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Nuovo stupro a Roma. Alemanno ha fallito su tutta la linea

Dopo il terzo stupro in 10 giorni, per sensibilizzare le autorità e chiedere maggiori garanzie contro la violenza sulle donne, il Pd organizza una fiaccolata sulle scale del Campidoglio mercoledì 2 marzo a partire dalle ore 19.00

Se le cose non cambieranno e in poco tempo, allora negli aeroporti e nelle stazioni di Roma ci dovrà essere un bel cartello che avvisa “care straniere, mi raccomando non andate in giro con sconosciuti, non camminate la sera da sole, non date confidenza a nessuno altrimenti rischiate grosso. E la stessa cosa vale anche per le ragazze italiane”. Sembra solo una provocazione paradossale ma il fatto che la Capitale d’Italia, fino a pochi anni fa una tra le città più sicure d’Europa, sia diventata improvvisamente luogo di stupri lascia davvero stupefatti. Di chi è la colpa?

La terza violenza sessuale su una giovane donna avvenuta nel giro di soli 10 giorni pone un allarme a cui il sindaco Alemanno deve rispondere, assumendo in prima persona tutte le responsabilità. Per la sua credibilità, soprattutto se si ricorda che gran parte della sua campagna elettorale “Roma cambia” è stata giocata proprio sul problema della sicurezza nella città. E se oggi Roma è cambiata si può dire con certezza che è cambiata in peggio.

“Si è verificata ieri sera a Roma la terza violenza sessuale nell’arco degli ultimi dieci giorni. L’emergenza è ormai sotto gli occhi di tutti i cittadini. Non abbiamo nessuna intenzione di strumentalizzare ma neanche di rimanere in silenzio, chiediamo perciò all’amministrazione capitolina di rendere conto di quanto fatto.” Questo è il commento di Roberta Agostini, portavoce della Conferenza nazionale delle donne del Pd.

“Ciò che se ne ricava è un giudizio totalmente negativo nei confronti della giunta Alemanno sia sul versante dell’ordine pubblico, sia su quello altrettanto importante della prevenzione. Comitati di cittadini e associazioni avevano denunciato da tempo il degrado in cui versava l’ex ambasciata somala ma non è stato preso alcun provvedimento. Non possiamo, infine, non denunciare – prosegue la Agostini – il silenzio assordante del Governo nazionale su questi temi e sottolineare la mancata approvazione di un piano anti-violenza. L’Italia non si è dotata di una strategia complessiva che disponga di risorse certe e che sia volta a sviluppare quelle politiche di prevenzione e di accoglienza sostenendo le numerose attività delle associazioni delle donne e dei centri anti-violenza che, in molte parti del paese, sono lasciate sole a combattere contro un fenomeno sempre più grave. Invitiamo perciò i cittadini – conclude la Agostini – a partecipare numerosi alla fiaccolata organizzata dal Pd sulle scale del Campidoglio mercoledì 2 marzo alle 19.”

“Ora basta! In pochi giorni a Roma un nuovo gravissimo episodio di violenza su una giovane donna. Ancora una volta la capitale si rivela una città percorsa da una inaccettabile ostilità alla libertà e dignità femminile. E l’8 marzo ci mobiliteremo anche per questo.” Lo afferma Rosi Bindi, presidente dell’Assemblea Nazionale del Pd. “La sicurezza – continua la Bindi – è stata la parola d’ordine usata con cinismo dalla destra per conquistare il governo della città ma ora Roma non è una città per donne. E la questione non riguarda più solo i romani: la qualità della vita della capitale d’Italia riguarda tutti noi e investe anche l’immagine del paese all’estero. Il sindaco Alemanno ha fallito su tutta la linea: hanno lavorato solo per se stessi, abbandonando le famiglie e i cittadini ai loro problemi e dimenticando – conclude la Bindi – i bisogni veri della capitale.

“C’è ormai una questione ‘sicurezza per le donne’ nella Capitale. Credo che questo sia il fallimento più cocente, ai danni purtroppo delle donne, tra i molti del sindaco Alemanno. Se non ricordo male quello della sicurezza contro la violenza sulle donne è stato proprio un suo cavallo di battaglia alle ultime elezioni per la guida della Capitale”. Lo dice Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato. “Purtroppo non passa ormai giorno – sottolinea Finocchiaro – che non si verifichi una violenza sessuale contro una donna a Roma. E non si parla più solo delle periferie, ma anche del centro storico, non solo di donne italiane ma anche di turiste straniere. E’ chiaro ai nostri occhi che più sicurezza non può far rima con tagli di risorse e mezzi alle forze dell’ordine e alle strutture e misure per la prevenzione. Di più, credo purtroppo che questo sia anche l’esito del clima più generale di scarso rispetto per la dignità e il corpo delle donne che si respira nel Paese. Di certo, si tratta di un grande fallimento del sindaco Alemanno. Per questo fanno bene le donne del Pd romano ad organizzare una fiaccolata il 2 marzo sulle scale del Campidoglio, perché Roma torni ad essere sicura anche per le sue cittadine”.

Per Jean-Leonard Touadi, deputato Pd “mentre il sindaco si trastulla con gli Stati generali la situazione della città peggiora in maniera impressionante: stanotte c’è stato il terzo stupro in dieci giorni. Alemanno lo commenta cercando di scaricare le responsabilità per la sicurezza nella città e dicendo che stavolta si tratta di uno stupro diverso dagli altri. E’ evidente che simili dichiarazioni non stanno in piedi: il caso di stanotte segnala semmai che una situazione difficile come quella dell’ex ambasciata somala abbandonata e occupata sia stata trascurata. Io stesso mi ero recato in due occasioni all’ex ambasciata dove vivono in condizioni incredibili soprattutto dei rifugiati in uno stato di abbandono e degrado. Avevo chiesto alle autorità nazionali e locali di intervenire perché la situazione non poteva che peggiorare: permettere che in città crescano dei “non luoghi” come questo produce una situazione in cui la violenza finisce per manifestarsi. Nessuno ha fatto nulla. La verità è che per questa destra la sicurezza è solo materia di propaganda elettorale: serie politiche per rendere più sicura la vita dei romani non sono state perseguite. I risultati che le statistiche sulla criminalità mettono in luce sono legati a quel patto per la città che fu stretto dalla vecchia amministrazione. A quello non è seguito nulla di concreto e l’azione amministrativa non c’è stata. Alemanno passa il suo tempo a celebrare il glorioso futuro della capitale ma nel frattempo costruisce un presente di cattiva amministrazione, assunzioni per gli amici e meno sicurezza per tutti”.

“Nessuna deportazione di gruppo ma una ricerca e una dura condanna delle responsabilità individuali”. Così Marco Pacciotti, coordinatore Forum immigrazione e Amedeo Piva, vice segretario Pd Roma, sulla proposta di Alemanno di espellere i 70 somali rifugiati nello stabile di via dei Villini. “Le affermazioni di Alemanno sono irresponsabili. Va accertata la responsabilità di chi ha commesso il reato, un atto abominevole che va perseguito come previsto dalle nostre leggi con la detenzione ma, di certo, non con una espulsione di gruppo. Queste persone che avevano preso rifugio nella ex sede dell’ambasciata somala, sono dei profughi e come tali sono sotto protezione dello Stato italiano. La scelta di chiudere la sede dell’ex ambasciata somala è giusta, visto le condizioni di degrado in cui versa. È, tuttavia, altrettanto giusto che chi gode della protezione dello Stato italiano possa usufruire delle garanzie e dei sostegni previsti dagli accordi internazionali e dal Trattato di Dublino”.

Dello stesso parere anche Khalid Chaouki, responsabile Seconde Generazioni del PD: “la risposta di Alemanno è vergognosa e richiama alle peggiori reazioni e punizioni collettive degne di regimi e governi per nulla democratici. Alemanno non può confondere quello che alcuni soggetti somali avrebbero commesso con la collettività dei rifugiati somali. Ci saremmo aspettati maggiore cautela e attesa degli accertamenti in corso da parte delle autorità competenti”.

da www.partitodemocratico.it

Berlusconi, attacco al Quirinale. "Lo staff del Colle interviene su tutto"

Il premier: troppi lacci al governo. «Patto tra Fini e la magistratura per fermare la nostra riforma»

Silvio Berlusconi all’attacco a tutto campo. Nella sua giornata milanese, il premier ha parlato di numerosi freni all’attività legislativa e di governo, sia per i lacci imposti dalla Costituzione sia per interventi esterni che non nasconde di considerare a volte indebiti.
«Quando il governo decide di fare una legge, questa prima deve passare» dal Quirinale e deve passare il vaglio «di tutto l’enorme staff che circonda» il Capo dello Stato, staff che «interviene puntigliosamente su tutto», ha spiegato il presidente del Consiglio. E ancora. «Se al Capo dello Stato e al suo staff la legge non piace, questa torna in Parlamento. E se non piace ai giudici la impugnano e la portano alla Corte Costituzionale che la abroga».
Il premier è poi tornato a puntare il dito contro il presidente della Camera Gianfranco Fini e contro i giudici. «C’era un patto di Fini con i magistrati e l’Anm, e tutte le cose che non andavano bene ai magistrati venivano stoppate», ha detto. Ci sono «i giudici che dicono la loro e altre autorità che intervengono anche se non dovrebbero farlo». «Il presidente del Consiglio è imbrigliato e può solo suggerire» e per questo, ha insistito il premier, «serve una riforma» costituzionale che finora «non siamo riusciti a fare perchè nemmeno all’interno della nostra maggioranza eravamo riusciti a trovare l’accordo».
Berlusconi ha indugiato a lungo sulla riforma della giustizia. Per esempio servirebbe il processo breve, o meglio «in tempi ragionevoli così come chiesto anche dall’Ue». Ma «poichè ci sono 103 procedimenti avviati su di me, la sinistra dice che non si fa, perchè serve a Berlusconi». Dunque «se c’è di mezzo Berlusconi non si può fare una legge giusta». Berlusconi ha parlato anche di intercettazioni, confermando la necessità di accelerare l’iter del disegno di legge alla Camera. Poi ha rivelato di non usare più il cellulare. «Il presidente del Consiglio ha deciso di non avere un telefonino, non perchè non se lo possa consentire, ma perchè è esposto a qualsiasi intercettazione».
Il premier ha ricordato le sue vicende giudiziarie, per cui ha assicurato di avere già speso «facendo il calcolo in lire, 600 miliardi». Ora «in 11 giorni ho già 5 udienze», ha detto. Non è mancata una stoccata all’opposizione. «Abbiamo ancora i vecchi comunisti – ha detto – noi diciamo bianco e loro dicono nero. Da loro arrivano solo insulti a valanga. Bersani apre la bocca e vedete cosa esce».
Nonostante «l’odio con cui veniamo trattati dai media», per Euromedia research, il Pdl è al «30,6%», ha riferito. E per «quel 51% degli italiani» che «mi stimano resterò a far politica», ha spiegato. Eppure, «ne ho piene le scatole e sogno a occhi aperti di tornare a fare il cittadino privato».

da www.lastampa.it

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“Berlusconi attacca lo staff del Quirinale «troppo puntiglioso» – Rinviato il processo Mediaset”, di Claudio Tucci
Si lamenta, come aveva già fatto nei giorni scorsi, per i troppi freni che ostacolano l’attività legislativa e l’operato del governo. Ma questa volta Silvio Berlusconi non lancia un affondo solo contro i soliti giudici e la Consulta, ma alza il tiro e muove una critica anche al capo dello Stato, Giorgio Napolitano. «Quando il governo decide di fare una legge, questa prima deve passare da Quirinale», ragiona il premier intervenendo a un convegno della Confcommercio, e deve passare il vaglio «di tutto l’enorme staff» che circonda il capo dello stato e che «interviene puntigliosamente su tutto». Non è però l’unica frecciatina rivolta al Colle. Perché, poco dopo, il Cavaliere torna ancora sul presidente della Repubblica. «Se al capo dello stato e al suo staff non piace una legge, torna indietro alla Camera e al Senato».

Presto una riforma costituzionale, in Parlamento lavorano solo 50-60
Insomma, il premier coglie al volo l’occasione per levarsi qualche sassolino dalla scarpa e attacca Napolitano che può bloccare, lamenta, l’approvazione di una legge. «Al pari – aggiunge ancora Berlusconi – dei giudici di sinistra, ai quali se la legge non va la impugnano e poi la Corte costituzionale la abroga». Dunque, di fronte a un simile scenario, argomenta il Cavaliere, occorre una riforma delle istituzioni, «che non siamo riusciti a fare perché mai é stato trovato l’accordo nemmeno all’interno della maggioranza», per avere «un sistema più positivo e dinamico». Dopo questa riforma dell’iter di approvazione delle leggi, prosegue il presidente del Consiglio, «bisogna poi ridurre della metà il numero dei parlamentari. In Parlamento lavorano solo 50 o 60, gli altri si fanno dare le indicazioni dai capogruppo. Penso che gli italiani siano tutti favorevoli a questo, anche se sarà difficile far approvare questa riforma proprio dai parlamentari». Quanto alla riforma della giustizia il premier ha confessato di essere «disperato». «Sono disperato – spiega Berlusconi – adesso la riforma del processo breve é stata stoppata alla Camera. Siccome ci sono 103 procedimenti avviati su di me la Sinistra dice che si fanno le leggi per Berlusconi, non so come andrà a finire.

La rivelazione del premier: non ho più il telefonino
Ad ogni modo, chiarisce Berlusconi, «manderemo prestissimo in Parlamento riforma delle intercettazioni». Già stamane, intervenendo alla presentazione dello sportello Pdl per gli italiani a palazzo Reale, a Milano, il premier si era soffermato a lungo sul tema. «Dovete sapere che il presidente del consiglio non ha alcun tipo di telefonino perché è esposto a qualsiasi tipo di intercettazione». Tutti, aveva quindi aggiunto Berlusconi, «sono ormai convinti che è una questione di libertà il fatto di non poter parlare liberamente al telefono. Per questo io sono tornato indietro e non uso più il telefonino». Il premier ha quindi ribadito che «governo e presidente del Consiglio non hanno alcun potere, e se poi propongono una legge questa viene modificata nel corso di tutti i passaggi in Parlamento, se non addirittura fermata». È il caso, spiega, della legge sulle intercettazioni: una legge «necessaria» perchè l’uso che in Italia si fa delle intercettazioni «non è da Paese civile». E invece «una legge che tutti gli italiani aspettano – sottolinea – è ancora ferma in Parlamento».

La legge sul processo breve va fatta
Berlusconi ha poi continuato a parlare di giustizia, sottolineando come «accorciare i tempi dei processi sia una cosa giusta, ma se la propone Silvio Berlusconi non è più una legge giusta». Il premier ricorda i tempi «assolutamente impossibili della giustizia civile», per non parlare di quelli della giustizia penale, «procedimenti che ci impiegano 14-16 anni». Del resto, aggiunge, anche l’Europa «ci ha sollecitato a intervenire sui tempi giusti». Ebbene, si rammarica il premier, è necessaria una durata minore dei processi, «ma il fatto che ne avrei qualche beneficio anch’io, che sono l’unico e insuperabile indagato della storia dell’umanità, di tutti i tempi, fa sì che non vogliano questa legge anche se è giusta».

Il premier è poi tornato a puntare il dito contro il presidente della Camera Gianfranco Fini e contro i giudici. «C’era un patto di Fini con i magistrati e l’Anm, e tutte le cose che non andavano bene ai magistrati venivano stoppate», ha detto. Ci sono «i giudici che dicono la loro e altre autorità che intervengono anche se non dovrebbero farlo».

Sondaggi: Pdl al 30,6%. Fli, all’1,3%
Il premier ha parlato anche di politica. «Il Pdl, da quando è nato, è il primo partito italiano», ha detto e «i nostri ci danno al 30,6%», ammettendo comunque che «con la diaspora di Fini abbiamo perso qualcosa». Non si tratta però tanto di chi è andato con Fini quanto alla crescita «dell’area degli indecisi». Ma ha subito aggiunto: «Ove il Terzo polo persistesse nella volontà di essere alleato con la sinistra i sondaggi ci danno un risultato del Terzo polo inferiore al 10% e Fli all’1,3% per cento».

L’ecologismo della sinistra ha stoppato il nucleare
Silvio Berlusconi ha criticato anche «l’ecologismo di sinistra che intervenne e fece chiudere il cantiere avanzato della prima centrale nucleare» in Italia. Il premier ha nuovamente ricordato l’esempio della Francia che, sul nucleare ha «adottato la strada opposta» costruendo centrali «considerate iper-sicure». «Oggi, rispetto alla Francia – ha osservato – noi paghiamo l’energia elettrica esattamente il 48,2% in più». Stoccata infine anche alla lentezza e «l’inefficienza» che a volte caratterizza la pubblica amministrazione italiana: «la pubblica amministrazione costa 4.300 euro a cittadino» ed è a volte «un’amministrazione pletorica e inefficiente che, molto spesso si trasforma in opposizione burocratica».

da www.ilsole24ore.com

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Berlusconi contro staff Colle: interviene su tutto
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha sottolineato la necessità di una riforma istituzionale per modernizzare il Paese, ha spiegato l’iter di una legge e il ruolo dei vari poteri, compreso quello del capo dello Stato e del suo staff «che interviene puntigliosamente su tutto».

Berlusconi ha ricordato l’iter di una legge «quando decidiamo una legge – ha spiegato – avendo avuto l’ok dal presidente della Repubblica e dal suo staff che interviene puntigliosamente su tutto, la mandiamo in parlamento, entra nelle commissioni, viene discussa e cambiata, poi va nell’aula, poi nell’altra e ancora nelle commissioni, viene discussa, vi sono i veti dei giudici che dicono la loro anche quando non dovrebbero e autorità che intervengono quando non devono intervenire». «Poi – ha aggiunto – se per caso al capo dello Stato non piace, ritorna alla camera e al parlamento e se non piace ai pubblici ministeri di sinistra, ricorrono alla corte costituzionale che la abroga».

«In Parlamento ci sono 50, 60 persone che lavorano, mentre tutte le altre sono costrette a stare lì», ha detto ancora. «Non si può stare dietro a duecento emendamenti al giorno, si sta lì, si fa del pettegolezzo e poi si segue il capogruppo. È veramente uno spreco di energie e professionalità incredibile che bisognerebbe arrivare ad evitare», ha aggiunto Berlusconi dicendosi «sicuro che tutti gli italiani sarebbero d’accordo». Ma questo «è difficile farlo approvare dai parlamentari».

Berlusconi ha poi scherzato con il presidente Carluccio Sangalli, sulla partita di questa sera fra Milan e Napoli. «Questa sera – ha detto a Sangalli – andiamo a San Siro per vedere il Milan battere il sud». Poi, rivolto a Ignazio La Russa, tifoso nerazzurro, ha aggiunto: «io tifo Inter solo quando non gioca il Milan».

Di governare, Berlusconi ne ha “piene le scatole, sogno di tornare a fare il cittadino privato. Ma siccome anche il 51% che mi stima penserebbe che ho disertato, e gli altri mi detestano fortissimamente, non posso finire la mia avventura umana, imprenditoriale e politica con un giudizio negativo del cento per cento degli italiani».

«Il terzo Polo ormai è sbilanciato a sinistra», dai sondaggi si evince che se Fini, Rutelli e Casini vanno insieme non prendono neanche il 10% di voti, anzi la formazione del presidente della Camera oggi oscilla «tra l’1,3 e l’1,6%».

E sull’opposizione dice: «L’opposizione che abbiamo non è socialdemocratica, abbiamo ancora i vecchi comunisti, non hanno cambiato nulla». Così il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in un passaggio sull’opposizione. «C’è questo Bersani – ha detto ad un convegno della Confcommercio – che apre bocca e vedete cosa esce: quando uno dice bianco, lui risponde nero e viceversa. Insulti a valanga. E poi guardate al loro programma: vogliono rimettere l’Ici, raddoppiare le imposte sui bot e sui dividendi dal 12,5% al 25% e al terzo punto una bella patrimoniale».

ALLONTANATI CONTESTATORI DA UNIONE COMMERCIO
«Dimettiti, dimettiti», è quello che una decina di contestatori ha iniziato a gridare davanti alla sede dell’Unione del commercio, dove oggi è intervenuto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Le persone sono state allontanate di una decina di metri. Al momento Berlusconi è passato dall’Unione del commercio al vicino Circolo del commercio, dove si sta svolgendo un pranzo con un centinaio di esponenti del Pdl.

da www.unita.it

"Il fattore coalizione che stana gli astenuti", di Ilvo Diamanti

Da qualche tempo il dibattito politico ha preso in considerazione le coalizioni, oltre ai partiti. O meglio: più ancora dei partiti. Soprattutto in prospettiva elettorale. Visto che le elezioni anticipate, anche se non appaiono probabili, restano, almeno, possibili.
Tuttavia, in una competizione tra coalizioni, la maggioranza di centrodestra perderebbe voti, mentre le aggregazioni alternative ne guadagnerebbero. Se utilizziamo, come base-dati di riferimento, il sondaggio dell’Atlante Politico di Demos di due settimane fa, in una competizione di tipo maggioritario a tre, il Centrodestra otterrebbe il 37% dei voti validi (circa 3 punti in meno rispetto alla somma dei partiti), il Centro salirebbe, invece, al 20% (oltre 6 punti in più) mentre il Centrosinistra raccoglierebbe quasi il 43% (4 punti in più). Diverso il risultato di una competizione a due. La “grande coalizione” tra il Centro con il Centrosinistra e la Sinistra si attesterebbe al 56%, mentre il Centrodestra salirebbe al 43%. L’attuale maggioranza, cioè, guadagnerebbe voti (rispetto alla somma dei partiti) ma perderebbe largamente lo stesso. Vincerebbe solo in caso di alleanza del Pd (da solo) con il Centro. Oppure se il Centrodestra trovasse, a sua volta, l’intesa con il Centro.

Da questo bilancio quantitativo, pedante e forse un po’ noioso, emergono due indicazioni interessanti.

1) I partiti di opposizione riescono a essere competitivi quando si presentano in
“coalizione”. Se interpretano le elezioni in modo (semi) “maggioritario”. D’altronde, prima del famigerato Porcellum del 2005, il Centrosinistra guadagnava nella competizione maggioritaria, il Centrodestra in quella proporzionale. (Motivo per cui il Centrodestra cambiò legge elettorale.)

2) Tuttavia, a questo esito contribuisce, in parte, il comportamento della “zona grigia” dell’elettorato, che comprende e riassume gli indecisi, i reticenti e quelli che si dicono intenzionati ad astenersi. Una componente molto ampia. Superiore a un terzo degli elettori. Secondo alcuni istituti, intorno al 40%. Ebbene, di fronte alla scelta fra coalizioni invece che fra singoli partiti, l’ampiezza della “zona grigia” quasi si dimezza. Oltre il 45% di quanti non voterebbero per un partito, infatti, voterebbero per una coalizione. (Il che significa oltre il 15% e 7 milioni di voti).

3) Se ne avvantaggerebbe, chiaramente, l’opposizione. In caso di competizione a tre: il 12,6% degli incerti sceglierebbe il Centrodestra, il 13,8% il Centro e il 20,6% il Centrosinistra. In caso di competizione a due, fra il Centrodestra, da una parte, e il Centro, il Centrosinistra e la Sinistra alleati, dall’altra parte, il 16% degli indecisi (e degli altri che non si esprimono) si schiererebbe con il Centrodestra, il 31,6% con il Centro-Centrosinistra.

Questi dati suggeriscono alcune considerazioni.

a) L’area degli indecisi risente dell’offerta politica. Cioè, delle alternative e delle regole della competizione elettorale. Il Centrodestra, fondato sull’alleanza fra Berlusconi e Bossi, tra Pdl e Lega, dispone di un’identità definita. Ciò lo rende abbastanza stabile, dal punto di vista elettorale, ma con pochi margini di ulteriore crescita. Per cui appare esposto alla “concorrenza”, nel momento in cui gli avversari, invece di rassegnarsi a una logica proporzionale, si presentassero insieme. Perché non si vota solo per affermare un’identità. Ma anche per vincere.

b) D’altronde, il Pd, ormai, è ridotto al 24-25%, per effetto, soprattutto, degli “elettori scoraggiati”. Evocano i “lavoratori scoraggiati”, le fasce deboli del mercato del lavoro, che, nelle fasi di crisi, ne restano fuori. Allo stesso modo, gli “elettori scoraggiati” si parcheggiano fuori dal “mercato elettorale”, quando le alternative, ai loro occhi, appaiono “scoraggianti”. Come oggi. Gli elettori del Pd: delusi dal deficit di leadership, di progetto, di linguaggio del partito. Dal senso di impotenza di fronte a Berlusconi. Anche quando, come in questa fase, il Premier appare fragile e vulnerabile. Lo stesso sentimento deprime gli elettori a sinistra della Sinistra, che nel 2008 rinunciarono a votare, perché “esclusi” dalla soglia imposta dalla legge elettorale e dalla decisione di Veltroni di allearsi solo con l’Idv.

c) Questi elettori “scoraggiati”, in parte, sono stati attratti dalle novità politiche “personalizzate” degli ultimi anni: Vendola oppure Di Pietro. In parte, semplicemente, si sono chiamati fuori. “Esuli”. Cambierebbero atteggiamento di fronte a un’alternativa concreta, offerta da un’alleanza del Centrosinistra con la Sinistra. O a un’opposizione che comprendesse anche il Centro. Allora, potrebbero uscire dalla zona grigia, rientrare dall’esilio. Votare.

d) Sanno bene che si tratterebbe di una soluzione transitoria, perché hanno già sperimentato la difficoltà di “governare”, dentro a coalizioni che comprendono gruppi e identità tanto eterogenee. Basti pensare all’esito rapido e infelice dell’Unione. Tuttavia, neppure la coalizione di centrodestra che governa ha messo in luce grande compattezza. Nonostante abbia stravinto le elezioni nel 2008, naviga a vista. Sopravvive grazie a sedicenti “responsabili” e ad altri parlamentari itineranti fra un gruppo e l’altro.

e) E poi, non è detto che le coalizioni debbano essere “per sempre”. Si possono costruire a termine. Per conseguire specifici obiettivi. Ad esempio: una nuova legge elettorale, alcune riforme istituzionali. E anzitutto: per battere il Centrodestra guidato da Berlusconi. Per battere Berlusconi. Al di là delle sue vicende giudiziarie: con il voto.

f) Il problema è che le alleanze “alternative”, per essere credibili, per attrarre gli elettori irriducibili e quelli scoraggiati, debbono essere dichiarate. Sottoscritte. Insieme agli obiettivi. E al candidato comune e condiviso.

g) Ma per uscire dalle simulazioni, ciò deve avvenire presto. Anzi: se non ora, quando?

La Repubblica 28.02.11

Camera, Pd: sono democratiche le parlamentari più produttive di Montecitorio

Ghizzoni prima deputata italiana secondo indice Openpolis. “La capogruppo democratica nella commissione Cultura di Montecitorio, Manuela Ghizzoni è la prima deputata italiana nella classifica redatta dall’associazione Openpolis per monitorare l’indice di produttività dei parlamentari. A seguirla altre 4 donne del gruppo del Pd. Ottimo anche il secondo posto nella classifica generale del capogruppo in Bilancio, Pierpaolo Baretta. Secondo l’algoritmo matematico utilizzato per la valutazione dell’efficacia del lavoro, il gruppo presieduto da Dario Franceschini si piazza nelle più alte posizioni. L’Indice di Produttività Parlamentare prende in considerazione la quantità e l’efficacia dell’attività realizzata da ogni Deputato e Senatore dall’inizio della Legislatura (aprile 2008) sino alla data dell’ultimo aggiornamento. L’intero rapporto è scaricabile sul sito www.openpolis.it”. Lo scrive in una nota l’ufficio stampa del Gruppo del Pd della Camera.

"Libia, ora paghiamo il conto" di Gigi Riva

Berlusconi ha ridotto il rapporto con Tripoli a un’adulazione di Gheddafi. E adesso che il Rais è finito, le conseguenze saranno pessime. Sotto ogni punto di vista, da quello economico a quello umanitario. La Libia, come l’abbiamo conosciuta, non esiste più. La sta distruggendo il dittatore che per 41 anni l’ha tenuta con pugno di ferro e in spregio ai più elementari diritti umani. Davanti alla rivolta non ha esitato a ordinare agli sgherri della sua milizia di sparare contro il popolo: la repressione brutale di un uomo che non accetta di lasciare il potere, minaccia una Tienanmen mediterranea, definisce “ratti” e “drogati” i giovani in piazza, accusa l’Italia e gli Stati Uniti di aver fornito razzi ai suoi oppositori.

Questo stesso uomo, Muammar Gheddafi, 68 anni, è uno dei migliori amici del nostro primo ministro Silvio Berlusconi che su questo legame ha basato gran parte di una politica estera sconcertante e di cui ci chiedono conto le cancellerie di mezzo mondo. Quando già parte del suo esercito aveva abbandonato il colonnello, unendosi agli insorti di Bengasi, la seconda città del Paese, quando alcuni piloti dell’aviazione avevano disertato per non obbedire all’ordine di bombardare la folla, quando persino alcuni ministri e ambasciatori libici, a Washington come a Parigi, avevano gettato la spugna per non condividere la brutalità della repressione con cataste di cadaveri, la nostra diplomazia parlava ancora il linguaggio tragicamente comico di un Franco Frattini che sosteneva la “non ingerenza” negli affari interni di un altro Stato. E, messo davanti all’evidenza delle accuse lanciate dal rais disperato al nostro Paese, dopo tre ore di penoso silenzio non trovava di meglio che balbettare: “Se fossero confermate le parole di Gheddafi si tratterebbe di una falsità che lascia sgomenti e sbigottiti. Razzi non ne abbiamo mai dati”.

Dietro l’uso stupefacente del condizionale (il discorso è andato in mondovisione, che bisogno c’era di conferme?) si nasconde l’ipocrisia per un rapporto cameratesco andato troppo oltre il corretto rapporto di buon vicinato per essere sconfessato. Anche lo stupore per il tradimento di chi solo sei mesi fa era stato ricevuto a Roma con gli onori di un imperatore e gli si era permesso di tenere deliranti discorsi sul primato di una democrazia modello libico, con codazzo di amazzoni e hostess ribattezzate “gheddafine”. Ma i patti col diavolo sono appunto tali. E bastava ripassarsi un po’ di storia recente per imparare che il rais, proprio lui, era quello di precedenti pogrom in patria, delle collusioni col terrorismo, degli aerei che esplodono nei cieli, degli omicidi mirati degli avversari. Sempre, nel passato, aveva utilizzato qualunque mezzo per raggiungere i suoi fini. E solo con la superficialità della politica degli inchini e dei baciamano si poteva immaginare fosse diventato un partner credibile e affidabile. Oltretutto saggio se durante la crisi egiziana, sempre Frattini lo definì come “un vero leader capace di trarre lezione dagli eventi”.
La storia ha fornito una cartina di tornasole a stretto giro sul leader e sulle lezioni che ne ha tratto se Mubarak, al confronto, impallidisce per debolezza e condiscendenza verso la piazza. Ma Frattini ha poca voce in capitolo nelle linee strategiche e, come l’intendenza, segue. Chi guida è Berlusconi. Così preoccupato di non disturbare il manovratore da non averlo chiamato, nella prima fase della carneficina. Lo ha fatto la sera di martedì 22 febbraio, dopo le sollecitazioni di chi gli implorava di intervenire per dire al compare di smetterla. Ha ottenuto rassicurazioni: “In Libia va tutto bene, il popolo sta garantendo la sicurezza, la stabilità e l’unità nazionale”. La bugia e la dissimulazione elette a sistema.

Se si indugia sul nostro rapporto col dittatore, una volta tanto non è per provincialismo. La Libia non è strategica, come l’Egitto, per l’equilibrio del mondo. La Libia è strategica per l’Italia. Un tempo la si definiva “quarta sponda” e, a dispetto di un’esperienza coloniale datata, le cancellerie internazionali la considerano una sorta di Albania del lato sud del Mediterraneo, sulla quale dovremmo avere un occhio vigile ed esercitare un’influenza. Compiti che, con tutta evidenza, abbiamo fallito. Abbiamo laggiù, tra Tripolitania e Cirenaica, le noste poche multinazionali, interessi colossali. Ma, evidentemente, nemmeno uno straccio di intelligence credibile che ci mettesse in guardia sullo scarso consenso di cui il dittatore gode ormai tra la gente.
Soprattutto abbiamo puntato, come non si fa mai, su un solo cavallo (cammello?) ritenendolo onnipotente e immortale. Senza coltivare una rete di relazioni con quell’opposizione che domani potrebbe essere potere. E che già ci rimprovera, tra il fragore dei tumulti, un legame troppo simbiotico col loro carnefice. In alcune manifestazioni si alzano cartelli contro l’Italia, la tribù che vive sul territorio dove passa il nostro oleodotto minaccia di sabotarlo. Perché Gheddafi controlla ormai solo una fetta del Paese e mostrare la faccia truce non è un antidoto sufficiente a scongiurare la sua fine.

Anche Angelo Del Boca, il massimo esperto di Libia, che pure gli riconosce una statura politica notevole oltre che una grande intelligenza ne è convinto: “Non ce la farà”. Porta a testimone Anwar Fekini, avvocato di fama internazionale, doppio studio a Londra e Parigi, nipote di quel Mohamed Fekini che è un eroe nazionale libico della resistenza contro gli italiani. Anwar, 52 anni, tre figli e moglie americana, è stato a Tripoli fino a martedì 22 febbraio, prima di tornare in Europa quando l’aria si è fatta irrespirabile. Potrebbe essere una riserva dello Stato dopo il cambiamento di regime: “Sono a disposizione solo per la fase di transizione, non ho ambizioni politiche”. Lo tirano per la giacca, però, e chissà se cederà per amor di patria. Quello che ha visto lo ha convinto che non potrà cambiare direzione l’inerzia degli eventi. Una testimonanza di prima mano che sbuca dal buio informativo: “Gheddafi sta asserragliato nella sua caserma a Tripoli da dove, di tanto in tanto, escono in formazione 7-8 camionette blindate che sparano a vista, per uccidere, senza guardare se si tratta di rivoltosi o di semplici passanti. Anche gli aerei lanciano ordigni contro coloro che si avvicinano ai depositi di munizioni. In alcuni quartieri c’è l’inferno, in altri regna la calma”.

Il futuro è probabilmente una guerra civile totale perché il rais, oltre a disporre dei mercenari stranieri, non è stato tradito dalle due milizie, al comando delle quali ha messo i figli, forti di 30 mila uomini, ben pagati e ben equipaggiati. Una parte dell’esercito (50 mila soldati, la metà di leva) sta invece con gli insorti: il presupposto per un bagno di sangue. Ma chi sono questi insorti? Come già nella piazza Tahrir del Cairo giovani senza capi riconosciuti che hanno iniziato se non per fame (il reddito medio della Libia è il quadruplo rispetto al resto del Maghreb) per voglia di democrazia. Cammin facendo hanno trovato una solidarietà variegata di islamisti e di alcune tribù (i clan più importanti sono una quarantina e per ampiezza vanno dalle tremila persone di quello di Gheddafi ai 90 mila degli orfella) soprattutto nella da sempre inquieta Cirenaica e adesso sono massa. Fekini ragiona sul possibile nuovo leader. Escluso chiunque dell’aristocrazia gheddafiana, compreso il figlio presunto riformatore Seif al Islam: “Si è bruciato parlando alla nazione ed evocando la guerra civile”. Nemmeno Abdel Salaam Jallud, già numero due del regime, poi emarginato: “All’inizio fu uno dei peggiori criminali”. Nessuno degli orfella: “Anche loro un tempo compromessi”. E allora chi? “Le università hanno sfornato negli anni un sacco di professionisti, medici, avvocati, letterati, bisognerà pescare lì”.

Ma noi italiani non li conosciamo, nella nostra ostinazione di ridurre la Libia a un uomo solo cui legarci indissolubilmente. Ancora Del Boca: “Berlusconi ha commesso un errore fatale due anni fa a firmare quel trattato di amicizia con Gheddafi che ha toni militareschi. Manca un preambolo in cui si doveva almeno scrivere: la Libia ha un governo su cui nutriamo perplessità e speriamo si avvii sulla strada del rispetto dei diritti umani”. Avremmo salvato le apparenze. Ma Berlusconi su Gheddafi non è mai stato perplesso.

L’Espresso 28.02.11

"L'esperienza vince se il futuro è incerto", di Luigi La Spina

La legge delle primarie nel centrosinistra non ha fatto eccezioni neanche a Torino, ma la sorpresa, questa volta, non è venuta dalla scelta per la candidatura a sindaco, ma dalla grandissima partecipazione al voto, un vero record di affluenza. Il favorito, Piero Fassino, ha ottenuto così un grande successo, con circa il doppio dei consensi raggiunti dal più giovane compagno di partito, Davide Gariglio. La vittoria dell’ex ministro ed ex segretario Ds premia il coraggio di aver accettato, dopo una lunga e prestigiosa carriera di leader nazionale, di tornare nella sua città per rimettersi in gioco nella lotteria delle primarie, una gara fratricida e insidiosa. Dal punto di vista nazionale, invece, conforta le speranze del partito di Bersani che vede non solo il candidato prescelto per la successione a Chiamparino trionfare nettamente, ma soprattutto essere eletto con un amplissimo consenso popolare. Un segnale positivo che, dopo le delusioni di Bari, Firenze e Milano pare confermare, per il Pd, i sintomi di ripresa che i sondaggi indicano nelle ultime settimane.

La straordinaria partecipazione alle primarie torinesi sembra possa spiegarsi attraverso due motivazioni fondamentali. La febbre di mobilitazione che percorre le file dei simpatizzanti per il centrosinistra, rivelata pure dall’imprevisto successo della recente manifestazione delle donne in difesa della loro dignità. Ma anche il riconoscimento di una competizione vera, nella quale non si chiedeva solo l’ubbidienza a una scelta fatta dal vertice Pd, ma si affidava agli elettori il diritto di decidere tra due alternative, se non di programmi, almeno di personalità e di prospettive. Merito anche del principale sfidante di Fassino, Davide Gariglio, che ha saputo giocare la sua partita, con notevole vivacità polemica e senza timori reverenziali per il competitore più titolato.

La risposta degli oltre cinquantamila elettori che sono andati alle urne è stata chiara e significativa: in un momento di incertezza per la città, alle prese con molti problemi, soprattutto di natura economico-sociale, la preferenza è andata a chi ha offerto le maggiori garanzie, per esperienza politica e affidabilità personale, di saper affrontare un futuro che si annuncia difficile. Forte della sua profonda conoscenza della città e dei solidi legami sia con il mondo operaio, che conosce molto bene, sia con quello imprenditoriale, con cui vanta un rapporto di rispetto e di stima, Fassino può sperare, se riuscirà a vincere anche il confronto con l’avversario del centrodestra, di restituire la fiducia ai torinesi. Quello slancio che Torino, dopo le Olimpiadi, sembra aver un po’ perso e che, forse, le celebrazioni per i 150 anni dell’unità nazionale potrebbero contribuire a recuperare.

Il vincitore delle primarie del centrosinistra, se sarà anche il nuovo sindaco, avrà anche un altro compito arduo. Quello di esprimere la continuità dell’esperienza di Chiamparino, giudicata positivamente dalla larga maggioranza dei torinesi, ma con la consapevolezza che il “cambio di stagione” è inevitabile. Anzi, che proprio lui, per la lunga e importante carriera politica alle sue spalle, è l’uomo più adatto e disponibile a imboccare la via dell’inevitabile rinnovamento La vittoria di Fassino, è inutile nasconderlo, aggrava, infine, le difficoltà del centrodestra torinese, peraltro già sfavorito in partenza, per il divario di voti che in città lo divide tradizionalmente dagli avversari. Contro di lui, l’attuale opposizione ha due strade: quella di ricercare, magari anche nella società civile, un nome di altrettanto prestigio, notorietà e competenza politico-amministrativa. Oppure, giocare, con spregiudicatezza, la carta del passaggio generazionale, puntando su uomini o donne giovani, che rappresentino una alternativa radicale, non solo di programmi, ma anche di immagine, per le scelte dei torinesi. In ogni caso, una strada, da oggi, ancor più impervia.

La Stampa 28.02.11

"Il Cavaliere pronto a tutto per l´appoggio della Chiesa", di Nadia Urbinati

Quanto ci costerà in termini di beni pubblici – come la legge, la scuola, i diritti individuali – la sopravvivenza di questo governo? La domanda non è per nulla retorica visto lo stile da riscossa ideologica con il quale un presidente del Consiglio sempre più debole, in picchiata nei sondaggi, cerca di riprendere in mano le sorti della sua carriera politica.Alla disperata ricerca di sostegno nei settori dell´opinione pubblica a lui più tradizionalmente vicini, il premier ha messo in cantiere un sostanzioso paniere di beni pubblici da offrire alle gerarchie vaticane in cambio di un appoggio. La cronologia non inganna. Il 18 febbraio la delegazione del governo italiano, guidata da Berlusconi incontra la delegazione vaticana con Bertone e Bagnasco. Al centro del colloquio i temi di politica interna e di cosiddetta etica: l´assistenza spirituale negli ospedali e nelle carceri, la legge sul fine vita, la scuola paritaria e il “quoziente familiare”. Il vertice è cortese ma si svolge con qualche imbarazzo: non c´è, ad esempio, il faccia a faccia con il premier. “Non era previsto”, fa sapere il Vaticano. Berlusconi deve cercare di recuperare punti nei confronti della gerarchia cattolica. Ed ecco il discorso di due giorni fa: dopo solo una settimana egli rende al Vaticano ciò che aveva promesso e nel nome della libertà dell´individuo di cercare la propria felicità e “farsela” con le “proprie mani”, assesta una serie di colpi durissimi ai diritti di libertà e poi al bene pubblico della scuola, un diritto di cittadinanza prioritario.
Lo scambio con le gerarchie vaticane è nel solco dell´oliatissimo e secolare guicciardinismo gesuitico: si metta una pietra tombale sul vergognoso comportamento del premier in cambio di sostanziose concessioni sui diritti e la scuola confessionale (sofisticamente detta “privata”). All´autorità che ha il dovere legittimo di sottoporre la vita e la realtà mondana al giudizio morale nel nome di principi non compromissibili, come sono quelli del Vangelo, viene proposto di patteggiare su quei principi in cambio del ridimensionamento della scuola pubblica a favore della propria scuola di indirizzo religioso e dell´opposizione del Parlamento a ogni legge che cerchi di riconoscere le coppie omosessuali e che consenta l´adozione di bimbi da parte di adulti non sposati. Alla ricerca di una benedizione curiale il più immorale degli italiani si erge a educatore e modello di moralità, di sacralità e vocazione educatrice della famiglia. E tutto questo nel nome della libertà! La libertà dei genitori “di inculcare ai loro figli quello che essi vogliono” – come se i figli fossero proprietà dei genitori alla pari di un´automobile o di un´abitazione con la quale fare “quello che si vuole”. Quel che a noi cittadini preme e deve premere non è come la Chiesa si comporterà di fronte alla tentazione di un “patto diabolico”. Ciò che a noi preme soprattutto è l´uso di un bene pubblico – quindi non disponibile – per ragioni private, privatissime anzi.
Il premier in bilico sa quanto sia determinante l´appoggio della Chiesa. E´ allora disposto a dileggiare gli insegnanti (da molti dei quali ha tra l´altro ricevuto il voto tre anni fa) in una strategia retorica che serve a gettare discredito sulla scuola pubblica per poi preparare il terreno ideologico che giustifichi ulteriori decurtazioni di mezzi e risorse all´istruzione. Non a caso il Giornale di famiglia, ieri puntava tutto sulla strategia seduttiva del Cavaliere nei confronti dei cattolici: intervista al cardinal Bagnasco e ampio risalto al discorso di Berlusconi in prima pagina e nelle pagine due e tre. Sulla scuola, spiega Il Giornale, “Berlusconi gioca di sponda con la Santa Sede sostenendo di fatto la scuola privata. Perché, spiega, ‘gli insegnanti inculcano idee diverse da quelle che vengono trasmesse nelle famiglie´”. In nome della libertà del premier – libertà dalla legge prima di tutto – tutti gli italiani dovrebbero vivere secondo le idee e le leggi che convengono al premier e a chi lo sostiene: questo è il senso della libera ricerca della felicità nell´Italia contemporanea.

La Repubblica 28.02.11