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«Bondi, un comò molto scomodo», di Tomaso Montanari *

Un mobile da 15 milioni di euro, prima patrimonio italiano, improvvisamente svincolato dal Comitato scientifico del ministero: indaga la Procura di Roma
A fine anno, la Consulta Universitaria Nazionale di Storia dell’Arte (Cunsta) aveva chiesto le dimissioni del ministro Bondi. Martedì si è nuovamente riunita e a seguito delle notizie sullo svincolamento della commode Luigi XV la Cunsta chiede le dimissioni anche del Comitato tecnico scientifico per il patrimonio storico e artistico del Mibac.

Una delle più inquietanti caratteristiche del ‘pontificato Bondi’ è stato l’ostentato disprezzo nei confronti delle competenze tecniche presenti all’interno del ministero per i Beni e le Attività culturali. Il mellifluo ministro ha affidato a discutibili commissari esterni il cantiere degli Uffizi e gli scavi di Pompei; ha fatto carte false pur di offrire a Vittorio Sgarbi una soprintendenza delicatissima (quella di Venezia) che poteva andare a candidati interni molto meno costosi e molto più affidabili; ha demandato la valorizzazione del patrimonio artistico a un supermanager degli hamburger.
E ANCHE quando le competenze tecniche non sono state esautorate, la loro indipendenza e autorevolezza sono state gravemente minate, come lasciano sospettare le imbarazzanti traversie del Comitato tecnico-scientifico per i beni storico-artistici, che è l’unico organo ministeriale composto unicamente da storici dell’arte (la presidente Marisa Dalai Emiliani, in rappresentanza degli storici dell’arte universitari, in pensione da un anno, ma prorogata; Caterina Bon Valsassina, eletta da quelli del Ministero; Carlo Bertelli e Orietta Rossi Pinelli, nominati da Rutelli e confermati da Bondi). Già nell’acquisto del crocifisso cosiddetto di Michelangelo quell’organo aveva dato una prova a dir poco preoccupante. Il Comitato, infatti, consigliò a Bondi di investire in quell’opera mediocre alcuni milioni (di un bilancio disastratissimo): e lo fece senza consultare nessun esperto terzo rispetto all’attribuzione, ma considerando esclusivamente gli scritti di chi aveva pubblicato l’opera in un catalogo commerciale, ascoltando solo la funzionaria che aveva proposto l’acquisto e non valutando un importante parere contrario. E’ come se un comitato del ministero della Sanità mettesse in circolazione un nuovo farmaco basandosi solo sulla letteratura finanziata dalla casa farmaceutica. Ma la condotta del Comitato diventa sconcertante nella vicenda della rarissima commode realizzata nel 1744 dall’ebanista Antoine-Robert Gaudreaus per Luigi XV di Francia. Quando una collezionista la portò in Italia, nel 1962, quell’opera entrò legalmente a far parte del nostro patrimonio artistico, e quando – nel 1986 – un suo nuovo proprietario chiese di esportarla, la risposta fu negativa: visto il suo rilevantissimo interesse artistico, essa venne notificata e vincolata. Vent’anni dopo, nel 2007, la fondazione filantropica ‘Edmond Safra’ (subentrata nella proprietà) chiese la revisione del vincolo, che fu negata: la commode doveva rimanere in Italia. La Fondazione ricorse allora al Tar, e ottenne un annullamento del diniego per vizio di forma. Lo stesso Tar, tuttavia, invitò il ministero a riformulare, stavolta correttamente, quello stesso diniego. Anche l’Avvocatura dello Stato raccomandò al ministero la stessa cosa, e la Soprintendenza di Roma ritenne ancora validi i motivi scientifici e culturali che avevano motivato il vincolo. Su questa base, l’Ufficio legislativo del Ministero forni un parere a favore del ripristino del vincolo: parere ritenuto tanto canonico da esser inviato a tutte le soprintendenze italiane. NIENTE LASCIAVA dunque immaginare che un mero incidente formale potesse indurre il ministero a cambiare idea. Ma qui arriva il colpo di scena. Nella primavera del 2009 il Comitato tecnico scientifico giudicò “accettabile” l’istanza di revisione del vincolo, e consigliò dunque a Bondi di smentire la linea ventennale del ministero, concedendo alla Fondazione la libertà di esportare e vendere l’opera: che vale oggi circa 15 milioni di euro. Così, in autunno, il direttore generale Roberto Cecchi decise di non ascoltare Tar, Avvocatura e Ufficio legislativo e di svincolare la commode facendo invece leva sull’unica voce fuori dal coro, quella del Comitato. Si trattò di un episodio irrituale e, la cui portata andava ben oltre la sorte del singolo pezzo. Il 16 novembre 2009 Salvatore Settis si chiese, su Repubblica, se “questa spallata al Codice è un incidente di percorso, o segnala all’interno del ministero l’esistenza di un “partito votato allo smantellamento delle norme di tutela”. Marisa Dalai rispose che il Comitato era stato convinto dalle ragioni contenute nella relazione scientifica di Alvar Gonzalez Palacios. Questi sosteneva che l’opera fosse totalmente estranea alla tradizione artistica italiana, e che quindi non ci fossero ragioni per trattenerla da noi. Opinione rispettabile, ma che non tiene conto del fatto che la legge italiana non tutela in base alla nazionalità dell’opera, ma in base alla sua importanza. Se poi volessimo proprio ridurci a frugare nell’anagrafe degli autori del mobile, non dovremmo dimenticare il decisivo apporto dello scultore Jacques Caffieri (l’autore delle decorazioni in bronzo), il quale apparteneva a una famiglia di artisti di origine napoletana rimasta sempre in contatto con l’arte romana grazie a fitti viaggi di studio. Il punto vero, tuttavia, e che l’alternativa non è soltanto tra tenere un capolavoro in Italia o mandarlo all’estero, ma tra monitorarne la posizione, e dunque tutelarlo, o lasciare invece che si inabissi in luoghi nei quali nessuno potrebbe più rintracciarlo. Ma, anche a prescindere dalle obiezioni di merito, quella di Palacios era una relazione di parte, commissionata e pagata dalla proprietà che chiedeva la rimozione del vincolo: perfettamente legittima, ma impossibile da assumere come base di una decisione volta a difendere l’interesse pubblico. E qui si torna al “metodo Michelangelo”, secondo il quale l’interesse di tutti si determina in base alle opinioni e agli interessi di pochi privati. Ma l’atto di sequestro della commode disposto dieci giorni fa da un giudice per le indagini preliminari di Roma trasforma questi sospetti in interrogativi ben altrimenti inquietanti. Da un esame degli atti risulta, infatti, che la prima riunione del Comitato (24 marzo) si era conclusa con un (logico) orientamento verso il rinnovo del vincolo. Un mese dopo, invece, il Comitato scelse la strada opposta e decise di liberare l’opera. Cosa era successo nel frattempo? Era successo che il direttore generale Cecchi era intervenuto alle due riunioni in compagnia di Giovanni Ciarrocca, avvocato dlei proprietari della commode. Si tratta di una incredibile anomalia, e non solo per questo strano sodalizio: tanto è vero che i verbali del Comitato omettono la circostanza, che è stata ricostruita e accertata dagli inquirenti attraverso alcune provvidenziali intercettazioni telefoniche (prodighe di altre informazioni, ancor meno tranquillizzanti, circa il contorno della vicenda), e attraverso testimonianze di due membri del Comitato stesso.
IN POCHE PAROLE , l’organismo tecnico-scientifico dove si forma la volontà dell’amministrazione pubblica è stato inquinato dalla presenza (illegittima) di un portatore di interessi privati: è come se l’avvocato della difesa entrasse in un collegio di periti. Ed è impossibile non chiedersi se proprio in questa presenza aliena e inconfessabile non si annidi la spiegazione dell’altrimenti inspiegabile voltafaccia del Comitato. Come professore di Storia dell’arte dell’università italiana, trovo imbarazzante che una rappresentante della mia categoria presieda un Comitato scientifico con tanta noncuranza verso le regole, e con così scarsa ‘scientificità’: quel che è finora emerso, e ciò che l’avanzare delle indagini potrebbe fare emergere, indica che solo le dimissioni dei suoi membri attuali potrebbero restituire autorevolezza al Comitato stesso. Ma il problema è ben più grave e generale: sotto la pressione berlusconiana del disprezzo per lo Stato e per l’interesse pubblico, anche il cuore della tutela del patrimonio artistico italiano (cioè la libera conoscenza scientifica) comincia a mostrare crepe pericolose. Se dovesse cedere, sarebbe un crollo ben più grave e gravido di conseguenze di quello di Pompei.

*Professore associato di Storia dell’arte moderna, Università degli Studi di Napoli Federico II

da Il Fatto Quotidiano

"Inferni di famiglia: ecco dove nasce la nuova violenza", di Lea Melandri

Lea Melandri è una delle figure più note del femminismo italiano. Anticipiamo la sua prefazione al nuovo saggio edito da Bollati Boringhieri: «Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà».. Il sussulto di dignità e l’invito che oggi, da schieramenti diversi, viene rivolto alle donne, affinché si ribellino all’immagine degradante con cui sono rappresentate dalla pubblicità e dalla televisione, non deve trarre in inganno. Il corpo femminile occupa la scena mediatica da molti anni, l’immaginario pornografico ha contaminato ormai ogni ordine di discorso e di linguaggio, l’esibizione e il voyeurismo, sapientemente amalgamati dai reality show, sono subentrati, se mai è esistita, alla fruizione passiva dello spettatore. Il risveglio improvviso di coscienze morali offese, di intelligenze femminili «umiliate» dalla mercificazione che si fa del loro sesso, è venuto al seguito di vicende che non potevano lasciare indifferenti, perché avevano come protagonista una delle maggiori cariche dello Stato, il presidente del Consiglio, e come materia scottante le prestazioni sessuali scambiate indifferentemente con denaro, carriere politiche o televisive. Di donne-oggetto, donne-immagine, donne-ornamento, chiunque abbia dato un’occhiata alla televisione, ne ha viste transitare sui teleschermi a flusso continuo, in fasce di orario protette e non protette, trasmissioni colte o di intrattenimento, filogovernative o di opposizione. L’uso del corpo femminile come abbellimento estetico o solleticazione erotica, da affiancare a una parola che resta pur sempre quella dell’uomo, si riconosce, al di là delle appartenenze politiche, per quel marchio d’origine che lo colloca, inequivocabilmente, dalla parte del sesso vincente.
Eppure, è come se l’evidenza che passa sotto gli occhi di tutti, quando per strada o alle fermate della metro alziamo gli occhi su un muro, quando accendiamo la televisione o sfogliamo un giornale, avesse avuto bisogno, per rendersi visibile, di una scossa dall’esterno, dal mondo stesso che la produce. Tale è stata la vicenda che ha visto implicati Silvio Berlusconi, veline ed escort. Per chi ha alle spalle un percorso ininterrotto di cultura e pratica femminista, è irritante sentir parlare di «silenzio delle donne», ma bisogna anche avere il coraggio di porsi interrogativi scomodi e imbarazzanti su quella che oggi appare vistosamente come una contraddizione: un movimento che ha dato alle donne una circolazione e una cittadinanza nel mondo finora sconosciute, ma che le ritrova inspiegabilmente «adattabili», poco inclini ad aprire conflitti, acrobate protese a sorreggere l’impossibile conciliazione tra due realtà fatte per restare separate, la casa e la polis, il corpo e il pensiero, la femminilità e la durezza virile, gli affetti e la complessità della vita sociale.
Lo spazio pubblico, che ha nel suo atto fondativo l’esclusione delle donne, si è andato sempre più femminilizzando, ma sembra al medesimo tempo diminuita progressivamente la conflittualità tra i sessi, proprio là dove l’impatto con saperi e poteri marcatamente maschili – l’economia, la politica, la scienza ecc. – faceva pensare che sarebbe riemersa con forza. Permangono pressoché inalterati luoghi storici, come la scuola e i servizi sociali, dove una predominante presenza femminile è garantita dalla continuità con quella «naturale» o «divina missione», che vuole la donna «madre per sempre, anche quando è vergine» (Paolo Mantegazza), oblativamente disposta alla cura, anche fuori dalle mura domestiche. Ma la femminilizzazione è andata oltre, spingendosi fin nelle pieghe del tessuto sociale, esaltata come fattore di innovazione e risorsa preziosa da un sistema economico, politico, culturale che risente del declino di antichi steccati tra sfera privata e sfera pubblica, natura e cultura, sessualità e politica: quelle linee di demarcazione che hanno permesso finora alla comunità storica degli uomini di pensarsi depositaria di un marchio di umanità superiore.
Sui giornali più vicini alla Confindustria, come Il Sole 24 Ore, non c’è giorno che non si elogi il valore D, il contributo di qualità relazionali che le donne possono portare ai livelli alti del management, in soccorso di un sistema produttivo sempre più flessibile e immateriale. Nelle professioni, e in generale nei rapporti di lavoro, si celebrano esempi eroici di «supermamme», capaci di eccellere allo stesso modo nella cura di un figlio e nella carriera. Ma dove il «femminile» è esploso, cogliendo di sorpresa chi aveva previsto un lento e faticoso approssimarsi delle donne all’autonomia da modelli imposti, è stato nei mezzi di comunicazione, in particolare nella televisione, nell’industria dello spettacolo e nel mercato pubblicitario. Il dibattito che si è acceso sulle veline e sulla folta schiera di avvenenti intrattenitrici che si muovono intorno a uomini di potere, flessibili al punto da passare con noncuranza da concorsi di bellezza alla Camera dei deputati, ha fatto gridare alla barbarie, temere la fine o il fallimento di un secolo di emancipazione. Anche in questo caso si tratta di giudizi approssimativi, lontani dalle analisi che il pensiero delle donne è venuto facendo su ciò che permane degli stereotipi di genere, al di là di cambiamenti evidenti del contesto sociale. Libertà, diritti acquisiti, non sembrano aver scalfito alla radice l’aspetto più accattivante dei ruoli sessuali, la complementarità, «quel profondo, benché irrazionale istinto» – come ha scritto Virginia Woolf – a favore della teoria che solo l’unione dell’uomo e della donna, del maschile e del femminile, «provoca la massima soddisfazione», rende la mente «fertile e creativa».
Di questo ideale ricongiungimento di nature diverse si alimenta l’amore di coppia e il suo antecedente originario, la relazione madre-figlio. Poco o per nulla indagate, queste zone più intime del rapporto tra i sessi ricompaiono oggi deformate sotto la maschera di una emancipazione che stentiamo a riconoscere come tale. Al posto della rincorsa omologante a essere come l’uomo, sono gli attributi tradizionali del femminile – le «potenti attrattive» della donna, di cui parlava Rousseau, e cioè la maternità e la seduzione – a essere impugnati come rivalsa, appropriazione di potere, scalata sociale. Se l’emancipazione del passato poteva essere vista come fuga da un femminile screditato, oggi è il femminile – il corpo, la sessualità, l’attitudine materna – a emanciparsi come tale e a prendere nello spazio pubblico il posto che compete a un complemento indispensabile della cultura maschile. Il patriarcato sta divorando se stesso, scricchiolano le impalcature su cui si è costruita la polis, alle donne, le escluse-incluse di sempre, si offre l’occasione per portare allo scoperto quel potere di indispensabilità all’altro di cui si sono fatte forti finora solo nel privato. La femminilizzazione della sfera pubblica ammorbidisce il conflitto tra i sessi e come nell’illusione amorosa fa balenare la possibilità di una «tregua». Ma, proprio come per l’amore, lascia aperto il dubbio che sia invece, come ha scritto Pierre Bourdieu, «la forma suprema, perché la più sottile, la più invisibile» del potere dell’uomo sulla donna. È necessario perciò tornare a scavare là dove si arresta il viaggio di Freud, l’«avventuriero dell’anima», il grande indagatore della felicità: in quella «roccia basilare» che è il «rifiuto della femminilità», l’inspiegabile intreccio di Eros e Thanatos, l’odio che nasce ogni volta dall’amore, nella vita personale come nella sfera pubblica.

L’Unità 03.03.11

Donne: Bersani, Bindi ed Agostini denunciano i tagli del governo e presentano le proposte Pd

8 marzo manifestazione a Roma e consegna delle firme raccolte dal Pd per chiedere le dimissioni del premier. Provvedimenti del governo peggiorativi della vita delle donne. Nel corso di una conferenza stampa alla Camera, il Segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, il Presidente dell’Assemblea nazionale, Rosy Bindi, e la portavoce della Conferenza Nazionale delle donne Pd, Roberta Agostini, hanno illustrato tutti i provvedimenti che il governo ha preso e che hanno avuto ripercussioni negative sulla vita delle donne e le proposte del Partito Democratico per migliorare la situazione femminile in Italia. Durante l’incontro Bersani e Bindi hanno ricordato che l’8 marzo il Pd farà una manifestazione a Roma e una delegazione del Partito consegnerà simbolicamente a Palazzo Chigi le firme con le quali il Pd chiede le dimissioni del presidente del Consiglio.

Le politiche legislative e le strategie del Governo Berlusconi si sono rilevate estremamente penalizzanti per le donne in questi anni. E’ stato demolito quanto di positivo si era costruito in favore della partecipazione delle donne al mercato del lavoro, del rispetto dei diritti della donna e del suo corpo, del welfare. I dati parlano chiaro: azzeramento dei finanziamenti per gli asili nido, meno fondi per le politiche della famiglia, meno aiuti per giovani e anziani, erosione dei finanziamenti per le Pari Opportunità, nessun finanziamento ai centri antiviolenza.

Occupazione femminile.

Il numero delle donne occupate è fermo al 46,4 % contro il 60 % che si sarebbe dovuto raggiungere ben due anni fa, secondo gli obiettivi stabiliti dall’Unione Europea a Lisbona. Elemento fondamentale per aumentare l’occupazione femminile è l’ampliamento ai servizi per la prima infanzia, il sostegno agli anziani e ai non autosufficienti. Preoccupante anche il numero di donne inattive. Oggi in Italia ci sono nove milioni e 679 mila donne che non lavorano e non studiano avendo rinunciato a cercare un’occupazione.

Per quanto riguarda la condizione sui luoghi di lavoro ci sono grandi disparità: a parità di mansioni con i colleghi uomini le donne guadagnano di media il 25-30 % in meno; la presenza delle donne nei consigli di amministrazione delle società quotate è pari solo al 6, 8 %. Lo squilibrio è ancora più ingiusto se si considera che, per quanto riguarda l’istruzione le ragazze superano di gran lunga i ragazzi (le laureate sono il 60 % del totale degli studenti universitari, arrivano alla laurea prima e con un punteggio in genere più alto di quello dei colleghi maschi.

Sul divario di genere siamo il fanalino di coda, non solo dei paesi della UE ma anche a livello internazionale, che colloca l’Italia al 72esimo posto, addirittura sotto Kazakhistan e Ghana!

Dimissioni in bianco. Uno dei primi atti del Governo Berlusconi è stato quello di sopprimere la legge 17 ottobre 2007, n. 188, sulle dimissioni in bianco, voluta dal Governo Prodi a la tutela delle fasce più deboli del mercato del lavoro, in particolare le donne. Il fenomeno delle dimissioni in bianco è molto diffuso soprattutto tra le piccole e medie imprese, dove, soprattutto alle donne, al momento dell’assunzione vengono fatte firmare le dimissioni, che il datore di lavoro può utilizzare in caso di eventuale maternità della lavoratrice.

Il part time nelle Pubbliche Amministrazioni è stato fortemente penalizzato con una forte riduzione della possibilità di convertire il rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale. Il Collegato lavoro (L.183/2010) ha disposto che le P.A., possano sottoporre a nuova valutazione i part-time già concessi; dunque chi ha già il part-time non è detto che lo mantenga in futuro.

La legge finanziaria 2008, del Governo Prodi, aveva previsto uno specifico intervento fiscale in favore delle donne del Mezzogiorno, concedendo ai datori di lavoro che incrementavano il numero dei lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato nelle regioni del sud, un credito d’imposta di 333 euro per ciascun lavoratore assunto, che sale a 416 euro per ciascuna lavoratrice. Non un euro è stato previsto per questa importante misura in nessun provvedimento finanziario del Governo Berlusconi.

Normative specifiche sono state varate nel corso della precedente legislatura del Governo Prodi in favore dell’imprenditoria femminile. Il Fondo per la finanza d’impresa specifiche risorse alle iniziative di imprenditoria delle donne non sono mai state rifinanziate dall’attuale governo.

L’art. 21 del Collegato lavoro prevede il vero e proprio smantellamento dei Comitati per le pari opportunità nei luoghi di lavoro, che vengono sostituiti da generici “Comitato unico di garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni”, che accumuna le pari opportunità ai problemi di mobbing ecc… ad oggi, peraltro, i decreti delegati necessari a dar vita ai nuovi organismi non sono ancora stati emanati e CPO esistenti, per effetto della norma, sono scaduti.
L’ultima legge finanziaria (Stabilità 2011), prevede l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne dipendenti della Pubblica Amministrazione da 60 a 65 anni, che poi diventano 66, con l’introduzione della cosiddetta finestra scorrevole. Una disposizione che non ha nulla di egualitario se si pensa la totale mancanza di politiche di conciliazione tra i tempi di lavoro e i tempi di cura che grava sulle spalle delle donne.

La precarietà è donna. Questo è la drammatica dimensione delle lavoratrici del nostro secolo. Secondo gli ultimi dati Istat la permanenza delle donne nei contratti atipici ha effetti devastanti sia sui salari che sulle tutele nel campo del lavoro. La “maggiore flessibilità delle donne”, di cui parla il Ministro Sacconi significa che spesso le lavoratrici sono costrette a passare da un contrato atipico all’altro, anche in soli 3 mesi di lavoro. Tutto ciò rappresenta un passo indietro nel lento cammino verso la conquista della parità di genere nel mondo del lavoro, totalmente ignorato dal Governo in carica.

l’art. 9 della legge 53/2000 per il sostegno alla maternità e paternità è stata una grande conquista: forme flessibili di orario, banca delle ore, telelavoro ecc.. la legge prevede che siano erogati dei contributi ai datori di lavoro proprio per incentivare la conciliazione tra tempi di lavoro e i tempi di vita. Anche in questo caso il Governo Berlusconi, nonostante le molte richieste del gruppo del PD, non ha stanziato un euro per sviluppare e diffondere queste importanti misure.
La presenza delle donne nei Consigli di amministrazione delle imprese italiane è appena il 7 %. Una partecipazione davvero esigua se si pensa che in Norvegia la presenza delle donne è del 37,9 %, Svezia 28,2, Finlandia 25 e Gran Bretagna 13 per cento.

A questo quadro bisognerà aggiungere anche la quota di lavoro sommerso, dove le donne rappresentano comunque la maggioranza, e che con la pesante crisi economica che attraversa il nostro Paese, rischia di accrescersi a dismisura.

Violenza sulle donne, cultura delle prevenzione, assistenza alle vittime.

Nel mondo 1 donna su 3 è stata, o è destinata ad essere, vittima di violenza fisica, sessuale o psicologica mentre il 70 % delle donne assassinate muore per mano di parenti. L’Italia non fa eccezione.

Sul territorio molto centri antiviolenza, sono costretti alla chiusura per mancanza di fondi: la riduzione dei trasferimenti a Comuni, Province e Regioni, a seguito delle rigide misure del Ministro Tremonti, colpisce in primo luogo l’intervento nel sociale e per la prevenzione. La legge di Stabilità 2011 non prevede alcun finanziamento per il Fondo antiviolenza.

I tagli al welfare

La spesa in Italia per il welfare sfiora 1,2% del Pil contro il 2,4 % della media europea. L’obiettivo della UE è arrivare a coprire almeno il 30 % del fabbisogno di asili nido a livello nazionale, ma il nostro paese è fermo all’11 %. Il Governo Prodi aveva stanziato, con la finanziaria 2007, ben 727 milioni di euro in 3 anni per la costruzione di muovi asili nido; nel 2009 il Fondo si è ridotto a 100 milioni mentre nel 2010 e ancora, per quest’anno, il governo Berlusconi non ha previsto neanche un euro per i servizi all’infanzia.

Il Fondo per le politiche sociali, può contare quest’anno solo su 273 milioni contro i 929 del 2008, per non parlare delle politiche per la famiglia i cui stanziamenti sono ridotti a 52 milioni contri i 346 di tre anni fa. Zero euro quest’anno per i non autosufficienti che solo l’anno scorso potevano contare su 400 milioni, mentre le politiche giovanili sono passate a 94 milioni del 2008 ai 32 per il 2011.

Le proposte del Partito Democratico

Gli studi più recenti degli organismi internazionali rilevano che il sostegno alla partecipazione al lavoro delle donne è fondamentale non solo per lo sviluppo economico e la competitività, ma anche per la crescita civile e democratica dei Paesi. Risulta che oggi nei paesi avanzati, a differenza di quanto avveniva in passato, se le donne hanno meno opportunità di occupazione fanno meno figli.

Partito democratico ha presentato diverse Proposte di legge per estendere gli ammortizzatori sociali anche al personale precario, così come il diritto alla maternità e ai congedi parentali. Tutte iniziative bocciate dal Governo che si è limitato soltanto a misure una tantum e per una platea ristretta di lavoratori.

Le politiche fiscali specificamente mirate a favorire l’occupazione delle donne si esercitano su due fronti:
a) Misure finalizzate a sostenere il reddito delle lavoratrici:
b) Misure incentivanti rivolte alle imprese

Misure finalizzate a sostenere il reddito delle lavoratrici

Il Collegato lavoro, all’art. 24, ridefinisce il diritto ad usufruire dei permessi retribuiti, previsti dalla legge 104 del 1992. Ancora una volta i diritti – in questo caso proprio dei più deboli – vengono visti come un vincolo e un costo da eliminare. L’opposizione del nostro gruppo è stata fortissima al punto che si è riusciti a limitare l’intervento del Governo, prevedendo, che i genitori di figli disabili possano, alternativamente, usufruire dei permessi, permettendo dunque che padre e madre possano alternarsi nella cura del figlio.

Il sostegno alla maternità è un pilastro fondamentale delle politiche del Pd per l’occupazione femminile: il riconoscimento dell’indennità di maternità come diritto di cittadinanza, con copertura pari al 100% della retribuzione, relativo finanziamento a carico della fiscalità generale ed estensione a tutte le forme di lavoro.

Ad esso si affiancano:

introduzione di una detrazione fiscale per il reddito da lavoro delle donne in nuclei famigliari con figli minori;
l’incentivazione fiscale e sostegno della flessibilità oraria e del part time (reversibile e volontario);

la copertura con contributi figurativi dei periodi di interruzione del lavoro correlati ad impegni di cura;

l’assegno universale per i figli (3.000 euro per figli da 0 a 3 anni in sede di prima applicazione, riproporzionato al reddito) e il potenziamento della rete di servizi per l’infanzia;

l’incremento dell’indennità per il congedo parentale facoltativo, incentivato per gli uomini, e il congedo di paternità obbligatorio favoriscono la conciliazione della scelta di maternità con il mantenimento dell’occupazione;

il sostegno pubblico all’assistenza ai non autosufficienti sostiene la famiglia in compiti di cura gravosi che oggi ricadono soprattutto sulle donne.

Misure incentivanti rivolte alle imprese

Le misure di riforma fiscale mirate a sostenere i redditi da lavoro più bassi (1° aliquota IRPEF 20%) favoriscono in primo luogo, oltre ai giovani, le lavoratrici e, per il loro tramite, le famiglie: le sacche di povertà maggiori si annidano, infatti, nei nuclei monogenitoriali e nelle famiglie numerose con un solo reddito (quello maschile) disponibile. In particolare abbiamo proposto:

Credito di imposta per le imprese che assumono donne nelle aree del mezzogiorno.

Incentivi ai datori di lavoro (fiscalizzazione per 1 anno degli oneri sociali) che assumono donne che riprendano l’attività lavorativa dopo periodi dedicati alla cura.

Riqualificazione e rifinanziamento del Fondo nazionale per l’imprenditoria femminile e potenziamento della formazione professionale delle lavoratrici autonome.

Azioni di facilitazione e sostegno al credito ed alla capitalizzazione per le nuove imprese femminili.
La nostra proposta di legge di promuovere l’eguaglianza di genere all’interno degli organi di amministrazione e di controllo delle società quotate e delle società a prevalente partecipazione pubblica è stata prima accolta favorevolmente alla Camera poi purtroppo però al Senato il Governo, ha presentato degli emendamenti che spostano l’effettiva applicazione di una quota riservata per legge alle donne al 2021!!

Ma più in generale, il Pd propone una cultura della prevenzione e dell’assistenza. Perché parlare di diritti umani, significa soprattutto parlare di diritti delle donne. L’approvazione della legge sullo stalking, promossa dal PD, rappresenta un indiscutibile passo in avanti, ma rimane del tutto insufficiente se a questo non si accompagna una cultura della prevenzione e dell’assistenza.

www.partitodemocratico.it

Amministrative: primo turno 15 maggio Referendum il 12 giugno

I quesiti referendari riguardano legittimo impedimento, privatizzazione dell’acqua e nucleare. «Ho comunicato al Consiglio dei ministri la mia volontà di firmare il decreto di indizione dei comizi elettorali affinché le elezioni amministrative si possano svolgere il 15 e 16 maggio per il primo turno, e due settimane dopo i ballottaggi ove necessario», ha reso noto il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. «Il referendum invece si svolgerà invece il 12 giugno secondo una tradizione italiana che ha sempre distinto le due date», ha aggiunto il titolare del Viminale.

«NO ELECTION DAY È SPRECO» – «Il Consiglio dei ministri ha anticipato il no all’election day, dicendo di no al voto sul referendum sul legittimo impedimento lo stesso giorno delle amministrative. Significa buttare dalla finestra 300 milioni di euro, unicamente per impedire che il referendum raggiunga il quorum». Lo dice Dario Franceschini, capogruppo del Pd alla Camera. «Noi abbiamo presentato una mozione, già calendarizzata in aula alla Camera, lì vedremo chi ritiene più importante i soldi degli italiani o i processi del presidente del Consiglio», ha aggiunto il capogruppo del Pd alla Camera. Il presidente del gruppo Idv alla Camera Massimo Donadi rincara la dose: «Le parole di Maroni sono molto gravi ed evidenziano due cosa. La prima è la paura dei referendum, la seconda è l’irresponsabilità di chi, in piena crisi economica, sperpera denaro dei cittadini. Si tratta di un furto di 350 milioni di euro agli italiani», conclude Donadi.

AMMINISTRATIVE – Tornando al voto, sono 1.310 i Comuni dove si voterà nelle elezioni amministrative e tra questi undici le città che vantano una popolazione superiore a 100 mila abitanti: Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste, Ravenna, Cagliari, Rimini, Salerno, Latina e Novara. Arezzo, Barletta e Catanzaro sono invece appena sotto i 100 mila. Nei Comuni con meno di 15 mila abitanti si voterà con il sistema maggioritario a turno unico. Mentre nei 140 Comuni con più di 15 mila abitanti si voterà con il sistema maggioritario a doppio turno. L’unica regione in cui non saranno indette elezioni amministrative sarà il Trentino Alto Adige, mentre in Valle d’Aosta si voterà nel solo Comune di Ayas. Si voterà anche per il rinnovo degli organi elettivi della regione Molise e di undici amministrazioni provinciali: Reggio Calabria, Ravenna, Trieste, Gorizia, Mantova, Pavia, Macerata, Campobasso, Vercelli, Lucca, Treviso.

www.repubblica.it

"Nessuna legge su come morire", di Pierluigi Castagnetti

Nessuna legge è sempre meglio di una cattiva legge. Il dibattito sviluppatosi sui giornali in questi giorni, in attesa di quello che sta per aprirsi alla camera sul cosiddetto testamento biologico, mi ha confermato nella convinzione, che ho sempre avuto, che sul come morire sia bene non legiferare. Un mio fraterno amico, medico insigne e credente, mi disse un giorno: il mio testamento biologico è di una sola riga, ”Signore, sia fatta la tua volontà”. Ma non si può pretendere che tutti ragionino in tale modo. E, allora, si cerchi un terreno “laico”, accettabile da tutti e in linea con i principi costituzionali, affermando semplicemente un chiaro “no alla eutanasia e no all’accanimento terapeutico”. Di più non serve.
La proposta di legge che arriva in aula alla camera invece finisce per ridurre allo spessore di una lamina sia il confine con l’eutanasia che quello con l’accanimento terapeutico. Al di là delle intenzioni che personalmente assumo come buone, il testo è la dimostrazione che più si cerca di combinare normativamente il valore della vita con quello della salvaguardia della libertà e della dignità della persona umana, più si complicano le cose quando non si combinano pasticci.
Meglio fermarsi. L’argomento contrario alla sospensione, usato da ultima anche dalla sottosegretaria Roccella su Avvenire, è quello di voler prevenire soluzioni giuridiche del tipo di quella adottata dalla Cassazione per Eluana Englaro. A me pare argomento debolissimo, sia perché paradossalmente è lo stesso indicato al contrario anche dai sostenitori del principio della pura autodeterminazione, sia soprattutto perché la via indicata dal progetto Calabrò-Di Virgilio è talmente farraginosa da esporsi alla proliferazione di ancor più numerosi ricorsi giudiziari.
No, fermiamoci. La fase finale della vita non va giuridicizzata, ma lasciata alla gestione amorevole e rispettosa della dignità e della volontà del paziente che la alleanza terapeutica fra medici e famiglia (o fiduciario nel caso manchi la famiglia) ha sempre assicurato. Può darsi che si presentino situazioni limite che meriterebbero una parola in più della legge, ma la parola della legge non potrà mai prevedere l’intera casistica delle diverse situazioni. E rimettiamoci tutti di fronte alla morte in atteggiamento di accoglienza.
La morte non va provocata, mai, e ciò è già garantito dall’ordinamento. Anzi va combattuta con mezzi ragionevoli ed efficaci sin che è possibile, poiché la vita è un dono, in ogni caso un bene, tanto prezioso da dover essere curato e preservato sin che è possibile. Ma poi la morte va accolta, va “lasciata arrivare” senza pagarle il prezzo della propria dignità.
Non c’è dunque bisogno di una legge, soprattutto se la legge, come in questo caso, stravolge tali principi. E a quanti sostengono la necessità in ogni caso di scrivere anticipatamente le proprie volontà sul proprio fine vita, attraverso un processo di “consenso informato”, mi permetto opporre che non può esserci consenso informato dichiarato in astratto, in anticipo, rispetto a situazioni non conosciute perché non conoscibili prima. Nessuna ipotesi astratta potrà contenere tutte le possibilità che potranno manifestarsi in un tempo successivo, né ci sono mezzi per verificare se una volontà espressa in anticipo sia ancora la stessa nel momento in cui il malato non sarà più capace di confermarla.
Tutto è così complicato che il buon senso e l’intelligenza consigliano di rinunciare a qualsiasi interferenza della legge nello spazio tanto personale e intimo qual è appunto quello dell’incontro con la propria morte. Se penso poi che questa legge è stata tenuta in silenzio per due anni nonostante fossero conclusi i lavori in commissione, senza alcuna protesta e sollecitazione da parte di alcuno, dentro o fuori del parlamento, a conferma delle diffuse perplessità di merito e della assenza di una vera “domanda sociale”, mi chiedo per quale ragione la si debba discutere oggi, nel clima da stadio che la maggioranza ha imposto al dibattito politico nazionale in questa fase. La risposta la conosciamo bene.
Non credo peraltro che a nessuno, tanto meno alla Chiesa, possa interessare l’approvazione di un provvedimento lacerante, non necessario e, se resta formulato nei termini conosciuti oggi, sicuramente sbagliato e pericoloso.
Ancora due giorni fa sul Corriere della Sera la collega Melania Rizzoli, del Pdl, sulla scia delle perplessità già espresse da Giuliano Ferrara e Sandro Bondi, ha giustamente scritto: «La tutela della vita, considerata un bene indisponibile e garantito dalla nostra Costituzione, non può essere affidata interamente a forme di accanimento terapeutico e legislativo, che mai saranno in grado di decidere caso per caso quello che è meglio per ciascuno di noi in quest’ultimo momento».
Appunto. Fermiamoci sin che siamo in tempo.

da Europa Quotidiano 03.03.11

"Sì al federalismo, Berlusconi con fazzoletto Lega", di Andrea Carugati

La fiducia numero 40, la più inutile di tutta la legislatura, passa a ora di cena. I leghisti sventolano le bandiere dei “popoli del Nord”, Berlusconi si mette addirittura un fazzoletto verde al taschino per suggellare l’intesa con l’alleato. 314 i sì, 291 i no, la maggioranza conferma di essere ancora in vita, ma di concreto non c’è nulla. Si votava solo una risoluzione della maggioranza, che approva la relazione di Calderoli sul federalismo municipale.Unpassaggio dovuto ma senza alcun effetto concreto. Già oggi il Consiglio dei ministri potrà dare l’ok definitivo al decreto sui Comuni,maavrebbe potuto farlo anche senza la fiducia, e addirittura senza alcun voto dell’aula. Bastava solo che il governo relazionasse alle Camere, dopo che il decreto era stato bocciato dalla Bicamerale per il federalismo il 3 febbraio.

Tanto rumore per nulla, dunque. Ma la Lega ha imposto la prova di forza, ammaccata dal voto della Bicamerale, timorosa che la crisi di Berlusconi possa trascinare a fondo anche il federalismo. «Un giro di mattoni in più, siamo quasi al tetto», commenta soddisfatto Bossi, che però, sulla durata della legislatura, resta prudentissimo: «Vogliamo completare il federalismo, poi vediamo. Stiamo coi piedi per terra».

LA PROROGA DI CALDEROLI
E infatti Calderoli annuncia che, dopo l’ok al federalismo regionale (che dovrebbe arrivare entro fine marzo) proporrà al Consiglio dei ministri una proroga di 4 mesi della delega sul federalismo, una proposta che le opposizioni avevano avanzatoda mesi. Tradotto: invece che il 20 maggio, il pacchetto di decreti dovrà essere pronto entro il 20 settembre. Una scelta della Lega per riaprire un filo di dialogo con le opposizioni. «Quando le richieste sono fatte seriamente, noi rispondiamo seriamente», dice Calderoli. Berlusconi gongola: «Sono tranquillo. Sappiamo che ci sono diverse persone in missione e due malati, la maggioranza è di 322».Ma Bossi è assaimenoentusiasta: ribadisce che «Berlusconi è l’unico che ci ha dato i voti», ma non si sottrae al dialogo con Bersani. «Gli altri – dice citando il leader Pd – mi hanno detto “Fai saltare il miliardario e domani ti votiamo il federalismo”, ma Berlusconi i voti in Bicamerale me li dava subito. Non ci possono chiedere di mettere a repentaglio unrisultato acquisito. Se uno accetta di far pace vota a favore, poi puòessere che si aprono degli spazi…». Non a caso a domande su possibili intese con la sinistra, il Senatur dice: «Non precludo mai niente…».

La Lega aveva bisogno come l’aria diuna prova d’immagine sul federalismo, anche in vista della festa di Bergamo con Bossi e tutti i big prevista per sabato sera, cui parteciperanno migliaia di militanti. Quella base che, nelle ultime settimane, ha manifestato più di un malumore per l’asse con il premier. In vista anche il cambio alla guida del gruppo alla Camera: al posto di Marco Reguzzoni arriverà a breve Giacomo Stucchi, quarantenne bergamasco, considerato molto meno “berlusconiano”.

Bersani ha dedicato quasi tutto il suo intervento in aula a un dialogo “a distanza con la Lega”: «Possiamo fare un federalismo fatto bene per il Nord e per il Sud. Fermatevi, altrimenti la riforma deraglia. Questo decreto è una patrimoniale per la piccola impresa che pagherà il doppio di Ici, se volete scambiare il guscio vuoto della riforma con il sostegno a Berlusconi per i suoi processi noi lo andremo a dire in tutti i posti». «Ma non dite che lo fate per il federalismo, è una balla. Se volete reggere il moccolo al miliardario e mettere il Carroccio al servizio dell’Imperatore non trovate scuse». Davanti alle proteste dei deputati leghisti, Bersani non si è scomposto: «Io parlo dritto come la gente del popolo: se un artigiano del Nord viene accusato di prostituzione minorile al processo ci va».

L’Unità 03.03.11

"Se la scuola decide di non bocciare più", di Lorenzo Salvia

L’annuncio in Austria per le superiori. I presidi italiani: buona idea, ma costa. Scena dal film «Notte prima degli esami» , due studenti ci scherzano sopra: «Hai tre possibilità per evitare la bocciatura. Uno, il buco dell’ozono si allarga e ci stermina tutti. Due, un meteorite gigante si schianta contro la casa di Martinelli (il professore di italiano detto carogna). Tre, studia che è meglio» . Dal prossimo anno a queste tre possibilità se ne potrebbe aggiungere un’altra: trasferirsi a Vienna. Il ministro austriaco dell’Istruzione ha annunciato l’intenzione di abolire le bocciature a partire dal 2012 per le scuole superiori. Il che non vuol dire tutti promossi e una bella estate di relax in regime di par condicio per secchioni e somari. Il ministro— la socialdemocratica Claudia Schmied — ha spiegato che la bocciatura andrebbe sostituita da corsi di recupero nelle materie in cui i ragazzi non hanno raggiunto la sufficienza. Ma a settembre nessuna notte prima degli esami: in ogni caso si passa all’anno successivo. Perché una proposta del genere? Il ministro dice che molto spesso la bocciatura è il primo passo verso l’abbandono degli studi. E questo non è un problema solo del bocciato ma del Paese intero perché la scuola non è riuscita a portare un ragazzo fin dove dovrebbe. Un’idea strampalata o addirittura pericolosa? In realtà già funziona così in Norvegia, Islanda e Gran Bretagna. Certo, sono Paesi con una cultura ed un rigore molto diverso dal nostro, ma sempre di Europa parliamo. Da noi sarebbe possibile? «In linea di principio— dice Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale presidi — l’idea è interessante perché la scuola nasce non per bocciare ma per promuovere, nel senso di innalzare il livello culturale dei cittadini» . Ma c’è un ma. «La nostra scuola è anche un ufficiale certificatore, il pezzo di carta che consegna alla fine ha un valore legale uguale per tutti. E quindi deve garantire che chi esce abbia raggiunto un determinato livello» . Niente ricetta austriaca, allora? «Mi sembra difficile, anche perché ci vorrebbero insegnanti con competenze specifiche per i corsi di recupero. Una cosa del genere costa e non mi sembra aria» . In realtà anche in Italia qualche tentativo è stato fatto. Il primo nel 1977, quando si diceva «bocciato l’alunno, bocciato il professore» . L’idea era simile a quella austriaca, ma tutto si fermò quando si capì che i corsi di recupero avrebbero allungato l’orario di lavoro degli insegnanti. Gli altri due tentativi sono più recenti, ma più che didattica la motivazione era economica: le bocciature costano perché, ripetendo l’anno, si aumenta il numero totale degli studenti. Nel 2003 il ministro Moratti propose nella sua riforma di rendere possibili le bocciature non ogni anno ma ogni due. Nel 2007 la Finanziaria del governo Prodi voleva mettere un tetto al totale delle bocciature riducendole del 10%. Non se ne fece nulla. A parte lo studio e il trasloco in Austria, ai ragazzi italiani non resta che sperare nel buco dell’ozono o nel meteorite gigante.

Il Corriere della Sera 03.03.11

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“Ripetere l’anno non sempre aiuta gli studenti”, di BENEDETTO VERTECCHI

In questi ultimi anni molta enfasi è stata posta su un’idea di «serietà» della scuola che si esprimerebbe attraverso una sua maggiore propensione a sancire l’insuccesso attraverso la bocciatura. Quel che non si considera è che alle bocciature corrisponde un peggioramento delle condizioni educative, che si risolve in una perdita nella qualità dell’istruzione. Da questo punto di vista la proposta che arriva dall’Austria offre degli spunti interessanti. La differenza fra gli allievi che godono per provenienza sociale di una condizione di vantaggio e gli altri è che per i primi l’esperienza compiuta all’esterno della scuola integra l’apprendimento formale, mentre per gli altri presenta caratteristiche che vanno nella direzione opposta. Offrire a tutti l’opportunità di compiere esperienze apprezzabili dal punto di vista educativo è il modo per rendere più omogenei i risultati conseguiti dagli allievi. La crisi che oggi molti sistemi scolastici stanno attraversando si collega al contrasto che si è determinato fra due interpretazioni contrapposte della funzione della scuola: la prima segue una logica orientata ai tempi lunghi (educazione), l’altra a quelli brevi (formazione). La rapidità dei cambiamenti che intervengono nella cultura e nelle attività produttive ha spinto molti ad affermare un criterio di utilità immediata, come quello che si esprime nella formazione professionale: chi impara a svolgere attività pratiche e applicative è in grado di svolgere queste attività non appena conclusa la fase dell’apprendimento. Ma per quanto tempo resteranno valide le competenze acquisite? Va nella direzione opposta la scelta a favore dell’educazione. Non c’è dubbio che leggere Dante non abbia alcuna utilità pratica, ma chi può negare che il profilo che si acquisisce non migliori la capacità di adattamento nel lungo periodo?

Il Corriere della Sera 03.03.11

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“Ma così le classi diventano parcheggi”, di Silvia Vegetti Finzi

Credo che i nostri ragazzi siano profondamente amati e che, come adulti, ci sentiamo in colpa per non essere in grado di offrire loro tutte le opportunità di cui abbiamo fruito noi. Indubbiamente viviamo in un’epoca di crisi, dove il lavoro è poco, frammentato, precario, mal retribuito e spesso inadeguato al titolo di studio conseguito. Ma reagire all’eclisse del futuro declassando la scuola superiore equivale a comportarsi come chi solleva una pietra per lasciarsela cadere sui piedi. Mai come adesso i ragazzi hanno bisogno, per non cedere allo sconforto e all’apatia, di trovarsi ad affrontare mete valide e percorsi significativi. Se priviamo il percorso di studio di prove in grado di valutare l’apprendimento e l’impegno, ne faremo un parcheggio insensato. Ai pochi che studieranno per passione faranno riscontro i molti che attenderanno il suono finale della campanella. La bocciatura rappresenta sempre una sconfitta ma non è una tragedia. Può costituire l’occasione per recuperare il tempo perduto, anche in termini di maturazione personale. Se si evita all’età evolutiva di vivere qualsiasi frustrazione s’impedisce all’apparato psichico di elaborare i necessari anticorpi contro la disperazione. Non si diventa adulti senza affrontare qualche delusione, senza superare momenti di crisi. I corsi di recupero poi, se non prevedono valutazioni e sanzioni, rimangono privi di motivazioni, inutili parcheggi. Sottrarre agli insegnanti la possibilità di bocciare significa farne dei guardiani piuttosto che degli educatori. Certo lo spirito dell’educare non consiste nella punizione, ma la comunità scolastica esige, come tutte le società, di essere retta da norme giuste, capaci di riconoscere i meriti e sanzionare i demeriti. Una scuola che rinuncia a giudicare, che opta per una indistinta tolleranza, rischia di favorire alternative elitarie, che premiano più il censo del merito.

Il Corriere della Sera 03.03.11