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"L'acquisto delle anime", di Franco Cordero

Esistono malattie etniche e l´Italia è caso antico, nella cui storia scenari mobili, talvolta vertiginosi, mascherano un marasma organico: immobili strutture polverose sotto apparenti novità. Gli ultimi due mesi presentano in forme classiche tale quadro. La governa un vecchio dal trucco pesante: era già ricco quarant´anni fa, in affari opachi; cresce a dismisura, parassita della casta politica corrotta. Gli costano un occhio i favori, ma quanto rende il duopolio dell´etere. Persi i protettori, converte l´audience in massa elettorale qualificandosi uomo nuovo, self made, ostetrico della società aperta ai talenti.
L´imbroglio era enorme, spudorato, ma attecchisce: vince tre partite elettorali e in due sfiora la vittoria, risultando dominante anche lì. Avversari fiacchi, talora condiscendenti, non tentano nemmeno d´escluderlo dal gioco politico, sebbene lo inquini attraverso mille tentacoli, accumulando colossali profitti; anzi prestano ossequio al rispettabile interlocutore (nella loro antifona «l´antiberlusconismo non conduce da nessuna parte», e così gli rendono impagabili servizi rimuovendo questioni capitali). Chi fiata più del conflitto d´interessi? Ma i fatti trapelano persino nell´Italia stupefatta dalla droga mediatica. Basta non chiudere gli occhi. Sentenze penali dicono perché l´ascesa fosse irresistibile: pratica magistralmente falso, frode, corruzione; abbatte i concorrenti barando, nella quale arte fa miracoli, molto ammirato da italiani anarcoidi. Cantando «laissez faire», s´ingrassa nel privilegio monopolistico in barba al mercato. I suoi partners, nonché modelli, sono Putin e Gheddafi, le cui mani baciava, con tanti saluti all´Occidente liberalcristiano, del quale s´afferma paladino risuscitando bestie nere comuniste nelle campagne elettorali. Sulla pelle dello Stato laico adesca le gerarchie ecclesiastiche mediante favori inauditi, nemmeno pensabili in era democristiana. Congenitamente antipolitico, perché ignora l´interesse collettivo, coltiva i suoi, mentre lo sventurato paese affonda: da dieci anni il tema dominante dell´agenda governativa e parlamentare è come disfarsi dei processi che trascina; pretende l´immunità o almeno salvacondotti; s´accorcia la prescrizione dei reati; abroga norme che violava; devasta le procedure; ha la fobia dei tribunali. In sette anni due legislature contano 54 interventi pro domino (M. Travaglio, «MicroMega», 1/2011).
Uscito trionfalmente dalla fiera elettorale, aveva un oppositore interno nel traghettatore d´An dalla retorica postfascista al pragmatismo liberale. Ardua operazione d´alta qualità politica. Quanto imperfetta fosse la metamorfosi, lo dicono i fatti. B. gli divora il partito acquisendo i colonnelli; l´estate scorsa regola i conti, una scomunica bolscevica. Erano pose da cabaret i sorrisi; emergono fondi torvi. La secessione genera Fli, più consistente di quanto fosse pronosticata. Trentatré deputati, dieci senatori. Contro l´antagonista scatena giornali e televisioni. Potendo sciogliere le Camere, non esiterebbe, sicuro dell´investitura plebiscitaria, ma teme un governo cosiddetto tecnico, ben visto da uomini suoi la cui lucrosa carriera nel segno dello yes sarebbe troncata. I nuovi numeri lo indicano vulnerabile nella Camera bassa: alle mozioni di sfiducia risponde sul suo terreno, con una campagna d´acquisti; due voti racimolati lo salvano martedì 14 dicembre 2010, 314 contro 311. L´anno nuovo porta uno scacco dalla Consulta: la legge grazie alla quale schivava i dibattimenti inventandosi gl´impegni, è invalida nella parte in cui prevede rinvii automatici; rectius, era bacata da capo a fondo. Il secondo colpo parrebbe letale: indagini penali svelano interni osé nei palazzi del potere; se le era tirate addosso telefonando in questura perché fosse dimessa sine strepitu, illegalmente, una minorenne dalle notti avventurose, con cui intratteneva rapporti (puro benefattore, racconta). La privacy non c´entra, né vengono in causa i suoi gusti, congrui all´immagine che da tanti anni offre rumorosamente al pubblico: l´accusa prospetta gravi ipotesi delittuose; dibattimento e sentenza le verificheranno.
In casi simili anche l´Unto regnante iure divino designa un luogotenente, per avere le mani libere nella difesa, tanto più se il regno navigasse in cattive acque, bisognoso d´assidue cure. Lui no, non lascerà mai spontaneamente Palazzo Chigi, salvo che gli aprano le porte del Quirinale, dove sappiamo quali spettacoli inscenerebbe; e non c´è niente d´azzardato nel definirlo caso clinico. Più refrattario dei tori, notoriamente insensibili alle sfumature estetiche e morali, cambia strategia appena gl´istogrammi segnalano cali nell´opinione pubblica: votassimo domani, perderebbe, quindi la legislatura continui a qualunque costo; l´acquisto delle anime è la partita che gioca meglio; nei casi eminenti tratta in persona; suoi emissari battono i corridoi; e i due voti su cui sopravviveva, appeso al filo, lievitano in senso inverso ai consensi reali. Il target era 325 ma lo supera squagliando i gruppi parlamentari Fli. Martedì 22 febbraio, h. 12.47, il notiziario dà uscenti sei onorevoli. Due fuggiaschi precedenti adducono motivi agli antipodi: uno lamenta che Fli sbandi a destra, l´altro condanna la deriva sinistroide-giustizialista. Costui è un attore prestato alla politica: officiava entusiasta il rito battesimale del nuovo partito, 7 novembre 2010, occhi lustri ex abundantia cordis; non è più lui; denuncia atmosfere da piazzale Loreto, un tentato golpe antiberlusconiano, l´etica «giacobina» nel valutare le soirées d´Arcore. In aspetto faceto i trasformismi coprono scelte terribili. Batte bandiera nera la nave su cui i penitenti risalgono, dopo averla abbandonata gridando sentimenti nobili: non vale più la favola dell´imprenditore geniale sceso in campo perché ama l´Italia e, vista la mummia sotto le bende d´un miserabile professionismo politico, vuol risuscitarla; entriamo nello show down, gioco a carte scoperte. L´Olonese sa d´essere alla partita risolutiva: o l´Italia diventa suo dominio, una repubblica del malaffare condiviso tra gl´integrati nel regime, o l´impero privato rischia tempi bui.

La Repubblica 25.02.11

"L’attacco al Corriere è vicino. Salta il divieto di incrocio stampa-tv", di Natalia Lombardo

Con un blitz notturno il governo ha eliminato dal Milleproroghe il divieto per chi possiede tv di acquistare giornali. Dal 1 aprile sarà possibile, dovrà essere Berlusconi a emettere un decreto per limitare il suo impero. Dalla notte alla mattina il governo ha aperto un portone al Silvio Berlusconi proprietario di Mediaset, nonché presidente del Consiglio: dal primo aprile infatti chi possiede televisioni ed è anche in posizione dominante potrà acquistare un giornale.
Con un blitz notturno è stato abolito dal decreto Milleproroghe il divieto di incroci tra tv e carta stampata, con una scadenza vicinissima: dal 31 marzo 2011. A meno che lo stesso Berlusconi, in un conclamato conflitto d’interessi, non emetta un Dpcm, un decreto della presidenza del Consiglio per prorogare i tempi del divieto a fine anno. Lo prevede la legge ma è la «toppa» con la quale ieri il sottosegretario all’Economia, il leghista Giorgetti, minimizza il blitz. E oggi alla Camera sarà votata la fiducia sul Milleproroghe in scadenza il 27 febbraio; sabato si voterà al Senato. È un via libera a Mediaset, al premier e famiglia, perché possa allargare l’impero e mettere la mani sul Corriere della Sera. È il boccone più ambito, ma anche la stampa locale, in tempi di amministrative, può essere utile. Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, fa spallucce: «A noi non importa nulla».Un vero blitz, perché fino a mercoledì sera nel Milleproroghe quel divieto, scaduto a fine anno scorso nella legge Gasparri, era stato prorogato fino al 31 dicembre 2011. Un anno in meno: nel testo votato al Senato la scadenza era il dicembre 2012, come richiesto dall’Authority per le Telecomunicazioni in una segnalazione al governo fatta ai primi di dicembre.

LA SCUSA: I RILIEVI DI NAPOLITANO
Un’altra forzatura di Tremonti, giustificata dal governo con i rilievi avanzati dal presidente della Repubblica: «Napolitano ha detto che dobbiamo limitarci alle proroghe, e questa è una proroga», ha spiegato un deputato pidiellino. Confusione nata dal fatto che al Senato erano state inserite delle modifiche che estendevano i divieti anche a Sky (quindi limitando anche il concorrente Mediaset) esponendosi così ai rilievi del Colle. «È grave che fra cinque settimane scompaia un limite a tutela del pluralismo», avverte Paolo Gentiloni, ex ministro e responsabile del Forum comunicazione del Pd: «È paradossale che il proprietario di Mediaset debba compiere un atto personale, qual è il Dpcm, per decidere se Mediaset potrà o no comprare dei giornali». E Berlusconi non può non emettere il decreto, altrimenti violerebbe la legge Frattini sul conflitto d’interessi come«omissione di un atto di governo» volta a favorire la sua azienda. Nella più benevola delle ipotesi è «un pasticcio» questo via vai di scadenze: prima tre mesi, poi due anni, poi uno, e ora poco più di un mese, spiega Gentiloni, ma si chiede se nel governo «sono fuori controllo, o si conferma l’intenzione di non prolungare questo divieto».
Il deputato Pd del resto fa notare che «mentre tutti i giornali sono in una crisi profonda, Mediaset ha 300 milioni di utili l’anno». Ed è il gruppo più interessato all’acquisto della carta stampata (finora limitata al Giornale), rispetto a Murdoch o alla Telecom di Bernabè. Non solo, il Biscione alimenta se stesso: da oggi Mediaset ha lanciato Premium anche su internet, servizi on demand sul web, monetizzando la visione di programmi e film andati in onda sui canali digitali. Tutto questo«mentre il Cda Rai perde tempo a parlare di Sanremo», fa notare il Pd Michele Meta. Tutta l’opposizione condanna la sparizione del divieto: «Potrebbe essere imminente il rischio che Mediaset acquisisca il Corriere della Sera, viste anche le turbolenze societarie di quest’ultimo», segnala Vincenzo Vita, Pd. Pericolo che denuncia anche il finiano Carmelo Briguglio. «Un blitz preoccupante, una modifica annunciata solo verbalmente e all’ultimo momento», commenta Roberto Rao dell’Udc, che chiede conto al ministroRomani, «perché col conflitto di interessi del premier qualsiasisospetto è legittimo».

L’Unità 25.02.11

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“Nel milleproroghe un pesce d’aprile” ,di Raffaella Cascioli

La camera oggi vota la fiducia: il divieto di incrocio tra tv e giornali resta ancora per poco
Tra meno di cinque settimane Mediaset sarebbe libera di acquisire, se solo lo volesse, anche il primo giornale italiano.
Ovvero quel Corriere della Sera oggi divenuto certamente più contendibile alla luce delle turbolenze societarie.
È questa l’assicurazione che avrebbe ottenuto il premier, alla luce del maxiemendamento presentato dal governo ieri al milleproroghe e sul quale stamattina l’aula della camera sarà chiamata a votare la fiducia. In teoria, il conflitto di interessi come l’abbiamo fino ad oggi conosciuto potrebbe essere solo la versione edulcorata di quello che dal primo aprile potrebbe essere il panorama dell’informazione italiana. Nessun scherzo d’aprile, replica il governo che di fronte al rischio che corre il pluralismo dell’informazione fa sostanzialmente spallucce: la mancata proroga al 31 dicembre di quest’anno del divieto per chi possiede una Tv di acquistare un quotidiano è la correzione di un errore.
In realtà, mentre l’opposizione lancia l’allarme sui pericoli che corre il pluralismo dell’informazione, dal governo si fa sapere che si è proceduto a cancellare il pasticcio uscito dal senato dove da una parte si prevedeva la proroga del divieto di incroci addirittura fino a dicembre del 2012 mentre nella tabella allegata il termine era fissato al primo aprile di quest’anno. Se nella prima versione del maxiemendamento, circolata mercoledì, era prevista una proroga al 31 dicembre di quest’anno, il testo depositato alla camera e sul quale si chiede la fiducia è una marcia indietro che non si può evidentemente giustificare con il richiamo di Napolitano visto che il presidente della repubblica si è opposto ad inserimenti diversi dalle proroghe in un decreto definito milleproroghe.
In ogni caso si mantiene la possibilità per il presidente del consiglio, ovvero per il maggior beneficiario della norma, di emanare un decreto concertandolo con il ministro dell’economia per prorogare ulteriormente il termine. Ma c’è di più.
Nella nuova versione del maxiemendamento salta anche la regola che stabiliva il divieto di acquisto di quotidiani nel caso in cui si superino due tetti: l’8% dei ricavi complessivi del sistema integrato delle comunicazioni (Sic) o il 40% dei ricavi del settore delle comunicazioni elettroniche. Dure le reazioni dell’opposizione. A cominciare da Paolo Gentiloni, responsabile Forum Comunicazioni del Pd, che definisce grave che «un limite a tutela del pluralismo, previsto perfino dalla legge Gasparri, sia così destinato a scomparire tra cinque settimane ». E se Roberto Giachetti si appella all’Antitrust, per Vincenzo Vita «si rende più forte l’acquisizione del Corriere da parte di Mediaset mentre niente si dice sul post-analogico, sulle altre emittenti».
In merito il capogruppo del Pdl al senato, Maurizio Gasparri, ha tentato di trincerare l’operato del governo dietro Napolitano: «il maxiemendamento è stato presentato dal governo, non so se questo punto era tra le questioni di estraneità di materia venute dal Quirinale». Ma la vicenda del Milleproroghe, incalza il presidente dell’assemblea nazionale del Pd Rosy Bindi, «è l’ennesima dimostrazione di incapacità del governo Berlusconi: tasse, condoni, sgarbi istituzionali, errori e per di più incapacità di correggerli ».
E mentre nel centrodestra continuano i maldipancia diffusi per alcune norme come l’anatocismo, l’annullamento dell’aumento degli assessori di Roma e l’esclusione di alcune misure per il sud, il vicesegretario del Pd Enrico Letta ha denunciato «il serpeggiante tentativo di mitridatizzazione del paese che Berlusconi sta facendo, cioè l’idea che l’Italia possa convivere anche con un premier condannato. Questa, metto le mani avanti, è una cosa insostenibile».

da Europa Quotidiano 25.01.11

Milleproroghe, Governo nel caos. La fiducia oggi alla Camera

Da decreto a maxiemendamento, il milleproroghe cambia pelle per evitare la bocciatura da parte di Napolitano che aveva inviato una lettera a Berlusconi e ai Presidenti delle Camere per spiegare che il testo approvato in Senato conteneva elementi di incostituzionalità data l’ampiezza e l’eterogeneità delle modifiche. Il maxiemendamento al decreto Milleproroghe è stato presentato l’altroieri sera e sottoposto all’esame delle commissioni Affari Costituzionali e Bilancio in una corsa contro il tempo.
Il provvedimento comprende ora il testo licenziato dal Senato al netto delle modifiche apportate in seguito ai rilievi di costituzionalità del Quirinale. Un governo allo sbando è arrivato a non discutere e non votare il testo in commissione, un “autostruzionismo” della maggioranza che si trovava a non avere i voti necessari per l’approvazione. “Il pasticcio Milleproroghe è la dimostrazione del fatto che la maggioranza non e’ nelle condizioni di governare”. E’ il pensiero di Enrico Letta, vicesegretario del Pd, che ha parlato del decreto legge su cui e’ stata posta la fiducia, a Bologna, a margine del Manifutura Festival. Il motivo dell’affermazione di Letta e’ che la maggioranza, come ha spiegato, “ha usato un provvedimento dove ha buttato dentro tutto, perche’ non e’ piu’ in grado di assicurare una presenza continuativa in aula, come dovrebbe essere, è la dimostrazione che non si puo’ andare avanti così.

Entro oggi il dl emendato sarà votato alla Camera e poidovrà andare a una terza lettura in Senato, dove, con molta probabilità, sarà nuovamente posta la fiducia, visti i tempi ravvicinati di scadenza del provvedimento previsti per domenica 27 febbraio. La votazione finale in Senato dovrebbe svolgersi sabato mattina. Oggi alle 18 verrà esaminato dalle commissioni di Palazzo Madama. Non ci sarà dunque nessuna possibilità di modificare il testo di legge e si procederà in base agli accorgimenti che Tremonti & Co. applicheranno al programma più sconclusionato degli ultimi 10 anni. Intanto nella babele del maxiemendamento del governo al Milleproroghe – denuncia Paolo Gentiloni, responsabile Forum ICT del PD – il divieto di acquisto di giornali da parte di chi ha una posizione dominante nella Tv verrebbe prorogato solo fino al 31 marzo. E’ grave che un limite a tutela del pluralismo, previsto perfino dalla legge Gasparri, sia così destinato a scomparire tra cinque settimane”. Gentiloni fa riferimento al comma che fissava al 31 dicembre prossimo la scadenza del divieto degli “incroci” tra giornali e reti televisive, “saltato” nel maxiemendamento.

COSA C’E’ NEL MILLEPROROGHE

Il decreto Milleproroghe approvato in Senato resta la prova concreta, se ancora ne servisse una, che governo e maggioranza sono arrivati al capolinea. La grave crisi politica di questa maggioranza è evidente nella forzatura costituzionale di affidare ad un decreto ministeriale, il differimento di un termine di legge, calpestando la funzione legislativa e i poteri del Parlamento. Questo uso spasmodico dello strumento del ‘decreto’ è purtroppo una costante, in questi tre anni di governo Berlusconi, che il Partito democratico ha più volte denunciato. Non bastava il record storico raggiunto dalle tasse giunte con questo governo al 43,4%. Non bastava la patrimoniale introdotta surrettiziamente con l’Imu, mancavano alcuni tocchi di fantasia sul sistema tributario italiano come la tassa sul cinema che tutti i giorni pagheremo con un euro a film. C’è poi la possibilità per le Regioni di aumentare alcune tasse in presenza di una catastrofe: a catastrofe si aggiunge un’altra catastrofe con l’aumento dei tributi e delle addizionali. “Anche qui, la fantasia ha oltrepassato ogni limite – spiega la Finocchiaro – con un Parlamento sempre più svilito e svuotato. Lo slogan meno tasse per tutti è rimasto vuoto e la verità è che le tasse aumentano colpendo tutti. Più che Milleproroghe siamo di fronte al ‘Milletasse’, un provvedimento che ha la solennità e la complessità di una manovra finanziaria. Una finanziaria-pasticcio, figlia delle tante pressioni a cui questo governo, che si sta decomponendo è sottoposto, che aumenta le tasse e premia chi non rispetta le regole”.

Ma cosa hanno messo PDL, Lega e altri partitini nel decreto? Per capire che tipo di impatto avrà nella vita reale dei cittadini italiani basta conoscere solo alcune delle norme che contiene.

Norme contro i precari della scuola. Supplenti (e buoi) dei paesi tuoi, La Lega ha deciso che gli insegnanti precari potranno svolgere le supplenze soltanto nella Provincia di residenza dove è stata presentata la domanda. Contemporaneamente sono state congelate le graduatorie fino al 31 agosto 2012. In questo modo gli elenchi non possono essere modificati. Una norma che aggira la Costituzione. Il senatore del Pd Luigi Lusi,nel suo intervento nell’Aula del Senato ha sottolineato come il decreto ‘sia indicativo di come Pdl e Lega non rispettino le istituzioni’. Ma ogni lavoratore di questo Paese non dovrebbe avere il diritto di poter lavorare in ogni luogo, in Italia?”, ha chiesto ironicamente Lusi.

Un regalo padano a chi non paga le multe sul latte. Un regalo da 5 milioni di euro, a spese di tutti gli italiani, firmato Lega, per chi non ha mai voluto pagare le multe delle quote latte. Tutto rimandato al fine giugno. Per trovare le risorse necessarie sono stati tagliati i fondi per la benzina dei carabinieri e della polizia, per elicotteri e Canadair utilizzati per spegnere gli incendi e il Fondo sociale per il sostegno agli indigenti. E’ questa la legalità padana? Agricoltura penalizzata. Così Nicodemo Oliverio, capogruppo del Pd in Commissione Agricoltura, ha motivato il no del Partito al decreto milleproroghe. “Vengono tagliati i finanziamenti alle Associazioni Provinciali di Allevatori onesti, a cui sono demandati i compiti per il miglioramento genetico della zootecnia, la sicurezza alimentare, il benessere alimentare e rilanciare la competitività delle nostre stalle, sempre per finanziare la proroga del pagamento delle multe per le quote latte”. “Insomma a dirla come il ministro Galan: approvare la proroga “non sarebbe né legale, né etico”: il ministro lo ricordi ai suoi colleghi della maggioranza”.

Tagli al sud. Alfonso Andria, senatore del Pd ha aggiunto che con il maxiemendamento al Milleproroghe, “il governo conferma la sua linea di tendenza fortemente discriminatoria verso il Sud. Un esempio: le risorse previste nel maxiemendamento per gli ingenti danni rilevati in provincia di Salerno, ammontanti a circa 400 milioni di euro, di certo non saranno sufficienti se non per le prime necessità e giungono con grandissimo ritardo rispetto alla data dell’evento calamitoso”.

Colpito da catastrofe? Allora ti tasso. Una trovata geniale del governo per risolvere le calamità naturali: rifilare alle popolazioni colpite una stangata fiscale. Le Regioni alluvionate o terremotate potranno infatti aumentare le tasse e le addizionali. Dopo le ombre di corruzione che hanno macchiato la Protezione civile, un’altra vergogna tutta italiana.

Stop alle demolizioni delle case abusive in Campania, anche se costruite in aree protette. Dal centrodestra l’ennesimo condono edilizio, questa volta “ad regionem”: solo per la Campania e vale anche per le aree con vincoli paesaggistici. In particolare, la norma del governo serve a salvare 600 case abusive ad Ischia. Invece di imporre il rispetto delle regole nella Regione con il maggior tasso di illegalità si sceglie di aiutare chi commette i reati. “E’ un fatto vergognoso – è intervenuto Ermete Realacci, responsabile green economy del PD -. E suona ancor più sinistro in una regione dove serpeggiano le infiltrazioni della camorra e sono 64 i clan che operano nel settore dell’edilizia e si arriva al 20 %di tutto l’abusivismo italiano. Evidentemente a questa maggioranza non sono bastati i morti di Ischia e le tragedie come quella di Sarno, per denunciare che l’abusivismo è una piaga di questo Paese, che rende fragile il territorio, inquina l’economia sana, alimenta gli appetiti criminali e fa pagare alla collettività prezzi altissimi in termini di vite umane e di costi. Alla Camera cercheremo di fermare con un emendamento soppressivo questa norma indegna che premia gli abusivi e regala alla Campania un’altra stagione di via libera al cemento illegale”.

Più tempo per gli abusivi “fantasma”. Ovvero altro tempo per i proprietari delle “case fantasma”, quelle cioè mai dichiarate al fisco e al catasto. Ancora uno “schiaffo” ai cittadini onesti.

Al cinema biglietto più caro e tagli alla cultura. Dal 1° luglio il biglietto del cinema costerò un euro in più. Una nuova tassa sulla cultura che durerà fino al 31 dicembre 2013. Un altro balzello del governo che aveva promesso che mai avrebbe messo le mani nelle tasche dei cittadini.

Più assessori per Alemanno. S’ingrassa la giunta per salvare Alemanno: gli assessori passano da 12 a 15. Artefice del colpo di mano il senatore – nonchè vicesindaco – Cutrufo. Aumento dei costi per cittadini stimato in 2 milioni di euro all’anno. Stessa strada potrà essere seguita da tutte le città sopra un milione di abitanti. Così viene cancellata la norma che consentiva di diminuire i costi delle amministrazioni comunali. Gravi effetti economici per gli atenei italiani.

Il governo si dimentica del blocco turn over nelle università. Ha dichiarato la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni: “Il governo non ha inserito la proroga dello sconto nel calcolo delle spese di personale degli Atenei rispetto alle risorse trasferite dallo Stato. Si tratta questa di una grave omissione che farà sì che quasi la metà degli Atenei supereranno la soglia del 90% del fondo di finanziamento ordinario utilizzato per spese di personale e subiranno pertanto il blocco del turn-over con conseguenze gravi per l’offerta formativa e per l’attività di ricerca. L’alto numero degli atenei che ‘splafonano’ non é dovuto a incapacità programmatoria, bensì alla forbice che si allarga sempre di più tra spese fisse obbligatorie (quali gli stipendi) e stanziamenti dello Stato che progressivamente diminuiscono: il fondo di finanziamento ordinario é stato tagliato in due anni di circa 500 milioni di euro. Davanti a queste norme il governo e il ministro Gelmini abbiano almeno il buon gusto di risparmiarci la vuota retorica dell’impegno in favore del merito e delle opportunità per i giovani”.

Vuoi un figlio? Ti schedo. Secondo il Milleproroghe, coloro che ricorreranno alla fecondazione assistita verranno schedati dal Ministero della Salute. La politica entra pesantemente nelle scelte più private e faticose degli italiani. Lo ha denunciato nel corso del suo intervento nel dibattito, la senatrice Fiorenza Bassoli, capogruppo Pd in Commissione Sanità. “Una decisione – precisa la senatrice – che fa pensare più a una valutazione politica che a una volontà di affidare agli istituti competenti i dati raccolti”.

Taglio dei finanziamenti destinati ai malati di Sla. La senatrice Bassoli ha poi rilevato un ulteriore emendamento del governo peggiorativo dei finanziamenti destinati ai malati di Sla e alle loro famiglie: “E’ peggiorativo in quanto si è passati da un finanziamento di 100 milioni per i malati di SLA, previsto in commissione Bilancio, ad un provvedimento una sla tantum e non di un fondo destinato. Significa che se non verranno utilizzati tutti i finanziamenti la parte restante rimarrà al fondo del 5xmille da dove sono stati prelevati. Inoltre, data l’occasionalità dei finanziamenti non sono previste le modalità di come verranno distribuiti a grande svantaggio della continuità assistenziale e di cura ai malati di SLA e del necessario sostegno alle famiglie”.

Nessuno spazio nel Milleproroghe per i lavoratori somministrati, gli ex-interinali, dell’INPS. “I 1200 giovani, donne e uomini, sopravvissuti al taglio di 600 unità già effettuato, che fino ad ora hanno consentito all’Istituto di Previdenza di funzionare, da oggi, per effetto della legge di stabilità che non si è voluto modificare, rischiano di essere ‘sbattuti fuori’ andando ad alimentare così il già cospicuo bacino di lavoratori precari italiani”. Lo ha dichiarato Teresa Bellanova, deputato Pd della commissione Lavoro della Camera. “Nessuno della maggioranza si è preoccupato di prorogare i contratti di questi lavoratori, per i quali il PD aveva presentato un apposito emendamento. Per Pdl e Lega – conclude Bellanova – giovani, pensionati, invalidi non contano quanto gli allevatori padani morosi”. Non è certo la frustata all’economia annunciata da Berlusconi pochi giorni fa, anzi il cosiddetto decreto milleproroghe può essere sintetizzato come un’accozzaglia di norme eterogenee e spesso contraddittorie, molte delle quali dettate da interessi particolari. Nel provvedimento manca completamente un filo conduttore a dimostrazione dell’assenza di un organico progetto industriale per affrontare la grave crisi che attanaglia il Paese. Nonostante la propaganda governativa, non è certo questo lo strumento per rilanciare i consumi, innescare le leve dello sviluppo e favorire l’occupazione.
Anto.Pro.

www.partitodemocratico.it

Bucchino denuncia: "I responsabili mi offrono 150.000 euro e la candidatura sicura nella prossima legislatura"

Alla Camera le destre si danno al calciomercato e provano a corrompere un deputato PD. Franceschini: “Vergognosa campagna messa in atto per ricostruire numericamente una maggioranza che la politica ha già demolito”. Bersani: “Siamo oltre la soglia della decenza”. La ‘quotazione’ di un parlamentare alla ‘borsa’ di Montecitorio? La garanzia della rielezione e 150mila euro a titolo di rimborso per le spese di campagna elettorale.

Queste, secondo quanto riferisce il deputato democratico Gino Bucchino – le offerte che gli sono state avanzate in cambio della sua fuoriuscita dal partito di Bersani e successivo ingresso nel gruppo dei Responsabili alla Camera. Bucchino ha 63 anni, medico di origine fiorentina, è stato eletto nelle liste Pd degli italiani all’estero, circoscrizione America settentrionale e centrale, militante nel Pci sin dai tempi della scuola.

Il parlamentare ha deciso, dopo essersi consultato con i suoi collaboratori e avvocati, di rendere pubblico quanto accaduto poco più di tre settimane fa. Ma un lutto improvviso in famiglia ha fatto ‘allungare’ i tempi della ‘denuncia’ pubblica. Oggi Bucchino si è presentato davanti ai giornalisti e ha raccontato gli eventi di cui è stato protagonista.

Il deputato democratico ha raccontato la vicenda in una conferenza stampa che si è svolta alla Camera e nella quale ha spiegato di aver ricevuto, circa tre settimane fa, una telefonata in cui una voce maschile, presentandosi come un esponente di Rifondazione Socialista, gli ha chiesto un incontro per sottoporgli un ‘importante progetto’. “Il giorno dopo, in piazza San Silvestro, ci siamo visti e lui è andato subito al sodo, senza perdersi in troppi giri di parole: ‘questo Paese è in difficoltà -ha continuato Bucchino, riferendo gli argomenti utilizzati dal suo interlocutore – e, piaccia o meno, può andare avanti solo sotto la guida di Berlusconi. Nel gruppo dei Responsabili c’è bisogno di gente di sinistra, proprio come te, che mantengano le proprie idee e la loro impostazione politica’”.

“‘Ti chiediamo di far sentire la tua voce di sinistra all’interno del gruppo, la tua presenza è importante per noi e per questo ti garantiamo la rielezione nella prossima legislatura. Ne ho parlato fino alle due di questa notte con Verdini e ti sarà anche dato un contributo di 150.000 euro come rimborso-spese’. “Io -ha puntualizzato Bucchino- ho ascoltato e non ho detto nulla. Lui allora mi ha chiesto di pensarci su e di dargli una risposta entro 24-48 ore.
Di questa faccenda poi ne ho parlato con i miei collaboratori, ho messo al corrente i miei amici e alla fine ho mandato un sms a questo esponente di Rifondazione socialista, dicendogli che non ero interessato. L’ho ringraziato e la cosa e’ finita li'”.

Tuttavia il parlamentare democratico ha deciso di non rivolgersi all’autorita’ giudiziaria e di aver preferito una conferenza stampa “per fare una denuncia politica”. Non ho intenzione di rivelare il nome della persona che mi ha contattato. Non ho grande esperienza di queste faccende ma se venissi convocato rivelerei l’identita’ della persona in questione. Bucchino assicura di avere “riscontri” di quanto afferma, in particolare riferisce di un “sms” e almeno “due telefonate” e si dice pronto a fornire tutti i dettagli alla magistratura “se riterranno di convocarmi”. L’ultimo commento del deputato italo-canadese e’ amarissimo: “Non siamo tutti in vendita e all’estero ridono di noi. Io, da un paio di settimane, quando torno in Canada non mostro piu’ il passaporto italiano. L’ultima volta che l’ho fatto mi hanno riso in faccia”.

Finora -ha concluso il parlamentare del Pd- non ho potuto raccontare questa storia per un importantissimo motivo: mio padre era molto malato e avevo altro a cui pensare, Ora che purtroppo è deceduto ho denunciato l’accaduto”.

Cosi’ il capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini, ha commentato la vicenda rivelata da Bucchino, sul tentativo di compravendita nei suoi confronti.”Gino Bucchino e’ una persona seria e rigorosa. La sua denuncia e’ un atto di coraggio e fornisce la prova della vergognosa campagna messa in atto per ricostruire numericamente una maggioranza che la politica ha gia’ demolito”.

In serata arriva anche la condanna di Bersani: “Davanti a episodi sconcertanti come quelli denunciati oggi dall’onorevole Bucchino con un gesto che gli fa onore, mi chiedo se non siamo ormai oltre
ad ogni soglia di decenza e di svilimento delle istituzioni. E’ ora di accertare fino in fondo se in questo periodo siamo di fronte a vere e proprie compravendite per tenere disperatamente in piedi una maggioranza traballante. Se così fosse credo che non si dovrebbe più parlare di politica ma di reati”.

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"Con la libertà", di Ezio Mauro

Tutto l´Occidente si interroga sull´esito della rivoluzione che scuote la Libia, con gli insorti che guardano a Tripoli dalle città liberate, il regime che spara sulla folla e promette ora le riforme che non ha voluto concedere per 42 anni.
In Europa, l´Italia è con Malta il Paese più esposto davanti all´esplosione libica. Proprio per questo, se si comprendono le preoccupazioni del governo è giusto anche pretendere chiarezza nei comportamenti, e prima ancora nei giudizi politici.
L´Italia, con il suo Presidente del Consiglio e il suo ministro degli Esteri, è arrivata per ultima a condannare le violenze, e non ha ancora chiamato per nome il regime dittatoriale contro cui il popolo è sceso nelle piazze, sfidando le armi e i mercenari del Colonnello.
Da questa incapacità di giudicare (che nasce dall´imbarazzo per i ripetuti baciamano a Gheddafi di Berlusconi) discende una posizione a-occidentale: perché riduce la questione libica ad un´emergenza domestica per l´ondata immigratoria, mentre è invece una grande questione di libertà che investe l´Occidente.
Incredibilmente, il nostro governo continua a pensare che Gheddafi possa ancora negoziare un piano di riforme con il suo popolo, come se ne avesse la credibilità e la legittimità. Altrettanto incredibilmente, si pensa che il dittatore possa essere protagonista di un piano di riconciliazione nazionale, dopo che Obama ha parlato di una violenza di regime “che viola la dignità umana”.
È umiliante che con le navi da guerra nel Mediterraneo il premier tenga governo e Parlamento in scacco per studiare cinque misure di salvacondotto dai suoi processi: prescrizione breve, conflitto di attribuzione, improcedibilità, processo breve, più riforma della Consulta. Qualcuno gli spieghi che quando i popoli possono riconquistare la loro libertà, l´Occidente ha un dovere preciso che viene prima di tutto: stare dalla loro parte. Questa e solo questa è la risposta alla minaccia di una deriva nell´integralismo islamico. Non la mediazione con i dittatori.

La Repubblica 25.02.11

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“Quella colonia d´oro macchiata di sangue”, di BERNARDO VALLI

Un secolo fa gli avvenimenti di Tripoli occupavano, come oggi, le prime pagine dei giornali. La storia non si ripete mai, dicono suoi autorevoli cultori.
Questo non esclude somiglianze tra avvenimenti distanti decenni o secoli, che si verificano in contesti politici e sociali che non si assomigliano affatto. Così gli anniversari fanno a volte scherzi, di sapore sinistro. Cent´anni or sono, nel 1911, il 3 ottobre, unità della marina italiana sbarcavano nella capitale libica, seguite il 12 da più consistenti reparti dell´esercito. Nelle ore precedenti i cannoni della flotta al largo avevano bombardato l´As-saraya al-amra, il Forte Rosso, dal quale ancora oggi si può dominare la città affacciata sul mare. Ed altre bombe erano cadute sul forte di Bengasi, in Cirenaica.
Così il Regno d´Italia, mentre a Roma governava il liberale Giovanni Giolitti, metteva in atto la dichiarazione di guerra fatta quattro giorni prima all´Impero ottomano che occupava quella sponda del Mediterraneo. E proprio come accade nel 2011, l´opinione pubblica internazionale condannò allora le atrocità commesse nella città appena conquistata. Nelle capitali dei grandi imperi coloniali (non certo senza macchia nei loro ampi possedimenti africano o asiatici), a Londra e a Parigi, ma anche a New York, si moltiplicarono le manifestazioni contro il bagno di sangue. Di cui l´Italia era colpevole.
Tripoli aveva a quei tempi trentamila abitanti ed era la principale città di un vasto paese ricco di deserti bellissimi e popolato da meno di un milione di uomini e donne dispersi lungo la costa. Giolitti, uomo politico «punto fantasioso e retore», secondo Benedetto Croce, aveva voluto quella conquista coloniale, sempre per Croce, come un padre che si avvede che la figliola, cioè l´Italia, è ormai innamorata e provvede a darle dopo le debite informazioni e con le debite cautele, lo sposo che il suo cuore ha scelto. Insomma Giolitti dà agli italiani quel che vogliono.
Lui alla Libia ci pensava da tempo, anche se l´impresa non lo entusiasmava. Il momento sembrava però propizio e non rinviabile. Anche problemi di politica interna lo spingevano ad agire. Voleva promuovere importanti riforme politiche e sociali, in particolare l´estensione del suffragio universale e l´introduzione dell´assicurazione obbligatoria sulla vita, bene accette ai socialisti, che voleva conquistare. Si può persino azzardare che molti libici hanno perduto la vita per permettere a molti italiani, spesso analfabeti, di conquistare il diritto al voto. La guerra avrebbe soddisfatto conservatori, nazionalisti e cattolici, e quindi attenuato la loro opposizione alle riforme. Ed anche quelle di importanti settori economici. Tra i pretesti esibiti nel dichiarare la guerra alla Turchia c´erano i provvedimenti ottomani contro le numerose succursali del Banco di Roma presenti in Libia.
La conquista della Libia è per i militari una rivincita poco più di un decennio dopo la disfatta di Adua, in Abissinia, e le precedenti deludenti prove nelle guerre del Risorgimento. E´ l´acquisizione di una colonia di popolamento per l´emigrazione italiana, che in quegli anni è al massimo ed è fonte di frustrazione nazionale. Offre inoltre l´impressione di alzarsi al rango di francesi, inglesi e spagnoli, che si distendono sulla costa africana senza che in nessun tratto sorga la bandiera italiana. Francia e Germania si sono appena contese il Marocco. Persino Antonio Labriola, socialista e marxista (ma promotore della grandezza d´Italia e della prosperità e arricchimento della sua borghesia, sottolinea ancora Croce) fin dall´inizio del secolo esortava all´occupazione di Tripoli. Lo considerava un buon affare. Ottant´anni prima Karl Marx aveva accolto con soddisfazione la conquista francese dell´Algeria. Come poi Labriola, Marx pensava che con l´arrivo degli europei sarebbero sorte fabbriche, e con le fabbriche si sarebbe formata una classe operaia, indispensabile per fare la rivoluzione.
In realtà le debite informazioni e le altrettanto debite cautele non erano state sufficienti. E l´impresa libica si rivelò subito più complicata del previsto. Anzitutto la popolazione, al contrario delle previsioni, non accolse gli italiani come liberatori. A Sciara Sciat (il 23 ottobre 1911), un sobborgo di Tripoli, reparti dell´esercito italiano caddero in un´imboscata tesa da ufficiali turchi e gruppi di partigiani tripolini, e furono annientati. Tre giorni dopo, in un´altra località, sempre in prossimità della capitale, a El-Messri, seicento soldati italiani colti di sorpresa furono uccisi. La reazione fu severa. La città fu messa a ferro e fuoco e (secondo lo storico Nicola Labanca), forse mille ottocento, sui trenta mila abitanti di Tripoli, furono fucilati o impiccati per rappresaglia. E migliaia di tripolini furono arrestati e deportati in Italia. Ci sono voluti anni, e una lunga sanguinosa repressione, prima che la Tripolitania, e soprattutto la Cirenaica e il Fezzan potessero accogliere migliaia di coloni italiani.
Le tracce italiane sono ben visibili nella Tripoli d´oggi. Negli anni in cui fu governatore dal 1921 al 1925, Giuseppe Volpi (diventato conte di Misurata, località in cui promosse un´operazione militare contro i ribelli arabi) ha compiuto i primi grandi lavori destinati a lasciare un´impronta coloniale italiana in Libia. Ha restaurato la cittadella, senza rispettarne troppo le forme originali, ha costruito grandi edifici tra le case modeste: il palazzo di giustizia, la Banca d´Italia, la cattedrale, la moschea di Sidi Hamuda, il Grand Hotel Municipal, il vicariato apostolico.
L´altro governatore che ha dato a Tripoli un carattere italiano, «littorio», secondo i canoni dell´architettura fascista, è stato Italo Balbo. Dal 1934 al 1940 (anno in cui mori precipitando con l´aereo colpito «per sbaglio dall´antiaerea italiana, mentre sorvolava Tobruk) il gerarca ferrarese portò ingegneri e architetti dalla sua città emiliana affinché erigessero edifici e tracciassero strade. Balbo era contrario all´alleanza con i tedeschi e non voleva la guerra, anche perché sapeva che la Libia era un fronte indifendibile.
Con lui si intensificò, e fu ampiamente propagandato, l´insediamento di coloni italiani, del quale il veneziano Volpi aveva gettato le basi, con criteri imprenditoriali. La vicenda dei coloni in Libia fu un´iniziativa alla quale il fascismo dette toni spettacolari. Il deserto trasformato in orti e in campi di grano diventò ben presto un teatro di guerra seminato di mine e di tombe. Il petrolio che giaceva in profondità sotto gli ortaggi, orgoglio dei coloni, cominciò a sgorgare quando il fascismo era già defunto. E la Libia non era più una colonia italiana. Non era più la « quarta sponda» di Mussolini.
Sconfitto l´esercito italo-tedesco di von Rommel, dal 1943 Tripoli è passata sotto l´amministrazione britannica. E otto anni dopo è diventata capitale della Libia indipendente. Con un monarca. Re Idris. Il quale era il nipote di Sayyid Muhammad bin Ali al-Senussi, fondatore della confraternita dei Senussi. Come emiro della Cirenaica, con Bengasi capitale, Idris è venuto a patti con gli italiani, ma quando il regio esercito coloniale si è mosso dalla costa e ha cominciato ad occupare, dopo il 1920, i territori dell´interno, Idris si è rifugiato in Egitto, da dove ha ispirato la guerriglia contro gli invasori. Si è poi schierato con gli inglesi, durante la Seconda guerra mondiale, ed è ritornato a Bengasi con loro. Promosso anche emiro della Tripolitania, quando la Libia unificata è diventata indipendente lui, Idris, ne è diventato il sovrano.
Un sovrano debole, indeciso, che ha stentato a mantenere il ritmo di un paese ormai con una popolazione in rapido, travolgente aumento (oggi conta almeno sette milione di abitanti), e diventato, grazie al petrolio, un eldorado affollato di società internazionali. La sua neutralità, o indifferenza, durante la guerra del ‘67, il terzo conflitto tra arabi e israeliani, ha provocato sommosse, ed anche un pogrom contro la comunità ebraica, che viveva in Libia da quattro secoli. I seimila ebrei sono dovuti partire da Tripoli con una valigia e venti sterline, lasciandosi tutti i beni alle spalle.
Nel ‘69, il 4 agosto, re Idris ha gettato la spugna. Ha annunciato che tra un mese, il 5 settembre avrebbe abdicato in favore del principe ereditario, Sayyid Hasan al-Rida al-Mahdi el Senussi. Ma il primo settembre, mentre Idris si faceva curare in Turchia, il colonnello Gheddafi ha preso il potere. Ha cancellato la monarchia. Il nuovo re ha regnato un solo giorno. La bandiera di re Idris è rispuntata in questi giorni in Cirenaica, a Tobruk e a Bengasi, al posto di quella verde di Gheddafi che ha sventolato sugli edifici pubblici per più di quarant´anni.

La Repubblica 25.02.11

"La gita vietata a un alunno Down I compagni di scuola si ribellano", di Giovanna Cavalli

«Che ci viene a fare lui alla gita? Tanto non capisce niente» . Questo avrebbe detto la preside di una scuola di Catanzaro. Convinta, a quanto pare, che Luca (nome di fantasia), un ragazzino di 14 anni affetto dalla sindrome di Down, dovesse restare a casa, mentre i compagni di classe, una terza media, partivano per un’escursione di un giorno a Soverato. Una «uscita di orientamento» , così la chiama la burocrazia, ad un istituto alberghiero. Dove gli studenti, Luca compreso, potrebbero decidere di proseguire gli studi. Un fuoriprogramma didattico inutile per lui, secondo la dirigente. Così almeno racconta l’avvocato Ida Mendicino, responsabile del Coordinamento regionale della Calabria per l’integrazione scolastica, che ha reso nota la storia. I primi a ribellarsi, sostiene, sono stati i compagni. «Senza Luca non ci muoviamo nemmeno noi» avrebbero detto. «Ma perché la scolaresca, al completo, potesse finalmente partire, è dovuta intervenire la polizia, chiamata dai genitori del ragazzo» . Questo accadeva a gennaio. Una decina di giorni fa, riferisce sempre la Mendicino, la preside è entrata nella classe di Luca chiedendo a insegnanti e allievi di non parlare al compagno di gite e attività extrascolastiche «perché tanto non vale la pena e vi dà solo impiccio» . Ma anche stavolta i ragazzi si sarebbero ribellati. Il papà e la mamma di Luca, che hanno altri tre bambini, si sono rivolti al coordinamento per l’integrazione. «Mio figlio no, non si è reso conto di nulla, perciò non ci è rimasto male» , racconta il padre. «Però non è giusto, uno fa tanti sacrifici e poi una persona, che pure ha studiato, si permette di distruggere tutto quanto e di umiliarlo così, davanti agli altri» . La preside racconta una storia molto diversa. «I genitori di Luca li conosco bene, il papà è stato mio alunno, la mamma purtroppo è molto ansiosa, credo che non riesca ad accettare la situazione. Il bimbo l’abbiamo seguito sin dalla materna e mai l’avrei discriminato. Quella mattina purtroppo non era disponibile l’insegnante di sostegno. Vieni tu, allora, ho proposto alla mamma, ma lei ha cominciato a gridare che il figlio doveva andarci da solo, in gita. Che poi non era un gita ma una giornata di orientamento. La polizia? Ma quando mai. Ho chiesto io a un bidello di accompagnare Luca e così siamo partiti. Che poi è stato molto agitato e ha rotto piatti e bicchieri, ma non fa niente» . La preside (A. C., che è in quella scuola da 11 anni ma è dirigente di lungo corso) nega con decisione di aver mai fatto pressioni perché l’alunno venisse escluso da eventuali altre attività. «Sono andata in classe e mi sono raccomandata con gli insegnanti di spiegare bene cos’è l’orientamento. Non serve portarci tutti, soltanto i ragazzi che sono davvero interessati a quel tipo di studi. Non parlavo di Luca in particolare. La mamma prima mi ha detto che lui sogna di diventare cuoco e perciò vuole iscriverlo all’alberghiero di Soverato. Poi mi ha fatto quella scenata. Adesso ha scritto chiedendo che il figlio resti da noi ancora un anno per proseguire l’apprendimento» . La verità la accerteranno gli ispettori.

Il Corriere della Sera 24.02.11

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“Se i ragazzi si ribellano e difendono i più deboli”, di Isabella Bossi Fedrigotti

Grazie a voi ragazzi di quella terza media di Catanzaro che siete stati più generosi, più civili, più veri uomini e vere donne della vostra preside.

Grazie per aver detto no a uscite, no a gite, no a giornate di orientamento fuori sede se uno dei vostri compagni di classe avesse dovuto, per ordini superiori, rimanere a casa: il compagno più debole, tra l’altro, con «sindrome di Down», non dunque una di quelle disabilità che implicano spostamenti problematici, carrozzina, incapacità di muoversi e camminare. Non siete stati soltanto amici e fratelli per lui, ma anche padri e madri perché l’avete protetto, l’avete difeso come solo i migliori genitori sanno fare: senza molti discorsi e con tranquilla, sicura determinazione.

La scena è degna di un grande film, e pare di vederla. La preside entra in classe e, approfittando dell’assenza del ragazzo handicappato, raccomanda alla scolaresca di non mettere al corrente il compagno di future, progettate gite, per evitare problemi alla scuola (l’ultima volta, per imporre la partecipazione — ostacolata dalla stessa dirigente — del figlio down a una giornata di orientamento in un altro istituto della città, i genitori avevano dovuto chiedere l’intervento della polizia); e perché — aggiunge — tanto, lui non capisce. Non vola una mosca, in classe, al discorso della preside, poi si alza una ragazzina e dichiara — chissà se con un filo di voce timida o se con caparbia forza — che in tal caso nessuno di loro avrebbe mai più preso parte a una uscita. E i compagni, uno dopo l’altro, confermano l’annuncio della portavoce.

Tanto spazio per una piccola buona notizia? Sì, perché dà speranza, perché confuta i luoghi comuni che, di questi tempi, vogliono i giovani in maggioranza cinici, crudeli, egoisti, superficiali e con la testa vuota, se non peggio, qualche volta molto peggio. E perché rinsalda una convinzione non così diffusa secondo la quale, pur con tutte le eccezioni, i ragazzi sono, come è giusto che siano, quasi sempre migliori degli adulti. Spiace perciò molto per la preside che non l’aveva capito nonostante la probabilmente assai lunga frequentazione con i giovanissimi, e spiace per le sua proposta con la quale ha tentato di farsi complici i suoi trenta piccoli grandi bravi ragazzi, ma che a loro è sembrata indecente.

Il Corriere della Sera 24.01.11

"Egoismi e Paure", di Gian Antonio Stella

Ma se si chiamassero Pedro o José e fossero bombardati da un golpista sudamericano? Se si chiamassero Pak o Koo e fossero mitragliati da un carnefice nordcoreano? Se si chiamassero Oja o Boris e fossero sgozzati da un nuovo macellaio cetniko? È il dubbio che rode a vedere come tanti politici italiani guardano al massacro dei libici facendosi una sola domanda: e noi? Certo, è ovvio che ci poniamo il problema di cosa succederà a casa nostra. Di più: è sacrosanto. Quanti disperati si rovescerebbero con i barconi sulle nostre coste se andasse tutto nel peggiore dei modi? Come potremmo gestire un’ondata migratoria mai vista? Riusciremmo a essere insieme vigili guardiani di un filtro indispensabile e buoni samaritani al soccorso di una umanità sofferente? Cosa farebbero gli altri europei? Accorrerebbero a darci una mano o guarderebbero altrove lasciandoci nelle peste?

Sono domande doverose. Imposte da questa specie di esplosione nucleare dagli esiti imprevedibili deflagrata a poche decine di chilometri dai nostri confini. Lo studioso Khaled Fouad Allam si è spinto a scrivere sul Sole 24 Ore che la Libia potrebbe diventare, per la sua storia, per i suoi conflitti secolari, «l’Afghanistan del Mediterraneo». Come potremmo non stare in guardia? Come potremmo non essere preoccupati? Eppure questa non può essere la sola, unica, esclusiva nostra preoccupazione. Non può ruotare tutto ossessivamente intorno a noi. Perché laggiù in Libia, sotto i nostri occhi, a pochi minuti di volo dall’Italia, stiamo assistendo a un bagno di sangue che ci fermerebbe il fiato e ci strapperebbe grida di raccapriccio se solo le vittime di tanta ferocia repressiva non fossero arabi, berberi, islamici. Impastati tutti insieme, integralisti e laici, cammellieri e architetti, beduini sahariani e ragazzi cresciuti col Web che sognano solo la stessa libertà che hanno i ragazzi olandesi o americani.

Abbiamo tra l’altro due responsabilità in più. La prima è che quello che Ronald Reagan chiamava «il cane di Tripoli» e oggi sta azzannando rabbioso i suoi stessi cittadini, è stato fino a pochi giorni fa riverito e adulato, con minori o maggiori gradazioni di piaggeria, da un po’ tutti i governi italiani. Convinti che «i vicini non si possono scegliere» e in fondo in fondo per noi fosse meglio che l’Africa più vicina fosse schiacciata sotto il tallone di un po’ di duci muscolosi piuttosto che esposta ai brividi pericolosi della democrazia. La seconda è riassunta in un motivetto sull’invasione della Libia del 1911 il cui prologo risuona spavaldo: «Sbalorditi i musulmani stavan tutti a naso ritto / ma d’un tratto a capofitto bombe e fuoco gli arrivò / Assediato e bombardato sia di sopra che di sotto / il vil popolo corrotto all’Italia s’inchinò». Ecco, un secolo esatto dopo la brutale conquista di quello «scatolone di sabbia», dopo decenni di disprezzo per quelle genti «inavvezze al lavoro», dopo le foto dei nostri plotoni d’esecuzione che fucilavano anche i ragazzini, dopo i campi di concentramento nel deserto della Sirte dove Angelo Del Boca ha dimostrato che morirono decine di migliaia di donne, vecchi e bambini, abbiamo verso quei libici scesi nelle piazze per liberarsi di un dittatore capriccioso e feroce dei doveri in più. È giusto che ci preoccupiamo «anche» per noi. Ma non ci siamo solo noi.

Il Corriere della Sera 24.02.11