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"La primavera araba", di Tahar Ben Jelloun

Questa primavera in pieno inverno non assomiglia a nulla nella storia recente del mondo. Potrebbe far pensare alla rivoluzione dei garofani in Portogallo (novembre 1974), ma è diversa.
I popoli arabi hanno subìto e sono rassegnati da molto tempo. In generale, però, il Maghreb e il Machrek hanno questo in comune: l´individuo non è riconosciuto come tale. Tutto è organizzato in modo che l´emergere dell´individuo in quanto entità singolare e unica sia impedito. È la rivoluzione francese che ha permesso ai cittadini di Francia di diventare individui dotati di diritti e doveri.
Nel mondo arabo, ciò che viene riconosciuto è il clan, la tribù, la famiglia, non la singola persona. L´individuo invece sarebbe una voce, non un soggetto da sottomettere. Un individuo è una persona che ha da dire la sua e che la dice andando a votare liberamente e senza falsificazioni. In questo sta la base della democrazia – una cultura basata sul contratto sociale; si elegge qualcuno per rappresentare un popolo in un determinato periodo e poi o lo si rinnova nelle sue funzioni o lo si rispedisce a casa. Nel mondo arabo, i presidenti della repubblica si comportano come dei monarchi assoluti al punto che restano al potere con la forza, attraverso la corruzione, la menzogna e il ricatto. Bashar al-Assad è succeduto al padre Hafez al-Assad; Seif al-Islam è ritenuto il successore di suo padre Gheddafi, quando questi morirà; Mubarak ha ovviamente cercato di imporre suo figlio alla successione, ma con la rivoluzione di gennaio tutti i suoi piani sono saltati. Il principio è semplice: quando arrivano al potere, pensano di essere lì per l´eternità, che il popolo lo voglia o no. Per non indisporre troppo gli occidentali, instaurano una sorta di “democrazia formale”, giusto una maschera per gli occhi di chi li osserva. Ma è tutto nelle loro mani e non tollerano alcuna contestazione, alcuna opposizione. Il resto del tempo, considerano il Paese come una loro proprietà privata, dispongono delle sue entrate, fanno affari, si arricchiscono e mettono i loro beni al sicuro in banche svizzere, americane o europee. Quello che è successo in Tunisia e in Egitto è una protesta morale ed etica. È un rifiuto assoluto e senza mezzi termini dell´autoritarismo, della corruzione, del furto dei beni del Paese, rifiuto del nepotismo, del favoritismo, rifiuto dell´umiliazione e della illegittimità che è alla base dell´arrivo al potere di questi dirigenti il cui comportamento prende a prestito molti metodi dalla mafia. Una protesta per stabilire un´igiene morale in una società che è stata sfruttata e umiliata fino all´inverosimile.
È per questo che non è una rivoluzione ideologica. Non c´è un leader, non c´è un capo, non c´è un partito che porta avanti la rivolta. Milioni di persone qualunque sono scese in strada. È una rivoluzione di tipo nuovo: spontanea e improvvisata. È una pagina della storia scritta giorno per giorno, senza una pianificazione, senza premeditazione, senza intrallazzi, senza trucchi. La responsabilità dei dirigenti europei è importante nel mantenimento di questi regimi impopolari e autoritari. Essi tacciono e lasciano fare usando due scuse: 1. pensano che Mubarak, come Ben Ali, sia lì per impedire che si stabilisca una repubblica islamica in stile iraniano; 2. pensano che non dicendo loro che devono rispettare i diritti dell´uomo, si assicureranno succosi affari. Su entrambe le cose si sbagliano.
La rivoluzione iraniana è stata possibile perché lo sciismo è strutturato gerarchicamente (himam, mollah, ayatollah ecc.). Per gli sciiti, l´islam è politico o non è (è questo che aveva dichiarato Khomeini al suo arrivo a Teheran). L´islam sunnita non ha mai pensato la pratica religiosa in modo gerarchico. Nel Corano si dice che nell´islam non ci sono sacerdoti. Né preti, né rabbini, né ayatollah. Sul piano politico, la società araba è attraversata da diverse correnti islamiche; la corrente fondamentalista non è il solo movimento presente in Egitto. Non c´è ragione di pensare che i fondamentalisti arrivino al potere, a meno che non si verifichi un colpo di Stato militare, il che vorrebbe dire che tutto l´esercito è fondamentalista, cosa assurda. Se c´è una democrazia, questo vuol dire che c´è multipartitismo, che ci sono differenze e opinioni diverse che si fronteggiano in un campo politico libero.
Quanto al secondo punto, gli occidentali chiudono gli occhi ovunque possano fare affari, che sia in Cina, in Libia o in Algeria. Ma da quando Barack Obama ha invocato il rispetto dei diritti dell´uomo davanti al suo ospite cinese, nel gennaio 2011, non è più possibile anteporre gli affari ai diritti dell´uomo. Tutto ciò è avvolto da ipocrisia e accondiscendenza. Abbiamo appena saputo che alcuni ministri francesi accettavano inviti in Tunisia, in Egitto, e facevano coppia perfetta con dittatori di cui sapevano tutto, compreso il modo in cui torturavano e facevano sparire gli oppositori del governo. Queste rivoluzioni di oggi avranno almeno un vantaggio: più niente sarà come prima. Quanto agli altri Stati arabi in cui sussistono gli ingredienti affinché qualcosa si muova e ci si ribelli, credo che riformeranno il loro sistema e saranno più vigili sul rispetto dei diritti della persona. Il cittadino non sarà più un soggetto sottomesso ad un potere arbitrario e sprezzante; diventerà un individuo con un nome, una voce e i suoi diritti.
Il testo è tratto da «La rivoluzione dei gelsomini – Il risveglio della dignità araba» di Tahar Ben Jelloun (Bompiani, traduzione di Anna Maria Lorusso) esce il 2 marzo

La Repubblica 01.03.11

"L’Ue sanziona, l’Italia si accoda", di Mariantonietta Colimberti

Ancora nessuna decisione formale sul Trattato con Gheddafi. Bruxelles approva all’unanimità le sanzioni contro il regime di Muammar Gheddafi e gli Stati Uniti li si preparano a inviare due squadre di operatori umanitari alle frontiere della Libia con la Tunisia e l’Egitto e, forse, ad iniziare il riposizionamento delle forze navali e aeree per essere preparati a qualunque evenienza, ma non si scioglie l’ambiguità del governo italiano nei confronti del vecchio alleato con l’anello da baciare.
Sono finora rimasti inascoltati gli appelli dell’opposizione, Pd in testa, perché l’esecutivo e il parlamento insieme compiano un atto formale per sospendere il trattato bilaterale stipulato da Berlusconi con Gheddafi nell’agosto 2008 e ratificato in via definitiva nel febbraio 2009.
Nessun passo avanti concreto, infatti, è venuto ieri dai ministri più interessati alla vicenda. Né da Ignazio La Russa, che dopo le gaffe di questi giorni (la mancata presenza, venerdì scorso, alla riunione con i colleghi europei e con il segretario della Nato Rasmussen in Ingheria; poi l’allegra affermazione sulla sospensione «di fatto» del trattato con la Libia) ieri si è lanciato in una retorica e inutile nella sostanza dichiarazione: «Quando si tratta di diritti umani, di fermare violenze drammatiche, non c’è nessun trattato che può frapporsi, in maniera decisiva, alle attività necessarie». Né, tantomeno, da Franco Frattini, che si è lanciato in una excusatio insolitamente muscolosa sull’accordo con Tripoli: «Fu necessario perché l’Ue non lo aveva fatto e l’Italia non poteva affrontare da sola il problema dell’immigrazione clandestina. L’Italia non accetta di essere la guardia costiera dell’Unione europea. Era assolutamente necessario avere un accordo per fermare il flusso di immigrati diretti in tutta Europa, non in Italia».
Resta il fatto che, come ha sottolineato domenica il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, dalla Annunziata a In mezz’ora, «nel trattato ci sono scritte con chiarezza alcune cose, rispetto alle quali o c’è sospensione formale o ci chiamiamo fuori rispetto alle scelte che Usa, Gb, Francia decideranno di assumere».
Sia Letta, sia il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini, hanno chiesto che l’atto giuridico sia compiuto «dal governo, con un atto che sia anche del parlamento.
E ieri un altro esponente dell’Udc, Roberto Rao, relatore della proposta di legge che adegua l’ordinamento interno alle disposizioni dello Statuto della Corte penale internazionale, ha lanciato l’allarme: finché il nostro paese non approverà quella legge, Gheddafi potrebbe anche stabilirsi in Italia senza correre il rischio di essere consegnato al Tribunale penale internazionale, come chiesto dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. «L’Italia – ha detto ancora Rao – si è posta, almeno da un punto di vista pratico, sullo stesso piano di quei paesi che non hanno sottoscritto il trattato istitutivo della Corte penale internazionale».
Il Consiglio dell’Unione europea, intanto, ha approvato la messa in atto della risoluzione Onu 1970 e una serie di sanzioni complementari nei confronti di Gheddafi e della sua famiglia, tra cui il congelamento dei beni e il blocco dei visti. (in tutto queste ultime misure dovrebbero riguardare 26 persone). Il Consiglio ha anche proibito il commercio con la Libia relativo a materiale «che può essere usato per la repressione interna». L’iniziativa comunitaria è il frutto di una procedura accelerata, con la quale l’Unione europea ha dunque introdotto l’embargo sulla vendita di armi alla Libia, oltre al congelamento dei beni e il divieto di espatrio per Gheddafi e i suoi uomini. Il congelamento dei beni, hanno precisato fonti Ue, riguarda solo persone fisiche e non giuridiche come i fondi sovrani (Libyan Foreign Investment Company e Libyan Investment Authority) o la Banca centrale libica, ovvero gli organismi che detengono quote rilevanti in alcune società quotate italiane.
Insomma, alla fine l’Ue si è mossa, anche se c’è da registrare il rinnovato e forte protagonismo Usa si farà sentire nel Mediterraneo. Hillary Clinton ha affermato di ritenere utile una no fly zone, nei giorni scorsi considerata di difficile attuazione dalla Nato e dai ministri della difesa europei. Quanto ai rapporti con il Consiglio nazionale libico di Bengasi, Frattini si è vantato del fatto che «soltanto l’Italia» avrebbe dei contatti, aggiungendo di trincerarsi dietro il riserbo «per non pregiudicare persone che hanno messo a rischio la loro vita».

da Europa Quotidiano 01.03.11

"Firme, primarie. Il Pd ci crede un po’ di più", di Rudy Francesco Calvo

Oltre i dieci milioni per “Berlusconi, dimettiti!”
«Non sarà così sempre, perché tutto cambierà», cantava Neffa sul palco di piazza San Giovanni lo scorso 11 dicembre, giorno dell’ultima grande manifestazione nazionale del Pd. Da allora, in effetti, sembra che qualcosa sia cambiato: non il governo (anche se era quello che quella piazza si augurava…), ma piuttosto il rapporto dei Democratici con il paese. La partecipazione alle primarie di Torino è un segnale positivo, anche se limitato a una città storicamente certo non ostile. L’inversione di tendenza nei sondaggi, con il Pd che torna a crescere e un riequilibrio tra le due principali coalizioni, è registrata positivamente anche dai più scettici.
Se questo non bastasse, poi, a dare il segno del nuovo clima che monta attorno al Nazareno c’è il risultato raggiunto con la raccolta di firme sotto l’appello Berlusconi, dimettiti!. In poco più di un mese, la soglia prefissata di dieci milioni di sottoscrizioni è stata già superata e la mobilitazione proseguirà fino all’8 marzo, quando gli scatoloni saranno portati da tutto il paese nella Capitale e Bersani in persona proverà a consegnarne almeno una parte direttamente a palazzo Chigi. «Avevamo intuito per primi i temi della crisi – ripete il segretario del Pd – adesso stiamo cominciando a raccogliere i risultati del nostro lavoro».
Nessuno si illude che quelle firme possano essere tradotte automaticamente in voti, quando sarà il momento di andare alle urne. D’altra parte, l’appuntamento con le elezioni politiche appare oggi più lontano di quanto si pensasse fino a poche settimane fa. Ma il fatto che si siano avvicinati ai banchetti allestiti dai dem in tutta Italia anche elettori di altri partiti o ancora incerti viene interpretato come una dimostrazione della capacità del Pd di fare da traino a tutto l’arco delle forze anti-berlusconiane.
Un ruolo importante, soprattutto in un momento in cui Vendola e soprattutto Fini, ossia due dei principali leader alternativi di questo schieramento, sembrano perdere la loro spinta propulsiva.
Per Bersani, d’altronde, quello dell’alleanza costituzionale resta il punto di riferimento della sua azione politica, poco conta se le elezioni si allontanano e gli altri partiti pensano più a se stessi che a ricercare un’intesa col Pd. Per il segretario dem, «quando Berlusconi si farà da parte, ci sarà bisogno di lavorare tutti insieme».
Un’analisi che la minoranza di Movimento democratico non condivide: i veltroniani preferirebbero piuttosto un maggior impegno nella definizione dell’identità e del programma del partito.
I vertici del Nazareno vedono invece un incoraggiamento a lavorare in questa direzione anche nelle manifestazioni spontanee che stanno emergendo in queste settimane dalla società civile. Anzi, «civica », sottolinea Bersani, in quanto non si oppone ai partiti, ma si muove indipendentemente da questi. Il primo appuntamento è stato quello del 13 febbraio, in cui prevaleva il segno di genere, il prossimo è già fissato per il 12 marzo, A difesa della Costituzione.
Gli organizzatori, a partire dall’associazione Articolo 21, hanno accolto l’invito di Dario Franceschini di affiancare al tema delle regole anche la difesa della scuola pubblica. E un primo assaggio di questa mobilitazione si avrà oggi a Roma, nel corso di un sit-in organizzato dai dem sotto palazzo Chigi. Piuttosto che una prova di forza sotto le proprie insegne, per far crescere il clima di opposizione al governo il Pd preferisce ritrovarsi in una piazza convocata da altri, ma che non sente più ostile.
Ovviamente, verrà il tempo in cui si cercherà di “capitalizzare” anche in chiave elettorale questo nuovo clima che monta nel paese. Il primo appuntamento utile saranno le amministrative del 15 maggio.
L’avvio della “campagna di primavera” è fissato per la prossima settimana (10-11 marzo), quando si svolgerà a Milano l’assemblea nazionale degli amministratori del Pd, alla quale parteciperanno anche i candidati del partito nei principali comuni chiamati a rinnovare il sindaco. Al Nazareno non si fanno illusioni: il risultato di cinque anni fa, quando il centrosinistra prevalse nettamente, non sembra ripetibile. Più realistico appare invece il confronto con le più recenti elezioni politiche e regionali. Ma si guarda con attenzione anche all’atteggiamento del Terzo polo, soprattutto nelle città in cui si andrà al ballottaggio, per capire se la prospettiva dell’alleanza costituzionale rimane ancora praticabile.

da Europa Quotidiano 01.03.11

"La distruzione della scuola pubblica", di Salvatore Settis

È bello che l’onorevole Gelmini, nel commentare le dichiarazioni del presidente del Consiglio sulla scuola, abbia citato la Costituzione. Peccato che l’abbia citata a sproposito, capovolgendone il senso. Secondo l´on. Gelmini, «Il pensiero di chi vuol leggere nelle parole del premier un attacco alla scuola pubblica è figlio della erronea contrapposizione tra scuola statale e scuola paritaria. Per noi, e secondo quanto afferma la Costituzione italiana, la scuola può essere sia statale, sia paritaria. In entrambi i casi è un´istituzione pubblica, cioè al servizio dei cittadini». Ma la Costituzione non dice questo, dice il contrario (art. 33). Dice che «la Repubblica detta le norme generali sull´istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi». Che «enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Dice che «la legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali». L´art. 34 aggiunge che «l´istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita», e prescrive che la Repubblica privilegi, con borse a aiuti economici alle famiglie, «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi». La Costituzione stabilisce dunque una chiarissima gerarchia. Assegna allo Stato il dovere di provvedere all´educazione dei cittadini (obbligatoria per i primi otto anni) e di garantirne l´uguaglianza con provvidenze ai «capaci e meritevoli». Fa della scuola di Stato il modello a cui le scuole private devono adeguarsi, e non ipotizza nemmeno alla lontana due modelli di educazione alternativi e concorrenti. Ma come può esser mantenuta l´efficacia del modello, se la scuola pubblica viene continuamente depotenziata tagliandone personale e risorse, e per giunta irridendo chi ci lavora? Lo smottamento in direzione della scuola privata comincia coi governi di centro-sinistra (decreti Berlinguer del 1998 e 1999, legge 62 del 2000, governo D´Alema), e coi governi Berlusconi diventa una frana: si taglia la scuola pubblica e si incrementano i contributi alla scuola privata, sia in forma diretta che con assegni alle famiglie, e senza alcun rispetto per il merito degli allievi. A meno che il merito non consista, appunto, nell´aver scelto una scuola privata. Ed è dal 1999 (riforma Bassanini) che il ministero oggi ricoperto dall´on. Gelmini non si chiama più “della Pubblica Istruzione”, ma “dell´Istruzione” (senza “pubblica”). Anziché inveire contro «la scuola di Stato dove ci sono insegnanti che vogliono inculcare negli alunni principi contrari a quelli che i genitori vogliono inculcare ai propri figli», ipotizzando una scuola pubblica dominata dalla sinistra, Berlusconi dovrebbe dunque ringraziare la sinistra per aver inaugurato con tanto successo la deriva in favore della scuola privata. Ancora una volta, l´uomo che per il suo ruolo istituzionale dovrebbe rappresentare lo Stato e il pubblico interesse agisce dunque come il leader dell´anti-Stato. A una Costituzione che assegna allo Stato il compito di dettare regole sulla scuola e di imporre ai privati il rispetto delle stesse regole (e l´onere di cercarsi i finanziamenti dove credono), si va così sostituendo, con l´applauso del ministro della già Pubblica Istruzione, una Costituzione immaginaria, nella quale “libertà” vuol dire distruzione della Scuola pubblica, vuol dire convogliare i finanziamenti pubblici sulle scuole private, vuol dire legittimare l´idea che nelle scuole pubbliche si «inculcano» principi antilibertari, mentre nelle scuole private tutto è automaticamente libero, perfetto, “costituzionale”. Eppure nel riformare la scuola, uno dei pochissimi provvedimenti di un governo che ha il record dell´inazione e della paralisi, l´on. Gelmini si è fondata sull´articolo 33 della Costituzione, secondo cui «la Repubblica detta le norme generali sull´istruzione». E´ lo stesso articolo che, una parola dopo, stabilisce la centralità e la priorità della scuola pubblica, disprezzata dal presidente del Consiglio. Ma la “Costituzione materiale” di cui si va favoleggiando (cioè l´arma impropria con cui si vuol demolire l´unica e sola Costituzione, quella scritta) ha ormai come principio fondamentale il cinico abuso di quanto, nella Costituzione, può esser distorto a beneficio di una “libertà”, quella del premier, che consiste nell´elogiare l´evasione fiscale in un discorso alla guardia di Finanza (11 novembre 2004), nell´attaccare ogni giorno la magistratura, nel regalare al suo amico Gheddafi cinque miliardi di dollari tolti alla scuola, al teatro, all´università, alla musica, alla ricerca, alla sanità, nel consegnare il territorio del Paese alla speculazione edilizia, nel legittimare col condono chi viola le leggi, nel creare per se stesso super-condoni, usando le (sue) leggi contro la forza della Legge. «Inculcare principi»: questa la concezione dell´educazione (pubblica o privata) che Berlusconi va sbandierando. Fino a quando lasceremo che «inculchi» impunemente nell´opinione pubblica l´idea perversa che compito di un governo della Repubblica è smantellare lo Stato, sbeffeggiando chi serve il pubblico interesse?

La Repubblica 01.03.11

"12 marzo: per la Costituzione e per la Scuola", di Federico Orlando

Per una volta, vorrei ricordare di essere (stato) figlio di due insegnanti, che per tutta la vita si sono considerati sacerdoti dello Stato unitario. Credo che da sabato troveranno ancor meno pace nelle loro tombe. Un rinviato a giudizio per prostituzione minorile e concussione si aggrappa al potere e alla credibilità facendosi garante presso una parte della Chiesa contro un milione di maestri elementari, professori di ginnasi, licei e istituti, presidi e collaboratori scolastici, e contro un altro milione almeno di cittadini “diversi” in natura (gay) o all’anagrafe (singoli), che aspirerebbero a un’unione di fatto o a un’adozione. Il tutto, mentre dall’altra sponda del Tevere si cannoneggia contro i medici per aborti “presunti terapeutici” e i farmacisti per la pillola del giorno dopo. Sembra che il momento del massimo inabissamento morale delle nostre istituzioni rappresentative venga colto dalla parte più reazionaria della gerarchia per esasperare in termini di guerra religiosa ciò che andrebbe risolto con pragmatico realismo; e per ottenere ulteriori vantaggi legislativi e finanziari dal governo morente: come si deduce dalla comunicazione della stessa Conferenza episcopale, che nell’ultimo anno il numero degli studenti iscritti all’ora di religione è diminuito di un altro 1 per cento mentre il numero degli insegnanti di religione (prevalentemente laici e donne) è aumentato di altre 1200 unità.
Ci dispiace per i tanti cattolici onesti, a cominciare dai nostri familiari, ma da cittadini siamo interessati innanzitutto alle istituzioni democratiche, sottoposte al fuoco del raìs di Arcore: e ci rivolgiamo ai ragazzi, agli insegnanti, a madri e padri perché il 12 marzo vadano alla manifestazione di Articolo 21 “Per la Costituzione e per la Scuola”, in continuità con la manifestazione delle Donne; e ci rivolgiamo al supremo garante delle istituzioni, il presidente della Repubblica, pregandolo di lavare il fango contro la scuola con lo stesso stile e contenuto culturale dell’incontro della scorsa settimana, promosso al Quirinale, su funzione e sviluppo della lingua nei 150 anni dell’unità. Centocinquant’anni fa in Italia il 70 per cento della popolazione era analfabeta. Questo era il prodotto del feudalesimo degli stati e del monopolio scolastico della Chiesa. Sarebbe fondamentale che le grandi istituzioni culturali tornassero al Quirinale per una riflessione sui 150 anni della scuola pubblica in Italia. Il vecchio provveditore Nicola D’Amico, per anni collaboratore scolastico del Corriere della sera (che oggi relegava la rivolta di scuole e famiglie contro Berlusconi a pagina 14), ha appena pubblicato una monografia di 800 pagine Storia e storie della scuola italiana, Zanichelli: che parte dalla riforma sabauda del 1859, legge Casati. Con la quale si iniziò la civilizzazione degli italiani e continuò il braccio di ferro tra lo stato moderno e la chiesa, iniziatosi nel 1851 con le leggi Siccardi.
Quel braccio di ferro continua, come si vede, e le cialtronaggini dette sabato ai “cristiani riformisti” (riformisti?) contro la scuola pubblica ne sono un’aggiunta elettorale. La destra è impegnata da anni su un doppio binario, a parole manda alla scuola direttive europee, come “lavorare per competenze”. Nei fatti, Tremonti, Gelmini, Brunetta stravolgono finanziamenti, ordinamenti, programmi, corpi docenti, riducono le ore di presenza a scuola, si evade dai laboratori dove bisognerebbe tradurre in progetti le nozioni apprese teoricamente in aula; gli insegnanti non si aggiornano e vengono accusati di “fancazzismo” dalle Pravde arcoriane, le non poche famiglie che applaudono a Ruby tirano fuori gli artigli contro maestri e professori se solo si permettono di redarguire o dare un’insufficienza ai figli, resi scostumati e ignoranti dalla scostumatezza e dall’ignoranza di quelle famiglie.
Purtroppo, errori di pedagogia, che hanno spinto verso questi traguardi, sono stati compiuti non solo da ministri dell’istruzione che nei primi decenni della repubblica “democratizzarono” la scuola e con quella splendida copertura ne iniziarono la tacita dequalificazione a favore della scuola a pagamento; ma anche da spiriti missionari cattolici e comunisti, come don Milani e Gianni Rodari, troppo ossequiati dalla cultura acritica. Ora, benché tardi, la cultura laica riporta anche loro alle loro responsabilità. Paola Mastrocola ha fatto centro nuovamente con Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, Guanda; e ci sgomenta il suo quadro di menomazione intellettuale dei ragazzi, invano mascherata dal luddismo di telecomando, tastiera, cd, pc, i-Pod, i-Pad, palmari, telefonini multiuso (compreso l’ autofotografarsi lascivo) che al vescovo di San Marino, intervistato dalla Stampa, non dice nulla, come nulla dice “la moralità del premier perché il problema sono i Dico e le leggi laiciste”. Don Milani – ha ricordato Cesare Segre parlando della Mastrocola – predicò in buona fede “contro il babau del nozionismo, svalutando cioè il concetto di nozione come conoscenza: donde l’avversione per il sapere letterario e in particolare linguistico, considerati appannaggio dei ricchi”. E sempre in buona fede l’ottimo Gianni Rodari decretò “la vittoria della fiaba sulla razionalità e sulla storia”, e trasformò l’aula scolastica in palcoscenico, dove gli scolari, “distolti dallo studio, mettevano allegramente in gara la loro pretesa inventività”.
I risultati di quella “scuola del fare” sono uguali ai risultati di questo “governo del fare”, forma senza sostanza, smanettamenti senza dottrina, affabulazione senza nozioni, bungabunga senza amore, distruzione senza ricostruzione. Così Mario Draghi dice che stiamo uccidendo la nostra potenziale maggiore ricchezza, i giovani. Ma per questo delitto sono competenti i cittadini, non i pm.

www.articolo21.org

"Un paese fondato sulla scuola: così l’istruzione ha unito l’Italia", di Benedetto Vertecchi

L’imbarazzo che in modo sempre più evidente le forze politiche di maggioranza manifestano nei confronti delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario della proclamazione dello Stato unitario sta avendo come conseguenza la rinuncia a considerare la ricorrenza come un’occasione per riflettere su che cosa è cambiato nel secolo e mezzo che ci separa dal 1861. Invece di porre l’attenzione sui processi di trasformazione che hanno interessato la struttura della popolazione e le condizioni della vita quotidiana, la cultura e le attività produttive, si sta assistendo all’evocazione più o meno convinta di eventi ormai lontani, ma che sembrano ancora più lontani se si prescinde dal coglierne le implicazioni su quanto è avvenuto nel seguito. Ne deriva che l’enfasi sia posta sugli eventi che segnarono il compimento del disegno unitario, e che restino sullo sfondo, o siano del tutto ignorati, aspetti della realtà nazionale che costituivano un problema e che anche oggi richiedono risposte complesse. E sono risposte che suppongono interpretazioni non rituali dell’identità nazionale e del modo in cui tale identità si è venuta evolvendo. Se oggi ricordiamo il 1861 non è perché in quell’anno qualcosa si è concluso, ma perché qualche altra cosa, ben più rilevante, quell’anno ha avuto inizio. È proprio ciò che nel 1861 ha avuto inizio la ragione dell’imbarazzo che si manifesta nella Destra al governo: lo Stato unitario ha avviato processi di trasformazione e di modernizzazione che nel tempo hanno prodotto i tratti distintivi della popolazione italiana, quei tratti che si vorrebbero negare col richiamo ad una fantasiosa antropologia localista per affermare altre supposte identità. Del resto, il raggiungimento dell’Unità nazionale di per sé non risolveva alcuna delle difficoltà che segnavano la vita quotidiana in un paese arretrato, in gran parte analfabeta, toccato ancora solo marginalmente dallo sviluppo dell’industria e dei trasporti. Semmai, disporre di più ampi riferimenti faceva apparire ancora più gravi questi limiti. In quel contesto risultò evidente che lo sviluppo dell’istruzione avrebbe rappresentato una condizione centrale per la crescita sociale ed economica. Non che da questa consapevolezza siano derivati atteggiamenti unanimi e decisioni subito coerenti. Ma, anche se in modo incerto e contraddittorio, con l’Unità si avviava la costruzione del sistema scolastico italiano. La scuola sarebbe stata alla base del diffondersi di unnuovo sentire, nel quale il superamento di una condizione secolare di ignoranza appariva strettamente associato all’affermazione di un’idea di progresso. Alla crescita della scuola corrispose il diffondersi nelle diverse classi sociali della conoscenza della lingua italiana, prima limitata a poche aree del paese o agli strati favoriti della popolazione che avevano ricevuto almeno alcuni rudimenti di istruzione. Fu ben presto evidente che le scuole sarebbero state uno strumento essenziale di crescita non solo per ciò che riguardava la diffusione dell’alfabeto,ma anche per modificare gli stili e le pratiche della vita quotidiana. Ben presto tuttavia si manifestò il conflitto che avrebbe a lungo caratterizzato lo sviluppo dell’educazione scolastica in Italia (più che in altri paesi) fra quanti sostenevano che la popolazione destinata a svolgere attività subalterne e ripetitive non avesse bisogno di istruzione e i sostenitori della sua necessità non solo ai fini produttivi,ma anche della vita sociale e politica. Al liberismo economico, che dominava lo scenario politico nello stato unitario lasciando che bambini e ragazzi fossero avviati precocemente al lavoro e dovessero subire le conseguenze della fatica fisica e della permanenza prolungata in ambienti malsani, si andava opponendola consapevolezza che attraverso le scuole si sarebbe potuta ottenere una migliore qualità delle condizioni di esistenza. Anche se con lentezza, fu questa consapevolezza che finì con l’affermarsi. A scuola i bambini impararono non solo a leggere, scrivere e far di conto, ma ad aver cura del proprio corpo, a osservare alcune importanti norme igieniche, a eseguire esercizi fisici. Le scuole, soprattutto al livello primario, non si limitavano a incoraggiare comportamenti che avrebbero avuto ricadute positive nel seguito della vita, ma assumevano funzioni diagnostiche che sarebbe stato molto improbabile fossero svolte da altri: ai maestri si chiedeva di verificare i progressi nella dentizione, la crescita della statura, l’eventuale apparire di malformazioni nella struttura ossea, di ghiandole linfattiche, di lunette sulle unghie eccetera. Sulle cattedre comparvero le bottiglie di olio di fegato di merluzzo, che ebbero sullo sviluppo di più generazioni un ruolo altrettanto positivo dell’istruzione. Chi consideri le caratteristiche attuali della popolazione italiana e le ponga a confronto con quelle che i documenti d’epoca indicavano come correnti negli anni attorno all’Unità non può che prendere atto che i cambiamenti intervenuti hanno mutato sostanzialmente il profilo sociale, culturale e fisico degli italiani. Certo, non tutto si deve solo alla scuola; o, meglio, non tutto si deve solo alla scuola, ma è certo che quanto oggi appare positivamente trasformato non avrebbe potuto esserlo senza la scuola. L’imbarazzo che circonda l’anniversario del raggiungimento dell’Unità è più che mai evidente se si considera l’ostinazione con la quale i governi della Destra stanno cercando di contrastare il ruolo che la scuola, e in particolare la scuola dello stato, ha assunto nel progresso del paese e nel prodursi del profilo della popolazione italiana. La scuola ha proseguito e perfezionato il disegno unitario del Risorgimento, conferendo significato di cittadinanza all’uso della lingua e all’acquisizione della cultura tramandata dalla tradizione. Ridurre il ricordo del 1861 all’evocazione di eventi lontani, o respingere del tutto tale ricordo, non è possibile fin quando il sistema scolastico, per quanto mortificato da interventi poveri di interpretazioni e solo preoccupati di limitare la spesa, continuerà ad affermare il valore della scelta nazionale compiuta centocinquanta anni fa.

L’Unità 01.03.02

E’ modenese la parlamentare più “produttiva”

L’on. Manuela Ghizzoni del Pd è in cima alla classifica stilata dal secondo Rapporto sull’attività parlamentare di Openpolis. La deputata più produttiva è Manuela Ghizzoni, 49 anni, carpigiana, capogruppo del Pd in commissione Istruzione e cultura della Camera. A decretarlo è il secondo rapporto sull’attività del Parlamento curato dall’associazione Openpolis. La parlamentare modenese si piazza al primo posto nella classifica delle onorevoli con un indice di produttività di 486,9 e una percentuale di assenze del 4,3 per cento. Al 10° posto un’altra modenese, la vicecapogruppo del Pdl, Isabella Bertolini. Nella classifica regionale della produttività l’on. Ghizzoni è prima assoluta davanti all’on. Cazzola del Pdl e all’on. Polledri della Lega. Nella classifica generale, che comprende sia uomini che donne, la parlamentare modenese si piazza al 9° posto, davanti ad Antonio Di Pietro.

Rispetto alla prima edizione il secondo Rapporto sull’attività parlamentare prende in considerazione non solo la quantità ma anche i risultati del lavoro svolto dai parlamentari. In sostanza i ricercatori vanno a vedere che fine fanno gli atti presentati dai parlamentari, quanti sono stati discussi, votati o diventati legge, quanti invece sono rimasti solo intenzioni. I criteri presi in considerazione per valutare l’indice di produttività sono – a seconda della tipologia dell’atto (mozione, risoluzione, ordine del giorno, interrogazione ecc.) – il consenso ottenuto da parte di altri parlamentari, il suo iter (quanta strada riesce a fare in parlamento) e la partecipazione del parlamentare ai lavori. Si tiene anche conto del vantaggio di cui godono i parlamentari di maggioranza sui colleghi dell’opposizione. Per questo, nel calcolo dell’indice di produttività, un passaggio di iter ottenuto da un esponente dell’opposizione vale il doppio rispetto a quelli della maggioranza.

Openpolis è un’associazione no-profit, aconfessionale e apartitica, nata nel luglio del 2008 con l’obiettivo di rendere più trasparente la politica. I risultati del secondo Rapporto sull’attività del Parlamento vengono presentati questo pomeriggio a Roma.

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