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Pd: «Governo grave e inadeguato. Percepiti come amici dei dittatori», di Federica Fantozzi

Le cose cambieranno, ha promesso Bersani a libici e tunisini con lui al Pantheon: «Il Pd guiderà il prossimo governo e promette ai popoli d’africa in lotta di riprendere insieme un cammino verso democrazia e benessere». Dal governo un atteggiamento «grave». Dal premier Berlusconi e dal ministro degli Esteri Frattini «un’iniziativa politica di drammatica inadeguatezza di fronte alla sanguinaria risposta di Gheddafi alla richiesta di democrazia da parte del popolo libico». La segreteria del Pd ieri con una nota ha criticato la reazione dell’esecutivo sugli accadimenti in Libia. Mentre scoppia la guerra del gas, Gheddafi paragona i rivoltosi a ratti da sterminare, si contano centinaia di vittime civili, bombardamenti e fucilate, si infiamma il Medio Oriente, l’esecutivo indugia-èladenunciadelPd-perle connivenze politiche e imprenditoriali che legano il Cavaliere al rais libico.
E ieri pomeriggio in piazza del Pantheon il partito di Bersani ha organizzato un sit in per fermare la repressione del Colonnello di Tripoli. Per incoraggiare la “primavera” dei Paesi islamici a noi più vicini. Ha detto il segretario Democratico:
«Per tradizione politica e per collocazione geografica, l’Italia è sempre stata un Paese guida per l’Europa nei rapporti con la sponda sud del Mediterraneo. Avremmo dovuto essere noi a dire all’Europa che cosa fare».
CONNIVENZE COL COLONNELLO
Non è accaduto, secondo Largo del Nazareno per le connivenze politico-affaristiche con Tripoli: «Invece
il governo è rimasto inerte, silente, nel tentativo troppo a lungo prolungato di non disturbare anche in circostanze così sanguinose un leader straniero considerato un amico personale. Noi una volta eravamo il paese che indicava la strada all’Europa per rapportarsi ai paesi dell’ area mediterranea. Questi giorni invece dimostrano che la nostra politica estera ha perso il passo e che rischiamo di essere percepiti come una nazione amica del loro passato, proprio di quel passato che i giovani in lotta sulle piazze vogliono cacciare via».
Di qui la decisione di manifestare nel centro di Roma con parlamentari e militanti. Per «offrire un sostegno alle popolazioni che in questi Paesi desiderano aprire una fase di miglioramento della propria vita civile, economica, politica». Il Pd sottolinea l’importanza che sulla “primavera” dell’Africa del Nord e del Medio Oriente, nonché sulle ripercussioni per l’Italia sia dal punto di vista dei flussi migratori che sull’economia, ci sia un «confronto tra le istituzioni interessate ed il contributo nelle sedi parlamentari».
IN PIAZZA ARCI E CGIL
Al sit in hanno partecipato Bersani, la capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, Rosy Bindi, Piero Fassino, Walter Veltroni, Giovanna Melandri, Valter Verini, Luigi Zanda, Tempestini, Oriano Giovanelli.
Lapo Pistelli ha introdotto gli interventi. C’erano anche esponenti di altri partito, da Ferrro a Nencini. Hanno aderito l’Arci, la comunità libica nella capitale, sindacati e partiti di opposizione tunisini. In piazza bandiere del Pd e della Cgil.
Il senatore Ignazio Marino ha chiesto quale sia la strategia del governo per fermare «un genocidio di violenza raggelante».
Marino ha puntato l’attenzione sui prossimi sbarchi di fuggitivi sulle nostre coste: «Abbiamo gli occhi del mondo addosso e i nostri ministri balbettano. Prima o poi Berlusconi chiederà a Gheddafi o teme di disturbarlo troppo?».
L’UE SI SVEGLI
Anche Bersani ha ricordato il do not disturb del premier al Colonnello, «quella frase ora è su tutti i giornali del mondo, che vergogna per l’Italia». Osservando che nei decenni scorsi i rapporti, non sempre facili, con la Libia e il Medio Oriente erano stati gestiti con «equilibrio», mentre il feeling tra Berlusconi e Gheddafi di cui il comune affidamento a bodyguard di sesso femminile è solo uno degli aspetti più flokloristici ha messo l’Italia in una posizione di sostanziale sudditanza.
Ma Bersani ha sottolineato anche le lacune nella strategia europea: «L’Unione europea è ancora un passo indietro rispetto ai problemi del Nord Africa. Si deve svegliare e spostare il baricentro verso il Mediterraneo, dove ci sono grandi prospettive ma anche grandi rischi. Bisogna imprimere una spinta politica vera verso il Mediterraneo». Fino all’auspicio, stavolta tutto di politica interna: ««Il Pd, che guiderà il prossimo governo del Paese, vi promette di riprendere un cammino comune di pace, democrazia e benessere».

L’Unità 23.02.11

Milleproroghe, stop del Colle "Il decreto viola la Costituzione", di Umberto Rosso

Napolitano censura le modifiche: eluso il mio controllo. Il frequente ricorso alla apposizione del voto di fiducia realizza una ulteriore pesante compressione del ruolo del Parlamento. Bisogna evitare che un testo riguardante essenzialmente il rinvio di alcuni termini si trasformi in una sorta di nuova legge finanziaria dai contenuti più disparati. Quaranta minuti di colloquio sul Colle, con il premier, e il decreto Milleproroghe riprende la via delle Camere. Stoppato. Così com´è, ha spiegato senza tanti convenevoli Napolitano a Berlusconi, io non lo posso firmare. «Viola la Costituzione ed elude il vaglio preventivo che spetta al capo dello Stato sui decreti». Perciò il governo, che sul provvedimento al Senato aveva già incassato la fiducia e a Montecitorio si preparava a fare altrettanto saltando le commissioni, deve ricominciare da capo. Berlusconi, di fronte all´alternativa secca – o lo cambiate o non lo promulgo – fa buon viso a cattivo gioco e si piega al´ultimatum del Colle. Il governo, come si incarica di far sapere un comunicato ufficiale che arriva prima da Palazzo Chigi e poi “confermato” anche dal Quirinale (per evitare equivoci), «conviene sulle osservazioni» del presidente della Repubblica. Napolitano indica perfino una via per sanare la situazione, «una parziale reiterazione del dl originario».
Ma la strada per la maggioranza è in salita, rischia di riaprirsi il vaso di Pandora dei tanti, eterogenei e contrastanti “appetiti” che il Milleproroghe faticosamente teneva insieme grazie proprio al ricorso al voto di fiducia. Dalle quote latte all´aumento del biglietto dei cinema. Dall´aumento del numero degli assessori alla social card. Un guazzabuglio. Una «sorta di nuova finanziaria mascherata, dai contenuti più disparati» l´ha bollata il capo dello Stato nella lettera spedita anche ai due presidenti delle Camere. Fini l´ha letta in aula, e poi ha subito sospeso la seduta impegnata proprio sul Milleproroghe, rinviata ad oggi in attesa delle decisioni del governo dopo lo stop venuto del Colle. «E´ una lettera – chiosa il presidente della Camera – che si commenta da sola». L´opposizione, che aveva presentato centinaia di emendamenti, plaude all´iniziativa di Napolitano. La maggioranza pensa ora ad un maxiemendamento da votare con la fiducia. Il che però potrebbe voler dire non accogliere i rilievi del capo dello Stato, nonostante gli impegni appena presi dal premier.
Proprio il continuo ricorso del governo alla blindatura è infatti nel mirino del capo dello Stato, che denuncia la «pesante compressione del ruolo del Parlamento». Avvertendo che questa è proprio l´ultima volta: «A fronte di casi analoghi, non potrò d´ora in avanti rinunciare ad avvalermi della facoltà di rinvio». Davanti ad un ennesimo decreto-omnibus insomma non scatterà più il cartellino giallo ma quello rosso. Per somma di ammonizioni. Visto che quello di ieri è, quanto meno, il quarto richiamo spedito dal Colle. Si comincia col governo Prodi e si prosegue con Berlusconi, destinatario di tre lettere di rilievi di Napolitano: l´ultima del maggio scorso sugli incentivi fiscali, decreto-panino nel quale il governo infilò (anche allora) le quote latte. La tecnica è sempre la stessa. Il capo dello Stato firma un testo. Ma poi strada facendo, il decreto lievita e gonfia. Una raffica di aggiustamenti in corso d´opera, «norme estranee e incoerenti aggiunte al provvedimento originario» protesta Napolitano. Che alla fine, per la firma, sul tavolo si ritrova un testo stravolto rispetto a quello autorizzato. Una «prassi irrituale», che «contrasta con puntuali norme della Costituzione, delle leggi, dei regolamenti parlamentari».

La Repubblica 23.02.11

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Ma Berlusconi non vuole ritocchi “Il Quirinale lo firmerà così com´è”, di Francesco Bei

Tremonti aveva espresso diversi dubbi sull´opportunità di “appesantire” il ddl. Il governo forzerà la mano a Napolitano. Da quella mezzora di colloquio al Quirinale Silvio Berlusconi ne è uscito infatti convinto che il decreto Milleproroghe, nonostante tutto, possa andare così com´è: «Napolitano – ha riferito il Cavaliere ai suoi – mi ha fatto capire che metterà la sua firma. Il patto è questo: sarà l´ultima volta, ma lo farà. Quindi possiamo andare avanti». Ecco dunque che stamattina, salvo ripensamenti notturni, il governo annuncerà l´intenzione di approvare il decreto contestato nonostante i severi rilievi del Colle.
Una forzatura dunque, che Berlusconi avrebbe anche evitato se non ci fosse stato a spingerlo Giulio Tremonti. «Non voglio rotture con Napolitano – ha infatti confidato il Cavaliere – perché dovremo comunque passare da lui per la riforma della giustizia». E tuttavia il ministro dell´Economia ha valutato che fossero troppo alti i rischi di percorrere la strada alternativa, quella di “spacchettare” le norme contestate e farle viaggiare con un altro decreto. Tremonti è stato chiaro: «Abbiamo compiuto un miracolo, il Milleproroghe c´è costato solo 70-80 milioni di euro. Un altro decreto ci espone al rischio di un assalto alla diligenza, si trasformerebbe in una nuova Finanziaria». L´idea di andare avanti comunque è condivisa anche dalla Lega. «Napolitano – ha spiegato Umberto Bossi – ha detto che questa è l´ultima volta, ma per stavolta ci salviamo ancora».
Certo, la prova di forza non sarà indolore. E non solo per i prevedibili fuochi d´artificio dell´opposizione, che ieri ha offerto collaborazione al centrodestra ma solo a patto che il governo modifichi il decreto. L´ennesimo incidente di percorso conferma infatti il gelo esistente tra il Quirinale e palazzo Chigi. Un problema di cui è consapevole Gianni Letta che ieri, fino a notte fonda, ha provato a trovare una soluzione alternativa. Ma ormai la strada appare tracciata. A spingere per evitare ogni modifica ci si è messo ieri pure Renato Schifani, contrario a far lavorare i senatori anche di sabato per approvare un nuovo decreto a tappe forzate.
E tuttavia il pasticcio del Milleproroghe è il segnale dell´approssimazione e della mancanza di una guida della maggioranza e del governo. Ieri quando la lettera di Napolitano si è abbattuta su Montecitorio, nel Pdl è scoppiato il panico. Nessuno sapeva come muoversi, le indicazioni che arrivavano dall´alto erano contraddittorie. In questo caos si è infilato Gianfranco Fini, durante la conferenza dei capigruppo, innescando un duro botta e risposta con Fabrizio Cicchitto. Dopo aver letto la lettera del capo dello Stato, il presidente della Camera ha provato infatti a dare la sua interpretazione: «Per il rispetto istituzionale che si deve al presidente della Repubblica il dibattito sul decreto si deve interrompere, in attesa delle modifiche del governo». Un´uscita che ha fatto venire il sangue alla testa a Cicchitto: «Non esiste, è una prerogativa del governo decidere se andare avanti o meno. Le faremo sapere qual è la posizione della maggioranza in merito». Un confronto acceso, a cui anche Pier Ferdinando Casini ha voluto offrire il suo contributo. Per una volta coincidente con quello della maggioranza: «In effetti – ha chiosato il leader dell´Udc – il governo può prendere diverse strade, assumendosene la responsabilità. E esponendosi ovviamente al rischio di un rifiuto della firma del capo dello Stato».
In questa confusione, nel governo è iniziato nel frattempo uno scaricabarile su chi fosse il responsabile dell´inserimento di norme così eterogenee nel Milleproroghe. In molti hanno indicato Tremonti, ma gli uomini del ministro dell´Economia ricordano che fu proprio lui il primo a suggerire di fare due diversi decreti per evitare di dar vita a un mostriciattolo. Altri indicano all´opposto lo stesso Gianni Letta, troppo «sensibile» alle più svariate richieste con cui è stato alla fine infarcito il decreto. «La verità – osserva Saverio Romano del Pid – è che quando Berlusconi dice di condividere i rilievi di Napolitano, implicitamente sta dando una scudisciata a tutti quelli che nel governo hanno combinato questo casino. A tutti».

La Repubblica 23.02.11

"Ipocriti e cumenda", di Massimo Gramellini

Da che mondo è mondo coi dittatori ci si indigna in pubblico e si fanno affari in privato. A volte non ci si indigna neppure: si rimane zitti. Un silenzio interrotto solo dal fruscio dei soldi. Mai visto un politico o un imprenditore andare in Cina inalberando cartelli per il rispetto dei diritti civili. Si diventa esportatori della democrazia solo quando conviene, come in Iraq o in Afghanistan. Però esiste un limite che gli statisti cercano di non valicare ed è il rispetto di sé e del Paese che si rappresenta. Quel senso del decoro e delle istituzioni che ti impone di stringere la mano a Gheddafi, ma ti impedisce di baciargliela. Che ti costringe a riceverlo con tutti gli onori, ma non ti obbliga a trasformare la sua visita in una pagliacciata invereconda, con il dittatore a vita che tiene lezioni di democrazia all’università e pianta la sua tenda beduina in un parco storico della Capitale per ricevervi una delegazione di ragazze prese a nolo.

Berlusconi non ha fatto che applicare alle relazioni internazionali le tecniche di adulazione con cui i vecchi cumenda lombardi stordivano il cliente da intortare. Disposti a tutto pur di compiacerlo, considerando la dignità non tanto un accessorio quanto un ostacolo alla conclusione di un affare. Qualche lettore penserà: il cumenda di Stato è solo meno ipocrita degli altri. Verissimo. Ma a me sta venendo il dubbio che l’antica ipocrisia «borghese», contro cui da ragazzo mi scagliai anch’io, fosse preferibile all’attuale sguaiataggine.

La Stampa 23.02.11

"Quando finirà la notte", di Barbara Spinelli

C´è qualcosa, nel successo strappato a Sanremo dalla canzone di Vecchioni, che intrecciandosi con altri episodi recenti ci consente di vedere con una certa chiarezza lo stato d´animo di tanti italiani: qualcosa che rivela una stanchezza diffusa nei confronti del regime che Berlusconi ha instaurato 17 anni fa, quando pretese di rappresentare la parte ottimista, fiduciosa del Paese.
Una stanchezza che somiglia a un disgusto, una saturazione. Se immaginiamo i documentari futuri che riprodurranno l´oggi che viviamo, vedremo tutti questi episodi come inanellati in una collana: le manifestazioni che hanno difeso la dignità delle donne; la potenza che emana dalle recite di Benigni; il televoto che s´è riversato su una canzone non anodina, come non anodine erano le canzoni di Biermann nella Germania Est o di Lounes Matoub ucciso nel ´98 in Algeria. Può darsi che nei Palazzi politici tutto sia fermo, che il tema dell´etica pubblica non smuova né loro né la Chiesa. Ma fra i cittadini lo scuotimento sfocia in quest´ansia, esasperata, di mutamento.
A quest´Italia piace Benigni quando narra Fratelli d´Italia. Piace Vecchioni quando canta la «memoria gettata al vento da questi signori del dolore», e «tutti i ragazzi e le ragazze che difendono un libro, un libro vero, così belli a gridare nelle piazze perché stanno uccidendo il pensiero». Quando conclude: «Questa maledetta notte dovrà pur finire». Poiché si estende, il senso di abitare una notte: d´inganni, cattiveria, sfruttamento sessuale di minorenni. C´è voglia che inizi un risveglio. Che la politica e anche la Chiesa, cruciale nella nostra storia, vedano la realtà dei fatti dietro quella pubblicitaria.
Massimo Bucchi aveva anticipato, in una vignetta del 19 gennaio 2010, questa rivolta contro il falso futuro promesso dai signori del dolore: «Ha da passà ‘o futuro!». Erano i giorni in cui il governo non s´occupava che di legittimo impedimento, di lodo Alfano costituzionale, di processo breve. Immobile, il tempo ci restituisce senza fine l´identico. Quel 19 gennaio, il Senato si riunì per commemorare Craxi. Colpito poco prima a Milano dalla famosa statuetta, Berlusconi annunciava «l´anno dell´amore».
Forse ricorderemo gli anni presenti per questa collana di eventi, che pian piano travolse giochi parlamentari, patti con un potere imperioso e tassativo con gli altri, mai con se stesso. Ricorderemo questa domanda di politica vera. Ricorderemo, infine, i tanti che non hanno visto montare la marea della nausea, che hanno consentito al peggio per noia, o rassegnazione, o calcolo di lobby. Cerchiamo di non dimenticarlo: ben 315 parlamentari hanno votato un testo, il 4 febbraio, in cui si sostiene che Berlusconi liberò Ruby perché, ritenendola nipote di Mubarak, voleva «evitare un incidente diplomatico».
Ma soprattutto, colpirà nei documentari futuri l´inerte ignavia dei vertici della Chiesa, l´orecchio aperto solo ai potenti, il rifiuto – così poco cristiano – di dire male del male solo perché da questo male sgorgano favori; perché i governanti concedono alla Chiesa il monopolio sui cosiddetti valori non negoziali (il dominio sulla vita e la morte, essenzialmente) purché siano lasciati in pace quando violano la Costituzione, fanno leggi per sottrarsi alla giustizia, mostrano di non sapere neppur lontanamente cosa sia la decenza pubblica. La canzone di Vecchioni, la recita di Benigni, sono punti di luce in una chiusa camera oscura; sono una forza che sta di fronte alla formidabile forza del regime. Una forza cocciuta, insistente, cui l´opposizione è estranea e ancor più la Chiesa.
L´insurrezione interiore avviene anche dentro il mondo cattolico: si parla di un 30 per cento di refrattari, tra frequentatori della messa e presbiteri. Basta scorrere le innumerevoli lettere che parroci e preti scrivono contro i dirigenti in Vaticano, per rendersene conto. Sono lettere d´ira, contro la loro acquiescenza. Micromega dà ai dissidenti il nome di altra Chiesa e sul proprio sito li rende visibili. Le pagine dei lettori sulla rivista di attualità pastorale Settimana sono fitte di denunce del berlusconismo.
Quest´altra chiesa non ne può più dei compromessi ecclesiastici con una destra che nulla ha ereditato dalla destra storica che fece l´unità d´Italia. Ha riscoperto anch´essa il Risorgimento, la Costituzione del ´48. Condivide il dover-essere dei cattolici che Alberto Melloni riassume così: «Una dedizione alla grande disciplina spirituale, un primato vissuto del silenzio orante, un abito di umiltà, un´adesione alla democrazia costituzionale come ascesi politica» (Corriere della Sera 19-12-10, il corsivo è mio).
Tra i criticati il cardinale Bagnasco, che critica il Premier ma per non sbilanciarsi vitupera non meno impetuosamente i magistrati. O che denuncia un disastro antropologico contro il quale però non pronuncia anatemi, preferendo alla chiarezza il torbido di alleanze tra Pdl e Casini che mettano fuori gioco Fini e le sinistre, troppo laici. Contro questo insorgono tanti preti: «Vedete quanto è pericoloso tacere?», chiedono citando Agostino. L´empio pecca, ma è la sentinella che ha mancato: «Chi ha trascurato di ammonirlo sarà giustamente condannato».
Nei paesi nordafricani vigeva simile spartizione di compiti: ai despoti il dominio politico, alle moschee la libertà di modellare l´intimo delle coscienze. L´accordo di scambio sta saltando ovunque, tanto che si parla di fallimento colossale di quella che gli Occidentali chiamavano stabilità. È in nome della stabilità che Berlusconi ha chiamato Mubarak un saggio, e ha detto non voler «disturbare» Gheddafi poco prima che questi bombardasse i libici facendo centinaia di morti. È la stabilità il valore che anima tanti responsabili in Vaticano, perché essa garantisce prebende varie, sconti fiscali per le case-albergo dei religiosi, finanziamenti per scuole.
In cambio si elargiscono indulgenze. Berlusconi dice parole blasfeme, e mons. Fisichella invita a «contestualizzare» la bestemmia. Il Premier è accusato di concussione e prostituzione minorile, e la Chiesa giudica «abnorme» la sua condotta come quella dei magistrati. Afferma Nogaro, vescovo emerito di Caserta: «Noi rimaniamo nello sgomento più doloroso vedendo i gesti farisaici delle autorità civili e religiose, che riescono ad approdare a tutti i giochi del male, dichiarando di usare una pratica delle virtù più moderna e liberatoria.» (Micromega 1/11).
Altri presbiteri ammoniscono contro leggi liberticide sul testamento biologico. Don Mario Piantelli, parroco di San Michele Arcangelo, si associa «alle richieste che da molte parti d´Italia sono indirizzate ai vertici ecclesiastici di alzare forte la voce e di compiere azioni profetiche nei confronti del governo Berlusconi. È necessario un supplemento di libertà evangelica per sganciarsi decisamente da un sistema di governo che, attraverso benefici e privilegi, sembra avvantaggiare il “mondo ecclesiastico”, e in realtà aliena e impoverisce i credenti».
La Chiesa ebbe comportamenti non diversi nel fascismo. Sta macchiandosi di colpe simili, e nessuno sguardo profetico l´aiuta a vedere gli umori d´un paese che cambia, che magari non vota opposizione ma è stufo di quel che succede. Che comincia a guardare se stesso, oltre che l´avversario. Il cartello più nuovo, nella manifestazione delle donne, diceva: «Bastava non votarlo». Bastava la virtù dei primordi cristiani: la parresia, il parlar chiaro.
Nel filmato futuro che dirà il nostro oggi saranno convocati gli storici. Potranno imitare Benedetto Croce, quando nei Diari, il 2-12-´43, si mise nei panni di Mussolini e scrisse: «Chiamato a rispondere del danno e dell´onta in cui ha gettato l´Italia, con le sue parole e la sua azione e con tutte le sue arti di sopraffazione e di corruzione, potrebbe rispondere agli italiani come quello sciagurato capopopolo di Firenze(…) rispose ai suoi compagni di esilio che gli rinfacciavano di averli condotti al disastro di Montaperti: “E voi, perché mi avete creduto?”».

La Repubblica 23.02.11

Appello al Presidente della Repubblica sul concorso dirigenti scolastici

Con il prossimo anno più di 5.600, oltre metà delle istituzioni scolastiche statali su 10.057 non avranno un dirigente.
Signor Presidente, ci rivolgiamo a Lei per un appello che riguarda il buon funzionamento della scuola italiana, per il quale siamo fortemente preoccupati, come rappresentanti di tutte le componenti delle comunità scolastiche. Da anni non viene pubblicato il previsto bando di concorso per dirigenti scolastici delle scuole statali, tanto atteso e da molti promesso.
Ci risulta che sia gli Uffici del Ministero dell’Istruzione che quelli della Ragioneria di Stato e della Funzione Pubblica hanno messo in essere, presso gli Uffici della Presidenza, tutti gli atti necessari per l’emanazione del bando, ma anche quest’anno del concorso sembra essersene perduta traccia.
La situazione è già grave oggi e si aggraverà sempre di più: quest’anno 1471 istituzioni scolastiche autonome (su 10.057) hanno dei presidi reggenti, che debbono condividere la funzione di dirigenza con altrettante scuole. Oltre tremila scuole hanno quindi un dirigente a mezzo tempo !
Con il prossimo anno più di 5.600, oltre metà delle istituzioni scolastiche statali, verseranno in queste condizioni e, se passerà altro tempo, nel successivo anno scolastico la situazione si aggraverà, con il carattere di un’autentica emergenza. D’altra parte i tempi normali per l’espletamento di un simile concorso pubblico sono di solito due anni !
L’assenza da oltre quattro anni di questo concorso, previsto dalle leggi vigenti per nuovi dirigenti scolastici, è un grave danno innanzitutto alle scuole che in questo modo non hanno una stabilità di direzione, elemento vitale per la scuola come comunità di relazioni con i docenti, gli studenti, le famiglie, il territorio e le realtà associate. Ma l’assenza è anche segno tangibile di una grave trascuratezza verso per le istituzioni scolastiche autonome, verso le professioni dirigente e docente, oltre che per l’efficacia dell’intero Servizio Pubblico per l’Istruzione.
Ci rivolgiamo quindi a Lei, Signor Presidente, affinché faccia tutto quanto è nelle Sue possibilità istituzionali per far emanare con la massima urgenza il bando, in modo da poter garantire a tutte le comunità scolastiche la normalità di funzionamento, indispensabile all’istruzione e la formazione dei nostri alunni.
Nella convinta speranza di un Suo risolutivo intervento, accolga i nostri migliori auguri per l’alto compito da Lei esercitato..

I presidenti delle Associazioni professionali dei dirigenti scolastici e dei docenti e delle Associazioni dei Genitori

ADI – Associazione Docenti Italiani – Alessandra Cenerini
AGE – Associazione Italiana Genitori – Davide Guarneri
AGESC – Associazione Genitori Scuole Cattoliche – Maria Grazia Colombo
AIMC – Associazione Italiana Maestri Cattolici – Giuseppe Desideri
ANDIS – Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici – Gregorio Iannaccone
APEF – Associazione per Educatori e Formatori – Paola Tonna
CGD – Coordinamento Genitori Democratici – Angela Nava
CIDI – Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti – Sofia Toselli
DIESSE – Didattica e Innovazione Scolastica – Fabrizio Foschi
DiSAL – Dirigenti Scuole Autonome e Libere – Roberto Pellegatta
Lega Ambiente – Vittorio Cogliati Dezza
MCE – Movimento di Cooperazione Educativa – Maria Cristina Martin
UCIIM – Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi – Giovanni Villarossa

da ScuolaOggi 23.02.11

"Welfare, l'inganno della carità", di Tito Boeri

L’Italia è il paese dell’Unione europea che spende meno per politiche di contrasto alla povertà: lo 0,1% del reddito nazionale contro circa 13 volte tanto negli altri paesi, compresi i nuovi entrati dell’Est europeo. Non certo perché in Italia ci sono pochi poveri. Erano nel 2007 più di 3 milioni le persone che vivevano in condizioni di povertà assoluta, non potendosi permettere con il proprio reddito un livello di vita “minimamente accettabile”.Vale a dire livelli nutrizionali adeguati, un´abitazione con un minimo di acqua calda e riscaldamento e abiti decenti. Un terzo di queste persone, si tratta soprattutto di chi ha perso il lavoro e non ha accesso a cassa integrazione, indennità di mobilità e agli altri ammortizzatori groviera, ha redditi medi inferiori ai 4.000 euro all´anno. La situazione non può che essere peggiorata durante la crisi, dato che il reddito medio pro capite degli italiani è calato del 5 per cento e più famiglie sono presumibilmente scese sotto la soglia di povertà.
Se decidessimo di aiutare queste persone, portando il loro reddito al di sopra della soglia di privazione, raggiungeremmo la quota di spesa per assistenza degli altri paesi dell´Unione europea che hanno da tempo introdotto programmi in grado di assicurare un reddito minimo a tutti i cittadini. Ma continuiamo a non volerlo fare. I governi si succedono e, in genere, fanno finta di nulla. Qualche volta, per salvare le apparenze, scrivono “libri bianchi” che annunciano immancabilmente “un programma straordinario contro la povertà”. Quando proprio non possono farne a meno, introducono delle misure “sperimentali”, circoscritte ad una fascia limitata di popolazione, e transitorie.
Durante la Grande Recessione del 2008-9 non si poteva far finta di niente. È stata così introdotta una carta acquisti che escludeva a priori persone senza dimora, indigenti con figli più di 3 anni o con meno di 65 anni e destinata ai soli cittadini italiani. Il risultato è che si è speso ancora meno di quanto previsto, raggiungendo una platea di beneficiari inferiore a un terzo di quanto inizialmente preventivato. Sarebbe bastato abolire i criteri anagrafici permettendo anche a chi ha meno di 65 anni ed è povero di fruire della carta per allargare la platea di beneficiari, rendendo questa misura di un qualche significato nel contribuire a ridurre, pur marginalmente, la povertà. Invece, il governo ha deciso di seguire una strada tortuosa, preludio di sprechi e nuove iniquità. L´articolo 2 del Milleproroghe arrivato ieri in Aula alla Camera e giustamente bloccato dal Capo dello Stato perché contiene tutt´altro che semplici proroghe di norme vigenti, prevede che nei soli Comuni con più di 250.000 abitanti venga “avviata una sperimentazione in favore degli enti caritativi” della durata di 12 mesi. La relazione tecnica allegata al provvedimento precisa meglio cosa si intende fare: “La norma identifica come beneficiario non già il destinatario ultimo della carta, ma l´associazione che si impegna a distribuirla”. In altre parole, lo Stato assegnerà la carta acquisti a imprecisati “enti caritativi” e saranno questi ultimi a dover decidere a chi dare la social card e a chi no, sottraendo questo compito ai servizi assistenza dei Comuni.
È una scelta che suscita alcuni inquietanti interrogativi.
Primo, chi deciderà quali enti caritativi sono degni di ricevere e distribuire le carte acquisti e quali no? Nel vuoto delle nostre politiche di assistenza, mortificate ulteriormente dai tagli ai bilanci dei Comuni come documentato ieri su queste colonne, spesso sono gli enti religiosi o associazioni culturalmente se non politicamente caratterizzate ad assistere i più poveri. Finché gestiscono risorse proprie che, in principio, dovrebbero integrare le prestazioni pubbliche, non c´è nulla di male. Ma perché obbligare un immigrato di religione musulmana a doversi rivolgere a un ente caritatevole cattolico per ricevere l´assistenza cui ha diritto secondo una legge dello Stato? Perché vincolare una persona culturalmente o ideologicamente poco affine a un partito politico a dover dipendere dai trasferimenti di una organizzazione collaterale di quel partito? In altre parole, si tratta di assistenza sociale o di promozione di un partito politico o di una religione?
Secondo, sulla base di quali criteri questi non meglio definiti “enti caritatevoli” procederanno alla distribuzione delle social card? I servizi assistenza dei Comuni dispongono sulla carta di informazioni molto più accurate per valutare la presenza di condizioni di bisogno, a partire dalle dichiarazioni Isee e possono incrociare queste informazioni con quelle provenienti da altre banche dati amministrative. Sono lastricate le vie delle metropoli lombarde di enti assistenziali che favoriscono famiglie che non sono certo in condizioni di bisogno … Basti pensare alle pie assegnazioni di dimore a canoni stracciati nel pieno centro di Milano anche in epoca molto recente. Colpisce in queste assegnazioni non solo l´entità degli sconti praticati sui canoni di mercato praticati, ma anche l´enorme difformità di trattamenti nello stesso anno e stabile, come se i locatori del Pio Albergo Trivulzio avessero libertà totale nel decidere chi favorire e quanto regalare a famiglie tutt´altro che bisognose. È noto, inoltre, che molte scuole private concedono borse di studio e buoni pasto con criteri molto meno restrittivi delle scuole pubbliche. Insomma, attribuendo la scelta dei beneficiari al terzo settore il rischio che i soldi non vadano ai poveri è più forte che lasciando alle amministrazioni pubbliche questa funzione.
Terzo, chi coprirà i costi legati all´individuazione delle famiglie bisognose da parte degli “enti caritatevoli”? Sulla carta non sono previsti stanziamenti aggiuntivi per la gestione della “sperimentazione”. La relazione tecnica stima in circa 100.000 le nuove carte da erogare. Essendo queste del valore di 40 euro al mese cadauna, la loro assegnazione comporterebbe una spesa di 48 milioni di euro a fronte dei 50 disponibili. Bene chiarire subito comunque che ogni euro risparmiato non potrà essere destinato agli “enti caritatevoli”. Auspicabile anche che non si trovino altre forme di compensazione meno trasparenti per gli enti erogatori. Anche di queste partite di giro sono costellate le vie della transazioni fra le amministrazioni pubbliche e molte associazioni del terzo settore.
Quarto, dov´è la “sperimentazione”? Nel Milleproroghe non si fa alcun riferimento ad una valutazione di questo “esperimento”. Non è contemplata, ad esempio, la raccolta di dati nelle città coinvolte dal provvedimento e in città in cui non cambia nulla rispetto alla normativa vigente. Dal raffronto si potrebbe capire se il coinvolgimento del terzo settore ha portato a migliorare la capacità della carta acquisti di raggiungere i più poveri. Fin quando non si faranno in Italia valutazioni delle politiche pubbliche, meglio limitarsi a dire le cose come stanno. Sperimentazione è solo un termine nobile per dire che non ci sono soldi per tutti. E nasconde un´altra verità: i soldi non ci sono semplicemente perché non si è voluto trovarli.

La Repubblica 23.02.11

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Aiutare i più poveri con la social card? «Una buona idea ma non c’è un euro», di G.V.

Buona l’idea, ma non ci sono i soldi. Così il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, liquida la proposta delle Acli di estendere la social card a tutte le famiglie che vivono in condizione di «povertà assoluta», che secondo l’Istat sono 1,3 milioni. Nel giorno dell’approdo alla Camera del decreto Milleproroghe, il maxiprovvedimento che contiene anche il ripristino della carta acquisti come già la conosciamo (per le famiglie povere con over 65 o bimbi sotto i tre anni), le Associazioni cristiane dei lavoratori presentano un piano triennale in soccorso dei meno abbienti. In sintesi, una nuova social card: si tratta di un mix di aiuti economici e di servizi da estendere, entro il 2013, agli oltre tre milioni di italiani e agli stranieri residenti in Italia in stato di semi indigenza. Il piano prevede che la carta, inventata nel 2008 da Tremonti per far fare la spesa agli anziani in difficoltà, passi dagli attuali 40 euro mensili a una media di129euro; che la possibilità di farne uso vari a seconda del costo della vita della città di residenza e che i Comuni elaborino un «Pia», progetto d’inserimento individualizzato, che oltre ai servizi alla persona includa un percorso di inserimento lavorativo. Il tutto per oltre due miliardi di euro: «Una goccia nel mare rispetto alla spesa pubblica per il Welfare – sostiene l’Associazione presieduta da Andrea Olivero. Quella delle Acli è una proposta valida, ma l’introduzione di diritti soggettivi è «un lusso che di questi tempi è difficile permetterci», replica Sacconi. Il governo al massimo riuscirà a finanziare la vecchia social card. Una soluzione che «ancora una volta non risolverà alcun problema – attacca Carla Cantone, segretario generale dello Spi-Cgil – al contrario continuerà ad umiliare i pochi beneficiari, costretti a percepire come un favore ciò che invece è un loro diritto: un reddito per vivere in dignità e un’assistenza sanitaria degna di un paese civile». Secondo la sindacalista, «il “governo del fare” finge di non vedere l’ulteriore aumento della povertà, la mancata tutela dei redditi da pensione» e, inoltre, «cancella il Fondo nazionale per la “non autosufficienza” ». Dai calcoli dello Spi, oltre il 65% dei pensionati vive con meno di 750 euro al mese. A questi, «l’unica risposta che il governo sa dare è un po’ di carità».

L’Unità 23.02.11

Milleproroghe, alt da Napolitano. PD: "Governo incompetente"

Il Capo dello Stato scrive a Berlusconi: è quasi una Finanziaria, d’ora in poi rinvio su casi analoghi. Bindi e Finocchiaro: l’avevamo previsto. Napolitano boccia il milleproroghe. Lo fa con una lettera indirizzata a Silvio Berlusconi, Renato Schifani e Gianfranco Fini in cui spiega che il testo approvato in Senato contiene elementi di incostituzionalità data l’ampiezza e l’eterogeneità delle modifiche introdotte nel Milleproroghe all’esame dell’aula della Camera, un carrozzone su cui sono state imbarcate riforme fiscali e nuove tasse, dal cinema alle calamità.
Lo ha reso noto oggi un comunicato del Quirinale: Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha oggi inviato una lettera ai Presidenti delle Camere e al Presidente del Consiglio, nella quale ha richiamato l’attenzione sull’ampiezza e sulla eterogeneità delle modifiche fin qui apportate nel corso del procedimento di conversione al testo originario del decreto-legge cosiddetto “milleproroghe”.
«Ho ritenuto di dovervi sottoporre queste considerazioni – ha scritto il Capo dello Stato – perchè a mio avviso non mancherebbero spazi attraverso una leale collaborazione tra governo e Parlamento da un lato e fra maggioranza e opposizione dall’altro, per evitare che un decreto legge concernente essenzialmente la proroga di alcuni termini si trasformi sostanzialmente in una sorta di nuova legge finanziaria dai contenuti più disparati».
Il Capo dello Stato si è riservato «qualora non sia possibile procedere alla modifica del testo del disegno di legge approvato dal Senato, di suggerire l’opportunità di adottare successivamente possibili norme interpretative e correttive, qualora io ritenga, in ultima istanza, di procedere alla promulgazione della legge». E ha lanciato un avvertimento. «Devo infine avvertire – ha precisato Napolitano- che, a fronte di casi analoghi, non potrò d’ora in avanti rinunciare ad avvalermi della facoltà di rinvio, anche alla luce dei rimedi che l’ordinamento prevede nell’eventualità della decadenza di un decreto legge».

Una prassi irrituale quella di introdurre con decreto legge disposizioni non attinenti.
Napolitano «nel ricordare i rilievi ripetutamente espressi fin dall’inizio del settennato, ha messo in evidenza che la prassi irrituale con cui si introducono nei decreti-legge disposizioni non strettamente attinenti al loro oggetto si pone in contrasto con puntuali norme della Costituzione, delle leggi e dei regolamenti parlamentari, eludendo il vaglio preventivo spettante al Capo dello Stato in sede di emanazione dei decreti-legge».

I commenti del PD.
Rosy Bindi, Vicepresidente della Camera dei deputati e Presidente dell’Assemblea nazionale del Pd parla di “un Governo pasticcione, una maggioranza arrogante e miope al rispetto della Costituzione e delle regolari procedure legislative e parlamentari. E’ un ennesima dimostrazione di incompetenza. Berlusconi prenda atto del suo fallimento, prima se ne va meglio è per tutti.”
“Si è fermato uno scempio, che la maggioranza voleva approvare con l’arroganza e il disprezzo della legge che la caratterizzano. L’intervento, come sempre tempestivo del capo dello Stato, richiama il governo a un corretto uso dei decreti legge. Ma chiedere correttezza a questo esecutivo é come voler far girare il sole intorno alla luna” dice Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati PD.
Ironia della sorte ora il presidente del Consiglio si dice d’accordo con i rilievi del Quirinale sul decreto milleproroghe: “Ma perché il suo governo non si è fermato prima? – chiede Anna Finocchiaro, Presidente del gruppo del Pd al Senato – la scelta di apporre l’ennesima fiducia dopo che le commissioni competenti avevano già lavorato,come i contenuti stessi di un provvedimento diventato una vera e propria finanziaria-pasticcio, lasciavano presagire che Napolitiano avanzasse dei rilievi sul decreto ‘milleproroghe’. Ora auspichiamo che L’Esecutivo si ferma e rifletta, dal momento che il testo è ancora alla Camera e dunque può essere modificato.
Nel corso dell’esame del milleproroghe al Senato – spiega Anna Finocchiaro – il Pd ha denunciato sia la sua dubbia costituzionalità che la gravità del suo iter di approvazione. In particolare, nella nostra pregiudiziale di costituzionalità, abbiamo rilevato che si tratta di un Frankstein giuridico, dal momento che segue una procedura anomala di delegificazione cancellando i termini temporali contenuti in molte leggi, a dispetto della certezza del diritto per i cittadini. Nel complesso, si tratta di una finanziaria-pasticcio che aumenta le tasse agli italiani e premia molti di coloro che in Italia non rispettano le regole. Si tratta di un provvedimento che contiene di tutto di più, a dispetto dei principi dell’omogeneità dei testi normativi e dell’urgenza dei decreti. Le nostre critiche coincidono con quelle avanzate dal Presidente della Repubblica. Ora ci aspettiamo – conclude Anna Finocchiaro – che il governo ci ripensi oltre che nel metodo, anche nel merito”.

COSA C’E’ NEL MILLEPROROGHE
Il decreto Milleproroghe approvato in Senato così vede sospesa la discussione alla Camera, come annuncia lo stesso PDL. Ma resta la prova concreta, se ancora ne servisse una, che governo e maggioranza sono arrivati al capolinea. La grave crisi politica di questa maggioranza è evidente nella forzatura costituzionale di affidare ad un decreto ministeriale, il differimento di un termine di legge, calpestando la funzione legislativa e i poteri del Parlamento.
Questo uso spasmodico dello strumento del ‘decreto’ è purtroppo una costante, in questi tre anni di governo Berlusconi, che il Partito democratico ha più volte denunciato.

Non bastava il record storico raggiunto dalle tasse giunte con questo governo al 43,4%.
Non bastava la patrimoniale introdotta surrettiziamente con l’Imu, mancavano alcuni tocchi di fantasia sul sistema tributario italiano come la tassa sul cinema che tutti i giorni pagheremo con un euro a film. C’è poi la possibilità per le Regioni di aumentare alcune tasse in presenza di una catastrofe: a catastrofe si aggiunge un’altra catastrofe con l’aumento dei tributi e delle addizionali.

“Anche qui, la fantasia ha oltrepassato ogni limite – spiega la Finocchiaro – con un Parlamento sempre più svilito e svuotato. Lo slogan meno tasse per tutti è rimasto vuoto e la verità è che le tasse aumentano colpendo tutti. Più che Milleproroghe siamo di fronte al ‘Milletasse’, un provvedimento che ha la solennità e la complessità di una manovra finanziaria. Una finanziaria-pasticcio, figlia delle tante pressioni a cui questo governo, che si sta decomponendo è sottoposto, che aumenta le tasse e premia chi non rispetta le regole”.
Ma cosa hanno messo PDL, Lega e altri partitini nel decreto? Per capire che tipo di impatto avrà nella vita reale dei cittadini italiani basta conoscere solo alcune delle norme che contiene.
Norme contro i precari della scuola. Supplenti (e buoi) dei paesi tuoi, La Lega ha deciso che gli insegnanti precari potranno svolgere le supplenze soltanto nella Provincia di residenza dove è stata presentata la domanda. Contemporaneamente sono state congelate le graduatorie fino al 31 agosto 2012. In questo modo gli elenchi non possono essere modificati. Una norma che aggira la Costituzione. Il senatore del Pd Luigi Lusi,nel suo intervento nell’Aula del Senato ha sottolineato come il decreto ‘sia indicativo di come Pdl e Lega non rispettino le istituzioni’. Ma ogni lavoratore di questo Paese non dovrebbe avere il diritto di poter lavorare in ogni luogo, in Italia?”, ha chiesto ironicamente Lusi.
Un regalo padano a chi non paga le multe sul latte. Un regalo da 5 milioni di euro, a spese di tutti gli italiani, firmato Lega, per chi non ha mai voluto pagare le multe delle quote latte. Tutto rimandato al fine giugno. Per trovare le risorse necessarie sono stati tagliati i fondi per la benzina dei carabinieri e della polizia, per elicotteri e Canadair utilizzati per spegnere gli incendi e il Fondo sociale per il sostegno agli indigenti. E’ questa la legalità padana?
Agricoltura penalizzata. Così Nicodemo Oliverio, capogruppo del Pd in Commissione Agricoltura, ha motivato il no del Partito al decreto milleproroghe. “Vengono tagliati i finanziamenti alle Associazioni Provinciali di Allevatori onesti, a cui sono demandati i compiti per il miglioramento genetico della zootecnia, la sicurezza alimentare, il benessere alimentare e rilanciare la competitività delle nostre stalle, sempre per finanziare la proroga del pagamento delle multe per le quote latte”. “Insomma a dirla come il ministro Galan: approvare la proroga “non sarebbe né legale, né etico”: il ministro lo ricordi ai suoi colleghi della maggioranza”.
Tagli al sud. Alfonso Andria, senatore del Pd ha aggiunto che con il maxiemendamento al Milleproroghe, “il governo conferma la sua linea di tendenza fortemente discriminatoria verso il Sud. Un esempio: le risorse previste nel maxiemendamento per gli ingenti danni rilevati in provincia di Salerno, ammontanti a circa 400 milioni di euro, di certo non saranno sufficienti se non per le prime necessità e giungono con grandissimo ritardo rispetto alla data dell’evento calamitoso”.
Colpito da catastrofe? Allora ti tasso. Una trovata geniale del governo per risolvere le calamità naturali: rifilare alle popolazioni colpite una stangata fiscale. Le Regioni alluvionate o terremotate potranno infatti aumentare le tasse e le addizionali. Dopo le ombre di corruzione che hanno macchiato la Protezione civile, un’altra vergogna tutta italiana.
Stop alle demolizioni delle case abusive in Campania, anche se costruite in aree protette. Dal centrodestra l’ennesimo condono edilizio, questa volta “ad regionem”: solo per la Campania e vale anche per le aree con vincoli paesaggistici. In particolare, la norma del governo serve a salvare 600 case abusive ad Ischia. Invece di imporre il rispetto delle regole nella Regione con il maggior tasso di illegalità si sceglie di aiutare chi commette i reati. “E’ un fatto vergognoso – è intervenuto Ermete Realacci, responsabile green economy del PD -. E suona ancor più sinistro in una regione dove serpeggiano le infiltrazioni della camorra e sono 64 i clan che operano nel settore dell’edilizia e si arriva al 20 %di tutto l’abusivismo italiano. Evidentemente a questa maggioranza non sono bastati i morti di Ischia e le tragedie come quella di Sarno, per denunciare che l’abusivismo è una piaga di questo Paese, che rende fragile il territorio, inquina l’economia sana, alimenta gli appetiti criminali e fa pagare alla collettività prezzi altissimi in termini di vite umane e di costi. Alla Camera cercheremo di fermare con un emendamento soppressivo questa norma indegna che premia gli abusivi e regala alla Campania un’altra stagione di via libera al cemento illegale”.
Più tempo per gli abusivi “fantasma”. Ovvero altro tempo per i proprietari delle “case fantasma”, quelle cioè mai dichiarate al fisco e al catasto. Ancora uno “schiaffo” ai cittadini onesti.
Al cinema biglietto più caro e tagli alla cultura. Dal 1° luglio il biglietto del cinema costerò un euro in più. Una nuova tassa sulla cultura che durerà fino al 31 dicembre 2013. Un altro balzello del governo che aveva promesso che mai avrebbe messo le mani nelle tasche dei cittadini.
Più assessori per Alemanno. S’ingrassa la giunta per salvare Alemanno: gli assessori passano da 12 a 15. Artefice del colpo di mano il senatore – nonchè vicesindaco – Cutrufo. Aumento dei costi per cittadini stimato in 2 milioni di euro all’anno. Stessa strada potrà essere seguita da tutte le città sopra un milione di abitanti. Così viene cancellata la norma che consentiva di diminuire i costi delle amministrazioni comunali.

Gravi effetti economici per gli atenei italiani.
Il governo si dimentica del blocco turn over nelle università. Ha dichiarato la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni: “Il governo non ha inserito la proroga dello sconto nel calcolo delle spese di personale degli Atenei rispetto alle risorse trasferite dallo Stato. Si tratta questa di una grave omissione che farà sì che quasi la metà degli Atenei supereranno la soglia del 90% del fondo di finanziamento ordinario utilizzato per spese di personale e subiranno pertanto il blocco del turn-over con conseguenze gravi per l’offerta formativa e per l’attività di ricerca. L’alto numero degli atenei che ‘splafonano’ non é dovuto a incapacità programmatoria, bensì alla forbice che si allarga sempre di più tra spese fisse obbligatorie (quali gli stipendi) e stanziamenti dello Stato che progressivamente diminuiscono: il fondo di finanziamento ordinario é stato tagliato in due anni di circa 500 milioni di euro. Davanti a queste norme il governo e il ministro Gelmini abbiano almeno il buon gusto di risparmiarci la vuota retorica dell’impegno in favore del merito e delle opportunità per i giovani”.
Vuoi un figlio? Ti schedo. Secondo il Milleproroghe, coloro che ricorreranno alla fecondazione assistita verranno schedati dal Ministero della Salute. La politica entra pesantemente nelle scelte più private e faticose degli italiani. Lo ha denunciato nel corso del suo intervento nel dibattito, la senatrice Fiorenza Bassoli, capogruppo Pd in Commissione Sanità. “Una decisione – precisa la senatrice – che fa pensare più a una valutazione politica che a una volontà di affidare agli istituti competenti i dati raccolti”.
Taglio dei finanziamenti destinati ai malati di Sla. La senatrice Bassoli ha poi rilevato un ulteriore emendamento del governo peggiorativo dei finanziamenti destinati ai malati di Sla e alle loro famiglie: “E’ peggiorativo in quanto si è passati da un finanziamento di 100 milioni per i malati di SLA, previsto in commissione Bilancio, ad un provvedimento una sla tantum e non di un fondo destinato. Significa che se non verranno utilizzati tutti i finanziamenti la parte restante rimarrà al fondo del 5xmille da dove sono stati prelevati. Inoltre, data l’occasionalità dei finanziamenti non sono previste le modalità di come verranno distribuiti a grande svantaggio della continuità assistenziale e di cura ai malati di SLA e del necessario sostegno alle famiglie”.
Nessuno spazio nel Milleproroghe per i lavoratori somministrati, gli ex-interinali, dell’INPS. “I 1200 giovani, donne e uomini, sopravvissuti al taglio di 600 unità già effettuato, che fino ad ora hanno consentito all’Istituto di Previdenza di funzionare, da oggi, per effetto della legge di stabilità che non si è voluto modificare, rischiano di essere ‘sbattuti fuori’ andando ad alimentare così il già cospicuo bacino di lavoratori precari italiani”. Lo ha dichiarato Teresa Bellanova, deputato Pd della commissione Lavoro della Camera. “Nessuno della maggioranza si è preoccupato di prorogare i contratti di questi lavoratori, per i quali il PD aveva presentato un apposito emendamento. Per Pdl e Lega – conclude Bellanova – giovani, pensionati, invalidi non contano quanto gli allevatori padani morosi”.

Non è certo la frustata all’economia annunciata da Berlusconi pochi giorni fa, anzi il cosiddetto decreto milleproroghe può essere sintetizzato come un’accozzaglia di norme eterogenee e spesso contraddittorie, molte delle quali dettate da interessi particolari. Nel provvedimento manca completamente un filo conduttore a dimostrazione dell’assenza di un organico progetto industriale per affrontare la grave crisi che attanaglia il Paese. Nonostante la propaganda governativa, non è certo questo lo strumento per rilanciare i consumi, innescare le leve dello sviluppo e favorire l’occupazione.

Anto.Pro.
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