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"Un premier non di parte", di Enzo Bianco e Adolfo Battaglia

Per riparare i danni causati da Berlusconi all’Italia in sede internazionale ci vorrà almeno il tempo di una generazione, fatta di persone serie e politiche coerenti. In sede interna i danni sono altrettanto grossi, e tuttavia la loro riparazione potrebbe essere compiuta più rapidamente. Ma che cosa esattamente sembra richiedere? La “sfrontatezza” delle nuove mosse berlusconiane di questi giorni non riesce a nascondere l’intensità del disfacimento dell’impero in corso da tempo.
Significativo rimane che il carismatico capo del governo abbia potuto evitare la ghigliottina, tra dicembre e gennaio, soltanto ricorrendo all’inconsueto strumento giuridico della compravendita. Adesso ci avviamo verso una nuova fase di accelerazione, che avrà il culmine verso la fine di maggio, generata da tre elementi: i risultati delle elezioni amministrative, l’esito dei processi al premier e l’emanazione dei decreti federalisti (dei quali, per una ragione o per l’altra, si discuterà comunque in parlamento).
Si saranno definitivamente chiariti, a quell’epoca, alcuni punti importanti. Anzitutto, l’orientamento del Terzo polo non sarà incerto. Esso è già avviato verso l’obbiettivo di nuove elezioni, in cui potrebbe presentare la sua autonoma posizione di alternativa a Berlusconi, con esclusione di accordi elettorali col Partito democratico.
La Lega, a sua volta, punta all’emanazione degli ultimi decreti federalisti per poter proclamare la finale vittoria del suo federalismo. Non è detto che potrà farlo, certo non facilmente. Comunque, ottenga o non ottenga quei decreti, penserà poi seriamente a ciò che oggi rilutta ad ammettere: i danni d’ogni genere provocati da un governo non solo inetto ma definitivamente colpito nella figura del suo principale esponente (o paccariato, per dirla nel modo abbreviativo che si usa a Napoli).
Nello stesso tempo, i risultati delle elezioni, avranno dimostrato – se non facciamo errori di grammatica e lo rimettiamo in gioco – che il consenso del Cavaliere non solo si è dimezzato rispetto alla fantastica cifra del 60% accreditata per mesi, ma sarà anche ben lontano da quel 38% da lui ottenuto alle elezioni politiche (stando ai sondaggi odierni perderebbe circa tre milioni di voti). E sarà a tutti palese, così, che il collasso dell’impero non è determinato dalla persecuzione delle toghe rosse di Milano ma dai processi politico-elettorali in corso nel paese. È sintomatico, proprio perché si tratta di forze minuscole, che anche residui politici della prima repubblica, socialisti e repubblicani, abbandonino ormai il berlusconismo e si dirigano verso Casini e Rutelli (come il loro successo al recente congresso repubblicano appunto dimostra).
Che cosa a questo punto si richiede al Pd? Come Europa ha già sottolineato, l’esperienza di Torino lo insegna. Fassino ha vinto a mani basse non perché abbia proposto un’alleanza o un’altra, ma perché si è identificato con piattaforma politica che investiva il problema cruciale dell’avvenire della città, e sulla quale ha raccolto appunto il consenso della città.
Egualmente, sul piano nazionale, il Partito democratico ha bisogno di una piattaforma politica che non derivi da preferenze ideologiche, retoriche pauperiste o altre invenzioni. Ha bisogno, al contrario, di una piattaforma politica che parta dalla realtà effettuale e ne tragga con coerenza una proposta operativa.
Occorre dunque partire dai danni profondi arrecati dall’era berlusconiana al tessuto nazionale, alla sua economia, alla sua struttura istituzionale, alla sua condizione morale, alla sua legalità. Occorre sottolineare gli strappi subiti dall’ordinamento dello stato, i colpi alla rete di checks and balances che garantisce gli equilibri democratici. La grandiosa dose di bugie prodotte dalle autorità di governo. La vastità della corruzione, la caduta dell’imparzialità, l’accanimento contro l’indipendenza di giudizio. Le collusioni equivoche, la caduta del tasso di legalità. Siamo diventati un paese che rischia di perdere il valore del diritto, il rispetto dell’autorità, il senso della solidarietà nazionale. Berlusconi ha prodotto questo e lascia questo.
Allora occorre una proposta politica che sia coerente che raccolga consensi convinti perché rappresenta una prospettiva credibile. Senza una grande iniziativa nazionale di raccolta delle forze disponibili a garantire una ripresa ordinata fattiva e realistica, i danni dello tsunami che ci ha colpiti non potranno essere sanati, a breve termine, perché hanno intaccato le fondamenta della costruzione nazionale.
È su una piattaforma di interesse nazionale di questo genere, è su una piattaforma che chiami tutte le forze disponibili, è su un progetto di riscatto della nazione con il contributo delle sue forze migliori, al di là degli interessi di partito, di corrente, di gruppi che si valida la proposta politica da portare all’esame degli elettori.
Il paese attende le forze politiche su schemi non di parte. Chiunque proponga soluzioni correlate a interessi di schieramento o di partito è già perdente. Bersani fa benissimo a proporre la sua candidatura per il Partito democratico, come Casini farà bene a porla per il suo schieramento e altri per il centrodestra.
Ma chiunque si proponesse di governare nella prossima legislatura sulla base dei propri numeri, aumentati dal meccanismo della legge elettorale, si porrebbe da solo in condizioni di difficoltà.
La proposta del Pd, così, non può essere quella del suo governo. Una cosa è che Bersani raccolga le forze per farle pesare in un nuovo governo di responsabilità nazionale, fino alla ripresa del paese. Un’altra cosa è proporre agli elettori un governo della sinistra. Il progetto che il Pd può presentare convincentemente al paese è quello di un governo che chiami le forze disponibili ad un programma limitato di ricostruzione e di rilancio del paese, sia sul terreno economico, sia sul terreno istituzionale e morale. Guidato naturalmente non da un uomo di parte, ma da un leader capace di rappresentare le differenti ragioni ed esigenze in una sintesi apprezzabile e condivisibile. È su questa base che Berlusconi può venir battuto anche sul terreno dei numeri elettorali. Ed è su questa base che si proverà la leadership del Partito democratico se vuole superare il disastro presente e portare il paese alla ripresa.
Dall’impasse presente si esce solo mutando schema.

da Europa Quotidiano 04.03.11

"«Abbracciamo» il Colosseo, in nome della cultura", di Luca Del Frà

Domani iniziativa di protesta contro lo stato di abbandono del patrimonio artistico del nostro Paese. Iniziative a Roma a Padova e in Sicilia. Il gesto affettivo più forte e tenero, caldo, universale: abbracciarsi, stringersi per ritrovarsi e riconoscersi. È questo il simbolo della campagna in difesa del nostro più grande patrimonio che da due mesi attraversa il territorio nazionale, «Abbracciamo la cultura» che domani troverà una giornata di mobilitazione in tutta Italia, con il suo momento clou nella capitale, dove una catena umana «abbraccerà» il Colosseo.
A condurre la manifestazione romana sarà Concita De Gregorio, a partire dalle 9.30 si alterneranno sul palco Salvo Barrano, Associazione Nazionale Archeologi, Rossella Muroni, di Legambiente, Roberto Natale, della Federazione nazionale della stampa, Giulio Scarpati, de Sindacato Attori, intercalati da interventi musicali. Al segretario della Cgil Susanna Camusso, l’intervento finale prima che una catena umana si stringa attorno al Colosseo.
Nelle stesse ore saranno «abbracciati» la Cappella degli Scrovegni a Padova, il tempio C del prezioso sito archeologico di Selinunte in Sicilia, da anni nel degrado, i Sassi di Matera, la Marmifera di Carrara. È il segno di come la cultura sia una emergenza e domani la presenza di attori, giornalisti, archeologi, ambientalisti non deve stupire. Partita a gennaio, “Abbracciamo la cultura” ha già “abbracciato” il centro storico dell’Aquila, abbandonato dal governo, il teatro delle Muse di Ancona, Piazza Armerina, Firenze, Verona, Milano, Campobasso, nella convinzione che l’attacco del governo alla cultura riguardi tutti: lo spettacolo e i siti archeologici, i beni architettonici, la scuola, i giornali, l’università, i nuovi media, la ricerca e gli artisti.
L’iniziativa, infatti, è di una coalizione di associazioni lontane tra loro come i tecnici restauratori e archeologi, la Cgil, i sindacati dello spettacolo, Legambiente, l’Arci e Acli, la federazione della stampa. A Camusso toccherà fare il punto sulla criticità del lavoro artistico, culturale e dell’istruzione, con una altissima presenza di precari, senza reali ammortizzatori sociali –soprattutto nello spettacolo–, con scarsi contributi e tutele.
Domani si apre una vera e propria escalation di proteste lungo il mese di marzo: l’8 marzo toccherà alle donne consegnare a Palazzo Chigi le oltre 10 milioni di firma del appello del Pd contro Berlusconi dal esplicativo titolo “Dimettiti!”. Il 12 si manifesta in difesa della costituzione e della scuola pubblica, il 17 la società civile darà vita alle celebrazioni del 150 ̊ anniversario dell’Unità, pressoché ignorate dal governo, mentre il 27, per la giornata mondiale del teatro, le associazioni italiane stanno organizzando una “giornata per la fine del teatro in Italia” sotto i colpi del governo Berlusconi.

L’Unità 04.03.11

"Referendum, i rischi del voto politico", di Marcello Sorgi

La decisione del ministro dell’interno Maroni di fissare le elezioni amministrative il 15 e 16 maggio (con ballottaggi il 29 e 30) condanna i referendum, che dovrebbero svolgersi il 12 giugno, a una probabile morte per astensione e mancanza di quorum.

Le consultazioni ammesse dalla Corte costituzionale riguardano la privatizzazione degli acquedotti, il ritorno al nucleare e il legittimo impedimento. Se, come chiedono i promotori, fossero abbinati al secondo turno delle amministrative, aumenterebbero le probabilità di raggiungimento del quorum della metà più uno degli elettori, necessario per rendere valido il voto referendario. Se invece, com’è quasi certo, il governo alla fine imporrà il 12 giugno, la morte dei referendum per scarsa affluenza alle urne sarebbe difficile da evitare.

Maroni ha spiegato che intende rifarsi a una prassi consolidata che ha visto nelle ultime tornate elezioni e referendum separati nelle urne. La legge prescrive che le consultazioni referendarie si svolgano in una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno, e la scelta del 12, seppure al limite, rientra tranquillamente nelle previsioni. Con i precedenti dalla sua parte, il ministro dell’interno non si farà convincere dalle proteste dell’opposizione e dei promotori dei referendum, che denunciano anche i costi aggiuntivi di voti separati.

Ma questa volta non è proprio del tutto scontato che i referendum debbano fallire. La collocazione in una domenica di inizio estate, certo, penalizza in partenza l’affluenza. Ma dei tre voti previsti – acqua, nucleare e legittimo impedimento – il terzo si presta ad essere politicizzato e trasformato in un referendum su Berlusconi. Anche se la legge-salvacondotto per i processi del premier è stata già ridimensionata dalla Corte costituzionale e cesserà i suoi effetti in autunno, la consultazione potrebbe subire un surriscaldamento a causa dell’andamento dei processo a Berlusconi e della battaglia, già cominciata, sul caso Ruby.

In altre parole se il Cavaliere in un modo o nell’altro, con il conflitto di attribuzione o con nuove leggi ad personam, riuscisse a fermare il procedimento, già convocato per il 6 aprile a Milano, il successivo voto referendario si trasformerebbe in un’occasione di rivincita per quella larga parte di opinione pubblica che vuole invece il presidente del consiglio processato e condannato. Un referendum su Berlusconi: che magari, come altre volte, lo stesso Berlusconi potrebbe vincere, ma del quale, nel dubbio che la mobilitazione contro di lui faccia raggiungere il quorum, non potrebbe certo disinteressarsi, puntando sull’astensione.

Il Sole 24 Ore 04.03.11

"Berlusconi leghista, ecco cosa c’è sotto", di Francesco Lo Sardo

L’eclissi del Pdl costringe il Cavaliere ad abbarbicarsi al Carroccio rampante per continuare a tirare a campare.
Il Pdl si svuoterà sempre di più al nord a favore della Lega mentre al meridione farà sempre più spazio a Forza Sud, filiazione del partito di Berlusconi per il tramite di Gianfranco Micciché. Resterà, il Pdl: ma ridotto a sottiletta, simbolico tessuto connettivo tra Carroccio e Forza del Sud, sempre meno partito dotato di vita propria e sempre più simbolo e “partito del presidente”: del presidente Silvio Berlusconi, beninteso, che nel 2012 vuole ricandidarsi premier di una “federazione” di centrodestra.
Una volontaria, ulteriore destrutturazione e miniaturizzazione del Pdl come prezzo in cambio dell’assicurazione di restare a galla fino alla fine dei suoi giorni. Una prospettiva fantasiosa. Eppure c’è chi nel Pdl afferma che sarebbe questo lo schema di gioco dietro il patto stretto da Berlusconi con un robusto pezzo di Lega, quella di Bossi, del suo ristretto clan e di Calderoli che però, all’interno del Carroccio, pare abbia scatenato un putiferio.
Un patto venuto a galla dietro l’annuncio di Calderoli («I tempi sono quelli che dice lui», ha dato l’avallo Bossi), che sotto questo profilo è stato una bomba: con una mossa che ha spiazzato gran parte della Lega, Calderoli mercoledì sera comunicava che avrebbe chiesto al governo una proroga di quattro mesi dei tempi di approvazione del federalismo: dal 21 maggio al 21 settembre. Dire settembre significa dire che le elezioni anticipate a giugno sono un’opzione ormai archiviata.
Un’enormità, visto che da mesi la Lega preme per fare in fretta, che l’accordo con Tremonti era per cercare di chiudere addirittura entro fine marzo l’approvazione del federalismo e che – a quel punto – una parte della Lega, la base e molti dei “maroniani” sul piede di guerra, avrebbero potuto spingere per elezioni anticipate subito.
Ieri sera nuovo colpo di scena e clamorosa retromarcia di Calderoli, che s’è arrampicato così sugli specchi: «In consiglio dei ministri ho dato il…preavviso della richiesta di proroga». Per il pacchetto dei decreti già noti il termine resta quello di maggio, semmai per «eventuali altri decreti» si potrà andare fino a settembre. Un pasticciato dietrofront, segno che nella Lega c’è turbolenza forte. La decisione di concedere un altro anno di vita al governo Berlusconi, una volta che il Carroccio avrà incassato il federalismo (e messe al sicuro le nomine nei grandi enti, entro aprile), non dev’essere così largamente condivisa tra i leghisti. «Bossi è il vero premier», diceva ieri Fini. Ma regge davvero la colla di Bossi per tenere il Cavaliere ancora su per un anno? Per Berlusconi è questione di vita o di morte. A Bossi ha promesso che si potrà andare al voto tra un anno, a primavera, il Senatùr dovrà tenere buoni i suoi per qualche mese ancora. Il tempo di radere al suolo – con l’operazione Forza del Sud – il Terzo polo di Casini, Fini e Rutelli, che in tutti i sondaggi rappresenta la vera minaccia concentrata nel centrosud in grado di far perdere all’attuale asse Pdl-Lega il senato: e perciò le elezioni politiche.
«L’avevamo visto con la bandana, ora col fazzoletto verde ed è una cosa ugualmente comica», diceva ieri il segretario del Pd Bersani a proposito del Berlusconi travestito da leghista nell’aula di Montecitorio. Ma per quanto sia Carnevale, dietro il Cavaliere con la pochette padana c’era qualcosa di più del ridicolo: c’era l’inizio della mutazione del Cavaliere di gomma che dismette gli emblemi del proprio partito e ostenta quelli altrui, che lascia morire il suo partito per dar forza agli altri partiti o crearne altri ancora, purché lui sopravviva.

da Europa Quotidiano 04.03.11

"Federalismo, le Regioni tornano all´attacco", di Silvio Buzzanca

“Impegni disattesi su trasporti e patto di stabilità”. Calderoli: il governo li rispetterà. Via libera del Consiglio dei ministri al decreto legislativo sui Comuni. «Il governo non ha onorato i contenuti dell´accordo siglato nel dicembre scorso: l´intesa sul federalismo regionale per noi non c´è». Vasco Errani, che di mestiere fa il governatore dell´Emilia Romagna e il presidente della Conferenza Stato-Regioni, suona la sveglia a Palazzo Chigi. Una doccia fredda che arriva mentre governo, maggioranza, leghisti, giornali amici stavano ancora festeggiando l´approvazione del federalismo municipale. Tutti poi gongolavano per il sollecito varo ieri mattina in Consiglio dei ministri del decreto legislativo che rende leggi dello Stato quelle norme.
Tutto andava bene, quindi. Anche se c´è un piccolo caso sulla proroga di quattro mesi della delega per discutere gli altri aspetti del federalismo. Roberto Maroni aveva annunciato che il Consiglio aveva detto sì. L´altro Roberto, Calderoli, invece spiega che c´è stato solo il preavviso della richiesta e che servirà per «eventuali altri decreti che dovessero rendersi necessari. L´obiettivo resta quello di chiudere il federalismo il prossimo 20 maggio come prevede la legge delega».
Poi improvvisamente il cielo si fa nero. Arriva Errani e dice senza mezzi termini: a dicembre avevamo fatto un accordo che prevedeva un ammorbidimento ai tagli sul trasporto pubblico, un´intesa per salvare gli investimenti strutturali nella sanità, avevate preso impegni sull´uso dei fondi Fas. Adesso siamo a marzo e non abbiamo visto nulla. E non c´è ancora la ripartizione del Fondo sanitario nazionale.
Basta e avanza per far dire a Errani che «adesso ci vogliono fatti e non parole». Concetti condivisi dal presidente ligure Claudio Burlando. Nella sostanza è d´accordo anche il collega lombardo Roberto Formigoni. Solo Roberto Cota, governatore leghista piemontese ha una fiducia incrollabile nel governo: vedrete, dice, che «rispetterà i patti; queste sono polemiche strumentali».
Cota fa da mosca cocchiera, perché in brevissimo tempo Calderoli accorre per spegnere l´incendio che minaccia la sua costruzione federalista. Abbiamo fatto l´accordo con le regioni, dice, «ad una serie di condizioni che il governo intende rispettare completamente. Pertanto il problema sollevato dal governatore Errani non si pone».
Calderoli però cerca di essere conciliante e spiega che l´eventuale proroga serve proprio a questo: dialogare con l´opposizione, approfondire. Il relatore sul federalismo regionale, Massimo Corsaro, Pdl, lo aiuta e fa balenare che le richieste delle regioni potrebbero trovare posto nel decreto legislativo sul federalismo regionale in discussione.
Ma l´opposizione non sembra molto ben disposta a discutere sulla base dei provvedimenti. Approvati o in discussione. Ieri mattina Pier Luigi Bersani è tornato a criticare il federalismo municipale e Silvio Berlusconi. «Cerca di sopravvivere in tutti i modi, comprando qualche deputato e mettendo qualche fazzoletto verde. – dice il segretario del Pd – L´avevamo visto con la bandana, adesso col fazzoletto verde. La cosa è ugualmente comica». Anche Pier Ferdinando Casini non ha gradito quel simbolo “padano” ostentato in aula dal premier. «Penso che questo federalismo – osserva il leader dell´Udc – sia solo uno spot per la Lega che aumenterà le tasse per tutti gli italiani. A me piacerebbe vedere il premier col tricolore più che col fazzoletto verde».

La Repubblica 04.03.11

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“L’abc del nuovo fisco municipale in 14 voci”, di Claudio Tucci

Quattordici articoli per riscrivere il nuovo fisco municipale. Con tante novità: dall’arrivo della cedolare secca sui redditi degli affitti, allo sblocco delle addizionali Irpef, alla tassa di soggiorno sui turisti. Il decreto sul nuovo fisco municipale prevede anche una vera e propria rivoluzione sul fronte della tassazione immobiliare e “chiama in causa” anche i comuni nell’attività di accertamento tributario. In più: disco verde all’imposta di scopo sulle opere pubbliche e quadruplicano, dal 1° maggio 2011, le sanzioni sugli immobili non dichiarati. Anche se poi si specifica che il 75% dell’importo delle sanzioni è devoluto al comune dove è ubicato l’immobile. Ecco in 14 voci l’abc del decreto che ridisegna il fisco dei comuni.

Addizionale comunale all’Irpef (articolo 5)

Cedolare secca sugli affitti (articolo 3)

Come cambia la fiscalità immobiliare dei comuni (articolo 2, commi da 1 a 9)

Comuni “sceriffi” nella lotta all’evasione (articolo 2, commi da 10 a 12)

Federalismo fiscale municipale (articolo 7)

Finanza pubblica (articolo 12)

Fondo perequativo per comuni e province (articolo 13)

Imposta di scopo (articolo 6)

Imposta di soggiorno (articolo 4)

Imposta municipale propria: cos’è e come si applica (articoli 8 e 9)

Imposta municipale secondaria (articolo 11)

Norme di coordinamento (articolo 1). Si prevede che i decreti legislativi che disciplinano i tributi delle regioni debbano coordinarsi con le norme contenute nel presente decreto.

Norme transitorie (articolo 14)

Sanzioni sugli immobili non dichiarati quadruplicate (articolo 2, comma 13)

Tributi nell’ipotesi di trasferimento immobiliare (articolo 10)

Il Sole 24 Ore 04.03.11

"Mobilità: errori negli allegati. I docenti rischiano di perdere punti", di R.P.

Mobilità: errori negli allegati. I docenti rischiano di perdere punti
L’OM sulla mobilità contiene errori ed imprecisioni. Difficile dire se per superficialità o incompetenza degli uffici del Miur. Certo è che i docenti che si affidano alla modulistca ufficiale rischiano di perdere punti preziosi. E c’è anche un altro giallo: quando scadono i termini per la domanda di commissaro negli esami di Stato nelle scuole all’estero ? Il 21 o il 31 marzo ?
I docenti che intendono partecipare alle operazioni di mobilità devono fare attenzione: se si affidano alla documentazione ufficiale prodotta fino a questo momento potrebbero commettere errori, alcuni persino insanabili.
Purtroppo la fretta (e una buona dose di pressapochismo) con cui gli uffici del Ministero hanno predisposto ordinanza e allegati sta creando qualche problema.
Fin da subito gli esperti della nostra rivista avevano individuato imprecisioni ed errori contenuti soprattutto negli allegati e nella modulistica.
Tanto è vero che in data 3 marzo il Ministero si è finalmente deciso a diramare una nota con gli allegati all’OM n. 16 sulla mobilità debitamente corretti.
Ottima cosa, peccato che il nuovo file (in formato pdf) non contenga neppure una paginetta di spiegazioni in cui si dica quali siano le correzioni apportate.
Ma forse al Ministero pensano che ai docenti italiani piacciano i giochetti enigmistici del tipo “caccia all’errore” (d’altronde, si sa, la stragrande maggioranza degli insegnanti ha molto tempo libero perché per “inculcare” le proprie idee nelle menti degli alunni non c’è bisogno di lavorare molto).
Ad ogni modo andando a spulciare nel file corretto pubblicato il 3 marzo si scopre che, per esempio, nell’allegato F relativo alla continuità di servizio è stato aggiunto un punto relativo alla continuità nel Comune della scuola di titolarità.
Ma qui inizia il “giallo”, perché se si va nella sezione del sito web del Ministero dedicata alla mobilità si scopre che l’allegato F scaricabile dal sito è diverso da quello precedente !
E’ evidente, insomma, che la modulistica scaricabile dalla pagina http://archivio.pubblica.istruzione.it/mobilita/moduli_2011.shtml non è stata aggiornata: purtroppo, però, usando gli allegati non corretti si rischia di non vedersi attribuire punti ai quali invece si avrebbe diritto.
Più in generale il Miur si è dimenticato di indicare che i singoli modelli allegati devono riportare la firma del docente, in particolare se si tratta di moduli che contengono dichiarazioni personali sostitutive di certificazioni formali.
E siccome le disgrazie non vengono mai da sole, qualche problema (e non da poco) c’è anche per le commissioni d’esame di Stato nelle scuole italiane all’estero: non si sa bene quale sia la data di scadenza per la presentazione delle domande da parte di docenti in servizio in Italia.
Nella nota diramata dal Miur il 3 marzo si parla del 21 marzo, mentre lo stesso identico documento pubblicato nel sito del Ministero degli Esteri riporta la data del 31 marzo.
Sembra insomma che quest’anno la sfortuna si stia accanendo contro gli Uffici del Ministero.
Il fatto è che i docenti italiani, bistrattati in tutti i modi da mane a sera, meriterebbero un po’ più di attenzione da parte degli uffici di Viale Trastevere che dovrebbero affidarsi non tanto alla buona sorte quanto piuttosto alla efficienza e alla precisione.

La Tecnica della Scuola 04.03.11

"La mamma di Batman", di Massimo Gramellini

Lo so: il vero scandalo (se verrà provato) è che il figlio del sindaco Letizia Moratti avrebbe comprato per un pezzo di pane cinque capannoni industriali alla periferia di Milano per trasformarli senza permessi in un mega-loft che si sarebbe poi fatto condonare e rivalutare dal nuovo piano regolatore firmato da sua madre.
Lo so: il pasticciaccio brutto avviene nella stessa città dove gli enti pubblici già affittano le case a canone agevolato agli inquilini ricchi invece che ai poveri. E lo so: nella lista dei privilegiati, sia pure in un appartamento di seconda fila, compare la compagna giornalista del candidato sindaco dell’opposizione, per cui si preannunzia un duello elettorale all’ultimo mattone, arbitrabile dall’ex ministro dello Sviluppo economico Scajola (a sua insaputa).

Eppure ciò che di questa storia più mi deprime è quanto racconta l’architetto dell’ex capannone ex abusivo a proposito dei lavori di ristrutturazione: il figlio trentenne della Moratti gli avrebbe chiesto di ispirarsi alla caverna di Batman. E si sarebbe fatto costruire:
-un ponte levatoio;
-una camera da letto con mobili in pelle di squalo; -una botola motorizzata e un bunker sotterraneo;
-un ring di boxe regolamentare e un poligono di tiro insonorizzato.

Perché i favoritismi della politica potranno anche finire, un giorno. Ma i bauscia, evidentemente, no.

La Stampa 04.03.11