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Via libera al Milleproroghe, più tasse e più disoccupati

«Adesso mangiatevi il fegato», semplifica il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli: la promulgazione del Milleproroghe è la dimostrazione che «il governo va avanti e fa crescere pure i propri numeri ». Infatti, dopo una gestazione di 59 giorni, due fiducie, tre letture parlamentari e i rilievi del presidente Napolitano, «l’ippopotamo» – copyright del premier – è stato partorito. L’ultima votazione, quella di ieri al Senato, ha richiesto lo sforzo di 159 senatori, contro 126 contrari e due astenuti. Dieci giorni fa, al primo giro a Palazzo Madama, il decretone monstre raccolse 158 sì, 136 no e due astenuti, e fu l’occasione in cui cominciò a sgretolarsi Fli, la creatura del presidente della Camera. Da quelle ceneri ieri si è creato un nuovo gruppo: «Coesione Nazionale ». Ne fanno parte gli ex Fli più quattro senatori di varia provenienza. DIVIETI Ma cosa ha promulgato il presidente della Repubblica Napolitano, sottolineando che «restano comunque disposizioni in ordine alle quali potranno essere successivamente adottati gli opportuni correttivi»? Tra i 187 commi dei nove articoli del dl, le cose che più hanno fatto discutere entrambe le Camere sono: la scadenza al 31 marzo del divieto di incroci azionari tra editori di stampa e di televisione, un divieto che per esempio nonpermetterebbe all’editore Berlusconi di impadronirsi del Corriere della Sera; la proroga concessa agli allevatori furbetti e tanto cari alla Lega, quelli che non hanno pagato le multe legate al mancato rispetto delle quote latte; l’anatocismo, ovvero la pratica diffusa tra le banche che applicavano gli interessi sugli interessi ai correntisti; i pedaggi delle tangenziali e delle autostrade al Sud e le normesui precari del pubblico impiego. Nell’ordine. Il divieto previsto dalla legge Gasparri sugli incroci azionari tra stampa e tv scade il 31 marzo: vuol dire che dal primo aprile chi possiede delle reti televisive può anche comprare il Corsera o La Stampa. Il Pd è riuscito a far approvare in extremis un ordine del giorno che impegna il governo a prorogare il divieto di un anno. Il paradosso è che dovrà essere il presidente del Consiglio a trasformare l’impegno in vincolo, firmando un decreto che impedisce agli editori come lui di estendere ulteriormente il proprio controllo sui media. Per quanto riguarda le quote latte: per sanare la situazione degli allevatori in arretrato con il pagamento delle multe imposte dalla Ue, il dl toglie circa 5 milioni di euro ai fondi che la Finanziaria aveva destinato alla cura dei malati di tumore. C’è poi il capitolo bancario, con l’anatocismo. Il Milleproroghe manda di fatto in prescrizione i possibili ricorsi contro le banche che applicano interessi trimestrali. Tangenziali e autostrade potranno, invece, subire rincari da maggio. Sui precari l’«ippopotamo» stabilisce da una parte che non si applicherà la norma che restringe a60 giorni il termine per l’impugnazione dei licenziamenti; dall’altra si interviene sui tempi determinati della pubblica amministrazione: circa 100mila precari secondo la Fp-Cgil dal 2012 andranno a ingrossare le fila dei disoccupati. «Questo decreto doveva dare una scossa all’economia – commenta Anna Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato – Invece aumenta le tasse, il prezzo del cinema, la tassa sui rifiuti, sull’energia, sulla benzina. E se non è quel mostro che poteva essere lo si deve a Napolitano».

L’Unira 27.02.11

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Abc del Milleproroghe in 163 voci, di Nicoletta Cottone e Claudio Tucci

Ecco in 163 voci l’abc, comma per comma, del Milleproroghe. L’abc è stato aggiornato con le modifiche introdotte dal maxiemendamento.

Clicca sulle lettere dell’alfabeto per leggere le voci che ti interessano

A – Da Accademia di belle arti all’autotrasporto, passando per la sanatoria su affissioni e pubblicità

B – Dalla Banca europea per la ricostruzione e sviluppo al bonus maturità, passando per il blocco degli sfratti

C – Dai fondi per fronteggiare le calamità alle coperture del Milleproroghe, passando per 5 per mille e il foglio rosa per ciclomotori e minicar

D – Dalle proroghe per l’alluvione del Veneto alle dismissioni degli immobili pubblici, passando per le dilazioni di pagamento chieste all’agente della riscossione

E – Dai contributi all’editoria all’Expo Milano 2015, passando per l’esonero dal servizio dei dipendenti pubblici

F – Dal Federalismo fiscale al Fondo unico per lo spettacolo, passando per il Fondo per il passaggio al digitale

G – Dalle garanzie sui mutui al Gpl, passando per i gettori di presenza dei consiglieri circoscrizionali delle città metropolitane

I – Dagli immobili acquisiti da Roma Capitale alle istituzioni scolastiche all’estero, passando per gli Internet point

L – Dai lavoratori disabili ai limiti di indebitamento degli enti locali, passando per la proroga per l’impugnazione dei licenziamenti individuali

M – Dai magistrati onorari alla riorganizzazione degli ispettori del Miur, passando per le misure anti-crisi

N – Dalla Nato alla navigazione dei laghi Maggiore, Garda e Como

O – Dagli oneri accessori alle opere portuali

P – Dal pay back farmaceutico al pubblico impiego, passando per l’esame di guida pratica per i ciclomotori

Q – Dal Quadro strategico nazionale alle quote latte

R – Dalla raccolta differenziata in Campania ai rimborsi elettorali, passando per lo smaltimento degli autoveicoli

S – Dalle norme salva-bingo agli studi di settore, passando per la social card e il nuovo sistema nazionale di valutazione della scuola

T – Dalla tassa sul cinema al trasporto pubblico locale, passando per le tasse automobilistiche

V – Prorogato il termine per le verifiche sismiche sulle dighe di ritenuta

W – Slitta il termine per l’accesso ai servizi wi-fi erogati in rete dalle Pubbliche amministrazioni

Il Sole 24 ore 27.02.11

"La Libia, Obama e la giravolta del cavaliere", di Eugenio Scalfari

Le rivoluzioni dei popoli nordafricani e mediorientali hanno numerose differenze tra loro ma anche profonde analogie. Tra queste ce ne sono tre che meritano d´esser segnalate: sono guidate da giovani, hanno come primario obiettivo la conquista dei diritti di libertà e sono rivoluzioni laiche anche se nei paesi musulmani il loro grido di riconoscimento e di vittoria è spesso quello tradizionale “Allah è grande”.
Bin Laden e il fondamentalismo talebano non potevano registrare una sconfitta storica maggiore di questa: Al Qaeda sperava d´essere alla testa di questo sconvolgimento storico; invece non ne è stata neppure la coda; semplicemente ne è rimasta fuori e non ha alcuna probabilità di inserirvisi. Lo sbocco finale è ancora incerto, in alcuni paesi dipende in larga misura dall´esercito e dai giovani ufficiali, in altri dalla nascente borghesia, in altri ancora dall´esistenza di forti legami tribali. Ma la conquista dei diritti di libertà (e di lavoro) spinge i rivoluzionari a guardare più verso ovest, cioè verso Occidente, che verso est. E non è un caso che ai giovani che hanno scacciato Mubarak dall´Egitto abbiano risposto i giovani e le donne iraniani che vorrebbero liberarsi dal giogo politico e culturale del regime khomeinista.
La stessa Israele è perplessa. Da un lato impensierita dalla caduta dei dittatori “moderati”, dall´altro speranzosa di poter convivere con giovani democrazie prive di pregiudizi religiosi e storici.
Una convivenza competitiva ma non militare, una più equa diffusione del benessere, della divisione internazionale del lavoro e delle tecnologie che caratterizzasse tutta l´immensa regione che va dai due fiumi mesopotamici fino al Sinai, al Nilo, al Sahara libico e algerino, all´Atlante, a Casablanca. Forse sarà un sogno, ma le premesse ne stanno prendendo corpo. Molto dipenderà anche da come si comporteranno l´America di Obama e l´Europa. E meno male che Obama c´è!
Il Presidente americano ha legato il suo futuro politico al trionfo della democrazia nel mondo musulmano. Ne parlò un anno fa al Cairo e l´ha ripetuto adesso con chiarezza ancora maggiore. L´obiettivo è terribilmente ambizioso, molto di più di quello che portò alla caduta del Muro di Berlino. Sbaglia chi continua a proporre come metro il confronto tra Obama e Bush: il confronto attuale riguarda Obama da un lato e il pensiero unico del reaganismo dall´altro. C´è materia per riflettere e operare in un mondo multipolare che implica per tutti e per ciascuno una scelta di ruolo e di responsabilità.
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La Libia è oggi l´epicentro delle ultime convulsioni, ma l´esito è ormai segnato: la fine di Gheddafi porterà purtroppo stragi e rovine ma politicamente è già avvenuta. Non esiste alcuna ipotesi alternativa a quella del suo esilio perpetuo e del giudizio sui crimini commessi. Molti osservatori europei si preoccupano del petrolio e del gas, degli approvvigionamenti e dei prezzi di mercato; ma si tratta di preoccupazioni poco significative. Di gas ce n´è fin troppo sul mercato, l´offerta è maggiore della domanda e gli operatori internazionali sono ben contenti che ci sia una diminuzione del prodotto. Per il petrolio è diverso, ma quello libico è uno dei peggiori per qualità e comunque rappresenta meno del 2 per cento dell´offerta mondiale.
Il prezzo si è impennato a causa della speculazione, ma non ha l´aria di tenere a lungo anche perché la monarchia saudita deve procurarsi nuovi titoli di benemerenza con l´Occidente e non ha alcun interesse a speculare al rialzo sui prezzi del greggio.
Ma il problema libico contiene due elementi di vera preoccupazione: la costruzione di una stabile democrazia e l´emigrazione nordafricana verso l´Europa, della quale le coste della Sirte costituiscono il pontile. Questi due elementi sono fortemente intrecciati tra loro ed è superfluo spiegarne le ragioni, tanto sono evidenti agli occhi di tutti.
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La telefonata dell´altro ieri di Barack Obama al premier italiano è stata interpretata dai berlusconisti come un segnale di prezioso rafforzamento politico del premier italiano sullo scacchiere internazionale. Altri osservatori più distaccati si sono augurati che le opposizioni non si mettano di traverso e non operino contro il governo in un´azione che dovrebbe essere un obiettivo condiviso e “bipartisan”.
Non temano e non si preoccupino questi osservatori: per quanto possiamo capirne, l´opposizione non sarà così meschina da privilegiare i baciamano di Berlusconi a Gheddafi rispetto all´interesse nazionale. Esiste un peso politico e strategico dell´Italia nella questione libica che fa premio su ogni considerazione e così avverrà. Quanto a Berlusconi, la spinta dei fatti e la pressione americana l´hanno rapidamente costretto ad una virata di 180 gradi, dal baciamano a Gheddafi alla condanna senza appello del Rais. Del resto, mai come nel caso libico, vale la distinzione tra Stato e governo e non è di poco conto la dichiarazione del nostro Presidente della Repubblica che non ha disgiunto il tema dei diritti di libertà ardentemente sostenuti dai rivoluzionari e la comune responsabilità europea sul tema dell´immigrazione di massa.
Napolitano rappresenta lo Stato e lo Stato per bocca sua ha parlato chiaro e netto. Il governo faccia la sua parte e le opposizioni la loro.
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Il ministro Maroni si lamenta per la scarsa voglia dell´Europa di “spalmare” su tutti i Paesi dell´Unione la temuta ondata dell´immigrazione verso le coste italiane. La Commissione di Bruxelles si è dichiarata pronta a cogestire con il governo italiano la fase dell´accoglienza e i costi che essa comporta, ma ha escluso di poterci aiutare a “spalmare” gli immigrati.
Le ragioni di questa difficoltà sono due. La prima riguarda l´Unione europea, la seconda i singoli Paesi membri.
L´Unione – se richiesta dal Paese interessato – può agire in prima persona per gestire i problemi dell´immigrazione. Qualora il procedimento sia avviato, la gestione dell´Unione si farà con i criteri europei. Esistono in proposito almeno due direttive e Maroni dovrebbe conoscerle.
Proprio perché immaginiamo che le conosca e proprio perché non condivide i criteri dell´Unione, ha preferito agire direttamente e bilateralmente. I respingimenti in mare non sarebbero avvenuti nel modo in cui sono avvenuti se fosse stata l´Unione europea ad occuparsene. Invece sono stati Maroni e Gheddafi.
Quanto agli Stati membri, quasi tutti hanno obiettato che si potrà “spalmare” quando il rapporto “pro capite” tra immigrati e cittadini avrà raggiunto in Italia lo stesso livello esistente negli altri Paesi dell´Unione. Così l´Austria, così la Germania, così la Francia, così la Gran Bretagna, così l´Olanda e il Belgio, così molti altri dei 27.
Ci rendiamo conto che la Lega incontra notevoli difficoltà a condividere questi ragionamenti. A noi purtroppo sembrano chiari e razionali. Non per pregiudizio, ma per senso della realtà. Ma appoggeremo i tentativi del ministro dell´Interno di “spalmare” dove riuscirà a convincere gli interlocutori. Restando chiaro che chi di respingimento ferisce, di respingimento rischierà di perire.
Post scriptum . Mentre tutto questo accade c´è un problema che continua ad avvitarsi su se stesso e sul nostro Paese: l´economia non cresce, siamo al penultimo posto dei Paesi europei (salvati come sempre dalla Grecia), al quarantesimo nella lista della produttività e all´ottantesimo in quella della competizione. Ma si sta profilando un altro gravissimo rischio: l´inflazione combinata con la deflazione, una tenaglia che potrebbe far stramazzare un toro e figuriamoci un´anatra zoppa come l´economia italiana.
Fino a marzo la Banca centrale europea non si muoverà, ma è probabile e prevedibile che quando la primavera sarà in fiore la Bce alzerà i tassi di interesse con effetti negativi sul costo del debito pubblico e dei prestiti bancari. Forse sarà necessaria una manovra di bilancio con quel che ne seguirà sugli investimenti e sui consumi. Senza imposte patrimoniali ovviamente. A quelle ci dovranno pensare i Comuni per non chiudere i battenti per bancarotta.

La Repubblica 26.02.11

"La potente impotenza dei partiti", di Luigi La Spina

Saranno 30-40 mila persone, oggi, a decidere il nuovo sindaco di Torino. E’ questo il numero dei simpatizzanti del centrosinistra attesi alle primarie e, data la differenza che ha sempre distanziato questo schieramento dal centrodestra, il vincitore dovrebbe conquistare anche l’eredità di Chiamparino.

Eredità difficile quella di uno dei sindaci più amati dai torinesi, più stimato dai cittadini del Nord d’Italia e meno gradito sia alla nomenclatura romana del Pd, sia a quella della capitale subalpina. Perché il successo del passato è sempre un pesante fardello per chi è destinato a raccoglierlo, soprattutto quando il futuro non sembra riservare gli stessi buoni auspici che hanno accompagnato Chiamparino nella sua decennale esperienza sulla poltrona di Palazzo di Città.

Tra i cinque personaggi che si sono presentati alla competizione delle primarie, i due veri candidati alla vittoria sono entrambi uomini di partito, dello stesso partito, quello democratico. Il primo è un leader di lungo corso, ex ministro ed ex segretario dei Ds, Piero Fassino, designato dai vertici romani del Pd e sostenuto dallo stesso Chiamparino. Il secondo, Davide Gariglio, ex popolare precocemente entrato in politica dopo l’esperienza di amministratore delegato dell’azienda torinese dei trasporti locali, è passato, in poche settimane, da semplice outsider in cerca di visibilità cittadina a sfidante temibile e insidioso.

Così, quel ritorno trionfale di Fassino nella sua città, per concludere come sindaco la sua lunga e prestigiosa carriera, si è trasformato in una gara serrata, con punte di asprezza polemica impreviste. E quelle primarie scontate e persino sonnacchiose annunciate alla vigilia sono state caratterizzate da una vivacità propagandistica inusuale tra compagni di partito. Perché il pronostico è largamente favorevole a Fassino, ma le sorprese che finora hanno sempre caratterizzato queste consultazioni interne al centrosinistra, da Bari a Firenze a Milano, non si possono escludere neanche a Torino.

Sulla capitale del Nord-Ovest e sul suo futuro politico, in realtà, aleggia l’ombra di un grande assente. Quello della personalità di prestigio, proveniente dalla società civile, sulla quale si erano appuntate, in prima battuta, le speranze di larga parte della società torinese. Attese così diffuse da indurre i dirigenti dello stesso Pd locale a offrire la candidatura al rettore del Politecnico, Francesco Profumo. Il fallimento del tentativo, al di là delle incomprensioni personali e degli errori tattici che ne hanno compromesso l’esito, assume un significato che fa di questa vicenda torinese l’emblema di una generale condizione politica nazionale: l’esistenza di partiti troppo deboli per esprimere leader autorevoli, carismatici e sostenuti da unanimi consensi tra i militanti, ma troppo forti per consentire a esponenti che non provengano dalle loro file di candidarsi alla guida delle città, delle Regioni o addirittura del Paese.

Il ricorso a una «vecchia gloria» della sinistra torinese come Fassino, con l’effetto di offrire al quarantaquattrenne Gariglio la chance di presentarsi come «uomo nuovo» e simbolo di un possibile rinnovamento delle alleanze di potere cittadino, manifesta i risultati di questo ossimoro partitico: la «potente impotenza» di un centrosinistra ancora in mezzo a un guado. Quello di non saper archiviare una dirigenza onusta di battaglie e di ferite, ma di non possedere una classe dirigente pronta a prendere il suo posto per aver dimostrato di superare prove impegnative e convincenti.

Torino aspetta il verdetto delle primarie con un’attesa indecifrabile, segnata da un apparente distacco, sintomo di timore per un avvenire incerto, ma anche di un consapevole orgoglio per la sua storia, antica e recente. Significativa in questi giorni, a tale proposito, la comparsa, su molti palazzi, di bandiere tricolori, persino in anticipo sull’inizio delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità italiana. Una festa che la città sente tutta e solamente sua, pronta a sfidare la diffidenza, lo scetticismo, persino le ironie di larga parte dell’Italia d’oggi. La coincidenza con un importante cambio di stagione, quello rappresentato dalla fine dell’era Chiamparino, aggrava le inquietudini dei torinesi, nascoste e pudiche come nella natura dei suoi abitanti, ma profonde e diffuse. Chissà se il vincitore, stasera, pur nell’euforia del successo, riuscirà a sentirle, a comprenderne i motivi e a convincere i torinesi che chi ha la memoria di quel passato non può spaventarsi del futuro.

La Stampa 27.02.11

"Parte la guerra contro i pm milanesi pronto il conflitto di attribuzione", di Liana Milella

Dubbi fugati. Il Cavaliere scatena l´offensiva contro la procura di Milano. In queste ore si sta già scrivendo il testo del conflitto di attribuzione che la Camera inoltrerà alla Consulta. La prossima settimana sarà ufficializzato a Montecitorio. Dove, per un caso, è già previsto un ufficio di presidenza. La tesi è nota: quei pm non erano competenti a indagare sulla telefonata del premier alla questura di Milano per “liberare” Ruby. La (presunta) concussione toccava al tribunale dei ministri. Quindi l´intera inchiesta, con tanto di verbali e intercettazioni, è un abuso e va cestinata. Era già pronto il testo della delibera di improcedibilità, di pugno di Niccolò Ghedini. Ma quello, che impegna Berlusconi in prima persona, per il momento finisce in stand by. Parte invece la battaglia per il conflitto di attribuzione, che seguirà l´abituale trafila, presidente della Camera, giunta per le autorizzazioni, di nuovo il presidente con lo scoglio dell´ufficio di presidenza dove l´opposizione ha la meglio. Ma nel Pdl non hanno dubbi che Fini dovrà per forza sottoporre all´aula, dove sui voti c´è massima serenità, una simile richiesta del presidente del Consiglio. Il quesito viene calibrato con grande attenzione dopo i segnali negativi giunti dalla Corte su un rischio inammissibilità.
Ma non c´è solo questa novità nella strategia difensiva del capo del governo. Giocata su tre fronti: il conflitto, il comportamento processuale, la novità legislativa di una Cirielli bis per ridurre la prescrizione. La Lega, con Bossi in persona “interpretato” da Calderoli, giocano per il Cavaliere. Come dice il Senatur «l´immunità va bene solo per lui perché la gente si rende conto che è vittima di un particolare accanimento giudiziario». Il Carroccio pensa a un nuovo lodo Alfano? Più semplicemente acconsente politicamente a una legge che chiuda i suoi processi.
Ai quali il Cavaliere, come Ghedini aveva lasciato intendere, non sfuggirà. Almeno per il momento. Niente legittimi impedimenti. Né lunedì per Mediaset. Né il 5 marzo per Mediatrade. Né l´11 per Mills. E neppure il 6 aprile per la prima udienza del Rubygate. Lì, visto che è mercoledì, ad avanzare un legittimo impedimento saranno i due avvocati, il deputato Ghedini, il senatore Piero Longo. Ma si tratterà di un semplice rinvio. Chi si aspettava i fuochi d´artificio in aula resta deluso. Prevale la linea Ghedini di fare i processi.
Ma poi, in Parlamento, ecco il lavorio per la prossima leggina. La nuova prescrizione abbreviata per chi è incensurato non finirà né nel processo breve, né in altri ddl già esistenti. Sarà un provvedimento autonomo, snello, di facile gestione parlamentare, una nuova versione della Cirielli che nel 2005 riscrisse gli articoli del codice penale sulla “morte” dell´azione penale. Dalle prime indiscrezioni, si può già intendere che nell´articolo 157 (Tempo necessario a prescrivere) verrebbe inserito un comma nello spirito del bilanciamento tra condizioni imposte ai recidivi e agli incensurati. Se i primi, oggi, sono puniti da «termini raddoppiati» mentre i secondi non godono di alcun “premio” per non aver commesso reati, in futuro a questi verrebbe fatto il “regalo” della prescrizione ridotta. Un quarto in meno rispetto ai tempi attuali sarebbe la salvezza perché due dei quattro processi del premier (Mills e Mediaset) verrebbero cancellati per prescrizione scaduta. Ma tra i berlusconiani già serpeggiano i timori per la futura norma transitoria, l´applicazione ai processi in corso, che pone problemi d´impatto e di dibattimenti falcidiati. Ma fatta la legge con condizioni più vantaggiose per gli imputati dovrà essere applicata.
In questa strategia escono di scena, come “veicoli” di norme ad personam, processo breve e intercettazioni. Ma proprio sugli ascolti si concentra l´attenzione massima del Cavaliere. Ghedini, come ha detto alla Consulta Pdl sulla giustizia, caldeggia una legge da approvare una volte per tutti. Quindi «ragionevole, dal punto di vista dei berlusconiani ovviamente. La stretta sulle pubblicazioni non dovrebbe inasprirsi ulteriormente, ma si tornerà a imporre ai pm condizioni rigide per poter intercettare. Come quella di chiedere un´autorizzazione al giudice anche per rilevare quali telefoni si trovavano in una stessa “cella” in un dato giorno. Dopo il Rubygate, e l´analisi della “cella” di Arcore in cui Ruby stava per 23 volte, la modifica è divenuta prioritaria.

La Repubblica 26.02.11

"Milleproroghe, zero Camere, un presidente – l'Abc del provvedimento – L'ultimo ok dal Senato", di Michele Ainis

Milleproroghe zero Camere, un presidente. Dietro al terzo voto di fiducia imposto dal governo al Parlamento nell’arco d’una settimana (un record di cui non c’è da menar vanto), dietro l’ennesimo maxiemendamento votato dai deputati a denti stretti, si staglia l’azione solitaria d’un uomo che le nostre istituzioni hanno lasciato in solitudine: Giorgio Napolitano. Lui reagisce, richiama all’ordine i cantanti, e almeno in questo caso gli evita di prendere una stecca. Ma il coro rimane stonato, ed è ormai l’ora di dire basta, di trovare un rimedio permanente.

Sta di fatto che le nostre istituzioni parrebbero impegnate in una partita a rubamazzo, e che la partita dura da fin troppo tempo. Funziona così: il Parlamento ha smesso di legiferare, sicché legifera il governo per decreto. Ogni decreto viene presentato alla firma del capo dello Stato, che ne controlla i requisiti d’urgenza, la legittimità costituzionale, infine l’omogeneità dei contenuti, dato che una minestra di cavoli e carciofi ci resterebbe sullo stomaco. Dopo di che comincia il lavoro delle Camere, che hanno 60 giorni per convertire il decreto governativo in una legge. E in genere se li prendono tutti, come è avvenuto puntualmente anche in relazione al milleproroghe: 50 giorni soltanto per l’esame in prima lettura del Senato.

Tutto qui? Magari. Il guaio è che i parlamentari non rinunciano a correggere il testo originario del decreto, lo gonfiano come un otre di vino, lo annacquano aggiungendovi liquidi d’ogni colore e sapore. E di nuovo il milleproroghe fa scuola: da 4 a 9 articoli, da 25 a 196 commi. Finché il governo non confeziona un maxiemendamento buttando tutto dentro un solo articolo, che a leggerlo per intero ci metti una nottata. A quel punto il presidente potrebbe rifiutarne la promulgazione, ma come fa, è sotto ricatto: se lo rinvia alle Camere scadono i 60 giorni, e la manovra economica se ne va per aria. Sicché ammonisce, invia messaggi ai presidenti delle assemblee legislative (lo ha fatto il 22 febbraio, ed è riuscito quantomeno a ottenere il ripristino d’un testo omogeneo), oppure promulga “con riserva”, dice sì anche se avrebbe voglia di pronunziare un mezzo no (è il caso della lettera inviata ai medesimi signori il 22 maggio 2010).
nsomma il governo sequestra il Parlamento, quest’ultimo sequestra il presidente. Ma nella nostra Carta c’è una via d’uscita a questo scempio: basta vederla. O meglio le soluzioni sono due, e l’una non esclude affatto l’altra.

Primo: i termini. L’articolo 77 indica 60 giorni per la conversione dei decreti, l’articolo 73 assegna un mese al presidente per la promulgazione. Dunque non si può chiedere alle Camere di lavorare in metà tempo per salvaguardare il tempo concesso al Quirinale, altrimenti il loro esame sarebbe un po’ troppo sommario. Però nemmeno si può domandare al presidente di rinunziare al mese che gli spetta, altrimenti la promulgazione si risolverebbe in un timbro notarile. Le norme costituzionali vanno prese sul serio tutte quante, e l’articolo 73 non è meno importante dell’articolo 77. Ne deriva che il rinvio presidenziale d’una legge di conversione non comporta giocoforza la decadenza del decreto: libero il presidente, e libero pure il Parlamento. D’altronde l’articolo 77 s’esprime in questi termini: «I decreti perdono efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge entro 60 giorni dalla loro pubblicazione». E nei 60 giorni la conversione parlamentare c’è, manca soltanto l’atto di promulgazione.

Secondo: il controllo del capo dello Stato. Dov’è scritto che consista in un prendere o lasciare? Se le Camere aggiungono norme estranee al testo primitivo del decreto, è su queste che il presidente può accendere il rosso del semaforo, dato che sul decreto aveva già fatto lampeggiare il verde. Se per di più tali norme sono eterogenee, se sono altresì incostituzionali, non gli resta che un rimedio estremo: promulgazione parziale. È vero che l’articolo 74 della Costituzione si riferisce alla promulgazione della “legge”, però la legge evocata dai costituenti è un corpo unico, non due corpi o ventidue stretti in un’unica casacca.

Le leggi omnibus sono una frode alla Costituzione, perché si rendono oscure ai cittadini e perché confiscano la libertà di voto dei parlamentari, chiamati a pronunziare un sì oppure un no in blocco al momento della votazione conclusiva. Tanto per dire, a noi elettori non potrebbe mai succedere, non almeno da quando la Consulta (sentenza n. 16 del 1978) ha bocciato un referendum radicale contro 97 articoli del codice penale, e lo ha bocciato proprio per proteggere la libertà del nostro voto, per impedire che venga coartato.

Insomma senza aspettare i tempi biblici cui s’espone il progetto di revisione costituzionale depositato in Senato all’avvio della legislatura, peraltro nell’indifferenza generale, la promulgazione parziale, e dunque il rinvio parziale d’una legge, sarebbe possibile fin d’ora. D’altronde vanta numerosi precedenti nell’ordinamento regionale. È sufficiente avanzare una lettura evolutiva della Costituzione, al passo, mi pare, con i tempi.

Il Sole 24 Ore 26.02.11

"Da uomo a uomo, passaparola contro la violenza sulle donne", di Mariagrazia Gerina

Giovani padri, insegnanti che vorrebbero creare un gruppo di autocoscienza maschile, uomini che hanno bisogno di raccontarsi altrimenti. Da quando è salito sul palco del 13 febbraio per dare voce all’altra metà del cielo è stato un felice continuo di messaggi, confessioni, coming out. Lui li interpreta come una voglia di cambiamento che sta attraversa l’universo maschile italiano, certo più variegato di come lo vorrebbe l’inventore del bunga bunga.
Il richiamo alla complicità con cui ci stanno martellando è insopportabile, il messaggio che vogliono far passare è che infondo siamo tutti invidiosi di Berlusconi, sbotta Stefano Ciccone, biologo, che da anni, insieme ad alcuni amici, lavora a smontare gli stereotipi con cui vengono bombardati i maschi italiani. Loro che in quegli stereotipi non si riconoscono, hanno deciso di chiamarsi Maschile plurale. Più che una associazione, una rete, fatta di tanti piccoli gruppi sparsi per il territorio nazionale. Ce ne è uno a Roma, uno a Milano, uno altro a Torino, uno Pinerolo, a Firenze, a Bari, Foggia, Viareggio, etc.. Gruppi di intimità, li chiamano. Si incontrano, parlano, discutono delle loro esperienze, fanno autocoscienza, si direbbe. Non fosse che quel termine, un tempo, era appannaggio delle donne. Mentre loro sono maschi, con tutto ciò che comporta. Un universo di condizionamenti ancora in gran parte da esplorare. Se i centri anti-violenza si occupano delle vittime, loro hanno deciso di concentrare la loro azione sugli autori delle violenze.

«Quelli che si confessano violenti sono una minoranza, l’atteggiamento più diffuso è la rimozione, il trasferimento della responsabilità sulle donne», spiega Stefano, che a Roma, forma gli operatori che lavorano con i detenuti. A Torino è nata anche una help line dedicata agli uomini che, scoprendo in sé la violenza, hanno bisogno di ascolto. «Sono un uomo e vedo la violenza maschile attorno a me e vedo però anche il desiderio di cambiamento di molti uomini. E so che quel desiderio è una risorsa per sradicare quella violenza», recita la lettera manifesto di Maschile plurale, che è diventata anche un video (prodotto con la collaborazione della Provincia di Roma) da far girare come un passaparola Da uomo a uomo (è il titolo del video), soprattutto nelle scuole, dove, a contatto con le nuove generazioni di maschi si svolge l’altrà metà del loro lavoro quotidiano.

«Questa parola di uomini l’abbiamo aspettata per quarant’anni», apprezza da femminista storica Lea Melandri, «Neppure il femminismo è riuscito in quello che loro stanno tentando: porre la questione della violenza come questione di rapporti tra uomo e donna, lavorando sul perturbante che si annida in ciò che più ci è noto».

L’Unità 26.02.11

"Le rivoluzioni che l’Occidente non ha capito", di Kurt Volker*

Una delle grandi sfide delle analisi nel lavoro di intelligence è la previsione dei grandi cambiamentiL’analisi più sicura è quasi sempre che le forze che hanno plasmato le cose fino a oggi continuerannoIl mantenimento dello status quo è dunque il risultato più probabile almeno fino al momento in cui lo status quo scompare.
Questo rende cauti i politiciAnche nel pieno di nuovi sviluppi dimostrazioni, crisi economiche, guerre l’aspettativa è che la nave corregga la rotta e le cose tornino alla normalitàVale la pena quindi aspettare, essere cauti, per vedere chi prende il potere, per tentare di salvaguardare altri interessi di sicurezza nazionalePerché invischiarsi in una situazione per sostenere una parte, se c’è una buona probabilità che l’altra prevalga?
E tuttavia i grandi cambiamenti inaspettati accadono, la caduta del muro di Berlino, il crollo dell’Unione Sovietica e trovarsi dalla parte sbagliata del cambiamento ha i suoi costi. Inoltre, quando il cambiamento è inevitabile, la cautela può prolungare una crisi, mentre l’azione potrebbe portare a una soluzione più rapida, pacifica e benefica.
Il trucco sta nel capire quando è in corso un grande cambiamento e quando è business as usual. Questo è proprio il punto su cui l’Occidente ha costantemente sbagliato riguardo alle rivoluzioni che stanno esplodendo in Medio Oriente. Prima c’è stata la Tunisia, dove la maggior parte degli osservatori riteneva che le manifestazioni non potessero rovesciare un dittatore. Poi c’è stata la presunta unicità della Tunisia, la maggior parte degli osservatori non credeva possibile che il cambio di regime lì potesse significare un cambio di regime altrove. In Egitto, la maggior parte degli osservatori non credeva che le proteste potessero davvero far cadere Mubarak. La maggior parte degli osservatori non credeva che in Libia, con un regime pronto a usare la forza bruta, il cambiamento fosse possibile. Ogni volta abbiamo sbagliato l’analis. iOgni volta siamo stati lenti nel parlare, lenti nel sostenere il cambiamento, lenti nell’agire. Quelli che sono stati disposti a rischiare la vita per la propria libertà in Medio Oriente possono essere perdonati se pensano che gli Stati Uniti e l’Occidente siano stati contro di loro. Perché abbiamo sbagliato? Primo per la convinzione che i regimi alla fine avrebbero prevalso e allora perché bruciare i ponti?
In secondo luogo, soprattutto in Europa, per la paura che ogni cambiamento porti a massicci esodi di rifugiati e flussi migratori. Terzo, per il timore che gli estremisti islamici si impadroniscano delle rivoluzioni e impongano un regime peggiore di quello precedente. Quarto, per la preoccupazione che i nuovi regimi potrebbero non onorare gli accordi esistenti con Israele. Quinto per il paternalistico luogo comune che ritiene gli arabi non ancora pronti per la democrazia. E sesto e ultimo punto forse il più significativo perché i governi occidentali semplicemente non capiscono che questa è una rivoluzione basata sui valori umani e su ideali di trasformazione.
Autoritari leader arabi per anni ci hanno detto che l’Islam radicale era l’unica alternativa al loro governo hanno usato il conflitto israelo-palestinese come una cortina di fumo per mascherare i loro feroci regim.i. Hanno soppresso l’accesso pubblico alle informazioni e alle fonti del pensiero arabo alternativo. Come risultato, noi in Occidente ci siamo convinti che un cambiamento democratico fosse davvero impossibile nonostante i nostri stessi valori.
La maggior parte dei funzionari governativi non legge i messaggi su Twitter. Molti di quelli che li leggono li considerano insignificanti divagazioni popolari rispetto alle posizioni ufficiali e alle azioni del governo. Eppure, basta leggere i messaggi dei partecipanti e degli osservatori in Medio Oriente per capire che ciò che sta accadendo ora è diversoLa gente sta spazzando via i miti proposti per anni da questi leader autoritari. Questa onda di marea non ha a che fare con l’Islam, né con Israele o l’Occidente, si tratta di una richiesta di diritti e libertà che arriva dall’interno, da una nuova generazione di arabi che vedono come le loro società sono state depredate dai propri governant. iPer quanto le istituzioni della democrazia siano state negate per decenni, l’aspirazione dello spirito umano alla libertà rimane universale e intatta. Questo è ciò che la nostra prudente politica e le analisi di intelligence non sono riuscite a capire.
Il bisogno di cambiamento nella regione non sparirà nel nulla e poiché è in linea con i nostri valori più profondi, l’Occidente avrebbe dovuto sostenerlo dall’inizio.
Per quanto sia difficile fare queste previsioni ora dobbiamo capire che questo non è business as usual questo è il grande cambiamento. I nostri timori per la stabilità, la sicurezza dell’area e l’estremismo islamico hanno più probabilità di avverarsi se resistiamo a questi cambiamenti piuttosto che se li appoggiamo e le opportunità per un reale progresso su questi stessi temi la stabilità, la pace regionale, la sicurezza globale, la lotta all’estremismo sono di gran lunga maggiori in un Medio Oriente democratico. Le conseguenze ridimensioneranno sia la guerra in Afghanistan sia quella in Iraq.

*Ex ambasciatore americano alla Nato è senior fellow e direttore del Centro per le relazioni transatlantiche presso la Johns Hopkins University School of Advanced International Studies e consulente senior presso McLarty Associates(Traduzione di Carla Reschia)

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“Petrolio e tecnologie militari: dossier sulle imprese italiane”, di Fiorenza Sarzanini

Non solo petrolio. Sono affari da miliardi di euro, quelli che le imprese italiane hanno concluso in Libia negli ultimi anni. Sistemi di alta tecnologia, veicoli, elicotteri, infrastrutture, impianti, mangimi industriali: nell’elenco delle esportazioni tra il 2008 e il 2010 figurano anche i ricambi per le navi da guerra e per armamenti, i dispositivi di tiro, i materiali per bombe, razzi e missili. L’ultima relazione trasmessa dagli apparati di sicurezza al ministero dell’Interno fa il punto sulla crisi che sta travolgendo il regime di Gheddafi. Dedica un ampio capitolo alle ripercussioni che la rivolta può avere sull’economia del nostro Paese. Conferma le relazioni tra il rais e le industrie belliche. Poi analizza le ripercussioni che la guerra civile può avere sulla nostra economia «tenendo conto che la Libia si colloca al quinto posto nella graduatoria dei Paesi fornitori dell’Italia con un peso percentuale del 4,5 per cento sul totale delle nostre importazioni, mentre il nostro Paese rappresenta il primo esportatore che ricopre circa il 17,5 per cento delle importazioni libiche con un interscambio complessivo stimato nel 2010 di circa 12 miliardi di euro» Non solo. Nella relazione viene evidenziato come «la Libia risulta essere il primo fornitore di greggio e il terzo fornitore di gas per l’Italia».
Gli investimenti di 100 aziende, l’elenco delle imprese che fanno affari in Libia comprende tra l’altro Telecom e Alitalia, Edison e Grimaldi, Visa e Saipem. Il dossier evidenzia come «Impregilo ha ottenuto contratti per oltre un miliardo di euro per la costruzione di tre centri universitari e per infrastrutture da realizzare a Tripoli e Misurata, mentre il Gruppo Trevi sta lavorando a diversi grandi progetti edilizi nel centro di Tripoli». Sono cinque i settori nei quali gli italiani sono maggiormente impegnati: impiantistica, costruzioni, trasporti, meccanica e mangimi industriali con la Martini Silos. Le considerazioni degli analisti fanno ben comprendere quali possano essere le conseguenze della crisi: «L’Italia risulta essere il terzo Paese investitore tra quelli europei (escludendo il petrolio) e il quinto a livello mondiale. L’importanza che il mercato libico riveste per il nostro Paese è dimostrata anche dalla presenza stabile in Libia di oltre 100 imprese. Il maggiore investitore è l’Eni, ma di rilievo è anche la presenza della Iveco spa presente con una società mista e un impianto di assemblaggio di veicoli industriali» Nell’elenco delle aziende «c’è la Sirti che unitamente alla francese Alcatel ha ottenuto commesse per la fornitura e la messa in opera di oltre 7.000 chilometri di cavi di fibre ottiche per un importo globale di 161 milioni di euro (di cui 68 per Sirti); la Agusta-Westland che ha ottenuto il contratto per la fornitura di dieci elicotteri con relativi corsi di formazioni e assistenza postvendita; Alenia Aermacchi ha invece ottenuto un contratto da tre milioni di euro per un programma di formazione e revisione dei sistemi di propulsione su 12 aerei sf-260».
Ricambi per bombe e siluri.
Alla relazione sono allegate le tabelle che danno conto degli affari più remunerativi ed elencano sia le «esportazioni definitive» sia le «trattative contrattuali per le esportazioni definitive». Si scopre così che l’ 8 maggio 2009 la società Mbda Italia ha firmato un accordo da due milioni e mezzo di euro per la fornitura di «materiale per bombe, siluri, razzi e missili» , mentre nell’ottobre dello scorso anno Agusta ha ottenuto due contratti per apparecchiature di alta tecnologia a un costo complessivo di oltre 70 milioni di euro. A novembre la Oto Melara ha invece avviato la negoziazione per «armi o sistemi d’arma di calibro superiore a 12,7 mm oltre a materiale, ricambi, tecnologia know-how, attrezzature». Nel 2010 la Selex Sistemi Integrati, gruppo Finmeccanica, ha siglato un contratto da oltre 13 milioni di euro per materiale e ricambi di apparecchiature elettroniche e apparecchiature per la direzione del tiro». A gennaio la Intermarine spa ha avviato un negoziato da 500 milioni di euro per la fornitura di materiale e software per le navi da guerra» E un mese dopo ha fatto partire una nuova trattativa per 100 milioni di euro, mentre la Oto Melara discuteva la stessa cifra per la fornitura di materiale di uso bellico.
Il fondo d’investimento.
L’ultimo affare la Alenia Aermacchi l’ha siglato il 14 gennaio 2011: fornitura di ricambi per aeromobili per quasi un milione di euroSelex e Oto Melara hanno invece avviato contrattazioni per complessivi 70 milioni di euro, mentre Agusta sta negoziando un contratto da 80 milioni di euro «per apparecchiature elettroniche e materiale per l’addestramento militare o per la simulazione di scenari militari». Non si sa che futuro avranno queste «commesse» , così come ci si interroga sulla presenza del fondo «Libyan Investment Authority» in alcune aziende italiane. Oltre alle partecipazioni azionarie in Fiat, Finmeccanica, Eni e Unicredit, nel dossier si evidenzia il possesso del «31 per cento della società Olcese nel settore manufatturiero, il 7,5 per cento della Juventus e il 33 per cento della Triestina» .

Il Corriere della Sera 26.02.11