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"Quel silenzio in aula per salvare la scuola", di Carlo Galli

Nelle sue recenti esternazioni sulla scuola Silvio Berlusconi è riuscito ad argomentare nelle modalità più disparate e apparentemente sconnesse. Da una parte, in un contesto di “cattolici riformisti” (ma forse “contro”-riformisti), ha abbracciato tesi sanfediste. Si è cioè esibito in un’incredibile polemica contro la scuola di Stato. La scuola pubblica che sottrae i figlioli alle famiglie, per educarli a valori opposti a quelli in cui sono nati e in cui devono essere cresciuti – e che quindi in realtà “non educa” – . Era, questo, l’argomento portato dal cattolicesimo reazionario – in Francia e in Italia – contro lo Stato moderno nel momento del suo insediarsi e consolidarsi. Un argomento oscurantista, figlio di una visione chiusa e organicistica della società come di un corpo naturale di famiglie, tenute insieme dalla fede. Rispetto a questo scenario, lo Stato moderno, che attraverso la scuola statale pubblica porta i giovani fuori dalle chiusure localistiche e li educa ai principi civici razionali di cittadinanza universale – per quanto timidamente applicati nella pratica – , è un’intollerabile minaccia, un’inaccettabile sopraffazione.

D’altra parte, per correggere i soliti fraintendimenti della stampa di sinistra, Berlusconi ha sfoderato, il giorno dopo, una impostazione ultraliberale. Ha cioè sostenuto che le famiglie hanno il diritto di avere a disposizione un’ampia gamma di scuole pubbliche, sia statali sia
private, fra cui scegliere liberamente l’istruzione dei loro figli. Come il primo scenario era ostile allo Stato con modalità per dir così premoderne e organiche, quest’altro lo è in altro modo, cioè con abuso di argomenti individualistici e mercatistici. Il primo faceva appello alla continuità tra famiglia e scuola in nome della tradizione, il secondo invece esplicitamente richiama l’idea che l’educazione dei figli sia un affare privato delle famiglie, le quali – pagando – si possono permettere di scegliere il “modello” preferito. Il primo allude a un Paese compattamente cattolico, il secondo promuove – al di là della retorica patriottica a cui ogni tanto il governo indulge – un Paese frammentato lungo linee molteplici (censo, ideologia, e naturalmente religione e “cultura”), e non ricomponibili: anzi, la frammentazione sociale va coltivata amorevolmente nelle scuole differenziate.

Nella prima prospettiva la scuola statale è delegittimata senza appello – e proprio la sua radicalità ha spinto le gerarchie ecclesiastiche a prenderne almeno formalmente le distanze – ; nella seconda, invece, è più astutamente equiparata, in quanto “pubblica”, ad altre tipologie di scuola altrettanto ‘pubbliché – perché rivolte al pubblico degli utenti – , che sono in realtà le scuole “private” (non importa se religiose e o laiche, ma prevalentemente le prime). Insomma, lo Stato e la sua scuola, con la sua opera di socializzazione paritaria alla cittadinanza democratica, è un’opzione fra le tante, un’opinione come un’altra: almeno sotto il profilo teorico, che è sempre quello decisivo. Una volta fatta passare la tesi che sarebbero tutte ugualmente scuole “pubbliche” – tesi peraltro già condivisa dal centrosinistra – , è poi semplice per chi sta al governo togliere finanziamenti alla scuola di Stato (e compiangere al tempo stesso i professori sottopagati! Un autentico virtuosismo comunicativo), e darli a quelle private, e così dequalificare le prime e invogliare chi appena se lo può permettere a iscrivere i figli nelle seconde, al riparo dal degrado. Che è infatti il risultato del cosciente e deliberato operare di questo governo verso tutte le scuole, e anche verso l’Università, per una scelta ideologica che, come è stato osservato su queste pagine, non è né nella lettera né nello spirito della Costituzione che non a caso privilegia, dal punto di vista logico e normativo, la scuola di Stato.

Una scelta ideologica antistatale, di una destra che rinnega e rovescia il proprio passato (da Casati a Gentile); e che non ha nulla a che fare col liberalismo, se non con una sua interpretazione casereccia, particolaristica, qualunquistica. Una scelta declinata in due modalità diverse e opposte, come una sagace offerta commerciale rivolta a target elettorali distanti fra di loro (ultras cattolici, e individualisti postmoderni) che solo in lui, nel Cavaliere proteiforme come Zelig, trovano coerenza e credibilità. Proprio perché è stato capace di presentare le sue posizioni sulla scuola nel più gradito e dolce dei modi, cioè come una polemica sacrosanta contro l’indottrinamento di sinistra che sarebbe impartito nella scuola pubblicostatale dagli ormai attempati professori sessantottini. È cavalcando questo pregiudizio benpensante di fondo, questo rancore di lungo periodo, questo fantasma politico che terrorizza i suoi molti antipolitici elettori, che la destra di Berlusconi vince; è attraverso questa vittoria postuma sull’odiatissimo Sessantotto che passa la vittoria di oggi su ciò che resta della scuola di Stato e della sua funzione in senso lato politica – non partitica, ovviamente, né ideologica – . Che è di formare i giovani, con fermezza e rigore, allo spirito pubblico e critico, e di non lasciare che in questo Paese la democrazia repubblicana si trasformi, anche in conseguenza dello smantellamento della scuola di Stato, in una democrazia a’ la carte, senz’anima e senza futuro.

La Repubblica 02.03.11

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Napoli. Scuola pubblica, la rabbia dei presidi. ‘Berlusconi vieni a Scampia’, di Anna Laura De Rosa

Manifestazioni in alcuni istituti della città. L’indignazione dei dirigenti scolastici già alòle prese con i pesanti tagli della finanziaria. “Un potere traballante perde lucidità. Le frasi del presidente Berlusconi sono dettate dalla disperazione, o c’è il subdolo disegno di affossare l’istruzione pubblica per altri interessi. La scuola è un insieme di teste pensanti ed è questo che si vuole colpire. Si mostra insicurezza in un momento critico per la vita italiana”. Pasquale Malva, dirigente scolastico dell’istituto superiore Mazzini del Vomero, risponde duramente alle parole del premier. La sua voce si confonde con quella dei presidi più in vista della città. Dirigenti, professori e studenti dell’Umberto, del Genovesi, del Mercalli e del Vico difendono il lavoro che ogni giorno svolgono “con sacrificio nonostante i tagli”. Dicono basta “alla chiara volontà del Governo di distruggere la scuola per interessi personali”. Non basta. Da Scampia i dirigenti invitano il premier a vivere un giorno con i professori del quartiere a rischio per vedere la passione con cui lavorano per salvare i ragazzi. E la protesta nata in classe corre veloce dalla rete ai cellulari, preparandosi a scendere in piazza.

Oggi i docenti del Mazzini hanno manifestato contro il premier osservando un minuto di silenzio in aula. Ieri era toccato ad alcuni professori del Pansini. Nei prossimi giorni dovrebbe essere la volta del Genovesi, del Mercalli e dell’Umberto. I prof si stanno organizzando lanciando sms ai colleghi. Ma la protesta pulsa anche nelle case dei precari del Coordinamento precari scuola Napoli, che stanno organizzando con i colleghi romani un sit nella capitale per il 17. “Il minuto di silenzio non basta – ribadisce Giuseppe Vollono del coordinamento – Servono azioni forti, siamo pronti a rivolgerci persino alla Corte europea per far valere i nostri diritti”.

C’è fermento nella sede Cgil di via Torino, dove domani si incontreranno gli studenti medi della Uds (Unione degli studenti). I ragazzi hanno già programmato incontri nelle scuole di tutta la regione per raccogliere adesioni e scendere in piazza. Gli universitari sono pronti a partecipare alla manifestazione romana del 12, mentre l’Uds pensa di organizzare a Napoli un’assemblea pubblica. Anche i rappresentanti Cgil discuteranno in mattinata sul da farsi. Da quando il premier ha parlato di istruzione, arrivano 150 mail di protesta al giorno ai pc della sede: “Le dichiarazioni del presidente feriscono i docenti più dei tagli e delle umiliazioni precedenti – spiega Alessandro Aienzo, segretario regionale Scuola, università e ricerca della Flc Cgil – Queste frasi fanno montare rabbia e frustrazione anche nei professori meno attivi. Manifesteremo in strada e ne parleremo alla città il 15 marzo con Susanna Camusso e Domenico Pantaleo, durante un’assemblea pubblica sulla difesa del sistema pubblico”.

C’è di più. Tra il 9 e il 10 l’associazione onlus “Tutti a scuola” sfilerà nelle strade di Napoli: “Siamo arrivati a un punto di non ritorno – protesta il presidente della Onlus Antonio Nocchetti – scenderemo in piazza per ricordare alla politica che la Costituzione esiste e che la scuola pubblica aiuta anche e soprattutto le persone svantaggiate come i diversamente abili”. Dall’istituto alberghiero Vittorio Veneto di Scampia il dirigente scolastico Anna Maria Carrieri vorrebbe invece far vivere a Berlusconi “il contesto in cui lavorano i docenti per fargli capire con quanta dedizione cercano di recuperare i ragazzi del quartiere a rischio. I professori vanno oltre i propri compiti per avvicinare i giovani a famiglie a volte assenti”. Insomma il fronte compatto è pronto al contrattacco.

La Repubblica 02.03.11

"Il finto federalismo", di Marina Sereni

La decisione del governo di porre la fiducia sul federalismo municipale ha un significato politico rilevante, indipendente anche dal merito del decreto che stiamo per votare. Leggo questa scelta come frutto di due spinte: da un lato quella della Lega che – per una volta – pretende che la fiducia si misuri su un tema a lei caro, ormai più bandiera che sostanza della presenza di questo partito nell’esecutivo. Dall’altra, la spinta opposta delle microformazioni meridionali (meridionaliste certo no) che sostengono il governo e che si sono moltiplicate in questa ricerca di “responsabili”. Per questi deputati votare la fiducia è meno disdicevole che votare il decreto. Il punto politico è questo: si sta trasformando il federalismo in un pasticcio (pericoloso) perché lo si è fatto diventare terreno di scambio e di piccolo cabotaggio politico anziché una vera e profonda riforma del patto fiscale tra stato e cittadini. Il dibattito pubblico sul federalismo è assolutamente al di sotto dell’esigenza di far comprendere ai cittadini la posta in gioco.
La materia è inevitabilmente piuttosto tecnica e ciò rischia di restringere il confronto alla cerchia degli specialisti.
Credo che spetti al Pd tentare di riportare sul piano della politica “alta” il tema del federalismo scongiurando una contrapposizione retorica e falsata tra chi esalta le virtù salvifiche e chi prevede le conseguenze catastrofiche (in specie al Sud) del federalismo fiscale. Nel merito abbiamo spiegato il nostro no al decreto sul federalismo municipale denunciando la confusione generata dalle tante modifiche.
Ormai tutti concordano sul fatto che questo decreto alla fine produrrà aumento del peso fiscale su imprese e cittadini senza accrescere l’autonomia impositiva dei Comuni, rendendo impossibile quella responsabilizzazione delle classi amministrative locali che dovrebbe essere uno dei risultati principali della riforma in senso federalista. In realtà la fretta con cui la Lega sta cercando di “portare a casa” i decreti attuativi sul federalismo fiscale (ma quale fretta visto che il ritardo accumulato sui molti adempimenti previsti dalla legge è tutto da addebitare al governo?) è cattiva consigliera.
Si sarebbe dovuti partire dagli aspetti di sostanza, come noi abbiamo chiesto e continuiamo a chiedere: il Codice delle autonomie (“chi fa che cosa” tra Regioni, Province e Comuni, quali funzioni devono essere gestite in forma associata, come eliminare sovrapposizioni e duplicazioni, come disboscare la selva degli enti di secondo livello); i livelli essenziali dei servizi e delle prestazioni; gli obiettivi di servizio che si intende raggiungere in ciascuna regione per ridurre le distanze tra i cittadini.
Tremonti invece sembra aver scelto questa via per tagliare le risorse a disposizione di Regioni, Comuni e Province e magari “restituire” al Nord qualcosa di ciò che è stato tolto con i diversi provvedimenti finanziari.
La Lega fa del federalismo il terreno di una permanente campagna elettorale volta soprattutto a distogliere la sua base dai “rospi” che l’appartenere ad una maggioranza tutta concentrata sulle vicende private e giudiziarie di Berlusconi li costringe ad ingoiare ogni giorno. L’obiettivo principale del federalismo fiscale per noi era e resta rendere la spesa pubblica locale più efficiente, promuovere maggior controllo da parte dei cittadini amministrati sulle scelte dei loro amministratori, elevare il livello dei servizi e delle prestazioni in quelle aree dal paese in cui sono più diffusi sprechi e inefficienze. Il Pd è l’unico partito che può fare lo stesso discorso al Nord, al Centro, al Sud. E il federalismo sarà la spina del fianco di questo governo e di questa maggioranza anche nei prossimi mesi. Siamo una forza che ha ereditato una forte cultura autonomista e abbiamo le carte in regola per imbracciare noi con coerenza la bandiera del federalismo buono, quello che serve per far crescere l’Italia con nuove regole, più merito, più responsabilità.

da Europa Quotidiano 02.03.11

"Si dimettono sempre i ministri degli altri", di Francesco Merlo

La prima cosa che pensa un italiano per bene è «amici tedeschi, dateci il vostro (ex) ministro della Difesa che ha copiato e prendetevi Ignazio, che non copia». Questo per dire che zu Guttenberg ai nostri occhi è un grande. Infatti si è dimesso. E poiché ha copiato la tesi di Dottorato ha rinunziato anche al titolo di dottore che in Italia si attribuisce – meglio nell´abbreviata dottò – solo a chi non ce l´ha.
Del resto lo ‘zu´ di Guttenberg è un titolo vero di nobiltà di spada, mentre qui anche la nobiltà è di paga.
Di sicuro a 39 anni il barone tedesco è stimato dalle cancellerie di tutto il mondo mentre il nostro Bondi, per citarne un altro che non copia, è bollato all´estero, non senza una punta di (meritato) eccesso, come the killer of Pompei´s ruins. Ma, si sa, Bondi tiene famiglie, come il sindaco di Roma, quello della parentopoli, e come tantissimi professori universitari, con in testa il rettore della Sapienza, quel Luigi Frati che vanta il record di tre membri della sua famiglia, moglie e due figli, titolari di cattedra nella sua stessa facoltà.
I comportamenti che in Germania, Inghilterra e Francia portano alle dimissioni in Italia sono titoli per re-immissioni. Frati, per dire, solo dopo le denunzie di Tito Boeri su Repubblica e di Gian Antonio Stella sul Corriere venne finalmente eletto – olà – rettore: «Io sono per la meritocrazia», fu la sua prima dichiarazione.
Le dimissioni del resto non misurano soltanto la struttura morale dell´individuo, che può anche dimettersi per amor proprio, per senso di superiorità o «perché non ne potevo più», come ha detto Guttenberg che certamente in Italia avrebbe accusato i suoi accusatori, nel ruolo di vittima perseguitata di un paese dove nessuno avrebbe i titoli per fare vergognare nessuno.
Il titolo della ministra Gelmini – avvocato – non è falso come quello di Guttenberg, ma è astutamente dequalificato e forse è peggio perché nessuno lo può contestare: copiare ti espone molto di più che scappare a Reggio Calabria. Tanto più che la Gelmini ha impostato la propria battaglia politica contro la facilità di acquisire – svendere – titoli a Reggio Calabria e in tutto il Sud. Il punto è che le dimissioni misurano anche la dignità etica del luogo in cui ci si muove e il prestigio e la forza politica di chi (non) riesce ad ottenerle. Inutilmente furono chieste a Bassolino e alla Jervolino durante la prima emergenza dei rifiuti a Napoli. Pare che Guttenberg abbia commissionato quella sua tesi-truffa a un ghost-writer, certamente sa che la Sueddeutsche Zeitung di Monaco sta indagando: dimettersi, prima d´esservi costretti, è anche intelligenza ed eleganza.
E va detto che in Italia non appena si scopre un professore che ha copiato vengono fuori mille articoli in difesa del plagio e della furbizia, e le copiature diventano virgolette dimenticate e «faceva così anche Stendhal». E c´è chi è pronto a comporre la solita lode del malandrino, con l´idea che siamo antropologicamente levantini e dunque viviamo tutti di espedienti e di equilibri mercuriali e di illegalità e perciò copiare è una virtù purché ovviamente si sappia copiare. In questo modo il pur bravo comico Daniele Luttazzi ha derubricato a “citazioni” le tantissime battute rubate ai suoi colleghi americani e, poiché Berlusconi lo censurò insieme a Biagi e Santoro, ha forse surrogato l´originalità d´artista con le benemerenze politiche.
Al fondo c´è un´altra truffa culturale: vogliono farci credere che in Italia il galantuomo è un disturbato mentale, che un italiano non può mai dimettersi perché dismetterebbe la propria ontologia, insomma le dimissioni non sarebbero compatibili con il carattere nazionale. La verità è che non sono compatibili con le facce di bronzo e con le facce da schiaffi. Sono molte, è vero, nell´Italia dove non si dimette mai chi è dimissionario fisso dalla competenza, dalla verità e dalla decenza, non si dimette mai chi vive di ricordi inventati, chi porta con alterigia il suo titolo falso.

La Repubblica 02.03.11

«In Italia dopo il primo figlio il lavoro diventa un miraggio», di Alessandra Arachi

Come si muovono le donne italiane nel mondo del lavoro? Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale dell’Istat, che fotografia ci può fare? «Le donne in Italia fanno una gran fatica a muoversi nel mondo del lavoro. Dalla seconda metà degli anni Novanta la spinta ad entrare nel mercato del lavoro è stata continua: dal 1995 al 2009 ci sono state oltre 1,8 milioni di donne occupate in più, ma purtroppo tutte concentrate nel Centro Nord. Poi però è arrivata la crisi» . E cosa è successo? «— che con la crisi le donne hanno perso occupazione più degli uomini in proporzione nell’industria, che è stato il cuore della crisi, e dove le donne sono tradizionalmente meno presenti degli uomini» . La crisi come specchio delle relazioni tra uomini e donne nel mondo del lavoro? Eppure c’è un dato Eurostat sulla sperequazione di stipendi fra i sessi che mette l’Italia molto avanti: soltanto il 4,9%di differenza, a fronte di una media del 17%europeo. «Attenzione a quel dato: misura la differenza di stipendio ma non a parità di lavoro svolto. E in Italia le donne con bassi titoli di studio, che avrebbero quindi salari più bassi, non ci riescono proprio ad entrare nel mondo del lavoro» . È difficile per una donna entrare nel mondo del lavoro in Italia? «Il tasso di occupazione femminile italiano è il più basso d’Europa, ci batte solo Malta» . Incide in questo la politica familiare? «Assolutamente sì. Siamo l’unico Paese in Europa dove il tasso di occupazione crolla alla comparsa del primo figlio. Altrove questo succede quando si arriva al terzo, al quarto» . — perché «Il sovraccarico di lavoro familiare della donna italiana è tra i più alti di Europa. Fino agli anni Ottanta era più dell’ 80%. Oggi si aggira intorno al 76%, ma non perché gli uomini abbiano in qualche modo compensato. Piuttosto perché le donne hanno deciso da sole di autoridursi il lavoro familiare» . E come funziona quando ci sono le mamme single? Sono molte di più dei papà single? «Ovviamente sì, parliamo dell’ 85%di madri sole contro il 15%dei papà. Questo genera un problema soprattutto per le donne che creano un nucleo monogenitoriale a rischio povertà, visto che in vari casi arrivano alla separazione senza avere un lavoro. E sono quindi in affanno» . In Italia sono ancora gli uomini ai posti di comando? «Sì e il problema è trasversale. Nonostante le donne ottengano i migliori risultati nella formazione e nella cultura, solo poche arrivano nei luoghi decisionali. Succede nella pubblica amministrazione, sebbene la percentuale sia più critica nei luoghi decisionali economici» . Di che percentuale stiamo parlando? «Ci sono dati Consob che ci dicono che solo il 6%dei membri dei consigli di amministrazione quotati in Borsa sono donne. Ed è una cifra che ci fa essere fanalino di coda. C’è una legge, approvata dalla Camera e adesso in commissione in Senato, che vorrebbe sbloccare questa situazione: è fondamentale approvarla, lo dico a titolo personale. In Norvegia ha dato eccellenti risultati» .

Il Corriere della Sera 02.03.11

l Cavaliere sfida Fini "Voglio vedere che fa", di Liana Milella

Il primo sgarbo a Fini lo hanno già fatto. Gli hanno fatto trovare sul tavolo la lettera per sollevare il conflitto senza un cenno d´avviso. Lo ha deciso il Cavaliere quando, dopo un lungo colloquio con Niccolò Ghedini, ha rotto gli indugi: «Voglio proprio vedere se avrà il coraggio di bloccarlo. Sarebbe la prova provata del suo legame con i magistrati. Sarebbe una follia». Poi, mettendo a tacere gli ultimi incerti: «Adesso andiamo avanti».
«Questo atto non fermerà il processo, né la persecuzione giudiziaria contro di me. Ma almeno tutti sapranno che la maggioranza è ampiamente dalla mia parte e i giudici si renderanno conto che il dibattimento che cercano di concludere è completamente nullo sin dall´inizio».
È un Berlusconi disincantato, ma deciso alla decisiva resa dei conti con Fini quello che dà il via libera al conflitto. Ce l´aveva pronto sul tavolo da giorni e più d´uno aveva sentito Maurizio Paniz, il capogruppo Pdl nella giunta per le autorizzazioni, dire riservatamente ai suoi: «Io il mio “compito” l´ho scritto. Adesso la decisione è politica». Doppiamente politica. Come il premier ha analizzato ragionandone a lungo con i suoi collaboratori. Perché è il primo atto formale dello scontro con i giudici che a brevissimo esploderà con la riforma costituzionale della giustizia, le intercettazioni, il processo breve, la prescrizione accorciata. E perché, per la prassi che vige alla Camera, è soprattutto la prova di forza più dura con il presidente della Camera.
Che da giorni era in stato di allerta. Ma ieri, ancora un´ora prima che arrivasse la lettera dei capigruppo, non sapeva nulla ed era convinto di ricevere almeno un segno di cortese preallarme. Un cortese atto dovuto al primi inquilino di Montecitorio. Che invece è stato messo di fronte al fatto compiuto. La lettera. E pure la contemporanea dichiarazione del ministro degli Esteri Franco Frattini per “avvertirlo” che ha «il dovere istituzionale» di passare il conflitto all´aula.
Fini reagisce gelido. Da lui non trapela un fiato. Ma nel suo entourage, dove il caso del conflitto è stato studiato nei minimi dettagli, fanno subito notare che il quesito posto dai capigruppo, per come viene presentato, è di per sé anomalo. «Non ci sono precedenti specifici» e quindi «bisognerà condurre un´istruttoria molto attenta». Nulla di scontato quindi. I conflitto potrebbe “morire” ben prima di prendere la via della Consulta. Per certo «la decisione sarà presa alla luce dei regolamenti e sarà valutata e approfondita dall´ufficio di presidenza e dalla giunta per il regolamento». È il preannuncio di un conflitto per il conflitto. Un finiano come Nino Lo Presti, che fa parte della giunta per le autorizzazioni e ieri è stato visto salire e scendere più volte dallo studio di Fini, conferma la volontà di dare battaglia per una lettera che conterebbe anche «un vero e proprio falso» sulla telefonata del 27 maggio tra Berlusconi e il capo di gabinetto della questura di Milano, visto che «non di una mera richiesta di informazioni si trattava, ma d´insistenti pressioni per commettere un illecito».
Tutto questo Berlusconi lo ha messo nel conto. Ancora ieri ne ha parlato a lungo con Ghedini. I numeri, nell´ufficio di presidenza, non giocano a loro favore (oggi la maggioranza perde dieci a otto, senza contare Fini, undici a otto se dovesse entrare in tempo uno dei Responsabili). Fini potrebbe stoppare il conflitto come fosse un´anomalia e una forzatura nella prassi della Camera. Un ipotesi che ieri il Cavaliere ha giudicato «surreale» convinto com´è che «tutti i precedenti indicano il passaggio obbligato in aula». Qualora Fini dovesse opporsi, nel centrodestra già sostengono che l´aula potrebbe pretendere con un voto di esaminare lo stesso il conflitto. Un atto che, dice chi ha affrontato la questione con il premier, «è istituzionalmente corretto, fisiologico, indicato dalla stessa procura di Milano dopo il voto della camera sulla perquisizione a Spinelli, identico al conflitto per Abu Omar, per Matacena, per Matteoli». Un atto «normale» che, proprio per questo, «non può essere fermato, a patto che non ci sia un inaccettabile pregiudizio politico».
Lo scontro ci sarà, durissimo. Berlusconi lo ha messo nel conto. E vuole sfruttarlo per mettere in crisi il ruolo di Fini come presidente della Camera. Ma, nel merito del conflitto, come mossa per fermare i giudici, il premier è scettico. Innanzitutto, e lo ha detto ieri ai suoi, è convinto che la Consulta potrebbe anche respingerlo e dichiararlo inammissibile. Inoltre sa bene che il dibattimento si aprirà comunque il 6 aprile. Sa che Ghedini e Longo giocheranno anche lì la carta della competenza, ma sa che le udienze proseguiranno. Per questo, nel frattempo, vuole schiaffeggiare in magistrati e la Consulta con la riforma della giustizia che, «a tutti i costi», andrà in consiglio dei ministri la prossima settimana. Con le intercettazioni, per cui oggi la Consulta Pdl deciderà i prossimi passi e una discussione celere alla Camera. Con la prescrizione breve per gli incensurati che sarà presentata in tempi stretti al Senato.

La Repubblica 02.03.11

Opposizione, movimenti e docenti. Tante iniziative contro l’affronto del premier

La protesta contro le parole di Berlusconi si allarga sul web: c’è chi raccoglie adesioni, di comuni cittadini ed intellettuali, chi ricorda lo spessore di Calamandrei. Il tam tam passa anche via sms: a Roma i prof si danno appuntamento per un minuto di silenzio. Si scenderà anche in piazza: il Pd lo ha già fatto il 1° marzo con un bagnato sit-in sotto palazzo Chigi, ma la vera mobilitazione è per il 12 marzo.
Stanno provocando un crescendo di reazioni ed iniziative di protesta le parole pronunciate nei giorni scorsi dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, secondo cui è giunto il momento di respingere “l’influenza deleteria che nella scuola pubblica hanno avuto e hanno ancora oggi culture politiche, ideologie e interpretazioni della storia che non rispettano la verità”. Dopo le risposte piccate dei sindacati di comparto, l’indignazione è salita anche sui portali nazionali, come Repubblica.it, che ha allestito lo speciale ‘Io difendo la scuola pubblica’, a cui nelle ultime ore hanno dato il loro sostegno migliaia di cittadini. Tra loro anche diversi intellettuali ed artisti: ad iniziare dal cantante e professore liceale Roberto Vecchioni, poi Daria Colombo, anche lei insegnante, Marco Lodoli, scrittore e docente in una scuola superiore di Roma, Paola Mastrocola, scrittrice e docente, Benedetta Tobagi, scrittrice e giornalista, e lo scrittore Andrea Camilleri.
Secondo la redazione del quotidiano romano si tratta di una reazione “dal mondo della scuola che si è sentito insultato”. In tantissimi hanno espresso la loro contrarietà per le parole del premier; la maggior parte sono docenti e genitori: ‘io sono un’insegnante della scuola pubblica, e nonostante tutti i tentativi di toglierci risorse e dignità, ne sono fiera’; c’è chi sostiene che ‘vorrebbero solo studenti con formazione Cepu’, chi ricorda che ‘gli anni più belli della mia vita li ho passati nelle scuola pubblica dove la pluralità delle voci davano corpo ad un confronto impossibile altrove’.
In diversi non hanno avuto problemi ad identificarsi: ‘Io difendo e amo la scuola pubblica, perchè tra mille difficoltà continua a farsi carico di ogni aspetto della vita dei bambini. Angela Proietto,Varano Melegari’. E ancora: ‘Io difendo la scuola pubblica perché e il luogo in cui tutti i giorni vivo la Costituzione. Antonella Rebizzani, docente’. C’è anche spazio per l’ironia: ‘Maria Stella Gelmini, attendo con ansia la prossima notte di San Lorenzo, speriamo nessuno ti raccolga. Simona Ridolfi, insegnante in un Liceo STATALE’.

L’indignazione si è scatenata anche su siti meno noti. Su ‘Salvalascuolapubblica’ è apparso il link al “bellissimo discorso pronunciato da Piero Calamandrei sull’importanza della scuola pubblica. E’ stato richiamato spesso in questi ultimi tempi e la ragione è evidente. E’ il discorso – continua la redazione del sito per l’istruzione statale – di un grande uomo politico, insigne studioso, giurista e padre costituente. Leggerlo è come respirare aria pura dopo una vita passata in mezzo allo smog”.
Diverse anche le iniziative di piazza, che hanno preso il via il 1° marzo con un sit-in, promosso dal Pd, sotto palazzo Chigi, in difesa di ‘Una scuola pubblica garanzia della libertà’. “La riforma Gelmini fa schifo”, ha detto senza mezzi termini Rosy Bindi, la presidente del Pd, sotto la Galleria Alberto Sordi, mentre su Roma si scatenava un nubifragio. “Berlusconi – ha continuato – dice la verità quando abbandona la lettura dei discorsi preparati e parla col cuore quando attacca il Colle, la Costituzione, la magistratura e la scuola pubblica”. Gli faceva eco, poco più in là, il capogruppo del Pd alla Camera Dario Franceschini: “la mobilitazione trasversale dell’opinione pubblica è importante perchè gli insulti di Berlusconi sono uno schiaffo in faccia a studenti, agli insegnanti e a migliaia di lavoratori che tirano avanti in una situazione di disagio e nonostante le poche risorse a disposizione. Insultare la scuola pubblica è come insultare lo Stato”.

Ma contro il Premier ed il Governo non si muovono solo i partiti: diverse iniziative spontanee sono state attivate direttamente dagli insegnanti. Dal Trentino alla Puglia, in questi giorni il dissenso si sta propagando via sms, attraverso i messaggi dei cellulari. A Roma, sempre il 1° marzo, migliaia di docenti hanno ricevuto questo messaggio: “domani a mezzogiorno un minuto di silenzio per l’offesa agli insegnanti della scuola pubblica da parte del presidente del consiglio”.

Per domenica 6 marzo, l’Associazione nazionale del libero pensiero Giordano Bruno ha organizzato a Roma il convegno `Scuola libera se statale’: “la scuola – ha detto la presidente Maria Mentello – educa ad essere padroni della propria mente. Compiti alti e delicati che solo un’istruzione che non ha padroni né fideismi può assolvere. Questa scuola libera è solo la scuola statale: che dà fastidio soltanto a chi non vuole cittadini, ma sudditi”.

Una più ampia mobilitazione è prevista poi per sabato 12 marzo, la data prescelta da Articolo 21 e a cui hanno già aderito diversi partiti, associazioni e movimenti. Ci saranno anche gli studenti: “saremo di nuovo in piazza – ha detto Sofia Sabatino, della Rete degli studenti medi – per difendere la dignità e diritti dell’Italia, per difendere la scuola e l’università pubblica, per gridare che questo paese non è più disposto a sentire quelle parole e a vedere negata e stravolta la Costituzione Italiana”. Secondo la rappresentante degli studenti medi è evidente che “il premier sogna un Paese in cui nulla sfugge al suo controllo, alle sue televisioni e al suo modello culturale: finanziare i privati e aumentare i costi per andare a scuola rende impossibile per tutti gli studenti accedere alle conoscenze. Il risultato è quello di avere una dispersione scolastica altissima e cittadini sempre più ignoranti”.

Poi sarà la volta dei sindacati, in particolare della Flc-Cgil, che ha confermato (autorizzazione permettendo…) lo sciopero del 25 marzo che coinvolgerà tutti i settori della conoscenza (scuola, università e ricerca): ora più che mai, ha sottolineato il segretario generale Pantaleo, “occorre una risposta forte e penso che lo sciopero generale che la Cgil ha indetto deve unire tutti coloro che vogliono difendere il diritto delle persone alla libertà, al sapere e al lavoro”.

La Tecnica della Scuola 02.03.01

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La pioggia non ferma il sit-in,Pd: «Premier insulta lo Stato»

L’ondata di indignazione che si è sollevata dopo le parole del premier Silvio Berlusconi contro la scuola pubblica ‘travolge’ lo shopping romano: fuori dalla Galleria Alberto Sordi (ex Colonna), sul marciapiede che guarda verso palazzo Chigi, questo pomeriggio decine di persone si sono radunate per contestare il presidente del Consiglio in un sit-in organizzato dal Pd. Il gotha del partito si è mescolato a manifestanti e curiosi. Mancava il segretario Bersani, ma c’erano la presidente dei Democratici, Rosy Bindi, la presidente dei senatori Pd, Anna Finocchiaro, il capo dei deputati, Dario Franceschini. E con loro la responsabile Scuola, Francesca Puglisi, le deputate esperte di istruzione Maria Coscia e Manuela Ghizzoni, i senatori della commissione Cultura Antonio Rusconi e Albertina Soliani. Pioggia battente fuori dalla Galleria e cuori palpitanti dentro, desiderosi di difendere la scuola pubblica «dal vergognoso attacco del premier e del governo». E da una riforma che «fa schifo», ha detto senza mezzi termini Bindi: «È una riforma che umilia il paese e penalizza le giovani generazioni. Berlusconi ora sta usando tutti gli argomenti possibili pur di scambiare qualcosa con un pezzo del mondo cattolico, ma gli italiani non ci cascano. Il governo ha ereditato un sistema dell’istruzione competitivo, ma con la riforma della Gelmini sta distruggendo una delle istituzioni pubbliche più importanti dell’Italia».

«Per una scuola pubblica garanzia del libero pensiero», recitava uno degli striscioni srotolati dai manifestanti, l’altro citava l’articolo 34 della Costituzione che garantisce l’accesso agli studi ai meritevoli privi di mezzi. Oggi è stato il punto di partenza di altre iniziative che verranno: la consegna, l’8 marzo, delle firme con la richiesta di dimissioni per il premier, la manifestazione in difesa della Costituzione il 12 marzo. «Il 25 noi saremo anche in sciopero- ha ricordato Mimmo Pantaleo, della Flc Cgil- che sarà caratterizzato dal no all’attacco nei confronti della scuola pubblica». Mentre l’8 aprile, spiega Francesca Puglisi, ci sarà una «notte bianca in difesa della scuola a Bologna, Torino, Napoli e Milano», le città dove si vota per le amministrative. «E in Parlamento- continua Puglisi- siamo impegnati per la cancellazione della terza tranche di tagli sulla scuola e per la stabilizzazione di 100mila precari. I soldi ci sono». «La mobilitazione trasversale dell’opinione pubblica è importante perchè gli insulti di Berlusconi sono uno schiaffo in faccia a studenti, agli insegnanti e a migliaia di lavoratori che tirano avanti in una situazione di disagio e nonostante le poche risorse a disposizione. Insultare la scuola pubblica ècome insultare lo Stato- ha sottolinato Franceschini-. Berlusconi insulta perchè pensa che, sollevando polveroni, riuscirà a coprire i suoi guai giudiziari».

L’Unità 02.03.11

Giovani disoccupati,è nuovo record. Anche gli inattivi sono sempre di più", di Laura Matteucci

La disoccupazione continua a macinare record. A gennaio gli occupati sono 83mila in meno rispetto a dicembre (-0,4%, il dato peggiore da settembre 2009), 110mila in meno rispetto a un anno fa, e la disoccupazione giovanile (tra i 15 e i 24 anni) vola al 29,4%, il dato più alto dal 2004, anno di inizio delle serie storiche dell’Istat. Siamo alle solite, come dice il segretario Pd Pierluigi Bersani, che indica nel governo il primo responsabile: «Non ci stiamo occupando del paese, non abbiamo un governo: si procede col pilota automatico e non si mette mano a nulla. Se non si sblocca la situazione i mesi che perderemo oggi li pagheremo duramente domani». Susanna Camusso, segretaria Cgil, richiama l’attenzione sul rischio che la già scarsa ripresa sia «senza occupazione».A preoccupare è soprattutto la «moltiplicazione» delle forme precarie di lavoro, che fanno sì che i giovani restino senza prospettive. Una situazione che spinge anche Raffaele Bonanni, segretario Cisl, a tirare il governo per la giacca, chiedendo «un’economia più solida, una strategia economica più opportuna», «ci vuole un risveglio del Paese, altrimenti avremo incubi nei prossimi tempi». I CONTI A fare i conti con la disoccupazione sono 2milioni 145mila persone, 2mila in più solo rispetto a dicembre, e 58mila in più rispetto a un anno fa: il tasso complessivo di disoccupazione resta invece fermo, per il terzo mese consecutivo, all’8,6%, mentre è in aumento dello 0,2% su gennaio 2010. Ma, se prendiamo in considerazione solo i giovani, l’indice risulta cresciuto di 0,5 punti rispetto a dicembre e di 2,8 punti rispetto a gennaio 2010. Prosegue il calo dell’occupazione maschile: la percentuale di uomini che lavorano scende al 67,2%, ai minimi dal 2004. Il tasso di occupazione è al 56,7%, in calo sia rispetto a dicembre (-0,2%), sia su gennaio dell’anno scorso (-0,4%). E cresce anche il tasso dell’inattività (quanti non lavorano nè cercano impiego) che raggiunge il 37,8%, in aumento dello 0,2% sul mese e sull’anno, e che permette al tasso di disoccupazione di restare stabile nonostante il calo oggettivo di occupati. Senza lavoro si confermano, oltre ai giovani, le donne (pure il dato tendenziale delle occupate è in aumento dello 0,7%): il loro tasso di occupazione a gennaio è al 46,3%, con un calo di 0,2 punti su dicembre, e un lievissimo aumento di 0,1 punti rispetto a gennaio 2010. Il dato italiano è in controtendenza rispetto a quello europeo: a gennaio la disoccupazione nei 17 paesi dell’eurozona è in lieve flessione rispetto a dicembre, dal 10 al 9,9%, come ha reso noto Eurostat. Andamento analogo nel complesso dell’Ue, dove la disoccupazione è scesa dal 9,6 al 9,5%. I senza lavoro sono più di 23 milioni, di cui 15,7 nei soli paesi dell’eurozona. La Cgil chiede al governo un piano straordinario per il lavoro, che peraltro sarà al centro delle proposte della mobilitazione del sindacato in vista dello sciopero generale. Ma il ministro al Welfare Maurizio Sacconiha già il suo asso nella manica: per aiutare l’occupazione giovanile, annuncia, «è ormai prossimo il rilancio del contratto di apprendistato, così come stiamo operando per la maggiore efficacia delle politiche educative e formative»

L’Unità 02.03.11

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“Persi in un anno 110mila occupati”, di Serena Uccello

È una crescita progressiva «senza segni di cambiamento e di un’evoluzione positiva» per usare le parole di Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil. Secondo le cifre diffuse ieri dall’Istat e relative al mese di gennaio, il tasso di disoccupazione dei giovanissimi, uomini e donne tra i 15 e 24 anni, è infatti salito ancora arrivando al 29,4% con un aumento dello 0,5% sul mese precedente e del 2,8% rispetto allo stesso mese del 2010. Si tratta di un risultato record da gennaio 2004, data d’inizio delle serie storiche mensili dell’Istituto nazionale di statistica. Questo vuole che nel nostro paese un giovane su tre è senza lavoro. In Europa solo la Spagna sta peggio di noi con una disoccupazione giovanile che addirittura tocca il 43,1% (dati Eurostat). Nella Ue-17, dove il tasso di disoccupazione giovanile è al 19,9%, persino l’Irlanda si trova un gradino sopra di noi, con il 29% degli under 25 senza lavoro. Se si allarga, invece, all’Europa a 27 (dove la disoccupazione giovanile è al 20,6%), l’Italia è al quart’ultimo posto, davanti solamente a Ungheria (30,5%), Slovacchia (37.7%) e al fanalino di coda Spagna.
A ridimensionare la stato di affanno della situazione italiana, il dato complessivo sui senza lavoro. In questo caso infatti il tasso è rimasto stabile per il terzo mese consecutivo all’8,6%, con una crescita di 0,2 punti percentuali su base annua (al 9,9% nell’Eurozona e al 9,5% nell’Ue-27). In termini assoluti i disoccupati sono dunque due milioni e 145mila: + 0,1% (+2 mila unità) rispetto a dicembre. Il risultato è la sintesi della crescita della disoccupazione femminile e della flessione di quella maschile. Su base annua la crescita del numero di disoccupati è stata del 2,8% (+58 mila unità). Aumentano pure gli inattivi: + 0,5% (80 mila unità) rispetto al mese precedente. Il tasso di inattività è così risultato pari al 37,8%, dopo tre mesi in cui risultava stabile al 37,6 per cento. Quanto all’altra faccia della medaglia, gli occupati sono ventidue milioni e 831mila, in diminuzione dello 0,4% (-83 mila unità) rispetto a dicembre 2010. Nel confronto con l’anno precedente l’occupazione è scesa dello 0,5% (-110 mila unità).

La flessione, spiega l’Istat, è dovuta sia alla componente maschile sia a quella femminile. La prima è in calo rispetto a dicembre dello 0,3% (-38 mila unità) e dell’1,3% su base annua; la seconda invece ha perso lo 0,5% (-45 mila unità) in confronto a dicembre, ma è aumentato dello 0,7% nei dodici mesi. Il tasso è così risultato pari al 56,7%, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto a dicembre e di 0,4 punti rispetto a gennaio 2010. Sulla scia di questi numeri la Cgil chiede, attraverso il segretario confederale Fulvio Fammoni «un piano straordinario per l’occupazione e lo sviluppo che inverta una tendenza ormai stabile contro la propaganda di un governo a fine corsa». I dati Istat secondo Fammoni «confermano che non c’è stato alcun recupero sul drammatico dato dello scorso anno, la produzione non riprende e la base produttiva si restringe con migliaia di persone in cassa integrazione che rischiano il transito alla disoccupazione. Il piano sarà al centro delle proposte della mobilitazione della Cgil in tutte le città d’Italia in vista dello sciopero generale».
Anche la Cisl si è dichiarata allarmata: «I dati sull’occupazione sono purtroppo inequivocabili: occupazione maschile, femminile, giovanile, tassi di inattività, numero degli scoraggiati, sono tutti in peggioramento rispetto al mese precedente», sottolinea il Segretario Generale Aggiunto Giorgio Santini, che chiede il rilancio dell’apprendistato e la promozione di percorsi di riconversione produttiva, di outplacement e nuove assunzioni, anche attraverso il credito di imposta, soprattutto al sud. Mentre per Gugliemo Loy, segretario confederale della Uil «è sempre più necessario che tutte le energie economiche del sistema politico e non siano convogliate verso azioni concrete e immediate che creino le condizioni per una inversione di tendenza, come un efficace sistema di incentivi alla buona occupazione».

Il Sole 24 Ore 02.03.11

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“Disoccupazione giovanile a un passo dal 30%”, di Rosaria Amato

Sprofonda il tasso di disoccupazione giovanile, che a gennaio raggiunge il 29,4%, il valore più alto dal 2004 (inizio delle serie storiche dell´Istat). Solo Spagna (43,1%), Slovacchia (37,7%) e Ungheria (30,5%) sono in una situazione peggiore. Ma non è che agli italiani (e soprattutto alle italiane) over 25 vada tanto meglio: è vero che il tasso di disoccupazione è stabile all´8,6% per il terzo mese consecutivo, ma gli occupati calano dello 0,4% rispetto a dicembre (+0,3% gli uomini, +0,5% le donne). Si diffonde la sfiducia: gli inattivi aumentano rispetto a dicembre dello 0,5%, (+ 80.000 unità), tanto che il tasso di inattività sale al 37,8% dal 37,6% di dicembre. Su base annua la crescita del numero dei disoccupati è del 2,8% (+58.000 unità).
Una situazione lontana anni luce da quella della Germania, dove il tasso di disoccupazione a febbraio è sceso al 7,3%, attestandosi ai minimi dal ‘92. Bisogna dare «priorità alla creazione di nuovi posti di lavoro», ammette il ministro dello Sviluppo Economico Romani. Sarebbe l´ora che il governo lo facesse, replica il segretario del Pd Bersani, definendo il dato sull´occupazione «una questione serissima che il governo si ostina a negare». Altrettanto duri i sindacati, dal segretario della Cgil Camusso («dati pesantissimi») a quello della Cisl Bonanni («a pagare sono le figure più deboli»).
Per rilanciare l´occupazione femminile (il tasso è al 46,3%, contro il 67,2% maschile) il ministro del Lavoro Sacconi ha presentato alle parti sociali una bozza di linee guida per favorire la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, che prevede il telelavoro in alternativa ai congedi parentali, orari flessibili nei primi 3 anni di vita del bambino, part time, lavoro ripartito o intermittente, un buono prepagato per la baby sitter, tutte misure che usufruirebbero della detassazione del 10%.

La Repubblica 02.03.11