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"Cgil verso lo sciopero generale contro l’inerzia del governo", di Felicia Masocco

La Cgil va verso lo sciopero generale. Tempi e modi saranno decisi dalla segreteria di Susanna Camusso che ieri ha ottenuto il mandato dal Direttivo a continuare la mobilitazione che Corso d’Italia ha messo in campo e che, in alternativa, potrebbe concludersi con una manifestazione nazionale, ipotesi che appare tuttavia molto remota. La due giorni di discussione, rigorosamente a porte chiuse come non accadeva da tempo, si è conclusa con un documento che ha ottenuto 83 voti a favore e nessun contrario. La minoranza interna si è infatti astenuta (20 voti) : valutato positivamente il probabile ricorso alla più pesante delle proteste, reclamato con insistenza da mesi, gli esponenti della “Cgil che vogliamo” non sono riusciti però a spuntarla sui tempi, la proposta di proclamare lo sciopero entro aprile è stata infatti respinta. Se ne parlerà più in là, maggio se non giugno, comunque al termine delle iniziative in cantiere che vanno dalle marce per il lavoro (sabato quella di Venezia) allo sciopero del pubblico impiego e della scuola del 25 marzo, alla campagna di informazione nei luoghi di lavoro sui temi della rappresentanza e della democrazia.

IL GOVERNO NON RISPONDE Incalzata fin dalla sua elezione, e prima di lei Guglielmo Epifani, Susanna Camusso non aveva mai escluso lo sciopero generale ma neanche aveva «ceduto» alle pressioni di piazza, soprattutto a quelle della Fiom, sottolineando in ogni occasione che la scelta del “se e quando” sarebbe spettata a tutta la confederazione e quindi al Direttivo. Condizione necessaria, la mancanza di risposte da parte del governo su una serie di proposte che vanno alla tutela dell’occupazione, alla salvaguardia dei diritti, all’adozione di una politica industriale di cui non si vede traccia. Si vede invece all’orizzonte un aumento delle tasse a danno di lavoratori dipendenti e pensionati, e si sono visti strappi su strappi: ultimo, l’accordo separato sul pubblico impiego concordato dal governo con gli altri sindacati in vertici più o meno riservati a Palazzo Chigi e dintorni, mentre la Cgil si è ritrovata davanti al fatto compiuto. Lo sciopero, il primo della Cgil guidata da Camusso, a questo punto si farà, anche se manca la data. Ed è su questo che il dibattito in Corso d’Italia, già franco e senza peli sulla lingua, ha rischiato di trasformarsi in scontro. La minoranza aveva infatti chiesto che la protesta venisse proclamata entro aprile. Va registrata a proposito la dichiarazione del coordinatore dell’area, Gianni Rinaldini che parla di «avanzamento positivo per la dichiarazione dello sciopero», ma spiega che la sua astensione «ha un significato di un voto favorevole se lo sciopero si svolgerà entro aprile. Viceversa assume il significato di un voto contrario». Al momento comunque non lo è, e dopo la pesantissima divisione maturata all’ultimo congresso, il voto di ieri è stata la prima occasione per una convergenza sia pure parziale tra l’una e l’altra anima della Cgil

L’Unità 24.02.11

Libia, il massacro continua. Bersani: “Europa svegliati”

Caro Berlusconi, oltre il baciamano, c’è la dignità dell’Italia. Il PD in piazza a Roma, al Pantheon, “per la Libia, per fermare la violenza e aiutare la democrazia”. Da Lampedusa, Sassoli dichiara: “Qui c’è una vera emergenza e il governo ha dimostrato di non avere un piano per affrontarla”. “L’Unione europea è ancora un passo indietro rispetto ai problemi del Nord Africa. Si deve svegliare e spostare il baricentro verso il Mediterraneo, dove ci sono grandi prospettive ma anche grandi rischi”. Così Pierluigi Bersani, segretario del PD, intervenendo alla manifestazione a Piazza del Pantheon “Per la Libia, per fermare la violenza e aiutare la democrazia” .

“E’ necessario – ha dichiarato il leader del Pd – imprimere una spinta politica vera verso il Mediterraneo” e a tale scopo, ha annunciato che il Pd sta organizzando una conferenza sul Mediterraneo, creando tutti i rapporti necessari. “A questo punto – ha aggiunto Bersani – tocca a noi, perché Berlusconi arriverà sempre più in basso, inchiodato alle sue scelte del passato e al suo rapporto con Gheddafi”.

Secondo il leader democratico “è evidente che la democrazia non si può esportare, ma si può lavorare sul riconoscimento dei diritti umani, della libertà di pensare e di manifestare. Tutti noi dobbiamo dare un contributo positivo da questo punto di vista perché si apre per quei popoli una pagina nella quale la storia sta mettendo la sua impronta. Purtroppo l’Italia è stata sorpresa con il governo Berlusconi nel punto più basso dal dopoguerra ad oggi del suo prestigio, privilegiando relazioni speciali solo con Putin, Gheddafi e Lukashenko, solo per far vedere il nostro premier nei principali telegiornali”.

“La teoria delle famose relazioni speciali con Putin, Gheddafi e Lukashenko ci ha avvinghiato a degli autocrati. L’equilibrio complesso del passato”, quando l’Italia “prendeva per mano l’Europa” sulle questioni mediterranee, “è stato rotto e ci siamo messi a tappetino, subordinati a quelle autocrazie che sono diventate vere e proprie dittatura. Ci siamo lasciati umiliare da quei rapporti”, incalza il segretario del Pd che ricorda: “Come dimenticare, del resto, Berlusconi che bacia la mano e l’anello a Gheddafi?”
Un’immagine che fece il giro del mondo e Bersani ieri ha postato anche sulla sua pagina facebook la foto dell’umiliante atto .

Quindi rivolgendosi idealmente ai popoli dell’area del Mediterraneo, Bersani ha chiarito che “il Pd, che guiderà il prossimo governo del Paese, vi promette di riprendere un cammino comune di pace, democrazia e benessere. Già da ora diciamo all’Ue ‘svegliati’, sposta il baricentro dal Mediterraneo. Da lì vengono grandi prospettive ma anche grandi rischi”.

“Italia ed Unione Europea assumano iniziative rivolte a favorire un esito positivo del conflitto in Libia mettendo fine in primo luogo a questo orrendo spargimento di sangue e impedendo a Gheddafi di portare il suo paese nella guerra civile”. Lo ha detto Walter Veltroni a margine della manifestazione del centro sinistra in piazza del Pantheon. “Mi sembra necessario anche – ha aggiunto l’ex leader del Pd – rafforzare le relazioni con tutte quelle forze che sono scese in piazza per rivendicare la democrazia. E’ evidente che si tratta di paesi molto difficili rispetto all’adozione di regole democratiche sono le intendiamo noi. Sarà però indispensabile da oggi in poi chiedere ai paesi che hanno interscambio con noi di rispettare – ha concluso Veltroni – almeno una soglia minima e irrinunciabile di libertà e di diritti”.

“Attendo con estremo interesse di sapere quello che riferira’ sulla crisi in Libia domani al Senato il ministro Frattini, quello stesso lungimirante esponente politico che un mese fa indicava Gheddafi all’Europa come esempio da seguire”. Lo ha affermato l’europarlamentare del Pd, Debora Serracchiani.

“Voglio essere rassicurata che la politica estera del mio Paese è tornata a essere in sintonia con quella europea – ha precisato Serracchiani – e mi aspetto pure che Frattini ci informi sui fondi sovrani libici, che possiedono pezzi dell’economia italiana e che ora sono nelle mani di Gheddafi ma che domani possono passare sotto il controllo di qualcun altro”.

Esprimendo “profondo sconcerto e gravissima preoccupazione, per le vittime della violenza di Gheddafi e per l’atteggiamento connivente del governo italiano”, Serracchiani ha anche giudicato “disgustoso che, mentre Gheddafi delira in tv e gli aerei bombardano i manifestanti, Bossi riesca a reagire solo minacciando di spedire in Francia e in Germania i profughi che scappano dalla Libia. Bossi, che è un ministro del Governo italiano, sui morti non ha niente da dire?”.

Per Ignazio Marino, senatore PD, “in Libia si sta consumando un genocidio. La repressione è di una violenza raggelante e avra’ un impatto tragico sull’immigrazione verso le rive del nostro Paese: il premier Silvio Berlusconi chiederà prima o poi chiarimenti a Gheddafi oppure teme ancora di disturbarlo eccessivamente?”.

“Quali sono i piani dell’esecutivo per affrontare questa crisi internazionale? – chiede Marino – nei prossimi giorni sulle coste italiane vedremo arrivare la ‘marea’, come l’ha definita in maniera irrispettosa il ministro degli Esteri Franco Frattini: uomini, donne e bambini in fuga. Ci si lamenta dell’Europa ma in sei mesi non e’ stato ancora indicato un nuovo rappresentante per le politiche comunitarie. Abbiamo gli occhi del mondo puntati addosso e i nostri ministri balbettano”.

“Se l’Italia vuole riacquisire un ruolo e una credibilità nei confronti dei paesi e dei popoli della riva Sud, se vuole veramente poter giocare un ruolo positivo nelle fasi successive della crisi libica, deve condannare oggi molto più duramente la violenza di Gheddafi e prendere azioni ulteriori rispetto a quelle indicate da Frattini in Parlamento”. Lo dichiara Sandro Gozi, responsabile politiche comunitarie per il PD.

“Una presa di posizione forte e netta dell’Italia – prosegue Gozi – sarebbe finalmente in coerenza con la decisione dell’Unione europea di sospendere i negoziati con la Libia per un accordo quadro e potrebbe aiutare l’Italia a uscire dal suo isolamento europeo, fondamentale soprattutto per far fronte ai nuovi pericoli di immigrazione. Se le improvvide dichiarazioni giunte da
Bruxelles sul rifiuto di condividere l’onere legato a eventuali nuovi flussi migratori fossero confermate, infatti, sarebbero l’ulteriore prova della scarsa influenza italiana in Europa e di una irresponsabile passività da parte dei nostri partner europei”.

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Martedì 22 febbraio una delegazione di parlamentari del Partito Democratico, guidata da Livia Turco, responsabile Forum immigrazione del PD, David Sassoli capogruppo del Pd al Parlamento europeo e da Giuseppe Lupo, segretario PD Sicilia, si è recata a Lampedusa per verificare la reale situazione che vive l’isola in questi giorni che seguono gli imponenti sbarchi di immigrati legati alle tensioni nell’area nordafricana. La delegazione del PD ha chiesto di incontrare il prefetto Giuseppe Caruso, nominato commissario straordinario dal Ministro Maroni.

“Contrariamente a Berlusconi, che ha dimostrato di saper utilizzare queste situazioni solo in modo strumentale e come passerella, il Partito Democratico intende affrontare in modo serio e ragionato l’attuale emergenza a Lampedusa e verificare quali siano le iniziative da intraprendere affinché una situazione di per sé già molto delicata non degeneri in modo irreversibile
mettendo in difficoltà gli immigrati, i cittadini dell’isola e l’intero Paese”. Lo ha dichiarato Livia Turco

“Qui c’è una vera emergenza e il governo ha dimostrato di non avere un piano per affrontarla”. Lo ha detto David Sassoli, capogruppo del Pd al Parlamento europeo.

“Sono venuto a Lampedusa non per fare polemica – ha aggiunto Sassoli – ma per vedere come stanno le cose. Abbiamo toccato con mano la grande abnegazione delle forze dell’ordine e delle organizzazioni umanitarie ma è chiaro che il governo non ha un piano per affrontare l’emergenza”.

“E’ necessario mettere in sicurezza l’isola anche dal punto di vista sanitario, oltre che ambientale. Bisogna far arrivare subito una nave ospedale con degli elicotteri, per garantire l’assistenza sanitaria agli immigrati senza che questo vada a incidere sul livello delle prestazioni sanitarie fornite agli abitanti dell’isola”.

www.partitodemocratico.it

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I libici muoiono Berlusconi li usa nel Roma-show”, di Francesco Lo Sardo

Comizio-mix: tra Libia e accuse alle istituzioni
Mazzata del Quirinale sul Milleproroghe, altolà della Lega sulle ricette del Cavaliere sulla giustizia, repressione feroce da parte dell’amico personale di Berlusconi Mohammar Gheddafi della rivoluzione popolare libica arrivata a contare diecimila morti, le nostre basi militari in preallerta. Il governo italiano seduto inerte sulla più grave crisi economica della storia delle repubblica, il cui premier ha dato del «saggio» a Mubarak mentre l’Egitto esplodeva e ha taciuto sull’insurrezione tunisina contro Ben Alì, è in coma. Persino l’ineffabile Scilipoti minaccia di votare contro la fiducia. Del resto il suo presidente del consiglio Berlusconi, rinviato a giudizio il 6 aprile per le gravi accuse di prostituzione minorile e concussione, annaspa e chiunque può far la voce grossa.
Eppure non cade, il Cavaliere.
Non solo. Ieri, con notevole sprezzo del pericolo e del ridicolo, Berlusconi ha spedito in parlamento il ministro degli esteri Franco Frattini – «reo confesso complice dell’operazione di dossieraggio di Santa Lucia», come dice il finiano Italo Bocchino – a invocare l’unità nazionale: «Per affrontare la crisi libica è necessaria l’unità del paese, anche al di là delle analisi che qualcuno legittimamente ha fatto…», ha affermato con grave solennità nell’aula di Montecitorio il titolare della Farnesina. E l’opposizione? L’Udc Casini gli ha risposto così: «Maggioranza e opposizione non devono prendere lo spunto per scontrarsi ancora una volta su Berlusconi. Di fronte a una catastrofe chi se ne importa di Berlusconi…».
Chi se ne importa? Affermazione a dir poco azzardata. Primo, perché Berlusconi se ne infischia di venire a rendere conto in parlamento della “sua” politica estera.
Secondo perché nelle stesse ore in cui Frattini apriva a un clima da unità nazionale, dal palco della kermesse di Alemanno al palazzo dei congressi dell’Eur, pomposamente battezzata “Stati generali di Roma capitale”, Silvio Berlusconi si esibiva in un surreale comizio in cui è riuscito a mixare la tragedia di Libia con le battute su Emma Marcegaglia («Una bella tòsa») e, soprattutto, con considerazioni inquietanti sull’equilibrio tra i poteri dello stato.
«Il nostro assetto istituzionale dà al governo soltanto il nome e l’immagine del potere.
Ma chi occupa la presidenza del consiglio non ha alcun potere. Da imprenditore, invece, avevo dei poteri: potevo assumere e licenziare…». Tutta colpa dei padri costituenti che, ha affermato testualmente Berlusconi, «spartirono il potere tra il presidente della repubblica, il parlamento e la corte costituzionale». Il solito Berlusconi, niente di nuovo, non fosse che per la sfrontata volontà del premier – in un contesto di crisi internazionale in cui il ruolo dell’Italia non spicca certo per limpidità di ruolo e di azione – di maramaldeggiare annunciando «riforme istituzionali» da fare senza l’opposizione, perché quelli «sono sordi a ogni collaborazione». Ma ciò che ha reso di pessimo gusto lo show del Cavaliere è stato l’inserimento, nel comizietto per Roma capitale – tra amenità sulle Olimpiadi, l’Italia «al riparo dalla crisi economica », la «mancanza di una vera opposizione socialdemocratica» al suo governo, di una pagina di considerazioni sui fatti di Libia. «Prendiamo atto con grande piacere – ha detto alla variopinta platea capitolina – che il vento della democrazia è soffiato in Libia e nei paesi del nord Africa, ma facciamo attenzione che non ci siano violenze ingiustificate e derive che recepiscano il fondamentalismo islamico». Affermazioni surreali, mentre il numero dei morti della guerra civile libica sale drammaticamente.
Ma la calcolatrice di palazzo Grazioli dev’essersi inceppata. Con conseguenze pesanti sulle dichiarazioni o politicamente (grottescamente) reticenti o umanamente poco lucide da parte del Cavaliere: «Quello che è importante – ha detto ancora il capo del governo – è che non ci siano violenze. Ma dobbiamo stare attenti a quel che accadrà dopo, quando saranno cambiati questi regimi con cui noi trattiamo e che sono per noi importanti per la fornitura di energia». Il contorto affastellamento di frasi tra loro incoerenti e la scelta di rompere l’assordante silenzio di settimane per parlare della rivoluzione del Marghreb in una sede del tutto impropria come la kermesse romana di Alemanno piuttosto che non nel parlamento, testimoniano ancora una volta la gravità della deriva della leadership politica della maggioranza.
Mentre Berlusconi assicurava di essere impegnato a «monitorare» la situazione in Libia e negli altri paesi del nord Africa, Frattini correva su e giù tra camera e senato e Maroni incontrava i colleghi ministri degli interni di Francia, Spagna, Grecia, Cipro e Malta. «A tutto c’è un limite. Noi abbiamo approvato l’accordo italo-libico: ora è il momento di dire che certamente la violenza contro il popolo libico è qualcosa che mai può essere in alcun modo giustificata», ha detto ieri il ministro degli esteri cercando una sponda nell’opposizione.
Parole deboli e tardive. Peraltro parole sue: non di Berlusconi. «Noi sollecitiamo programmi specifici e la suddivisione degli oneri tra tutti i 27 paesi Ue e chiediamo di avere le risorse adeguate», ha riferito Maroni. In serata tutti da Berlusconi per un vertice sulla crisi libica e africana. Il primo vertice che Berlusconi convoca senza gli avvocati Ghedini, Longo e Alfano – con all’ordine del giorno le norme ad personam per salvarlo dai processi Mills, Mediaset e Ruby – da molte settimane.

da Europa Quotidiano 24.02.11

"Pulizia nelle scuole, si deve risparmiare. A rischio l’igiene e 15mila posti di lavoro", di Massimo Franchi

Colpo di mano di Gelmini: il servizio può essere assegnato dai presidi anche a ditte familiari. Per il 2011 prevista la copertura per meno di 12mila addetti su 26mila. Quasi quindicimila addetti a rischio, un intero settore messo a soqquadro da una circolare del ministro Gelmini. Di questi tempi una conferenza stampa convocata insieme da sindacati e imprese è una rarità. Il “merito” è del ministro Mariastella Gelmini e del suo colpo di manosugli appalti delle pulizie nelle scuole. Il 30 dicembre scorso, a soli 9 giorni da un incontro in cui si era deciso tutto il contrario, il Miur ha emesso una circolare in cui decide che dal settembre 2011 le pulizie nelle scuole potranno essere assegnate anche dalle singole scuole, aprendo di fatto alla trattativa direttacon la più piccola delle ditte familiari che normalmente lavorano nei condomini. Con la scusa di risparmiare intanto lo stanziamento del Miur è stato ridotto dai 640 milioni del 2010 ai 264 milioni per quest’anno, «tra l’altro neanche più specificati per questo capitolo di spesa ma utilizzabili anche per altro, come i pagamenti dei professori di religione», denunciano i sindacati. Ciò provocherà una copertura per il 2011, prevista dallo stesso ministero, di soli 11.800 addetti con ben 14.200 esuberi. Il tutto nei confronti di un settore che negli ultimi 15 anni si è strutturato e regolamentato, riuscendo ad espellere le tante forme di illegalità che prosperava nella miriade di piccole aziende che ne facevano parte. Ad oggi in oltre 4 mila istituti scolastici lavorano circa 26 mila addetti divisi in due grandi categorie: una metà provengono dai cosiddetti “appalti storici” passati dagli enti locali e assunti nel tempo dalle imprese vincitrici gare di appalti a dimensione regionale (sono30 in Italia), per l’altra metà quasi esclusivamente al sud si tratta di ex Lavoratori socialmente utili (Lsu) e disagiati progressivamente stabilizzati dalle imprese aderenti a Confcooperative, Legacoop e Confapi.

FRONTE COMUNE E proprio queste associazioni datoriali hanno fatto fronte comune con i sindacati per denunciare il colpo di mano e il rifiuto del confronto da parte della Gelmini. «Il dialogo lo avevamoportato avanti e aveva portato alla proroga dei contratti fino al30 giugno di quest’anno – spiega Massimo Stronati, presidente di Federlavoro e Servizi di Confcooperative -. Invece poi la Gelmini è andata avanti da sola, senza consultarci». «Il ministro – attacca Elisa Camellini della Filcams Cgil – continua a sostenere che l’anno prossimo nelle scuole torneranno i bidelli e invece sta mettendo sulla strada migliaia di famiglie monoreddito che soprattutto al Suds ono costituite da donne che lavorano part-time a 600 euro al mese. Andranno a casa esattamente come altri 20 mila Ata (personale scolastico, ndr), altro che bidelli». «È un’operazione devastante », sottolinea Marco Verzari della Uil. «Esiste già una scuola che ha fatto due contratti co.co.pro. per fare le pulizie, il rischio è che questo sia il futuro per 4 mila scuole», conferma Giovanni Pirulli della Fisascat Cisl. «Avevamo già proposto un contenimento dei costi – conferma Claudia Giuliani, Fise Anip Confindustria – speriamo che il ministro torni sui suoi passi».

L’Unità 24.02.11

"È la matematica il grande motore della civiltà" di Piergiorgio Odifreddi

Il sistema oggi in vigore in Occidente è stato “inventato” in India nel V secolo e poi tramandato dagli arabi agli europei. Risultati geometrici, astronomici e architettonici molto importanti sono stati raggiunti da vari popoli in epoche e luoghi diversi.
Un saggio di Bellos mostra come, dall´abaco alle tabelline, lo sviluppo dell´uomo sia legato al saper contare. Se avesse voluto apporre un´epigrafe al suo libro Il meraviglioso mondo dei numeri (pubblicato da Einaudi Stile Libero), Alex Bellos avrebbe potuto usare la duplice domanda del neurofisiologo Warren McCulloch: «Che cos´è il numero, che l´uomo lo può capire? E che cos´è l´uomo, che può capire il numero?». Perché il suo sterminato ed enciclopedico libro è appunto un tentativo, divertente e riuscito, di rispondere a entrambi gli interrogativi, e di mostrare come le storie del numero e dell´uomo siano in realtà intrecciate in maniera inestricabile, e i progressi e regressi dell´uno siano andati di pari passo coi progressi e regressi dell´altro.
L´espressione “mondo dei numeri” del titolo si riferisce dunque non soltanto al concetto oggettivo di numero da una parte, e alle sue rappresentazioni soggettive nello spazio geografico e nel tempo storico dall´altra, ma anche alle facoltà intellettuali dell´uomo. In particolare, al fatto che la scrittura alfabetica e la notazione numerica hanno sempre fecondamente intessuto, in teoria e in pratica, un rapporto di mutua stimolazione e derivazione.
Non stupisce quindi che il libro di Bellos sia in realtà una storia delle civiltà mascherata, osservata e raccontata dai complementari punti di vista del numero, delle cifre e del calcolo: tre aspetti di un´unica realtà, che costituiscono le versioni aritmetiche del pensiero, della scrittura e del linguaggio. Né stupisce che il libro mostri che, come le idee sono legate alla lingua in cui vengono espresse, e le parole sono legate alla scrittura con cui vengono registrate, così le varie civiltà abbiano affrontato e risolto in maniera diversa i problemi di definire filosoficamente i numeri, rappresentarli semioticamente e manipolarli matematicamente, rispondendo in maniera diversa alla domande su che cosa essi siano, come si possano indicare e come li si possa maneggiare.
Naturalmente, non tutte le civiltà hanno trovato “la soluzione” di questi problemi, che consiste in una ricetta che combina i seguenti quattro ingredienti. Primo, scegliere una base arbitraria ma conveniente: ad esempio, dieci. Secondo, indicare tutti i numeri positivi minori della base con segni differenti: ad esempio, le cifre da 1 a 9. Terzo, rappresentare i numeri maggiori mediante un sistema posizionale, in cui le cifre hanno un valore diverso a seconda di dove si trovano: ad esempio, assegnando allo stesso 1 il valore di uno, dieci o cento, e allo stesso 2 il valore di due o venti, nelle espressioni 1, 12 e 123). E quarto, aggiungere una cifra (ad esempio, 0) per rappresentare allo stesso tempo sia un posto vuoto nella precedente rappresentazione, sia il numero zero corrispondente a una quantità nulla.
Anzi, questa “soluzione” è il lascito culturale all´umanità di un´unica, grande civiltà: quella indiana della dinastia Gupta, che regnò nella valle del Gange e dei suoi affluenti tra il terzo e il sesto secolo della nostra era, ed è ricordata anche nella storia dell´arte per i suoi capolavori, primi fra tutti le pitture e le sculture delle grotte di Ajanta. La più antica registrazione dell´uso del sistema numerico indiano viene dalla Lokavibhaga: un´opera del 458, la cui datazione stabilisce un limite temporale superiore alla nascita del sistema numerico che oggi è universalmente in vigore nel mondo intero, dopo essere stato adottato dagli Arabi, e da essi tramandato agli Europei.
I quali, come ricorda Bellos, non soltanto l´hanno accettato con grandi e secolari resistenze, ma ancor oggi lo usano in maniera impropria. Ad esempio, privilegiando alcune potenze della base dieci come il mille, il milione o il miliardo, e non assegnando alle potenze intermedie nomi propri, bensì nomi composti come diecimila e centomila, o dieci milioni e cento milioni, che trattano quelle potenze come basi aggiuntive al dieci e macchiano la purezza del relativo sistema decimale. Una stonatura che invece gli indiani seppero evitare.
Come racconta Bellos, il massimo numero per il quale gli indiani coniarono un nome fu quello delle gocce di pioggia che potrebbero cadere in diecimila anni sull´insieme dei mondi, valutato dal Buddha in dieci alla centoquaranta e da lui chiamato asankhya: una parola sanscrita che significa letteralmente “innumerabile” o “incalcolabile”. In Occidente soltanto Archimede poté competere con queste imprese: per rimediare alla pochezza della lingua greca, che aveva come massimo nome di numero la miriade, pari a diecimila, nell´Arenario egli inventò un modo sistematico per parlare di grandi numeri e lo applicò al calcolo del numero dei granelli di sabbia che potevano riempire l´universo, da lui valutato in dieci alla sessantatrè.
Ma non solo i Greci non avevano nomi per i grandi numeri: non avevano neppure le cifre, e usavano le lettere al loro posto. Poiché l´alfabeto classico aveva ventiquattro lettere, aggiungendone tre cadute in disuso essi ottennero un sistema di ventisette lettere, che divisero in tre gruppi di nove ciascuno: le prime nove per le unità, le seconde nove per le decine, e le ultime nove per le centinaia. Questo permise divertimenti come la composizione di poemi isopsefi, “a stesso calcolo”, in cui tutti i versi avevano la stessa somma numerica delle lettere. O paranoie come la lettura simbolica di numeri quali l´apocalittico 666, variamente interpretato nei secoli come il nome di Nerone, Diocleziano, Lutero o il Papa.
Ma non facilitò le operazioni aritmetiche, per le quali si dovette ricorrere a vari tipi di abaco: una letterale “tavoletta” che poteva essere di sabbia, di cera o a gettoni, e che permetteva di compiere in maniera analogica le operazioni che il sistema indiano permette invece di fare sulla carta in maniera digitale, manipolando le cifre con l´ausilio delle “tabelline´´. Bellos ci narra che l´abaco fu usato, in qualche forma, da tutti i popoli che non possedettero un adeguato sistema numerico che permettesse di fare i “calcoli”: una parola, questa, che significa letteralmente “pietruzza” (come nel caso dei calcoli al fegato o alla cistifellea), e richiama l´origine primordiale dei numeri.
È in queste molteplici origini che si trovano le tante albe del numero di cui trattano i vari capitoli del libro di Bellos. Il sistema sessagesimale additivo dei Sumeri, ad esempio, di cui rimangono vestigia nel nostro computo dei secondi in un minuto, dei minuti in un´ora e dei gradi in un angolo giro. Il sistema decimale posizionale dei Babilonesi, che introdusse lo zero come posto vuoto. Il sistema vigesimale posizionale dei Maya, che arrivò a considerare lo zero come numero indipendente. E soprattutto il sistema completo di tutti gli ingredienti degli Indiani, che condividono con i Babilonesi, i Cinesi e i Maya l´introduzione del sistema posizionale, con i soli Maya l´invenzione dello zero, ma con nessun altro l´intuizione della necessità di indicare in maniera indipendente tutti i numeri minori della base.
Analogamente all´evoluzione biologica dell´uomo, o all´evoluzione linguistica dell´alfabeto, non bisogna però guardare all´evoluzione numerica del sistema indiano come a una teleologia. Da un lato, infatti, la constatazione che solo una civiltà è arrivata alla “soluzione” mostra che quest´ultima non può essere vista come un´inevitabile necessità, e dev´essere piuttosto considerata come una fortunata contingenza. E, dall´altro lato, i risultati geometrici, astronomici e architettonici raggiunti rispettivamente dai Greci, dai Maya e dai Romani, che possedevano solo sistemi numerici parziali e incompleti, mostrano che il progresso matematico, scientifico e tecnologico può evolversi in direzioni multiple e complementari, di molte delle quali Il meraviglioso mondo dei numeri narra le affascinanti vicende.

La Repubblica 23.01.11

"Lirica: soldi a Milano e Verona per la Lega", di Stefano Miliani

I teatri lirici sono sull’orlo del tracollo. I tagli al Fondo unico dello spettacolo hanno massacrato i loro bilanci. E ora il presidente – sovrintendente dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma Bruno Cagli minaccia le dimissioni contro il Milleproroghe se passa così com’è: «Se le norme per lo spettacolo del Milleproproghe passeranno così come sono, sono pronto a dare le dimissioni. E mi aspetto che altri sovrintendenti e presidenti, che magari versano in condizioni peggiori, facciano altrettanto. Se questa legge venisse approvata così com’è, tra qualche mese dovremmo iniziare anche noi a non pagare gli stipendi». Che c’entra il decreto con l’istituzione concertistica dotata di una delle migliori compagini sinfoniche e coristiche della penisola? C’entra, c’entra parecchio.

L’Arena di Verona

Il maxiemendamento infatti, oltre a distribuire a pioggia a tutti 15 milioni che non risolvono nulla a nessuno, prevede tre milioni ciascuno per la Scala di Milano e l’Arena di Verona. Ovvero per i teatri che rispondevano a certi criteri. Guarda caso, gli unici due sono la Scala e l’Arena. Un paradosso: sono i due teatri che incassano di più. La Scala perché è il più finanziato dallo Stato in quanto primo teatro per qualità e ambizioni e, oltre tutto, è l’unico a vivere e suonare in un bacino dove l’industria c’è davvero e – anche se sempre più a fatica – partecipa. L’Arena guadagna perché la sua stagione estiva fatta di spettacoli di grande richiamo dà grandi incassi. Enti come il Maggio musicale o Santa Cecilia, o il San Carlo nella Napoli in cronico affanno, restano a guardare.

La logica di Milano e Verona c’è. È tutta politica, anzi elettorale. Per fare un favore al sindaco Letizia Moratti e anche a Formigoni, in Lombardia. Per il sindaco leghista Tosi nella città di Romeo e Giulietta, visto che i Comuni sono in testa alla lista dei soci delle Fondazioni lirico-sinfoniche. Non è una congettura. Lo ha candidamente riconosciuto, anzi facendosene vanto, la deputata leghista Paola Goisis al Corriere del Veneto del 18 febbraio invitata a spiegare perché Verona è passata avanti alla più qualificata Fenice di Venezia: “C’era un accordo con la Lombardia per finanziare due fondazioni liriche. Una noi veneti, una loro lombardi. L’accordo lo ha portato avanti la Lega. E chi ha più voti in Veneto? Venezia o Verona”. E la città lagunare, oltre tutto, da anni è guidata dal centro sinistra…

L’Unità 23.01.11

Corpo, potere e sentimento il vocabolario al femminile", di Michela Murgia

Ho avuto la sfortuna di nascere quando il movimento delle donne non era più raggiungibile dalla mia posizione geo-anagrafica, se mai lo era stato. Negli anni ´80 l´eco delle voci femministe che invocavano rispetto e diritti si era già attenuata, mutando in discorsi complessi dentro stanze al di fuori delle quali lo si sarebbe udito in misura via via sempre minore.
La mia generazione intanto cresceva altrove, in un´altra ansa del tempo, attraversando la contraddizione senza riconoscerla. (…)
L´Italia era preda di una crescita economica ubriacante, che imponeva l´equivalenza tra vita e attivismo. Aprirono le palestre, perché il culto dell´efficienza aveva bisogno delle sue chiese. La produttività professionale divenne principio di senso, sfociando in arrivismo. Il benessere smise di essere uno stato dell´anima e divenne una merce acquistabile; la gioventù e la bellezza si scoprirono valori etici e il consumo assurse al rango di scopo finale dell´orgia sociale che fu quel decennio. Quella narrazione di mondo, benché profondamente mortifera, non aveva né poteva avere modelli di rappresentazione per la morte, se non in alcuni filoni di controcultura di nicchia. Il femminismo, se aveva riflettuto di morte, non ce ne aveva lasciato eredità. Restavano solo le collaudatissime traduzioni sociali degli imprinting religiosi del cattolicesimo, per i quali la morte è la conseguenza di una colpa ontologica. Una colpa, a voler essere precisi, tutta della donna.
(…) Per la donna c´era anche un´esplicita condanna a vita, alla vita, quella altrui a costo della propria, in una riproduzione compulsiva senza risparmio né possibilità di scelta. È stato così per secoli, finché le lotte femministe non hanno fatto a pezzi l´icona della donna fattrice. Gli anni 80 tradussero questo risultato civile in una rinuncia alla riproduzione tout court, perché la manutenzione ossessiva di sé sembrava già più che sufficiente.
Il debito ancestrale femminile non si può tuttavia eludere così. Aver stabilito che il dare la vita è una scelta e non un obbligo non cancella la colpa: la donna che non dà la vita resta in ogni caso un´addetta obbligata ai suoi aspetti problematici, quelli che più strettamente confinano con la morte: la malattia, la vecchiaia, la fatica e il dolore. È della natura femminile prendersi cura, dice la vulgata dell´unico paese d´Europa dove la donna è un ammortizzatore sociale; ma è solo un altro modo per ribadire che i difetti della vita sono i confini stessi della nostra colpa ontologica, l´unica che non sarà dimenticata in una civiltà che dell´oblio di sé ha saputo far cultura. Se dunque non vogliamo dare acriticamente la vita, occuparci del suo limite non solo è oblazione dovuta, ma va vissuta con l´aggravante paradosso di «non poter morire» a nostra volta, giacché non ci è permesso consumarci con dignità mostrando il nostro tempo. Non possiamo neanche invecchiare. Per questo di una donna che non nasconde i suoi anni si dice che sia «poco curata», rivelando come la «cura» in un mondo come il nostro non sia altro che la negazione del limite. L´uomo, il maschio, muore e lo sa; lo ha imparato da secoli di narrazioni che lo vogliono laicamente eroe, o religiosamente martire. (…) Ma per la donna la morte non è un luogo vivibile in prima persona, perché è ancora lo spazio della cura di qualcun altro. Nessuno ci ha raccontato che moriremo, ma solo che vedremo morire tutti. Dalla madre del crocifisso all´ultima delle vedove algerine, l´unica morte frequentabile è quella altrui, ai cui piedi piangere dolorose. Dopo aver lottato per non farci obbligare alla vita, la prossima battaglia sarà riprenderci la morte, la nostra.

La Repubblica 23.02.11

"Quell’insopportabile attacco alla Consulta" Arnaldo Sciarelli

Obiettivamente il comportamento del presidente del consiglio pro tempore, al di là di quello osannante dei suoi parlamentari ed incredibilmente giustificatorio dei suoi fan, per simpatia o per interesse, è anti istituzionale. Dalla presunta causa allo stato per i fatti di Arcore, alla riforma della giustizia che sembra brandita come una scimitarra taglia teste per le presunte persecuzioni giudiziarie che secondo il Cavaliere durano da diciassette anni.
Per fortuna Dell’Utri e Previti sono amici suoi. Per quest’ultimo aveva pensato al ministero della giustizia dove venne dirottata una collaboratrice dello studio legale come sottosegretaria.
E non parliamo delle limitazioni per le intercettazioni e per la libertà di televisione, cose incredibili in una democrazia occidentale sempre alla ricerca della verità. E che la Consulta sia di sinistra e debba essere “riformata” perché boccia leggi giustissime è davvero insopportabile: tentare di condurla alle dipendenze del parlamento è far scempio della democrazia. Ed a questo universo grottesco si aggiunge quello delirante leghista, incostituzionale oggi più che mai.
E Bersani, piuttosto confuso nel dire sempre le stesse cose, vorrebbe dialogare con questi energumeni separatisti formali e sostanziali: roba da psicoanalisi.
La leggerezza di Sartori sul Corsera – che afferma evidenze indiscutibili – dovrebbe essere la bussola delle opposizioni. Perché solo un alieno non evoluto può credere alla barzelletta dell’innocenza arcoriana cogestita dal centrocampo Mora, Fede e Minetti, ed alla beneficenza milionaria per giovani donne bisognose. Erogata attraverso un signore domiciliato lavorativamente in un ufficio che gli avvocati della difesa rivendicano come territorio della presidenza del consiglio e/o ufficio politico di Forza Italia.
Perché solo la convergenza delle forze democratiche parlamentari sul bene comune potrà ripulire il paese da queste vicende populiste che ne offendono la storia repubblicana e l’impegno per una Europa spinelliana.
Perché affermare che la telefonata in polizia sia stata fatta nella funzione di presidente del consiglio per evitare frizioni fra l’Italia e l’Egitto – Ruby è marocchina – dopo aver ricevuto una telefonata da una presunta prostituta è offensivo nei confronti del paese.
Per fortuna il capo dello stato enuncia principi incontestabili sotto il profilo giuridico e costituzionale che rendono incompatibili con la realtà le affermazioni oniriche berlusconiane. Il Cavaliere ed il suo governo si preoccupino del dramma mediterraneo e medioorientale che, in termini bellici e di invasione immigratoria, può danneggiare l’Italia. E coinvolgerne una parte anche in termini sostanziali vista l’esistenza di povertà emergenti e di disoccupazione prevalente. E si occupi del secessionismo leghista, volgare in Borghezio, ammantato di tesi economiche in Bossi e Calderoli, nelle vicende del 17 marzo. Insopportabile in quest’ultimo, che definisce insopportabile Benigni – Roberto per favore dà in beneficenza i compensi per restare eccezionale in assoluto.
Nascosto nell’assenza del ministro lavoratore Maroni, che sarebbe caduto nel ridicolo se avesse votato contro la festività dell’unità nazionale come ministro degli interni della repubblica italiana. E l’aver annullato la trasmissione di Lucia Annunziata del 20 febbraio presso Radio Padania è ovviamente una dimostrazione di debolezza: paura dell’eccesso verbale secessionista dei filo-burgundi, anche sotto il profilo glottologico. Forse memori delle batoste subite da Ezio quando, pur federati con Roma, cercarono di espandersi verso il Belgio e dovettero rifugiarsi nell’attuale Savoia per poi fondersi cento anni dopo con i Franchi. La Russa di fronte all’ironico ed educato incalzare di Fazio faceva quasi tenerezza: supernazionalista per esistere politicamente in termini governativi ha bisogno di voti secessionisti e per giustificarsi dice amenità.
Sembra che ci voglia la zingara di una canzone napoletana per indovinare che messa in condizione di illegittimità la Lega il berlusconismo si squaglia da solo. Salvo recuperi degli alleati di un tempo che ne hanno però decretato ufficialmente la sepoltura politica. E se la Lega cambia lo statuto, diventando un normale partito italiano non fuori legge come oggi, perderà i voti dei succitati burgundi secessionisti,e molto probabilmente non guadagnerà new entry. Perché fino ad oggi ha sempre parlato solo di federalismo, senza capirci molto e minacciando la secessione, contenuta permanentemente nel suo statuto, e degli interessi padani tipo quote latte, difesa dall’immigrazione, ronde volontarie di protezione cittadina e nel frattempo occupava, nel rispetto della strategia bossiana, poltrone economiche influenti per la sopravvivenza. La fotografia numerica del berlusconismo, senza alleati, è oggi pari al 30% di quelli che andranno molto probabilmente a votare e quindi pari al 18% degli aventi diritto al voto, visto che il 40% di questi ultimi tende ad astenersi.
Sono anni che non capisco di quale maggioranza il berlusconismo, attraverso le sue pasionarie, post fascisti, piduisti e voltagabbana, vada cianciando. C’è un mercato degli aventi diritto al voto del quale il 40% dice: «fanno vomitare tutti»; il 26% dice: «mi piace Berlusconi » (coalizione intera); il 34% non sopporta Berlusconi (opposizioni complessive). Spetta a noi metterci in condizione di andare al voto o verso un governo istituzionale di transizione che incida democraticamente ed economicamente nel futuro immediato del nostro paese. Quelli che hanno chiesto ai presidenti delle camere, che in maniera ineducata non hanno risposto, attraverso quotidiani nazionali, di occuparsi della presenza illegale leghista nel parlamento e nel governo, l’Api che si vide cancellare dalla presidenza della camera una question time specifica sull’argomento, devono fortemente riproporre i loro atti. E nel contempo denunciare quanto sopra al Tribunale di Roma che non potrà non prendere atto dell’evidente anomalia leghista. E trasferire, se necessario, la problematica alla Consulta. Non farlo è politicamente incomprensibile. E spero in un contributo aggressivo e determinato del Pd. È Inutile battersi per il festeggiamento del 17 marzo, cantare commuovendosi Fratelli d’Italia pensando ai giovani che morirono per essa, inneggiare al Risorgimento ed alla Resistenza, anch’essa valore fondante dell’Unità nazionale attraverso il sangue dei patrioti versato contro il nazifascismo e contemporaneamente finanziare, con soldi pubblici italiani, un partito statutariamente secessionista, il suo giornale e consentirgli in più di governare.
Eliminando questa schifezza – non mi risulta abbia compagnia in occidente od in altri stati di diritto dove l’attività secessionista è penalmente perseguita – saremo in grado di accantonare diciassette anni di volgarità ed illegittimità politica. Intrisa di affari privati, liberalizzazioni fasulle e dannose, privatizzazioni indegne, conflitti di interesse macroscopici e presenza leghista inammissibile.
E chi voleva usare il Tricolore come carta igienica – equivalente e più volgare di bruciare la bandiera – elevato al rango di ministro della repubblica italiana. Tutto ciò ha violato e violentato permanentemente la nostra Carta costituzionale repubblicana. Fra le migliori del mondo, a volte la retorica è necessaria, e regalataci, piaccia o non piaccia alla conservazione palese o strisciante o ai giovani ministri berlusconiani o agli avvocati del premier, come sintesi dei pensieri e degli ardori resistenziali.

da Europa Quotidiano 23.02.11