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"Il Paese comincia a reagire, ma lui è capace di tutto", intervista a Dario Franceschini di Stefano Collini

Cominciamo dal messaggio lanciato al premier da Napolitano? Di Berlusconi che rilancia la legge sulle intercetta zioni e la riforma della giustizia? O magari da Fli che perde un altro pezzo? Ma no, risponde Dario Franceschini, «partiamo da Sanremo».
Sta scherzando?
«Può sembrare una battuta ma non lo è. Il capogruppo del Pd alla Camera si prepara a un`altra settimana snervante, con un Parlamento «ridotto alla paralisi» e una maggioranza che «porterà in Aula tutte le porcherie che ha in cantiere, anche a costo di devastare tutto, solo per salvare Berlusconi».
Un quadro a tinte fosche, nel quale però Franceschini individua un barlume di luce. Che viene da Sanremo? Sorride, e inizia a spiegare:

«Negli ultimi mesi ho visto un`assuefazione preoccupante nel Paese. La capacità di reagire e indignarsi è apparsa affievolita, anche se confrontata con quella a cui abbiamo assistito tra il 2001 e il 2006 di fronte a vicende anche di minore gravità. Ecco, nelle ultime settimane, prima con l`iniziativa al Palasharp, poi con le grandi manifestazioni in tutta Italia a difesa della dignità della donna, abbiamo visto qualcos`altro. E poi negli ultimi giorni, a Sanremo, luogo nazionalpopolare per eccellenza, ci sono stati due episodi: 20 milioni di italiani che sono rimasti incollati davanti al televisore per ascoltare Benigni parlare di valori, unità nazionale, sacrificio per un`ideale, e poi la vittoria, grazie al televoto, di una canzone come quella di Vecchioni, tutta di valori. Può sembrare una sciocchezza? Forse per qualche addetto ai lavori, ma l`Italia è anche altro».

Però, anche se sta venendo alla luce questo «serbatoio forte di valori e di voglia di reagire», Franceschini non è tranquillo.

«Adesso inizia la parte più difficile, perché più Berlusconi vede vicino il suo definitivo tramonto, più reagisce in modo sconsiderato. Non si può classificare nella categoria degli uomini politici normali, che accettano di perdere per evitare di travolgere il Paese, la paralisi del sistema e lo sfracellarsi della propria coalizione. Berlusconi trascina tutto in un buco nero, solo per tentare di salvare se stesso». Ecco perché per il capogruppo del Pd alla Camera è «difficile prevedere» cosa potrà succedere nelle prossime settimane. Certo, aggiunge, «le parole del Capo dello Stato – pur come sempre in istituzionalmente corretto – sono una sorta di richiamo nei confronti del premier». Basterà per dissuadere il premier e i suoi dal procedere su legge bavaglio, immunità parlamentare e quant`altro? Franceschini si dice certo che «porteranno in Parlamento tutte le porcherie che hanno in cantiere, anche a costo di devastare tutto solo per salvare Berlusconi», ma si dice altrettanto convinto che
«non riusciranno nell`intento». E se in qualche retroscena giornalistico si parla addirittura della tentazione che ci sarebbe nel Pd (soprattutto tra gli ex-Ppi) di aprire un confronto proprio sul ritorno all`immunità parlamentare, Franceschini esclude seccamente l`ipotesi di un`apertura:

«Non è né sarà mai la linea del Pd. Non si può tornare indietro. Sarebbe folle prevedere l`immunità per 945 parlamentari per garantirla a Berlusconi. E poi se è sbagliata per Berlusconi è sbagliata anche per tutti gli altri deputati e senatori». Circa le difficoltà che sta attraversando Fini, dice che non c`è da sorprendersi:

«Sta combattendo a mani nude contro i carri armati». Anche con lui, per Franceschini, il Pd dovrà lavorare nel «dopo-Berlusconi». La road-map che delinea passa per un`opposizione che non deve trascurare l`importanza della mobilitazione nella società», per la fine di una maggioranza che nonostante la compravendita «c`è solo nelle grandi occasioni – voti di fiducia o su Berlusconi – perché in aula a votare arriva tutto il governo, ma per il resto condanna il Parlamento alla paralisi», e poi per la necessità di aprire una «fase ricostruttiva»:

«Un`ampia coalizione non è solo legata all`esigenza di battere Berlusconi. E che dopo di lui il Paese sarà pieno di macerie di tutti i tipi: economico, istituzionale, ma soprattutto morale. In questi anni c`è stato un rovesciamento della gerarchia dei valori, dall`unità nazionale in giù».

Ricostruire con un uomo di destra, come Fini, e uno contrario al bipolarismo, come Casini?

«Sì, perché ricostruire è un`operazione che non può fare una parte sola, si fa insieme agli avversari (naturalmente non quelli che hanno creato questa situazione) se vogliamo che dia frutti duraturi». Poi, dice, si può tornare alla «normale fisiologia democratica».

E il tema di chi dovrebbe guidare questo ampio arco di forze?

«Va in coda l’ Immunità parlamentare «É folle prevedere un ritorno della norma Il Pd è e sarà contrario» Ampia coalizione «Servirà a ricostruire sulle macerie prodotte da questo esecutivo».

Segnali da Sanremo «Hanno vinto Benigni e una canzone che parla di valori»

La compravendita «Non basta a governare infatti il Parlamento è in piena paralisi»

L’Unità 21.02.11

Immunità, il Pd si schiera contro "Da parte nostra nessuna ambiguità"

Il capogruppo alla Camera: “Non esiste che per bloccare i processi di Berlusconi si dia l’immunità a lui e ad altri 944 parlamentari”. Immunità, il Pd si schiera contro “Da parte nostra nessuna ambiguità” Dario Franceschini ha assicurato che il partito democratico non appoggerà la reintroduzione dell’immunità parlamentare. “La posizione del Pd è contraria senza nessuna ambiguità – ha assicurato il capogruppo alla Camera rispondendo ai cronisti a Montecitorio – Non esiste che per bloccare i processi di Berlusconi si dia l’immunità a lui e ad altri 944 parlamentari”. Sgombrando in campo dalle indiscrezioni che descrivevavano i democratici possibilisti sul provvedimento.

“Per ora non ci sono assolutamente le condizioni. Ma in un clima diverso si potrebbe affrontare la questione. Penso a un’immunità a tempo per una sola legislatura e votata con la maggioranza di due terzi o della Camera o del Senato a seconda dell’appartenenza del parlamentare” conferma Luciano Violante, ex presidente della Camera ed ex capo dei deputati Ds, intervistato da Affaritaliani.it. Contraria anche l’Udc. “Non posso essere complice di un percorso che mira solo a salvaguardare il Presidente del Consiglio. Il quale oggi ha un unico dovere: sottoporsi al giudizio come farebbe ogni cittadino normale dice Savino Pezzotta.

da repubblica.it

Il governo promette e non mantiene: senza risorse gli studenti ciechi e sordi

Oggi ricorre la la Giornata nazionale del Braille,ma Unione Ciechi ed Ente Sordi hanno deciso di non partecipare alle manifestazioni ufficiali per protesta contro i ministri dell’Istruzione e dell’Economia

Una protesta che grida più di ogni altra: oggi ricorre la “Quarta Giornata Nazionale del Braille”, ma l’Unione Italiana dei Ciechi (Uic) e l’Ente Nazionale Sordi (Ens) non parteciperanno alle manifestazioni ufficiali, in segno di protesta nei confronti dei Ministeri dell’Economia e dell’Istruzione che, ormai da 11 anni, non si decidono ad emanare il regolamento attuativo della legge 69 del 2000. Una legge che stanzia importanti risorse economiche per il sostegno all’integrazione scolastica dei disabili e in particolare dei minorati sensoriali, cioè ciechi e sordi.

Le risorse -che non arrivano- sono destinate all’Istituto Statale per i sordi “Tommaso Silvestri” e alla scuola di metodo “Augusto Romagnoli”, entrambi enti pubblici. In una nota l’Uic e l’Ens sottolineano che i due enti “dovranno utilizzare le risorse economiche per effettuare ricerche sulla didattica e la pedagogia speciale, offrire formazione professionale agli insegnanti di sostegno, consulenza ai genitori e interventi mirati a sostegno dell’integrazione scolastica, attraverso la figura dell’insegnante itinerante”.

Peccato che attualmente le somme stanziate dalla legge 69/2000 siano utilizzate in modo improprio, e cioè distribuite a pioggia alle singole scuole nell’ambito dell’offerta formativa, senza rendiconto di come esse siano spese.

Commentano Uic e Ens: “Non possiamo riferire di tutti i nostri interventi nel corso di questi 10 anni. Ci limiteremo all’ultima promessa. Anche grazie all’intervento di un autorevole esponente del Governo, ci fu un incontro al Ministero della Pubblica Istruzione e ci fu promesso che sarebbe stato istituito un tavolo tecnico per riformulare, d’intesa con i due Ministeri, il nuovo parere. È passato ormai un anno e tutto tace. I due Ministeri si rimbalzano le responsabilità con il risultato che una legge dello Stato non viene ancora attuata. Noi riteniamo che tale stato di fatto sia illegittimo e non più tollerabile”.

di Giovanni Belfiori da www.partitodemocratico.it

"Il premier: le toghe contropotere politico Anni di galera a chi passa le intercettazioni", di Lorenzo Fuccaro

Il Pd: sordità istituzionale. L’Udc: così scava un fossato incolmabile. Come è ormai una consuetudine da qualche tempo a questa parte, la domenica Silvio Berlusconi rivolge un videomessaggio con il quale fa un bilancio di quanto fatto nella settimana appena terminata e annuncia le iniziative future. Il Cavaliere insiste che il governo da lui guidato «non si è mai fermato neppure un momento. E ora possiamo e vogliamo andare avanti grazie a un passo che è reso ancora più spedito dall’uscita dalla nostra maggioranza di Fini e dei suoi che avevano sempre da ridire su ogni nostra iniziativa e ritardavano di proposito le riforme, in particolare come sapete quella della giustizia e quella sulle intercettazioni» . Chi passerà ai giornali i contenuti delle conversazioni registrate, sottolinea, «rischierà, come già avviene in tutti i Paesi civili e negli Stati uniti, la galera e ci resterà per anni» . Riforma della giustizia e legge sulle intercettazioni sono in cima ai suoi pensieri e all’agenda delle cose da realizzare, conferma il Cavaliere parlando ai Promotori della Libertà. Dice anche, rispondendo indirettamente alle opposizioni che lo accusano di fomentare lo scontro, che «noi non abbiamo mai alimentato tensioni o conflitti tra le istituzioni, ma abbiamo sempre operato con determinazione per fare esclusivamente l’interesse dell’Italia e siamo riusciti a porre le famiglie e le imprese al riparo dai contraccolpi della crisi internazionale» . Dichiarazioni che scatenano le reazioni di centristi e sinistra. Lorenzo Cesa (Udc) ritiene che così facendo «Berlusconi scava un fossato tra le forze politiche e le istituzioni che rischia di diventare incolmabile» . Anna Finocchiaro (Pd) fa notare che il Cavaliere è affetto da «una senile sordità istituzionale. Se pensa di avere ancora consenso, vada ad elezioni» . Il dipietrista Massimo Donadi definisce i proponimenti berlusconiani «un disegno eversivo di una mente disturbata, animata da sete di vendetta che vuole fare a pezzi la Costituzione per piegarla alle sue esigenze giudiziarie» . Nel videomessaggio Berlusconi enuncia i capisaldi del suo progetto: «Convocherò il Consiglio dei ministri per fargli varare entro pochi giorni e in seduta straordinaria la riforma costituzionale della giustizia» . Una riforma che, aggiunge, conterrà «innovazioni di portata storica nell’ordinamento giudiziario, per fare in modo che anche l’Italia possa avere finalmente una giustizia giusta e anche una giustizia degna di un Paese moderno, cioè senza quelle ingiustizie quelle lentezze e quelle inefficienze che hanno scoraggiato per anni anche gli investitori stranieri a operare da noi» . Tutto questo, insiste il premier, «ha fatto precipitare al minimo la fiducia delle famiglie e delle imprese nella giustizia che è diventata sempre più un contropotere politico che esonda dai principi costituzionali e che è sempre meno un servizio pubblico efficiente e giusto quale invece tutti vorrebbero che fosse» . L’obiettivo dichiarato di Berlusconi è quindi quello di contrastare la funzione di «contropotere politico che esonda dai principi costituzionali» assunta dalle toghe, e in questa cornice si inseriscono i provvedimenti che si appresta a varare. Ipotizza la separazione tra pm e giudici e immagina di creare due Csm, uno per gli «avvocati dell’accusa e uno per i giudici giudicanti» . Accanto questo, sostiene, «accompagneremo queste novità con una riforma elettorale del Csm per ridurre quella che oggi è una politicizzazione che è eccessiva e inaccettabile» . Si tenterà, inoltre, «di introdurre procedure più snelle per invocare la responsabilità civile dei magistrati» .

Il Corriere della Sera 21.02.11

"L’anno zero dell’Italia, il Paese che ha dimenticato la ricerca", di Pietro Greco

Il resto del mondo ci crede e produce economia, sviluppo, commercio, conoscenza. Noi siamo rimasti al palo. Arranchiamo anche su scala minore, in Europa. E l’alta tecnologia esce dalle nostre prospettive. L’Italia investe ogni anno in ricerca industriale lo 0,5% della ricchezza che produce. È poco. Troppo poco. Sia rispetto all’ideale proposto dagli economisti per un’economia competitiva, fondata sulla conoscenza. Sia rispetto a quanto fanno in pratica agli altri paesi, a economia matura e economia emergente.
E per questo paga un prezzo salatissimo. Il prezzo del declino.
Che l’Italia investa poco in ricerca industriale sono i numeri a dirlo, al di là di ogni ragionevole dubbio. Nell’era della conoscenza, gli investimenti in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico (R&S) hanno infatti un valore economico decisivo. L’ideale, sostengono gli economisti, è che un paese (o un gruppo di paesi, come l’Europa) investa in R&S almeno il 3% della ricchezza che produce. In particolare occorre che gli investimenti pubblici, diretti soprattutto verso la ricerca di base e la ricerca applicata, ammontino ad almeno l’1% del PIL, mentre gli investimenti delle imprese indirizzati soprattutto verso lo sviluppo tecnologico capace di creare innovazione di prodotto, oltre che di processo, raggiunga almeno il 2% del PIL. Gli investimenti pubblici italiani in R&S ammontano a circa lo 0,6% del Pil: siamo quindi al 40% dal livello ideale. Mentre gli investimenti delle imprese sfiorano appena lo 0,5% del Pil: appena un quarto del livello ideale.
Non si tratta, solo, di un gap di natura accademica. Le distanze sono enormi anche in rapporto al comportamento concreto degli altri paesi. In Italia investiamo in ricerca la metà esatta della media mondiale. Siamo, insomma, tra i fanalini di coda non solo d’Europa, ma del pianeta. A fronte del nostro 1,0% complessivo, infatti, l’Europa a 27 investe in media l’1,7%; la Gran Bretagna l’1,8%, la Francia il 2,2%; la Germania il 2,6%, la Svezia oltre il 3,2%. Fuori d’Europa gli Usa investono il 2,7%; il Giappone il 3,3%; la Corea del Sud il 3,4%. Tra i paesi a economia emergente la Cina l’1,6%, il Brasile l’1,1%, il Sud Africa l’1,0%.
Queste differenze sono enormi. Ma diventano addirittura eclatanti se la nostra analisi comparativa si focalizza sulla ricerca delle imprese. Che, abbiamo detto, sfiora appena lo 0,5% del PIL. Contro l’1,2% di Francia, Gran Bretagna e della stessa media europea, Contro l’1,8% della Germania o degli Stati Uniti. Per non parlare di Giappone o Corea del Sud, dove gli investimenti delle imprese in sviluppo tecnologico superano il 2,5% del PIL. In pratica le aziende italiane, a parità di fatturato, investono in ricerca il 60% in meno di un’azienda francese, inglese o europea; quasi il 75% in meno di un’azienda tedesca o americana; l’80% in meno di un’azienda giapponese o coreana. Nn è un problema di cultura imprenditoriale. A parità di specializzazione produttiva e di fatturato, un’azienda italiana investe in ricerca esattamente quanto una tedesca o una coreana. Chi fabbrica divani in Italia ha la medesima cultura innovativa di chi li fabbrica a Taiwan. E chi lavora nell’aerospazio in Italia investe in ricerca quanto chi lavora nel settore dell’aerospazio in America.
È un problema di sistema paese. E il sistema manifatturiero italiano si caratterizza per avere un alto tasso di piccole e medie industrie. Ma soprattutto per avere una specializzazione produttiva nelle basse e medie tecnologie. Una vocazione che abbiamo coltivato nei decenni puntando sul basso costo del lavoro e sulla svalutazione competitiva della lira. Da a venti anni a questa parte questi due vantaggi competitivi sono venuti meno. Con la nuova globalizzazione una miriade di paesi può competere con noi sul costo del lavoro. Con il cambiamento della moneta dalla debole lira al forte euro, abbiamo perso la possibilità di azionare la leva monetaria.
Occorre, dunque, cambiare specializzazione produttiva. Cambiare il paradigma produttivo. E passare da una prevalenza delle imprese che producono beni a media e bassa tecnologia a imprese che producono beni ad alta tecnologia. Da venti anni non siamo capaci di imboccare questa strada obbligata. Ma è possibile farlo? Basta leggere gli ultimi rapporti sulla ricchezza procapite del Fondo Monetario Internazionale per rispondere a questa domanda. La Corea del Sud è per numero di abitanti (poco meno di 50 milioni) un paese solo un po’ più piccolo dell’Italia. Ebbene, nell’anno 2010 per la prima volta il reddito procapite dei coreani ha superato il nostro. Nel 1980 un coreano poteva contare, in media, su un reddito procapite pari a un quarto di quello di un italiano. Come ha fatto la Corea in trent’anni a recuperare il gap e a superarci? Cambiando la specializzazione produttiva della sua economia. Puntando sull’innovazione fondata sulla conoscenza. E la conoscenza è generata sia investendo in ricerca (in assoluto oggi la Corea investe oltre tre volte più dell’Italia), sia investendo in capitale umano. Nel 1980 i coreani avevano una percentuale di laureati rispetto all’intera popolazione molto basso, inferiore a quella dell’Italia. Oggi detengono il record mondiale dei laureati nella fascia di età compresa tra 25 e 34 anni: il 60%. Tre volte più dell’Italia. La Corea dimostra che è possibile cambiare la specializzazione produttiva di un paese grande come l’Italia in tempi relativamente brevi. Con effetti anche sociali tangibili. Venti anni fa la società Corea aveva un tasso di disuguaglianza (misurato con l’indice di Gini) superiore all’Italia. In questi venti anni la disuguaglianza in Corea è diminuita, mentre in Italia è aumentata. Risultato: oggi i coreani sono non solo più ricchi degli italiani, ma vivono anche in una società meno diseguale.

L’Unità 21.02.11

"La Protezione civile affondata come il Titanic", di Corrado Zunino

Gabrielli scrive a Berlusconi: “Prima di ogni intervento servirà il sì di Tremonti, così si blocca tutto”. Il successore di Bertolaso contro le nuove norme previste dal Milleproroghe. La nuova Protezione civile affonderà come il Titanic. Lo dice, impotente più che furioso, il prefetto Franco Gabrielli, che dallo scorso novembre ha preso in mano il ricco carrozzone di Guido Bertolaso scoprendo, da subito, che la Protezione era nel frattempo diventata un dipartimento spoglio e indebitato. Ora Gabrielli si è reso conto che con il prossimo decreto Milleproroghe, pronto all´ultimo passaggio alla Camera, il Dipartimento sarà costretto ad attendere i “visto di intervenga” del ministero delle Finanze prima di poter muovere caterpillar e tende sul prossimo disastro naturale.
«Diventeremo la ex Protezione civile migliore al mondo», ha detto al Villaggio solidale di Lucca il prefetto, che di emergenze s´intende essendo stato commissario alla ricostruzione dell´Aquila. «Nel più assoluto silenzio il decreto Milleproroghe ha messo mano alla legge 225 del 1992 con riforme che, così come sono enunciate, ci affonderanno come il Titanic». Al suo fianco c´era il fondatore della Protezione civile moderna, Giuseppe Zamberletti, oggi presidente dei volontari. Gabrielli ha usato toni diretti per spiegare come il Dipartimento che si muoveva in assoluta libertà rispondendo solo e direttamente a Silvio Berlusconi oggi, per ogni singolo atto, dovrà accettare un controllo da parte del ministero delle Finanze e ottenerne il via libera.
«Per essere efficaci sulle emergenze più importanti dobbiamo muoverci entro 36 ore dall´evento. L´ho fatto presente ai funzionari del ministero dell´Economia e loro mi hanno risposto che se il disastro accadrà di venerdì bisognerà riparlarne la settimana successiva: sabato e domenica gli uffici sono chiusi». In questo momento, ha ricordato ancora Gabrielli, in Italia sono aperti «oltre 70 stati emergenziali». Certo, «si deve tornare a mettere ordine nei conti della Protezione civile, specie dopo aver usato le ordinanze per scopi non propri, ma lasciateci il suo core business, gli interventi sui disastri».
Giulio Tremonti, da sempre avversario di Guido Bertolaso e delle sue spese senza controllo (560 ordinanze in otto anni per un costo conosciuto di 10,7 miliardi), quando il “medico tropicalista” è andato in pensione è riuscito a portare sotto il suo controllo anche il Dipartimento delle emergenze. C´è di più. Il decreto Milleproroghe, tentando di mettere un argine a una Protezione sregolata che la scorsa primavera rischiò di essere trasformata in spa e che ha alimentato inchieste giudiziarie in tutto il territorio italiano, affiderà un controllo preventivo alle Corti dei conti, che abbisognano di almeno 37 giorni di indagini prima di dare un´indicazione sulla bontà delle spese da affrontare. «Saremo in mano a un pugno di burocrati che si occupano di un mondo che non conoscono e avremo un presidente del Consiglio con la responsabilità di tutti gli interventi, ma senza il potere di intervenire», ha detto Gabrielli. «Lo Stato mette le mani sui nostri fondi regionali e, però, non tocca l´articolo 5 bis comma 5 della legge 401 del 2001». È quello che estende la possibilità di utilizzare le ordinanze di Protezione civile ai grandi eventi: l´inizio della degenerazione.
Il prefetto, che ha lamentato le ingerenze della politica in un dipartimento che dovrebbe essere lasciato in mano ai tecnici, ha scritto una lettera a Silvio Berlusconi (e al ministro Tremonti e a Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni). Fa sapere, però: «Anche se non otterrò di fermare questi passaggi del Milleproroghe continuerò a lavorare. Tutti devono sapere che lo farò in ristrettezze e con tempi dilatati». Già. «Aspetteremo la prossima catastrofe per ottenere un nuovo decreto che ridà alla Protezione civile i poteri che ora ci vengono tolti. In questo modo l´Italia rincorrerà sempre l´emergenza. Non ha senso parlare di volontariato se viene scardinato uno dei sistemi principali della tenuta del paese».

La Repubblica 21.02.11

«Dalla Patria alla Matria. Ecco perché è la lingua che ci ha fatto italiani», di Maria Serena Palieri

Massimo Cacciari dice che la sua devozione va non alla Patria, ma alla Matria. Cioè alla nostra madre lingua, l’italiano di Dante. E «il» linguista per antonomasia, Tullio De Mauro, stamattina al Quirinale parlerà appunto dell’Italia linguistica, dall’Unità alla Repubblica. Alla vigilia dell’incontro gli abbiamo rivolto alcune domande. A fronte dei 150 anni di Italia che festeggiamo oggi, ci sono, prima, sei secoli di storia di un popolo unito dalla lingua. È un’eccezione tutta italiana? E da cosa nasce? «La scelta del fiorentino scritto trecentesco a lingua che, sostituendo il latino, fosse lingua comune dell’Italia si andò affermando già nel secondo Quattrocento nelle nascenti amministrazioni pubbliche dei diversi stati in cui il paese era diviso e si consolidò poi tra i letterati nel XVI secolo quando sempre più spesso la lingua di Dante, Petrarca, Boccaccio cominciò a dirsi italiano e non più fiorentino o toscano. Spingeva in questa direzione l’aspirazione ad avere una lingua nazionale come già avveniva nei grandi stati nazionali europei. Rispetto alle altre parlate italiane, alcune già illustri come il veneziano o il napoletano, il fiorentino scritto aveva il vantaggio di una grande letteratura di rango europeo, il sostegno dell’attiva rete finanziaria e commerciale toscana, una assai maggiore prossimità al latino, che era la lingua dei colti. A questi soltanto, fuori della Toscana, e con la sola parziale eccezione della città di Roma, restò limitata la scelta. Mancarono ancora per secoli quelle condizioni di unificazione politica, economica e sociale e di sviluppo della scolarità elementare che altrove in Europa portavano i popoli a convergere verso l’uso effettivo delle rispettive lingue nazionali. Firenze e Roma a parte, l’uso dell’italiano restò riservato a occasioni più formali e solenni e alle scritture di quell’esigua parte di popolazione che poteva praticarle e leggerle. Tuttavia la tradizione letteraria dei colti fu un filo importante nella vicenda storica. Nell’Italia preunitaria, scrittori, politici, patrioti da Foscolo a Cattaneo e Manzoni, alla diplomazia piemontese, poterono additare a giustificazione storica della richiesta di unità e indipendenza dell’Italia l’esistenza di un’unica lingua nazionale. Ma non mancarono mai di sottolineare il fatto che l’uso dell’italiano era allora assai ridotto. È un tema ricorrente». Quali sono le conseguenze di questa storia «al contrario»? «Senza riferimento alla lingua nazionale la stessa idea di unificare il paese e rivendicarne l’indipendenza forse non sarebbe nata». Il1861 quale tipo diPaese certificò, dal punto di vista linguistico? «Il 78% della popolazione risultò analfabeta. La scuola elementare era poco frequentata e mancava in migliaia di comuni. L’intera scuola postelementare era frequentata da meno dell’1% delle classi giovani. Secondo le stime la capacità di usare attivamente l’italiano apparteneva al2,5% della popolazione. Un valoroso filologo purtroppo scomparso ha rivisto questa stima al rialzo, suggerendo che la capacità di capire l’italiano appartenesse all’8 o 9%». E 150 anni dopo? «La scolarizzazione avrebbe potuto modificare la situazione del 1861. Ma, diversamente da quanto avvenne per esempio in Giappone, che negli stessi anni si avviava alla modernità e aveva condizioni scolastiche peggiori delle nostre, le classi dirigenti italiane puntarono su esercito e ferrovie, non sulla scuola. Alla fine del secolo il Giappone aveva portato alla piena scolarità elementare quasi il 100% della popolazione: in Italia siamo arrivati a questo soltanto negli anni sessanta del ‘900. Solo nel periodo giolittiano, a inizio ‘900, cominciò una forte spinta popolare all’istruzione, come riflesso della grande emigrazione verso paesi in cui leggere e scrivere era normale, e come conseguenza diretta del costituirsi di associazioni operaie e contadine e del Partito Socialista. I governi Giolitti risposero positivamente, le spese per edilizia scolastica e stipendio dei maestri passarono dai comuni allo Stato. La scolarità cominciò a crescere e anche crebbe la quota di prodotto interno lordo destinato alla scuola. Mail processo si bloccò prima per la Grande Guerra, poi, dal 1925 in poi, per tutto il periodo fascista. All’inizio del suo camminola Repubblica italiana si ritrovò con il 59,2% di analfabeti e senza licenza elementare, con un indice di scolarità di tre anni a testa, a livello dei paesi sottosviluppati. E con il64%di popolazione consegnata all’uso esclusivo di uno dei dialetti, mentre l’italiano era usato abitualmente da poco più del 10% della popolazione (inclusi i toscani e i romani) e in alternativa con i dialetti da un altro 20%o poco più. Uscire da questa situazione parve una necessità a persone come Pietro Calamandrei o Umberto Canotti Bianco, ma anche ai padri costituenti, che nel 1948 “costituzionalizzarono” l’obbligo scolstico gratuito per almeno 8 anni (è l’art. 34 della Costituzione). Ma la scuola elementare e la media hanno stentato a decollare fino agli anni settanta. La scuola ha fatto un lavoro enorme per sottrarre i figli e le figlie al destino di analfabetismo e mancata scolarità di padri e madri. Ha portato tutti i ragazzini alla licenza elementare negli anni settanta e ottanta, poi quasi tutti alla licenza media, infine, in questi anni, li ha portati per il 75% al diploma e alle porte dell’università. Ma non poteva cambiare da sola le strutture degli ambienti di provenienza degli allievi: la mancanza cronica di centri di pubblica lettura in oltre tre quarti dei comuni, la scarsa lettura di quotidiani, fermi, in percentuali di vendite, agli anni ‘50, la scarsa propensione alla lettura di libri. Per questa la parte femminile della popolazione, ha fatto moltissimo, assai più dei maschi, ma non basta». Nel gioco fra lingua e dialetti l’italiano è mai arrivato a essere “lingua di popolo”? O è rimasto lingua d’élite? «Oggi l’italiano è parlato dal94%della popolazione, mai era stato tanto usato, solo il 6% resta ancorato all’uso esclusivo di uno dei dialetti. Mala percentuale del94%va sgranata e stratificata: il 45% parla abitualmente l’italiano anche tra le mura di casa, i l resto della popolazione lo usa in alternanza con uno dei dialetti o (per il5%)delle lingue di minoranza. Ma attenzione, il multilinguismo, la persistenza di idiomi diversi non fa danno. Fa danno la dealfabetizzazione della popolazione adulta una volta uscita di scuola. Soltanto il 20% della popolazione ha gli strumenti minimi di lettura, scrittura e calcolo per orientarsi nella vita di una società moderna. La povera Mastrocola si agita per dire che dovremmo bloccare l’istruzione a 13 anni. Abbiamo invece bisogno di un grande sforzo collettivo di crescita culturale, qualche imprenditore comincia a capirlo, lo spiegano bene gli economisti e in un bel saggio recente Walter Tocci. Ma per ora la situazione è questa e un uso responsabile e sicuro della lingua è precluso a una gran parte del 94% che pure l’italiano ormai lo parla». Dal 1954 in poi, l’italiano ce l’ha insegnato nostra maestra televisione. Oggi la tv sul piano linguistico e civile che effetti produce? «Sì, con le grandi migrazioni interne, l’industrializzazione e la crescente scolarità delle fasce giovani, negli anni ‘50 l’ascolto televisivo fu decisivo per sentire l’italiano usato nel parlare. Dagli anni ‘90 la rincorsa alla pubblicità ha imbastardito le trasmissioni senza che vi siano sufficienti contrappesi, il calmiere di una informazione seria e diffusa, la lettura. Oggi lavoriamo molto nelle scuole per insegnare i ragazzi la regola della “presa di turno” nel parlare, Poi apri un qualsiasi talk show o il grande fratello e vedi che quella regola è calpestata senza ritegno». Cheeffetto fa al linguistauna Minetti (laureata) che intercettata dice “Ne vedrai di ogni. Tidevobriffare”? «Studio le registrazioni solo per obiettivi professionali, quindi per campioni statistici, e quelle di Minetti non mi sono per ora capitate ». E che effetto h
a fatto al linguista il Benigniche spiega l’Inno di Mameli? «Un numero sterminato di anni fa, trenta, ricordo di avere cercato di spiegare che, come già per altri grandi comici, Totò anzitutto e Dario Fo, il comico di Benigni poggiava e poggia su una geniale intelligenza e una robusta, ampia base culturale. Benigni poi ci ha dato solo conferme. La sua “controlettura” dell’Inno di Mameli offre un modello raro e prezioso di come si debba e possa leggere la poesia, senza vibratini ed enfasi, come invece troppo spesso si fa. Di Benigni ricordo anche il memorabile discorso per l’avvio di pionieristici corsi di istruzione per gli adulti nel comune di Scandicci e la chiusa alta e paradossale, degna di Gramsci e don Milani: “Tutti vi dicono: fatti, non parole. E io vi dico invece: prima di tutto parole, parole, parole»

L’Unità 21.02.11