, con un biennio unico e la possibilità di un triennio di specializzazione, e tante altre cose. Ma prima di tutto bisogna porre fine a un governo ai limiti della democrazia».

L’Unità 06.03.11

"La crescita è possibile ma Tremonti non la vuole", di Eugenio Scalfari

La parola “stagflation” è un neologismo inglese da tempo entrato nel lessico economico. Indica una perversa combinazione di inflazione e recessione che, quando si verifica, penalizza pesantemente i “fondamentali” dell’economia, deprime i consumi e gli investimenti, falcidia i redditi, il commercio, l’occupazione, il credito e la tenuta dei conti pubblici. Avevo accennato a questo rischio nelle ultime righe del mio articolo di domenica scorsa prendendo spunto dalle cifre diffuse dalla Commissione di Bruxelles, ma non immaginavo che a distanza di poche ore la Banca centrale europea e il suo presidente l’avrebbero definita come un fenomeno incombente. Trichet è persona molto prudente; il suo timore sull’incombenza d’una “stagflation” su tutta l’area europea e la necessità che la politica monetaria della Bce si preparasse a fronteggiare quel fenomeno, ha messo in allarme i mercati producendone le immediate reazioni a cominciare dal tasso di cambio tra l’euro e il dollaro: la moneta europea è schizzata a 1,40 scontando la previsione di un aumento del tasso di interesse. Nei giorni seguenti e fino a ieri il tema della “stagflation” ha dominato su tutti gli altri, perfino sulla crisi libica e — per quanto ci riguarda — sulle ossessioni paranoiche e complottarde del nostro presidente del Consiglio. Sta veramente per scatenarsi una crisi di “stagflation”?

Di quale intensità? Quali ne sono le cause? Quali ne saranno i Paesi più colpiti? E quali strumenti saranno usati per fronteggiarla? Il ministro Tremonti ha risposto, come spesso gli avviene, con un´alzata di spalle. Ha per l´ennesima volta ripetuto che l´economica italiana è la più solida tra quelle europee anche se la nostra crescita è la più bassa. Ha messo in evidenza alcune cifre dell´Istat incoraggianti: il reddito è aumentato, il fabbisogno è diminuito, il deficit in percentuale del Pil è migliorato.
Conclusione: stiamo uscendo dalla crisi meglio degli altri; la minaccia di una “stagflation” è un incubo privo di fondamento anche se fa bene la Bce a predisporre i mezzi necessari per fronteggiare questa remota eventualità.
Speriamo abbia ragione anche se non ne siamo affatto sicuri.
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Le cifre dell´Istat sull´economia italiana non sono affatto rassicuranti. è vero che il Pil è aumentato di due decimali e il deficit è diminuito di mezzo punto, ma ci sono altri segnali molto preoccupanti: la cassa integrazione ha raggiunto un nuovo massimo storico, la disoccupazione è cresciuta fino al 30 per cento nella media nazionale, la crescita è ferma. Il debito pubblico in rapporto al Pil ha raggiunto la cifra-record del 119 per cento e si prevede che aumenterà ancora. La vendita di automobili ha registrato un´altra consistente diminuzione, la Fiat da parte sua è crollata. I consumi sono fermi, gli investimenti idem, la costruzione di infrastrutture zero.
L´inflazione è scattata al 2,4.
Dunque la combinazione tra inflazione e recessione per quanto riguarda l´Italia non è un´ipotesi improbabile e comunque remota; al contrario è un fenomeno già in atto.
Siamo già in piena crisi di “stagflation” e non risulta che il governo stia approntando un piano per farle fronte.
è molto probabile, stando alle dichiarazioni di Trichet, che in aprile la Bce aumenti il tasso di interesse di un quarto di punto che si diffonderà attraverso analoghi aumenti nel sistema bancario. Anche gli oneri derivanti dal debito pubblico aumenteranno.
La Bce non vuole scoraggiare la ripresa produttiva del continente e quindi non farà mancare la liquidità al sistema creditizio, ma è molto probabile che quella liquidità resti inutilizzata. Che cosa se ne fanno le banche se gli investimenti non riprendono? Potrebbero destinare la liquidità a sostegno di imprese già decotte. È pensabile che lo facciano? No, non è pensabile. La ridepositeranno presso la Bce guadagnandoci un punto percentuale e/o la investiranno in titoli pubblici facendone aumentare il rendimento alle aste.
Cioè finanziando il Tesoro al maggior costo possibile.
Un tempo questa tecnica si chiamava “circuito di capitali” e fu largamente usata in tempi di guerra: il Tesoro si indebitava con le banche e le banche si finanziavano collocando i titoli in mani private. La liquidità girava su se stessa e non promuoveva nessuna crescita produttiva, salvo il funzionamento delle imprese che lavoravano per la guerra.
Adesso le guerre sono locali e c´è comunque bisogno di finanziare le molto costose iniziative di pace, come le chiamano. Il circuito di capitali funziona così ed è un egregio strumento di emergenza, ma l´effetto di fondo è un aumento costante dell´inflazione. Un effetto secondario ma importantissimo: l´inflazione infatti riduce il valore reale dei redditi fissi, salari e pensioni. Cioè riduce il potere d´acquisto dei ceti deboli. I ceti forti invece recuperano gli effetti dell´inflazione trasferendoli sui prezzi.
L´inflazione infatti è un´imposta regressiva: accresce le diseguaglianze sociali.
Immagino che Tremonti sia d´accordo con questa diagnosi e sia anche d´accordo sul fatto che l´inflazione è provvidenziale per il debitore sovrano, cioè il Tesoro. Più alta è l´inflazione e più diminuisce il valore reale del debito.
Questo è vero per tutti i Paesi della moneta unica. Per fortuna la Bce è molto attenta a combattere l´inflazione e perciò, al bisogno, continuerà la manovra sul tasso di interesse. L´effetto è quello già in atto: aumenta il tasso di cambio dell´euro incoraggiando le importazioni e scoraggiando le esportazioni. Le merci americane, tanto per fare un esempio non marginale, diventeranno più convenienti delle analoghe merci italiane. Quindi importeremo recessione. La “stagflation” funziona proprio così.
Piacerebbe che il nostro governo spiegasse i suoi intendimenti. Purtroppo non lo fa. Così come non lo fa Marchionne (tanto per dire) quando gli si chiede come e dove investirà quei dieci (o venti?) miliardi di investimenti che si è impegnato a destinare alle fabbriche italiane della Fiat e di cui, allo stato dei fatti, sappiamo soltanto che andranno per un miliardo a Mirafiori e per ottocento milioni a Pomigliano.
Le reticenze di Marchionne e quelle di Tremonti sono identiche e anche il loro effetto sociale è identico: in un clima di “stagflation” gli effetti negativi saranno scaricati sui ceti deboli, sui giovani, sulle donne.
Non va bene. Non va affatto bene.
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Conosciamo la risposta di Tremonti: riforme senza spese, riforme a costo zero, riforme “liberali” capaci di rianimare il mercato e le vocazioni imprenditoriali.
Crediti di imposta per chi investe, pagati dallo Stato a babbomorto ma scontabili in banca, magari con prestiti agevolati.
Vedo che anche l´amico Giavazzi sul Corriere della Sera di qualche giorno fa incoraggia riforme senza spese pur criticando le diagnosi di Tremonti.
Giavazzi mette il dito su una piaga (ed ha ben ragione di farlo) quando denuncia le tariffe bloccate dei vari ordini professionali e ne propugna lo sblocco. Sarebbe una buonissima riforma senza spese, ma di ambito piuttosto limitato.
In realtà sappiano tutti benissimo – anche Tremonti lo sa – che esiste un solo strumento per rilanciare la crescita senza attenuare il rigore e la tenuta dei conti pubblici: il fisco. Del resto è questo strumento che Tremonti ha adottato nel decreto per il federalismo municipale e che presumibilmente adotterà anche per quello del federalismo regionale: ha delegato ai Comuni (e lo farà con le Regioni) di inasprire le imposte e istituirne di nuove e/o di lesinare i servizi pubblici di loro competenza.
Siamo pienamente d´accordo con lui contro un´imposta patrimoniale che produrrebbe un´esportazione di capitali massiccia e intollerabile (sebbene una “patrimonialina” opportunamente camuffata sia stata concessa al fisco comunale) ma questo non esaurisce il tema d´una manovra di rilancio attraverso il fisco nazionale. La Finanziaria in corso ha infatti escluso da ogni contribuzione sia i ceti ad alto reddito sia i ricchi e ricchissimi. Non ha tassato le rendite finanziarie, non ha toccato i redditi variabili.
Voglio qui ricordare che il governo Prodi, con Ciampi al Tesoro e Visco alle Finanze, per agganciare l´Italia all´euro – la sola grande riforma degli ultimi quindici anni – tassò i ceti medi alti, i ricchi ed anche le imprese con un´imposta che fu battezzata “tassa per l´Europa”.
Fruttò un gettito di dodicimila miliardi di lire, pari a sei miliardi di euro.
Era una “una tantum”, di cui quel governo restituì il 60 per cento due anni dopo come aveva promesso e che fu pagata senza particolari resistenze e opposizioni da parte dei contribuenti. Gli italiani avevano capito l´importanza dell´obiettivo, avevano fiducia in quel governo di persone perbene e si assunsero senza fiatare la loro parte di sacrificio.
Tremonti ha in programma una riforma fiscale che, secondo quanto ha più volte dichiarato, dovrebbe spostare il peso tributario dalle persone alle cose. Di più non ha detto, ma non è difficile immaginare che rinasceranno imposte che un tempo si chiamavano “reali”: la “fondiaria”, la “ricchezza mobile” e altre analoghe.
Luigi Einaudi, all´epoca sua, apprezzava molto questo tipo di imposizione che ha natura sostanzialmente proporzionale perché appunto si applica alle cose e non al reddito complessivo delle persone e delle imprese. Ma poiché bisogna comunque non smarrire il meccanismo della “progressività” del carico tributario per ragioni di evidente equità sociale, lo stesso Einaudi caldeggiava una tenue imposta patrimoniale ordinaria nonché una forte imposta sulle successioni che assicurasse un obiettivo che gli stava molto a cuore: l´eguaglianza delle posizioni di partenza – come lui le chiamava – e che oggi meglio si chiamano le “pari opportunità”.
Richiamo gli insegnamenti einaudiani non solo perché vengono da uno dei grandi maestri della scienza delle finanze, ma anche da un grande liberale che oggi molti citano a sproposito come conservatore accanito. Luigi Einaudi, come tutti i veri liberali, non era affatto un conservatore ma un riformista a 24 carati.
Tornando al fisco dei tempi nostri, la proposta è di tassare subito chi ha un adeguato imponibile, da oggi fino a quando la riforma fiscale sarà varata, e col ricavato rilanciare la crescita. Se il Pil del 1998, che era notevolmente inferiore a quello di oggi, dette un gettito di sei miliardi di euro, il Pil del 2011, nella stessa proporzione, ne darebbe probabilmente il doppio o poco meno. Tra rendite e manovra “una tantum” il rilancio della crescita disporrebbe d´una cifra ragguardevole senza minimamente allentare la tenuta dei conti.
Questa proposta potrebbe esser fatta propria dai partiti d´opposizione e portata in Parlamento. Noi ce lo auguriamo per il bene del Paese.

La Repubblica 06.03.11

"8 marzo, le donne crescono", di Irene Tinagli

Per quest’anno si prevede un 8 Marzo meno stucchevole e più pragmatico del solito. Un otto marzo che vede rianimato un dibattito sul ruolo della donna nella società che si era un po’ affievolito negli anni scorsi, e che comincia a ragionare in termini di azioni concrete, in Italia e altrove. Per una serie di coincidenze, infatti, nelle ultime settimane il dibattito sull’emancipazione femminile si è riacceso non solo a casa nostra (a seguito della manifestazione del 13 Febbraio e delle legge sulle quote rosa nei consigli di amministrazione che sta per essere approvata in Parlamento), ma anche in molti Paesi esteri.

Negli Stati Uniti, grazie anche ad un rapporto commissionato dall’amministrazione Obama da cui emerge un consistente divario salariale tra donne e uomini, si è riaperto il dibattito sul Paycheck Fairness Act, una legge che potenzierebbe gli strumenti per combattere il gap salariale e che, approvata da tempo dalla House of Representatives, attende ora l’approvazione al Senato.

In Inghilterra Lord Davies, ex banchiere ed ex ministro per il Commercio e gli Investimenti, ha recentemente riaperto la questione femminile dichiarando che le società quotate a Londra dovrebbero raddoppiare entro il 2015 la presenza femminile nei loro consigli di amministrazione, passando dall’attuale 12.5% ad almeno il 25%. E in Germania la Merkel, di fronte al continuo ritardo del mondo finanziario ed imprenditoriale tedesco (solo il 2.2% dei consigli di amministrazione delle prime 30 aziende quotate in borsa è rappresentato da donne), ha minacciato di introdurre quote rosa del 40% per tutte le aziende più grandi, scatenando un putiferio.

Una presa di posizione che ricalca quella della Commissaria Europea Viviane Reding che poche settimane fa a Davos ha lanciato la proposta di applicare quote rosa ai consigli di amministrazione delle maggiori 500 imprese europee. D’altronde sono già numerosi i Paesi Europei che hanno adottato misure simili (Norvegia, Spagna, Islanda, e, da poco, Francia). E, nonostante le perplessità e le polemiche iniziali, la loro introduzione si è rivelata molto efficace. In Norvegia la quota di donne nei consigli di amministrazione è passata dal 25% del 2004 al 42% del 2009, e in Spagna dal 4% del 2006 al 10% del 2010. E non sembra aver danneggiato in alcun modo le imprese (d’altronde creare delle soglie minime di presenza non impedisce di sollevare da un incarico e sostituire una donna che non si dimostri all’altezza).

Anche numerosi esperti ed economisti, che in passato avevano sollevato riserve verso qualsiasi tipo di restrizione alle scelte «libere» del mercato, si stanno ricredendo dopo aver osservato che l’esclusione delle donne da posizioni di responsabilità non è legata a differenze nella distribuzione del «talento» nella popolazione femminile, ma ad aspettative pregiudiziali del datore di lavoro sulla loro futura disponibilità di tempo e dedizione.

Questi «pregiudizi» non solo precludono opportunità di crescita alle donne, ma ne demotivano l’impegno e le spingono indirettamente a lavorare di meno, alimentando quindi un circolo vizioso di inefficienze individuali e collettive. E’ noto infatti che un più elevato tasso di attività femminile si traduce in maggior stabilità economica delle famiglie e maggior crescita economica per il Paese. Non solo, ma come dimostra uno studio della società di consulenza McKinsey, le aziende con più donne nei consigli di amministrazione hanno una migliore gestione del rischio, più efficaci attività di controllo e, in media, un reddito operativo che supera del 56% quello delle aziende con consigli di amministrazione solo maschili.

Ecco, questo è il contesto in cui si celebra questo 8 marzo 2011. Un dibattito i cui contorni ideologici si sono forse un po’ indeboliti, ma in cui si sono inseriti elementi molto concreti, con contributi di esperti, economisti, ragionando su azioni politiche e disegni di legge. Un approccio che certo non può sostituirsi al lavoro profondo e culturale che ogni individuo, famiglia e associazione civile dovrà condurre in seno alla società per combattere quotidianamente stereotipi e ingiustizie, ma che rappresenta comunque un passo avanti per le donne e per la crescita del Paese.

Un passo avanti perché chiama in causa non solo la buona volontà dei singoli, ma l’impegno delle politiche pubbliche, il cui compito è quello di generare opportunità di crescita per i propri cittadini e rimuovere ogni ostacolo basato su pregiudizi e discriminazioni. In fondo, pensare a delle politiche che diano alle donne opportunità di realizzazione che non passino necessariamente ed esclusivamente attraverso il matrimonio o la maternità, ma anche attraverso la propria ambizione personale ed il proprio lavoro è una questione che va oltre il concetto di femminismo e o di efficienza economica, è questione di civiltà.

La Stampa 06.03.11

"Stipendi degli insegnanti inadeguati" . Il premier: mai attaccato la scuola pubblica. Cgil: solito gioco delle tre carte"", di C.L.

Aveva detto: Non si può essere costretti a mandare i figli in una scuola di Stato in cui gli insegnanti inculcano valori diversi da quelli delle famiglie. Alla vigilia della campagna elettorale per le amministrative e con gli 800 mila insegnanti italiani sul piede di guerra dopo l´exploit di una settimana fa, il presidente del Consiglio torna sui suoi passi, rettifica, corregge – ma solo in parte – la linea sulla scuola pubblica. Anche perché torna a ripetere che la scuola pubblica insegna valori «diversi» da quelli cattolici. Stavolta però ammette che la categoria è bistrattata e economicamente penalizzata. Il Pd passa al contrattacco: allora aumenti gli stipendi. I sindacati pretendono adesso impegni concreti. Ma con il ministro Tremonti che tre giorni fa ha fatto orecchie da mercante coi colleghi La Russa e Maroni che battevano cassa per gli stipendi del comparto sicurezza, sarà difficile che i cordoni della borsa si aprano per i docenti.
Il premier interviene in collegamento telefonico con la convention di “Noi Riformatori” di Avezzano. «Io non ho mai attaccato la scuola pubblica – precisa – ho solo detto, parlando a dei cattolici, che bisogna riconoscere alle famiglie cattoliche che mandano i figli alla scuola pubblica il diritto a non veder insegnati ai loro figli valori diversi da quelli in cui credono». La sua tesi è che «bisogna aiutare queste famiglie, magari con un buono scuola, perché anche quelle meno abbienti possano mandare i loro figli alla scuola che vogliono. Noi – continua – abbiamo fatto la riforma della scuola per ridare dignità agli insegnanti che ricevono per quello che fanno uno stipendio inadeguato. Per la sinistra invece la scuola è sempre stato un serbatoio elettorale. Noi abbiamo difeso in modo concreto la scuola pubblica con le riforme e con un ruolo che presuppone la libertà di insegnamento e il ripudio dell´indottrinamento politico e ideologico».
Nuovo spot filo cattolico che sa di strumentale a Pier Ferdinando Casini. «Io quando difendo la Chiesa lo faccio perché ci credo non perché mi aspetto dei voti alle prossime elezioni» attacca il leader Udc intervenendo su “La7”: «Da cattolico, difendo la competitività tra la scuola pubblica e quella libera, la definisco così. Ma so che quella pubblica è straordinaria. Le mie figlie studiano lì e hanno trovato insegnanti straordinari». Per il Pd le ultime dichiarazioni del premier «sono una toppa peggiore del buco: arriva a prefigurare che le famiglie cattoliche non dovrebbero mandare i propri figli nella scuola pubblica perché gli insegnanti sarebbero estranei ai loro principi, parole senza senso» protesta Manuela Ghizzoni, capogruppo in commissione Cultura. La responsabile scuola del partito, Francesca Puglisi, ricorda a Berlusconi che è stato il suo governo a licenziare «migliaia» di insegnanti mantenendone altri nella precarietà. Per la Cgil è «il solito gioco delle tre carte». Ma stavolta anche Cisl e Uil sono sullo stesso fronte: «Contratti e scatti bloccati da tre anni, prof italiani sono i peggio pagati tra i Paesi Ocse, quando si comincia a parlare di aumenti?»

La Repubblica 06.03.11

"Abbracciati al Colosseo per riprenderci la cultura", di Luca Del Frà

«La difesa della cultura è una battaglia per la libertà», taglia corto dal palcomontato davanti l’arco di Costantino il segretario della Cgil Susanna Camusso. Di fronte a lei, al centro del Foro romano ci sono oltre un migliaio di persone che ieri nella capitale hanno sfidato la pioggia per partecipare all’iniziativa «Abbracciamo la cultura». Una distesa di ombrelli e giustacuori arancioni con sopra stampato il simbolo della manifestazione che ha poi «abbracciato » il Colosseo con una lunga catena umana. Una manifestazione di affetto per la cultura e di rabbia per lo sfacelo che le politiche culturali del Governo Berlusconi, un mix di tagli e demagogia, stanno portando auno dei beni più importanti del nostro paese. «Non ci ferma nessuno», aveva esordito poco prima aprendo gli interventi dal palco Concita DeGregorio, di fronte alle centinaia di persone intervenute malgrado il maltempo: al direttore de l’Unità il compito di tessere la tela degli interventi tra loro all’apparenza molto eterogenei perché «Abbracciamo la cultura» nasce dall’iniziativa di una coalizione che ha visto in prima fila la Cgil, l’Arci, Legambiente, Wwf, Assotecnici, Associazione nazionale archeologi e a cui hanno aderito circa un centinaio di associazioni tra cui la Fnsi e Movem09. Mentre anche a Padova, Siracusa, Matera, Selinunte altri simboli della cultura venivano abbracciati, nella capitale l’attrice Benedetta Buccellato parlava di regime senza mezzi termini: «Se il fascismo è durato vent’anni, il regime non di Berlusconi, ma del berlusconismo va avanti da trenta». I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ha spiegato Roberto Natale della Federazione Nazionale della stampa: «Che le ragazze dell’Olgettina siano le stesse che la televisione ci presentava nei talk show è il segno di come si voglia imporre una “cultura”. Oltre ai tagli all’editoria siamo di fronte alla surreale situazione che il primo aprile il presidente del consiglio Berlusconi potrà decidere se la sua azienda di famiglia, Mediaset, potrà comprarsi o no il Corriere della sera ». Sul binomio tra cultura e informazione ha insistito anche Camusso: «C’è una cosa che lega le tante piazze del Paese in cui oggi si manifesta per la cultura: la politica del governo è orientata a tagliare gli strumenti che permettono di avere un’opinione propria. Difendere la cultura è dire che vogliamo un paese libero, democratico, in cui si possa partecipare». Tra la folla Giovanna Melandri, Matteo Orfini e Vincenzo Vita del Pd, che rilancia una legge con il governo: «Per trovare subito i fondi sufficienti a evitare il collasso delle istituzioni culturali italiane, grandi e piccole». Oltre a Giulia Rodano, IdV, Cecilia D’Elia, assessore alla cultura della provincia di Roma. Dal palco hanno parlato anche archeologi, tecnici del restauro e della manutenzione dei beni architettonici, davanti a una folla che non sembrava spaventata dalla pioggia. In mezzo a loro, con uno striscione pulito e ordinato come vorremmo fossero i nostri musei e siti archeologici ci sono gli «Idonei del Ministero dei Beni Culturali». Spiega una di loro: «Abbiamo vinto un concorso, dovremmo essere assunti per tutelare e illustrare al pubblico i nostri siti e i nostri musei. Ma oggi il ministero non fa assunzioni ed esternalizza tutto». Non ha dubbi Concita De Gregorio: «Le piazze che si riempiono sono il segno che la gente si è ripresa la delega alla politica, è una responsabilità che è bene si tenga stretta prima che qualcosa cambi nel paese. Le manifestazioni che punteggiano il mese di marzo sono qui a dimostrarlo ». La folla si avvia ad abbracciare il Colosseo: i finti centurioni e legionari romani che stazionano davanti all’anfiteatro sono perplessi, poi fanno il tifo anche loro. «Questo è un atto d’amore verso il nostro paese – così Camusso – e chi non è in grado di capirlo deve andare a casa ».

L’Unità 06.03.11

"Suona il de produndis per le politiche assistenziali", di Elena Granaglia, Angelo Marano

Nell’ultimo trentennio, le politiche assistenziali non sono mai entrate fra le priorità dell’agenda politica della nostra Repubblica, con l’esclusione del periodo a cavallo del secolo, caratterizzato dalla sperimentazione del reddito minimo di inserimento e dall’introduzione della Legge 328/2000, e del biennio di governo del centro-sinistra della scorsa legislatura.

Paradigmatiche sono l’assenza in Italia di uno schema generale di reddito minimo (condivisa, nella UE, con la sola Ungheria) e la mancata definizione a livello nazionale, nel settore dell’assistenza, dei livelli essenziali delle prestazioni, delle figure professionali, di un sistema informativo, mancanze che hanno provocato una elevata frammentazione, con alcune regioni che hanno cercato di inventarsi qualcosa e altre nelle quali la rete dei servizi sociali, di fatto, non è mai partita (cfr. www.nelmerito.com , 4 febbraio 2011).
Da quest’anno, però, la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente. Vittima collaterale della crisi e del federalismo, vaso di coccio fra i vasi di ferro della sanità, della previdenza, degli interventi sulla cassa integrazione, il sistema assistenziale rischia nei prossimi anni di essere cancellato in buona parte del paese, come effetto dell’azzeramento dei finanziamenti nazionali al sociale, della più complessiva riduzione dei trasferimenti a regioni e enti locali e dell’esclusione delle politiche assistenziali dai decreti attuativi del federalismo.
Per quanto riguarda il finanziamento della spesa sociale, si salvano le prestazioni monetarie associate a diritti soggettivi, come gli assegni sociali, le invalidità civili, gli assegni di maternità e al nucleo con almeno tre figli. Ma, per l’erogazione di servizi, dal recupero dei tossicodipendenti, al trasporto dei disabili, dall’integrazione dei migranti ai servizi per i minori, dagli asili nido ai servizi di prevenzione e assistenza sociale, per finire ai servizi per non autosufficienti, le prospettive sono meste: la Legge di stabilità per il 2011 ha quasi azzerato i trasferimenti sociali alle regioni. Il Fondo per le politiche sociali, storicamente la maggiore fonte di finanziamento nazionale, è stato inizialmente quasi azzerato (salvaguardando solo i fondi gestiti direttamente dal Ministero del lavoro) e solo la protesta delle regioni ha portato ad aggiungere, per il solo 2011, 200 milioni (vale la pena ricordare che nel 2007 il Fondo trasferiva alle regioni un miliardo e ancora nel 2010, nonostante i tagli, 435 milioni). Il Fondo per le non-autosufficienze (400 milioni trasferiti alle regioni nel 2010) non è stato rifinanziato (la pressione dei malati ha poi indotto a stanziare fino a 100 milioni, per il solo 2011, ma destinati esclusivamente ai malati di SLA). Sorte analoga ha colpito gli altri fondi: il Fondo per la famiglia si è ridotto dai 174 milioni del 2010 a 51 milioni nel 2011; il Fondo per le politiche giovanili da 81 milioni a 13 milioni, il Fondo affitti da 141 milioni a 33 milioni; il Fondo per il diritto allo studio, che ammontava a 264 milioni nel 2009, ridottisi a 99 milioni nel 2010, avrebbe dovuto ridursi a 25 milioni nel 2011, somma aumentata di 100 milioni, per il solo 2011, in sede di approvazione della Legge; il Fondo per la gratuità dei libri nella scuola dell’obbligo (103 milioni nel 2010) inizialmente risultava azzerato e solo successivamente si è provveduto, per il solo 2011, con 100 milioni, attingendo ad uno stanziamento di 350 milioni su cui insiste però, tra l’altro, anche il finanziamento degli LSU della scuola, che rischia di assorbirlo interamente.
Se il finanziamento nazionale delle politiche sociali viene meno, vero è anche che esso contribuiva con una quota attorno al 20% della spesa sociale decentrata e che regioni e comuni, insieme agli stessi utenti, già finanziavano con risorse proprie buona parte dei servizi. D’altra parte, tale dato medio rappresenta una realtà fortemente differenziata a livello nazionale, con alcune aree dipendenti molto più di altre dai finanziamenti nazionali. In ogni caso, anche quelle meno dipendenti troveranno dal 2011 oltremodo difficoltoso compensare i tagli nei trasferimenti sociali, stante che questi si accompagnano all’ulteriore diminuzione dei trasferimenti a carattere generale alle regioni e agli enti locali. Basti qui ricordare che la manovra correttiva 2011-2012 (DL 78/2010) ha comportato tagli complessivi nel biennio per 8,5 miliardi ai trasferimenti alle regioni a statuto ordinario (al netto della spesa sanitaria), per 4 miliardi ai comuni e per 800 milioni alle province.
L’azzeramento dei finanziamenti nazionali alle politiche sociali potrebbe anche rientrare in una specifica strategia di attuazione del federalismo. Da un lato, è, infatti, certamente vero che l’art. 117 attribuisce alla competenza esclusiva delle regioni la definizione delle politiche sociali, salvo che per l’individuazione dei livelli essenziali (LEP) e che l’art. 119 richiede che regioni ed enti locali siano messi in condizioni di finanziare integralmente le proprie attività. Dall’altro, è, però, evidente che l’attuazione del federalismo fiscale riguarderà soprattutto la sanità, mentre per l’assistenza si rinvia a successivi decreti. In Conferenza unificata lo scorso 16 dicembre, le Regioni hanno, sia pur faticosamente, strappato al governo l’impegno a definire e finanziare, almeno, livelli minimi di servizio da erogare; ma in quella sede si faceva riferimento al settore sanitario e vi è da dubitare che anche un’eventuale applicazione del principio all’ambito dell’assistenza sociale, stante il vincolo sulle risorse, possa portare a qualcosa più che le enunciazioni molto generali già contenute nell’art. 22 della legge 328. In effetti, se la procedura logica vorrebbe che si identificassero i LEP in ambito sociale, si stimassero i relativi costi standard ai sensi della Legge 42 e, conseguentemente, si devolvessero alle regioni fonti adeguate al loro finanziamento, quello che sembra delinearsi è radicalmente diverso. Non si identificano i LEP, si rinvia l’attuazione del federalismo e, nel frattempo, si azzera il finanziamento nazionale, col risultato che, alla fine, non vi sarà bisogno di devolvere alcunché alle regioni. Queste ultime potranno fare quello che vogliono, ma interamente con risorse proprie e nel contesto delle ristrettezze economiche sopra descritto.
Di fatto, per l’assistenza siamo, dunque, tornati all’anno zero. Rinviati sine die i LEP, esauriti i finanziamenti nazionali, lettera morta la 328, ciascuna regione lasciata a sé in un contesto di gravissima scarsità di risorse, è naturale si ritorni alla concezione delle politiche sociali come beneficienza fatta ai più poveri e sfortunati. In tal senso alcune indicazioni del Libro bianco del Ministro del lavoro sul ruolo del “dono” e delle comunità di prossimità non sembrano destinate a rimanere lettera morta.
A nostro parere, occorre, invece, riprendere la costruzione di un sistema di assistenza inteso come sistema finalizzato alla realizzazione di diritti di cittadinanza, una rete strutturata, stabile e affidabile, come avviene per la previdenza e per la sanità. Certamente, il nuovo Titolo V pone forti vincoli e la rinuncia dell’autorità centrale ad occuparsi dei temi sociali negli ultimi 10 anni ha reso la situazione critica, determinando la frammentazione dei sistemi territoriali. Inoltre, e non solo in Italia, i trasferimenti assistenziali sono solitamente i primi ad essere tagliati (cfr. www.nelmerito.com, 5 novembre 2010), anche a causa del basso potere di voce di molti dei soggetti coinvolti. Non si può, tuttavia, utilizzare questa realtà per giustificare il ritiro da parte dell’autorità centrale dal ruolo di coordinamento e di definizione dei livelli minimi assegnato dalla Costituzione e l’accettazione di una visione del federalismo che segna la fine, o almeno, la messa in congelatore per i prossimi anni, di un qualunque sistema di politiche assistenziali strutturato.

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