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Non è vero che Bersani non fosse presente alla votazione della fiducia sul decreto milleproroghe

Il Fatto Quotidiano rettifica l’articolo. Non è vero che Bersani non era in Aula, come ha scritto ieri il Fatto Quotidiano. Precisiamo che il segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani, era presente alla Camera dei Deputati durante le votazioni del decreto Mille Proroghe.
Bersani ha partecipato alle votazioni sulla fiducia ed a tutte quelle sugli ordini del giorno presentati.

Il voto finale su cui sono state registrate alcune assenze riportate sulla stampa avrebbe avuto l’unica conseguenza di far cadere il decreto e far ripetere la votazione.

Oggi l’autore dell’articolo, Dino Amenduni, rettifica:
OpenPolis oggi mi comunica che quel verbale era riferito al voto finale, che non era sottoposto a voto di fiducia, e non al voto sul maxiemendamento al decreto Milleproroghe, su cui era stata posta la questione di fiducia e il cui verbale è qui. In questo voto la maggioranza ha vinto di 22 voti e gli assenti nei banchi dell’opposizione non erano sufficienti a portare alla sfiducia.
OpenPolis, e dunque il sottoscritto, si scusa per l’errata informazione alla fonte.

www.partitodemocratico.it

Scuola, Pd: grave che premier dica che scuola pubblica non garantisce cattolici

“La pezza è peggio del buco, con le dichiarazioni di oggi il premier arriva addirittura a prefigurare che le famiglie cattoliche non dovrebbero mandare i propri figli nella scuola pubblica perché gli insegnanti sarebbero estranei ai loro principi valoriali. Sono parole senza senso che dimostrano che il premier non conosce la ricchezza del nostro sistema di istruzione in cui si impara insieme, si cresce insieme e insieme si diventa cittadini.”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni

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Ghizzoni ribatte alle dichiarazioni del cavaliere

Berlusconi: sì al buono-scuola
“Mai attaccato il sistema pubblico”

“Non ho mai attaccato la scuola pubblica. Ho solo detto, parlando dei cattolici, che vanno aiutate le famiglie che trovano un insegnante che cerca di inculcare nei loro figli valori e principi diversi da quelli in cui credono. E bisogna farlo con un buono-scuola, in modo che i meno abbienti possano mandare i loro figli a una scuola privata”. Berlusconi torna così a parlare di scuola pubblica e privata intervenendo al convegno Pdl ad Avezzano.

Bondi amareggiato? Ma la cultura è in bancarotta", di Vittorio Emiliani

Mentre il ministro Sandro Bondi piange chiedendo di poter dare le dimissioni dal Ministero (che peraltro ha pochissimo frequentato, fin dagli esordi), il mondo dello spettacolo gli dà uno schiaffo istituzionale disertando, per la prima volta nella storia, i lavori della Consulta. Accusa lui e il suo governo di aver «pervicacemente» puntato a tagliare investimenti e occupazione. Oggi il mondo dei beni culturali ha organizzato al Colosseo e presso altri monumenti manifestazioni per «abbracciare» quei cari siti lasciati in pratica senza fondi né tutori. Una sorta di rigetto collettivo mai visto da parte di esponenti del mondo sindacale, associativo, culturale, tecnico-scientifico.
L’altra sera al concerto di Martha Argerich, il presidente dell’Accademia di Santa Cecilia, Bruno Cagli, uomo non impulsivo, ha denunciato la insostenibile situazione di una Fondazione (una delle poche) che già vive di risorse proprie, fra abbonamenti, biglietti, sponsor, ecc., per il 50 per cento, per una quota cioè considerata invidiabile in tutta Europa. Dove le istituzioni musicali – se lo ficchino bene in testa quanti ritengono che con musei e teatri d’opera «si fanno un mucchio di soldi» – ricevono fondi pubblici ben maggiori. Certo, poi allestiscono molti più spettacoli.Ma Santa Cecilia non è da meno, con oltre 600 concerti all’anno. Colpa di Bondi, allora? Colpa anzitutto del governo Berlusconi. Colpa di un ministro, Tremonti, che ha usato la sega elettrica per tagliare risorse già molto più magre di quelle previste in Europa, collassando siti archeologici, archivi, biblioteche, musei, monumenti, teatri d’opera e teatri di prosa, ecc. Di fronte a questa bassa macelleria che penalizzerà per anni e anni un Paese già culturalmente depresso, il titolare del Collegio Romanoo non ha tentato affatto una difesa delle sue alte prerogative o l’ha tentata assai flebilmente. Occupandosi assai più del Pdl (di cui è coordinatore) che non del MiBAC.
Ora, amareggiato, dice che vuole dedicarsi unicamente al partito e alla famiglia. Si accomodi. L’avesse fatto prima. In ogni caso la sua amarezza è giustificata soltanto nei confronti del governo al quale la sua arrendevolezza ha peraltro giovato
non poco. Due esempi, fra i tanti: a) aver avallato l’esclusione delle Soprintendenze, i commissariamenti,
le norme «speciali» dietro le quali si è scoperta, ben annidata, la «cricca»;
b) aver dichiarato valido l’impegnativo Codice per il Paesaggio ereditato da Rutelli per lasciarlo annegare nel nulla, a cominciare dalla co-pianificazione MiBAC-Regioni.
È un caso se il solito Tremonti chiede ora di togliere i vincoli paesaggistici e urbanistici? Se ci fossero piani aggiornati e impegnativi, non potrebbe farlo. Così può reclamare una deregulation totale. Unico caso in Europa.
Nel periodo 2008-2011 la cultura ha perso, secondo uno studio della Uil, il 64per cento delle risorse compresi i tagli al Fus hanno mutilato cinema, musica, teatro, danza, ecc. sacrificando anzitutto gli investimenti che creano lavoro, il più qualificato. «La cultura non si mangia», ha tagliato corto Giulio Tremonti («sono stato frainteso», ha detto poi come un simil-Berlusconi qualunque). In realtà in tutto il mondo civile la cultura viene considerata, da anni, uno dei «motori» della creatività, della progettualità,
e quindi dello stesso sviluppo.
Da noi, no. Ora Bondi può essere amareggiato finché vuole. Mai era stata condotta alla bancarotta la cultura, coi suoi beni, il paesaggio, le masse artistiche, i tecnici, i restauratori, i registi, gli attori, i cantanti, cioè l’Italia più amata nel mondo.

L’Unità 05.03.11

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AI CADUTI DELLA CULTURA

Chi non ce l’ha fatta dopo i tagli
Ecco l’elenco delle istituzioni chiuse o sospese per mancanza di fondi. Gli enti ritenuti «inutili» sono stati resi tali dal governo
ETI Ente Teatrale Italiano (Roma – Italia)
Napoli Teatro Festival (Napoli)
Teatro Trianon Napoli
Rassegna Suoni & Visioni Milano (sospeso attività)
Festival Teatri delle Mura a Padova
Rialto Sant’Ambrogio (Roma)
Cinema Teatro Politeama Asti
Rosso Festival Caltanissetta
Laboratorio teatrale Gigi Proietti (Roma)
Teatro San Martino Bologna (sospeso attività)
Teatro Sociale Canicattì (sospeso la stagione)
Rassegna ‘Castelli in scena’ (Alba)
Festival ‘Dreamtime’ (in forse)
Teatro del Lido Ostia (occupato)
Teatro Politecnico (Roma)
Festival Bestiario (Roma)
Festival Bella ciao (Roma)
Festival Dedica Asolo
Teatro carcere al Due palazzi (Padova)
Filo d’Arianna Festival (Belluno)
Fondazione Toscana Musica e Arte (Arezzo)
Teatro Petrarca (Arezzo chiuso per restauro da 4 anni
MUSICA
Orchestra Regionale di Roma e del Lazio
Festival Progetto Musica (Roma)
Festival Barocco (Viterbo)
Centro Reggino di Musica Classica (Reggio Calabria)
Centro Jazz Calabria (Cosenza)
Associazione Musicale Felice Romani (Moneglia)
Rassegna Canto delle Pietre (Como)
Autunno musicale (Como)
Arezzo wave (trasferito)
Danza
Compagnia Danza Ricerca
Compagnia Associazione Florence Dance
Compagnia Il pudore bene in vista
Corpo di Ballo del Teatro Verdi di Trieste
Dance Festival (Olbia)
Culture dei Mari – Comitato Euromediterraneo
ARCHEOLOGIA
Casa Armaturarum (Pompei)
Centro storico dell’Aquila (abbandonato dopo il
terremoto)
Zona Archeologica Campi Flegrei (Napoli)
Museo Archeologico Castello di Baia (Napoli)
Domus Aurea
Cantiere Navi (Pisa)
Museo regionale di scienze naturali di Torino
Reale tenuta di Carditello (Caserta)
Sito di Tuvixeddu
Borgo di Leri Cavour (Torino- Vercelli)
Villa Reale (Monza)
Città della Scienza di Roma (progetto esecutivo
non realizzato)
BIBLIOTECHE
Biblioteca Nazionale Firenze (apre solo per mezza
giornata)
Biblioteca di società di storia patria Napoli (sospeso
attività)
Biblioteca del Conservatorio S. Pietro a Majella Napoli
Biblioteca comunale San Lorenzo Roma (sezione
ragazzi chiusa)
Sistema bibliotecario di Villa San Giovanni Reggio
Calabria
ET ALIA
Festival internazionale del cinema di animazione (Lucca)
Rassegna Alba Libri (Alba)
Cantieri Culturali alla Zisa (in abbandono – sospensione
regolare attività sull’arte contemporanea)
Teatro San Gerolamo di Milano (da anni si annuncia la
riapertura)

L’Unità 05.03.11

"Professori, pretendete rispetto", di Sofia Toselli

Non c’è democrazia senza uomini e donne in grado di farla vivere e crescere. Questo è il compito prioritario della scuola pubblica. Per questo Berlusconi l’attacca. Il momento è difficile e il malessere degli insegnanti si taglia a fette. In una situazione così, se arriva alla scuola un’offesa ingiusta e spregevole da chi avrebbe, per responsabilità istituzionali, il compito di salvaguardarla, il malessere aumenta, l’irritazione esplode. In realtà si attacca la scuola pubblica, la scuola dello Stato, per quello che essa rappresenta, un luogo dove si cresce e si impara tutti insieme, dove non si fa differenza tra il ricco e il povero, tra chi è italiano e chi non loè,trailbiancoeilnero,trachiè credente e chi no. È spregiudicata irresponsabilità la delegittimazione degli insegnanti.
A chi torna utile il qualunquismo di chi parla della scuola come di un fenomeno di degenerazione sociale e culturale, con l’approssimazione superba e acritica di chi pensa che poiché la scuola è di tutti, tutti ne possano parlare?
E soprattutto, colleghi, dove siamo noi, insegnanti consapevoli, democratici, responsabili, vincolati indissolubilmente all’etica della nostra professione? È utile questa nostra rassegnazione? Sarà la nostra serietà a prevalere sulla delegittimazione? Io credo di no, che non sia sufficiente. Credo che occorrano risposte altrettanto penetranti e potenti. Ma per fornire queste risposte abbiamo bisogno che il nostro malessere e la nostra indignazione diventino visibili, palpabili. Testimoniamo perciò con la nostra presenza il 12 marzo l’importanza straordinaria del lavoro che facciamo. Meritiamo rispetto, pretendiamolo.

L’Unità 05.03.11

"Tensioni sul decreto rinnovabili – Gli incentivi nel resto del mondo", di Jacopo Giliberto e Federico Rendina

Un appello, già partito, al presidente della repubblica Giorgio Napolitano perché non firmi il decreto legislativo. Poi, in caso di insuccesso, un ricorso alla corte costituzionale. Intanto una raccomandazione alle regioni perché il decreto “ammazza rinnovabili”, così lo chiamano i contestatori, venga impugnato con tutti i mezzi possibili e in tutte le sedi plausibili. E, nel mentre, un ricorso parallelo all’Unione europea.

Si parla di migliaia di persone pronte a finire in cassa integrazione (Valerio Natalizia del Gifi Confindustria Anie, eccede in pessimismo e azzarda 10mila addetti in cassa). Gli imprenditori parlano di nottate passate a rifare i business plan, di progetti congelati a decine, di telefonate algide con cui le banche sospendono i piani di finanziamento.

Più colpiti sembrano i settori dell’energia fotovoltaica e dell’eolico; meno sensibile il settore delle agroenergie; qualche soddisfazione per segmenti come l’edilizia sostenibile; i consumatori industriali di energia attendono che la riduzione degli incentivi alleggerisca le bollette elettriche.

Le principali associazioni degli imprenditori delle energie rinnovabili sono in allarme per i contenuti del decreto di razionalizzazione dei sussidi alle energie verdi appena varato dal governo. E si dicono convinte delle loro buone ragioni. Ci sono forti profili incostituzionali – sostengono – dietro una «mistificazione di un provvedimento che dovrebbe razionalizzare un settore che aveva effettivamente bisogno di qualche intervento», ma che invece «lo uccide con effetto praticamente immediato».

Aper, AssoEnergieFuture, Assosolare, Gifi-Anie. Tutti insieme sul piede di guerra. La violazione costituzionale sarebbe evidente perché, tra l’altro, il governo non avrebbe «in alcun modo recepito la direttiva europea che traccia uno sviluppo e non un ridimensionamento delle rinnovabili». Né si sarebbe tenuto conto dei «pareri espressi dalle commissioni parlamentari» configurando in maniera inequivocabile un eccesso di delega. Ma ci sarebbe una violazione costituzionale addirittura “a monte”. Perché, insistono le associazioni, il decreto legislativo «mina la certezza del diritto», quando ridefinisce in forma retroattiva le sovvenzioni già promesse e praticamente assegnate. E poi (altra palese violazione della carta, accusano le associazioni) il testo del provvedimento è stato varato «senza un’intesa con le regioni, che si erano pronunciate su un testo sostanzialmente diverso» afferma Pietro Pacchione, consigliere delegato di Aper.
«La scelta del governo è stata irresponsabile. Non si rende conto – incalza Gianni Chianetta, presidente di Assosolare – delle conseguenze economiche e sociali». Perché il provvedimento ha immediatamente bloccato i cantieri in corso e quelli che stavano per partire. A breve si vedranno i drammatici effetti sull’occupazione e sulle imprese».
Le cifre in gioco? Cassa integrazione in arrivo per «oltre 10mila unità – ripete Valerio Natalizia, presidente di Gifi – direttamente impegnate nel settore». A fronte di un «blocco degli investimenti programmati per i prossimi mesi per oltre 40 miliardi, il blocco immediato di ordini di apparati già in corso per circa 8 miliardi e contratti già stipulati per circa 20 miliardi». Ecco che «tutti gli investitori nazionali e internazionali si sono fermati». Gli istituti finanziari confermano.

Le banche «hanno già fermato i finanziamenti ai progetti fotovoltaici e stanno facendo una forte riflessione» e nei prossimi giorni si riuniranno gli strateghi dell’Abi «per valutare l’impatto del provvedimento», fa sapere Pio Forte, di Unicredit Leasing. Non a caso il ministro Paolo Romani si è impegnato: «Voglio prima incontrare direttamente i principali protagonisti tra banche e imprese interessate al settore» Da Tortona, dove è in corso il congresso sulle agroenergie, gli imprenditori fanno le prime stime sulle conseguenze del decreto: c’è l’incertezza degli investitori ma emerge la tenuta sostanziale del settore dell’energia ricavata da materie prime agricole. «Ritengo corretto porre un freno allo sviluppo un po’ drogato del fotovoltaico italiano», commenta il senatore Andrea Fluttero.

Nel Dossier Nuove Energie le novità del decreto rinnovabili e il confronto con gli incentivi all’estero www.ilsole24ore.com/energia

Il Sole 24 Ore 05.03.11

"Donne al comando in azienda? L'Italia è ultima in Europa", di Paolo Barone

L’8 marzo il Parlamento approverà finalmente la nuova legge per correggere l’anomalia del nostro Paese nella Ue: e fra un anno la geografia del potere economico verrà rivoluzionata. Più si sale in alto e più il «tetto di cristallo» diventa spesso. Più la società è importante e più la quota di consiglieri d’amministrazione «rosa» si diluisce fin quasi a sbiadire. Basta scorrere gli elenchi dei consiglieri dei primi dieci titoli quotati a Piazza Affari per scoprire che su 147 seggiole appena 8 sono occupate da donne. Poco più del 5% del totale. Se si allarga lo sguardo all’intero listino la situazione migliora un poco, ma resta pur sempre imbarazzante nel confronto con altri Paesi: siamo al 7,6%, ovvero 332 consigliere su un totale di 4014. Ventinovesimi in Europa su 33 paesi censiti.

Nei giganti pubblici, all’Eni come all’Enel, su nove posti di consigliere d’amministrazione la presenza femminile è pari a zero. Idem in Telecom (15 posti in cda, 15 uomini), Fiat (15 uomini su 15 nella spa e 9 su 9 in Fiat Industrial), Tenaris (10 su 10). Saipem e Snam Rete Gas concedono appena un posto su nove: l’imprenditrice Anna Maria Artoni nel board della società di impiantistica dell’Eni, e l’ingegnere elettronico Elisabetta Olivieri in quello della società che gestisce la rete nazionale di distribuzione del metano.

Solo quando le società moltiplicano le poltrone si apre qualche misero spazio: nel consiglio di Unicredit su 24 posti, due sono occupati da donne. Si tratta dell’economista Lucrezia Reichlin e dell’avvocato Marianna Li Calzi. Due le donne, ma su 28 posti (tra consiglio di sorveglianza e consiglio di gestione), anche nei board di Intesa San Paolo: il revisore contabile Rosalba Casiraghi e l’economista Elsa Fornero, che ricopre l’incarico di vicepresidente del Consiglio di sorveglianza. Due donne, in un consiglio di 19, anche alle Assicurazioni Generali: si tratta della spagnola Ana Felicia Botin, presidente di Banesto, e dell’economista Paola Sapienza.

Di qui ad un anno, posto che la legge sulle «quote rosa» verrà approvata a giorni in via definitiva ed avrà effetto 12 mesi dopo, la situazione cambierà radicalmente. Non si passerà di colpo al 30% di donne nei cda, come prevedeva la proposta originale, ma si procederà in maniera graduale: in Commissione finanze del Senato starebbe maturando un accordo per salire al 20% tra un anno (il governo proponeva il 10%) ed al 30% col mandato successivo, tra 4 anni. «Sono fiduciosa – spiega Lella Golfo, presidente della Fondazione Belisario e prima firmataria del disegno di legge che introduce le quote rosa -. Una legge epocale come questa richiede certamente una riflessione approfondita ma sono convinta che già la prossima settimana si troverà l’accordo definitivo».

Ieri la Golfo ha riunito oltre trenta associazioni femminili, dalle Donne di Bankitalia a quelle di Federmanager, dalle Donne Giuriste alle rappresentanti di Progetto Gemma di Intesa Sanpaolo. «E’ il segno che una lobby femminile esiste – dice la Golfo -. Anche in questo caso è bastato un semplice passa-parola e in pochissimi giorni hanno risposto all’appello in tantissime».

Una volta approvata la legge il primo grande gruppo che dovrà adeguarsi sarà Mediobanca, dove oggi le donne sono 2 su 23 e dovranno diventare subito 5 e poi 8, poi toccherà alla miriade di società controllate dagli enti locali. «Quattromila imprese dove le donne andranno a occupare 1900 posti:una vera rivoluzione» spiega la Golfo. Poi sarà la volta dei grandi gruppi. «Certo che se nelleprossime settimane volessero tutti dare un segnale ed inserire qualche donna senza aspettare la legge, sarebbe bello. Sarei felicissima». Il ministro Tremonti ed i signori della grande finanza sono avvisati.

La Stampa 05.03.11

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“Ma il lavoro gratis è tutto loro”, di Francesca Paci
da La Stampa