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"La scuola per i nati bene", di Marina Boscaino

Nel discorso di accettazione della candidatura, aveva detto: “Questo è il momento di affrontare il nostro obbligo morale di garantire a ogni bambino un’educazione di primo livello, perché questo è il minimo che serve per competere in un’economia globale. (…) Recluterò un esercito di nuovi insegnanti, pagherò loro retribuzioni più alte e darò loro maggiore supporto. E, in cambio, chiederò standard educativi più elevati ed affidabili”. Il ministro Gelmini ha detto di essersi ispirata a Barack Obama (tutto quanto fa spettacolo). Come ha raccontato Federico Rampini, il Wall Street Journal ha evidenziato, dopo averle verificate, le cifre reali della strategia di risanamento del deficit pubblico Usa, che in 10 anni taglierà 1.100 miliardi.
COME SI PUÒ notare, i ministeri sono stati toccati dalla politica di austerità in misura diversa: Energia +18%, Reduci di guerra +11%, Dipartimento di Stato e altri programmi all’estero +8%, Tesoro +4%, Interni invariato, Difesa -3%, Sanità -3%, Casa -3%, Homeland Security (polizia, antiterrorismo) -4%, Lavoro -5%, Trasporti -9%, Agricoltura -14%, Giustizia -25%, Commercio -34%. La sorpresa: Istruzione, +21%. Per Obama ridurre le risorse alla scuola è come “alleggerire un aeroplano troppo pesante eliminando proprio il suo motore”.
E noi? L’epoca dell’“epocale riforma” (quanto sono prodighi di aggettivi gli artefici delle riforme nostrane, come ha dimostrato ieri anche Alfano, con la sua “storica” riforma) si va sfilacciando in mille frammenti autoreferenti, bricolage di sopravvivenza quotidiana. Annunciata da fanfare mediatiche, senza nemmeno scomodarsi a nobilitarla con parvenze di progettualità didattico-pedagogiche (tanto, come dimostra la realtà, non c’è bisogno di edulcorare la pillola per farla ingoiare), l’operazione ha fruttato allo Stato 8 miliardi in 3 anni e alla scuola 137.000 lavoratori in meno.
ALLE FAMIGLIE è imposto di mettere mano al portafoglio: se volete ciò che avevate, dovete pagare. Ma dovete pagare pure per reintegrare un miliardo e mezzo di euro che il ministero deve alle scuole e che non sembra aver intenzione di rifondere. Agli alunni – orpello di questo progetto – tempo scuola ridotto, diritto allo studio leso, piani di studio incerti, variati di anno in anno. Contrazione generalizzata, che va a colpire i più deboli (e non è casuale) e in cui passano in secondo piano integrazione dei migranti, assistenza alla disabilità, potenziamento delle scuole a rischio, lotta alla dispersione, rafforzamento del segmento più debole della superiore (nel quali confluiscono svantaggi socio-economici, migranti, diversabilità), i professionali. Passano in secondo piano bonifica dall’amianto di 2400 scuole e edilizia scolastica in generale. Alla prossima tragedia le prossime lacrime di coccodrillo.
Questa è una scuola per i nati bene, che in essa trovano uno strumento per rafforzare le possibilità di crescita culturale e sociale che hanno in famiglia. La scure dei tagli si è abbattuta: il prossimo anno l’ultima tranche, ulteriori 35 mila posti in meno. E così la “cura da cavallo”, annunciata da Gelmini-Tremonti nel 2008, avrà raggiunto l’obiettivo. Il tempo della mobilitazione, che ha tenuto banco sui media per una brevissima stagione, si è consumato. I precari sono stati espulsi, gli altri si industriano per fare i conti con l’esistente, in un clima di stanchezza generale, mentre – al diminuire del quasi 2% degli studenti che frequentano l’insegnamento di religione cattolica – il numero di docenti di quella disciplina è aumentato del 14%.
LA “RIFORMA” è passata, portando con sé queste e altre conseguenze? Tutto come prima, per larga parte della scuola. Buon viso a cattiva sorte, adattandosi al millantato credito di un’amministrazione che non ha nemmeno la decenza di dare all’epocale riforma una minima facciata di dignità culturale. Atavica e mimetica rassegnazione, frutto del decennale disinvestimento sulla scuola: non tocca a me, per il momento. Altro giro, altra corsa. La resistenza di pochi è goccia nell’oceano. Obama è lontanissimo.

Il Fatto Quotidiano 24.02.11

8, 12 e 17 marzo: l'Italia democratica si mobilita

8 MARZO
Le donne in piazza. Le firme del Pd a Palazzo Chigi.
L’8 marzo sarà una giornata particolare quest’anno, l’ideale prosieguo delle grandissime manifestazioni di domenica 13 febbraio. Iniziative di donne ci saranno in ogni parte del Paese. Del sindacato, di associazioni e di partiti politici del centrosinistra. Il comitato «Se non ora quando» sta studiando i luoghi e la modalità delle manifestazioni che dovrebbero svolgersi in tutta Italia. Quel giorno, tra l’altro, il Partito democratico depositerà davanti a Palazzo Chigi le oltre dieci milioni di firme raccolte sull’appello in cui si chiedono le dimissioni di Silvio Berlusconi. Ad oggi il Pd ne ha già raccolte ben più di dieci milioni, ma continuerà a farlo fino a che sarà possibile.L’8 marzo ci sarà anche quest’anno l’iniziativa del ministero dei Beni culturali che intende celebrare il binomio Donna e Arte: un connubio ispiratore per pittori, scultori, musicisti e tutti coloro che nei secoli hanno individuato nella figura femminile una musa ispiratrice per la loro opera. L’8 marzo ci sarà l’ingresso gratuito per le donne nei musei.

12MARZO Una giornata per la Costituzione
Una giornata per la Costituzione, il 12 marzo tutti in piazza. Silvio Berlusconi è indagato per concussione e prostituzione minorile. Sono reati che dovrebbero indurre chiunque a voler dimostrare la propria innocenza in tribunale. Il presidente del Consiglio, di fronte ai suoi problemi giudiziari, vuol cambiare le leggi, la giustizia e perfino la Costituzione. Contro questo uso spudorato del potere il movimento per il 12 marzo ci saranno manifestazioni in più città. Titolo della giornata: «A difesa della Costituzione» (http://www.adifesadellacostituzione. it oppure sul sito della giornata stessa c-day). Per difendere quindi l’impalcatura della nostra democrazia e la democrazia stessa. Il corteo principale sarà a Roma: ore 14, da piazza della Repubblica a piazza Esedra.

17MARZO Un tricolore ad ogni finestra
Centinaia le manifestazioni per festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia: mostre, concerti, spettacoli. Dal punto di vista istituzionale il17marzo si terrà la seduta comune del Parlamento con la presenza del capo dello Stato, e a seguire concerto di Riccardo Muti. Il maestro dirigerà il 12 l’opera risorgimentale per eccellenza, il Nabucco di Verdi al teatro dell’Opera di Roma. E per zittire le polemiche innescate dalla Lega, dal presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, parte l’idea della bandiera da esporre. «Sarebbe bello se il 17 marzo partisse dalla Capitale l’idea di esporre il tricolore dalle finestre per dare il segno di unaciviltà che si ritrova attorno a valori comuni ». D’accordo Vannino Chiti, vice presidente del Senato: «Gesto simbolico dirompente». Tra le iniziative culturali, va segnalata una mostra lunga 8 mesi, con un allestimento multimediale che si sviluppa su circa 10mila metri quadri. Sono alcuni dei numeri di «Fare gli italiani, 150anni di storia nazionale », che dal 17 marzo al 20 novembre animerà le “Officine grandi riparazioni” di Torino. Gli italiani ricordano la loro Storia mentre il premier pensa ai suoi processi. Ieri è stato calendarizzato per il 28 marzo il ddl per il processo breve. Che serve solo a lui.

www.unita.it

Tremonti: sulle graduatorie si può discutere Dopo i rilievi del Quirinale sul ‘Milleproroghe’

Il governo è orientato a modificare la parte del ‘Milleproroghe’ che prevede il blocco delle graduatorie dei precari fino al 2012. Lo fa capire il ministro dell’Economia Giulio Tremonti che intervenendo in aula alla Camera, ma senza entrare nel merito, ha spiegato che “la normativa sui precari scuola, assunzione per provincia” è tra le parti del testo su cui, a seguito delle consultazioni di questi giorni, si può aprire una discussione tra le forze politiche. La dichiarazione del ministro Tremonti viene interpretata dalla responsabile scuola della segreteria del Pd, Francesca Puglisi, come un “commissariamento del ministro Gelmini dopo i pasticci collezionati”. Di qui la richiesta “al commissario Tremonti” di “far ripartire la discussione ed il confronto con il rinvio della terza tranche di tagli previsti per la scuola il prossimo anno e la stabilizzazione di 100.000 precari, operazione che avverrebbe – lo rassicuriamo – a costo zero poiché a queste persone, che lavorano su posti vacanti, già viene corrisposto il pagamento delle ferie non godute e la disoccupazione”.

Sulla questione interviene anche il presidente dell’ANIEF Marcello Pacifico che torna sulla vexata quaestio del trasferimento dei docenti inseriti nelle graduatorie a esaurimento: “La Consulta ha ribadito, infatti, di recente – ha detto il sindacalista – il diritto dei docenti al trasferimento a pettine da una provincia all’altra e all’aggiornamento del punteggio che ne costituisce, al momento, l’unica misura del merito ai fini dello scorrimento delle stesse graduatorie e della stipula dei contratti a tempo determinato e indeterminato”.

L’Anief chiede pertanto al Parlamento e al Governo di sopprimere l’intero articolo di legge sulle graduatorie “al fine di ripristinare la normativa vigente (legge 124/99, legge 333/01, legge 143/2004, legge 296/2006) che prevede l’aggiornamento biennale delle stesse secondo il nuovo punteggio che dichiareranno i docenti all’atto dell’emanazione del nuovo decreto ministeriale”.

da ScuolaOggi 24.02.22

"Il rituale storico dell'orrore", di Vittorio Zucconi

Sullo sfondo delle fosse, oltre la spiaggia dei morti che seppelliscono i morti che traboccano dal cimitero di Tripoli dopo giorni di strage, si vede benissimo il Mediterraneo, la stessa acqua nella quale noi nuotiamo e l´Italia vive. Questo non è soltanto “the horror”. L´orrore assoluto che il colonnello Kurtz immaginava nella giungla del sud est asiatico concimata dall´apocalisse indocinese o l´angoscia che ci assale quando rivediamo le esecuzioni in serie compiute dai mitra degli Einsatzgruppen SS in Ucraina, che le immagini dalla spiaggia di Tripoli ci trasmettono. E´ la prossimità umana, reale, fisica ai luoghi dei nostri sentimenti e delle nostre vacanze che rendono l´infamia libica qualcosa che ci appartiene come poche altre atrocità ci sono appartenute.
La spiaggia di Tripoli non è meno o più accettabile dei massacri di massa compiuto nei boschi nebbiosi della Polonia o del Belarus, nelle risaie dei Khmer Rossi in Cambogia, nelle Ande delle stragi di Indio, nei massacri di nativi americani nel West. Ma l´incongruenza fra il luogo e l´azione ci offende con una violenza che si spera ancora sia infondata, nella possibilità che quei filmati e foto non siano veri, perché spiaggia, nella nostra immaginazione, rappresenta vacanza gioia, svago, tenerezza, in un riflesso condizionato. In lontananza, nella panoramica di una videocamera amatoriale, forse un telefonino, si intravvedono cantieri per alberghi e residenze che li stavano innalzando.
La sequenza ordinata delle fosse, scavate da parenti e amici con pignola simmetria, con rispetto della spaziature che fanno pensare al cimitero di Tripoli ormai tracimante e incapace di contenere le troppe vittime della guerra aperta da Gheddafi contro il proprio popoli, ha qualcosa di atrocemente infantile. Come le scritte dei nomi dei morti incise con stecchetti e forse con qualche verso funebre del Corano, effimere come sono questi mucchi di sabbia e queste iscrizioni che il prossimo maremoto porterà via, proprio come i castelli sulla battigia.
Ma il numero, la sfilata infinita è soffocante, eloquente. Questo è il risvolto, il risultato della faccia distorta dalla rabbia che Gheddafi ha esibito martedì sera. Eppure c´erano state illusioni, progetti, addirittura cantieri immaginati e cominciati pensando che un giorno questa spiaggia di miserabili, oggi divenuta un cimitero, potesse diventare un «resort» turistico, un villaggio vacanze.
Ci sono pochissime donne, nella folla di persone che scavano silenziosamente, senza grida di prefiche, senza gesti di disperazione, gente laboriosa come manovali e scarriolanti clandestini in un qualsiasi cantiere italiano e il sonoro è soltanto il rumore del vento nel microfono della videocamera. Si direbbe che anche tutto questo, come le farneticazioni di ogni despota arrivato alla fine, sia già stato visto e certamente è già accaduto, in Bosnia e in Kosovo, in Armenia e in Cecenia, in Cambogia e nella Spagna della Guerra Civile. Ma questa che vediamo ripresa e scavata dai becchini con la paletta era la «quarta sponda» italiana di Italo Balbo, secondo altri folli appena due generazioni or sono, è non soltanto «Mare Nostrum» colonizzato e segnato dalla romanità vera. Terra anche nostra, non estranea come le selve dei Balcani o la foresta monsonica del Vietnam, parte, tragicamente, anche della nostra storia, come l´acqua del Mediterraneo è parte del nostro vissuto e ora dei nostri incubi.
Può darsi che quelle immagini siano state diffuse per accendere lo sdegno del mondo contro il colonnello fuori di senno, anche se la tracimazione di corpi dal cimitero parla chiaro, La propaganda di guerra, perché quella libica è ormai guerra, è stata capace di enormi nefandezze o di menzogne come l´eccidio di Katyn attribuito da Stalin ai nazisti, per nascondere la responsabilità dell´Armata Rossa.
Se non ci fosse la maledetta spiaggia, soltanto grigia e malinconicamente fuori stagione e fuori tempo, come nel finale dei film di Fellini. Quale governo rispettabile oserà mai più farsi fotografare mentre ossequia e bacia il macellaio di Tripoli, ci si chiedeva ieri? Quale turista, per quanto disperato, oserà mai affondare la paletta in quella sabbia?

La Repubblica 24.02.11

Telekom Serbia, chiesti 12 anni per Igor Marini che accusava Fassino e Prodi di aver preso tangenti. Cosa scriverà Il Giornale?

Nel 2003 ci fu una campagna stampa contro i dirigenti di centrosinistra, Bondi e Bonaiuti attaccavano. Fassino accusava: “Il burattinaio è a Palazzo Chigi”. Ora nessuno parla. Il girnale nel 2003 accusava Fassino di aver preos tangenti. oggi viene chiesta la condanna del suo accusatore Igor Marini.
Due pubblici ministeri di Roma hanno chiesto oggi la condanna a 12 anni di carcere per Igor Marini, il consulente finanziario che aveva accusato nel 2003 Romano Prodi, Piero Fassino e Lamberto Dini di avere preso tangenti per l’affare Telekom Serbia sotto gli pseudonimi di “Mortadella”, “Cicogna” e “Ranocchio”.
Lo hanno riferito fonti giudiziarie.
I pm Maria Francesca Loy e Giuseppe De Falco hanno chiesto ai giudici della quinta sezione penale del tribunale di Roma di condannare Marini per associazione a delinquere finalizzata alla ricettazione di documentazione falsa e contraffatta e diversi episodi di calunnia.
Per i magistrati romani i tre politici, accusati di tangenti quando erano al governo, “sono state vittime di una serie di calunnie che hanno avuto un impatto imponente sotto il profilo giudiziario e sotto il profilo della vita del Paese”, come riferito dalle fonti.
Le presunte tangenti sono state anche al centro di una commissione parlamentare che si è risolta con un nulla di fatto.
Oltre a quella di Marini, sono state chieste altre 10 condanne a uomini d’affari accusati a vario titolo di reati associativi e calunnia.
“Non c’è alcun riscontro positivo delle tante dichiarazioni rese da Marini”, hanno proseguito i pm. “Telekom Serbia può considerarsi la madre di tutti i tentativi di denigrazione dell’avversario politico, come purtroppo siamo abituati da tempo”.

Così a distanza di anni dopo tanto fango e tante calunnie Fassino e Prodi dimostrano di aver ragione. Il 30 agosto 2003 il segretario dei DS era stato durissimo: “Igor Marini deve andare davanti ai magistrati a spiegare chi lo ha mandato, chi gli guida le imbeccate e chi gli dice i nomi da fare. Di nomi – osservava rispondendo a Maurizio Costanzo – ne ha detti sei, se ne dice altri cinque possiamo andarci a iscrivere al campionato di calcio. Ma Marini non ha uno straccio di prova: io di soldi non ne ho presi e non ne prendero’ mai”. Fassino accusava Silvio Berlusconi della regia dell’operazione: “Marini è il burattino: noi vogliamo sapere chi sono i burattinai, e i burattinai non hanno nemmeno nomi oscuri. Chi conduce la campagna vergognosa ogni giorno e’ ‘Il Giornale’ di cui e’ proprietario il fratello del presidente del Consiglio. Il burattinaio di Marini è a Palazzo Chigi e dovra’ rispondere anche lui”. Il leader DS avvisava: “l’affare Telekom Serbia e’ solo l’antipasto di quello che potranno fare per vincere le elezioni” Chissà cosa ha da dire l’attuale ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, che sei anni fa ribatteva spavaldamente che “Bisogna essere veramente degli impuniti come l’ on. Fassino per poter dire le cose che ha detto ieri il segretario dei Ds nei confronti del presidente del Consiglio”,l’ opinione pubblica potra’ valutare anche se e’ un bugiardo”.
Il giorno dopo ancora nel ruolo di portavoce di Forza Italia diffondeva anche una nota: “Per questa ignominia la sinistra paghera’ un prezzo salato davanti alla storia e alla coscienza politica degli italiani”. ‘E’ disgustoso – affermava Bondi – che gli stessi uomini politici della sinistra che per oltre dieci anni hanno messo sul banco degli imputati, con accuse poi rivelatesi tutte infondate, una intera classe politica e criminalizzato di volta in volta tutti i leader capaci di ostacolare la presa del potere da parte della sinistra stessa, gridino oggi al complotto. Per questa ignominia – prosegue Bondi – pagheranno un prezzo salato davanti alla storia e alla coscienza politica degli italiani”.
Un altro portavoce, Paolo Bonaiuti dichiarava: “Il presidente del Consiglio ha dato incarico ai suoi legali di perseguire in giudizio Piero Fassino per le sue gravi e calunniose affermazioni”.
Fassino già allora rispondeva: “Non ci lasceremo intimidire, c’è un unico Paese, l’ Italia, in cui chi viene ingiuriato, aggredito e attaccato per mesi poi viene anche querelato. Chiunque puo’ constatare che in questi mesi sono stati gli uomini piu’ vicini al presidente del Consiglio ad attaccarmi. Chiunque puo’ comperare in edicola un quotidiano che si chiama ‘Il Giornale’ che conduce da mesi e mesi una campagna contro gli esponenti del centrosinistra. Sono io che pretendo delle scuse per essere stato vittima di un’ aggressione che va avanti da mesi e mesi”.

Su questo c’è un ANSA abbastanza gustosa:
===TELEKOM SERBIA: BELPIETRO, PORTO FASSINO IN TRIBUNALE
INTERVISTA A LA PADANIA
(ANSA) – ROMA, 2 set – ”Lo denuncio, lo denuncio. Ho gia’
dato mandato a uno dei legali del Giornale, l’avv. Salvatore Lo Giudice”. Cosi’, in una intervista a LA PADANIA, il direttore del Giornale, Maurizio Belpietroannuncia la decisione di querelare Piero Fassino per quanto detto dal segretario dei Ds
sulla vicenda Telekom Serbia. ”Quelle parole le ha dette – continua Belpietro – se parla di burattinaio nelle inchieste del Giornale, cio’ implica che ci sia un burattinaio. E sarei io, visto che sono il direttore. Le ultime riserve che avevo sono svanite ieri leggendo la cosiddetta intervista di Fassino al Corriere della Sera. Si capisce che cosa egli e una certa sinistra intendano per liberta’ di stampa. Chiedono a un politico, Silvio Berlusconi, di far interrompere una inchiesta
giornalistica. Evidentemente questo si puo’ fare solo
intervenendo sul direttore, cioe’ io. Mi pare di una gravita’ inaudita. (…) Le parole di Fassino suonano come un insulto rivolto contro giornalisti che fanno solo il loro mestiere”.(ANSA).
02-SET-03 09:08

Ora Bondi e Bonaiuti si sono ridotti a portasilenzi.
Domani Il Giornale e Libero che risalto daranno alla notizia?
Lo stesso della prima pagina che correda il nostro articolo e delle altre che alleghiamo?
Ne dubitiamo, ma magari Belpietro, Feltri e Sallusti ci stupiranno.

Marco Laudonio

www.partitodemocratico.it

"La paura del progresso", di Gad Lerner

A più di un mese, ormai, dall´inizio della rivoluzione araba che ridisegna i connotati del bacino mediterraneo in cui siamo immersi, finalmente, a denti stretti, il nostro primo ministro ha pronunciato le parole “vento di libertà”.
Né ha osato ancora riconoscere che dopo quasi 42 anni di dittatura – il doppio di Mussolini! – è ben venuto il tempo che si allontani dal potere quel partner sanguinario cui Berlusconi ha da poco baciato la mano assassina in pubblico. Neanche le cifre di una vera e propria ecatombe in Libia lo hanno indotto a chiedere ufficialmente che Gheddafi sia assicurato a una corte di giustizia internazionale.
Come mai persiste una simile, vile titubanza, condivisa in forme più discrete da gran parte della classe dirigente italiana? Quale imbarazzante divario morale con la dichiarazione di un eroe della democrazia, Vaclav Havel, che sempre ieri paragonava il 2011 dei rivolgimenti nel Nord Africa al “suo” 1989, quando i moti popolari provocarono la caduta dei regimi comunisti nell´Europa centro-orientale.
Spiegare un tale contrasto è imbarazzante. Lo stato d´animo impaurito con cui il nostro establishment assiste, come paralizzato, all´impetuoso cammino della storia, certifica infatti un declino italiano vissuto come ineluttabile. Quasi che ci fosse precluso reagire all´impotenza cui noi stessi, e con noi l´Europa, saremmo condannati a rassegnarci.
Eppure dovrebbe soccorrerci una visione dinamica della storia italiana, a centocinquant´anni dalla fondazione dello Stato unitario. Dovremmo pur ricordare come la nostra penisola abbia conosciuto secoli di primato economico e culturale, non a caso, fra il Mille e il Millecinquecento, allorquando l´Italia dell´Umanesimo e del Rinascimento si è fatta forza della sua formazione geografica allungata che la proietta al centro del Mediterraneo. Proprio quella fortunata collocazione, le migliaia di chilometri di coste, viene oggi descritta con vittimismo dai nostri governanti, come una disgrazia da maledire. Come se l´Italia meridionale, vicina all´Africa e al Medio Oriente, fosse un´appendice di cui sopportiamo malvolentieri il peso.
Questa miopia rischia di farci perdere un appuntamento cruciale con la storia. Com´è possibile ignorare che abbiamo vissuto le stagioni italiane più felici di egemonia intellettuale e commerciale grazie al destino intrecciato che le nostre repubbliche marinare prima, e Venezia poi, seppero realizzare con le città cosmopolite del Levante e del Maghreb? Com´è possibile negare che proprio il mancato sviluppo armonico della sponda meridionale del Mediterraneo, con gli squilibri economici e demografici che provoca, ha nuociuto alla nostra crescita come una palla al piede?
Ci siamo illusi, per decenni, che sostenere dei regimi totalitari costituisse la miglior garanzia per fronteggiare la minaccia del terrorismo e il flusso dei migranti, garantendo altresì il rifornimento energetico. A supporto di questa realpolitik oggi rivelatasi fallimentare, abbiamo elaborato teorie razziste di matrice neocoloniale: secondo cui i nostri vicini di casa sarebbero per loro natura inadatti alla democrazia, refrattari al progresso civile. Fino a usare anche per loro il concetto di “democratura”, come se le società arabe si potessero governare solo con un mix fra democrazia (finta) e dittatura (vera).
D´altra parte ricordiamo che fu Giulio Andreotti l´unico statista europeo che esplicitò la sua delusione di fronte alla caduta del Muro di Berlino («amo talmente la Germania da volerne mantenere due, separate»). Berlusconi ha solo esasperato, da istrione affarista qual è, una vocazione al sostegno dei tiranni mediterranei già coltivata trasversalmente dai suoi predecessori. Ignorando il malessere delle società arabe, abbandonando al loro destino gli intellettuali laici e progressisti di quelle regioni, considerandovi ineluttabile il predominio dell´integralismo islamico e l´avversione per l´occidente.
Il fallimento conclamato di questa politica mediterranea fondata sulla partnership con i tiranni – salvo poi elogiare Israele quale unica democrazia della regione – ora cede il passo a un allarmismo recriminatorio. A leggere le dichiarazioni dei nostri ministri, il “vento di libertà” che soffia impetuoso fra il Nordafrica e il Levante non meriterebbe il nostro apprezzamento perché la “piazza araba” resta sempre e comunque una minaccia.
Dopo la caduta di Ben Ali, con l´arrivo a Lampedusa di alcune migliaia di profughi, Roberto Maroni è si è riscoperto buono e ha riconosciuto che si tratta di un´”emergenza umanitaria”, poi enfatizzata addirittura come “esodo biblico”. Salvo polemizzare subito dopo con l´indifferenza di una Unione europea certo non benevola nei confronti dell´Italia, penalizzata oggi dalle ripetute condanne internazionali alla politica dei respingimenti allestita dallo stesso Maroni di comune accordo con Gheddafi. Errori che si pagano a distanza.
Ora che quel trattato italo-libico del 2008 è ridotto a carta straccia si deve certo predisporre una nuova strategia fondata sul concerto europeo. Ma a questo fine non giovano certo le cifre sparate a casaccio: che senso ha preconizzare trecentomila migranti nel prossimo futuro? Peggio ancora è lo scaricabarile sull´accoglienza già cominciato fra le diverse regioni italiane; mentre Bossi promette spavaldamente di dirottare in Germania le non meglio precisate masse di profughi. Finendo solo per dare ragione agli altri Stati dell´Unione che hanno buon gioco a evidenziare, dati alla mano, come oggi l´Italia accolga un numero di richiedenti asilo e di nuovi migranti assai inferiore alle altre grandi nazioni europee.
Le nostre credenziali in materia di accoglienza e di sensibilità umanitaria sono ridotte al minimo. Ciò non facilita il rapporto con Bruxelles nella necessaria gestione comune dell´emergenza.
Molto dell´esito politico dei rivolgimenti in atto dipenderà dal nostro comportamento. Ma siamo stati, noi, dalla parte giusta? Ci siamo prodigati a proteggere i nostri vicini di casa da una repressione feroce? Gli Stati Uniti di Obama si sono rivelati più pronti dell´Europa nel sostenere il cambiamento. E ahimè in Europa proprio l´Italia, cioè la nazione che ha più interesse alla crescita di società aperte nel sud Mediterraneo, si è mostrata la più reticente nel prendere le distanze dai dittatori.
Questo atteggiamento istintivo ha rivelato un deficit culturale che caratterizza la nostra classe dirigente di matrice nordista. Spiace ricorrere ai luoghi comuni, ma certi ministri parlano come antichi “polentoni” impauriti dalle potenzialità del cosmopolitismo mediterraneo, da loro vissuto (per ignoranza) solo come una minaccia. Come se la storia non avesse niente da insegnare a una nazione anziana, la cui età media è di quasi vent´anni più elevata rispetto alle società giovani e vitali che si stanno ribellando. Come se fossimo condannati ad avere paura del progresso fino al punto di non immaginare neppure un futuro democratico comune a tutti i popoli del nostro mare.

La Repubblica 24.02.11

Roma, Alemanno flop. Altro che Stati Generali, la città è ferma

Il Pd smaschera le bugie del sindaco. Si va avanti solo con i progetti delle giunte Rutelli e Veltroni. I parlamentari romani del Partito democratico hanno incontrato i giornalisti nella Sala Stampa della Camera dei Deputati per denunciare l’inadeguatezza del Sindaco di Roma Gianni Alemanno, che ormai rivela ogni giorno di più la sua incapacità di guidare la Capitale d’Italia. Più di un’ora servita per illustrare una ad una le bugie sui progetti presentati da Alemanno durante la due giorni degli Stati Generali della città. Anche il PD di Roma ha organizzato una conferenza stampa, per integrare le tematiche nazionali di Roma capitale con quelle più specifiche dei territori dei Municipi, che tra l’altro non sono stati invitati alla kermesse organizzata da Alemanno al Palazzo dei Congressi all’Eur. Anzi, i Presidenti di Municipio che ieri hanno protestato davanti la sede degli Stati Generali, con dei volantini che denunciavano proprio il fatto di non essere stati coinvolti, sono stati umiliati dalle forze dell’ordine che li hanno voluti identificare uno ad uno.

Ciò che hanno rilevato tutti i parlamentari del Pd è che la kermesse di Alemanno, è risultata “finta, vuota, distaccata dal contingente, lontana dalla realtà di Roma” e per questo “ispira scarsa credibilità di intenti e di risultati”. Questo perchè come ha ben illustrato Roberto Morassut: “sono stati presentati addirittura 220 progetti per Roma e tutto a metà mandato, nessuno quindi non saranno neanche avviati, visti i tempi di realizzazione.

Inoltre Roma risulta da tre anni a questa parte una città che retrocede, più provinciale, e la vita dei romani è più difficile, c’è più povertà anche culturale, più insicurezza.

Lo stesso consenso nei confronti del Sindaco è precipitato paurosamente arrivando al 36% e questo a causa dell’arretratezza economica di Roma e delle qualità delle opere realizzate, o meglio non realizzate. Molti dei 220 progetti – ha spiegato Morassut – sono stati ripresi da quelli avviati dalle amministrazioni precedenti di centro sinistra, ma nel frattempo definanzializzati, quindi sarà impossibile realizzarli”.

Ecco solo alcuni esempi di progetti congelati ed irrealizzabili, vantati alla fantomatica Kermesse capitolina.

• Il progetto del Tridente, presentato come una novità da Alemanno, era invece un progetto di Veltroni del 2006 che doveva compiersi nel 2011. Ed i 10 milioni di euro che erano già stati stanziati dalla Giunta precedente, oggi sono spariti. La pedonalizzazione dell’area, prevista inizialmente non avverrà, visto che da 3 anni sono fermi gli scavi archeologici a piazza Augusto Imperatore.

• Il progetto di Renzio Piano per le aree verdi del Flaminio è stato definanziato

• Il Sottopasso dell’Ara Pacis, per il quale la giunta di centrosinistra aveva già stanziato 20 milioni di euro, non è più realizzabile, per motivi strutturali ed economici.

• Per il lungomare di Ostia, la giunta di Alemanno prevede di snaturare completamente la costa, creando una sorta di Rimini, ma senza servizi di sostegno.

• Le opere pubbliche per migliorare la visibilità della periferia, sono ferme, compresi i sottopassi per Acilia, Torre Vecchia bis, Magliana e il recupero urbano di San Basilio. Per non parlare del Campus de La sapienza che doveva realizzarsi a Pietralata.

Morassut, infine ha criticato anche la “metodologia dell’approccio della giunta di centrodestra che sta tornando ad un sistema fantasma di rapporti diretti abbandonando la via più trasparente delle gare di appalto”.
“Ma la cosa più scandalosa che contraddistingue la attuale amministrazione di Roma –ha detto il deputato Pd – riguarda il Piano Regolatore. Il Comune di Roma ha vinto lo scorso luglio un ricorso, presentato ovviamente dalla giunta precedente su alcune proprietà immobiliari e adesso il comune stesso ha affidato proprio a coloro che avevano perso la battaglia per le proprietà, la revisione delle norme tecniche del progetto. È uno scandalo”.

Il deputato del Pd Luigi Zanda ha voluto porre una osservazioni politica riguardo il governo di Roma. “Ovvero la totale assenza di una etica politica nella Giunta, che si è caratterizzata da ultimo con la manipolazione ad opera del vicesindaco e senatore del Pdl Cutrufo che ha inserito nel Milleproroghe una norma per aumentare gli Assessori al Comune di Roma. Pura immoralità politica, sulla quale è intervenuto anche il capo dello Stato, dichiarando il decreto Milleproroghe incostituzionale”.

Il democratico deputato Marco Causi, ex assessore al Bilancio al Comune di Roma, ha chiesto spiegazione riguardo le voci che girano secondo le quali l’onorario del nuovo Commissario straordinario di Roma si aggiri intorno al milione di euro. “Sarebbe uno scandalo politico –ha detto –vista la necessità di fondi che Roma richiede, ed aspetto di essere smentito”.

Ha parlato di un “crollo di Roma mai visto negli ultimi 15 anni, dal punto di vista del sociale”, Ileana Argentin. “Anziani, poveri, disabili, non si cerca più di integrali nelle famiglie, ma vengono quantificati dal punto vista monetario e trattati come voucher da emettere, anzicchè come persone. In più i fondi alle Cooperative sociali che prima fornivano servizio di assistenza nelle scuole ed associazioni, sono stati tagliati. Alemanno non riceve nessuno che non sia ricco, potente e forte – ha aggiunto la Argentin –mentre un Sindaco, dal punto di vista etico ha il dovere all’accoglienza e all’ascolto dei suoi cittadini. Se non si appoggiasse alla provincia che funzione, sarebbe già completamente crollato”.

Anche il tema della sicurezza, tanto strumentalizzato da Alemanno in campagna elettorale si è rivelato vuoto e senza un progetto reale, come è emerso dagli ultimi accadimenti di cronaca. Nel corso della conferenza stampa, la deputata Marianna Madia, ha notato il parallelo con la politica nazionale del governo e quella di Roma in questo senso. “La sicurezza e la violenza sulle donne sono aumentate ed oggi ci stiamo accorgendo della disonestà della campagna elettorale di Alemanno”.

Michele Meta, deputato Pd della Commissione trasporti, ha parlato delle criticità che riguardano l’aeroporto di Fiumicino, sul quale bisognerebbe investire, come fanno tutti i Paesi europei con gli aeroporti delle loro capitali. “Invece per Fiumicino nessun investimento –ha detto Meta – ed anzi si vogliono far gravare le spese sugli utenti, con l’aumento dei biglietti delle tratte aeree”.

Ma ciò di più grave che è stato denunciato da tutti i deputati Pd, a margine della Conferenza stampa, è stato la totale assenza, durante gli Stati Generali di Roma, di qualsiasi rifermento alla situazione gravissima e difficilissima dei profughi (se ne stimano 300000 solo dalla Libia) che approderanno a Lampedusa. E’ una emergenza economica e sociale che avrà un impatto nell’intera società e soprattutto su Roma, che dovrà accoglierne probabilmente un buon 40%. Eppure ne Alemanno né Berlusconi, presente alla Kermesse, ne hanno parlato e questo a dimostrazione della profonda distanza che divide questi amministratori dai bisogni reali della stessa società che sono chiamati a governare. Amministratori stanchi ed incapaci, ma che non vogliono mollare il potere, ormai superati dalla loro stessa inadeguatezza rispetto al ruolo che ricoprono.

Anto.Pro.

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