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"Fermiamo questo testamento biologico", di Stefano Rodotà

Il rischio del “dispotismo etico”, evocato a sproposito per inveire contro chi opera perché sia ricostruito quel minimo di moralità pubblica inscindibile dalla democrazia, si è già materializzato alla Camera dei deputati, dove è in corso la discussione sul progetto di legge che disciplina le modalità da seguire se si vogliono dare “indicazioni” per il tempo della fine della vita, ispirato non al principio di libertà, ma a quello di autorità. Se questa legge venisse approvata, ciascuno di noi perderebbe il diritto fondamentale ad autodeterminarsi, verrebbe espropriato del potere di governare liberamente la propria vita. Una politica incapace di guardare ai problemi veri della società si fa di colpo prepotente, si dichiara padrona dei corpi delle persone, pretende di impadronirsi davvero delle “vite degli altri”.
Questo è il pezzo forte dell´ “agenda etica” del governo, rilanciata con evidenti finalità strumentali. Il presidente del Consiglio dichiara che «su temi etici e scuole cattoliche terrà conto delle indicazioni della gerarchia ecclesiastica», trasformando in offerta sacrificale i diritti dei cittadini, incurante di quel che dice la Costituzione. Dichiarazione ancor più inquietante perché seguita dall´intenzione di riformare la Corte costituzionale, che di quei diritti è custode. «La biopolitica è oggettivamente all´ordine del giorno» aveva detto un ministro tra i più impegnati su questo fronte, usando un termine, biopolitica, che descrive proprio il modo in cui il potere si fa governo dell´esistenza delle persone, sottomettendole, espropriandole della loro libertà. Un progetto autoritario, destinato a creare scontri su un terreno dove il rispetto delle scelte della persona dovrebbe essere massimo, dove la regola giuridica dovrebbe essere libera da ipoteche ideologiche.
Già l´aver usato una espressione come “agenda etica” è inquietante, perché rivela la volontà di imporre un´etica di Stato. Alla quale, però, sarebbe sbagliato contrapporre un´altra e opposta agenda etica. Deve essere invece ricordato quale sia il corretto “percorso costituzionale” da seguire, che è esattamente l´opposto di quel che prevede il progetto di legge attualmente in discussione, che riesce ad essere, al tempo stesso, ingannevole e autoritario. È ingannevole perché il suo titolo – che si richiama al consenso informato, all´alleanza terapeutica tra medico e paziente, alla rilevanza delle dichiarazioni fatte dalla persona per decidere sul come morire – è clamorosamente contraddetto dal contenuto delle singole norme. Il consenso della persona è sostanzialmente vanificato, perché le sue dichiarazioni non hanno valore vincolante e non possono riguardare questioni essenziali come quelle dell´alimentazione e dell´idratazione forzata, alle quali nessuno e in nessuna situazione potrebbe rinunciare. L´alleanza terapeutica si risolve nello spostamento del potere della decisione tutto nella direzione del medico. Le “dichiarazioni anticipate di trattamento” sono vere macchine inutili, frutto di un delirio burocratico che impone faticose procedure alla fine delle quali vi è il nulla, visto che sono prive di ogni forza vincolante.
Non siamo soltanto di fronte ad una “legge truffa”, ma all´abbandono del lungo cammino che, partito dalle esperienze tragiche delle tirannie del Novecento che si erano violentemente impadronite dei corpi delle persone, era approdato all´affermazione netta della essenzialità del consenso dell´interessato. La persona, considerata prima come oggetto del potere politico e sottomessa alla volontà del medico, trovava così la sua libertà, la sua pienezza di “soggetto morale”. Non è un caso che la prima dichiarazione dei diritti del nuovo millennio, la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea, abbia voluto affermare, insieme, l´inviolabilità della dignità della persona e il rispetto del suo consenso libero e informato.
La riconsegna della persona e del suo corpo al potere politico e al potere medico, che sarebbe l´esito vero dell´approvazione del progetto di legge, è fondata su due affermazioni ideologiche. La prima: l´essere la vita “indisponibile”, mentre è vero l´opposto, come dimostra l´ormai consolidato diritto al rifiuto e alla sospensione delle cure, che da tempo le persone già esercitano anche quando sono ben consapevoli che ciò può determinare la loro morte. La seconda: il divieto di rinunciare all´alimentazione e all´idratazione forzata, che le società scientifiche di tutto il mondo considerano trattamenti sanitari, ai quali dunque devono essere applicate le stesse regole generali. Proprio il voler trasformare queste affermazioni ideologiche e antiscientifiche in norme vincolanti tradisce l´intento autoritario della legge, l´inammissibile imposizione di un “obbligo di vivere”.
Il “percorso costituzionale”, allora. Che è netto, lineare. Nella sentenza n. 438 del 2008 la Corte costituzionale ha detto esplicitamente che esiste un diritto fondamentale all´autodeterminazione, congiunto all´altrettanto fondamentale diritto alla salute. Inoltre, nel 2002 e nel 2009 la Corte, come essa stessa scrive, «ha ripetutamente posto l´accento sui limiti che alla discrezionalità legislativa pongono le acquisizioni scientifiche e sperimentali, che sono in continua evoluzione e sulle quali si fonda l´arte medica; sicché, in materia di pratica terapeutica, la regola di fondo deve essere l´autonomia e la responsabilità del medico che, con il consenso del paziente, opera le necessarie scelte professionali». Le pretese del legislatore-scienziato, che vuol definire che cosa sia un trattamento terapeutico, e del legislatore-medico, che vuol stabilire se e come curare, vengono esplicitamente dichiarate illegittime. Più in generale, la Corte con la sentenza n. 471 del 1990 ha ribadito «il valore costituzionale dell´inviolabilità della persona costruito come libertà», che comprende «il potere della persona di disporre del proprio corpo».
E ricordiamo soprattutto le parole che chiudono l´art. 32 sul diritto alla salute: «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». È una delle dichiarazioni più forti della nostra Costituzione, una sorta di nuovo habeas corpus, con il quale il moderno sovrano, l´Assemblea costituente, promette ai cittadini che non “metterà la mano” su di loro, sulla loro vita. Nessuna volontà esterna, fosse pure quella coralmente espressa da tutti i cittadini o da un Parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell´interessato. Il testo in discussione, dunque, è destinato ad essere dichiarato incostituzionale nei suoi punti essenziali, com´è già è accaduto all´altrettanto ideologica legge sulla procreazione assistita.
Tre domande finali. Perché la Chiesa italiana non ha assunto un atteggiamento analogo a quello delle Conferenze episcopali tedesca e spagnola che hanno dato il loro contributo all´approvazione di ragionevoli leggi sul testamento biologico? Perché al di qua delle Alpi questioni che altrove alimentano una grande discussione civile, diventano indiscutibili questioni di fede? Perché una maggioranza malata di “sondaggite” non tiene conto delle rilevazioni di Eurispes, che ancora di recente hanno confermato che il 77% degli italiani è favorevole al diritto di decidere liberamente sulla fine della vita?

La Repubblica 21.02.11

"Atenei, quest’anno niente “sconto”, si rischia il blocco delle assunzioni", di Alessandra Migliozzi

Stop allo scorporo delle spese: è allarme per 36 università su 66. Blocco delle assunzioni e conti in rosso. È quanto rischiano oltre la metà (36 su 66) delle università pubbliche italiane dove potrebbero andare in fumo le speranze di chi era a un passo dall’assunzione. E anche una parte dei 1.500 posti da associato all’anno annunciati dal ministro Gelmini con la riforma dell’università. Colpa del Milleproroghe: quest’anno non ci sono i cosiddetti ‘sconti’, le attenuazioni delle spese per il personale che consentivano agli atenei di tenere i conti in regola. Dal 2004 è sempre stata prevista la possibilità di scorporare dagli assegni fissi per gli stipendi una parte dei salari dei dipendenti delle facoltà di Medicina che operano anche nel Servizio sanitario nazionale. Erano ‘scontati’ pure gli scatti periodici e le convenzioni con enti esterni. Un trucco contabile ha consentito agli atenei di non usare più del 90% del contributo statale (l’Ffo) per pagare i dipendenti e alla sanità pubblica di spendere meno per il personale.
Ora però chi va sopra il limite massimo del 90% incappa nel blocco delle assunzioni: lo prevede la legge 1 del 2009 della Gelmini. La norma puntava a colpire gli atenei spreconi, adesso rischia di sparare nel mucchio. Secondo una tabella della Flc Cgil sono 36 le università che sforeranno il 90%. I dati sono riferiti all’Ffo del 2009, fondo che nel 2010 è stato tagliato ulteriormente. A Roma il problema riguarda la Sapienza e Tor Vergata. A Napoli la Federico II, l’Orientale, la Seconda università. Stessa musica all’università di Siena, all’università statale di Torino, alla statale di Milano e nell’ateneo dell’Aquila.
“La riforma Gelmini – spiega Enrico Decleva, presidente della Conferenza dei rettori, Crui – prevede che entro 12 mesi i ministeri dell’Economia e dell’Università emanino un decreto per rivedere il limite del 90% e la materia relativa alla contabilità delle università. Chiediamo che questo decreto venga emanato nei tempi o la situazione sarà ingestibile. Le assunzioni per lo più rischiano di bloccarsi dal 2012, ma in qualche ateneo potrebbero interrompersi subito. Inserire gli sconti nel Milleproroghe avrebbe rappresentato una clausola di salvaguardia per gli atenei”. Le attenuazioni delle spese “non sono un regalo alle università- fanno notare dagli atenei- I nostri medici offrono il proprio operato al servizio sanitario e le Regioni pagano solo una integrazione (pari a un terzo dello stipendio, ndr) che spesso gli atenei anticipano e che ritorna in cassa con molta lentezza o anche mai”.
I rettori sono sul piede di guerra. Alla Camera il Pd, spiega il deputato Giovanni Bachelet, “ripresenterà l’emendamento sugli sconti che al Senato non è stato ammesso”. Ma il Milleproroghe è blindato. Il problema dello stop alle assunzioni riguarderà da subito una decina di atenei. “Se me le bloccano sono pronto a fare ricorso al Tar perché i miei conti sono in regola- annuncia il rettore della Sapienza Luigi Frati-. A noi peraltro sono addossati impropriamente gli oneri per i pagamenti di infermieri e portantini del Policlinico Umberto I. Finalmente verrà fuori che chi ci deve dare i soldi non lo fa e che intanto il governo ci taglia i fondi statali. E’ un bene che gli ‘sconti’ siano saltati: erano una truffa. Voglio vedere se le cose si metteranno a posto”.
A Tor Vergata è allarme: “Siamo una università giovane- commenta il rettore, Renato Lauro- non ci salviamo nemmeno con i pensionamenti: ne abbiamo pochi. Se sforiamo il 90% non potremo fare concorsi né implementare i servizi. Eppure avevamo avuto dei premi dal ministero come ateneo virtuoso”. A Tor Vergata per fare cassa si pensa già ad un aumento delle tasse: 100 euro in più per studente. Il rettore dell’ateneo di Foggia, Giuliano Volpe, annuncia: “Giovedì prossimo in Conferenza dei rettori solleverò il caso. Le università vengono penalizzate su più fronti: prima ci tagliano i fondi, poi chi ha una facoltà di medicina, anche se con il suo personale fa risparmiare il servizio sanitario nazionale, ci rimette, perché anticipa le integrazioni di stipendio dovute dalle Regioni, le rivede tornare indietro con enorme ritardo e va fuori di bilancio perché gli vengono messe pure a carico come spesa interna, anche se non lo è”.

Il Messaggero 21.02.11

"Atti sediziosi", di Massimo Giannini

L´Italia precipita in una rovinosa “democrazia del conflitto”. Come è evidente, si fronteggiano due forze. Da una parte c´è lo Stato, con le sue ragioni e le sue istituzioni. Il simbolo dello Stato, oggi più che mai, è Giorgio Napolitano. Dall´altra parte c´è l´Anti-Stato, con le sue distorsioni e le sue convulsioni. Il paradigma dell´Anti-Stato, ormai, è Silvio Berlusconi. Dall´esito di questa contesa dipenderà l´assetto futuro del nostro sistema politico e costituzionale. La giornata di ieri fotografa con drammatica evidenza questa contrapposizione irriducibile tra due modi diversi di vivere la cosa pubblica e di interpretare il proprio ruolo nella “polis”. Il capo dello Stato, in un´intervista al settimanale tedesco Welt am Sonntag, tenta di ricucire il tessuto lacerato delle istituzioni.Si fa interprete dell´esigenza di responsabilità che si richiede alla politica e del bisogno di normalità che chiede il Paese. Si fa ancora una volta custode della Costituzione. Non per conservarla staticamente, ma per farla agire dinamicamente nella naturale dialettica tra i poteri. Questo vuol dire Napolitano, quando parla dei processi del premier osservando che si svolgeranno «secondo giustizia»: il nostro sistema giurisdizionale, incardinato coerentemente nel meccanismo della garanzia costituzionale, gli permetterà di difendersi davanti ai tribunali, di far valere le sue ragioni di fronte ai suoi giudici naturali.
Si tratta solo di riconoscere la legittimità dell´ordinamento giuridico e la validità dei suoi codici.
Si tratta solo di accettare l´irrinunciabilità di un principio che sta alla base della convivenza civile: la legge è uguale per tutti, tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. In altre parole, si tratta solo di riconoscere lo Stato di diritto, di difenderlo come una missione, e non di subirlo come una maledizione.
Invece è proprio questo che Berlusconi ha fatto e continua a fare. Il capo del governo, nel suo ormai rituale messaggio domenicale ai promotori della libertà, fa l´esatto opposto di quello che ha fatto e continua a fare Napolitano. Allarga lo strappo istituzionale, esaspera lo scontro tra i poteri, rilancia le «riforme della giustizia» a una sola dimensione: non quella dei cittadini, che chiedono un sistema giurisdizionale più equo, più rapido e più efficiente, ma quella del premier, che esige una magistratura umiliata, delegittimata e subordinata alla politica. Spaccare il Csm, separare le carriere, stravolgere i criteri delle selezioni dei giudici della Consulta, reintrodurre l´immunità parlamentare come mezzo per assicurarsi l´impunità politica, rilanciare la legge – bavaglio per negare ai pm l´uso di un prezioso strumento investigativo come le intercettazioni e per negare all´opinione pubblica il diritto di essere informata su ciò che accade negli scantinati del potere. Tutto questo non è nobile «garantismo liberale», ma truce avventurismo politico. Non è alto «riformismo costituzionale», ma bassa macelleria ordinamentale. «Atti insensati», quelli della Procura milanese? Piuttosto sono «atti sediziosi» quelli del premier. Ed è penoso, per non dire scandaloso, che su alcuni di questi atti trovi una sponda anche nel centrosinistra, che non sa più distinguere tra le leggi varate nell´interesse di una persona e quelle varate nell´interesse della collettività.
Con queste premesse, lo Stato di diritto non si difende né si migliora: va invece abbattuto e destrutturato. Questa è oggi la posta in gioco. Questa è la portata della guerra tra il Presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio. Una guerra asimmetrica tra un capo del governo che l´ha dichiarata e la combatte ogni giorno, e un capo dello Stato che non l´ha mai voluta e ora tenta di disinnescarla. Ma in questa guerra, di qui al 6 aprile, il Cavaliere trascinerà ogni cosa. Trascinerà il governo, trasfigurato in una trincea dove l´unico motto di generali e luogotenenti è «credere, obbedire, combattere».
Trascinerà il Parlamento, trasformato nel «tribunale del popolo» che dovrà opporsi a qualunque costo al tribunale di Milano. Trascinerà il Paese, che non ha bisogno di «rivoluzioni» populiste né di pulsioni autoritarie, ma urgente necessità di una strategia per tornare a crescere, produrre ricchezza e occupazione, a offrire opportunità alle donne e futuro ai giovani. Questa è e sarà la guerra delle prossime settimane. Proprio per questo, in un momento così difficile, dobbiamo essere grati a Napolitano. Senza il suo Presidente, l´Italia sarebbe un´altra Repubblica.
«Monocratica», non più democratica.

La Repubblica 21.02.11

"Ripartiamo dalla voglia di educare", di Marco Rossi Doria

A 150 anni dall’Unità d’Italia qual è il bilancio riguardo al formare le nuove generazioni? E’ possibile farne oggetto «di riflessione seria e non acritica e di valorizzazione di tutto quel che ci unisce», come ci ha invitato a fare il Presidente Napolitano?
E’ bene partire dalla scuola. Che è nata con l’Italia unita. Prima c’erano i precettori presso i ricchi. E le scuole strettamente confessionali. E’ merito del regno sabaudo e della destra storica se la scuola fu subito resa pubblica e obbligatoria. E’ stato il regio decreto legislativo 13 novembre 1859, n. 3725 del Regno di Sardegna – noto come legge Casati – entrato in vigore nel 1860 e successivamente esteso a tutta l’Italia che ha dato il via all’alfabetizzazione del paese. Un’opera titanica: l’analfabetismo maschile era al 74% e quello femminile del 84%, con punte del 95% nell’Italia meridionale. Un’opera che è continuata lungo i decenni nelle scuole la mattina e in quelle serali e poi via radio e con i primi anni della televisione pubblica. Un’opera che è stata compiuta all’inizio da maestri, che furono spesso promotori delle grandi culture politiche che hanno forgiato il paese: liberalismo, anarchismo, socialismo, cattolicesimo sociale; e da poche maestre, che diffusero per prime le ragioni del movimento delle donne. Questo esercito civile ha popolato la vita di città e campagne insegnando a milioni di bambini a leggere, scrivere, far di conto, conoscere la storia, le scienze, la geografia. Con i soldi dello Stato. E non più grazie alla pia carità dei fedeli né sotto l’imprimatur sui libri siglati dal Papa.

Dunque, va ricordato che l’unità è stata anche il poter leggere del bambino veneto come di quello calabrese. Che è avvenuto entro un modello di scuola pubblica che ha sempre saputo affiancare lo sviluppo della nostra meravigliosa lingua al rispetto per le lingue locali. E che questo ha prodotto, per oltre un secolo, una faticosa ma costante mobilità sociale.

Ma oggi abbiamo anche il dovere di riconoscere che, dalla fine degli anni settanta del secolo scorso, questa spinta verso il sapere per tutti e verso il superamento della povertà grazie all’istruzione si è arrestata. Tanto che oggi il 20,8 % dei nostri ragazzi non ottiene un diploma di scuola superiore né una formazione professionale compiuta. E si tratta dei figli dei poveri, quelli per i quali la scuola pubblica è nata. Bambini e ragazzi poveri, che sono quasi due milioni, il 18% del totale. Se si guardano, poi, con attenzione questi dati, si vede che essi rivelano una disunità dell’ Italia tra nord e sud. Infatti nel sud risiede il 70% dei minori poveri, 1 milione e trecentomila. E mentre la media italiana di chi cade fuori dal sistema di istruzione è 1 su 5, nel sud è quasi 1 su 3. La corrispondenza tra dispersione scolastica e povertà delle famiglie è ovunque di nuovo evidente; ma nel Mezzogiorno ha caratteri macroscopici. E non è solo questione di povertà. Nel sud i bambini hanno enti locali meno capaci di spendere bene per servizi, istruzione, salute, ambiente, sviluppo locale, cultura. Hanno scuole più vecchie, brutte e meno manutenute e sicure. Hanno meno mense, asili nido, tempo pieno, palestre, spazi verdi attrezzati. Conoscono ospedali meno efficienti, minori opportunità di cure preventive e anche una aspettativa di vita un po’ meno lunga. Usufruiscono di trasporti, informazioni e infrastrutture peggiori. Hanno famiglie e comunità che usano banche più care e ancor meno propense a prestare denaro a chi non lo ha già. E la Banca d’Italia ha calcolato che i bambini e ragazzi del Sud hanno un investimento annuo medio pro-capite per l’istruzione – da parte di enti locali, stato, famiglie – di oltre mille euro in meno.

Certamente, intorno all’educare ci sono oggi profondi mutamenti rispetto ai molti decenni dell’ unità d’Italia. Mutamenti antropologici sui quale faremmo bene tutti a soffermarci di più e meglio: scuola, famiglie, media.

Ma ci sono anche sfide immediate, compiti urgenti per la tenuta stessa della coesione sociale. Perciò, negli anni a venire, quale che sia la direzione politica del paese e quella di regioni e città, il primo grande banco di prova per le classi dirigenti nazionali e locali è quello del rilancio delle politiche attive per chi fin da bambino è escluso dal sapere e quindi dalle opportunità. Sarebbe, insomma, urgente, a 150 anni dall’unità, poter riparlare di vera politica. E cimentarsi con il come aumentare scuole materne e nidi e rafforzare l’istruzione di base, dando più ore e didattiche migliori a chi parte svantaggiato; come rilanciare il sistema della formazione professionale intorno al sapere fare e anche alle competenze di cittadinanza – saper leggere e scrivere, capire discorsi, seguire procedure logiche; come creare zone di intervento straordinario nelle aree più depresse, che coinvolgano, in progetti ad personam, scuole, imprese, parrocchie, centri sportivi; come rafforzare le ore di alfabetizzazione nell’ apprendistato; come offrire una ripresa di istruzione agli adulti che non ne hanno, per acquisire le competenze indispensabili per stare al mondo.

Dal tempo di Cavour, i politici savi dell’Italia unita, il movimento sindacale, gli imprenditori, il pensiero meridionalista hanno saputo superare divisioni, rigidità e interessi di parte quando si sono occupati di queste cose. Con spirito rivolto alla comunità nazionale e a quella locale, in modo concreto, evitando sprechi e concentrandosi sui risultati. E ora di ricominciare.

La Stampa 21.02.11

"Quote latte, le multe le pagano gli ammalati", di Luigi Chiarello

Gli irriducibili delle quote latte, quelli che finora non hanno versato il becco di un quattrino allo stato per le multe subite, potranno beneficiare dell’ennesima proroga per evitare di pagare il dovuto. E, soprattutto, per scansare i procedimenti esecutivi di Equitalia, almeno fino al 30 giugno 2011. Solo che, stavolta, a finanziare la dilazione saranno anche i malati di cancro. Già, perché in base a quanto previsto dal maxiemendamento al decreto mille-proroghe, oggi al voto di fiducia del senato, i cinque milioni necessari a dare copertura finanziaria alla riapertura dei termini di adesione alla rateizzazione, verranno prelevati da un fondo di 50 mln di euro, istituito dalla Finanziaria 2011 per «interventi urgenti finalizzati al riequilibrio socio-economico, allo sviluppo dei territori, alle attività di ricerca, alle attività di assistenza, ricerca e cura dei malati oncologici e alla promozione di attività sportive, culturali e sociali». Obiettivi ambiziosi per un budget di soli 50 mln. E fatti due conti, sottrarre cinque milioni di euro a questi interventi, per agevolare poche centinaia di allevatori riluttanti a pagare le multe, significa tagliare del 10% le già poche risorse oggi a disposizione. Per altro, la riapertura di termini già scaduti (l’adesione al pagamento a rate delle multe doveva essere fatta entro il 31 dicembre 2010), oltre a essere in contrasto con la natura del milleproroghe, è osteggiata da tutte le organizzazioni produttive di settore e dal ministro delle politiche agricole, Giancarlo Galan. L’emendamento, invece, è fortemente sostenuto dalla Lega. Resta il fatto, che la misura servirà ad alleviare le sofferenze debitorie di pochi intimi. Perché il differimento di termini a fine giugno riguarda, esclusivamente, chi non ha versato la prima rata dell’operazione di rateizzazione messa in piedi dalla legge n. 33/2009, voluta dall’ex ministro, Luca Zaia. E chi non ha versato la settima rata delle 14 previste dalla prima operazione di rateizzazione, ideata dall’allora ministro all’agricoltura, Gianni Alemanno (legge 119/2003).

Il quadro. Al 31 dicembre 2010, scadevano i termini di queste due rate. Chi non ha mai aderito a nessuna delle due sanatorie non rientrerà certo in campo grazie al mille-proroghe. Anzi, per costoro sono già partite le prime cartelle esattoriali e Agea avrebbe già disposto la revoca delle quote latte aggiuntive, redistribuite dalla legge Zaia, in cambio dell’adesione alla sanatoria. Al contrario, chi ha già aderito alle due operazioni, probabilmente ha già iniziato a pagare il dovuto.

I numeri. Secondo Agea, alla legge Zaia avrebbero aderito circa 938 produttori su un totale 1880, che non avevano aderito all’operazione Alemanno. Nel complesso, i 1880 accusavano multe intimate per 656 mln. Di questi 1880, gli irriducibili sono 541, per un totale di prelievo intimato di 73 mln. I restanti, si suddividono così: 232 hanno visto accettata la loro istanza di rateizzazione e hanno versato la prima rata, tramite trattenuta sui premi Pac; 442, con un debito di 235 mln, sono in corso di riesame perché avevano richiesto di aderire alla legge Zaia, ma poi avevano sospeso l’adesione.Infine, 494 produttori avevano aderito alla legge Zaia, ma poi sono spariti nel nulla. Con multe intimate per 231 mln.

Italia Oggi 20.02.11

«La cultura è un secondo pane Ma i politici non vogliono capirlo», di Roberta Scorranese

Escobar: «Il Piccolo risponde ai tagli con le migliaia di giovani»

Tredici anni fa, a inaugurare «l’era Escobar» al Piccolo fu proprio Peter Brook, con un famoso «Don Giovanni» in jeans, più simile a un fanciullo capriccioso che a un tragico seduttore. Quest’anno il Papageno del suo «Flauto magico» promette un infantilismo giocoso, irriverente. E al primo piano degli uffici del Piccolo Teatro, in largo Greppi, Sergio Escobar sorride irrequieto dietro un fondale colorato, simile a una trincea di cartapesta: «Resistiamo — afferma —: dalla nostra abbiamo il potere del disturbo» . Perché c’è una forza sottile nell’essere scomodi, nel non cercare scorciatoie compiacenti e, dopo tredici anni, continuare a proporre la filosofia asciutta ma complessa di Brook. O «Vita e destino» , in cui Lev Dodin trasforma il capolavoro di Vasilij Grossman in un’epopea universale. Il potere del disturbo è mettere in scena Shakespeare in russo, produrre autori estremi come Bond e Harrower. E non è casuale in ufficio la locandina di «Miracolo A Milano » , restaurato e proiettato al Piccolo per i sessant’anni del film. «Il titolo originale— dice Escobar— è “I poveri disturbano”» . Poveri perché il teatro è indigente per definizione, specie se non cede alla logica dei grandi numeri, nonostante il «sovrintendente filosofo» , come lo chiamava Luciano Berio, abbia una spiccata propensione a elencare cifre: «Spettacoli in diciannove lingue, bilanci in attivo nonostante i tagli ai fondi per milioni di euro a stagione venduta. Eppure, nonostante questo, la metà degli spettatori ha meno di 26 anni» . Fin qui, il sovrintendente. Ma il filosofo rabbrividisce quando sente la domanda che tanti politici si fanno di questi tempi: a che cosa serve la cultura? L’allievo di Ludovico Geymonat alla Statale sa bene che le risposte sono superflue. «L’unica replica possibile — sospira — sta nelle migliaia di ragazzi che affollano le anteprime di Peter Brook e si ritrovano nel suo linguaggio profondo; nel successo che ha incassato uno spettacolo “maleducato”e controverso come “La compagnia degli uomini”; nei grandi registi di livello internazionale che continuano a scegliere il nostro palcoscenico» . Pensatore, prima che impresario, Escobar sa bene che il bello non deve inseguire le grandi folle: sono le grandi folle che, prima o poi, inseguiranno il bello. E sin dall’inizio, raccogliendo l’eredità di Giorgio Strehler, la strada maestra è stata quella di un respiro europeo, anzi, planetario. Non dimentichiamo che lo stesso Strehler, nei primi anni Settanta portava «Le baruffe chiozzotte» nei teatri polacchi. «Ricordo — si scalda il direttore— che a Shanghai hanno cominciato a ridere del nostro Arlecchino solo quando abbiamo tolto i sopratitoli in italiano. La cultura trascende i confini. Non ha la funzione del profitto “qui ed ora”, ma rappresenta la spina dorsale del presente» Escobar fa notare che la prima pagina dedicata dal New York Times alla «Trilogia della Villeggiatura» di Goldoni (con Toni Servillo) proposto al Lincoln Center di New York dal Piccolo è una straordinaria promozione anche economica per il nostro Paese. Come lo sono state le co-produzioni internazionali, per esempio il Pirandello messo in scena insieme allo Shanghai Theatre Academy. Ma i soldi scarseggiano e i conti della serva sono inevitabili anche quando si parla di Bertold Brecht. Eppure, proprio un testo come «Madre Coraggio e i suoi figli» (nel 2006 al Piccolo per la regia del canadese Robert Carsen) può avere una sua schietta funzionalità pratica, aiutandoci a capire le radici del disastro economico in atto, quando ci mostra la piccolezza della lotta tra capitalisti, con l’avida vivandiera che esclama: «La corruzione è la nostra unica speranza. Finché c’è quella, i giudici sono più miti» . Non solo. Escobar ricorda l’apertura al teatro africano, con il Festival del mediterraneo, che nel 2004 sembrava follia ma che si è dimostrata una scelta lungimirante. «Subito dopo — afferma — si è cominciato a parlare di Milano come raccordo, anche economico, nell’area» . La politica è logica dei numeri e ben poco ha a che fare con l’orgoglio indigente dell’attore (Escobar ricorda un Ferruccio Soleri uscire dal camerino con i vestiti raccolti in un sacchetto di plastica). E potrebbe non bastare nemmeno la mano tesa di un direttore testardo che si addolcisce: «Mi auguro — conclude— è che il Piccolo possa continuare a fare il Piccolo» . Potrebbe però giovare l’esempio di un altro politico, di un sindaco di Milano, Antonio Greppi. Nel 1946, quando la città era in ginocchio e non c’era nemmeno da mangiare, lui che fece? Diede fiducia a due giovani intellettuali, Paolo Grassi e Giorgio Strehler e li sostenne più tardi nella fondazione del primo teatro cittadino a gestione pubblica. In pratica investì in cultura. La chiamò «l’altro pane» .

da il Corriere della Sera

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«A teatro per salvare il mondo. Con coraggio e speranza», di Claudia Provvedini

Il regista: non servono i maestri, ma l’esperienza sul palcoscenico. Le idee da sole non portano da alcuna parte
«In una, due ore, basta anche un minuto, il teatro ti fa rivivere l’essere umano, la vita» . Magari si potesse così salvare il mondo… «… che va di peggio in peggio. Ma una minoranza non elitaria può trovare coraggio, speranza e invertire la tendenza». Se di Peter Brook si potessero ascoltare spesso le parole e guardarne gli occhi azzurri, la crisi sembrerebbe assurda e il tempo non passare. Ha lo sguardo di un bambino, o di un saggio illuminato, il che forse è lo stesso. Tra le file del suo straordinario «sgarrupato» Bouffes du Nord di Parigi, al debutto di «Une flute enchantée» coprodotto col Piccolo, sedeva con l’inseparabile collaboratrice Marie-Hélène Estienne anche Brook: difficile era capire la differenza tra la luce del suo viso e quella di tre ragazzini sulle poltrone rosse poco più avanti, una luce passata poi a tutto il pubblico che, rapito dai colori, dalla bellezza, dalla storia scavata nel cuore della partitura di Mozart, usciva pieno di gioia. Ed ecco la pièce in scena dal 24 allo Strehler, per un appuntamento che in 40 anni è sempre stato magico. «Ho una relazione speciale, tenera, calorosa col Piccolo, realtà importante per la cultura del mondo» . A volte però negli occhi di Brook passano «lampi» , pur se il tono è sempre meditato e gentile. «Vecchia» domanda: perché si va a teatro? «Credo ci siano persone che ci vanno per addormentarsi…— dice con l’ironia born in London classe 1925 — oppure per rassicurarsi che le loro idee e pregiudizi sono giusti. Ce ne sono altre che ci vanno per confrontarsi con dei problemi, dei perché che sono affiorati… persone che vengono per rinnovarsi» . Quasi 70 anni di mestiere, tanti Shakespeare, tanti viaggi nelle altre culture, da Bali all’India all’Africa per far nascere capolavori, Lei è un grande maestro… «Io non credo ai “maestri”. Credo solo all’esperienza. Le idee di per sé non ci portano da nessuna parte, ma i frutti dell’esperienza vissuta possono essere spartiti, condivisi. È per questo che esiste il teatro» . Poi, come già in occasione del suo spettacolo «Warum» , spiega: «In fondo è uno solo il “perché?”che attraversa anche la vita: e non si esaurirà mai» . Almeno finché ci porremo domande, ma se tutto va male, che ce ne facciamo del teatro, delle sue emozioni in diretta? «È uno dei suoi misteri — dice sorridendo —: ci emozioniamo perché a porsi quei dubbi è un essere umano. Non c’è niente di teorico» . Negli spettacoli di Brook, in effetti, è sempre messo al centro della storia, qualunque sia l’opera da cui si parte, un problema piccolo o grande che viene dal quotidiano o dalla fantasia; seguiamo quel che succede in scena per risolverlo, ma alla fine non c’è nessuna morale, resta «la porta aperta» , come dice il titolo di uno dei bei libri scritti dal regista. Si ha così l’impressione con «Une flute enchantée» di veder la storia per la prima volta, che la sua musica e le parole siano quasi «inventate» dagli attori e dai cantanti attori, come se Mozart fosse entrato in loro o viceversa. È da «Tragédie de Carmen» , 1981, che Brook sogna di affrontare il Flauto. «Negli ultimi 30 anni— racconta — ho visto molte regie del “Flauto”e ho potuto constatare che ciò che pesa su tutto è l’immagine che noi ci siamo fatti e che attendiamo venga riprodotta. L’idea è invece di arrivare a far sì che i cantanti— e sono giovani— procedano in una maniera naturale, viva e piena d’amore nello sviluppo della trama senza che si impongano proiezioni, costruzioni, video, scene girevoli…» . E cioè come ha lavorato con i suoi attori? «Noi cominciamo senza alcun elemento di scenografia, ma partendo dalla musica, chiedendoci come riuscire a farla sentire leggera, senza la parte grave e solenne di un’opera lirica. Affrontandola con spirito di gioco. Mozart si reinventa ad ogni istante, ed è in questa direzione, di grande rispetto per ciò che è essenziale, che abbiamo lavorato. Con l’intuizione che in Mozart non è questione di nascondere o modernizzare, ma di far apparire» . Ha detto a «Le Figaro» che con la Flute, con un Mozart lascia la direzione delle Bouffes. Non farà più teatro? «No, lascio la direzione, ma riprendo cose di teatro rimaste in sospeso. Io vivo il presente, non so bene come ho cominciato né come finirò» . È un segreto il prossimo progetto? «Sì, anche per me» .

da il Corriere della Sera

«Sì all'unità, divisi sul federalismo», di Roberto D'Alimonte

Il valore dell’unità nazionale non è in discussione. Sul federalismo e i suoi effetti invece gli italiani sono divisi. Sono questi i risultati più rilevanti di un recente sondaggio realizzato dal laboratorio di Analisi politiche e sociali dell’università di Siena. Quasi il 90% degli intervistati pensa che l’unità nazionale sia un fatto molto o abbastanza positivo. L’81% dichiara di provare una forte (54%) o moderata (27%) emozione quando sente suonare l’inno nazionale. Su questo sentimento non si sono differenze tra i cittadini di centro-sinistra e quelli di centro-destra. Quel che lascia perplessi è piuttosto la scarsa conoscenza della storia patria. Solo la metà del campione intervistato ha sentito parlare del 150esimo anniversario dell’unità. Solo poco più di un terzo ha indicato con precisione l’anno dell’unificazione. Tra quelli che non sanno indicare una data il 34% la colloca addirittura dopo il 1900. Per Roberto Benigni c’è ancora un grande lavoro da fare.
Il sentimento nazionale non cancella la consapevolezza che l’Italia continua a essere caratterizzata da una profonda frattura tra Nord e Sud. Eppure la percezione di questa divisione non arriva al punto da mettere in pericolo l’unità del paese. Infatti solo il 15% degli intervistati dichiara che «Nord e Sud dovrebbero dividersi perché troppo diversi tra loro». È sorprendente che su questo giudizio pesi poco il fattore geografico. Infatti scomponendo il dato nazionale per area si scopre che solo il 18% dei cittadini del Nord vorrebbe la separazione contro il 15% di quelli del Sud e poco più del 10% di quelli che vivono nelle regioni del Centro. Questo risultato è ancora più interessante se si tiene conto che quasi il 40% dei cittadini del Nord ritiene che il Mezzogiorno sia un peso per lo sviluppo del paese. Evidentemente per molti residenti delle regioni settentrionali un giudizio negativo nei confronti del Sud non si traduce automaticamente in un atteggiamento favorevole alla separazione. Ma non si traduce nemmeno in una disponibilità incondizionata a fornire aiuto alle regioni meridionali.
Uno dei fenomeni rilevati da questa indagine è che gli abitanti delle regioni più ricche sentono la responsabilità di aiutare quelle più povere. Infatti solo il 25% degli intervistati sostiene che le regioni più povere debbano basarsi solo sulle proprie forze mentre il 62% si dichiara favorevole ad aiutarle. Questo vale sul piano dei principi ma quando la solidarietà è declinata in termini Nord-Sud la percentuale di coloro che restano favorevoli a fornire aiuto scende dal 62 al 38% mentre il 48% ritiene che il Sud debba fare da solo.
Su questo atteggiamento pesa l’orientamento politico degli intervistati, ma fino a un certo punto. Il 55% di quelli che si dichiarano di centro-sinistra è ben disposto nei confronti del Sud rispetto al 32% di quelli che si dichiarano di centro o di centro-destra. Ma anche tra i primi, quando viene indicato il Sud come destinatario della solidarietà, il consenso declina sensibilmente. La questione meridionale è sempre lì ed è solo parzialmente legata alle posizioni politiche sull’asse sinistra-destra.
Le differenze politiche, e quelle territoriali, emergono invece molto nettamente sul tema del federalismo. Coloro che sono molto o abbastanza favorevoli alla sua introduzione sono il 43% mentre i contrari sono il 34% con una percentuale del 21% che non esprime un’opinione. Le differenze tra elettori di centro-sinistra e di centro-destra, però, sono sensibili. Tra i primi meno del 40% si dichiara a favore contro oltre il 60% dei secondi e circa il 50% degli elettori di centro. Il giudizio negativo o positivo nasce da una diversa valutazione degli effetti che la riforma federale può avere sul paese. Solo il 25% degli intervistati di centro-destra ritiene che il federalismo metterà a rischio l’unità nazionale contro il 43% degli elettori di centro-sinistra. Tra questi ultimi è molto diffusa l’opinione (51%) che questa riforma beneficerà le regioni del Nord a scapito di quelle del Sud o che penalizzerà quelle del Sud a beneficio di quelle del Nord (60%).
Non sorprende che la grande maggioranza degli elettori di destra la pensi diversamente. E lo stesso vale per quanto concerne l’aumento delle tasse locali che viene visto come uno degli effetti del federalismo dal 74% degli intervistati di centro-sinistra contro il 39% di quelli di centro-destra. Tra questi ultimi inoltre è largamente diffusa (66%) l’opinione che la riforma federalista migliorerà la qualità dei servizi al Sud ma stranamente questa percentuale scende quando il giudizio si riferisce specificatamente al servizio sanitario.
In sintesi, siamo davanti a un quadro di luci e ombre. Da una parte ci sono le differenze tra cittadini del Nord e cittadini del Sud. Dall’altra quelle tra elettori di centro-sinistra e di centro-destra. Si tratta di differenze radicate nella storia del paese e nella politica di oggi. Il federalismo è una delle bandiere non solo della Lega Nord ma anche dell’attuale governo. Il punto però è che tra Pdl e Lega esiste una differenza sostanziale. I voti al partito di Bossi vengono solo dal Nord. I voti al partito di Berlusconi vengono sempre più dal Sud. Questo è un problema per il Cavaliere.

I PERSONAGGI STORICI
Il 45% degli intervistati indica nell’eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi il personaggio storico che ha più contribuito alla realizzazione dell’unità d’Italia, seguito da Camillo Benso conte di Cavour (25%), Giuseppe Mazzini (14%) e il primo re d’Italia Vittorio Emanuele II (4%)
Il 29% degli intervistati indica nel fondatore della Dc Alcide De Gasperi il politico più importante nella storia d’Italia. Cavour si colloca al secondo posto con il 25% delle preferenze, seguito da Benito Mussolini (14%), Giovanni Giolitti (10%) e Silvio Berlusconi (9 per cento)

Gli italiani «promuovono» l’unità d’Italia
SÌ ALL’UNITÀ D’ITALIA L’88% del campione giudica l’unità d’Italia una cosa molto (58) o abbastanza (30) positiva e l’86% è orgoglioso di essere italiano

BENE L’INNO DI MAMELI Quando sente suonare l’inno d’Italia il 53% prova una forte emozione (che supera il 60% tra gli elettori di centro-destra) e il 28% una moderata emozione

IL «PESO» DEL SUD Per il 31% del campione «il Mezzogiorno è un peso per lo sviluppo del paese» e di contro per il 44% «il Nord è egoista»

da www.ilsole24ore.com