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"Ma a quella scuola che dice di difendere ha tolto 8 miliardi", di Virginia Lori

Oggi il premier smentisce e si fa paladino di un’istruzione che ha massacrato di tagli: – 130 mila insegnanti, – 45 mila tecnici Ata. E nelle aule si studia in 35. L’Ocse: siamo ultimi per investimenti. Il Calvario della scuola pubblica in questi quasi tre anni di governo Berlusconi si riassume in pochi numeri. Otto miliardi di euro di tagli in tre anni, tagli puri, decisi per fare cassa a spese di un“bene” considerato del tutto inutile, e poi camuffati dalla cosiddetta riforma Gelmini, quella del maestro unico e del grembiulino.130mila insegnanti tagliati, più 45mila tecnici Ata. Un’ecatombe, che ha attaccato al cuore la scuola primaria, che fino a quel momento era uno dei fiori all’occhiello del sistema scolastico italiano, smontando il modulo dei tre maestri che ruotavano su due classi. Per non parlare del tempo pieno, con le domande delle famiglie in aumento e le risposte congelate a quel25%su base nazionale che, in molte zone, significa dire a no a più della metà delle richieste. Non è un caso che per due anni scolastici consecutivi, quello in corso e il precedente, gli italiani abbiano sonoramente bocciato il modello di scuola elementare a 24-27 ore proposto dalla Gelmini, privilegiando (con percentuali dell’80%) il modulo a 30 e il “tempo pieno” a 40 ore. E non è un caso che, a un certo punto, il ministero abbia smesso di fornire i dati sulle richieste di tempo pieno. Per non parlare del numero di alunni per classe, arrivato nelle superiori anche fino a 35, delle norme sui disabili bypassate alla leggera. Della serie: la circolare prevede che, se c’è un disabile in classe, il numero degli alunni non possa superare i 20. Ma solo se ci sono le risorse necessarie. Altrimenti si fa finta di niente. A questo si aggiunge la decimazione degli insegnanti di sostegno e la “tassa” di circa 100 euro l’anno (non prevista dalla legge) che le famiglie sono costrette a sborsare per garantire alle scuole dei propri figli alcuni servizi fondamentali come la carta per le fotocopie o addirittura la carta igienica. Mentre i fondi per le private, prima scomparsi dalla manovra, sono subito ricomparsi nella misura di 245 milioni. Di fronte a questi numeri non servirebbe neppure scomodare i dati Ocse sugli investimenti nell’istruzione tra i paesi membri. Stando alle ultime rilevazioni disponibili, l’Italia è inchiodata al 4,5% del Pil, contro una media Ocse del 5,7%. Solo la Slovacchia spende dimeno (4%), e il Belpaese è stato scavalcato anche da Estonia (5%) e Brasile (5,2%). Nel suo insieme, la spesa pubblica italiana nella scuola (inclusi sussidi alle famiglie e prestiti agli studenti) è pari al 9% di quella pubblica totale, il livello più basso tra i paesi industrializzati (13,3% la media Ocse). Una spesa in gran parte destinata agli stipendi dei docenti, che tuttavia sono ampiamente sotto la media Ocse. Un disastro insomma. Perfettamente coerente con il disegno di chi, come Berlusconi, dichiara la sua disistima per la scuola pubblica. Cui si è aggiunta, a partire dall’anno scolastico in corso, la riforma Gelmini delle superiori, con ulteriori tagli negli orari, la cancellazione di molte sperimentazioni, la netta separazione tra licei da una parte e istituti tecnici e professionali dall’altra. Per dividere i ragazzi a 13 anni in base alla classe sociale di appartenenza.

L’Unità 28.02.11

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La nuova piazza: «Il 12 marzo in difesa della scuola pubblica», di Natalia Lombardo

È rivolta fra insegnanti, studenti e sindacati, compresa l’Ugl, per l’attacco lanciato sabato da Silvio Berlusconi contro la scuola pubblica: nella sua pseudo-smentita conferma il concetto sull’«indottrinamento politico e ideologico» che farebbero i docenti. La ministra dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, invece di sentirsi colpita nel suo ruolo, difende il premier. Al punto che il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ne chiede le dimissioni: «Se la Gelmini fosse un vero ministro, invece di arrampicarsi sui vetri per difendere Berlusconi, dovrebbe dimettersi». Perché «la scuola pubblica è nel cuore degli italiani. Da Berlusconi arriva uno schiaffo inaccettabile, non permetteremo che la distrugga». E Dario Franceschini, Pd, da Twitter lancia la proposta di una manifestazione per «difendere la scuola pubblica dagli insulti di Berlusconi»: «Tutti di nuovo in piazza, come le donne il 13 febbraio, senza simboli e bandiere ». Il capogruppo Pd accoglie «l’importantissima» disponibilità offerta da Beppe Giulietti per il 12 marzo, allargando la protesta in difesa della Costituzione. La Cgil scuola sciopererà il 25 marzo con i lavoratori pubblici, potrebbe replicare con lo sciopero generale proposto daSusanna Camusso. AncheItaliaFutura, fondazione di Luca Cordero di Montezemolo, denuncia le «esternazioni in libertà » di Berlusconi «che i cittadini non possono sopportare» e «si attendono che faccia funzionare la scuola, non di demolirne la legittimità». Mariastella Gelmini rispondendo a Bersani ribadisce il concetto sulla scuola dominata da postsessantottini: «Berlusconi non ha attaccato la scuola pubblica», dice come una scolaretta, «ma ha difeso la libertà di scelta delle famiglie». E rilancia: «La sinistra guarda alla scuola pubblica come a un luogo di indottrinamento ideologico. Bersani si rassegni: la scuola non è proprietà privata della sua parte politica».La Rete degli studenti denuncia la «cancellazione» dell’istruzione pubblica da parte del governo, «altro che riforma», Gelmini e Tremonti hanno ridotto la scuola «a un cumulo di macerie». Gli insegnanti del Gilda bollano il «comportamento inaccettabile» del premier e ricordano che la situazione è opposta: «La scuola statale è un luogo di confronto pluralistico, mentre legittimamente la scuola privata è di tendenza e trasmette convinzioni religiose, politiche e filosofiche ». Insomma, Berlusconi si rilegga «i saggi di Luigi Einaudi, che non era un comunista e difendeva il valore della scuola pubblica statale». Uniti tutti i sindacati. Secondo Domenico Pantaleo, segretario della Flc-Cgil, «Berlusconi non ha né l’autorità morale né quella etica per parlare di scuola pubblica»; Giovanni Centrella, segretario dell’Ugl, ricorda «le gravi ristrettezze in cui operano i professori e le famiglie stesse». Francesco Scrima, Cisl Scuola, parla di «accuse generiche e strumentali agli insegnanti, a cui si continua a chiedere tanto e a dare troppo poco». Dure critiche da tutta l’opposizione. Nichi Vendola, nella convention di ieri a Roma, spiega così l’attacco di Berlusconi: «È stata proprio la crisi della scuola pubblica e il trionfo delle sue televisioni ad aver accompagnato l’egemonia culturale di un quindicennio». Demolirla quindi è strategico, secondo il leader di Sel: «A queste classi dirigenti serve opinione pubblica narcotizzata». Antonio Di Pietro insiste più sulla morale: «Sui valori e sull’istruzione Berlusconi non può dare lezioni, se c’è qualcuno che è stato un esempio negativo per i giovani è proprio lui». Anche Rosy Bindi è indignata sul piano morale: «Chi conclude incontri politici inneggiando alle sue indicibili abitudini notturne non è degno di pronunciare la parola famiglia», né di insegnamento, quando alla scuola ha «tagliato risorse, negato dignità agli insegnanti e impoverito i percorsi formativi». Per Italo Bocchino, Fli «sta dalla parte della scuola pubblica» nel solco di Giovanni Gentile e ricorda come alcune privare siano «un diplomicifio» o un lasciapassare per figli di ricchi.

L’Unità 28.02.11

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“L’ultimo atto di un regime autoritario. L’offensiva contro la scuola pubblica”, di Francesca Puglisi

Ora Berlusconi punta a distruggere il luogo dove si formano le coscienze, dove le menti imparano a ragionare liberamente e si sviluppa lo spirito critico. Ecco perché infanga gli insegnanti e taglia risorse e personale alle scuole dello Stato, dirottando soldi verso istituti elitari. È un regime autoritario che, anziché prendere il potere con le armi, lo afferra occupando le istituzioni. Difendere la scuola pubblica, il valore delle donne, la legalità, l’informazione libera e la Costituzione, è in realtà la medesima battaglia. È il diritto di “ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità”, come disse Calamandrei.
La pervicace e instancabile guerra di Berlusconi e dei suoi sudditi ministeriali Gelmini e Tremonti alla scuola pubblica, è la volontà precisa di chiudere il cerchio della sua azione politica: dopo aver preso possesso del 90% dei mezzi di informazione, dopo aver delegittimato in ogni modo la magistratura, dopo aver istituito un federalismo zoppo che favorirà le mafie internazionali, come già ricordava Raffaele Cantone qualche giorno fa a Napoli, ora quel che gli manca è debellare l’avversario più pericoloso: la scuola pubblica. Perché è lì che nasce il nemico di ogni dittatura, di ogni integralismo, di ogni illiberalità: il pensiero. Di recente, il presidente Oscar Luigi Scalfaro ci ha messo in guardia dal tentativo di sovversione dell’ordine democratico in atto, un tentativo che non viene fatto con i carri armati, ma con le televisioni e le leggi, entrambe asservite al potere di uno solo, mentre i cittadini sono lasciati soli, sempre più spesso in situazioni di forte disagio economico e sociale che ci riportano indietro di decenni.
Pensare dà fastidio al potere, perché, come cantava Lucio Dalla, il pensiero è come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare… e questo non lo possono sopportare i Gheddafi, i Putin, i Mubarak e i Berlusconi d’ogni sorta e colore. La scuola fornisce non solo nozioni, ma soprattutto gli strumenti di analisi per crescere cittadini consapevoli. La scuola fa crescere insieme, valorizza le differenze, tiene uniti i bambini nella convinzione che saranno loro i mattoni per costruire il futuro. La scuola è l’oceano dove nuota il libero pensiero.
Oggi quest’Italia, geograficamente e simbolicamente al confine fra l’Europa e l’Africa, è a un bivio: se sarà capace di difendere la scuola pubblica, sarà capace di avere un futuro, altrimenti sarà condannata a un eterno passato, quello dove non ci sono presidenti ma dittatori, non diritti ma concessioni, non cittadini ma sudditi. Torniamo in piazza, in un’alleanza di popolo, come abbiamo fatto il 13 febbraio. Se saremo uniti, anche la nostra opposizione politica nelle istituzioni sarà più forte. Salviamo la scuola pubblica, mandiamoli a casa.

L’Unità 28.02.11

"Dal Cavaliere un colpo di grazia dovremo ricostruire sulle macerie" . Franceschini: "Patetico che dica di essere stato travisato", di Giovanna Casadio

«Berlusconi peggiora sempre di più». E il Pd chiama alla piazza gli insegnanti: siete diventati movimentisti, onorevole Franceschini?
«Una parte determinante e centrale del nostro lavoro è in Parlamento e nelle istituzioni. Ma ci sono momenti in cui la coscienza civile di un paese si sveglia ed è una prova di vitalità e di democrazia mostrare indignazione».
Dopo le donne il 13 febbraio, ora l´onda della scuola?
«Le belle piazze italiane del 13 febbraio erano stracolme di donne e di uomini senza bandiere o simboli di partito. E ora potrebbero riempirsi di italiane e di italiani che difendono la scuola pubblica e il ruolo degli insegnanti».
In piazza quindi il 12 marzo, dal momento che gli organizzatori della manifestazione per la Costituzione hanno accolto e rilanciato la sua proposta?
«Grande cosa, sarà un´occasione di protesta pacifica e di indignazione civile».
Berlusconi ha poi rettificato.
«Patetico che dica di essere stato travisato. Le parole del premier scoprono il deserto culturale e la devastazione dei valori di cui è interprete e protagonista. Di fronte alle scuole che cadono a pezzi, alle classi sovraffollate, agli insegnanti con stipendi da fame, anziché impegnare la politica in un grande investimento sulla scuola, l´università, la ricerca, la cultura cioè sull´unica vera risorsa che abbiamo per rendere l´Italia competitiva nel mondo globale, valorizzando i talenti dei ragazzi italiani, il capo del governo, dopo i tagli, demolisce il ruolo degli educatori dei nostri figli».
Ma i mali della scuola italiana non sono di oggi.
«C´è molto da fare. Il berlusconismo però ha dato il colpo di grazia; ha rovesciato la gerarchia dei valori che ha fatto forte l´Italia e l´ha sostituita con il mito che vale solo chi raggiunge la ricchezza e la notorietà con ogni mezzo. Un modello televisivo che spiega tante cose. Va ricordato che nelle nostre università negli ultimi quattro anni le immatricolazioni sono calate del 14%; che il numero di laureati figli di non-laureati è sceso al 10% mentre in Francia e in Inghilterra è tra il 35-40%. I giovani sono le vittime di un messaggio del tipo “cosa conta studiare, quando ci sono mezzi più facili e semplici per fare strada”. Nella scuola bisogna investire sul futuro: io penso a scuole aperte il pomeriggio, a borse di studio ai più bravi, a un Erasmus interno, cioè a uno scambio per mandare giovani del sud a studiare al nord e giovani del nord a studiare al sud».
Secondo lei per gli insegnanti è tempo di riscossa?
«La figura dell´insegnante è la metafora della devastazione dei valori compiuta dal berlusconismo: per decenni il maestro era rispettato nella sua comunità, ci si toglieva il cappello per strada. In questo mondo rovesciato, l´insegnante non lo è perché guadagna poco. E solo se sei ricco conti qualcosa. Dopo la fine di Berlusconi, che sia tra un giorno o tra un anno, troveremo macerie non solo legislative ed economiche ma di valori. Il nostro compito più difficile – prendo in prestito Guccini – sarà proprio costruire su macerie».
Il ministro dell´Istruzione Maria Stella Gelmini, che ha difeso il premier, dovrebbe dimettersi?
«Dovrebbero dimettersi tutti, da Berlusconi in giù».
Anche la Chiesa potrebbe non prestarsi ai tentativi di Berlusconi di offrire un assist alle scuole cattoliche in cambio di una “assoluzione” per i suoi scandali sessuali?
«Cosa c´entra? Berlusconi non ha affatto parlato della libertà d´insegnamento. Ha attaccato semplicemente la scuola pubblica».
Com´è che l´opposizione non riesce a mandare a casa Berlusconi?
«In democrazia ci vogliono i numeri in Parlamento o alle elezioni. Però è chiaro che il premier non ha più consenso sociale, è isolato nel paese. Proprio per questo arriverà la fase più pericolosa dei colpi di coda e il livello di vigilanza democratica deve essere massimo. Così come l´unità tra le opposizioni».

La Repubblica 28.02.11

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Bersani: uno schiaffo, via la Gelmini Il ministro: l’istruzione non è vostra

È un botta e risposta che va avanti per tutta la domenica quello sulla scuola dopo le parole di Silvio Berlusconi che aveva accusato gli insegnanti di «inculcare idee diverse da quelle che vengono trasmesse dalle famiglie». Non è solo il mondo della scuola a sollevarsi, con i sindacati che usano quasi le stesse parole, dalla Flc Cgil alla Ugl, e si uniscono al coro di associazioni degli studenti e presidi, come di rado avviene. La questione monta fino ad occupare il centro della scena politica. «La scuola pubblica è il luogo in cui l’Italia costruirà il suo futuro e non permetteremo che Berlusconi la distrugga» , dice Pier Luigi Bersani che parla di «schiaffo inaccettabile» . Per questo il Partito democratico è pronto a scendere in piazza già domani con un sit in davanti a Palazzo Chigi, mentre prende quota l’ipotesi, per il 12 marzo, di una manifestazione senza bandiere di partito e simboli in difesa della scuola pubblica, sulla scia di quella di due settimane fa in difesa delle donne. Bersani dice anche che «la Gelmini dovrebbe dimettersi» . E lo stesso invito arriva da un uomo di ben altra storia ed orientamento: «Se il presidente del consiglio è convinto di questo — dice Cesare Romiti, ex amministratore delegato della Fiat ed oggi presidente della Fondazione Italia— Cina— doveva chiamare il ministro e costringerla a dimettersi» . Secondo Romiti, la «maggioranza degli insegnanti ha pochi mezzi, guadagna pochissimo, eppure le famiglie amano maestri e maestre di scuola elementare» . Ma alle dimissioni il ministro Gelmini non pensa affatto: difende Berlusconi, anche lei dice che il presidente del consiglio è stato frainteso e poi risponde dura al segretario del Pd: «Bersani si deve rassegnare perché la scuola non è proprietà privata della sua parte politica» . C’è anche chi va oltre Berlusconi come il vicecapogruppo del Pdl alla Camera, Osvaldo Napoli, che accusa gli insegnanti di essere in buona parte «sessantottini» e anche ignoranti perché «laureati a suon di 18 politico, con esami più o meno esotici sulla vita culturale degli esquimesi» . Scontro totale, feroce. Ed una linea respinta da tutte le opposizioni: i finiani dicono con Italo Bocchino che il «vero centrodestra è dalla parte della scuola pubblica» , Nichi Vendola che la «crisi della scuola aiuta il premier» , l’Italia dei valori che il «vero programma di Berlusconi è lo smantellamento della scuola pubblica con un sistema solo per ricchi» . Ma anche da Italia Futura, la fondazione di Luca Cordero di Montezemolo, che parla di «ennesima, imbarazzante, novità che l’Italia offre al mondo» . E questo perché «proprio in tema di valori, i maestri e gli insegnanti che fanno un lavoro difficile e malpagato hanno veramente poco da imparare da Silvio Berlusconi» . Anche l’Udc critica Berlusconi, ma da una posizione diversa. Rocco Buttiglione e Luca Volontè invitano il governo ad evitare polveroni e trovare i soldi per il buono scuola, che favorirebbe l’accesso alle scuole paritarie, in larga parte di orientamento cattolico. L’Udc annuncia di voler «incalzare» il governo su questo punto con una serie di emendamenti in Parlamento, come già fatto durante l’esame della legge di stabilità trovando il no di Giulio Tremonti.

Il Corriere della Sera 28.02.11

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"Le palestre della vita" di Marco Rossi Doria

Il presidente del Consiglio ha affermato che «la scuola pubblica insegna principi contrari a quelli delle famiglie». Il presidente del Consiglio ha affermato che «la scuola pubblica insegna principi contrari a quelli delle famiglie». Poiché egli è tenuto, nella sua qualità di capo del governo, a favorire l’unità degli italiani, questa affermazione (seguita dalla rituale smentita) dovrebbe fondarsi sui problemi educativi comuni a tutti gli adulti responsabili. E non lo fa.
Inoltre essa appare molto distante dalle questioni educative che sono oggi sul campo.

Infatti, nell’Italia di ogni giorno, genitori di famiglie unite o separate, docenti delle scuole pubbliche o private, educatori del privato sociale laico o cattolico, allenatori sportivi, capi-scout, genitori volontari degli oratori, stanno tutti affrontando, da diversi punti di vista, la crescente, comune difficoltà di una crisi di valori e di modelli.

Vi è stato, infatti – negli ultimi decenni – un mutamento radicale del paesaggio antropologico entro il quale si educa. I modelli adulti – nei media, nella politica, nel mercato, nel costume – stanno mettendo a dura prova, anche di recente, i principi dell’educare. Perché le parole in famiglia e a scuola vengono smentite in modo potente. Lo sa bene chi opera ogni giorno. Lo ha scritto la Cei nel suo prezioso documento dell’anno scorso. E soprattutto lo ripetono i ragazzi, delusi e spaesati.

Ma ancor prima di questo, due possenti mutamenti hanno cambiato la posizione della scuola e la relazione tra scuola e famiglie.

Il primo mutamento riguarda il fatto che, a differenza di oggi, fino a una generazione e mezzo fa, ogni bambino veniva affidato dalla famiglia a un gruppo di altri bambini, coetanei o poco più grandi entro cui provarsi, specchiarsi, riconoscersi. E insieme ai quali si condividevano i tempi ripetuti e i luoghi oltre le mura di casa e anche diversi dalla scuola: quartiere, paese, cortile, rione, piazzetta, condominio, campagna. Era la prima palestra della socialità. Che abituava a funzionare entro una comunità di coetanei regolata intorno al gioco ma anche intorno all’essere progressivamente capaci di…. Tanto che ogni nuovo venuto imparava a vivere il riscontro giornaliero «di fare parte di», le piacevolezze proprie delle relazioni e costruzioni progettuali comuni e anche le sue prove e frustrazioni. Era un sistema accettato di regole, prove e ritualità tra coetanei. Con gli adulti in posizione presente ma distante, non intrusiva.

Così, la scuola ha rappresentato, fino a poco fa, la seconda palestra della socialità, ulteriore e diversa dalla prima. Perché era il luogo che ha sì una dimensione sociale ma modificata dal fatto che era deputata a altro rispetto a quella prima socialità e, dunque, regolata per imparare le cose che non si possono imparare a casa o con gli amici. Dunque, la scuola era pienamente riconosciuta dalla famiglia per questa sua specificità e per le leggi, esterne a sé, che la presidiavano, sorvegliate dagli adulti docenti che erano altro dalla famiglia. La quale, però, ne garantiva la funzionalità sulla base di un riconoscimento implicito, tale da delegare funzioni educative.

Il secondo mutamento riguarda il fatto che i confini e le regole, a differenza di oggi, venivano rimarcati dai genitori entro una definizione codificata di ruoli e liturgie di presidio. Le rigidità e gli arbitri potevano essere parti dolorose di questo assetto. Tuttavia il codice implicito era universalmente riconosciuto da una comunità più larga della singola famiglia e ciò la sosteneva nelle funzioni strutturanti e mitigava l’eccesso di soggettività. Era la prima palestra della legge. Che aveva luogo, anche essa, prima della scuola. E che favoriva un insieme graduato di trasferimenti di consegne, attese di comportamenti, riti di passaggio, catene di comando, regole e sanzioni prevedibili. La scuola era in una posizione di continuità anche con questo apprendistato precoce. E poteva contare su di esso per fare valere le proprie regole.

Oggi sono fortemente indeboliti questi fondamentali retroterra di ogni società educante. Tanto che ogni giorno le scuole sia pubbliche che private e le famiglie, insieme, stanno faticosamente lavorando a ritessere la rete educativa adulta comune, entro le mutate condizioni. Il che implica la ricostruzione del patto tra adulti, che da implicito si deve rendere esplicito. Un’opera tanto complessa, lunga, faticosa, delicata quanto irrinunciabile. Che ha bisogno di forte sostegno e di parole e azioni che uniscono e non che dividono.

Istigare alla divisione tra scuole e scuole, tra genitori e genitori, tra scuole e famiglie – come hanno fatto le parole del presidente del consiglio – sono, perciò, un atto di estremismo politico e di irresponsabilità civile che, per il bene di tutti i nostri figli, l’Italia, già fin troppo divisa, non si può né si deve permettere.

La Stampa 28.02.11

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Professori e studenti respingono le critiche: premier non ha credibilità morale

Il mondo della scuola pubblica non accetta di essere accusato dal premier di «inculcare» idee sbagliate ai ragazzi e rimanda al mittente l’accusa. La replica a Berlusconi viene non solo da docenti, come quelli della Cisl, non certo ascrivibili alla sinistra, ma anche da studenti e genitori, che chiedono al governo le risorse per dare alle famiglie una vera libertà educativa.

«Ma cosa deve insegnare la scuola sulla famiglia? È la famiglia la prima agenzia educativa – spiega il segretario della Cisl Scuola, Francesco Scrima – ma ai docenti viene data spesso una delega in bianco: a quali valori si riferisce il presidente del consiglio? A quali modelli e comportamenti? Sono proprio la famiglia e la società a non darli, a diseducare, spesso distruggono in 10 minuti quello che la scuola pazientemente crea in anni». Dai docenti di ogni ordine e grado, invece, vengono «valori forti e fortemente educativi», realizzati con un «lavoro di team» da una pluralità di soggetti: «Noi – ha aggiunto – abbiamo sempre difeso il pluralismo proprio per evitare una pedagogia di stato. D’altra parte la libertà di insegnamento viene dalla Costituzione, approvata proprio dopo la fine di una dittatura». Scrima non esclude che ci «possa essere qualche docente che si presenta all’azione formativa con un’idea di indottrinamento: ma quanti sono? E poi, essendo un lavoro di gruppo, un singolo non può dominare l’azione formativa. Una cosa è certa: la scuola ha solo da perdere quando diventa terreno di contrapposizione ideologica. La realtà è che i docenti dicono quei no che i veri genitori non dicono».

Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil, critica il premier che «non ha nessuna credibilità morale e etica per parlare di educazione e famiglie. Non si può passare dal bunga bunga agli attacchi alla scuola pubblica e alla libertà d’insegnamento. Questo Governo vuole trasformare le scuole italiane in luoghi in cui si nega il pensiero critico e libero. È un ulteriore attacco alla democrazia perchè la scuola pubblica deve rispondere ai principi e ai valori della nostra Costituzione e non agli interessi di Berlusconi. Le famiglie chiedono una educazione all’altezza dei cambiamenti che stanno attraversando le società ma le politiche regressive e i tagli della Ministra Gelmini, ispirate dal furore ideologico contro l’apprendimento di massa, stanno distruggendo la qualità del nostro sistema educativo e formativo».

Per la Rete degli studenti, il Premier ha «ufficializzato l’idea del Governo rispetto alla scuola pubblica, sostenendo che sia inutile e dannosa. Così facendo ci dimostra in maniera chiara che l’opera dei Ministri Gelmini e Tremonti non erano di riforma e di miglioramento del sistema formativo, ma di cancellazione e distruzione della scuola e dell’università pubblica. Altro che merito, qualità e riforma epocale, è chiaro che la scuola pubblica sia un problema per il Governo, in quanto unico spazio rimasto per la formazione di cittadini liberi e con coscienza critica».

Infine il Moige ricorda che i genitori hanno bisogno del «buono scuola che gli consenta di poter scegliere all’interno di un sistema di scuola pubblica, l’istituto scolastico più rispondente alle loro esigenze didattico-educative».

Il Messaggero 28.02.11

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Berlusconi, la scuola pubblica e i valori

Il Segretario Provinciale FLC CGIL Bergamo Tobia Sertori dopo le dichiarazioni del premier sulla scuola pubblica invita insegnanti, famiglie, studenti a non restare immobili.
Come si può non reagire, non far sentire le voci di chi cittadino è, contemporaneamente, soggetto attivo e fruitore di un luogo in cui libero è il pensiero, libero è l’accesso indistintamente da estrazione sociale, religione, sesso, razza, lingua e dove si insegnano i valori della nostra Costituzione e della nostra Repubblica.
La Scuola Pubblica della Repubblica Italiana.
Il presidente del Consiglio è arrivato a dire che ,“gli insegnanti inculcano valori diversi da quelli delle famiglie, c’è bisogno di educare liberamente i propri figli e quindi non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato”.
Rabbrividisco e resto sconcertato di fronte a tanta arroganza e spregio della Scuola Pubblica, degli insegnanti, ma anche delle famiglie. Ma ancor più meravigliato dalla mancata reazione della pubblica opinione.
La scuola pubblica, quella della Costituzione Repubblicana, ha costruito il valore del senso civico, della storia di un paese rinato, dopo un’epoca di dittatura, con il contributo e il sacrificio di tanti: cattolici, non cattolici, socialisti, comunisti, liberali; della democrazia e della tolleranza, del valore non dell’individuo ma della società tutta, di uno Stato Sociale per tutti e a garanzia di tutti.
Questa scuola pubblica è stata il centro della crescita del Paese. Fatta di docenti che con passione (e poco salario) hanno dedicato la loro vita all’istruzione e all’educazione dei futuri cittadini.
Da quale pulpito viene il richiamo ai valori della famiglia e al valore civico!!!
Da anni si bombardano adulti, famiglie ed adolescenti con slogan e azioni che hanno, questi sì, distrutto il valore dei legami affettivi, della famiglia, del rispetto della cosa pubblica e delle sue leggi, della solidarietà e tolleranza; innescando individualismo, valore dell’apparire, del più forte sopra il debole; messaggi che disincentivano l’istruzione e la ricerca del sapere come se fosse inutile alla persona e al Paese.
Slogan che da troppo tempo gettano fango su tutti gli operatori della scuola pubblica, slogan che trasmettono, volutamente, il desiderio di conflitto delle famiglie contro la scuola pubblica.
“Pubblico” è diventato valore negativo anziché valore aggiunto. E per farlo l’azione sistematica di questo governo e del Presidente del Consiglio Berlusconi è stata quella di smantellare pezzo per pezzo la scuola pubblica: tagliati 87.400 docenti e 45.000 non docenti, aumentati gli alunni per classe, riformata la scuola danneggiando e riducendo l’offerta formativa e annullando la possibilità di interventi didattici personalizzati, diminuito le risorse finanziarie alle scuole(si chiede costantemente alle famiglie di pagare rette e di contribuire portando materiale da casa). Nessun intervento a favore della formazione degli insegnanti lasciati soli a gestire una riforma ancora oggi confusa (senza contare il blocco dei loro stipendi e del Contratto di Lavoro).
Tutto questo perché e a favore di chi?
Perché? Avere cittadini dove l’istruzione passa in secondo piano e dove la stessa istruzione pubblica è relegata all’essenzialità, fa comodo. Il cittadino consapevole, istruito e formato, lo rende autonomo e capace di analisi e critica e questo fa meno comodo.
A favore di chi? L’istruzione libera affidata al mercato, dopo aver denigrato e distrutto la scuola pubblica, apre le porte a chi potrà accedere a scuole non pubbliche, magari finanziate adeguatamente e costantemente, mentre si continua a tagliare la propria scuola di Stato.
Nulla contro le scuole non statali (ne conosco di ottime) ma, per concludere, come diceva nel 1950 Piero Calamandrei, uno dei padri della nostra Costituzione:
“Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello Stato sia ottima……. La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta……
Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante……………
Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada……
Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private.
E poi c’è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. È il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l’onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali.
Deve averlo letto bene il Presidente Berlusconi e ha capito che ciò che Calamandrei prefigurava si poteva fare! Ahimè, nel totale silenzio e rassegnazione di tutti.
E’ necessario ri-partecipare, discutere, animarsi della Politica. E’ necessario che i docenti, i partiti, le associazioni professionali, gli intellettuali, i sindacati escano allo scoperto e siano da traino per ridare alla scuola pubblica il giusto valore che merita, la giusta attenzione e le necessarie riforme finalizzate al bene del Paese e della persona.

Non è possibile restare fermi e zitti di fronte all’ennesima offesa e bugia

Il Segretario Provinciale FLC CGIL Bergamo
Tobia Sertori

da Bergamonews 28.02.11

"Cambia il vento dei sondaggi, in picchiata la fiducia del premier", di Mauro Favale

Berlusconi ha perso 8 punti di consenso nel giro di due mesi. Ora i rilevamenti danno il centrosinistra in vantaggio. Pagnocelli: “Il 60% chiede le dimissioni del presidente del Consiglio”. Fiducia in calo costante per Berlusconi. Chi dice abbia perso 3 punti e chi arriva fino 8, solo negli ultimi due mesi. E per la stragrande maggioranza degli italiani, il 6 aprile dovrebbe presentarsi in Tribunale per rispondere dello scandalo-Ruby. Nelle intenzioni di voto, il centrosinistra viene dato sempre più spesso in vantaggio. Cifre e tabelle dei sondaggisti sembrano raccontare, dopo settimane di immobilismo, una “crepa” sempre più vistosa nell’immagine del premier.

Non tutti gli studiosi di correnti d’opinione, com’è ovvio, forniscono la stessa lettura dei dati. Per due istituti (quello di Nicola Piepoli e Euromedia Research di Alessandra Ghisleri, l’istituto di riferimento di Berlusconi) è il centrodestra ad essere ancora in testa, sia pure con un distacco sottile e con tanti indecisi. Qualcosa, però, si muove. Renato Mannheimer, di Ispo, presentando i suoi dati qualche sera fa a Porta a Porta ha sottolineato: “È la prima volta, da mesi, che il centrosinistra dimostra di avere delle possibilità”. Ora spiega: “C’è un atteggiamento critico nei confronti del centrodestra e una percezione di maggiore debolezza del governo. Anche se il condizionale resta d’obbligo”. Gli incerti sono ancora quattro su dieci. Ma il calo di Berlusconi c’è, indubitabilmente. “Non so – continua Mannheimer – quanto abbia influito l’effetto Ruby o l’insoddisfazione per l’attività del governo. Certo, se il premier facesse le riforme forse di Ruby importerebbe
poco”.

Le rilevazioni di Ispo hanno evidenziato che – in uno scenario con Casini in campo come leader del Terzo polo – la sfida tra Bersani a capo del centrosinistra e Berlusconi a capo del centrodestra finirebbe, oggi, con un distacco di 7 punti: 36% contro 29%. Questi dati – va specificato – sono i consensi ottenuti dai capi-coalizione, cioè da Bersani e Berlusconi proposti come contendenti. In altre parole non corrispondono alla somma delle intenzioni di voto raccolte dai partiti delle rispettive coalizioni. Un trend simile lo rileva Nando Pagnoncelli di Ipsos che ha dato Berlusconi sconfitto sia da Bersani sia da Casini sia da Vendola. Con un 60% che ritiene che il premier debba dimettersi.

Molti si domandano: sta girando il vento? “Possiamo dire – spiega il sociologo Ilvo Diamanti – che siamo “sulla soglia del cambiamento”, per usare il titolo di un libro di Arturo Parisi. Quel libro studiava l’elettorato della Dc alla fine degli anni ’80. Elettorato incerto, al quale la Dc non piaceva ma che continuava a votarla. Erano elettori pronti a cambiare. Ma per farlo avevano bisogno di buone ragioni. Oggi siamo in una situazione simile. C’è stanchezza e noia, oltre che disagio, nei confronti di Berlusconi. Ma tutte queste buone ragioni non è detto che si traducano in un reale cambiamento”. Attenzione a non confondere, conclude Diamanti, “le indicazioni sulla fiducia personale con un immediata risposta elettorale, le opinioni con il clima più generale”. Un processo, però è iniziato.

“È un processo lungo – dice Antonio Noto di Ipr Marketing – ma da un po’ stiamo riscontrando un livello di fiducia in calo. Il caso Ruby è costato al premier tra i 6 e gli 8 punti”. Sei mesi fa, secondo Ipr, il centrodestra era avanti di 5-6 punti. Ora questo distacco è ridotto a 1-2 punti. “Uno scossone c’è stato – prosegue Noto – ma non è avvenuto alcun passaggio di elettorato tra i due poli. È diminuita la base elettorale perché una parte di elettori si rifugia nel non voto”. Ma c’è anche chi voterebbe con meno problemi il centrodestra se non ci fosse Berlusconi: “Senza di lui, dai nostri dati, il centrodestra sale di 5-6 punti – dice Roberto Weber di Swg – Per la prima volta Berlusconi viene percepito come un peso. Sta iniziando ad affaticare i suoi”. Le variabili, però, sono tante. “E quello che sta accadendo in Libia – segnala la Ghisleri di Euromedia – potrebbe mettere in secondo piano molte vicende nostrane. Certo, fino a qualche mese fa la situazione era più stabile. Poi c’è stato uno scossone, ma dopo il 14 dicembre il Pdl ha iniziato a risalire. E non dimentichiamo la capacità di Berlusconi di stupire anche nei momenti più difficili”.

www.repubblica.it

Sit-in del PD per la scuola pubblica

Bersani:”da Berlusconi schiaffo inaccettabile alla scuola. Gelmini dimettiti”

In difesa della scuola pubblica, attaccata ieri dal premier – in una delle sue ormai consuete uscite che hanno il solo scopo di distrarre l’opinione pubblica dai suoi guai giudiziari – il PD ha promosso MARTEDI’ 1° MARZO ALLE 17 E 30 un sit-in sotto Palazzo Chigi (Via del Corso – lato Galleria Colonna) per una scuola pubblica, garanzia della libertà di pensiero.

Oggi sono arrivate le parole di Pier Luigi Bersani, a giudizio del quale “la scuola pubblica è nel cuore degli italiani, da Berlusconi arriva uno schiaffo inaccettabile. Con richiami di sapore antico – ha sottolineato il segretario del Partito Democratico – il premier se la prende con comunisti e gay, insultando così l’intelligenza e la coscienza civile del Paese.
All’elenco, Berlusconi stavolta ha aggiunto gli insegnanti della scuola pubblica. Uno schiaffo inaccettabile a chi lavora con dedizione in condizioni rese sempre più difficili dal governo. La scuola pubblica – ha concluso Bersani – è nel cuore degli italiani, è il luogo in cui l’Italia costruirà il suo futuro. Noi siamo con la scuola pubblica e non permetteremo che Berlusconi la distrugga”. Proprio per questo il segretario dei democratici chiede a Maria Stella Gelmini di rassegnare le dimissioni: “Se la Gelmini fosse un vero ministro, invece che arrampicarsi sui vetri per difendere Berlusconi, dovrebbe prendere atto degli inaccettabili attacchi che il premier ha rivolto agli insegnanti e alla scuola pubblica e dimettersi”. (Vi invitiamo a diffondere le proposte per la scuola approvate dall’Assemblea Nazionale del PD).

Per Francesca Puglisi, responsabile Scuola della segreteria nazionale del partito, “a Berlusconi, amico di dittatori e rais, e ballerino di bunga bunga, dà fastidio la scuola pubblica, perché è scandalizzato dalla cosa più pericolosa che la scuola produce: il pensiero”. La Puglisi ricorda che “per il massacratore Gheddafi, intimo amico del nostro premier, al quale ha dedicato un mega poster di sette piani in una via centralissima di Tripoli, chi pensa è un nemico pericoloso. Lo è per l’ex agente Kgb Putin che non sopporta critiche di sorta. Dopo essersi impossessato del 90% dei mezzi di informazione, dopo aver delegittimato la magistratura, ora Berlusconi punta a distruggere il luogo dove si formano le coscienze civili, dove le menti imparano a essere libere di ragionare e di criticare”. A giudizio della Puglisi, l’obiettivo del premier è quello di “dirottare fondi verso istituti elitari, per famiglie ricche, scuole facilmente controllabili perché economicamente ricattabili: l’idea di qualsiasi regime autoritario che anziché prendere il potere con le armi, lo afferra occupando le istituzioni”.

da www.partitodemocratico.it

Primarie a Torino, vince Fassino

53.000 i torinesi alle urne. Bersani: “Ora tutti uniti, la partecipazione rafforza il vincitore”. Fassino: “Dato straordinario, è la dimostrazione che quando i cittadini vengono chiamati a decidere davvero, ci sono”. Gariglio, arrivato secondo, telefona riconoscendo la vittoria

Piero Fassino ha vinto le primarie del centrosinistra per il candidato sindaco di Torino. Sono stati 52.922 i torinesi che si sono recati alle urne nelle 76 sezioni allestite in 73 seggi in tutte le zone della città. Un record senza precedenti, visto che alle primarie del 2009 avevano votato in 39.000 e a quelle del 2007 36.000. Secondo è arrivato Davide Gariglio, seguito da Passoni, Curto e Viale.
“Gariglio mi ha telefonato poco fa riconoscendo la vittoria – ha annunciato Piero Fassino – credo sia un atto di sensibilità. Da domani dobbiamo lavorare tutti uniti per una grande vittoria a maggio”.

Fassino in un videomessaggio ad urne appena chiuse parlava di una domenica “che fa bene alla politica italiana. Il candidato scelto dai cittadini sarà più forte nella competizione contro il centrodestra, sarà credibile, affidabile e in grado di raccogliere il consenso per permettere al centrosinistra di governare la città. Oltre 50 mila torinesi hanno partecipato alle primarie. Un risultato straordinario, è la dimostrazione che quando i cittadini vengono chiamati a decidere davvero, ci sono. Io credo che questo risultato faccia tanto bene, fa bene a Torino, fa bene al centrosinistra, fa bene alla democrazia italiana, perché viviamo tempi nei quali il rapporto tra cittadini e politica è spesso critico. Oggi è accaduto qualcosa di positivo – conclude – che non può che rinsaldare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nella politica”.

”Attorno a Piero Fassino, che ha ottenuto un risultato di straordinaria ampiezza, si raccoglieranno ora tutte le forze del PD e del centrosinistra in vista della sfida elettorale per il comune di Torino, una sfida che vinceremo” . Così Pier Luigi Bersani, segretario del PD, commenta il voto delle primarie: “E’ stata una straordinaria giornata di partecipazione politica. Ne vengono un segnale per tutto il Paese e un grande incoraggiamento per noi. Voglio ringraziare il Pd di Torino – ha aggiunto Bersani – tutti i cittadini che hanno partecipato alle primarie e i candidati che hanno dato luogo a un confronto vero e appassionato”.
Paola Bragantini, segretaria del PD provinciale, a urne appena chiuse spiega che “la gente ha capito il valore delle primarie ed è andata a votare perché quella che si è giocata non è stata una competizione di facciata”. Per Davide Zoggia, responsabile enti locali del Pd, “le primarie di Torino con l’altissimo numero di votanti, circa 50mila elettori, rappresentano uno straordinario risultato per il Partito democratico, una vittoria della partecipazione che premia la serietà e l’impegno del nostro partito per la piena riuscita di questo importantissimo appuntamento. L’alta affluenza testimonia, tra l’altro, l’attenzione e l’apprezzamento dei torinesi nei confronti della giunta Chiamparino e delle proposte del Pd e dei suoi candidati”.
”Complimenti a Piero Fassino – ha detto Zoggia – che ha conseguito una netta vittoria e grazie a Gariglio e agli altri sfidanti per il loro impegno e la loro serietà. Ora si tratta di voltare subito pagina e concentrarci per vincere la sfida delle amministrative. Una sfida che richiede che tutti coloro che oggi hanno partecipato a queste primarie diano il proprio convinto contributo. L’unità delle forze di opposizione – ha concluso Zoggia – è necessaria per vincere a cominciare dal prossimi appuntamenti elettorali e per mandare il segnale di sfratto al governo Berlusconi”.
In serata Romano Prodi ha chiamato il neo-candidato sindaco sottolineando che l’alta affluenza alle urne ridà alle primarie il significato particolare di partecipazione e ha espresso le congratulazioni per la partecipazione di Torino alle primarie. Parole simili dal primo segretario del PD: ”La cosa più bella – ha detto Walter Veltroni – è la partecipazione di decine di migliaia di persone, da Torino arriva la conferma della bellezza delle primarie, anomale per come è la politica italiana in cui si decide tutto nella stanza di una persona sola”.
“Fassino ha vinto le primarie a Torino. Penso che il centrosinistra avrà un candidato autorevole nel quale la città potrà riconoscersi e con cui crescere – dichiara su Facebook l’europarlamentare Debora Serracchiani – l’ampia affluenza dimostra che le primarie rimangono uno strumento fondamentale per selezionare i candidati. Lo strumento che il Pd ha scelto per selezionare i propri dirigenti e candidati rimane importantissimo e non ne faremo a meno”.
Per il sindaco uscente, Sergio Chiamparino, “l’elevata affluenza al voto e la serenità e compostezza della partecipazione hanno riabilitato le primarie. La vittoria di Fassino lascia ben sperare per la scadenza di maggio. Senza sottovalutazioni – ha concluso – la città potrà avere una solida guida di centrosinistra capace di portare avanti il lavoro fatto in questi dieci anni, attenta alle necessarie innovazioni”Ora tutti al lavoro per la gran Torino.

di Ma.Lau. da www.partitodemocratico.it