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"Ora l'orizzonte della legislatura non può limitarsi al rimpasto", di Stefano Folli

Ora che l’ipotesi di elezioni anticipate è stata congelata, rimane un interrogativo: cosa fare della legislatura? È una domanda che riguarda l’insieme delle forze politiche, l’opposizione non meno della maggioranza, ma che tocca in modo particolare l’area del governo. Ed è un punto decisivo perché due anni sono lunghi e se di deve giungere alla fine naturale della legislatura, nella primavera del 2013, è necessario che l’agenda dell’esecutivo sia ricca e convincente.
Per ora sappiamo due cose. Primo, che la stabilità della coalizione garantisce a Berlusconi la permanenza a Palazzo Chigi e questa circostanza, a sua volta, rappresenta una carta irrinunciabile nell’eterno duello con la magistratura, quale che sia la strategia processuale affinata dal presidente del Consiglio con i suoi legali. Secondo, che la coesione della maggioranza ha un prezzo ed è il cosiddetto “rimpasto” di governo, con l’aumento del numero di ministri e sottosegretari. L’operazione è inevitabile, visto che il gruppo dei Responsabili ha diritto di far pesare il proprio contributo. Come ha detto ieri sera Saverio Romano, il leader di questo gruppo, alla “Zanzara” di Radio 24, «mi aspetto un ministero e che siano individuati diversi posti da sottosegretario. Anche cinque».
È l’aspetto mercantile della politica e non c’è da meravigliarsi. Semmai si deve dire che d’ora in poi nessuno potrà più avvolgersi nella retorica di un bipolarismo che esclude qualsiasi “tradimento” degli elettori: non pochi di coloro che oggi reclamano un posto nel governo Berlusconi erano stati eletti nel 2008 nelle file dell’opposizione.
Il problema è un altro. Quale sarà l’orizzonte di qui ai prossimi mesi? Il rischio è che il “rimpasto” sia la premessa di una navigazione governativa all’insegna della più ordinaria amministrazione. In altri termini, una mossa dovuta per fissare bene i bulloni di una maggioranza che alla Camera dispone di margini esigui; e per il resto un’attività che si riduce a parare le avversità della sorte e le loro conseguenze. Dalla terribile crisi del Nord Africa ai nuovi criteri di bilancio che l’Europa si appresta ad adottare. Mentre sullo sfondo resta la dimensione mediatica in cui Berlusconi è sempre molto abile.
In questo quadro le riforme più volte annunciate restano nebulose. Al netto del federalismo fiscale, che è una battaglia specifica della Lega, il resto del programma è un’incognita. La riforma della giustizia dovrebbe essere pronta, ma l’impressione è che sia soprattutto uno strumento di pressione sulla magistratura: un’arma in più nel duello in corso. Non c’è chiarezza sulle vere intenzioni della maggioranza, come è testimoniato anche da un episodio minore, ma significativo, qual è la polemica all’interno del Pdl intorno alla proposta sulla “prescrizione breve” presentata dal deputato Vitali.
Proprio la centralità dei processi in cui è imputato Berlusconi rende poco credibile il respiro riformatore del governo, specie quando si tratta di giustizia. Tanto più che alcuni punti di una vera riforma richiedono, come è noto, una modifica costituzionale. E a questo proposito, anche i prossimi passi del federalismo passano per una legge costituzionale. Che dovrebbe toccare tra l’altro la funzione e la composizione del Senato, nonché i poteri del presidente del Consiglio. Fini ha detto l’altra sera a “Porta a porta” di essere pronto a discutere eventuali iniziative. Sulla carta anche il resto dell’opposizione è su tale linea. Ma nessuno crede che in questo scorcio di legislatura sia possibile trovare una qualsiasi forma di accordo per mettere mano alla Costituzione.

Il Sole 24 Ore 05.03.11

"L'incrocio pericoloso fra stampa e TV", di Giovanni Valentini

Nell´era tumultuosa della multimedialità, della “convergenza” fra piattaforme di trasmissione diverse, della contaminazione feconda dei “bit”, può apparire un paradosso anacronistico vietare l´incrocio fra la proprietà dei giornali e quella delle televisioni. E può risultare ancor più anomalo che le Autorità di garanzia competenti in materia – prima quella sulle Comunicazioni, poi quella sul Mercato e sulla Concorrenza – intervengano preventivamente per intimare al governo di non abolire un tale divieto.
Ma tant´è. Questa è la cartella clinica della metastasi che affligge il sistema dell´informazione in Italia, prodotta nel tempo dall´abnorme concentrazione che ha dato luogo al duopolio televisivo e quindi dalla mostruosità di un conflitto di interessi che resta senza paragoni nel mondo civile (e forse anche in quello incivile).
Introdotto nel ´90 dalla legge Mammì come una foglia di fico per ratificare il fatto compiuto e coprire la vergogna della concentrazione televisiva privata, il divieto di cumulo fra giornali e tv non è mai stato in realtà un divieto assoluto. Fin dall´inizio, si applicava in questi termini solo a chi, come il gruppo del Biscione, deteneva e continua a detenere tre concessioni nazionali, prevedendo invece limiti progressivi per gli operatori con una o due reti. Per dire quanto il divieto sia stato cogente ed efficace, fu proprio in base a quel provvedimento che Berlusconi Silvio venne costretto a “cedere” la proprietà del Giornale di famiglia a Berlusconi Paolo: pensate un po´ che danno…
È stata poi nel 2004 la pluri-malfamata legge Gasparri a fissare la scadenza del divieto al 31 dicembre scorso, prorogata in seguito al 31 marzo prossimo con la possibilità per la presidenza del Consiglio di prorogarla ulteriormente fino al termine dell´anno. Nel frattempo, è saltato però l´emendamento al cosiddetto decreto “Milleproroghe” che – in virtù dei principi antitrust e anche in considerazione del passaggio al digitale terrestre – applicava la normativa oltre i tetti dell´8% del Sic (Sistema integrato delle comunicazioni) o del 40% sui ricavi complessivi delle comunicazioni elettroniche: a parte Rai e Mediaset, quindi, anche a Sky (9,7% del Sic) e a Telecom (50% dell´intero settore). Ciò significa, in pratica, che a fine mese il governo potrebbe lasciar decadere definitivamente il divieto, favorendo l´azienda privata del premier.
Ora l´Antitrust, autorità indipendente costituita sul modello del capitalismo americano, avverte il presidente del Consiglio che non può essere lui a firmare eventualmente un decreto in forza del suo potere discrezionale: altrimenti, scatterebbe un´inchiesta per conflitto di interessi. Ma non si capisce bene se si tratti di un altolà, di una segnalazione o piuttosto di un suggerimento. Basterebbe un impellente bisogno fisiologico, l´irresistibile voglia di un caffè o magari la telefonata improvvisa di qualche prostituta brasiliana, per allontanare provvidenzialmente Berlusconi dalla sala e salvare le forme o le apparenze.
Il pericolo è tanto reale che l´Autorità di garanzia sulle Comunicazioni, dopo aver già sollevato in precedenza la questione, ha sentito il dovere di ribadire ufficialmente all´unanimità “l´esigenza che il divieto venga conservato”: comunque, in ogni caso, al di là cioè del fatto che il presidente del Consiglio eserciti o meno il suo potere discrezionale. Non è sufficiente, insomma, distinguere fra il potere individuale del premier e quello collegiale del Consiglio dei ministri, per legittimare l´abolizione di un divieto che ha contribuito finora a salvaguardare un minimo di pluralismo dell´informazione. E a conforto dell´organismo presieduto da Corrado Calabrò, va detto che il Consiglio di Stato – nel recente parere sulle frequenze digitali richieste da Sky e negate dal ministro Romani – ha sancito l´indipendenza dell´Authority dal potere politico e in particolare dal governo.
Qualche mese fa, in questa rubrica, segnalammo il rischio che Berlusconi potesse comprare il Corriere della Sera o qualsiasi altro giornale, accrescendo ulteriormente l´ipertrofia della sua influenza mediatica. E alcuni benpensanti, tra cui l´ex parlamentare del Pd Franco Debenedetti, irrisero quell´allarme. Adesso è stato addirittura il presidente della Repubblica a esprimere in proposito riserve e raccomandazioni, sollecitando correttivi al cosiddetto decreto “Milleproroghe”.
A chi gli chiedeva nei giorni scorsi come mai il “caso Ruby” sia diventato oggetto di attenzione da parte dei media internazionali, il capo dello Stato ha risposto: «Non posso dire agli organi d´informazione di tutto il mondo quali notizie devono dare sull´Italia: c´è libertà di stampa e ognuno si regola come crede». Ringraziamo il presidente, anche a nome dei colleghi stranieri.

La Repubblica 05.03.11

"Scuola, arriva la nuova sforbiciata. A settembre 19.700 prof in meno", di Alessandra Migliozzi

Scuola, arriva la nuova sforbiciata. A settembre 19.700 prof in meno
La scuola pubblica boccheggia, con le aule piene, i supplenti chiamati a singhiozzo, i servizi ridotti all’osso, ma dovrà subire nuovi tagli agli organici. La scuola pubblica boccheggia, con le aule piene, i supplenti chiamati a singhiozzo, i servizi ridotti all’osso, ma dovrà subire nuovi tagli agli organici. Era già tutto scritto nella Finanziaria del 2008: anche per l’anno scolastico 2011/2012 continua l’opera di dimensionamento. Ma è scontro sul tema fra ministro e sindacati, con la responsabile dell’Istruzione che minimizza (“Non si licenzia nessuno”) e la Cisl Scuola che chiede di non “negare la realtà”. Con il governo Berlusconi sono già volate via 68mila cattedre. Quest’anno devono sparirne altre 19.700 per ottenere i risparmi chiesti dal Tesoro: altri docenti di ruolo finiranno in esubero e molti precari, anche se hanno lavorato per anni con contratti di 12 mesi, rimarranno a casa. Il governo, per tamponare la perdita di posti, negli ultimi due anni scolastici è stato costretto ad attivare un meccanismo che offre una corsia preferenziale ai supplenti storici per avere la riconferma. Ma ora al conto delle migliaia di persone già rimaste a casa fra il 2009 e il 2011 se ne dovranno aggiungere altre.
Il calcolo degli ulteriori supplenti che potrebbero non avere conferma a settembre si aggira attorno ai 7-8mila. Le regioni più penalizzate dai tagli, secondo le tabelle del ministero, saranno Sicilia (-2.534 posti), Lombardia (-2.415), Campania (-2.234) e Lazio (-1.989). Nei prossimi giorni arriveranno i numeri definitivi, ma i giochi sembrano fatti. Dei quasi 20mila posti da eliminare oltre 9mila riguardano la scuola primaria dove il meccanismo del maestro prevalente toglie le compresenze e fa risparmiare posti. Anche alle superiori il conto da pagare è alto: -8.984 docenti. Alle medie si scende di 1.323 posti, ma per il prossimo anno è previsto un aumento di 12mila alunni. Per il personale Ata si parla di 15mila posti in meno.
I sindacati lanciano l’allarme e con il ministro sono scintille. I tagli, ha commentato ieri Gelmini a Firenze, rispondendo alla Cisl Scuola locale, fanno parte del “piano di razionalizzazione contenuto nel decreto 112 del 2008, indispensabile per liberare risorse sulla qualità, con cui non si licenzia nessuno, ma con cui si ridimensiona la previsione di aumento della pianta organica”.
Poi l’affondo: il ministro annovera fra i suoi errori quello di aver “perso un po’ di tempo al tavolo con i sindacati, pensando che si potesse arrivare in fondo assumendosi ciascuno le proprie responsabilità”. I tagli agli organici “hanno reso più gravoso il lavoro nella scuola e hanno condizionato i processi di riforma- ha risposto il segretario generale della Cisl scuola, Francesco Scrima- Negarlo vuol dire non vedere la realtà. Così come si nega l’evidenza quando si dice che i tagli non hanno fatto perdere il lavoro a nessuno”.
Perdita di tempo parlare con i sindacati? ”Se è una battuta- segue Scrima- è di pessimo gusto”, se non lo è “non potrà sfuggire la gravità di tale affermazione”. “I rari incontri con il ministro sono consistiti in semplici comunicazioni di questioni che erano già state decise per via normativa”, fa notare la Gilda. E sui tagli la Uil Scuola chiede di “garantire ai precari che rimarranno senza contratto un salvagente” e “un’intesa- dice il segretario Massimo Di Menna- che prefiguri un organico funzionale, pluriennale e stabile per dare continuità a contratti e didattica”. La Flc Cgil parla di “tagli insostenibili: come si può immaginare di eliminare altri 15.000 Ata, se quest’anno il ministero ha dovuto fare deroghe per garantire il servizio e l’apertura stessa delle scuole in tanti casi?”.
Intanto la scuola si prepara a tornare in piazza il 12 marzo, giorno in cui si manifesterà a difesa della Costituzione. Per Gelmini è una scelta “strumentale”. Ieri a Milano gli studenti hanno manifestato contro Berlusconi e i suoi “attacchi” all’istruzione pubblica. Mentre oggi a Roma si riunisce il Congresso dell’Unione degli Studenti che rilancerà la protesta sulle riforme.

Il Messaggero 05.03.11

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“Prof da tagliare, il dazio maggiore lo pagheranno le regioni del sud”, di Alessandro Giuliani

Il prossimo a.s. tra Sicilia e Campania spariranno 4.800 dei 19.700 stabiliti con la L. 133/08. Per i precari si confermano i quasi 30.000 posti liberi, ma circa 7.000 potrebbero andare ai soprannumerari di ruolo. Critiche dai sindacati: si continua a tagliare proprio mentre gli alunni complessivi aumentano.
Saranno le regioni del Sud a pagare il sacrificio maggiore dei 19.700 tagli ai posti di docente: la comunicazione è stata data ai sindacati durante una riunione al ministero dell’Istruzione sugli organici dell’a.s. 2011/2012. La Regione in assoluto più penalizzata sarò la Sicilia, che perderà 2.534 insegnanti. Decisamente penalizzata anche la Campania (-2.234). Al Nord il dazio maggiore toccherà alla Lombardia (-2.415) , mentre al Centro la Regione con più penalizzazioni sarà il Lazio (-1.989), di cui in buona parte riguardano la provincia di Roma. Il Miur ha specificato che la scelta dei tagli è legata alle Regioni dove si registrerà un decremento maggiore degli alunni iscritti.
Nel corso dell’incontro sindacale è stato anche confermato l’alto numero di insegnanti che lasceranno il servizio per andare in pensione: si tratta di 27.400 docenti, che sommati agli attuali 23mila posti vacanti lasciano il saldo delle cattedre a disposizione dei precari (circa 30mila) altamente in positivo.
Il Direttore generale, Luciano Chiappetta, ha anche comunicato che soprattutto a causa dell’applicazione della riforma Gelmini alle superiori, nel prossimo anno vi saranno circa 8.000 docenti di ruolo in esubero: “circa l´85% – ha commentato la Gilda degli insegnanti – può trovare una ricollocazione in base alle abilitazioni o ai titoli di studio posseduti e, quindi, mediante la mobilità volontaria. Solo circa 1.300 unità di personale docente in esubero si trova attualmente a disposizione, in quanto non dispongono di titoli spendibili”.
Secondo la Uil Scuola quella della soprannumerarietà è diventata una situazione sempre più complessa, che si sarebbe tuttavia benissimo evitare attuando “un organico funzionale, pluriennale e stabile e una titolarità di sede o di rete anche per gli insegnanti di sostegno della scuola secondaria di secondo grado”. Per il sindacato di Di Menna, inoltre, sulla nuova tornata di tagli, la terza in altrettanti anni, “pesa negativamente la contraddizione tra l’aumento complessivo degli alunni e la riduzione degli organici che comporterà l’aumento degli alunni nelle classi”. La conclusione della Uil è realistica: a partire dal prossimo mese di settembre, infatti, il numero complessivo di iscritti ad un corso scolastico aumenterà, infatti, di 5.400 unità rispetto all’anno in corso: le stime ufficiali, sempre fonte Miur, indicano un saldo negativo di 2.700 iscritti nella primaria, di 12.300 in più nella secondaria di primo grado, e di -4.000 nelle secondaria di secondo grado.
Nessuna indicazione è stata data, invece, a proposito delle novità sull’incremento dei licei musicali e coreutici, che dal prossimo anno scolastico diventeranno rispettivamente 40 e 10: di sicuro, per il momento, c’è solo il dato che l’85% delle richieste verranno respinte

La Tecnica della Scuola 05.03.11

"Quel corpo in ostaggio", di Adriano Sofri

C´è una donna, sulla quale si accaniscono di colpo sfortune diverse: d´essere giovane – “ragazza madre” – d´essere “bella”, d´essere “sbandata”. La storia rotola giù come una valanga: il furto di un paio di magliette in un grande magazzino, l´arresto.
e poi la sosta per le formalità in una caserma di carabinieri, il trasferimento in un´altra caserma meno affollata, la degenza in una cella di sicurezza (badate: “di sicurezza”), la visita notturna di un piccolo manipolo di carabinieri e, per giunta, un vigile urbano, il whisky, il trasloco dalla camera di sicurezza alla mensa, e là il rapporto sessuale con uno o due degli allegri compagni, mentre gli altri guardano. Il rapporto sessuale – diranno dopo che la giovane ha trovato il coraggio di andare a denunciarli, e per sua buona sorte ha descritto il tatuaggio di uno dei suoi usatori, senza di che sarebbe stata spacciata per calunniatrice – è avvenuto, ma lei era consenziente, anzi, provocava. E poi, è una sbandata. Si stenta a credere alle proprie orecchie. Perché quelle che invocano come giustificazioni, sono confessioni di un delitto e delle sue aggravanti. Se a commetterlo siano pubblici ufficiali, e se lo commettano su una persona privata della libertà e affidata alla loro custodia, lo stupro è stupro, per legge, anche se davvero fosse stato “consentito” e perfino implorato dalla persona prigioniera. Punto sul quale occorre dubitare forte, perché la parola di lei, “sbandata” che sia, non può valere meno di quella dei suoi custodi infedeli, né le canta contro il certificato medico che non riscontra segni di violenza corporale: andate a riscontrare segni di un “ripetuto rapporto orale” imposto a una che è in mano vostra e che avete fatto bere.
Questa è la storia, e vien fatto di reagire in due modi opposti. Dicendo amaramente che non c´è niente di cui sorprendersi, e che questo succede, e a volte se ne ha notizia, grazie a un telefono che registra, a un testimone che cede, a un tatuaggio incautamente esposto. Oppure mostrando quanto c´è di cui sorprendersi. Per esempio, che i protagonisti, rei confessi e provati, vengano “trasferiti altrove e assegnati a compiti di ordine pubblico”, piuttosto che arrestati. Il colonnello comandante della provincia di Roma ha bensì dichiarato che “il nostro giudizio di assoluta riprovazione prescinde dalle responsabilità penali che si stanno doverosamente accertando”, ma il fatto riprovato è di per sé un misfatto penale. E di che cosa parlano i commentatori titubanti circa l´eventualità che si sia trattato di “sesso o violenza sessuale”? Del naturale intercambio di sesso da svolgere in una camera di sicurezza, e fra carcerieri e carcerata?
Certo che la trista storia “non può offuscare la meritoria opera dell´Arma” eccetera, e che le mele marce eccetera. Purché questo profluvio di frasi non sia una litania ipocrita. Quando un ragazzino scippa una pensionata si potrebbe ragionevolmente avvertire che non tutti i ragazzini scippano le pensionate, ma suonerebbe superfluo. Si tuteli pure il buon nome dell´Arma e dei ragazzini, ma si rifletta come si deve alla questione drammatica sollevata dal rapporto fra chi disponga di un corpo altrui, e chi se ne trovi in balia. Pochi giorni fa si era trattato di un paio di poliziotti municipali palermitani soprannominati Bruce Lee o chissà come altro, abituati a imperversare su disgraziati indifesi, finché una loro vittima ha reagito a morte dandosi fuoco. Ora la storia romana ha riportato tutti al ricordo fremente di Stefano Cucchi, e non solo per qualche fortuita coincidenza di carabinieri e caserme. Qui c´era una giovane donna, “bella” e “sbandata”. Là un giovane uomo, fragile e “sbandato”. Due corpi fatti apposta: l´una per il “rapporto orale” (espressione che vuole essere perbene e suona più disgustosa, non l´avranno chiamato così, quella notte), l´altro per le botte. Il certificato di lei non rileva segni e così via, il certificato di lui li rileva tutti. Corpi che abusano di corpi.
Succede di essere in balia d´altri, o che altri siano in nostra balia. Non so quale delle due condizioni sia meno augurabile. Succede di essere corpi esausti o malati, esposti inermi alla buona o cattiva volontà di un badante o un infermiere. Di essere bambini affidati all´amore e alla pazienza, o alla frustrazione e alla furia, di un famigliare o una baby sitter o una maestra d´asilo. Disporre dell´incolumità e della dignità altrui, ecco una condizione delicatissima, che chiama alla più rigorosa responsabilità, e però può tentare a sfogarsi e infierire.
La condizione di chi è privato della libertà è un caso peculiare di questo repentaglio. C´è un organismo europeo incaricato di vigilare sul trattamento delle persone private della libertà. La sigla è Cpt, la denominazione per esteso è costretta a essere prolissa: “Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti”. Le persone private della libertà sanno che cosa vuol dire trovarsi in balia d´altri. Conoscono le intimazioni regolamentari a spogliarsi di panni e di personalità: “Qui non ti vede nessuno, qui non ti sente nessuno. Qui non sei nessuno”. Lo sanno orribilmente gli ostaggi di sequestri privati, costretti a chiedersi che cosa sarà di loro, e a temere il peggio. Lo sa anche chi è privato della propria libertà in nome della legge, e dovrebbe sentirsi protetto da una mano giusta e leale, al sicuro. “Assicurare alla giustizia”, si dice. Come la signora S. D. T., ragazza madre, assicurata alla giustizia per aver rubato un paio di magliette all´Oviesse. Come il signor Stefano Cucchi, assicurato alla giustizia per possesso di modica quantità di stupefacenti, morto di botte e disidratazione.

La Repubblica 05.03.11

"Napolitano: no a tagli col machete sulla spesa pubblica", di Claudio Tucci

«Anche in questa fase di tagli della spesa pubblica, di rigore in seguito all’accumulo di un grande stock di debito pubblico, ritengo che i tagli della spesa pubblica non possano essere fatti con il machete. Non si possono mettere sullo stesso piano tutte le spese», ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano al termine della visita ai laboratori del Cern di Ginevra dove ha sollecitato anche un maggiore contributo del settore privato alla ricerca. Questo deve valere anche in una fase di «restringimento della spesa pubblica dovuto a un debito che deve essere alleggerito in tempi non troppo lunghi».

Oltre ciò, ha aggiunto Napolitano, non deve «venire mai meno l’impegno del settore privato». E a ogni modo «non possono essere sacrificati alla leggera, in modo schematico, quelli che sono investimenti sul nostro futuro». «Non so se Galileo fosse in grado di garantire l’immediata ricaduta delle sue scoperte», ha aggiunto Napolitano, ma «pochi sono i giovani a essere così motivati come quelli che si dedicano alla ricerca scientifica», e non aiutarli «sarebbe un delitto».

Gheddafi fermi la violenza contro il suo popolo
In mattinata Napolitano è intervenuto al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. «La violenza contro il popolo libico non può essere tollerata. Il colonnello Gheddafi deve fermare ogni azione militare contro il suo stesso popolo», ha detto il capo dello Stato. «La nozione di rispetto e protezione delle popolazioni non può essere un optional», ha ammonito il capo dello Stato, che però ha subito aggiunto che l’Italia sosterrà «qualunque sforzo» perchè la Libia rispetti i diritti umani e sia riammessa al consiglio per i diritti umani dell’Onu da cui è stata sospesa: «Lo scontento popolare, ovunque si manifesti, deve essere affrontato attraverso gli strumenti del dialogo e della buona volontà politica».

Gheddafi ha sfidato apertamente il mondo
Napolitano ha parlato «di un atteggiamento di aperta sfida del colonnello Gheddafi alla comunità internazionale, una provocazione nei confronti dei protagonisti della vita internazionale che hanno detto basta con i bombardamenti, basta con la repressione». Il capo dello Stato ha apprezzato il forte monito lanciato ieri dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e ha sottolineato che gli «Usa in nessun caso sono disposti a usare la forza senza un mandato e un coinvolgimento internazionale». L’argomento Libia, ha aggiunto Napolitano, sarà il primo punto in discussione alla riunione del Consiglio Supremo di Difesa che si riunirà mercoledì al Quirinale, una riunione convocata prima ancora che esplodesse la crisi in Nord Africa. Il timore però è che in Libia: «bisognerà fare i conti con sviluppi imprevedibili allo stato attuale». «In Libia – ha detto Napolitano – la situazione è molto diversa da quella egiziana dove le forze armate sono un’istituzione dotata di una propria autonomia. Lì, nel momento in cui l’esercito si è schierato con la popolazione, il potere della leadership politica è crollato».

L’immigrazione è un problema non solo italiano
Napolitano ha poi detto che la gestione della frontiera dell’Unione europea non può essere lasciata ai singoli paesi: «non è la frontiera di un paese, ma dell’Europa», ha detto, sollecitando Bruxelles a «definire regole migliori su diritto d’asilo e protezione dei rifugiati». «In un mondo interdipendente – ha spiegato – nessuno può più costruire muri, limitare il movimento delle persone e la circolazione delle idee. E questo vale anche per l’idea che si debbano rispettare e proteggere i diritti umani». Peraltro, ha aggiunto Napolitano «anche per i nuovi governi che nascono nei paesi interessati dalle attuali ribellioni» è indispensabile «cominciare con il piede giusto per quanto concerne i diritti umani e lo stato di diritto». «È anche nel loro interesse – ha detto – che ciò darebbe loro legittimità e credibilità internazionale».

Gli immigrati contribuiscono alla crescita dell’Italia
Il capo dello Stato ha ribadito pure l’importanza degli immigrati per l’economia italiana. «Nell’ultimo decennio gli immigrati residenti in Italia sono aumentati di circa il 250% e raggiungono il 7% della popolazione complessiva. Sono una forza positiva della nostra società, costituiscono una risorsa lavorativa essenziale per l’economia italiana, ampliano il respiro della nostra società e contribuiscono in proporzione rilevante alla crescita materiale e culturale del nostro paese». E l’opportunità di partecipare pienamente alla vita sociale, economica e culturale, «rispettando le regole del nostro stato di diritto – ha evidenziato Napolitano – rappresenta la chiave del successo della loro integrazione».

Speciale protezione per comunità cristiane
Napolitano ha infine difeso la libertà religiosa, definita: «un faro di speranza e potente rassicurazione per tutte le minoranze in quanto garantisce l’identità e la sicurezza di sè, la percezione dell’ostilità e delle minacce». Il presidente della Repubblica si è anche detto «profondamente scioccato e sgomento» per l’assassinio del ministro pachistano per le minoranze Shabbaz Bhatti e ha concluso il suo pensiero con questo appello: «gruppi vulnerabili, quali sono le comunità cristiane in alcuni paesi, richiedono speciale protezione».

Il Sole 24 Ore 05.03.11

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Napolitano avverte: rigore nei tagli, ma no al machete

Il presidente al Cern di Ginevra sprona sulla ricerca “Non sacrifichiamo investimenti sul nostro futuro”. Il messaggio non poteva essere più chiaro: basta con i tagli alla ricerca fatti con il machete. Giorgio Napolitano, da Ginevra, nel corso di un incontro con i ricercatori del Cern, il centro europeo dove si cerca di comprendere la materia e le forze che regolano l’Universo, è nettissimo. «Anche in questa fase di tagli della spesa pubblica, di rigore in seguito all’accumulo di un grande stock di debito pubblico – chiarisce il Capo dello Stato – ritengo che i tagli della spesa pubblica non possano essere fatti con il machete. Non si possono mettere sullo stesso piano tutte le spese».

Musica per le orecchie dei circa 1.500 ricercatori che rappresentano una bella fetta dei 6.000 scienziati che operano al Cern grazie alle intese tra l’Infn, l’Istituto nazionale di Fisica Nucleare. Non sono dunque «cervelli in fuga» della scienza, anzi: sono l’avanguardia di una scuola in cui l’Italia ha una grandissima tradizione, che nasce con Enrico Fermi ed Edoardo Amaldi. Il Cern è il più importante laboratorio di fisica del mondo, e l’Italia vi partecipa al 18% insieme ad altri 19 Paesi europei. Nel complesso c’è Lhc, l’acceleratore di particelle che con i suoi 27 chilometri di circonferenza è la più grande macchina mai costruita dall’uomo.

Il guaio è che in Finanziaria il governo ha tagliato ancora gli stanziamenti per la ricerca, compreso il contributo italiano al Cern. Napolitano non ci sta: «Come sapete – spiega a un certo punto ai ricercatori – io sono un presidente non esecutivo, ma credo che saranno condivise da altri alcune ragioni fondamentali di sviluppo della comunità italiana che si riflettono nell’investimento per la ricerca. C’è una nostra forte ragione di sostenere il Cern e sono convinto che questo impegno non verrà meno perché occorre uno sguardo un po’ più lungo e lungimirante».

Insomma, per il Capo dello Stato «non è retorico dire che cosa si può tagliare e che cosa non si può tagliare. Ci sono voci di spesa che non possono essere sacrificate in modo schematico e alla leggera, perché sono in un certo senso dei finanziamenti dati ai nostri giovani, alla scienza e al nostro futuro. Non so se sia più miope trascurare il valore in sé della scienza o sottovalutare le ricadute che le scoperte scientifiche hanno sulla nostra vita sociale». Anzi, le risorse vanno assicurate persino quando non è detto che ci siano ricadute economiche immediate. «Non so se Galileo Galilei – spiega Napolitano – era in grado di garantire le ricadute delle sue ricerche. Dobbiamo pensare che è in gioco il ruolo dell’Italia nel mondo in una fase in cui rischia di declinare anche il ruolo mondiale dell’Europa di fronte all’avanzata nel campo della ricerca di Paesi, come quelli asiatici, da secoli ai margini dello sviluppo. Se l’Europa non vuole essere condannata a giocare un ruolo minore, il nostro patrimonio scientifico va accresciuto e questo dipende da noi».

Parole che sono state ovviamente accolte con entusiasmo dagli scienziati presenti, che le hanno definite una «boccata d’aria fresca». «La commozione di questi giovani è stata il miglior complimento per il Presidente», commenta il direttore scientifico del Cern, Sergio Bertolucci. Per Guido Tonelli, responsabile dell’esperimento Cms (uno dei quattro più significativi condotti con Lhc) la visita di Napolitano è stata «un sostegno e uno stimolo nel proseguire nella nostra strada». Anche per Pierluigi Campana, che coordina l’esperimento Lhcb, le parole di Napolitano sono «motivo di soddisfazione per tutta la comunità scientifica italiana: vediamo riconosciuto il lavoro fatto in questi anni. Oggi – aggiunge – ho sentito una grande tensione e una grande soddisfazione: abbiamo sentito di avere un interlocutore». È stata una «grandissima emozione» anche per Fabiola Gianotti, a capo dell’esperimento Atlas, e Paolo Giubellino, alla guida dell’esperimento Alice. Il problema, ahimè, è che l’Italia spende in ricerca soltanto l’1% del prodotto interno lordo in ricerca. La media dell’Unione Europea è quasi il doppio.

La Stampa 05.03.11

"La democrazia contro le oligarchie", di Gustavo Zagrebelsky

Che sulla democrazia – come su ogni altra forma di governo – incomba il pericolo del disfacimento, è un dato d´esperienza che non può essere negato. Le forme di governo sono vitali se sono animate da un principio, un ressort, secondo l´espressione di Montesquieu. Il ressort della democrazia è la virtù repubblicana. Quando la molla è totalmente dispiegata e dunque non ha più forza da sprigionare, quello è il momento d´inizio della decadenza. La questione, gravida di conseguenze pratiche, è se l´esito finale del processo corruttivo sia o non sia inevitabile. Se non è evitabile, tanto vale rassegnarsi e, se mai, lavorare per il dopo. Se è evitabile, la democrazia come ideale politico non perde di valore, pur in presenza di difficoltà. Possiamo dire la stessa cosa prendendo a prestito l´espressione di Norberto Bobbio, “le promesse non mantenute della democrazia”, e chiederci: queste promesse possono o non possono essere mantenute? (…) Che cosa possiamo rispondere a questa cruciale domanda? È necessario prendere atto di questo apparente paradosso: mentre da parte dei potenti della terra si accentua la loro dichiarata adesione alla democrazia, cresce e si diffonde lo scetticismo presso chi studia l´odierna morfologia del potere e presso coloro che ne sono l´oggetto e, spesso, le vittime.
Per secoli, democrazia è stata la parola d´ordine degli esclusi dal potere per contestare l´autocrazia dei potenti; ora sembra diventare l´ostentazione di questi ultimi per rivestire la propria supremazia. Presso i cittadini comuni, non c´è (ancora?) un rovesciamento a favore di concezioni politiche antidemocratiche. C´è piuttosto un accantonamento, un fastidio diffuso, un «lasciatemi in pace» con riguardo ai panegirici della democrazia che, sulla bocca dei potenti, per lo più trasmettono ideologia al servizio del potere e, nelle parole dei deboli, suonano spesso come vuote illusioni. C´è, in breve, una reazione anti-retorica alla retorica democratica. Quando si sente esclamare con fastidio: “tanto sono tutti uguali” (quelli della cosiddetta classe dirigente), questo non significa forse che la democrazia ha perso di valore presso questi cittadini, che la considerano semplicemente la vuota rappresentazione o l´occultamento di un potere dal quale essi sono comunque esclusi? Una “teatrocrazia”, è stato detto. L´esito potrà essere l´astensione o l´adesione passiva e routinaria: in entrambi i casi, un distacco. Lo scetticismo a-democratico dal basso fa da pendant alla retorica democratica dall´alto.
Il paradosso sopra segnalato si scioglie pensando alle capacità mimetiche o camaleontiche della democrazia, rispetto alle quali è imbattibile. Sotto le sue spoglie ideologiche si può comodamente annidare mimetizzandosi, cioè senza mettersi in mostra (questo è il grande vantaggio), perfino il più ristretto e il meno presentabile potere oligarchico. Le forme democratiche del potere possono essere un´efficace maschera dissimulatoria. È stato così in passato e così è anche nel presente. Basta consultare la storia. Essa ci dice che la democrazia, come parola, può contenere l´anti-democrazia, come sostanza. Anzi, oggi il potere antidemocratico ha bisogno di passare per la porta rassicurante della democrazia (…) Realisticamente o, come si dice, “sperimentalmente”, dobbiamo prendere atto che la democrazia deve sempre fare i conti con la sua naturale tendenza alla riduzione del potere in poche mani, nelle mani di élites. Gli studi in proposito sono numerosi; le loro teorizzazioni presentano diverse varianti e le conclusioni cui pervengono non sono necessariamente in opposizione alle esigenze minime della democrazia. Ma le cose cambiano quando dalle élites si passa alle oligarchie, anzi a quella che è stata definita la “ferrea legge delle oligarchie”: una legge che esprime una tendenza endemica, cioè mossa da ragioni interne ineliminabili, sia della democrazia sia delle stesse élites. Questa tendenza è denunciata concordemente dai critici della democrazia, i critici sia di destra che di sinistra. Il che è quanto dire che la denuncia è corale e che coloro che proclamano l´ideale del governo del popolo sono o degli ingenui o degli impostori. La “ferrea legge” si basa sulla constatazione che i grandi numeri, quando hanno conquistato l´uguaglianza, cioè il livellamento nella sfera politica, cioè quando la democrazia è stata proclamata, e tanto più è proclamata allo stato puro, cioè come democrazia immediata, senza delega, per ragioni strutturali ha bisogno di piccoli numeri, di gruppi di potere ristretti. Non basta. L´oligarchia non è però l´élite. L´oligarchia – si potrebbe dire così – è l´élite che si fa corpo separato ed espropria i grandi numeri a proprio vantaggio. Trasforma la res publica, in res privatae. Poiché, poi, questa è una patente contraddizione rispetto ai principi della democrazia, occorre che queste oligarchie siano occulte e che esse, a loro volta, occultino il loro occultamento per mezzo del massimo di esibizioni pubbliche. La democrazia allora si dimostra così il regime dell´illusione. Il più benigno dei regimi politici, in apparenza, è il più maligno, in realtà. Il “principio maggioritario”, che è l´essenza della democrazia, si rovescia infatti nel “principio minoritario”, che è l´essenza dell´autocrazia: un´autocrazia che si appoggia su grandi numeri, ma pur sempre un´autocrazia e, per questo, più pericolosa, non meno pericolosa, del potere in mano a piccole cerchie di persone che possono sostenersi solo su se stesse.
(…) Le oligarchie nascoste di cui stiamo parlando, per il sol fatto d´essere tali, tendono naturalmente, anzi necessariamente, all´illegalità e alla corruzione. Poiché le oligarchie del nostro tempo sono costruite e finalizzate all´accaparramento di ricchezza – sempre questo: pecunia regina mundi – il potere di cui si parla oggi è il potere illegale e corruttivo del denaro di cui si occultano il possesso e la gestione per poter corrompere ogni altro ambito della vita sociale. È una tendenza “naturale”, per l´ovvia, antropologica legge del potere che già Montesquieu ha chiarito, nella sua crudezza: chi detiene il potere, se non incontra limiti, è portato ad abusarne. Le oligarchie del nostro tempo non incontrano altri limiti se non quelli rappresentati da altre oligarchie. Ma l´abuso come limite all´abuso è semplicemente una complicazione dell´abuso. È anche una tendenza “necessaria”, perché i regimi dei pochi sono incompatibili con la legalità uguale per tutti. Le oligarchie hanno bisogno di privilegi, cioè di leggi che valgono solo per loro, diverse da quelle che valgono per tutti gli altri. O, quanto meno, hanno bisogno che le leggi generali e astratte siano interpretate e applicate a loro in modo tale da non contraddire l´esistenza dell´oligarchia stessa. Ciò che occorre loro è una “giustizia dei pari”, diversa da quella comune; un “foro speciale” non di giudici imparziali, ma di giudici amici. “Un´aristocrazia – ha scritto Tocqueville, e noi potremmo senz´altro dire: un´oligarchia – non potrebbe lasciarsi sfuggire i suoi privilegi senza cessare d´essere una aristocrazia”. La legalità uguale per tutti – lo si comprende senza spiegazioni – è incompatibile con la divisione della società in appartenenti ed esclusi dal potere oligarchico. Quando, alla fine, nel senso comune si sommano due percezioni: l´estraneità al potere e la sua illegalità e corruzione, ecco la miscela esplosiva che può indurre a chiedere che la si faccia finita con la democrazia, se essa, in concreto, significa queste cose.
Che dire, allora? La democrazia è destinata a trasformarsi in oligarchia; l´oligarchia è in se stessa disuguaglianza di fronte alla legge; l´illegalità e la corruzione sono la conseguenza. Allora, dunque, alla domanda se le promesse della democrazia siano tali da non poter essere mantenute, la risposta sembra che debba essere: sì, non possono essere mantenute. Si fondano le democrazie e si mette in moto un processo destinato alla rovina delle società. Fermiamoci un momento, però, prima di questo passo fatale, del quale, se lo facessimo leggermente, ci dovremmo presto pentire, perché, abbandonata la democrazia, avremmo solo autocrazie e le autocrazie non sono un rimedio, sono anzi l´accentuazione dei mali.
(…) Potremmo forse dire così: la democrazia non è – nel senso che non può essere – l´autogoverno del popolo che si afferma durevolmente. È invece la possibilità istituzionalizzata, dunque resa stabile secondo procedure riconosciute e accettate, di combattere e distruggere sempre di nuovo le oligarchie ch´essa stessa nutre dentro di sé. Una definizione in negativo, dunque: qualcosa che si qualifica per essere contro un´altra. Da questo punto di vista, la democrazia è tutt´altro che un ideale impossibile. È invece una possibilità, cioè una serie di strumenti che spetta a noi di utilizzare, per tradurre in pratica l´avversione alle oligarchie. Se gli strumenti esistono e non sono utilizzati, non si può dire che non c´è democrazia, ma si deve dire che la democrazia (come possibilità) c´è e ciò che manca è la pratica della democrazia. Allora, la responsabilità dello scacco non deve essere addossata alla democrazia come tale, ma deve essere assunta da noi, incapaci di utilizzare le possibilità ch´essa ci offre. Se cediamo all´accidia della democrazia, è perché prevale sulla libertà morale il richiamo del gregge e la tendenza gregaria, che sono il lato biologico profondo degli esseri umani che l´avvicinano agli altri esseri viventi, come ha messo in luce Sigmund Freud nel suo studio sulla psicologia delle masse. Ma il gregge è una possibilità, non un destino.
(….) Diciamo così, a costo di cadere nell´enfasi: la democrazia vuole potenti gli inermi e inermi i potenti; vuole forti i giusti e giusti i forti. È per questo che i suoi nemici mortali sono le concentrazioni oligarchiche del potere. Contro le concezioni ireniche della democrazia, non possiamo pensare ch´essa sia il regime che definitivamente pone fine ai conflitti, eliminandone le cause. Il suo tempo non è quello in cui tutto è pacificato. Non è il regno dell´armonia, della giustizia e della concordia. È illusione che sia il luogo ove “il lupo dimorerà con l´agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme, il lattante si trastullerà sulla buca della vipera” (Isaia, 11, 1-9). Questo sarà, se mai sarà, il tempo messianico. Finché ci sarà politica, ci saranno conflitto, ingiustizia e discordia. La questione non è come eliminarli, ma come affrontarli.

La Repubblica 05.03.11

«L’istruzione a tutti per non essere inculcati dalle sue tv», di Chiara Valerio

Si impara prima della scuola, dopo la scuola, nonostante la scuola. Tuttavia purché questa esperienza comune non si trasformi in metafisica, la scuola deve esserci. L’articolo 33 della Costituzione stabilisce che «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato» e che «la legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità , deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali». Le scuole pubbliche rappresentano dunque lo standard educativo del nostro paese e la legge, stabilendo i diritti delle scuole non statali, stabilisce pure gli obblighi – esami di stato regolari, docenti pagati secondo un contratto nazionale, corrispondenzatra cattedra d’insegnamento e disciplina insegnata, buste paga reali. La frase «la scuola pubblica inculca », poi smentita e ritoccata, lungi dall’essere un giudizio sulla situazione della scuola italiana, è, come spesso accade al primo Ministro e ai suoi epigoni, pubblicità . Se non lo fosse terrebbe conto di quella «parità per eccesso » tra scuola statale e scuola non statale che, nell’articolo 33, è rappresentata dai diritti e dagli obblighi. Se non fosse pubblicità, inoltre, l’asserzione si presterebbe alla patologia del dettato costituzionale all’equipollenza: se la scuola statale non educa allora non educa neppure la scuola non statale. Il pensiero di chi vuol leggere nelle parole del premierun attacco alla scuola pubblica è figlio dell’erronea contrapposizione tra scuola statale e scuola paritaria. Per noi, e secondo quanto afferma la Costituzione italiana, la scuola può essere sia statale sia paritaria. In entrambi i casi è un’istituzione pubblica, cioè al servizio dei cittadini… «Berlusconi ha solo difeso la libertà di scelta educativa delle famiglie».

Il Ministro Gelmini, a parte la faccenda dell’equipollenza alla quale mi pare sommamente disinteressata, e a parte la contrapposizione incomprensibile per un Ministro della Repubblica tra statale e pubblico, non ha detto nulla di particolarmente falso poiché è una evidenza che per il Primo Ministro il sistema educativo in contrapposizione alla scuola (pubblica e privata), è la televisione, che rappresenta la vera «libertà di scelta educativa delle famiglie». Silvio Berlusconi, proprietario di televisioni private, è il primo uomo che ha inserito, nei notiziari delle sue reti, gli indici di borsa, facendo che l’economia descrivesse un benessere più o meno percepito, e che trasformasse dunque i consumatori in telespettatori. Silvio Berlusconi, primo ministro di un paese democratico, attraverso gradi successivi di potere e delega, è l’uomo che può discriminare sulle programmazioni e i contenuti delle reti nazionali, e che ha potuto dunque trasformare i telespettatori in elettori.

Questa ultima mutazione definisce un problema che per mesi chiama monopolio di immaginario, ma che potrebbe pure chiamarsi, se amassi l’epica, golpe mediatico. Questo immaginario unico, dal quale siamo colonizzati, appartiene all’uomo che ha rivoluzionato la televisione italiana. E La rivoluzione, si sa, non si può fare con tanta eleganza e soprattutto un atto di violenza. La principale violenza che subisco è dovermi ripetere, ogni volta che accendo la televisione: Odio la televisione. Anche se non è vero, perché io sono anche la televisione di Berlusconi. E infatti capisco che la programmazione televisiva è come lo stato. Ma senza la costituzione, capisco perché Berlusconi si accanisca e avanzi utopico «La vita può essere meravigliosa come la mia televisione». Siamo allenati a votare. E non certo dall’educazione civica nelle scuole o dalle discussioni politiche in strada, dai comizi dei partiti – dov’è la base? È solo quella della Lega Nord?

Prima delle liste e dei programmi elettorali, di proporzionale maggioritario no o viceversa, le persone sanno già televotare. La mia indole democratica mi impedirebbe di giudicare il popolo sovrano. Tuttavia, quando la democrazia diventa una faccenda statistica, come lo share, la definizione di popolo sovrano si conficca come una spina sotto la pianta dei piedi. E, personalmente, mi fa zoppicare sulle mie convinzioni. Quando ascolto i proclami (sempre e comunque televisivi) del Premier capisco che la mia indole democratica non è il privilegio di qualsiasi cittadino nato in una repubblica, che ha studiato nella scuola pubblica e che ha usufruito del servizio sanitario nazionale. No. Questa indole risulta piuttosto l’ultimo snobistico avamposto del culturame, perché la democrazia, in un paese dove la televisione è il sistema educativo sostitutivo della scuola pubblica, solo un corrotto e inutile ancient regime. Non c’è libertà educativa senza possibilità di scelta. E non c’è scelta senza comprensione. Non si va a scuola per essere ‘inculcati’ si va a scuola per impedire che qualcuno o qualcosa ti manipoli senza che tu ne te accorga.

L’Unità 04.03.11