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"Milleproroghe per il nuovo millennio", di Tito Boeri e Giuseppe Pisauro

Duecentoventuno commi, centonovantasei in più del testo originario. Le nuove procedure di bilancio ci hanno consegnato una Finanziaria (si chiama ormai Legge di stabilità) più snella, ma decreti omnibus più grassi e pieni di nuove norme oltre che di semplici proroghe. Diminuisce cosi la trasparenza delle decisioni di politica economica. Ha fatto bene il Presidente della Repubblica a porre il problema.

Il “Milleproroghe” è una creatura del nuovo millennio. Il primo provvedimento comunemente indicato con questo nome è il decreto legge 30 dicembre 2005 n. 273. Un’innovazione di successo, divenuta un appuntamento tradizionale: puntualmente, ogni fine anno viene presentato un nuovo decreto legge recante “Proroga di termini previsti da disposizioni legislative”. Ai Milleproroghe di San Silvestro si aggiungono quelli approvati in occasione del cambio di legislatura: così il Dl n. 73 del 12 maggio 2006 e il Dl n. 113 del 30 giugno 2008. Insomma, il decreto in discussione in questi giorni è già l’ottavo esemplare della specie.
Il fatto stesso che ogni anno sia necessario affrettarsi a emanare un decreto con centinaia di commi (si veda l’elenco qui sotto) per prorogare scadenze già fissate da leggi precedenti è indicativo del cattivo funzionamento dello Stato: gli impegni presi non si riescono a rispettare nei tempi previsti e si chiede un rinvio, prontamente concesso. Anzi, è forse spia di un carattere nazionale: spesso il rinvio non riguarda tanto compiti dell’amministrazione quanto regole per i cittadini, dall’abbattimento delle case abusive alla messa al bando delle buste di plastica per la spesa. Ciò in parte spiega perché in genere, nel corso della conversione in legge del decreto, alle proroghe proposte dal governo se ne aggiungono parecchie altre suggerite dai parlamentari: dato che il provvedimento deve essere approvato entro una scadenza predefinita, la tentazione di inserire misure tra le più disparate è forte. È un modo poco costoso di rispondere alle esigenze di lobby e gruppi di interesse.

PRODUZIONE DI COMMI A MEZZO DI COMMI

Quest’anno si è esagerato: il Presidente della Repubblica nella lettera del 22 febbraio sottolinea che “a seguito delle modifiche apportate dalle commissioni del Senato e dal governo con il successivo maxiemendamento, al testo originario del decreto-legge, costituito da 4 articoli (di cui il terzo relativo alla copertura finanziaria e il quarto all’entrata in vigore) e 25 commi, sono stati aggiunti altri 5 articoli e 196 commi”. Da 25 a 221 commi, un aumento di quasi dieci volte.
A guardar bene, c’è una novità che spiega quanto è avvenuto: la riforma delle procedure di bilancio approvata alla fine del 2009. Uno dei punti qualificanti di quella riforma è la nuova Legge di stabilità, più snella della vecchia Legge finanziaria. In particolare, nel contenuto proprio della Legge di stabilità non compaiono più “norme che comportano aumenti di spesa o riduzioni di entrata ed il cui contenuto sia finalizzato direttamente al sostegno o al rilancio dell’economia” (che invece rientravano nel contenuto della Legge finanziaria). Se si tiene a mente questa novità, si capisce come non sia casuale che nel titolo del Milleproroghe di dicembre 2010 oltre alla solita “proroga di termini previsti da disposizioni legislative” compaiano “interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle famiglie e alle imprese”. E si comprende bene l’invito del Presidente della Repubblica a evitare che il Milleproroghe “si trasformi sostanzialmente in una sorta di nuova legge finanziaria dai contenuti più disparati”.

NON SOLO PROROGHE

Il richiamo del Presidente è tanto più opportuno in quanto il Milleproroghe contiene in realtà molte nuove norme e non semplici proroghe di trattamenti già esistenti. Nuove norme che in qualche caso cambiano radicalmente gli indirizzi di politica economica. Ecco alcuni esempi:
L’articolo 2-quater, comma 1, prevede che nei comuni con più di 250mila abitanti venga “avviata una sperimentazione in favore degli enti caritativi” nella gestione della social card della durata di dodici mesi. La relazione tecnica allegata al provvedimento precisa meglio cosa si intende fare: “la norma identifica come beneficiario non già il destinatario ultimo della carta, ma l’associazione che si impegna a distribuirla”. In altre parole, lo Stato assegnerà la carta acquisti a imprecisati “enti caritativi” e saranno questi ultimi a dover decidere a chi dare la social card e a chi no, sottraendo questo compito ai servizi assistenza dei comuni. È una rivoluzione nella gestione del welfare. Invece di dare i soldi direttamente ai poveri, lo Stato li darà agli “enti caritativi”.
L’articolo 2-sexies, comma 1 e seguenti, prevede che la tassazione sul risparmio gestito avvenga in capo al sottoscrittore, invece che al fondo, al momento della realizzazione. È una vera e propria riforma che alleggerisce ulteriormente la tassazione delle rendite finanziarie come già notato sul sito.
L’articolo 2, comma 4-decies, toglie risorse alla banda larga (30 milioni del finanziamento originario previsto e già deliberato dal Cipe) .per destinarle al digitale (il cui costo evidentemente lievita).
L’articolo 2, comma 17-octies, prevede che Poste italiane possa costituire un patrimonio destinato alle attività di banco posta, separato da quello delle attività postali tradizionali. Da tempo le banche lamentano la concorrenza sleale delle Poste italiane, alle quali vengono dati ancora più strumenti per espandersi.
L’articolo 2, comma 17-duoddecies, sostiene che, ai fini delle legge che istituisce la Banca del Mezzogiorno, Poste possa “acquistare partecipazioni, anche di controllo, nel capitale di banche”.
Come si vede non si tratta di proroghe, ma di cambiamenti normativi di grandissimo rilievo, al di là di qualsiasi giudizio di merito.

OMNIBUS O TURBIDUS

Gli omnibus sono per certi versi fisiologici nella vita di tutti i parlamenti: uno strumento ovvio per costruire il consenso. Hanno però difetti gravi: difficile che provvedimenti che contengono disposizioni variegate e che devono essere approvati in tempi brevi siano esaminati con la dovuta attenzione (dal Parlamento e dall’opinione pubblica). Insomma, poca trasparenza. A questo si aggiunga il fatto che il testo è un continuo rinvio ad altri commi di altre leggi che rinviano ad altri commi e ad altre leggi. Quindi assai difficilmente intellegibile. In barba al principio fissato per legge dal ministro della Semplificazione legislativa secondo cui ogni rinvio ad altre norme contenuto in disposizioni legislative, nonché in regolamenti, decreti o circolari emanati dalla pubblica amministrazione, “deve contestualmente indicare, in forma integrale o in forma sintetica e di chiara comprensione, il testo ovvero la materia alla quale le disposizioni fanno riferimento o il principio, contenuto nelle norme cui si rinvia, che esse intendono richiamare”.
È un quadro ulteriormente peggiorato, poi, dalle modalità di approvazione: nel nostro caso, al Senato maxiemendamento e voto di fiducia. Ma la sempre maggiore perdita di ruolo del Parlamento nella produzione legislativa rende inevitabile l’assalto ai pochi convogli che passano e per i quali vi è certezza che giungano a destinazione. Certo che, a conti fatti, ci troviamo con una Legge di stabilità snella e un Milleproroghe grasso. Non è detto che ci abbiamo guadagnato.

GLI OTTO MILLEPROROGHE

Decreto Milleproroghe decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 273, convertito nella legge 23 febbraio 2006, n. 51: 192 commi
Decreto Milleproroghe decreto-legge 12 maggio 2006, n. 173, convertito nella legge 12 luglio 2006, n. 228:
13 commi
Decreto Milleproroghe decreto-legge 28 dicembre 2006, n. 300, convertito nella legge 26 febbraio 2007, n. 17: 83 commi
Decreto Milleproroghe decreto-legge 31 dicembre 2007, n. 248, convertito nella legge 28 febbraio 2008, n. 31: 281 commi
Decreto Milleproroghe decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 207, convertito nella legge 27 febbraio 2009, n. 14: 220 commi
Decreto Milleproroghe decreto-legge 30 giugno 2008, n. 113: 21 commi
Decreto Milleproroghe decreto-legge 30 dicembre 2009, n. 194, convertito nella legge 26 febbraio 2010, n. 25: 154 commi
Decreto Milleproroghe decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225 (comprese modifiche apportate dal Senato della Repubblica): 221 commi

(ricerca a cura di Mattia Fracchia)

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"Turismo senza sorrisi", di Stefano Landi

L’ottimismo manifestato da più parti sull’andamento del turismo in Italia non sembra giustificato dai dati. Nel 2010 sono calati, e molto, i giorni di vacanza e i viaggi d’affari. Tradotti in euro significano perdite significative per gli operatori. E gli italiani hanno rinunciato soprattutto alle microvacanze e ai week-end lunghi. Ovvero a quel superamento della stagionalità che rappresenta la speranza di consolidamento e crescita del settore. Manca in particolare una politica del turismo per il mercato interno. Domenica 20 febbraio si è conclusa l’edizione 2011 delle Borsa internazionale del turismo di Milano, la principale rassegna del settore in Italia. Ma le note ottimistiche diramate dal ministro Michela Vittoria Brambilla e dal presidente dell’Enit Matteo Marzotto non riescono a far sorridere le imprese, che registrano un calo molto drastico della domanda interna, il principale mercato di riferimento.

RITORNO AL PASSATO

Nel turismo la crisi non è finita, o più probabilmente il settore ne ha risentito in ritardo rispetto ad altre branche della nostra economia. E l’analisi critica è lecita, stando alle cifre pubblicate dall’Istat proprio il 16 febbraio 2011, giorno di inaugurazione della Borsa, che sono stati largamente trascurati nella comunicazione e nei dibattiti. (1)
I dati relativi ai viaggi e alle vacanze degli italiani nel 2010 confermano quanto già evidenziato da Isnart – Unioncamere sull’occupazione delle strutture ricettive (alberghiere ed extralberghiere), che per quasi tutto l’anno e soprattutto durante l’estate avevano fatto registrare una contrazione rispetto all’anno precedente.
Il 2010 infatti segna un ritorno al passato, un balzo indietro di quattro-cinque anni almeno, per quanto riguarda la propensione ai viaggi e alle vacanze degli italiani, che lo scorso anno hanno “consumato viaggi” molto di meno che nel recente passato.

Quanto ai viaggi di lavoro, i tagli nelle aziende e nelle pubbliche amministrazioni si sono fatti sentire: meno missioni, meno congressi e fiere, meno viaggi di rappresentanza.

IL CALCOLO DELLE PERDITE

Purtroppo il turismo in Italia non ha ancora imparato a guardarsi in tasca e continua a sfornare e commentare dati fisici, ma non economici: contiamo le teste dei turisti e le notti passate fuori casa, ma non la spesa.
Così è difficile parlare dei risvolti economici di un simile tracollo: possiamo però provarci sulla base di diverse rilevazioni incrociate, condotte ancora una volta da Isnart – Unioncamere, e dalla Banca d’Italia. (2) Le stime convergono su di un valore medio di circa 100-105 euro in termini di spesa media per persona/giorno.
Se così fosse, la perdita di fatturato complessiva dell’offerta turistica italiana nel 2010, per il solo effetto del calo del mercato interno di 58 milioni di notti per vacanza, sarebbe di circa 6 miliardi di euro: una enormità.
A queste perdite si va poi ad aggiungere il calo di 21 milioni di notti per il turismo d’affari, notoriamente più “ricco”: almeno altri 2 miliardi di euro, a essere prudenti.
Sempre secondo l’Istat, nel 2010 gli italiani non hanno del tutto rinunciato alla vacanza estiva, ma si sono spostati di meno durante il resto dell’anno, tagliando magari anche solo sui week-end.
Però è proprio questa la “polpa” del business turistico, che non campa solo di festività comandate, ma sempre più di prolungamento stagionale, di microvacanze, di ponti e week-end lunghi. (3)
Se fosse per stare aperti solo a ferragosto, non ci sarebbe utilità a costruire o a gestire alberghi, come sanno bene tutte le imprese che fanno un business plan prima di iniziare l’attività.
L’industria turistica italiana nel suo complesso ha una sola speranza di diventare sistema, attività primaria e centrale nella vita di milioni di lavoratori, settore permanentemente attivo, vocazione stabile dei territori: e questa speranza risiede nel superamento della stagionalità.
Altrimenti resterà il regno della saltuarietà, dei mestieri che cambiano con le stagioni, del lavoro sommerso, come segnala sempre l’Istat il 18 febbraio 2011: il 56,8 per cento del prodotto interno lordo alberghiero sarebbe “in nero”. (4)
Al di là di ogni altra considerazione, è del tutto evidente che il vuoto lasciato dal ministero del Turismo (abrogato con referendum popolare nel 1993) non è stato colmato dal protagonismo delle Regioni, sancito nel 2001 dalla riforma del Titolo quinto della Costituzione.
Mentre infatti sia l’Enit – Agenzia italiana per il turismo sia le Regioni hanno mantenuto la competenza sui mercati esteri, il più delle volte duplicando le proprie azioni, il mercato interno è rimasto orfano di ogni attenzione e provvedimento, con i risultati che oggi si vedono.

(1) Istituto nazionale di statistica, “Viaggi e vacanze in Italia e all’estero”, anno 2010, 16 febbraio 2011.
(2) Banca d’Italia – Ufficio italiano cambi, “Viaggiatori stranieri in Italia e viaggiatori italiani all’estero”, anno 2010.
(3) Coldiretti – SL&A, “Dossier microvacanze a chilometro zero”, Roma, 2008.
(4) Enrico Giovannini, relazione al tavolo per la riforma fiscale, 18 febbraio 2008.

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Letta a Berlusconi: “Cali il sipario su questo governo. Si vada dagli elettori”

Il terzo voto di fiducia in soli 7 giorni. Il vicesegretario del PD: “Voi alzate la tassa su rifiuti, sull’energia, mettete la tassa sul cinema e create la nuova tassa della disgrazia. I cittadini colpiti da calamità dovranno pagare più tasse per venire incontro ai costi”.
“È una stagione che deve chiudersi. Una norma che da 25 commi è arrivata a 187. Per il bene del Paese, cali il sipario su questo spettacolo ormai triste e mediocre. Si vada dagli elettori con saggezza decideranno loro, per il meglio della nostra amata Italia”. Così ha concluso il suo intervenuto in Aula di Montecitorio Enrico Letta, vice segretario del PD durante la discussione sul decreto Milleproroghe.

Un intervento duro, in cui Letta, ha spiegato come il Milleproroghe “mette mano nelle tasche degli italiani, nell’anno record della pressione fiscale”.
“Voi alzate la tassa su rifiuti, sull’energia, mettete la tassa sul cinema e create la nuova tassa della disgrazia. I cittadini colpiti da calamità dovranno pagare più tasse per venire incontro ai costi”, ha ricordato. Eppure “noi siamo il Paese della solidarietà che ha dato grandi esempi nel mondo”.
Sulla cultura e sui teatri, ha proseguito, “avete fatto una scelta: ad alcuni lavoratori detto vi salviamo” e ad altri “dite possono chiudere quei teatri potete andare a casa, quella cultura non ci interessa. La lirica non ha colore, onorevole Reguzzoni, la cultura è di tutta l’Italia, di cultura si mangia nel nostro Paese”.
Quanto all’incrocio della proprietà di televisioni e giornali, divieto che scadrà il primo aprile, “condanniamo questo articolo e questa scelta. Ma quello che è ancora più grave è che questo governo, mentre Obama incontrava i guru della rete, si fa notare ancora e soltanto per il tentativo di aggirare la Mammì e la Gasparri. Robe dell’altro secolo, la vostra continua ossessione”, ha sottolineato Letta.
“Questo è un parlamento che dice a 38mila lavoratore e imprenditori: ‘Froda la legge e sarai aiutato’.
Così avete aiutato 100 amici degli amici che la legge l’hanno frodata, mentre negli stessi giorni sono stati presi a manganellate i pastori sardi”.
La “cosa peggiore”, ha spiegato, “è che si tratta di 5 milioni la cui copertura è stata presa da una legge che serve ad assicurare il finanziamento dell’assistenza e della cura dei malati oncologici. Non credo che si sia altra parola che: vergogna, vergogna”.
Oggi, ha ricordato, “la maggioranza è andata sotto, ennesima dimostrazione di una situazione che non tiene piu’, di una stagione che deve chiudersi”.
Dunque, “per il bene del paese cali il sipario su questo spettacolo triste e mediocre. Si vada dagli elettori con saggezza, decideranno loro per il meglio della nostra amata Italia”.
Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento.
Signor Presidente, non posso non cominciare questo intervento con le notizie che arrivano in questi minuti dalla vicina Libia. Noi siamo vicini agli italiani che stanno soffrendo lì in questo momento (Applausi).
Siamo addolorati per il sangue che si sta versando, siamo preoccupati che la Libia diventi oggi una moderna Somalia a cento miglia da casa nostra. Chiediamo alle istituzioni italiane e a quelle internazionali di fare di più: di fare tutto il possibile per far cessare la violenza e per riportare la pace e la stabilità.
Oggi qui discutiamo un provvedimento che è un pasticcio, criticato da tutti, censurato da tutte le istituzioni che hanno avuto modo di esprimersi nei confronti del cosiddetto milleproroghe, disconosciuto addirittura da chi lo ha presentato, il Presidente del Consiglio Berlusconi. E voglio usare questa occasione per dirgli che la smetta di continuare con la logica di non assunzione delle responsabilità rispetto a quello che fa: questo provvedimento l’ha presentato lui e questo maxiemendamento l’hanno presentato lui e il suo Governo. Questo maxiemendamento alza le tasse, non aiuta le famiglie e non aiuta le imprese italiane.
L’efficace intervento di questa mattina dell’onorevole Baretta, a nome del Partito Democratico, in sede di dichiarazione di voto sulla questione di fiducia, ha già detto molte cose di quello che noi pensiamo, ma mi permetta, signor Presidente,di esprimere, anche in questa occasione, gratitudine e rispetto per il ruolo del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). È grazie alla sua vigilanza e alla sua indipendente e reiterata difesa di questo Parlamento e delle istituzioni che il sistema ancora regge.
Tuttavia, questo è un provvedimento interessante perché chiarisce molte cose. Non so se ricordate – lo dico ai colleghi di quest’Aula, ma soprattutto a tutti coloro che ci ascoltano fuori da quest’Aula – che due settimane fa è stato presentato il «piano scossa» per la crescita. Il Governo ha presentato un piano che si è chiamato «piano scossa».Secondo il Presidente del Consiglio doveva portare un 4 per cento in più di crescita e un 1,5 per cento in più di crescita già quest’anno.
In quel provvedimento c’era e c’è (è stata presentata) la riforma dell’articolo 41 della Costituzione, articolo scritto da Luigi Einaudi, articolo scritto dai costituenti del nostro Paese e contemporaneamente, mentre lì si chiede maggiore libertà economica, nel provvedimento che qui oggi approvate, c’è l’affossamento del più importante intervento di liberalizzazione che era necessario: la liberalizzazione dei servizi pubblici locali che avete deciso di affossare qui come tutte le norme di liberalizzazione per aiutare la nostra economia, per aiutare i nostri consumatori e per dare più occupazione e più crescita.
È sempre la solita storia: le parole e i fatti. Le parole contraddicono quotidianamente i fatti. Ma questo è un provvedimento importante anche per un altro motivo. È un provvedimento che, al contrario di quello che dite, mette mano nelle tasche degli italiani nell’anno record della pressione fiscale (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Da quattordici anni l’Italia non ha avuto una pressione fiscale alta come quella di oggi. Ebbene, in questa situazione e con questo provvedimento, intervenite alzando la tassa sui rifiuti, la tassa sull’energia e sulla benzina, la tassa sul cinema, creando la nuova tassa della disgrazia. I disgraziati che nel nostro Paese da oggi in poi subiranno una calamità naturale dovranno pagare loro stessi più tasse per venire incontro ai costi di quella calamità naturale.
Ricordo che noi siamo quelli degli angeli del fango di Firenze, del Friuli, il Paese della solidarietà (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), il Paese che su questi temi ha dato grandi esempi nel mondo.
Avete detto – lo ha fatto adesso il collega Reguzzoni – che intervenite a favore della cultura. Voglio ricordare la frase mitica «di cultura non si mangia» che abbiamo sentito da parte di un autorevole esponente del vostro Governo.
Di teatri e fondazioni liriche ne avete scelti due su quattordici: a questi due avete dato soldi e agli altri dodici no. Di questi ultimi voglio leggere il nome e vorrei che tutti coloro che ci stanno ascoltando in questo momento sapessero che sulla cultura avete fatto una scelta per cui alcuni lavoratori della cultura li salvate mentre ai lavoratori del Regio di Torino, del Carlo Felice di Genova, de La Fenice di Venezia, di Cagliari, di Trieste, di Bologna, di Firenze, dell’Opera di Roma e del Santa Cecilia, del Petruzzelli di Bari, del San Carlo di Napoli, del Massimo di Palermo dite che quei teatri possono chiudere, che loro possono andare a casa (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Unione di Centro) e che quella cultura non vi interessa.
Onorevole Reguzzoni, la lirica non ha colore politico, la cultura è di tutta l’Italia e di cultura si mangia del nostro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
L’altro tema che ha scandalizzato tanti riguarda le comunicazioni. Il 1o aprile, lo abbiamo sentito, vi sarà l’ennesimo tentativo di aggiramento delle norme sul conflitto di interessi.
Noi condanniamo questo articolo e condanniamo questa scelta. Ma quello che è ancora più grave è che, mentre la settimana scorsa il Presidente degli Stati Uniti Obama si faceva notare per incontrare tutti i guru della rete per capire quale doveva essere il futuro del suo Paese sulle telecomunicazioni e sulle tecnologie, questo Governo si fa notare, ancora e soltanto, per il tentativo di aggirare la legge Mammì e la legge Gasparri, roba dell’altro secolo: carta stampata e televisione, la vostra continua ossessione! Vi è poi il tema delle quote latte, sul quale torno – è stato già citato – perché questo Parlamento, con il voto che state per dare, dice a 38 mila lavoratori e imprenditori italiani: froda la legge e sarai aiutato. Vi sono 38 mila italiani che non hanno frodato la legge rispetto a 100 amici degli amici che la legge l’hanno frodata e che si trovano un regalo di 5 milioni.
Cinque milioni a 100 allevatori padani e negli stessi giorni, nelle stesse settimane, manganellate ai pastori sardi che venivano qui e che non erano nemmeno ricevuti dal Governo (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
Ma la cosa peggiore delle quote latte è questa, signor Presidente: cinque milioni la cui copertura, come risulta dalle schede allegate al provvedimento, è presa dall’articolo 1, comma 40, quarto periodo, della legge n. 220 del 2010, che detto così vuol dire poco. Peccato che questa legge serva ad assicurare il finanziamento dell’assistenza e della cura dei malati oncologici. Credo che non ci sia altra parola che «vergogna». Vergogna (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)! Concludo, signor Presidente. La maggioranza è andata sotto su questo provvedimento nelle votazioni di oggi, ennesima dimostrazione di una situazione che non tiene più. Dimostrazione che si tratta di una stagione che deve chiudersi. Non si può legiferare così per i problemi degli italiani! Una norma che era cominciata con 25 commi, arrivata a 196 commi, oggi consta di 187 commi.
Signor Presidente, concludo. Per il bene del Paese, cali il sipario su questo spettacolo ormai triste e mediocre. Si vada alla fonte della sovranità. Si vada dagli elettori, con saggezza decideranno loro per il meglio della nostra amata Italia (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro e Italia dei Valori).

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"La cultura in rete braccata dalla legge", di Giuseppe Rizzo

Da che è nata, Internet oscilla tra due estremi. Il primo la vuole strumento indiscusso di divulgazione della cultura; il secondo suo aguzzino. Le domande che analisti, investitori e semplici fruitori si fanno sono più o meno sempre le stesse. È giusto che ci si scambi musica, film, prodotti culturali senza pagare? È giusto affidarsi a notizie di cui spesso non viene verificata l’autenticità? Il moltiplicarsi di blogger d’opinione e critica è un bene o solo un rumore di sottofondo che pervade la rete? Per rispondere a queste e ad altre domande si sono riuniti a Roma gli Stati generali del diritto d’autore, in una tavola rotonda dal titolo esemplificativo di “Un diritto d’autore per tutti”.

Punto di partenza della discussione è stata la stesura del regolamento del decreto Romani affidata all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Un provvedimento parecchio discusso fin dalla sua presentazione, nel dicembre del 2009, per via della volontà di applicare le norme che regolano l’universo televisivo a quello del web.

«Il decreto Romani – ha ha spiegato il senatore Pd Vincenzo Vita – è la madre di questa porcheria, è per questo che noi pensiamo di presentare un disegno di legge che intervenga sulla materia per correggerne le storture». Più equilibrato, ma pur sempre dubbioso e aperto a critiche il commissario dell’Agcom Nicola D’Angelo. «Purtroppo ci sono molti punti deboli nel modo in cui si guarda a questa disciplina – dice – siamo ancorati a impianti teorici vecchi».

Il discorso si accende quando si parla di pirateria. Per Enzo Mazza, presidente della Federazione Industria Musicale Italiana, è una voragine a cui bisogna porre immediatamente rimedio. «Internet non può essere lo strumento con cui distruggere un intero sistema produttivo. Ci sono nuovi investimenti in ballo, e noi abbiamo il dovere di proteggerli», dice. Un modo per farlo, secondo Antonello Busetto, responsabile Affari Istituzionali Confindustria, sarebbe quello di «rendere più sicure le transazioni via internet. Il 50% degli italiani utilizza internet, eppure solo il 20% fa acquisti on line, e questo non perché preferisca la pirateria in assoluto, ma perché non ha ancora abbastanza fiducia nelle transazioni a pagamento».

In definitiva, da parte dei produttori e dei gestori dei servizi si legge un’attenzione ai controlli che non convince i consumatori. Marco Pierani di Altroconsumo giudica ancora «eccessive le restrizioni poste dall’Agcom, così come la possibilità dell’Autorità di chiudere qualsiasi sito anche solo sulla base della presunzione di colpevolezza, senza nessun contraddittorio di fronte a un tribunale, per esempio. Qui ci sono in ballo diritti costituzionalmente rilevanti, la discussione deve ritornare in parlamento».

L’Unità 25.02.11

Camera dei Deputati: dichiarazione a nome del PD sul voto di fiducia

PIER PAOLO BARETTA. Signor Presidente, il Governo del nostro Paese, questo Governo, non è più in grado di governare. Gli mancano ormai la lucidità e la volontà, gli mancano la competenza e l’autorevolezza, gli mancano la forza e la compattezza, gli mancano la serenità e la serietà. Stiamo per votare la fiducia su un provvedimento che, nel giro di poche ore, ha subito le censure del Comitato per la legislazione, del servizio studi della Camera dei deputati, dei presidenti delle Commissioni bilancio ed affari costituzionali e da ultimo, ma non ultimo, del Capo dello Stato che, ancora una volta, ha offerto una dimostrazione di garanzia istituzionale della quale va ringraziato. Ma, come se non bastasse, è stato criticato addirittura dal Presidente del Consiglio che l’ha definito, appunto, un ippopotamo e che avrebbe imputato al Ministro dell’economia e delle finanze di aver combinato un pasticcio. Ed è la verità, proprio di un pasticcio si tratta. Un provvedimento sbagliato sin dall’inizio, ma che nell’iter parlamentare è stato trasformato, attraverso modifiche ampie ed eterogenee – per usare il linguaggio diplomaticamente chiaro del Presidente della Repubblica – in un mostruoso animale preistorico, altro che ippopotamo. L’esito è un testo ridondante, esagerato, provocatorio, barocco, ambiguo, insostenibile giuridicamente e politicamente, che ha travalicato ogni forma consentita di bon ton istituzionale.

Questo suo carattere negativo non è cambiato dopo i correttivi, necessari, ma insufficienti, che avete apportato a seguito dell’intervento del Presidente della Repubblica. Si tratta di correttivi insufficienti anche dal punto di vista politico, come dimostra la discussione tutta interna alla maggioranza, che non è ancora conclusa, su alcuni punti cardine del provvedimento in oggetto. State cercando di nascondere questa verità con il ricorso alla vostra tradizionale e ripetitiva, ma ormai spuntata, vis polemica.
Il Presidente del Consiglio, in primis, sostiene che il provvedimento «milleproroghe» è tale perché il Governo è impedito di agire liberamente, perché costretto tra le prerogative del Capo dello Stato, da un lato, e quelle del Parlamento dall’altro. Ho già denunciato ieri, in quest’Aula, la gravità di queste affermazioni, ma credo che sia necessario tornarci, in quanto temo che siano espressione, purtroppo, sincera e convinta, di una concezione più generale dello Stato e della politica che ha il Presidente del Consiglio.
Fecero bene – dice Berlusconi – i padri costituenti a stabilire, dopo il ventennio, un gioco di contrappesi. Ma oggi che siamo lontani dal ventennio – non molto, in verità, sono all’incirca diciassette anni che pazientiamo -, questi vincoli rallenterebbero le attività dell’Esecutivo, come la libertà personale ed economica, l’articolo 41 della Costituzione, l’operato della magistratura, le tasse.
Credo che potremmo aggiungere, interpretando liberamente il pensiero politico del Presidente Berlusconi, che, tutto sommato, un ostacolo alla sua attività sia, in fin dei conti, rappresentato anche dall’Esecutivo stesso, o almeno da qualcuno: magari, da quel Ministro che somma in sé l’eccessiva dote di titolare dell’economia, del bilancio, del tesoro, delle finanze e che è depositario del pacchetto azionario delle ancora molte, troppe, società partecipate dallo Stato. Devo dire che, con riferimento a questo aspetto, Berlusconi lo capisco.
Una volta si diceva qualunquisticamente «piove Governo ladro», ma oggi si direbbe che, come nella nuvola di Fantozzi, piove solo sul povero Governo, circondato un mondo di ladri. Certo, una Repubblica con un Presidente del popolo eletto – ma non unto, è stato autorevolmente ricordato ieri -, senza il Parlamento e, in specie, senza l’opposizione, senza il Capo dello Stato, senza la magistratura e, magari, anche senza i Ministri, più che agile ed efficiente, sarebbe ben morta e sepolta.
Ecco, quindi che, in queste condizioni, il Governo è costretto a ricorrere alla sola arma che ha a disposizione: il voto di fiducia. Ieri, il collega Baldelli, ovviamente, ha ricordato il Governo Prodi, secondo un rito assai diffuso negli interventi della maggioranza – anche l’onorevole Simonetti lo fatto poco fa -, un rito che ha, evidentemente dell’ossessivo se, dopo tre anni, l’attacco al precedente Governo resta, di fatto, il più ricorrente, se non il solo argomento della vostra polemica parlamentare. Ebbene, dopo aver ricordato questo, ieri, il collega Baldelli, ci ha – e mi ha – criticato per le nostre continue e vittimistiche lamentele intono al ricorso alla fiducia. Io resto della mia opinione e, cioè, che quando è troppo è troppo: oltre quaranta questioni di fiducia in trentatré mesi, sono sintomo di malgoverno, e non vi è scusa che tenga.
Ha poco da dichiarare l’onorevole Cicchitto – al quale si è associato stamattina l’esponente dei cosiddetti Responsabili che, peraltro, ha anche portato un grave attacco al collega Bucchino, che non mancherà di rispondere personalmente -, che, ancora ieri, si è trincerato dietro il numero delle proposte emendative da noi presentate per giustificare il voto di fiducia. Egli sa fin troppo bene che ci eravamo dichiarati disponibili, ancora una volta, a ridurre drasticamente il loro numero, se il Governo avesse accolto davvero le indicazioni contenute nella lettera del Presidente della Repubblica – e così non è stato – ed avesse deciso di non ricorrere al voto di fiducia, la cui anticipazione è stata fatta – non dimentichiamolo – dal sottosegretario per l’economia e le finanze, sovrastando il silenzio del Ministro competente, pur presente in Aula e reiteratamente interrogato sul punto dal Presidente della Camera. Niente bugie, dunque.
Visto che la maggioranza ha, al contrario, una visione positiva dello strumento della fiducia, mi permetto di suggerire che, nel copioso elenco dei record che vantate, aggiungiate anche questo, che mi segnala il collega Zaccaria e che state felicemente per raggiungere: tre questioni di fiducia consecutive su un solo provvedimento e – aggiungo io – in poco più di una settimana.
Ammetto che sarà difficile eguagliarvi, ma è proprio questo il sintomo di quell’assenza di lucidità a cui ho fatto riferimento poco fa. Lo prova ancora la clamorosa sottovalutazione della condizione nella quale la maggioranza si trova nella Commissione bilancio che la vede in minoranza di un voto; anziché, saggiamente, come si conviene in questi casi, scegliere il dialogo, il confronto, la soluzione condivisa, la maggioranza stessa ha arrogantemente adottato la inedita pratica dell’ostruzionismo di maggioranza, perdendo del tempo prezioso e realizzando il bel risultato, altro record, di non votare nemmeno il mandato al relatore.
C’è una curiosità che mi resta, come mai tanto rigore alla Camera e tanta generosità Senato? Le cosce dell’ippopotamo vengono gettate in pasto all’opposizione, che sarebbe così responsabile degli eccessi. Suvvia, siamo seri, è questa stessa confusione che ha prodotto l’originale gestione dell’Aula alla quale abbiamo assistito in questi giorni e che ha fatto slittare il voto a ridosso del limite della decadenza a causa dell’attesa di un maxiemendamento che non arrivava. Maxiemendamento che contiene: le tasse sul cinema, le tasse sui cittadini vittime di calamità naturali che si pagano da soli le loro disgrazie – noi abbiamo un’idea ben diversa del federalismo – le tasse sulla benzina e sulla luce per pulire le città dai rifiuti, mentre fa slittare il pagamento delle multe per le quote latte e non copre finanziariamente la sospensione dei tributi dell’Abruzzo; il maxiemendamento reinventa la social card ma la affida a generici enti caritativi e non risolve, come era stato promesso, la questione del 5 per mille e dei malati di SLA; proroga la permanenza nell’occulto delle case fantasma; stabilisce una graduatoria di qualità della produzione culturale degli enti lirici sulla base del colore della giunta che li gestisce (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), come, pochi minuti fa, ha detto, forse inconsciamente, l’oratore della Lega Nord Padania, e così via dicendo.
Non voteremo, dunque, signor Presidente, la fiducia a questo provvedimento e al Governo che lo sostiene. Siamo all’opposizione e già questo legittima il nostro atteggiamento contrario, ma, come ho cercato di dimostrare, è del tutto evidente che non ci sono le condizioni di merito, politiche ed istituzionali per avere un solo dubbio in proposito.
Penso, anzi, che le vicende accadute a questo provvedimento siano l’epilogo di una condizione politica irrecuperabile. Mi avvio a concludere, signor Presidente: il punto critico è che siamo nel mezzo di una anomalia; il professor Beccaria nel suo bel libro sulla lingua italiana mette in evidenza la contraddizione di questa frase di un politico: bisogna mettere fine all’immobilismo che porta il nostro Paese di corsa verso il baratro. Come possa l’immobilismo farci correre e, purtroppo, verso il baratro è uno dei misteri della politica che solo il Presidente Berlusconi è in grado di realizzare (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).

www.camera.it

"La buona educazione", di Marco Lodoli

Nel campo della pedagogia spicciola, lo slogan oggi più diffuso è senz´altro “Non autoritarismo, ma autorevolezza”, che vorrebbe spingere insegnanti e genitori a mollare lo sgabello e la frusta da domatori e a conquistare i loro tigrotti grazie alla forza dei discorsi e delle lezioni più affascinanti. Non si deve gridare, non si deve minacciare, sospendere, punire, bisogna ammansire e ammaestrare le giovani belve con le nostre parole cariche di seduzione: noi insegnanti dobbiamo essere una via di mezzo tra Umberto Eco e Roberto Benigni, colti e spiritosi, profondissimi pozzi di scienza circondati dalla meringa della simpatia. Noi genitori dobbiamo far capire la ragionevolezza kantiana dei nostri ordini, che mai devono nascere dal nervosismo, dall´impazienza, dalla sopraffazione, ma dall´armonia cosmica, da un Bene assoluto che il pargolo non può non capire. Giuro: io ci provo, sia in classe che a casa, con gli studenti e con i miei bambini. Ce la metto tutta per essere carismatico, per ottenere senza pretendere, per convincere senza imporre. Spiego e scherzo, provo a essere un buon professore ma anche un buon intrattenitore, provo ad arrivare a qualche risultato senza annoiare troppo.Ma purtroppo non sempre riesco ad arginare il caos. “Senti un po´, professò, devo annà ar bagno”, mi dice una ragazza. “Non darmi del tu, impara a rivolgerti agli adulti con più rispetto. E aspetta dieci minuti, il cambio d´ora”. Mi guarda stupita: “A professò, nun me poi fa così, io me sto a piscià sotto, io esco.” E se ne va, anche se io ripeto aspetta, e se provo a trattenerla se ne va sbattendo la porta. Scene di questo tipo accadono di continuo. A volte spiego e due studenti mi danno le spalle, sono a mezzo metro, ma a loro non importa, non cercando nemmeno il sotterfugio, il bigliettino, il bisbiglio: chiacchierano tranquillamente con i compagni seduti al banco di dietro. “Professò, io so´ sincero, sta cosa nun me interessa, la storia è roba vecchia, noi c´abbiamo da fa oggi pomeriggio, se dovemo organizzà”.
Una palese maleducazione impera, al punto tale che non viene nemmeno intesa come maleducazione, semplicemente come libertà, sincerità, naturalezza. Il linguaggio è spesso sbracato, i modi villani, i toni da mercato. Io resisto, cerco di dimostrare che la gentilezza d´animo è una qualità necessaria per avvicinarsi al sapere, che il bruto è tagliato fuori dalla società, che la volgarità non paga. Ma ricordo anche quella frase di Freud, esplicita e dolorosa: “L´educazione è una lunga opera di repressione”. Per educare bisogna anche comprimere la bestialità, i desideri scomposti, la prepotenza egoista, l´avidità infantile.
Noi cinquantenni – cresciuti in una scuola severa, ma sbocciati grazie al vento libertario – temiamo che qualcosa di buono si perda durante il processo educativo, e questo timore ci rende deboli, esitanti, inascoltati. Non ce la facciamo a castigare, dunque ci deprimiamo di fronte all´insolenza. Crediamo che sia colpa nostra, di non essere capaci a spiegare Dante come la coppia Eco-Benigni. E a casa non è poi così diverso. I bambini sembrano iscritti da subito al Club dei Diritti Assoluti: “Papà, perché hai comprato un giornaletto a Giordano e a me no?”. E io, calmo, ragionevole, kantiano, rispondo: “A te ho comprato le figurine”. Scuote la testa, Tobia: “Il giornaletto costa due euro e ottanta, le figurine uno e venti, così non va bene papà, mi dispiace ma proprio non va bene”. Io non raccolgo e allora scatta il pianto, si alzano gli strilli, partono le convulsioni nervose. I nostri padri ci avrebbero rifilato un ceffone, ma noi sappiamo che i bambini non si toccano, che il Telefono Azzurro è pronto a recepire ogni denuncia.
A dire il vero, i nostri padri difficilmente mollavano sganassoni: bastava uno sguardo per ricordare al ragazzino che c´è un ordine e c´è una legge, che i piccoli devono obbedire alla volontà dei genitori, i quali agiscono seguendo una logica non sempre chiara, ma tesa al bene del figliolo.
Il guaio è che anche come genitori crediamo assai poco a quella legge invisibile e un po´ stupida, vorremmo essere più comprensivi perché da bambini nessuno ci ha compreso, vorremmo essere più buoni perché in quelle case del dopoguerra i sentimenti gelavano, si doveva solo ubbidire e tacere. Insomma: la frusta non la vogliamo più, però non vorremmo nemmeno gli sputi in faccia. E allora che fare? Nonostante tutto, nonostante qualche delusione, credo che l´amore alla fine sia più fecondo della caserma, che produca persino risultati migliori.
Studenti e bambini sono istintivamente disordinati e chiassosi, vogliono esistere contro ogni regola, a volte straripano oltre i margini: però resto convinto che la loro energia sa riconoscere la voce buona del maestro, la vitalità del bene, che non è inermità e insulsaggine. Bisogna avere pazienza, insistere, non essere pietre severe e immobili, ma guidare con mano ferma e calda i nostri figli, continuare a vivere insieme a loro: insegnare e imparare.

La Repubblica 25.02.11

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Professori e genitori riscoprono la disciplina. Per ragazzi sempre più aggressivi, un mix di ordini categorici e maniere forti. E un pizzico di yoga

VERA SCHIAVAZZI
Basta con le pacche sulla spalla, l´amicizia su Facebook, il perdono a oltranza e la comprensione ad ogni costo. A casa e a scuola, gli adulti cercano di recuperare il tempo (e l´autorità) perduti da trent´anni a questa parte e di riaffermare le proprie regole. E la voglia di un ritorno alla disciplina percorre un po´ tutto l´Occidente, dopo il Grido di battaglia della mamma tigre di Amy Chua, autobiografia di un´inflessibile mamma sino-americana e dopo che anche Barack Obama ha strigliato gli studenti statunitensi colpevoli di restare troppo in basso nelle classifiche internazionali. In Italia, si moltiplicano i gruppi di genitori in crisi, mentre le scuole rilanciano le punizioni di un tempo, ma rivedute e adattate al clima del momento. Alle elementari, l´obiettivo è relativamente facile da raggiungere. Come a Turano, nel Livornese, dove alla “De Amicis” si è inaugurato l´angolo della tranquillità, uno spazio separato da una tenda dove i bambini più indisciplinati vengono invitati a ritirarsi per recuperare calma e controllo. Non troppo diverso dall´angolo tout court di un tempo, ma certo più gentile: «Nessuno è obbligato né messo all´indice davanti ai compagni» hanno spiegato le maestre.«Ma qualche volta – hanno aggiunto le insegnanti – i problemi in classe si possono risolvere solo isolando chi in quel momento è più agitato». E a Milano, del resto, lo yoga era già arrivato da tempo nelle materne più esclusive: «Favorisce la concentrazione e aiuta i bambini a convivere». Alle medie il gioco si fa duro: una settimana fa, un´insegnante di Arezzo ha denunciato gli allievi che l´avevano messa su Facebook e pubblicato commenti ingiuriosi, la polizia postale li ha individuati ed ora si parla di una bocciatura di massa. Al liceo, le cose si complicano. E se il milanese “Parini” ha aperto la strada mettendo ai “lavori forzati” già nel 2005 gli studenti-vandali che lo avevano allagato, ad Avezzano (L´Aquila) il preside dello scientifico “Vitruvio”, esasperato dal rifiuto di molti ragazzi di rispettare il divieto di fumo, ha sostituito la multa con la “condanna” a pulire i bagni: «Prima avevamo adottato il sistema della multa, qualcuno pagava e qualcun altro no, ma nessuno cambiava atteggiamento».
Perfino John Beer, pseudonimo di un pubblicitario veneto e dei suoi due fratelli che nel 2006 lanciarono “setteincondotta”, fortunato blog sulla disciplina a scuola (www. notadisciplinare. it), ammette che c´è bisogno di una svolta: «Ho iniziato alla vigilia della maturità, pubblicavo le note che i professori mi mettevano dopo i miei scherzi, e hanno cominciato a rispondermi in centinaia. Adesso però se vai su YouTube trovi cose davvero pesanti, professoresse messe alla berlina, minacce … non voglio confondermi con loro». Ma ricorrere alle denunce penali non è la soluzione. La leva del voto in condotta è la più gettonata: diecimila i cinque assegnati agli scrutini del giugno 2010 nella sola provincia di Roma, mentre sono ormai numerosissimi i regolamenti di istituto che promettono un giorno di sospensione dopo cinque ritardi, due per chi esce dalla classe senza permesso, tre giorni per chi insulta il professore. Tabelline bene ordinate, che denunciano però la fine di qualunque tentativo di mediazione, il desiderio di usare la clava anziché la moral suasion. Dopo Françoise Dolto, la madre della pedagogia francese accusata di lassismo, anche Maria Montessori sembra avviata alla condanna.
Una tendenza che il ministero dell´Istruzione sembra incoraggiare ma che già suscita la reazione di un´altra parte degli insegnanti. «Non bisogna confondere la disciplina con lo studio, e usare la prima per stimolare il secondo non funziona – dice Domenico Chiesa, uno dei fondatori del Cidi, il Centro di iniziativa democratica degli insegnanti – I problemi ci sono e sono seri, in alcune scuole raggiungono livelli da ordine pubblico, al punto da spingere gli insegnanti a chiedere alle famiglie di tenere a casa i figli ribelli almeno qualche giorno… Ma la risposta “minacciosa” scelta in molte scuole non farà crescere la voglia di studiare dei ragazzi». Conferma Anna Salerni, docente di didattica e pedagogia alla Sapienza di Roma e autrice di una ricerca sul tema pubblicata da Carocci: «Gli insegnanti sembrano dividersi in due scuole di pensiero, quelli che credono nelle maniere forti e quelli che si rifiutano di usarle. Ora le nuove regole sembrano dare ragione ai primi, ma la verità è che i messaggi che arrivano dal mondo esterno non incoraggiano nessuno a studiare e a comportarsi bene».
Tra le mura domestiche il clima non sembra diverso. Da nord a sud nascono gruppi di genitori – le madri per prime, i padri subito dopo – che si incontrano per trovare insieme le risposte all´aggressività di figli apparentemente fuori controllo. Qualcuno cede e, se può permettersi un costo tra i dieci e i ventimila euro, ripercorre vecchie strade: il 2009/2010 è stato un anno da record per i collegi svizzeri che, come il Rosenberg, hanno da sempre una sezione italiana. Per gli altri ci sono gruppi come Genitori Insieme (genitorinsieme. it) che da quest´anno propongono vere e proprie scuole: nato a Genova oltre dieci anni fa, ora si è organizzato in dieci gruppi diversi e utilizza il modello degli alcolisti anonimi: ognuno racconta la sua storia, un´ora e mezza la settimana, e cerca di imparare dalle esperienze degli altri. A Piacenza è nata una scuola dal Centro psicopedagogico diretto da Daniele Novara che già si occupava di conflitti, e in un anno 250 genitori hanno chiesto aiuto, a Pinerolo, in provincia di Torino; dall´esperienza dell´Ama (auto-mutuo aiuto) sono nati due nuovi gruppi. E sempre a Torino un nuovo sportello comunale accoglie i genitori in crisi e li accompagna in caso di separazione o difficoltà: «Sentiamo tante storie di ragazzini tirannici che non rispondono a nessuna regola. In casi come questi, non si possono che suggerire regole chiare e severe da sottoscrivere insieme», racconta Giulia Facchini, avvocato familiarista. Ma non ci sono solo genitori impauriti. In sottofondo, il ruggito della mamma tigre cresce di intensità e stimola l´autoironia delle italiane, da sempre in cima alle classifiche del buonismo. Su mammaoggi.it, Luisa, medico, 40 anni, ha chiosato: «Io sono tutt´al più una mamma coniglio». Amy Chua, docente a Yale, ha invece rivelato di aver costretto la figlia di sette anni a passare sei ore al pianoforte e gettato nella spazzatura un cartoncino di auguri fatto all´asilo, colpevole di sciatteria. La mamma tigre, dunque, si batte perché a scuola i voti restino bassi e si contrappone alla mamma-canguro che, invece, predica un´educazione amorevole e naturale, sostenendo il divieto per legge delle sculacciate. «Di una nuova disciplina si sente molto la mancanza – conclude Giorgio Chiosso, docente di pedagogia generale a Torino – ma per ottenerla ci vogliono insegnanti più bravi, in grado di attirare l´attenzione anche senza minacciare sanzioni. E un patto con le famiglie, a cui tocca sostenere il rigore dei professori». «Per risalire le classifiche – conferma Daniele Checchi, economista politico e studioso dei sistemi scolastici – l´Italia deve fare come i paesi che stanno ai primi posti, prendere sul serio i test internazionali». Le mamme tigre lo sanno, in Corea come negli Stati Uniti accompagnano personalmente i figli alle valutazioni. Su mammaoggi qualcuna ammette di essere sulla stessa strada: «Ho punito Mattia – cinque insufficienze in seconda media – non lasciandolo uscire per un mese. Ora ci prepariamo assieme al liceo». Si attendono altre confessioni.

La Repubblica 25.02.11

"Intercettazioni: avanti tutta anche con la fiducia", di Claudia Fusani

A passo svelto e deciso, con schemi precisi, orizzonte largo e tempi contingentati. Ma mica per fronteggiare l’inquietante scenario nord africano. No, l’obiettivo di tanto rigore e determinazione è sempre lo stesso: salvare il presidente Silvio dal «complotto perfetto», quattro processi in 40 giorni. In due anni di vita mai come in questa settimana la Consulta della giustizia del Pdl, presieduta dall’onorevole avvocato Niccolò Ghedini, ha giustificato la sua esistenz di organo parallelo al ministero della Giustizia e alle commissioni parlamentari. L’ultima riunione, ieri mattina, ha definito mosse e pedine della partita a scacchi tra processi e udienze da una parte e norme di legge per scansarle dall’altra. Che sono tantissime, una vera e propria armata: intercettazioni, processo breve, prescrizione breve, improcedibilità, conflitto tra poteri dello stato. E poi, in un secondo tempo, lavorare su obbligatorietà dell’azione penale; separazione delle carriere; togliere la polizia giudiziaria dalla disponibilità esclusiva del pm. La annunciata, più volte a dir la verità, «complessa e organica riforma della giustizia». Con una novità, se possibile: evitare di irritare il Quirinale. «Cercheremo di scrivere testi che vadano incontro le giuste esigenze del Quirinale» spiega Enrico Costa, membro della Consulta e astro nascente del folto gruppo degli onorevoli avvocati nelle file del Pdl. Risponde ai desiderata del Colle, ad esempio, eliminare la norma transitoria dal testo del processo breve, quella che avrebbe ucciso migliaia diprocessi a cominciare da quelli del premier. La norma sarà in aula il 28 marzo, prevede la morte dei processi entro un massimo di sei anni dall’inizio del primo grado, sarà un toccasana per l’arretrato nel penale ma non riguarderà i processi in corso. Così riscritta sarà approvata in tempi brevi ma non risolverà i problemi giudiziari del premier. In questo senso l’unica medicina possibile si chiama prescrizione. Una norma, cioè, che rielabori i tempi di prescrizione del reato e garantisca sconti certi agli incensurati. Come Silvio Berlusconi. «Stiamo pensando
ad un testo a parte, una norma specifica, qualcosa che possa camminare ed essere approvato in fretta» spiega un membro della Consulta. Qualcosa che possa intervenire sui tre processi che ricominciano lunedì (Mediaset), il 5 (Mediatrade) e l’11 marzo (Mills) in cui Berlusconi è imputato per frode fiscale, vari reati fiscali e corruzione in atti giudiziari. Procedimenti che possono andare a sentenza in pochi mesi. Svolta anche sull’ossessione del premier, le intercettazioni. Sarà corretto, sempre rispondendo alle indicazioni del Colle, il testo della legge bavaglio che è stato fermato in aula a Montecitorio ma aveva già avuto il via libera del Senato. Il senatore Centaro(Pdl) è stato incaricato di trovare una mediazione tra il testo del Senato e quello rivisto e corretto da Giulia Bongiorno (Fli) in Commissione Giustizia alla Camera. L’indicazione è quella di «salvare lo strumento di indagine» ma di «punire in ogni modo la pubblicazione delle intercettazioni». C’è ottimismo sui tempi: «Alla Camera nello spazio di una settimana possiamo presentare un maxiemendamento e approvarlo con la fiducia». Poi tornerebbe al Senato blindato. Il tutto può richiedere poco più di un mese. C’è fretta di avere questa norma in tempo utile per evitare la pubblicazione degli atti del filone principale dell’inchiesta su Ruby, quella che riguarda Fede, Mora e Minetti. Per evitare, invece, il processo Ruby alla maggioranza non resta che appellarsi a Consulta e Cassazione e sollevare conflitti. Gli onorevoli avvocati sono al lavoro giorno e notte. Mentre apprendono che la procura di Milano potrebbe non citare Ruby tra i testi. La lasciano convocare alla difesa. Si riservano il controinterrogatorio.

L’Unità 25.02.11