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"I soldi per le quote latte tolti alle cure per il cancro", di Roberto Petrini

La denuncia del Pd arriva attraverso quanto scrive il capogruppo alla Camera, Dario Franceschini, su Twitter: «L´ultima vergogna del decreto Milleproroghe: la proroga delle quote latte pagata togliendo fondi alla cura dei malati oncologici». Conferme arrivano dalle norme di legge: la Finanziaria 2010 stanziava, al comma 40, 50 milioni per assistenza e cura ai malati oncologici.e proprio da quel fondo sono stati presi i 5 milioni, voluti dalla Lega, che consente altri sei mesi di tempo agli allevatori per pagare le multe per lo sforamento delle quote latte.
«Per me la questione è chiusa», si è limitato a commentare il ministro per le Politiche Agricole, Giancarlo Galan. Ma il Pd insiste: «La questione delle quote latte è vergognosa e tutt´altro che chiusa e il ministro Galan, se fosse coerente, dovrebbe dimettersi o dedicarsi ad altri compiti», ha dichiarato il capogruppo democratico nella commissione Agricoltura della Camera, Nicodemo Oliverio. E anche le organizzazioni degli agricoltori vanno all´attacco: «Un ennesimo regalo ai furbetti», ha detto Giuseppe Politi, presidente della Cia (Confederazione italiana agricoltori).
Così il decreto milleproroghe, che ieri ha ottenuto la fiducia alla Camera (con 309 sì e 287 no), si avvia oggi a diventare legge dello Stato con il nuovo passaggio al Senato. Sul campo di battaglia di questi «tempi supplementari» della Finanziaria restano molte polemiche, mentre le norme più contestate sono state cassate dalla mano del presidente della repubblica Giorgio Napolitano: a partire dal blocco delle demolizioni delle case abusive in Campania ai corsi di formazione per il «salvamento acquatico».
Resta invece ancora aperto il capitolo «anatocismo» (ovvero gli interessi sugli interessi caricati dalle banche fino al 2000). Dopo l´incontro tra il ministro dell´Economia, Giulio Tremonti, e il gruppo dei Responsabili, il governo avrebbe dato la sua disponibilità a modificare le norme relative alla prescrizione del l´illecito, in un prossimo provvedimento. Passo in avanti che, tuttavia, non è stato sufficiente, visto che l´esecutivo è stato battuto in aula, su un ordine del giorno presentato dall´Udc. Mentre continua la protesta dell´Idv: restano salvi i rimborsi ottenuti dai correntisti – spiega Elio Lannutti dell´Adusbef -, ma la prescrizione resta di dieci anni dal 2000 e non dall´estinzione del conto corrente.
Continua intanto lo scontro sulla norma del decreto che proroga di soli tre mesi (al 1° aprile 2011) il divieto per chi possiede due tv di acquistare un giornale. «Arriva un bel pesce d´aprile: quel giorno infatti scatterà la possibilità, per chi ha delle tv di comprarsi dei giornali a cominciare dal Corriere della sera e magari il “grande sogno”, Repubblica», ha osservato polemicamente, nel suo intervento nell´aula della Camera, il finiano Italo Bocchino. Il governo ha comunque accolto un ordine del giorno dell´Idv che lo impegna a valutare l´opportunità di evitare nell´editoria «derive concentrative». Severa la Fnsi: «Pluralismo a rischio».

La Repubblica 26.02.11

"Tripoli brucia e il Cavaliere se la ride", di Francesco Lo Sardo

«Martedì tutte da me per il bunga bunga…», gongola a Montecitorio circondato dalle sue deputate.
«Anche la sinistra vuole venire a fare il bunga bunga…», ripete ilare più tardi in conferenza stampa a palazzo Chigi.
«Presidente, per favore, parliamo del tema della conferenza stampa», lo richiama un imbarazzato Gianni Letta. Ma dov’è, esattamente, la testa di Silvio Berlusconi? Difficile dirlo a giudicare dalla sequenza di battute tra l’avanspettacolo, la vanagloria («Nessuno può governare meglio di me»), il cattivo gusto di una citazione franchista («“Al fuego”, come diceva il dittatore Francisco Franco») che hanno fatto da contrappunto, a Roma, all’ennesima giornata di combattimenti e di lutti nella Libia in rivolta contro Gheddafi e a Tripoli tenuta in scacco dal colonnello-dittatore legato da «grande amicizia personale» al Cavaliere.
Ancora una volta la narrativa proposta dalla propaganda berlusconiana (a partire dai pomposi comunicati sulle due telefonate del Cavaliere con Obama e col britannico Cameron, i quali hanno ringraziato per l’uso della base di Sigonella per evacuare i civili angloamericani) fa a pugni con la triste realtà.

Non mi pento
Quella di un premier italiano che, nelle stesse ore in cui Tripoli è in un bagno di sangue, è scosso da moti d’indignazione che lasciano sbigottiti : «Ora basta, dobbiamo reagire, la situazione è inaccettabile e io sono stufo, stufo». Di cosa? Della corte costituzionale che «ci impedisce di lavorare, e prova a ostacolarmi in ogni modo». Per non parlare dei pm che vogliono processarlo: «Ma io non ho commesso alcun reato e non mi pento.
Anzi, sarei venuto meno ai miei doveri se non avessi chiamato quella sera in questura a Milano». Passeranno otto ore prima che il portavoce del Cavaliere, lo sconfortato Paolo Bonaiuti, cerchi di smentire alcune delle frasi, in particolare quelle contro la Consulta. Nessuno crede alla smentita, considerato il noto animus di Berlusconi per la Consulta.
Destano maggiore inquietudine i toni ridanciani del Cavaliere in una giornata di sangue come quella di ieri. Non meno “smaglianti”, si fa per dire, sono apparse ieri le performances dei ministri-chiave di questa sorta di sottocrisi italo-libica che si consuma all’ombra di quella del Maghreb: La Russa e Frattini.
Il ministro della difesa, impegnato a tamponare la maggioranza al lumicino nel voto di fiducia sul Milleproroghe (passato con 309 voti rispetto ai 316 che la maggioranza avrebbe sulla carta) ieri non s’è presentato alla riunione convocata dal segretario generale della Nato Rasmussen a Budapest con i ministri della difesa Ue sulla crisi in Libia. «Ho chiesto all’ambasciatore italiano di partecipare al mio posto… Anche Rasmussen è partito da Bruxelles all’ultimo momento, nulla lasciava prevedere un incontro…
». Già, nulla: salvo quella guerra civile in Libia che, per l’Italia, è questione di cruciale importanza cui si dovrebbe dare precedenza assoluta.

Smentisco tutto
Frattini, a sua volta, ha aperto la giornata con una smentita di un’intervista al quotidiano tedesco Financial Times Deutschland: «Sì, sì, smentisco tutto».
Nell’articolo, titolato “L’Italia continua a puntare sulla tribù di Gheddafi” il giornale riferiva che l’Italia «non esclude di accettare un nuovo governo guidato da Gheddafi o uno dei suoi figli».
Ma ieri la giornata non è stata delle migliori neppure per Roberto Maroni.
Il ministro dell’Interno leghista è tornato a prendersela con l’Unione europea: «Uno dei problemi che sto sperimentando è che lo stato italiano non ha gli strumenti per governare le emergenze come quella che sta accadendo sulle nostre coste.
C’è stata una cessione di sovranità all’Europa che però in cambio non ci dà una risposta adeguata».
Perché mai il governo italiano non avrebbe gli strumenti per svolgere un adeguato controllo delle nostre coste? Tra marina militare, capitanerie, carabinieri, guardia di finanza e polizia di frontiera non disponiamo di mezzi sufficienti per il loro pattugliamento? O c’è un problema di insufficienti aiuti economici all’Italia in vista di un’esodo biblico di profughi in arrivo dalla Libia che però, allo stato, ancora non si vede? Il presidente della repubblica Napolitano che pure auspica «una forte solidarietà » di tutta l’Europa» e «un intervento «più consistente del Frontez» ieri ha dato un bell’altolà a Maroni: «Di fronte all’emergenza profughi non bisogna cedere ad allarmismi e a vittimismi », ha detto Napolitano da Berlino dov’è in visita di stato. Uno stop al gioco allo scaricabarile e alla fuga di responsabilità di chi nella maggioranza, come la Lega, ha già avviato una campagna politica di propaganda basata sulla denuncia di una presunta «vergognosa ostilità dei paesi nordeuropei» a «dare aiuti» e «partecipare alla gestione dei flussi». Un fermo altolà allo scomposto e sgangherato gridare “al lupo al lupo” che getta ulteriore discredito su un’Italia già macchiata dalla sua poco onorevole pagina di rapporti con la Libia di Gheddafi.

da Europa Quotidiano 26.02.11

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“Ecco cosa rischia la Gheddafi Spa”, di Raffaella Cascioli
Il congelamento dei beni del dittatore libico Muammar Gheddafi, chieste nei giorni scorsi sia da Berlino che da Parigi e ieri proposte dall’Onu, dovrebbe riguardare almeno in Europa decine di miliardi di dollari. Una misura su cui ieri hanno trovato l’accordo i paesi dell’Unione europea che hanno deciso l’embargo delle vendite di armi e di materiale usato per la repressione oltre al congelamento dei beni e al divieto di ingresso in Ue per il rais e la sua famiglia.
Le sanzioni dovrebbero essere approvate all’inizio della prossima settimana, mentre si segnalano i tentativi degli ultimi giorni del colonnello di trasferire gran parte delle sue ricchezze in Venezuela. E ieri mentre il dipartimento del tesoro Usa ha fatto sapere di aver chiesto alle istituzioni finanziarie e alle banche a stelle e strisce di essere particolarmente vigili riguardo ai movimenti di capitali dei responsabili libici, il ministro degli esteri Franco Frattini è stato al centro ieri di polemiche per il contenuto dell’intervista rilasciata al quotidiano tedesco Financial Times Deutschland dal titolo «L’Italia continua a puntare sulla tribù di Gheddafi ». Frattini, che ha smentito il contenuto dell’intervista, avrebbe detto fra l’altro al giornalista, di essere contrario alla proposta di congelamento di beni all’estero appartenenti al regime libico: «Non ritengo che in Francia, Germania o Italia si trovino investimenti finanziari o proprietà». Nonostante la smentita la casa editrice del Financial Times Deutschland ha confermato i contenuti dell’intervista del ministro sostenendo di essere in possesso della registrazione della conversazione che pone il ministro italiano in rotta di collisione con Germania e Francia.
Contrariamente a quanto avrebbe dichiarato Frattini il congelamento colpirebbe ingenti affari del rais sparsi nel Vecchio continente a cominciare dalla city londinese ai caveau delle banche svizzere fino al cuore nevralgico della Gheddafi Spa, che si può rintracciare in Italia. E, questo, sia per i rapporti personali di Gheddafi con Silvio Berlusconi, sia per quel passato di paese amico che l’Italia ha sempre vantato nei confronti di Tripoli.
Le partecipazioni finanziarie della ditta Gheddafi & figli in Italia sono molteplici e, secondo una stima riportata in questi giorni da Il Sole 24 Ore, il loro valore a prezzi correnti di Borsa dovrebbe aggirarsi intorno ai 3,6 miliardi di euro: a cominciare dalla partecipazione del 5% della banca centrale libica in Unicredit a cui si aggiunte il 2,5% del capitale di Piazza Cordusio in mano al fondo sovrano Lia, come caldeggiato in autunno dal figlio prediletto di Gheddafi, Saif Al Islam. A questo si aggiunge l’1% detenuto in Eni con una partecipazione per 700 milioni, il 2% in Finmeccanica per 100 milioni e il 7,5% della Juventus per 13 milioni di euro.

da Europa Quotidiano 26.02.11

Scuola, cade la norma che congela le graduatorie dei precari

Dal maxiemendamento al Milleproroghe, che ha ottenuto la fiducia alla Camera, è stata infatti stralciata la norma congela graduatorie. I precari della scuola possono tirare un sospiro di sollievo. Dal maxiemendamento al Milleproroghe, che oggi ha ottenuto la fiducia alla Camera, è stata infatti stralciata la norma congela graduatorie, che bloccava fino al 31 agosto 2012 le graduatorie degli insegnanti precari. La misura presentata dal senatore leghista Mario Pittoni, e oggi stralciata, avrebbe anche impedito ai docenti in graduatoria in una certa provincia di spostarsi in un’altra usufruendo del proprio punteggio, penalizzando in particolar modo i precari del Sud Italia.

Esulta l’Anief, che con il presidente Marcello Pacifico parla di trionfo della giustizia e del buon senso, «perché il prossimo anno tutti i precari potranno aggiornare il punteggio e inserirsi nella provincia che sceglieranno, mentre i ricorrenti otterranno il ruolo, soldi e punti per gli anni pregressi». Tra le prossime battaglie l’Anief annuncia poi quella per la stabilizzazione dei precari e per la parità di diritti con i colleghi a tempo indeterminato. Ma se da una parte i precari prendono fiato, dall’altra il senatore leghista Pittoni sottolinea il giudizio positivo che il ministro dell’Istruzione Gelmini aveva comunque espresso sulla sua proposta. Per questo l’esponente del Carroccio starebbe già pensando a soluzioni alternative e fa sapere, nel frattempo, di avere pronto il progetto di riforma del reclutamento degli insegnanti.

Tra le misure riguardanti i precari che invece restano nel maxiemendamento, ci sono lo slittamento al 31 dicembre 2011 del termine per la nuova procedura di impugnazione dei licenziamenti individuali (prevista dal collegato Lavoro), e la riorganizzazione del Sistema nazionale di valutazione.

Il Messaggero 26.02.11

"Ruby, ecco tutti i bonifici di Berlusconi alle ragazze", Piero Colaprico

È una lettura molto preziosa, quella delle 782 pagine della richiesta del giudizio immediato per Silvio Berlusconi. Fanno impressione i bonifici del premier a tredici nomi di donne.
Ci sono, in questo corposo fascicolo processuale, anche gli assegni che Lele Mora, agente in bancarotta, fa ad Emilio Fede, direttore del Tg 4, il quale li incassa. E c´è molto altro, ma queste pagine, scritte dai pm e accettate dal gip Cristina Di Censo, regalano, alla primissima impronta, una precisa chiave di lettura: la procura ha «investito» sulle informazioni di Ruby. Non ha preso per oro colato i suoi verbali «da vittima», pubblicati in esclusiva da Repubblica e più che sufficienti a comprendere il «contesto» di una minorenne, scappata di casa, che si ritrova a Villa San Martino, ricoperta di gioielli e denari, e circondata dai complimenti e dalle voglie di un uno di 74 anni, ricchissimo.
I pubblici ministeri hanno in parte tralasciato alcune parole, si sono concentrati su quelle che portano ai reati. E, pagina dopo pagina, rendono chiaro come e perché intendono procedere per i due reati dell´accusa al premier: e cioè la sua concussione (laver fatto uscire Ruby-Karima dalla questura, la notte tra il 27 e il 28 maggio 2010) in modo da occultare la «vergogna» (che costa carcere da sei mesi a tre anni) di essere utilizzatore finale di una ragazzina immigrata, libera finché si vuole, ma non maggiorenne.
[IL CATALOGO DEI BONIFICI]
Follow the money, diceva Giovanni Falcone, e follow the money hanno fatto a Milano. In un anno, dal primo gennaio 2010 al 14 gennaio 2011, data delle perquisizioni alle ragazze della Dimora Olgettina, quanti bonifici ha fatto Berlusconi? «L´elenco operazioni di bonifico con destinatari noti estratti dal conto Monte dei Paschi di Siena intestato a Berlusconi Silvio» ammonta a 483mila euro, per ventinove volte. Tutte sono sotto la voce «prestiti infruttiferi» (questa la causale) e quindi in questo computo non vanno i soldi in contanti, consegnati bunga bunga dopo bunga bunga. Per la show girl Alessandra Sorcinelli, 26 anni, «meteorina» di Rete 4 e poi madrina di «Affari tuoi», va quasi un terzo dei bonifici, 115 mila euro, ed è curiosamente la prima in classifica. Anche perché, due anni prima, il 16 aprile 2008 aveva avuto come regalo una Land Rover modello Range Rover Sport 3600 cc, di quasi 74 mila euro (con optional vetri scuri, inserti in radica e viva voce), saldato alla concessionaria Monzacar da un conto della Banca popolare di Milano con «ordinante» Giuseppe Spinelli.
Seguono Adelina Escalona Maria Alonso – con ben 50 mila in un´unica tranche, a luglio – e Valentina Costanzo (sarà la stessa mora e prosperosa concorrente del «Grande Fratello»?), 40 mila, anche lei in una sola volta, nel maggio del 2010. Con 36 mila euro, il 18 maggio, si rimpingua il conto di Mariagrazia Veroni. Per Anna Restivo un solo bonifico da 32 mila e a Konstanze Girth poco meno, 31mila euro, ma in tre sospirate rate. A pari merito, Albertina Carraro ed Erminia Salmieri, con 30 mila. Scendiamo con Anna Palumbo, la madre di Noemi Letizia, e cioè della minorenne di Portici che è stata forse l´elemento scatenante della richiesta di divorzio di Veronica Lario.
Si conosceva l´importo di 20 mila euro, sono stati spediti da papi-Silvio il 10 marzo. A quota 19mila euro, in più tranche Beatrice Concas, e 17 mila vanno a Eleonora Gaggioli: sarà l´attrice romana, di 33 anni, iscritta al Pdl e candidata alle Europee per il partito del premier prima dell´azzeramento del «ciarpame», come disse l´ex moglie Veronica? Infine, maglia nera a Monica Cheorleu, 6 mila, e Sabrina Valentina Frascaroli, 5 mila. La generosità di Berlusconi è, dunque, indiscutibile. Più discutibile appare il concetto: «Non ho mai pagato per fare sesso, lo considererei contro la mia dignità». In aula queste ragazze dovrebbero avere, come inquirente, Ilda Boccassini. Tra loro, ecco anche la foto della camera da letto, un po´ disordinata, di Silvio Berlusconi: non un gran figura per la security privata e per la pletora degli 007 che tutelano il presidente del consiglio.
[UN ASSEGNO PER UNO.]
Emilio Fede e Lele Mora più d´una volta, seguendo nell´inchiesta le intercettazioni, o il filo di alcune interviste autoassolutorie, sembravano il gatto e la volpe. E corre voce che Silvio Berlusconi, letto anche lui il fascicolo, sia rimasto malissimo. La matematica, come si sa, non è un´opinione. Lo scorso settembre, per «ordine e conto Silvio Berlusconi» si spostano tre bonifici da 100 mila euro dal conto del premier per Giuseppe Spinelli, ragioniere di casa, ma anche ufficiale pagatore delle ragazze del bunga bunga (che lo chiamano tra loro Spin, Spino, Spinaus). Il ragiunatt, a sua volta, emette degli assegni circolari. Come scrivono i detective della Procura, «l´esame congiunto della documentazione bancaria e delle intercettazioni ha permesso di individuare tre periodi in cui sono avvenuti i passaggi di denaro», e cioè dalla fine di agosto 2010 al 25 ottobre. Viene ripetuta la stessa frase: «Consegna di Spinelli di assegni circolari a Mora Dario, che poi consegna una somma di denaro a Fede Emilio».
Accanto alla vasta documentazione bancaria, passaggio dopo passaggio, ci sono gli assegni fotocopiati, con la firma di Emilio Fede beneficiario, tutti e tre partiti dal conto di Lele Mora, in tutto 150 mila euro. E, oltre alle varie telefonate caramellose tra i due, c´è un simpatico scambio di sms: «C´è posta per lei. Mario Sacco sta arrivando», scrive Lele al direttore del Tg 4». Saranno i giudici a stabilire se questi pagamenti sono leciti e illeciti, ma il denaro tra i due è corso.
[L´INNAMORATA SENZA MEMORIA.]
Come si sa, gli habitué del bunga bunga andarono in fibrillazione alla scoperta che Ruby aveva parlato con i pubblici ministeri milanesi. Comincia così una serie di azioni della difesa Berlusconi. In estrema sintesi, le ragazze rispondono con un coro di «assolutamente no» sul sesso come comune denominatore di quelle «cene tra persone per bene». La versione fa acqua, ci sono troppe frasi captate nelle intercettazioni telefoniche e vari testimoni, e c´è Nicole Minetti. La consigliere regionale appare inguaiata: come «addestratrice» delle papi-girl, passa un sacco di tempo ad occuparsi dei loro affitti e persino dell´idraulico. E, travolta dallo scandalo, da due interviste che, davanti ai pm, rettifica. Ma non abbastanza. E per capire quanto può essere difficile reggere un interrogatorio, basterebbe questo scambio:
Procura: «Lei ha detto che ha avuto una relazione sentimentale con il Presidente, vuole specificare da quando a quando è durata la relazione sentimentale?
Minetti: «Non glielo saprei dire».
Come? O Berlusconi è stato del tutto trascurabile nella vita di questa giovane donna, oppure qualche cosa non torna. Proprio come con l´ormai famosa questione della telefonata in questura, in cui Berlusconi accredita Ruby, marocchina e accusata di furto, come la «nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak». E chiama spesso Nicole Minetti. Perché Berlusconi era così insistente?
«Il Presidente – spiega l´indagata – telefonava e mi chiedeva “Come sta andando?”, voleva essere messo al corrente dello sviluppo della vicenda. lo penso che le ragioni del suo interessamento potessero essere due: primo, che era anche preoccupato del fatto che io mi trovassi lì e che a quell´ora di notte tardi mi aveva mandato in Questura, e poi della Ruby, che era una ragazza problematica. E quindi voleva sapere come stava Rubi, come stavo io e cose del genere».
Insomma, l´idea che Minetti vuole rendere di sé è quella di una ragazza che, soggiogata dall´amore fisico per il premier, si spinge un po´ più in là di quanto dovrebbe: «Io – aveva spiegato (il 29 gennaio scorso) davanti ai magistrati Boccassini e Sangermano – ho avuto una relazione col Presidente del Consiglio e quindi ho avuto anche rapporti sessuali». Come abbiamo visto, resta parecchio sul vago, su tempi e modi, così come vaghissimi, nebbiosi, sembrano i rapporti con il perno di questa inchiesta, l´allora minorenne Ruby: «Lei sapeva che Ruby ha dormito ad Arcore?»
Macchè, Minetti non si accorgeva: «Sicuramente mi sono fermata a dormire ad Arcore, non sono in grado di dirvi in quale di queste giornate, però è successo. Per quanto riguarda Rubi, non lo posso escludere, non ricordo se in una occasione anche la Rubi si è fermata a dormire ad Arcore». Ruby scotta come un ferro rovente, Nicole mantiene come può le distanze. Resta senza parole quando i pubblici ministeri scoprono qualcuna delle loro carte: «Dallo sviluppo del tabulato della Karima ci sono stati tra di voi, tra febbraio e giugno, 122 contatti. Come lo spiega?».
La risposta è: «Non posso che ribadire che non l´ho mai frequentata, non escludo che tra di noi ci siano state telefonate o sms, ma niente di più». Tre volte Nicole Minetti dirà: «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere» e c´è una domanda speciale. È quella che tanti si fanno, compresi i pm: ma perché «più ragazze che si fermavano tutte insieme di notte, nella residenza del presidente del Consiglio».
L´unico appiglio è in stile simil-andreottiano: «Posso parlare per me, mi è capitato di fermarmi a dormire avendo col Presidente un rapporto di intimità, se si faceva tardi oppure il giorno dopo era festa io rimanevo ospite ad Arcore. So che altre ragazze si fermavano ad Arcore, ma – dice Minetti – sinceramente non so perché ciò avvenisse». Sinceramente è un bell´avverbio.

La Repubblica 26.02.11

"Marchionne non fa tendenza. Parola di Emma Marcegaglia", di Giuseppe Vespo

Marchionne? Fra gli industriali non fa tendenza. Parola di Emma Marcegaglia, secondo cui il modello voluto dal manager Fiat per governare gli stabilimenti del Lingotto non è stato ripreso da nessuna altra impresa italiana. Edi conseguenza, non avrà nessun impatto sulle future relazioni industriali. La leader di viale dell’Astronomia lo assicura a Susanna Camusso, insieme alla quale è intervenuta al Festival «Manifutura» a Bologna. Alla segretaria della Cgil, invece, Marcegaglia chiede di rilanciare il tavolo sulla produttività e di trovare un «accordo complessivo » con i sindacati. Perché Fiat è Fiat, sostiene l’industriale mantovana, ha delle sue specificità che vengono dal passato, come l’assenteismo di alcuni stabilimenti. Ma il resto del mondo industriale è un’altra cosa, e quindi altrove va cercata la soluzione all’impasse delle attuali relazioni tra imprese e sindacati. «Non bisogna più ragionare con vecchie logiche perché la competizione è durissima – dice Marcegaglia alla Camusso – dobbiamo lasciare l’ideologia da parte, rispettandoci reciprocamente, ma lo dobbiamo fare». Va bene, sembra rispondere la segretaria di Corso Italia: lavoriamo a un tavolo di discussione sulla produttività, purché «le parti si riconoscano e si rispettino», nel solco di quanto già fatto insieme in tempi meno rigidi. Certo, «non si possono cambiare i rapporti e i pesi» quando si affrontano «alcune materie», ma ci sono «tutte le condizioni per discutere, a patto che si fermino i guastatori». Ma in attesa che riparta il confronto con gli industriali, la Cgil guarda al governo e prepara per la primavera lo sciopero generale: unica via per indurre l’esecutivo a cambiare rotta, dice anche Guglielmo Epifani, che avalla la scelta di chi ha preso il suo posto. «Il tasso di disoccupazione aumenta e il Sud è lasciato a se stesso – spiega l’ex segretario di Corso Italia – il Paese cresce poco e mancano stimoli per gli investimenti e lo sviluppo: serve una scossa che non si vede». Intanto chi pare averla data una scossa, ma solo al Lingotto, sono i russi: dopo appena una settimana dall’interruzione delle trattative con Sollers, per definire una joint venture soffiata all’ultimo minuto da Ford, Fiat ha deciso di puntare da sola alla Federazione. La casa torinese ha presentato al ministero dello Sviluppo di Mosca un progetto per produrre e distribuire in Russia 300mila auto e veicoli commerciali all’anno.

L’Unità 26.02.11

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“Il disgelo Confindustria-Cgil”, di Marco Alfieri

Proclamare lo sciopero generale è una scelta di responsabilità. Il governo sta affossando il Paese», scandisce Susanna Camusso. Ma sulla data la leader della Cgil continua a glissare. «Si farà quando servirà a dare il segno che il governo e il Paese devono cambiare passo». «Sciopero generale? Più utile unire le forze», replica Emma Marcegaglia. «Lo sciopero naturalmente è un diritto. Solo che in un momento come questo credo sia più utile lavorare insieme per far valere le ragioni di chi lavora».

Eppure dietro i rituali del discorso pubblico le due signore del lavoro italiano continuano a parlarsi. Lo hanno fatto anche ieri a Bologna, al Manifutura Festival organizzato dalla fondazione Nens. Il disgelo è in corso dopo la stagione degli accordi separati e del ciclone Marchionne. Camusso agita l’arma dello sciopero ma in fondo non vorrebbe arrivare a farlo. Marcegaglia lo sa e la sprona. «Su dei punti ci possono essere diversi interessi, non si può essere uniti su tutto – abbozza – ma sui grandi temi dello sviluppo e della crescita, cara Susanna, siamo dalla stessa parte». Insomma si capisce che Cgil e Confindustria, nella terra incognita della produzione globale che rischia di spazzare via relazioni industriali codificate, vogliano puntellarsi a vicenda mettendo da parte diffidenze e retropensieri.

Non tutti in casa loro sono per il disgelo (Fiom come alcuni big confindustriali), ma le due signore ci provano. Marcegaglia ieri è stata molto dura sulla Libia: «prima di pensare all’economia ci vuole una condanna chiara del genocidio, si gioca la credibilità delle istituzioni». Così come sulla riforma dell’art. 41 varata dal governo: «la modifica potrà avere effetti nel medio termine, ma ricordiamoci che il boom degli Anni 50-60 c’è stato con questa Costituzione». A sua volta Camusso ha avallato Confindustria sulla semplificazione amministrativa: «aumentiamo la qualità dei controlli, ma è giusto voler eliminare la burocrazia inutile». In sostanza ripartire dal patto per la crescita si può. «La premessa è che le parti si riconoscano e si rispettino», mette i paletti Camusso.

«Ci sono tutte le condizioni per discutere, ma bisogna fermare i guastatori». Chiaro il riferimento al Lingotto. Il metodo Marchionne non diventerà un modello di relazioni industriali, tampona Marcegaglia. «Quante altre aziende hanno fatto questa cosa? Zero. La Fiat aveva una specificità, le relazioni non hanno funzionato, basti pensare che c’era un assenteismo altissimo. Ma moltissime imprese hanno trovato la propria via in un altro modo», precisa.

Tuttavia per Viale dell’Astronomia ci vuole un passo avanti: «la competizione è durissima. Dobbiamo lasciare l’ideologia da parte, rispettandoci reciprocamente». Peraltro nella crisi, «sul territorio siamo stati uniti, abbiamo gestito accordi con l’impegno e la responsabilità di tutti».

Uno spirito che si potrebbe ripetere sulla riforma fiscale, «che va fatta perché oggi le tasse le pagano solo le imprese e i lavoratori». Come finanziarla? Bisogna fare una lotta all’evasione fiscale vera. «Noi siamo favorevoli alla tracciabilità anche più spinta, con pagamenti in contanti fino a 500 euro», concede Marcegaglia. «Siamo favorevoli ad aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie, e a ritoccare l’Iva». Camusso di fianco annuisce. Poco prima il suo predecessore, Guglielmo Epifani, chiudendo una tavola rotonda aveva detto che «oggi ci vuole cooperazione tra imprese e lavoro, non conflitto». Parole che somigliano al Marcegaglia pensiero di questi giorni: «non è più tempo di accordi separati…». Chissà. Nel mezzo, forse, c’è lo spazio per riscrivere il tanto atteso patto fra produttori.

La Stampa 26.02.11

"Le centrali (nucleari) della disinformazione", di Giovanni Valentini

Con l´irrevocabile responso emesso dal Giurì per l´autodisciplina pubblicitaria, su ricorso dei senatori Francesco Ferrante e Roberto della Seta (Pd), il bombardamento mediatico a favore del nucleare per il momento è stato interrotto. Ispirata dal presidente del Consiglio per persuadere e convertire gli italiani a questa scelta, come se si trattasse di un detersivo, di una bibita o di una crema miracolosa, la campagna a colpi di spot è stata sovvenzionata dal “Forum nucleare italiano”, organizzazione ufficialmente non profit di cui però i soci fondatori sono l´Edf e l´Enel, cioè i due soggetti maggiormente interessati al business atomico: dalla vigilia di Natale all´Epifania, oltre 400 passaggi televisivi, per un costo di circa 6 milioni di euro.
“Pubblicità ingannevole”, ha sentenziato ora senza mezzi termini il Giurì. E così l´aveva già definita anche Antonio Di Pietro in un esposto all´Autorità sulle Comunicazioni, seguito a ruota da un altro parlamentare dell´Idv, Elio Lannutti, che ha presentato una raffica di interrogazioni al Senato.
Lo spot pubblicitario ha messo in scena una partita a scacchi collettiva. Bianco e nero, una mossa dietro l´altra, la partita procedeva tra domande e risposte in un contrappunto di tesi e antitesi. Ma in realtà, come ha stabilito il Giurì nella sua motivazione, lo spot sull´atomo «mira a ingannare e confondere chi lo riceve, contrabbandando come neutrali e sociali i suoi contenuti squisitamente di parte».
Contro questa offensiva mediatica e in vista del referendum sul ritorno al nucleare programmato dal governo in carica, secondo quanto scrive Gianni Silvestrini – direttore scientifico di Kyoto Club – nell´introduzione al libro di Mattioli e Scalia citato all´inizio, «occorre dunque preparare un´accurata azione di controinformazione che consenta ai cittadini di avere elementi adeguati a contrastare la vasta campagna già annunciata dal governo per spiegare come il nucleare sia sicuro e poco costoso». E un primo strumento – forse meno suggestivo di una campagna pubblicitaria, ma certamente più documentato e razionale – può essere proprio il volume pubblicato dai due padri dell´ambientalismo scientifico italiano. Un compendio di informazioni, dati, grafici e tabelle che sgombra il tavolo da tanti luoghi comuni, slogan e falsi ideologici.
Rinviando alla consultazione del libro chi fosse interessato ad approfondire l´argomento, con l´aiuto degli stessi autori proviamo a riassumere qui alcune questioni fondamentali. Lo sviluppo dell´energia nucleare può giovare a combattere l´inquinamento e quindi il riscaldamento del pianeta, contribuendo così a regolare il clima? «Se un impegno straordinario portasse al raddoppio delle centrali, la riduzione delle emissioni di CO2 non supererebbe il 5%».
È vero che, dopo l´incidente di Chernobyl, l´Italia è stato l´unico paese dell´Occidente industrializzato a bloccare il nucleare? «A seguito di Chernobyl, il nucleare viene bloccato in tutti i paesi dell´Ocse: non si procederà a nessun nuovo ordinativo di reattori – proprio come già si era verificato negli Usa, dove a partire dal 1978 non era stata commissionata nessuna nuova installazione e un centinaio di progetti erano stati accantonati».
L´energia nucleare è pulita? Il ciclo del combustibile nucleare, sostengono in sintesi Mattioli e Scalia, comporta lavorazioni a rischio salute. Né vanno trascurati gli effetti biologici e i danni sanitari connessi alle radiazioni. Viene citato poi uno studio di “Environmental Health”, in cui si parla di alti valori delle leucemie infantili derivanti da radionuclidi e di «dosi derivanti dalle emissioni di radiazioni dai reattori su embrioni e feti nelle donne gravide».
Quanto costa il kWh (chilowattora) nucleare? «Nella composizione del costo del kWh nucleare alcune componenti sono decisamente opache, altre neanche definibili: esso potrà anche risultare meno costoso, ma non c´è dubbio che si tratta di un prezzo politico dell´energia». E ancora: «L´insistenza su questo tasto sembra intesa a voler mettere in ombra il vero problema economico del nucleare: il finanziamento degli elevati capitali richiesti dagli investimenti e i tempi molto lunghi – oltre vent´anni – per il ritorno dei capitali investiti».
Qual è, dunque, il futuro dell´energia nucleare? «Oggi l´energia nucleare copre meno del 6% del fabbisogno mondiale di energia primaria e del 15% della produzione di energia elettrica». «Di fatto, come per la fusione nucleare, la prospettiva dei reattori di quarta generazione di anno in anno si allontana nel tempo e ora se ne prevede la realizzazione e commercializzazione non prima del 2030-2040».
Che fare, allora? Quali sono le alternative a disposizione? «Non ci possiamo oggi aspettare dalla fissione nucleare la risposta alle scelte urgenti che siamo chiamati a effettuare in tema di energia e sconvolgimento climatico». «Per l´Italia non si tratta dunque di scegliere tra la prospettiva del governo e i sogni degli ecologisti, ma di scegliere tra i reattori e la strategia che ha scelto l´Europa»: e cioè, entro il 2020, 20% di riduzione della CO2; 20% di risparmio sui consumi finali; e, sui consumi restanti, 20% di fonti pulite e rinnovabili, come l´energia solare e quella eolica.

La Repubblica 26.02.11

"L'agricoltura insegna il buongoverno", di Ernesto Ferrero

Ogni riforma della scuola si è sempre dimenticata di introdurre una innovazione piccola ma fondamentale. Mi riferisco all’istituzione di un orto di classe, in cui dalle elementari i bambini possano fare esperimenti di coltivazione. Imparerebbero molto con poca fatica e grande divertimento, e si vaccinerebbero contro i pericoli di una vita troppo virtuale, che preoccupa giustamente pedagogisti, psicologi, neuroscienziati e genitori responsabili. Oggi più che mai occorre ripartire dalla terra come momento fondamentale di conoscenza, crescita e di autoformazione. Parlerò di tre italiani diventati grandi attraverso esperienze agricole dirette.

Molto ha imparato Cavour dalla sua esperienza di imprenditore agricolo, avviata nel 1835 e durata una dozzina d’anni, sino alla discesa in politica. Ne è teatro la vasta tenuta di Leri, nel Vercellese. Quando il padre Michele deve onorare le cariche pubbliche cui è chiamato a Torino, di Leri si deve occupare Camillo. All’inizio non è semplice passare dai salotti torinesi a un reclusorio in cui non si parlava che di riso, fieno e letame. L’apprendistato è faticoso. Poi la nuova attività lo appassiona. Nel 1841 dichiarerà che è «la più gradevole e conveniente occupazione del secolo».

La svolta avviene nel 1843, quando chiama prima come consulente poi come socio un agricoltore di grandi capacità, Giacinto Corio. Nelle lettere scambiate con lui troviamo un Cavour che specula sulla compravendita del grano, vende riso, controlla le lame dei tagliapaglia, progetta brillatoi, modifica aratri, importa vacche e maiali dall’Inghilterra, tenta incroci fra pecore merinos e pecore biellesi, discute con gli agenti e impartisce ordini. Dopo molti anni dirà di poter ascrivere a proprio merito l’introduzione del guano in Piemonte e le azioni di proselitismo per il drenaggio, oltre all’aver avviato i lavori del canale che porta il suo nome. Ovvio che nella sua azione di governo Cavour abbia ben presenti le questioni agricole. Nel 1853 vara una legge che crea l’Associazione d’Irrigazione dell’Agro Ovest Sesia per la gestione di un sistema irriguo cui tutti i proprietari sono chiamati a collaborare; organizza un catasto e si preoccupa del credito fondiario. Nell’ultimo discorso alla Camera traccia le strategie del futuro sviluppo economico del Paese, una specie di piano di sviluppo, e sottolinea l’importanza dell’istruzione professionale e tecnica.

Un altro padre della patria che ha formato se stesso sui campi (e nei vigneti) è Luigi Einaudi. Gli Einaudi venivano, come Giolitti, dalla Val Maira, e poi s’erano stabiliti a Carrù, dove Luigi nacque nel 1874, prima di trasferirsi a Dogliani. Alle sue spalle intravediamo un piccolo mondo di proprietari, di professionisti e artigiani che si fanno premura di tramandare le proprietà ricevute e le curano con amore, per consegnarle migliorate a chi verrà dopo. Appena salito sulla cattedra di Scienza delle finanze, il giovane Luigi acquista la tenuta di San Giacomo per trenta volte il suo stipendio annuo di professore, e la conduce con i suoi contadini, per decenni, spalla a spalla. Le parole chiave sono proprietà-famiglia-lavoro. L’attaccamento alla terra, la devozione alla patria e lo spirito di sacrificio: solo da qui possono germogliare quelli che egli definisce «gli Stati saldi».

Il lavoro non è mera ripetizione di pratiche arcaiche, ma qualcosa che si nutre di scienza, di tecnica, di tensione innovativa, di curiosità sperimentale e sperimentatrice, ma sempre dentro una cornice di regole rigorose. Bisogna sapere che non tutte le annate sono uguali, che la redditività è un problema di lungo periodo, di investimenti da curare con pazienza. Il reddito va reinvestito per «rinnovare i piantamenti, e fare tutti i vari lavori di conservazione e miglioramento dei terreni e delle case rustiche». Sono questi i cardini di una riflessione espressa in una lingua mirabile, di classica semplicità, sempre tesa a preservare i territori che separano la libertà dall’abdicazione e dal servilismo verso i potenti. Senza enfatizzare le mitologie della «sovranità popolare», cui troppo spesso si appellano «tutti i governi tirannici e totalitari»: come se nelle masse ci fossero equilibrio e saggezza che non si ritrovano nei singoli.

Mario Calvino, padre di Italo, nasce a Sanremo un anno dopo Einaudi, da una famiglia di mazziniani e di massoni, cultori del Risorgimento. È un personaggio multiplo cui va stretta ogni definizione: agronomo specializzato in colture tropicali, scienziato, docente, educatore, divulgatore, sociologo, missionario, pubblicista, in tempi e luoghi diversi: la Liguria d’inizio ’900, poi a Messico e Cuba, dove è chiamato per chiara fama a dirigere importanti istituzioni statali, intorno agli Anni 20 (è per questo che Italo nasce vicino all’Avana), poi di nuovo in Italia, animatore della Stazione Agricola Sperimentale Orazio Raimondo di San Remo. Schietto, appassionatissimo del suo lavoro, considerato scorbutico, magari scomodo perché parlava chiaro, non si piegava ai compromessi. Anche per lui l’agricoltura era anzitutto autocostruzione: il bravo agricoltore deve in primo luogo coltivare se stesso. È un uomo aperto all’innovazione, al progresso sociale, alla solidarietà. Vive a un’ora da Sanremo, in una zona piuttosto selvaggia. Grande camminatore, per fare apostolato all’alba prende il treno, poi si inerpica fino ai paesi più sperduti della Liguria con le tasche della giacca piene di estratti di rivista, forbici da potatore, coltelli da innesti, ràfia e spago. Per guadagnarsi la confidenza dei contadini maneggia una biscia che ha trovato per via. Promuove la costruzione delle vasche di cemento per l’accumulo d’acqua, si batte per il credito agrario e la viabilità tra poderi, insiste sulla cooperazione e l’associazionismo. Insegna tecniche di potatura e impollinazione artificiale per ottenere nuove varietà di fiori: è il padre spirituale degli ibridatori sanremesi che cresceranno decenni dopo.

Al figlio Italo, Mario e sua moglie Eva Mameli, prima donna ad avere una cattedra di Botanica, hanno trasmesso l’attitudine scientifica, classificatoria e combinatoria, il rifiuto d’ogni retorica, la forte etica civile. A questo padre ruvido, esigente con se stesso e generoso con gli altri, Italo ha dedicato uno dei suoi racconti più belli: La strada di San Giovanni.

Estratto dall’intervento che l’autore terrà oggi all’inaugurazione del 226° anno accademico dell’Accademia di Agricoltura di Torino.

La Stampa 26.02.11