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Scuola: Franceschini, in piazza per difenderla dagli insulti del premier

Dario Franceschini ha lanciato la proposta di una grande mobilitazione in difesa della scuola pubblica, dopo le critiche del premier Silvio Berlusconi.
“Tutti di nuovo in piazza, come le donne il 13 febbraio senza simboli e bandiere, a difendere la scuola pubblica dagli insulti di Berlusconi”, e’ l’appello diffuso da presidente dei deputati del Pd su Twitter e Facebook.

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BERLUSCONI, BERSANI: SCHIAFFO INACCETTABILE A SCUOLA PUBBLICA

Sull’onda delle polemiche sollevate, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, attraverso una nota, ritorna sulla questione sottolineando: “Come al solito anche le parole che ho pronunciato sulla scuola pubblica sono state travisate e rovesciate da una sinistra alla ricerca, pressoché ogni giorno e su ogni questione possibile, di polemiche infondate, strumentali e pretestuose”. “Desidero perciò chiarire nuovamente, senza possibilità di essere frainteso, la mia posizione sulla scuola – continua il premier -. Il mio governo ha avviato una profonda e storica riforma della scuola e dell’Università, proprio per restituire valore alla scuola pubblica e dignità a tutti gli insegnanti che svolgono un ruolo fondamentale nell’educazione dei nostri figli in cambio di stipendi ancora oggi assolutamente inadeguati. Questo non significa non poter ricordare e denunciare l’influenza deleteria che nella scuola pubblica hanno avuto e hanno ancora oggi culture politiche, ideologie e interpretazioni della storia che non rispettano la verità e al tempo stesso espropriano la famiglia dalla funzione naturale di partecipare all’educazione dei figli. Le mie parole, perciò – conclude il premier -, non possono essere in alcun modo interpretate come un attacco alla scuola pubblica, ma al contrario come un richiamo al valore fondamentale della scuola pubblica, che presuppone libertà d’insegnamento ma anche ripudio dell’indottrinamento politico e ideologico”.

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SCUOLA: BERSANI, GELMINI SI DIMETTA ++
NON SI ARRAMPICHI SU VETRI PER DIFENDERE PREMIER (ANSA) – ROMA, 27 FEB – ‘Se la Gelmini fosse un vero ministro, invece che arrampicarsi sui vetri per difendere Berlusconi, dovrebbe prendere atto degli inaccettabili attacchi che il premier ha rivolto agli insegnanti e alla scuola pubblica e dovrebbe dimettersi’. Cosi’ il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, commenta le parole del ministro della pubblica istruzione Mariastella Gelmini.

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SCUOLA:GELMINI A BERSANI, APPARTIENE A PAESE NON ALLA SINISTRA = (AGI) – Roma, 27 feb. – “La sinistra guarda alla scuola pubblica italiana come a un luogo di indottrinamento ideologico. Bersani si rassegni: la scuola non e’ proprieta’ privata della sua parte politica”. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini risponde al leader del Pd Pierluigi Bersani che ne ha chiesto le dimissioni dopo l’intervento del premier al congresso dei cristiano-riformisti. “Noi vogliamo un sistema educativo che abbandoni vecchi slogan e punti sul merito”, sottolinea Gelmini, “sull’efficienza e sulla valutazione per valorizzare ancora di piu’ il ruolo dei docenti e dare agli studenti una formazione di qualita’”. E conclude: “Ogni giorno Bersani chiede in maniera scomposta le dimissioni di qualche esponente del governo. Lo invito invece a riflettere sugli errori storici della sinistra, incapace di leggere la modernita’ e capire le esigenze della societa’ in cui viviamo”.

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Berlusconi: Bersani, schiaffo a scuola
Scuola pubblica e’nel cuore degli italiani, non sara’ distrutta

”La scuola pubblica e’ nel cuore degli italiani. Da Berlusconi arriva uno schiaffo inaccettabile”. Cosi’ il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, ha replicato a Silvio Berlusconi sulla scuola pubblica.”Con richiami di sapore antico – afferma Bersani – Berlusconi se la prende con comunisti e gay,insultando l’intelligenza del Paese. La scuola pubblica – prosegue il segretario del Pd – e’ il luogo in cui l’Italia costruira’ il suo futuro. Non permetteremo che Berlusconi la distrugga”.

Primarie Torino, Bersani: "Facciamo vedere a Berlusconi con una grande giornata che c’è un altro modo di fare politica rispetto a quello padronale"

Intervista a Carlo Bertini de LA STAMPA: “Sulla Libia il governo ha espresso preoccupazioni sull’esodo o sulla riscossa islamica, ma sono suonate quasi strumentali. Perché l’errore più grave è aver perso un profilo internazionale che ci mettesse in grado di giocare un ruolo in questa vicenda drammatica”. Sa perfettamente quale sia la posta in gioco domani quando dai gazebo del Pd -( consulta la lista completa dei seggi per le primarie di Torino) – uscirà il vincitore delle primarie torinesi, anche per questo si guarda bene dal parteggiare per uno dei due candidati della «ditta». Anzi, con una pragmaticità tutta emiliana Pierluigi Bersani ci scherza su, «sono piacentino, il vincitore lo decideranno i torinesi, non i romani». Della serie, vinca il migliore. E quindi tra un «rinnovato sostegno» a Pisapia che non può esser iscritto alla categoria della Casta per lo scandalo del Trivulzio e la garanzia che sul caso Tedesco «si valuteranno le carte con la massima obiettività», il leader del Pd lancia un appello accorato ai torinesi: per una «grande partecipazione» che dia il segno di «una riscossa» di popolo per riconquistare una città simbolo nel pieno delle celebrazioni dell’Unità d’Italia.

Ma in cima ai vostri pensieri dovrebbe esserci la Libia, dove la situazione è sempre più drammatica. Fa bene il governo ad evocare l’incubo dell’esodo biblico?
«Può esserci un problema di immigrazione e certo dobbiamo chiedere una solidarietà europea, ma attenzione: in questi giorni abbiamo fatto risuonare le nostre preoccupazioni sull’esodo o sulla riscossa islamica, ma sono suonate quasi strumentali. Perché l’errore più grave è aver perso un profilo internazionale che ci mettesse in grado di giocare un ruolo in questa vicenda drammatica che ci ha sorpreso nel momento di massima debolezza della nostra politica estera. Per il resto l’Europa unita deve dire basta alle violenze, mettersi dalla parte del cambiamento e accompagnare una soluzione che dia nuovi diritti ai libici».

E’ evidente che i conflitti esplosi sull’altra riva del Mediterraneo creano ricadute sul piano politico interno. Sbaglia Bossi a dire che una condizione di paura favorirà la Lega e Berlusconi?
«E’ una cosa assurda e infondata, perché di fronte a problemi del genere, in casa nostra emerge che in tutti i campi voliamo col pilota automatico, senza un governo autorevole che indichi la strada in momenti difficili. Quando ci sono le svolte storiche ci vorrebbe un governo e gli italiani percepiscono benissimo che non c’è. E anche se si votasse, loro sanno bene che non vincerebbero sollevando paure sulla Libia».

Una curiosità: cosa le voleva dire Bossi quando l’ha avvicinata in Transatlantico?
«Mi limito a dire questo: non mi è sembrato molto ottimista, ma piuttosto preoccupato dei troppi litigi tra Fini e Pdl».

Certo il prosieguo della legislatura pone anche a voi l’urgenza di rivedere la strategia. Vi ostinerete a corteggiare Casini e Fini o punterete sull’alleanza con Vendola e Di Pietro, forti dei sondaggi che oggi vi danno vincenti?
«Per noi Berlusconi deve fare un passo indietro e la cosa giusta sarebbe andare a votare. In quel caso e comunque sia, continuiamo a dire che ci vuole un’alleanza larga tra progressisti e moderati, da lì non ci muoviamo. Il tramonto di Berlusconi può essere più o meno lungo e noi useremo tutto il tempo per affinare un progetto per ricostruire l’Italia. E chi si tira indietro deve spiegare al paese quale soluzione propone. Bisogna capire se e come si comporrà questo Terzo Polo, perché a noi non interessano alleanze con chi voglia rifondare il centrodestra, ma con forze moderate di centro. Quindi continueremo a dire che con i problemi che abbiamo di fronte, dobbiamo dare le basi più larghe a quelle quattro o cinque riforme da fare per ricostituire l’ossatura del paese. Poi tireremo le somme, può essere che qualcuno si sottragga ma da qui alle elezioni è tutto da vedere…».

Il voto che si allontana spinge al rompete le righe. Non teme esodi di massa dei cattolici Pd?
«Ma quale esodo di massa? In realtà l’aria per noi sta migliorando. Ogni giorno che passa aumentano le responsabilità del Pd e di chi milita nel partito e mi aspetto che continui il ricompattamento che c’è stato in questi mesi. E non temo neanche il passaggio del biotestamento, dove siamo in condizione di avanzare emendamenti condivisi alla proposta del governo. Mi chiedo piuttosto se sia il caso su un tema così delicato spaccare a metà il Parlamento e il Paese o se non sia meglio fermarsi e riflettere bene».

Anche la sfida tra Fassino e Gariglio, tra un leader ex Ds e un ex Margherita dimostra che i due mondi tendono a dividersi. O no?
«Ne abbiamo avute di ogni sorta nelle primarie e ormai il rimescolo c’è anche a Torino. Ma voglio dire ai nostri elettori che da lì può partire un messaggio a Berlusconi avviando una grande primavera di partecipazione, con l’8 marzo e la festa per l’Unità d’Italia. Poi non è da Piacenza o da Roma che si scelgono i candidati».

Certo se è vero che maggiore è l’affluenza più chances di vittoria ha Fassino, questo appello tradisce un suo auspicio. Lei chi voterebbe?
«No, sono piacentino e il candidato lo sceglieranno i torinesi tra candidati tutti torinesi. E anche se sembra paradossale, è molto difficile fare previsioni sulle primarie. Facciamo vedere a Berlusconi con una grande giornata di impegno che c’è un altro modo di fare politica rispetto a quello padronale».

In una partita che Gariglio gioca sul bisogno di rinnovamento generazionale, quasi fosse un rottamatore alla Renzi, lei che posizione assume? Una sua vittoria sarebbe un dramma per voi?
«Nelle primarie non esistono drammi, lì abbiamo schierato belle candidature e ho ringraziato Fassino per la sua disponibilità, poi decideranno i cittadini. Ci sono tanti modi per interpretare le esigenze di rinnovamento e ognuno la svolgerà a modo suo. Se saranno in tantissimi a scegliere avremo aperto la strada ad una vittoria a Torino e a un grande segnale per il centrosinistra in Italia».

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Draghi: «La crescita stenta da 15 anni Giovani, troppe risorse sprecate», di Stefania Tamburello

Draghi: l’aumento del petrolio potrebbe frenare il Pil dello 0,5%. E’ il momento di aver «più coraggio» nelle riforme perché in Italia la crescita «stenta da quindici anni» mentre dovrebbe procedere a ritmi più sostenuti ed in modo più «equo» e «duraturo» «per «migliorare» le aspettative» delle imprese, delle famiglie e soprattutto dei giovani. Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, intervenendo all’annuale assemblea dei tesorieri e degli operatori del Forex, Assiom e Aiaf, torna a sollecitare interventi più decisi per risvegliare l’economia italiana: nel campo dell’istruzione e della ricerca, dove va premiato e valorizzato il merito; nella pubblica amministrazione, per ridurre l’onerosità della burocrazia; nel mercato di lavoro, «fortemente segmentato dove si va dall’estremo della minima mobilità a q u e l l o d e l l a massima precarietà» . E’ «uno spreco di risorse» osserva Draghi denunciando «l’avvilimento» dei giovani, fra i quali il tasso di disoccupazione sfiora il 30%, e i cui salari di ingresso nel mondo del lavoro sono fermi in termini reali da oltre dieci anni. E poi c’è il peso eccessivo delle tasse che in Italia già supera di 3 punti quello medio di Eurolandia, senza contare eventuali aumenti del prelievo decentrato per il federalismo fiscale. Bisogna dunque «destinare i recuperi di evasione a ridurre le aliquote di chi paga il dovuto, famiglie e imprese» . Alle quali il governatore torna a chiedere di aumentare le dimensioni. Sullo scenario economico, dominato dall’incertezza della ripresa, preoccupano, rileva Draghi gli esiti della rivolta in Libia. «Nell’economia italiana un aumento del 20%del prezzo del petrolio determina, a parità di altre condizioni, una minor crescita del prodotto di mezzo punto percentuale nell’arco di tre anni» . Che non è poco visto che è la metà del tasso di sviluppo atteso, pari all’ 1%l’anno. Di fronte ad un pubblico di operatori e di banchieri — tra i quali i presidenti di Unicredit, Dieter Rampl, Generali, Cesare Geronzi, Bnl Luigi Abete, Montepaschi ed Abi, Giuseppe Mussari e del consiglio di sorveglianza di Banca Popolare, Carlo Fratta Pasini— Draghi ricorda come il sistema italiano abbia superato indenne la prima fase della crisi ma come ora risenta degli effetti della recessione, diminuendo ricavi e redditività. E non si tratta di un cambiamento transitorio, ma strutturale, avverte il governatore, chiedendo alle banche di essere più attente e prudenti nella gestione della liquidità e di mettere in piedi nuove strategie per «migliorare» il rapporto tra costi e ricavi peraltro già vicino a quello dei competitori europei (62%contro una media del 58%delle banche Ue). Occorre, dice, «razionalizzare le reti di vendita, estendendo e affinando l’uso della tecnologia, semplificando le strutture produttive, cedendo ulteriori attività non strategiche, adeguando le politiche di remunerazioni ai vari livelli» . Ma senza tornare indietro sulla trasparenza e sui rapporti con la clientela. Le banche dovranno annunciare sin da subito, se li hanno programmati, i loro programmi di ristrutturazione. Così come dovranno comunicare, prima del prossimo più severo stress test in preparazione a livello europeo, eventuali aumenti di capitale se già messi in cantiere. Il livello di patrimonializzazione delle banche italiane «è migliorato» ma «deve continuare» dice Draghi sollecitando nuovamente di accantonare senza distribuirli la gran parte degli utili. E sulla vigilanza di Bankitalia, prende come un complimento la definizione di «asfissiante» data da alcuni banchieri. I controlli insomma non diminuiranno, anzi. Infine la politica monetaria. Da perfetto possibile candidato alla presidenza della Bce, Draghi ribadisce la necessità di mantenere fermo l’obiettivo di contrastare l’inflazione, valutando «attentamente i tempi e le modalità di una normalizzazione delle condizioni monetarie, dei tassi di interesse» .

Il Corriere della Sera 27.02.11

"Istituti statali e paritari, tagli per tutti,ma non allo stesso modo", di Alessandra Migliozzi

A subire i colpi più duri è stata la scuola di Stato, che ha dovuto incassare un taglio importante di fondi, classi e insegnanti. Un trend che va avanti fin dall’insediamento dell’esecutivo. Più tagli per tutti, ma soprattutto per la scuola pubblica. Il governo Berlusconi nell’ultimo anno ha portato meno soldi sia nelle casse dell’istruzione statale che di quella privata. Ma a subire i colpi più duri è stata la scuola di Stato, che ha dovuto incassare un taglio importante di fondi, classi e insegnanti. Un trend che va avanti fin dall’insediamento dell’esecutivo.
Chiusi 295 istituti. Tanto per fare due conti, fra il 2009 e il 2010 sono state chiuse 295 scuole statali per “razionalizzare” il sistema e contenere la spesa. Le classi tagliate sono state quasi 5mila. Cura da cavallo, poi, per gli organici: tra il 2009 e il 2011 il governo ha messo in conto 87mila cattedre e 45mila Ata (Ausiliari, tecnici e amministrativi) in meno. Le cattedre relative al 2009 e al 2010 sono già volate via: 42mila nel 2009 e più di 25mila nel 2010. Alle migliaia di insegnanti lasciati a spasso il governo ha dovuto rispondere con un decreto ad hoc per garantire corsie preferenziali per le supplenze a chi da anni insegnava e all’improvviso si è ritrovato senza contratto. Ora si attende l’emanazione della circolare che renderà effettivi i tagli del 2011 e che li distribuirà regione per regione. Inutili le proteste degli insegnanti.
8 miliardi di risparmi. La legge 133 del 2008, la manovra estiva di quell’anno, del resto, parlava chiaro: alla scuola statale è stata imposta una cura dimagrante pari a 8 miliardi di risparmi (456 milioni per il 2009, 1,6 miliardi per il 2010, 2,5 miliardi per il 2011, 3,1 miliardi per il 2012) da conseguire attraverso l’innalzamento del numero di alunni per classe, il taglio del personale, l’accorpamento e la chiusura di istituti. E la dieta non è finita: nella legge del 2008 c’è scritto che l’ultima tranche di tagli (3,1 miliardi), quella più sostanziosa, vale a “decorrere dall’anno 2012”. Salvo nuovi interventi normativi, dunque, il risparmio dovrà andare avanti.
A dieta pure le private. Anche il settore privato ha perso una parte dei sussidi erogati dallo Stato: le scuole non statali nel 2010 hanno ricevuto 539 milioni di euro (il 15% va alle comunali), quest’anno ne avranno 10 in meno. Ma il confronto non regge: la scuola privata è sostenuta anche dalle rette delle famiglie e raccoglie solo il 5% degli iscritti a livello nazionale. E, comunque, secondo una tabella della Flc Cgil, dal 2008 ad oggi, fatta eccezione per il calo di quest’anno, i fondi per le paritarie sono sempre cresciuti. Insomma, la bastonata più grossa l’ha presa il sistema pubblico. Peraltro a novembre, dopo forti rimostranze da parte dell’area cattolica, il governo ha ripristinato buona parte del taglio inferto alle non statali: all’inizio Tremonti aveva decurtato del 48% (255 milioni) lo stanziamento. Poi, nel maxi emendamento presentato alla legge di stabilità, sono stati messi 245 milioni per coprire quel buco. A conti fatti le scuole private hanno perso solo il 2%, pari a 10 milioni. Ma non è solo una questione di soldi: la ‘rivalità’ fra scuola pubblica e privata è alimentata anche a suon di dichiarazioni.
La parità nel programma del Pdl. Nel suo programma elettorale il Pdl aveva espresso con chiarezza la propria intenzione di sostenere il sistema non statale con aiuti economici alle famiglie per “una effettiva libertà di scelta educativa”. E se il governo non ha dubbi sull’importanza delle paritarie nel sistema dell’istruzione, sulla scuola pubblica piovono spesso critiche di inefficienza.

Il Messaggero 27.02.11

"Se l'imputato dà lezioni su scuola e famiglia", di Fabio Lupino

Ma cosa ne sa Berlusconi della scuola e della famiglia italiana? Il premier imputato per concussione e prostituzione minorile si è ieri permesso un giudizio, a suo dire esemplare: gli insegnanti di Stato inculcano cose diverse dai valori familiari. Lo disse nel ‘94 per svilire la scuola pubblica in nome della libera scelta; lo ripete ora, quando, grazie a lui e Gelmini, lo sfascio dell’istruzione è quasi compiuto. Nessun paese occidentale ha così drasticamente disinvestito nel settore come ha fatto, invece, l’Italia in questi ultimi due anni e mezzo. Anzi, i bilanci degli altri hanno visto crescite consistenti sul Pil, malgrado la crisi. Gli insegnanti italiani hanno cercato di mantenere un livello di dignità, con un lavoro invisibile e appunto vilipeso. Cosa ne sanno Berlusconi e Gelmini a quante e a quali problematiche deve provvedere un docente quotidianamente? La scuola pubblica implica un dovere etico, il rispetto di determinati principi, vincoli, la Costituzione per esempio. Quando il premier contrappone la pubblica alla privata (molto ben finanziata dalla Destra) non sa di cosa parla, perché in questi anni la qualità dell’istruzione a pagamento è irrimediabilmente affondata, avendo alla base spesso solo il profitto, la promozione facile e in molti casi l’inquadramento in nero del corpo docente. Berlusconi offende lavoratori (un milione) che in altri paesi europei godono della massima considerazione: per Francia e Germania con l’istruzione di Stato si costruisce il futuro, per il nostro premier è una perdita di tempo e anche dannosa. Chiedesse ai genitori con figli studenti, in quale contesto si lavora, grazie ai colpi di accetta di questi anni. Solo il buonsenso di tutti nonfa scoppiare rivoluzioni. Siamo al secondo quadrimestre. Il primo se n’è andato con questi scenari, che invitiamo il premier a verificare di persona. Taglio di fondi per i supplenti («ho solo 5mila euro per tutto l’anno, cioè nulla», raccontava un preside in settembre) con conseguente accorpamento quotidiano di bambini e ragazzi in altre classi, cosicché vengono privati dell’ora di lezione tutti; abolizioni di ore di laboratorio; aumento di ragazzi per classe, spesso oltre i trenta; diminuzione degli insegnanti di sostegno con conseguente perdita d’istruzione per gli alunni con handicap e per tutti gli altri; incremento del contributo volontario a carico delle famiglie (in teoria le famiglie si potrebbero rifiutare di pagarlo, spesso cifre intorno ai 100-120 euro, ma se lo facessero negli istituti dei loro figli non ci sarebbero né la carta igienica né quella per le fotocopie). Tacendo del meno latino, meno lingue, meno italiano, meno matematica nel primo anno della riforma Gelmini anche per le superiori. Non solo i docenti: siano anche le famiglie ad indignarsi per l’ennesima mortificazione.

L’Unità 27.02.11

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“QUANDO IL PREMIER PARLA DELLA FAMIGLIA” , DI CHIARA SARACENO

Come previsto, Berlusconi salda puntualmente il debito contratto con la gerarchia cattolica in cambio della benevola tolleranza di questa, attenuata solo da qualche critica molto sfumata e generica, nei confronti suoi e del suo governo per le costanti violazioni della morale pubblica e privata. Chi, nell´opposizione e nell´opinione pubblica, riteneva che il disagio manifestato da parte della stampa cattolica, da qualche esponente della gerarchia, oltre che da moltissimi uomini e donne cattoliche, per i comportamenti pubblici e privati di Berlusconi avrebbe provocato un indebolimento del sostegno offertogli dalla gerarchia, deve ancora una volta ricredersi. I due attori in gioco – Berlusconi e gerarchia cattolica– sono da questo punto di vista del tutto simili per grado di cinismo politico.
Perciò la gerarchia può ascoltare senza battere ciglio, e anzi compiacersi, che Berlusconi oggi vada in giro predicando, anche a platee di cattolici, a difesa della famiglia – si intende quella eterosessuale, fondata sul matrimonio, ove la sessualità è orientata esclusivamente alla procreazione, e la fedeltà coniugale la norma. Il “moralismo”, che è una brutta cosa quando viene applicato nei giudizi nei confronti di Berlusconi (Ferrara docet) diviene un obbligo stringente quando si tratta dei cittadini comuni. In questo spericolato esercizio di doppia morale Berlusconi è appunto confortato dalla gerarchia cattolica che, oggi come sempre, in Italia come in situazioni molto più fosche dal punto di vista della libertà e della democrazia, guarda agli atti politici che le giovano, non a chi li compie e al contesto in cui ciò avviene. Come il denaro (si vedano le non sempre trasparenti vicende finanziarie del Vaticano), anche le leggi “non olent” quando portano risorse finanziarie o di controllo alla istituzione chiesa. E Berlusconi ne promette a tutto campo, dopo aver già concesso lo sconto sull´Ici in sprezzo della normativa europea e della correttezza delle regole di mercato: sulla famiglia, ma anche sulla scuola, a costo di delegittimare la scuola pubblica come istituzione educativa, rappresentandola come una sorta di scuola di partito sovietico. E, naturalmente, sul testamento biologico e le disposizioni di fine vita.
Più ancora che sotto i governi democristiani, i cittadini italiani sono un puro ostaggio nel grande scambio di risorse in cambio di legittimazione messo in atto da questo governo, e in particolare da Berlusconi, con la gerarchia cattolica.
Incontro molti cattolici che individualmente e anche in gruppi e associazioni si dissociano, costituendo delle forme silenziose di “chiese” alternative dentro o accanto alla chiesa ufficiale. E´ un fenomeno ricorrente dentro alla storia della chiesa cattolica, di cui si trova traccia nella origine, ad esempio, di molti ordini monacali, a testimonianza del fatto che la tensione tra la realpolitik e l´espressione della fede è per certi versi strutturale entro la chiesa. Ma certo oggi è uno dei tempi in cui essa si manifesta più acutamente, almeno in Italia: dove alla presenza ingombrante del Vaticano si aggiunge un episcopato molto coinvolto nella politica, almeno nei suoi vertici. Le motivazioni del dissenso sono tra loro diverse e a volte contrastanti. C´è chi vorrebbe più coerenza e universalismo nella applicazione di norme condivise, chi invece dissente sulla formulazione delle norme e l´interpretazione delle questioni di fede. E´ una situazione da osservare con grande rispetto. Ma senza sovraccaricare il dissenso interno alla chiesa di aspettative politiche. Piuttosto, a livello di giudizio politico, è ora che si dica chiaramente che il degrado etico (che nulla ha a che fare con il moralismo) e civile in cui ci troviamo non è solo responsabilità di Berlusconi, della sua maggioranza, delle sue televisioni. E´ responsabilità anche della doppia morale cinicamente esercitata dalla gerarchia cattolica ogni volta che sono in gioco i suoi interessi come istituzione di potere. Più grave ancora del fatto che di volta in volta pretenda che si legiferi in accordo ai suoi principi fatti valere come validi per tutti, è il fatto che taccia, e spesso si compiaccia persino, quando la religione cattolica e i suoi simboli sono usati politicamente come armi improprie per posizionarsi, affermare identità, escludere qualcuno. Questo doppio cinismo (di chi ci governa e della gerarchia che lo legittima) e la doppia morale che ne deriva non hanno solo effetti nefasti sulla nostra libertà di cittadini. Stanno anche corrodendo la coscienza civile.

La Repubblica 27.02.11

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Berlusconi attacca gay e professori “Scuola pubblica contro la famiglia”, di Giovanna Casadio

“No alle adozioni per i single”. Il Pd: ormai è un disco rotto. Nel mirino di Berlusconi ci sono i professori della scuola pubblica, i comunisti e i gay. I professori perché – il premier cita il discorso della discesa in campo del 1994 – «inculcano valori diversi da quelli delle famiglie, c´è bisogno di educare liberamente i propri figli e quindi di non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato». I comunisti, in particolare «quelli di casa nostra, erano e restano tuttora comunisti; ed è per questo che sono in campo, perché non prevalgano: sono sceso in politica per non fare prevalere l´ideologia più disumana e terribile della storia, il comunismo». I gay poi – è l´offerta del capo del governo alla Chiesa – non avranno mai matrimoni equiparati a quelli delle famiglie tradizionali, perché di famiglia ce n´è una sola, né il governo consentirà adozioni agli omosessuali e ai single. Sono tre passaggi del Berlusconi-show, i comizi che il presidente del Consiglio tiene al congresso del Pri e subito dopo a quello dei Cristiano-riformisti, entrambi nello stesso albergo, l´Ergife. Nessuna intenzione di dimettersi, bensì di recuperare lo spirito del ´94, e di andare avanti con la riforma sulle intercettazioni («Sono una vergogna per un paese civile, non siamo liberi per questo faremo presto la riforma») e quella della giustizia («Faremo un consiglio dei ministri straordinario»).
E se ora, rispetto ad allora, c´è pure il Rubygate, poco importa. Berlusconi se la cava con una battuta, rivolgendosi anche ai giovani cattolici: «I ragazzi che sono qui sono così belli e simpatici che li invito al bunga-bunga, che significa divertirsi, fare quattro salti, magari bere qualcosa ma senza nulla di immorale…». I repubblicani lo avevano accolto con contestazioni (i sostenitori di La Malfa) e con applausi (quelli di Nucara). Ma il premier imperterrito esordisce: «L´Italia non ha bisogno di instabilità e tensioni», se ne risentirebbe nell´aumento del debito pubblico e nella collocazione dei titoli di Stato, e quindi il governo va avanti, con una maggioranza che non è più quella di una volta, ma che comunque c´è: «Noi abbiamo il diritto-dovere di governare per portare a termine il programma». Nonostante, dice, «le forze dell´odio, siamo saldi e lavoreremo fino al 2013». Annuncia le improrogabili riforme. Sulle intercettazioni adesso si cambierà, dal momento – spiega – che non c´è più la “zavorra” di Fini : «La diaspora di Fli ci ha fatto bene, perché prima la presenza di Fini e dei suoi ci impediva di presentare in Parlamento alcune riforme». Inoltre in arrivo più posti di sottogoverno: «Chiederemo un aumento dei sottosegretari».
È però sulla famiglia – davanti a una platea di cattolici smemorati e indifferenti agli scandali sessuali – che Berlusconi dà il meglio di sé. Promette un fisco a dimensione familiare («La sinistra vuole rapinare la famiglia con la patrimoniale, noi mai»); politiche di sostegno alla natalità. «Usa toni e cambia discorso a seconda delle platee», denunciano Rutelli e Casini, i leader del Terzo Polo, entrambi al congresso Pri. Un premier trasformista che sta rendendo l´Italia protagonista «dei carri di Carnevale di tutto il mondo – accusa il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani – altro che investimenti esteri… e in Parlamento non si decide niente». «È un disco rotto». Per tutta risposta, Berlusconi attacca: «L´opposizione è senza leader e programma». Parole di un premier «al tramonto» è la controffensiva di Casini: «Questa legislatura durerà uno o due anni, ma è già finita». Il Pd ironizza sulla storiella dei comunisti: «Quando la tira fuori – ricorda Maurizio Migliavacca – vuol dire che non ha più argomenti da offrire agli italiani». Nel Pdl soddisfazione, soprattutto tra i cattolici per il tentativo di riavvicinamento con la Chiesa con quel “manifesto” su famiglia, scuola e gay che dovrebbe far dimenticare Ruby e le altre

La Repubblica 27.02.11

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“La scuola pubblica educa menti libere, per questo dà fastidio a Berlusconi”, di Francesca Puglisi

Berlusconi, imputato per concussione e prostituzione minorile, sale in cattedra su scuola e famiglia.
“Eh sì, ci risiamo. I comunisti e le loro scuole statali. La Costituzione irrisa e considerata un intralcio per le magnifiche sorti e progressive del Governo Berlusconi. Se il Presidente del Consiglio leggesse con attenzione la Costituzione, scoprirebbe che l’art. 33 già garantisce la libertà di scelta educativa, senza oneri per lo stato, e che la scuola pubblica non inculca, bensì educa alla libertà e al multiculturalismo, educa menti libere. Anzi, la scuola pubblica statale è l’Istituzione democratica fondamentale per garantire la libertà nel nostro Paese. Per questo, Silvio Berlusconi – l’amico di Gheddafi – ha deciso di distruggerla.”

www.partitodemocratico.it

Manifutura 2010: Resoconto degli interventi conclusivi di Pier Luigi Bersani e Romano Prodi

Un nuovo patto sociale per uscire dalla crisi economica e politica.
“Chi governa deve dire all’Italia cosa vuole fare, deve avere un’idea per muovere le forze vive del Paese”. Con queste parole Pierluigi Bersani è intervenuto alla chiusura del festival di Manifutura 2011 che si è svolto a Bologna. In Italia, ha affermato il Segretario del Pd, è molto difficile accendere i riflettori sull’industria, mentre la cultura progressista ha interesse e attenzione per l’economia reale, come già abbiamo mostrato con i governi di centrosinistra. La manifattura si aggrega a settori sempre più ampi ed occorre sospingere l’interesse generale verso un tasso di conoscenza più elevato dei problemi. Sulle liberalizzazioni che possono essere occasione di nuovi investimenti, come è accaduto nel settore elettrico, oppure nella tanto richiamata questione della banda larga, molto se ne è parlato ma poco, o nulla, si è fatto. “Non abbiamo saputo combinare le politiche industriali con l’interesse del Paese, ha sottolineato Bersani, non è possibile dire solo che non si fa nulla, bisogna dire che in queste condizioni non si può fare nulla. Siamo di fronte ad un meccanismo personalistico impotente a risolvere i problemi proprio per la sua stessa natura: solo annunci e basta”.
Il Segretario del Pd ha ricordato la propensione manifatturiera del nostro Paese che, contrariamente a scelte di altre nazioni, ci ha consentito di fronteggiare meglio la crisi internazionale. Ovviamente in un mercato globale il nostro Paese deve avere la forza e la capacità di portare le proprie produzioni fuori dai propri confini. Parliamo di investimenti esteri, ha continuato ancora Bersani, “come possiamo fare se siamo su tutti i carri di carnevale del mondo? Noi poniamo un problema che viene prima dell’essere di destra o di sinistra. E’ un problema nazionale da risolvere cercando di avere anche una visione strategica di quello che succederà”.
“Noi stiamo indicando delle strade: chi tace adesso non so come potrà parlare domani”. Il
Segretario del Pd ha, infatti, affrontando la questione dell’enorme debito della crisi mondiale e del
nostro stesso Paese, ammonito i governi nazionali ed europeo a non far ricadere l’extra debito
accumulato sul welfare e sulle nuovi generazioni dimenticando le responsabilità del settore
finanziario.
“Per questi motivi l’Europa deve ritornare ad essere soggetto politico e intervenire come comunità
di stati sui temi vitali quali l’occupazione”. Il leader democratico ha anche richiamato l’Europa alle
proprie responsabilità sulla drammatica crisi nel Nord Africa: “deve dire che sta con il cambiamento
e mettere a disposizione risorse diplomatiche ed economiche per aiutare a risolvere la situazione
con amicizia e partecipazione, senza esportare modelli. Questa è l’occasione anche per ripensare la
politica dell’Unione Europea, spostando il baricentro verso il Mediterraneo”.
A questo punto il Segretario del Pd ha individuato alcuni punti per il rilancio dell’Italia. Al primo
posto una riforma repubblicana, intesa non solo come strumenti di cambiamento istituzionale (come
quello elettorale o del Parlamento) ma aggiungendo il calore della riscossa civica attraverso concetti
di onestà, sobrietà e rigore. Il secondo punto è incentrato su un nuovo patto sociale: “una riforma
fiscale per alleggerire il lavoro e l’impresa; l’avvio di politiche industriali e di liberalizzazione;
nuove relazioni sociali come modello di decentramento con meccanismi di partecipazione,
consapevoli che una contrattazione nazionale, seppur ridefinita con una nuova legislazione
condivisa, deve rimanere”.
“Non dobbiamo rincorrere i cinesi: il lavoro precario non può costare meno di quello stabile”.
Secondo Bersani questo percorso va “illuminato da concetti guida”. Il primo è il problema delle
produttività e della competitività che non si deve risolvere riversandolo su chi è alla catena di
montaggio o sul piccolo imprenditore. Il secondo punto è legato alla stabilità e alla crescita “che
devono darsi la mano”. Su questa questione il Segretario del Pd ha polemizzato con il Ministro
dell’Economia Giulio Tremonti capace solo di guardare ai numeri e non a mettere le mani sulle
“questioni reali della nostra economia”. Infatti, ha sostenuto Bersani: “la sola stabilità senza la
crescita è destinata a fallire”. Altro punto messo a fuoco dall’esponente Pd è la questione
dell’eccessiva concentrazione di ricchezza in mano a poche persone, prospettando un’inversione di
tendenza. “Non siamo d’accordo con meno Stato e più impresa, siamo invece d’accordo che Stato e
impresa lavorino insieme con l’unico obiettivo di affrontare e risolvere i problemi del Paese”. Il
Segretario del Pd, Pierluigi Bersani, ha infine lanciato un appello perché l’Italia ritrovi la forza di
stare insieme combattendo spinte disgregatrici ed evitare un nuovo e pericoloso “avvitamento” della
situazione del Paese”.

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Un cuore d’industria e lavoro nel futuro dell’Europa.
Resoconto della conversazione fra Romano Prodi, già presidente della Commissione europea,e Gunter Verheugen, già Commissario all’allargamento Ue, economia e politica industriale.

In Europa manca una politica industriale, fiscale e di bilancio comune a tutti i Paesi membri per uscire dalla crisi attuale. E questo accade proprio in un momento in cui la politica è tornata a contare molto. Questo è stato il tema centrale del confronto tra Romano Prodi e l’ex Commissario europeo Gunter Verheugen su “Un cuore d’industria e lavoro nel futuro dell’Europa” che si è svolto questa mattina al Teatro Manzoni di Bologna nell’ambito della convention Manifutura 2011.
“L’Europa è ancora il numero uno al mondo per prodotto interno lordo, per produzione industriale e per esportazione. Ma non conta nulla sugli scenari internazionali perché non ha elaborato una politica comune e non è stata a livello della storia. Nelle grandi aree del mondo l’Europa è quella che va più adagio e si sta riprendendo meno in fretta: non abbiamo il ritmo asiatico né quello americano. La crisi è stata generata dagli Stati Uniti ma scuote soprattutto l’Europa, proprio perché è mancato il processo decisionale della politica”: così ha esordito Romano Prodi nel dibattito moderato dal vice direttore dell’Espresso, Orazio Carabini. A riprova di quanto detto, Prodi ha poi portato alcuni dati: arrivata la crisi, il governo americano ha varato un progetto di 800 miliardi di dollari, quello cinese di 585 miliardi di dollari, ma a livello europeo non è stato varato nessun intervento, anzi si è posto un freno a qualsiasi iniziativa. “Così, con la scusa di tutelare precari equilibri di bilancio si è attuata una politica conservatrice. In tutto il resto del mondo si è rivalutato invece il concetto di politica industriale – ha proseguito Prodi -. La stessa Cina ha fatto della politica industriale un baluardo sul lungo periodo finanziando grandi progetti di penetrazione nei mercati esteri. Siamo in un periodo in cui i governi contano molto, ma l’Europa e l’Italia in particolare, sconta un’assoluta mancanza d’iniziativa e di coordinamento”.
La mancanza di una strategia politica comune che supporti l’industria è un tema sul quale ha insistito anche Gunter Verheugen. “Parlo soprattutto per le grandi aziende che hanno bisogno di un aiuto programmatico per sostenere adeguatamente la competizione internazionale. Manca un programma per la formazione, la ricerca e lo sviluppo. Gli standard che tutti i Paesi europei si sono dati non devono essere un ostacolo per gli imprenditori ma devono agevolarli nella gestione aziendale e negli investimenti”, ha detto Gunter Verheugen. “Oggi il bilancio europeo investe nella programmazione industriale solo lo 0,96% del prodotto lordo: con questi numeri non andiamo da nessuna parte, non si può fare una politica industriale – ha rincarato la dose Prodi – Il problema italiano è dovuto anche al fatto che l’Italia non ha molte grandi imprese come la Germania. La sfida sarà costruire una politica che riduca la frammentazione e valorizzi le potenzialità delle singole imprese della filiera. Vero è che siamo in una situazione di ristrettezza ma in questi ultimi anni la Germania non ha tagliato dal suo bilancio il sostegno alle imprese e alle risorse umane, l’Italia invece sì”. Lo stesso Gunter Verheugen ha confermato che in Germania proprio in questi ultimi 15 anni i governi hanno messo in cantiere le grandi riforme economiche e sociali che hanno dato spinta adeguata alle imprese, così l’economia è diventata competitiva e la tecnologia è avanzata molto. “Anche se la politica tedesca è diventata molto egoista e non aiuta gli altri Paesi della comunità europea nonostante che la Germania tragga molto vantaggio dall’Europa stessa”, ha ammesso l’ex Commissario europeo Verheugen. “La comunità d’affari tedesca sa benissimo di trarre vantaggio dall’area euro perché qui c’è un bacino di più di 300 milioni di abitanti e sa benissimo che senza euro la Grande Germania sarebbe una piccola Germania. Io non ho paura tanto dell’egoismo di un Paese, ma della stupidità di chi impedisce di progredire e frena la crescita per proprio tornaconto – ha commentato Prodi – L’Italia comunque ha il problema di attrarre gli investimenti esteri: questo è il problema più scottante per il nostro Paese”. Un accenno finale, durante il confronto, è stato fatto anche alla crisi del Nord Africa. “L’Europa ha completamente fallito in quest’area geografica, proprio perché ha sempre considerato i vicini di casa come dei fornitori potenziali e non come dei partner – ha denunciato Verheugen – E’ vergognoso che l’Europa accetti che in Egitto un apparto militare garantisca l’ordine sociale. Questo avviene perché noi non abbiamo mai costruito una seria politica internazionale”. Prodi ha invece centrato l’attenzione sull’Egitto (80 milioni di abitanti) anziché sulla Libia (6 milioni): “Non so se ci sarà esodo dalla Libia o no. E’ certo invece che in Egitto ci sono le Università e dall’Egitto parte l’onda lunga dell’organizzazione sociale dei Paesi arabi. L’America ha stanziato 180 milioni di dollari per gli aiuti di dollari, l’Europa no. Questo è il momento in cui i Paesi europei dovrebbero dimostrare di avere un ruolo internazionale

www.nens.it

"Stati Generali della Conoscenza", di Fabrizio Dacrema

Una grande e buona notizia per la scuola, l’università e la ricerca del nostro paese: ventiquattro organizzazioni si sono unite per dare vita agli Stati Generali della Conoscenza. Iniziano un percorso comune al quale chiedono di aderire a tutte quelle realtà della società civile che sono convinte sia necessaria una decisa discontinuità nelle politiche della conoscenza.
Dopo anni di predicazione sulla centralità della conoscenza per il futuro del paese è indispensabile ottenere risultati concreti, il paese sembra ormai avviato su un piano inclinato fatto di declino economico, impoverimento, deterioramento delle istituzioni democratiche, assenza di futuro per i giovani.
Su questa consapevolezza della situazione di emergenza in cui si trova il paese, si basa una nuova volontà unitaria e nasce un’aggregazione ampia e articolata, comprendente forze sociali e del lavoro, associazioni professionali della scuola e dei ricercatori, organizzazioni studentesche e dei precari della conoscenza: ispirazioni ideali e politiche anche molto diverse, ma ferma volontà di convergere per ottenere effettivi miglioramenti dei sistemi della conoscenza. Di qui la decisione di concordare un primo documento politico sulla base del quale avviare un percorso fatto di ricerca, elaborazione e iniziative finalizzate a ottenere una svolta nelle politiche della formazione e della ricerca. Il primo obiettivo è definire proposte di rilancio e di innovazione dei sistemi di istruzione, formazione e ricerca al fine di ottenere politiche capaci di interrompere la lunga stagione di tagli e di raggiungere livelli di investimenti nella conoscenza almeno pari a quelli degli altri paesi sviluppati.
Si concretizza il tal modo l’appello sottoscritto da numerose personalità del mondo della cultura e delle associazioni, nonché da due premi Nobel, lanciato a novembre scorso. Il primo appuntamento degli Stati Generali della Conoscenza è fissato per 17 e 18 maggio a Roma, ma a livello locale, prima e dopo quella data, ci saranno iniziative finalizzate ad arricchire e approfondire il percorso delineato. Il documento sottoscritto dai soggetti promotori prende le mosse dalla valutazione negativa del presente stato delle cose: “un disinvestimento epocale” nelle istituzioni pubbliche della conoscenza destinato a far assumere loro una “funzione residuale” riservata ai “ceti svantaggiati che non possono permettersi percorsi di qualità a pagamento”. Occorre per i soggetti firmatari una decisa inversione di tendenza per superare il gap che ci divide dai paesi sviluppati, innalzare i livelli di inclusione e di qualità dei nostri sistemi della conoscenza, raggiungere gli obiettivi che l’Unione Europea si è data per il 2020. Per questo non basta difendere l’esistente contro i tagli, ma si deve promuovere un profondo cambiamento della scuola, dell’università e della ricerca ispirato ai valori della Costituzione: il sapere come diritto essenziale per l’esercizio della cittadinanza attiva, la scuola pubblica come fattore primario di inclusione e di mobilità sociale, la libertà di insegnamento e di ricerca, la laicità.
Una volta concordati i valori di riferimento e le scelte di fondo, occorre valorizzare pienamente il valore aggiunto di questa nuova aggregazione di soggetti sociali così ampia e diversificata.

Occorre innanzi tutto realizzare un percorso di ripensamento dei sistemi della conoscenza alla luce delle grandi trasformazioni sociali in corso. La ricchezza della pluralità dei punti di vista presente negli Stati Generali è garanzia di apertura, dialogo, confronto: elementi indispensabili per elaborare proposte capaci di cogliere la complessità delle questioni in campo e di essere sostenute dal consenso necessario alla loro realizzazione.
L’iniziativa, proveniente da soggetti della società civile, indica anche un metodo per attuare il cambiamento, fondato sulla partecipazione attiva dei protagonisti della scuola, dell’università e della ricerca, oggi nemmeno consultati su provvedimenti di grande rilevanza per la vita delle istituzioni della formazione e della ricerca. Il documento a questo proposito parla di “ripubblicizzazione” dei sistemi della conoscenza “intesa come riappropriazione collettiva dei processi formativi e come nuova assunzione condivisa di responsabilità da parte dell’intera comunità e di tutti i soggetti che vivono la scuola, l’università e gli enti di ricerca”.
L’alleanza delle forze sociali interessate all’effettiva affermazione del diritto al sapere è indispensabile per spostare verso il futuro il baricentro delle scelte strategiche del paese. Numerose ricerche hanno dimostrato la convenienza economica e sociale degli investimenti in conoscenza, ma ciò spesso non è sufficiente a convincere i decisori economici e politici, perché la loro redditività, economica e politica, è differenziata nel tempo e loro positivi effetti si manifestano solo nel medio e nel lungo termine. Se troppo spesso i protagonisti dell’economia e della politica sono attenti solo agli utili economici e ai consensi elettorali a breve, spetta allora ai soggetti sociali più consapevoli assumere uno sguardo più lungo e una nuova capacità di aggregarsi per imporre l’attenzione sulle scelte decisive per il futuro. Ciò vale, in particolare, per il nostro paese, dove il sistema produttivo investe in formazione e ricerca molto meno della media europea e dove il sistema politico, pur in presenza di diverse sensibilità sull’argomento, non è mai riuscito a superare il gap nella formazione e nella ricerca che ci distanzia dai paesi sviluppati.
Per queste ragioni un ampio schieramento di forze sociali è indispensabile per mettere in campo la massa critica necessaria a superare le durissime resistenze economiche, corporative e culturali che ostacolano le scelte per un nuovo modello di sviluppo fondato sulla conoscenza e l’innovazione. A partire dall’indispensabile spostamento di risorse dalla rendita e dall’evasione fiscale agli investimenti nel sapere e nel lavoro.
In un paese che sembra rassegnato al declino economico, al progressivo aumento del tasso di disoccupazione degli under 30 e al degrado populistico della democrazia, gli Stati Generali della Conoscenza sono un’occasione da non sprecare se veramente abbiamo a cuore l’appello quanto mai attuale lasciatoci da Baden Powell “Procuratevi di lasciare questo mondo un po’ meglio di come lo avete trovato”.

SEGUE IL TESTO DEL DOCUMENTO CONCORDATO DAI SOGGETTI PROMOTORI DEGLI STATI GENERALI DELLA CONOSCENZA

C’è oggi nel nostro Paese, in dimensioni decisamente maggiori rispetto agli altri paesi, una vera e propria emergenza educativa,sociale, culturale e occupazionale che riguarda i giovani e il loro futuro.
Lavoro, sapere e diritti devono tornare al centro delle scelte strategiche per restituire fiducia e futuro al paese.

Nei prossimi dieci anni l’Unione europea è impegnata a raggiungere alcuni obiettivi essenziali: triplicare gli investimenti nella ricerca, raggiungere il 40% dei laureati nella fascia di età 30-34 anni, dimezzare la dispersione scolastica e migliorare gli esiti di apprendimento, raddoppiare il numero degli adulti in formazione, raggiungere il 33% di bambini nei servizi educativi per l’infanzia.

Fino ad oggi il nostro paese non ha superato il gap negli investimenti in conoscenza che lo divide dai paesi più sviluppati e non ha realizzato riforme utili a innalzare i livelli di inclusione e la qualità dei sistemi della conoscenza.

Si è così prodotto un epocale disinvestimento, economico e politico, nei sistemi di istruzione, formazione e ricerca che acuisce la divisione dei cittadini sulla base delle disponibilità economiche, dell’appartenenza sociale, culturale, etnica e territoriale.

In questo quadro i sistemi pubblici rischiano di assumere una funzione residuale: istruzione e formazione pubblica per coloro che non possono permettersi percorsi di qualità a pagamento e ricercatori costretti a trovare occupazione all’estero. Tutto ciò sta allontanando l’Italia da quei paesi che, con lungimiranza, considerano, invece, la conoscenza l’elemento su cui puntare per uscire dalla crisi.

E’ necessario arrestare questa china, aumentando gli investimenti in istruzione, formazione e ricerca, adeguandoli velocemente agli standard europei. Il sapere è, infatti, volano decisivo per affermare un nuovo modello di sviluppo, alternativo alle logiche neo liberiste fino ad oggi egemoni.

Siamo sottoposti a una sollecitazione cognitiva inedita: la straordinaria crescita delle conoscenze e la velocità del loro continuo cambiamento implicano una profonda rivisitazione dei sistemi della conoscenza e una profonda riconversione dei sistemi produttivi. Oggi, infatti, le prospettive di sviluppo si giocano sull’attivazione di un circolo virtuoso tra potenziamento della ricerca, innalzamento dei livelli di istruzione e formazione della popolazione, riposizionamento dei sistemi produttivi in direzione dell’innovazione, della qualità e della sostenibilità. Istruzione, formazione e ricerca assumono, quindi, un ruolo decisivo all’interno di un moderno concetto di cittadinanza e di programmazione economica e, in questa prospettiva, il lavoro cognitivo riacquista senso, dignità e valore.
I valori fondamentali della Costituzione devono guidare le necessarie riforme dei sistemi della conoscenza: il sapere come diritto essenziale per l’esercizio della cittadinanza attiva, la scuola pubblica come fattore primario di inclusione e di mobilità sociale, la libertà di insegnamento e di ricerca, la laicità sono i punti di riferimento delle trasformazioni da realizzare.

La conoscenza, in quanto bene comune, deve costituire la base del progetto di rinnovamento sociale e di ricostruzione democratica ed etica del nostro Paese. Occorre fare spazio alle nuove generazioni ed è necessaria la “ripubblicizzazione” dei sistemi della conoscenza. Ripubblicizzazione intesa come riappropriazione collettiva dei processi formativi e come nuova assunzione condivisa di responsabilità da parte dell’intera comunità e di tutti i soggetti che vivono la scuola, l’Università e gli enti di ricerca.

Democrazia, partecipazione, rispetto della persona, delle differenze e comprensione dell’altro sono valori che vanno riaffermati e trasmessi alle future generazioni, per costruire “un mondo migliore di quello che abbiamo trovato”.

Per questo occorre ridefinire finalità, ruolo e funzioni dei sistemi pubblici della conoscenza, attualizzandone la funzione sociale nell’ottica della costruzione di un nuovo modello di sviluppo fondato sulla solidarietà e giustizia e sulla sostenibilità ambientale.

Il ruolo delle istituzioni della conoscenza oggi si gioca sul terreno della cittadinanza, sulla capacità cioè di formare persone in grado di governare la propria vita, educando ai valori condivisi, alla legalità ed alla consapevolezza dei propri diritti. E’ dunque compito
prioritario dei processi educativi, da un lato, formare mentalità critiche, capaci di risolvere problemi, abituando al dubbio, all’imprevisto, alla curiosità; dall’altro, educare ad un pensiero razionale e scientifico, individuando i saperi di cittadinanza indispensabili per vivere, lavorare, continuare a studiare.

Ne deriva che è necessario: 1. sapere di più e meglio in ogni fase della vita; 2. ripensare al sapere che serve; 3. riorganizzare profondamente i percorsi di istruzione, formazione e ricerca ed i sistemi di valutazione ad essi collegati.

L’apprendimento permanente, inteso come capacità ed effettiva possibilità di apprendere lungo tutto il corso della vita, deve costituire la strategia delle trasformazioni dei sistemi formativi del nostro paese. E’ indispensabile, pertanto, garantire l’effettiva possibilità di partecipare, in tutte le età ad attività formative (lifelong learning) rispondenti all’insieme delle esigenze di vita delle persone (lifewide learning).

Occorre costruire un nuovo sistema di welfare universale in grado di assicurare sia il diritto allo studio e l’accesso ai saperi, rimuovendo le disuguaglianze economiche e sociali di partenza, sia la continuità del reddito come fondamento dell’autonomia sociale per il superamento della precarietà lavorativa ed esistenziale delle giovani generazioni.
Occorre, perciò: 1. definire i livelli essenziali delle prestazioni, non riducibili a standard minimi di servizio; 2. garantire l’accesso ai saperi su tutto il territorio nazionale, all’interno e all’esterno dei luoghi formali della formazione; 3. individuare strumenti universali di welfare che promuovano opportunità, scelte, spazi di cittadinanza, autodeterminazione e libertà, superando gli attuali modelli di tipo prevalentemente familistico e risarcitorio.

Il superamento di ogni forma di precarietà è presupposto per la reale garanzia della libertà
di insegnamento e di ricerca ed è fattore decisivo per la qualità dei sistemi, unitamente all’autonomia sociale, alle retribuzioni adeguate e alla certezza dei diritti del lavoro. La conoscenza è strumento fondamentale per la crescita personale, il superamento delle disuguaglianze e la qualificazione del modello di sviluppo del paese.

Ridare futuro, speranza e fiducia al paese (come indica l’ultimo Rapporto Censis) è la priorità.

La conoscenza è lo strumento per farlo.
Sulla base di questo Documento, i soggetti firmatari, a partire dalla complessità e dalla ricchezza delle proprie differenze, si impegnano ad aprire un dibattito pubblico verso gli Stati Generali della conoscenza.

Si costituisce, pertanto, il Comitato promotore per gli Stati Generali della Conoscenza che, facendo forza sulla parte viva del paese e sui giovani scesi in piazza per difendere il loro futuro, rimane aperto ad adesioni e contributi alla discussione da parte di realtà associative, esperienze di movimento ed iniziative pubbliche, con l’obiettivo di definire proposte di rilancio e innovazione dei sistemi di istruzione, formazione e ricerca.

ADI, AIMC, ARCI, ARCI RAGAZZI, AUSER, CGD, CGIL, CIDI, EDAFORUM, FLC
CGIL, FNISM, LEGAMBIENTE, LEGAMBIENTE Scuola e Formazione, LIBERA, LINK
Coordinamento Universitario, MCE, MSAC, PROTEO Fare Sapere, RETE DEGLI
STUDENTI, RETE DELLA CONOSCENZA, RETE 29 APRILE, TAVOLA DELLA PACE,
UNIONE DEGLI STUDENTI, UDU.

da ScuolaOggi 27.02.11