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«Federalismo al via senza cinque regioni», di Sergio Rizzo e Mario Sensini

ROMA— Per sputare il rospo Salvatore Bilardo aspettava solo l’occasione. Che finalmente, mercoledì 16 febbraio, è arrivata sotto forma di un’audizione alla Commissione Bicamerale sul federalismo. L’ispettore capo della Ragioneria si è seduto e ha scandito bene le parole: «L’eliminazione delle inefficienze e delle storture in materia di finanza pubblica, cui è finalizzato il processo di federalismo fiscale, non può che riguardare l’intero territorio nazionale» . Quindi, anche le Regioni a statuto speciale. Considerazione che ha provocato la replica stizzita («È il ministro che deve parlare di politica, non la Ragioneria» ) del presidente della Commissione Enrico La Loggia, siciliano, nonché nipote dell’omonimo uomo politico che fu fra i fondatori dell’autonomia regionale della Sicilia. Un autentico macigno, l’autonomia, sulla via del federalismo. Nonostante un paradosso. Sulla carta, infatti, le Regioni a statuto speciale sono già «federaliste» , se con questo s’intende trattenere sul territorio le tasse che lì vengono prodotte. Esattamente quello che accade in Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta e nelle due Province di Trento e Bolzano, per un totale di 9 milioni di abitanti, il 15%dell’intera popolazione italiana. Anche se con differenze notevoli. Alle Regioni autonome del Nord le imposte pagate dai loro cittadini bastano e avanzano. In Sicilia e Sardegna, no. Nel 2008 lo Stato ha dovuto versare in più 508 milioni alla Sardegna e 2,3 miliardi alla Regione siciliana. E questa situazione è destinata a continuare. Con o senza la riforma tanto cara alla Lega Nord. Il motivo? Le Regioni a statuto speciale sono escluse dal meccanismo principale, quello dei cosiddetti «costi standard» che d’ora in poi dovrà sostituire il sistema demenziale della «spesa storica» , con il quale lo Stato rimborsa a piè di lista i governatori. Il fatto è che l’autonomia di queste sei entità è prevista dalla Costituzione. Piccolo particolare, nemmeno in questo frangente qualcuno si è sognato di metterla in discussione. Eppure rappresenta una pericolosa incognita per il successo del progetto federalista: non fosse altro perché questi territori hanno vincoli di solidarietà generici e sfumati rispetto al resto del Paese. Corpi separati, con regole proprie. Tanto per dirne una, i sindaci di queste Regioni non saranno tenuti ad applicare l’Imu, Imposta municipale unica, l’architrave del federalismo comunale. Le differenze affondano le loro radici nella storia, e vengono continuamente rivendicate. Ma hanno ancora ragion d’essere nel 2011, in un’Europa unita senza più frontiere? La domanda è più che legittima, anche alla luce delle conseguenze che queste «autonomie» comportano per il Paese. I Comuni della Provincia di Belluno, per esempio, hanno promosso un referendum per staccarsi dal Veneto e passare alla Provincia di Bolzano. Attirati, evidentemente, dagli enormi vantaggi economici che ne potrebbero trarre, come i contributi stratosferici, con finanziamenti a fondo perduto fino all’ 80%dell’investimento, concessi dall’Alto Adige agli albergatori. Per esempio gli stipendi astronomici, nei confronti del resto d’Italia, che toccano agli amministratori locali. Basta dire che al sindaco di Bolzano spettano 12.400 euro lordi al mese, quasi il doppio del sindaco di Roma. E che il governatore dell’Alto Adige Luis Durnwalder, apertamente refrattario ai festeggiamenti per i 150 anni dell’unità d’Italia, ha un appannaggio di circa 320 mila euro lordi l’anno, 36 mila più di Barak Obama. Per la Sicilia, invece, mantenere l’autonomia significa poter alimentare un sistema assistenziale onerosissimo, con un numero di dipendenti regionali enorme (sono oltre 21 mila) che costano 1,7 miliardi di euro l’anno: più del 70%di quanto spendono tutte le altre Regioni italiane. Ognuno di loro percepisce uno stipendio medio di 42.500 euro l’anno, superiore del 40%a quello dei ministeriali. Ma va in pensione molto prima e con un assegno medio di 2.472 euro al mese. Gran parte dell’economia dell’isola si regge su una pubblica amministrazione elefantiaca e spendacciona. Prendete la storia del servizio di ambulanza del 118, raccontata in una spaventosa relazione della Corte dei conti appena qualche giorno fa. Nei primi quattro anni il costo della convenzione con cui la Regione aveva appaltato il servizio alla Croce Rossa, è salito da 10 a 120 milioni di euro. Le ambulanze sono aumentate dalle originarie 157 a 280. Il numero degli autisti soccorritori è lievitato da 1.570 a 3.009. E adesso che la convenzione è stata disdetta, sono diventati 3.319, di cui 222 amministrativi. Non abbiamo citato a caso questo episodio. Perché il cuore del problema, e non soltanto delle amministrazioni regionali autonome, è la sanità, che assorbe oltre l’ 80%della spesa delle Regioni. Una cifra gigantesca, pari a 106,5 miliardi nel 2011, che cresce ogni anno, ma che non basta mai, perché alcune regioni continuano ad accumulare deficit. E si capisce. L’ospedale di Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, ha 29 posti letto e 174 dipendenti, tra i quali 150 medici e infermieri. A quello di Gioia Tauro lavorano in 173 per 48 posti letto e qualche anno fa hanno pure assunto per concorso 26 cuochi, prima di appaltare la mensa all’esterno. La sanità costa in media a ogni calabrese 3.090 euro l’anno, contro i 1.665 euro che gravano sulle spalle di ogni veneto. Ma la performance peggiore è quella del Lazio: 3.490 euro a testa, ovviamente senza contare le addizionali Irap e Irpef pagate dalle imprese e dai contribuenti. La sovrattassa locale sui redditi è all’ 1,4%, il massimo. Ma per chiudere il buco dei conti sanitari del Lazio, secondo la Corte dei conti, dovrebbe essere addirittura portata al 3%e restarci fino al 2028. Di razionalizzazioni serie, finora, nemmeno l’ombra. Da qualche anno però lo Stato ha deciso di non rimborsare più gli sforamenti. E le cinque Regioni più inguaiate per le quali sono stati predisposti drastici piani di rientro (Lazio, Campania, Puglia, Molise, Calabria) annaspano. Finora se la sono cavata con le sforbiciatine. Avrebbero dovuto usare il machete, anche se non è certo lo strumento più adatto per mantenere il consenso. Anche questa partita, come quella delle spese delle amministrazioni comunali, si dovrebbe finalmente risolvere con l’applicazione dei famosi «costi standard» . Se il prezzo di una siringa è, poniamo, di 5 centesimi, lo Stato rimborserà solo quella cifra. Chi vuole spendere di più, si arrangi. Un problemino mica da ridere, in certe realtà soprattutto meridionali. Non a caso i governatori del Mezzogiorno, a prescindere dal colore politico, hanno alzato le barricate contro i loro colleghi del Nord, ingaggiando un durissimo braccio di ferro sul riparto delle risorse 2011. Finora i criteri fondamentali sono stati l’età e il numero dei residenti. Per quest’anno i governatori meridionali chiedono che si tenga conto anche dell’ «indice di deprivazione» . Più si è poveri, sostengono, più ci si ammala. Può darsi, ma i cinque parametri per misurare quell’indice non hanno proprio nulla a che vedere con la salute: si va dal titolo di studio, al numero di stanze per abitante, alla disponibilità del lavoro. La trattativa, iniziata a dicembre, è tuttora arenata. E la spaccatura fra Nord e Sud non è certo un buon viatico per il processo cosiddetto «federalista» . Che già deve scontare l’esclusione delle Regioni a Statuto speciale dalla tagliola dei costi standard. Come non bastasse, i presidenti delle Regioni non vogliono neanche sentir parlare del «fallimento politico» , forse l’unica arma in mano allo Stato (e ai cittadini) per colpire gli sprechi dei cattivi amministratori locali. Il governo ha stabilito infatti l’ineleggibilità dei governatori che non presentano i conti certificati della sanità sei mesi prima delle elezioni. Per Giulio Tremonti è l’unico sistema per farla finita con lo scandaloso scaricabarile a cui ci hanno abituati: la colpa è sempre di chi c’era prima. Per i
governatori è contro la Costituzione. «Se il presidente di una Regione arriva al livello in cui può scattare il fallimento politico» , replica il coordinatore della commissione tra governo ed enti locali sul federalismo, Luca Antonini, «non è incostituzionale mandarlo via. È incostituzionale lasciarlo al suo posto» . Ultima notazione: nessuno dei decreti legislativi in discussione parla dei costi della politica. Eppure è una delle maggiori fonti di spreco delle Regioni italiane. Assemblee spesso pletoriche, talvolta addirittura più costose, in rapporto ai loro componenti, del Senato della repubblica: come avviene per esempio in Sicilia. Soprattutto, con regole assurde, come quella che consente l’esistenza nei consigli regionali di gruppi composti da una sola persona, il suo presidente. Al quale spetta, secondo le Regioni, anche l’auto blu e uno stuolo di assistenti, oltre a un congruo aumento di stipendio. Sapete quanti ce ne sono in tutta Italia di questi «monogruppi» ? Settantadue. Ma questa è un’altra storia…

da Il Corriere della Sera

"L'onorevole vuole la cyclette" di Daniela Minerva

Il numero due del Pdl alla Camera, Domenico Di Virgilio, chiede che tutti i deputati siano muniti di ‘pedaliere’ ai loro banchi, in modo da potersi tenere in forma durante le discussioni parlamentari. A spese del contribuente, è ovvio. Ci crediate o no, l’onorevole Domenico Di Virgilio, medico e vice presidente del Gruppo Pdl alla Camera, è tornato alla carica con la storia delle pedaliere da installare sotto i banchi di Montecitorio per gli onorevoli che possono così fare esercizio fisico mentre ciondolano stravaccati sui seggiolini.

L’aveva proposta direttamente a Fini un paio di anni fa e, non pago del comune ridacchiare che l’aveva accolta, oggi ci riprova. Giacché il momento è topico: i decreti attuativi testé approvati negano i denari ai Pronto soccorso (come stigmatizza oggi l’Anaao, il sindacato dei dirigenti medici); le strutture sanitarie di molte regioni del meridione sono al collasso; i camici bianchi vanno scomparendo sotto i tagli della coppia Brunetta-Tremonti che è in disaccordo su quasi tutto tranne che sull’inutilità degli ospedali pubblici; il Mediterraneo è in fiamme e le condizioni sanitarie a Lampedusa fanno temere il peggio; i farmaci innovativi ci mettono quasi il doppio ad arrivare in Italia di quanto non serva per gli altri paesi europei… e mi fermo qui.

Ma lui, l’impavido fustigatore dei pigroni, punta dritto sulle pedaliere per i suoi colleghi. È una questione di prevenzione, tuona: e pertanto è importantissima. Già, chissà se gli onorevoli, che a Roma ci stanno tre giorni si e no, nei rimanenti quattro giorni della settimana frequentano a tempo pieno palestre e circoli sportivi?

Di Virgilio ammette che le pedaliere costano, ma «la prevenzione fa risparmiare», aggiunge. Lo farebbe di più se fosse vera prevenzione per la popolazione generale, ma al vicepresidente e medico sta a cuore la salute dei suoi colleghi. Un medico è tenuto a prestare soccorso a tutti. Un medico cattolico, poi, deve metterci anche la pietà cristiana.

E Di Virgilio è ben conscio della sua missione: nella sua biografietta on line dichiara di essere sceso in politica per rispondere alla chiamata di Giovanni Paolo II che chiedeva l’impegno dei cristiani nel mondo. Compito cui il nostro ha ben risposto come primo firmatario di quell’obbrobrio che spacciano per legge sul testamento biologico. Quella che costringe tutti noi a vivere oltre ogni ragionevole decenza e ben oltre la nostra eventuale volontà, quella che affida a gente come Di Virgilio le decisioni sul nostro vivere e morire.

Anche se forse Giovanni Paolo II aveva in mente cristiani diversi: e una diversa missione.

L’Espresso 19.02.11

«Nessun uomo cederà senza una regola che glielo imponga», di Maria Grazia Gerina

La platea apprezza l’impegno del segretario. «Nessuna pietà per i maschi: se gli toglieremo il posto sarà per il loro bene» Dopo la manifestazione del 13 «alleanza tra politica e società» La leadership, quel «passo avanti» che tutte, soprattutto le più autorevoli, sentono di dover fare è il grande tema che, a pochi giorni dalla piazza delle donne, aleggia nella platea delle democratiche riunite per la loro prima conferenza nazionale. E su quello, per ora, mettono alla prova il “loro” segretario, Pier Luigi Bersani. «Ha fatto un buon discorso», commenta Rosy Bindi, rimasta
tutto il tempo al tavolo della presidenza. «Purtroppo sulla possibilità che Berlusconi ascolti il suo monito e faccia una legge perché ci sia un governo per metà di donne non mi faccio illusioni. Perciò mi interessa di più che Bersani si sia impegnato a rispettare questa regola in un futuro governo di centrosinistra», lo incalza. Apprezzano ma non fanno sconti le donne del Pd. «Caro segretario, volevo dirti che tu stai facendo bene, però non accetto il linguaggio che usi quando dici che ci darai spazio perché noi gli spazi ce li stiamo già prendendo, siamo il cinquanta per cento del partito, anche se finora ci hanno gettato le briciole, siamo il vero potenziale del Pd, siamo la tua forza contro gli indebolimento che viene dalle correnti», scandisce tutto d’un fiato Valentina Sanna, 42 anni, presidente del Pd sardo. Quando finisce, con quel suo «vogliamo essere noi le leader», si prende l’abbraccio delle tante compiaciute di quel piglio “generazionale” (e anche molto “geografico”). Le giovani donne in platea sono parecchie. Quelle che hanno qualche esperienza sanno che non sarà facile. Barbara Pollastrini, ex ministro delle Pari Opportunità nel governo Prodi, la dice così: «Nessun uomo cederà mai se non ci sono regole che glielo impongono, ma soprattutto non cederà senza unconflitto.
E per quel conflitto c’è bisogno di tutte noi». Alessandra Bocchetti, femminista storica, aggiunge come viatico che: «Un posto preso da una donna sarà tolto ad un uomo, non vi impietosite, se riuscirete a toglierglielo sarà anche per il suo bene». In ogni caso – scandisce sempre Pollastrini – quelle «piazze in cui noi democratiche c’eravamo con fierezza e riconoscenza sono uno spartiacque».E su questo sono tutte d’accordo. Per questo forse prolungano l’effetto
«13 febbraio» continuando a raccontarsi le loro storie altre da quelle da harem del “Sultano”. Storia di Maria Jose Evora, nata a Capoverde, che per trent’anni in Italia ha lavorato «in casa di famiglie italiane», mandando soldi a casa e continuando a studiare fino al dottorato.Storia di Silvia Finzi, fondatrice di un circolo del Pd in Tunisia. Storia di Emilia Vitale, nativa di Boscoreale e cervello in fuga aNewYork. «Le
baronie che ho lasciato vent’anni fa, le ho ritrovate al ritorno, peggiorate». «Viviamo in un paese – dice Emilia – che ci vorrebbe tutte meteorine e farfalline». Che parla sempre di famiglia. Ma poi – ricorda da cattolica Silvia Costa – «mentre in Francia se hai più figli sei più sostenuta, in Italia sei solo più povera». «Eravate in tante in piazza e non possiamo che ringraziarvi per questo», dice Sonia De Bernardo, che interviene a nome del comitato organizzatore del 13 febbraio. «Se le donne della società civile e quelle della politica – risponde Marina Sereni – non creeranno una alleanza quel movimento si esaurirà e questo non possiamo permettercelo».

L’Unità 20.02.11

"Libri di testo: Violati i principi della libera concorrenza?", di R.P.

A porre la questione è la deputata PD Alessandra Siragusa che ha presentato una interrogazione che verrà discussa in Commissione il 24 febbraio. Le case editrici più “forti” si accaparrerebbero le adozioni a suon di “gadget” offerti alle scuole (LIM e notebook). E i costi peR le famiglie non diminuiscono. Il blocco delle adozioni dei libri di testo non sta determinando nessun risparmio per le famiglie mentre sta creando rapporti anomali (ai limiti del lecito) fra case editrici e insegnanti: la denuncia arriva dalla parlamentare del PD Alessandra Siragusa che ha presentato una interrogazione in Commissione Cultura.
“Il blocco delle adozioni introdotto dal decreto-legge n. 137 del 2008 – sostiene Siragusa – oltre ad essere in contrasto con l’autonomia scolastica, rischia di favorire l’instaurazione da parte di alcune case editrici, per il tramite dei loro agenti, di pratiche di incentivo nei rapporti con i docenti e con i dirigenti scolastici, che mettono in pericolo il principio di autonomia degli insegnanti nell’adozione dei libri di testo”.
Alessandra Siragusa fa riferimento a fatti precisi: “Nelle scuole si assiste a forme di pressione da parte delle reti commerciali che fanno capo soprattutto ad alcuni grossi gruppi editoriali, che pur di entrare e rimanere sul mercato, in cambio dell’adozione dei loro testi, offrono alle scuole in forma di comodato d’uso le L.I.M piuttosto che notebook o altro, con ciò ponendo in essere pratiche che contrastano non solo con i più elementari precetti che regolano la corretta concorrenza commerciale, ma anche con le norme che dovrebbero presiedere all’adozione dei libri di testo”.
Secondo quanto riferisce la parlamentare del PD “tale situazione è stata denunciata dall’ANARPE (Associazione nazionale agenti e rappresentanti editoriali) in due diverse e successive circolari indirizzate ai dirigenti scolastici e ai propri associati”.
“Stando così le cose – conclude Siragusa – la normativa introdotta con il decreto-legge n. 137 del 2008, lungi dall’abbassare i costi per le famiglie, favorisce di fatto pratiche non conformi ai princìpi della libera concorrenza e della libertà di insegnamento”.
Se davvero si dovesse accertare che la norma voluta dal ministro Gelmini introduce elementi di distorsione del principio di libera concorrenza, ci troveremmo di fronte ad un bel paradosso: le regole del “libero mercato” sarebbero violate a causa di provvedimenti legislativi varati da una maggioranza che fa del “mercato” uno dei propri punti di riferimento.
A questo punto c’è attesa sulla seduta della Commissione Cultura del 24 febbraio perché sarà interessante vedere in che modo risponderà il Ministro

La Tecnica della Scuola 20.02.11

"Don Giovanni all'inferno e Benigni in paradiso", di Eugenio Scalfari

Tanto era stato retorico e melenso il Festival di Sanremo, con le sue canzoni nuove e mediocri e quelle antiche ridotte ad ali di farfalla appiccicate al muro con lo spillo, e tanto si è trasformato in una festa popolare, colorata, irriverente e istruttiva non appena Roberto Benigni è apparso sul palcoscenico dell´Ariston sul cavallo bianco e con in mano la bandiera dai tre colori.
Così, per quaranta minuti, 20 milioni di italiani hanno riso, hanno applaudito, hanno preso a cuore il Risorgimento e una patria creata da una minoranza di giovani coraggiosi che hanno dato la vita per far sorgere una nazione.
Benigni ha toccato tutti i tasti del suo inimitabile repertorio, ha lanciato bonariamente le frecce della sua micidiale comicità ed ha contemporaneamente dispensato preziosi insegnamenti di etica pubblica che forse molti degli ascoltatori avevano dimenticato. Ha dato anche notizie di fatti antichi probabilmente ignoti ai più; la più commovente è stata quella del ventenne autore del nostro inno nazionale che pochi mesi dopo averlo composto morì nello scontro di Porta San Pancrazio dove caddero insieme a lui i Manara, i Cairoli e i giovani della Legione lombarda guidati da Garibaldi per difendere la Repubblica romana.
«Umberto svegliati, italiani svegliatevi» intercalava Benigni rivolgendosi a Bossi mentre raccontava la morte di Mameli e di tanti altri giovani del Nord. Non so come abbiano reagito e che cosa abbiano sentito dentro di loro i tanti milioni di telespettatori. So che io me lo sarei abbracciato quel burattino ridente e sudato che è una grande ed amata persona.
Torniamo alle dolenti note di queste tese giornate. Quello che più di tutto avvilisce non noi che serbiamo nel cuore il sentimento della nazione, ma le istituzioni che dovrebbero rappresentarla, è il comportamento di quei 315 parlamentari, anzi 320 dopo l´ultima transumanza, che votano a comando le proposte più incredibili, più scriteriate e più concettualmente impudiche che mai siano state presentate nelle aule parlamentari.
Hanno affermato come verità rivelata che la vergognosa telefonata di Berlusconi alla Questura di Milano per liberare la “nipote di Mubarak” fu l´atto d´uomo di Stato che voleva e doveva evitare una grande crisi internazionale. Hanno deciso, non avendone alcun potere, quale fosse il giudice competente a giudicare il presidente del Consiglio, interferendo come mai era avvenuto così platealmente con l´ordinamento costituzionale e con l´autonomia della giurisdizione. Sono pronti ad eseguire senza neppure un sussulto di incertezza gli ordini degli avvocati del premier, decisi a far sollevare dal Parlamento il conflitto di attribuzione del processo di Milano, incuranti dell´avvertimento che la Corte costituzionale ha fatto filtrare sulla irricevibilità d´un ricorso del genere poiché non è la Corte che stabilisce la competenza del Tribunale ma la Cassazione.
Quei due avvocati e il ministro della Giustizia che li affianca scopertamente commettendo in questo modo una gravissima irritualità, sono talmente accecati dall´ansia di sottrarre al processo il loro cliente da commettere asinerie professionali che non sfuggirebbero neppure ad un giovane praticante. Ghedini e Longo dovrebbero almeno ripassarsi la procedura penale prima di coinvolgere il loro raccomandato ad errori di tali portata.
Nel frattempo il “calciomercato” prosegue a vele spiegate. Bisognerebbe conservare l´elenco dei “transumanti”, quei senatori e deputati che tra il 14 dicembre e il 16 febbraio hanno cambiato gruppo parlamentare due, tre e perfino quattro volte. E bisognerebbe anche prender nota delle motivazioni che di volta in volta hanno – non richiesti – fornito. La più clamorosa è stata quella d´un parlamentare che dopo aver girovagato è approdato al Pdl perché un suo zio era sacerdote salesiano e Berlusconi pare abbia frequentato da ragazzo una scuola di salesiani.
Noi festeggeremo il 17 marzo la seduta solenne che si svolse a Torino a Palazzo Carignano nel 1861, dove il Parlamento subalpino proclamò la nascita dello Stato unitario e si trasformò nel primo Parlamento italiano. Ne sono accadute tante in questi centocinquanta anni; è accaduto anche che il Parlamento sia stato ridotto ad un “bivacco di manipoli” e poi abolito; ma non era ancora accaduto che si trasformasse in uno spettacolo di guitti, con tutto il rispetto dovuto ai comici di quella fatta. Con l´ultimo oltraggioso sberleffo lanciato dai ministri leghisti Bossi e Calderoli che hanno definito incostituzionale e non hanno votato sul decreto con il quale venerdì scorso il 17 marzo è stato proclamato per quest´anno festa nazionale. Il ministro dell´interno Maroni ha addirittura disertato il voto nella riunione del Consiglio dei ministri. La cosa incredibile non è che Bossi, Calderoli e Maroni la pensino in questo modo, ma che siano ministri della Repubblica ed abbiamo giurato fedeltà alla Costituzione.
* * *
Ma il massimo dello sfregio è quello che si sta preparando dopo che il Consiglio dei ministri ha approvato all´unanimità la relazione di Alfano sulla riforma della giustizia e sulle intercettazioni.
Il premier vuole che i testi di queste leggi prevedano il processo breve che cancelli le sue vertenze con la magistratura, dividano in due il Csm, separino le carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici, ripristinino l´immunità dei parlamentari, blocchino la pubblicazione delle intercettazioni e ne impediscano il racconto anche quando le carte non siano più secretate.
Pretende infine che il processo del “Rubygate” sia assegnato al Tribunale dei ministri per deliberazione delle Camere e quindi spento con la delibera della Giunta per le autorizzazioni a procedere. Un salvacondotto totale per lui e per la cricca che ha operato all´ombra del suo potere.
Se tutto questo dovesse avvenire la trasformazione della nostra democrazia parlamentare in un potere assoluto sarebbe compiuta. Le elezioni si trasformerebbero in un plebiscito e il Parlamento in una sede di passiva registrazione dei voleri del Capo.
A meno che….
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A meno che le opposizioni non si uniscano per dar battaglia e probabilmente vincerla. Ma lo faranno?
Non sembra sia questa l´intenzione di Casini. L´ha detto chiaramente con una recentissima dichiarazione in due trasmissioni televisive. Ha detto che è sua intenzione presentarsi da solo alle elezioni (con Fini e Rutelli) rifiutando l´alleanza con l´opposizione di centrosinistra. Nelle elezioni per la Camera – Casini lo ha ammesso – la coalizione Pdl-Lega sarà vittoriosa e incasserà il premio di maggioranza, ma al Senato, secondo il leader dell´Udc – non vincerà. Ci saranno allora due Camere con maggioranze diverse e quindi una situazione ingovernabile senza un compromesso.
Spetterà allora a lui, Casini, proporre una “grande coalizione” che unisca tutte le forze politiche per gestire la crisi, a cominciare dal Pdl e dalla Lega, ma senza Berlusconi premier.
Questo è il progetto, probabilmente supportato anche dal Vaticano. Questa non è una mia supposizione: il presidente della Comunità di Sant´Egidio, Andrea Riccardi, l´ha pubblicamente sponsorizzato: un partito di ispirazione cattolica dove tutti i cattolici politicamente impegnati possano, se vogliono, confluire e che diventi il perno di un´alleanza moderata e riformista la cui guida possa ripristinare un´etica pubblica accettabile e garantire alla Chiesa il rispetto di quei diritti non negoziabili che alla Chiesa stanno a cuore.
Che dire d´una linea politica e d´un quadro così tratteggiato?
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Noi pensiamo che sia scriteriato. Per varie ragioni. La prima riguarda l´ipotesi d´una sconfitta della coalizione Pdl-Lega al Senato. Possibile ma tutt´altro che certa, specie dopo le vicende non certo corroboranti del partito di Fini e dopo la formazione del partito del Sud di Micciché, una sorta di lista civica d´appoggio a Berlusconi.
La seconda ragione riguarda l´auspicata vittoria al Senato di Udc e Pd, partiti non alleati tra loro e con obiettivi difformi sul seguito da dare a quella eventuale vittoria.
La terza – e a mio giudizio la più importante – dipende dalla mano tesa di Casini ad un Pdl senza Berlusconi premier. Casini crede veramente che un Berlusconi vittorioso alla Camera e alla testa d´un partito di cui è lui a cementare la compattezza, rinuncerebbe alla premiership? E con essa allo scudo che lo difende dalla magistratura?
Che pensa – Casini – che un´alleanza così composta potrebbe smantellare il berlusconismo ripristinando l´etica pubblica, recuperando la legalità repubblicana, inaugurando una politica economica difforme da quella di Tremonti per quanto riguarda la crescita e la distribuzione del reddito?
Infine: Casini ritiene che il Pd si acconcerebbe ad una soluzione di questo genere?
Il Pd, se accettasse un quadro simile a quello sopra tratteggiato e non lo combattesse vigorosamente, cesserebbe di esistere. Può darsi che questa ipotesi rientri nelle intenzioni della Chiesa e dell´Udc, ma non sarebbe certo un bene per il paese. Senza una sinistra riformista e responsabile ma forte ed intransigente sui punti cardinali del suo programma, l´Italia diventerebbe un paese guelfo guidato da forze conservatrici. È comprensibile che Casini e la Chiesa abbiano quest´obiettivo, ma non è certo quello dell´Italia giovane che rappresenta la sola vera riserva del nostro futuro.

Post Scriptum. Giuliano Ferrara, in un articolo pubblicato sul “Foglio” di venerdì, per difendere i comportamenti libertini dell´Amor suo, si è dedicato ad un argomento insolito: l´esaltazione del melodramma italiano in confronto con la musica sinfonica europea. Verdi e Donizetti da un lato, Beethoven, Schubert e Brahms dall´altro. Sono belle anzi magnifiche le sinfonie di quei grandi – scrive Ferrara – ma agli italiani si addice il melodramma e cita in proposito Massimo Mila nonostante il suo antifascismo azionista.
Voi direte: che c´entra tutto questo con la lotta politica della quale Ferrara è uno dei più rumorosi alfieri? Secondo Ferrara c´entra. Per comprendere Berlusconi e amarlo bisogna rivisitare i personaggi del melodramma. Lui è uno di loro nel bene e nel male. “La donna è mobile” con quel che segue. Ma anche il bene, la generosità, la sfida del pericolo, il ballo in maschera che non è necessariamente il bunga bunga.
Capisco che quando si è a corto di argomenti si cerchi un´uscita improvvisa e laterale, ma questa del melodramma mi sembra grottesca. E se poi vuole inoltrarsi sul tema, il direttore del “Foglio” s´imbatterà inevitabilmente nel “Don Giovanni”. Non è anche quello un melodramma? La musica è di Mozart ma il libretto dell´italiano Da Ponte. Il protagonista finisce all´inferno. Per me va bene, ma non penso sia una buona soluzione per come auspicherebbe Ferrara.

La Repubblica 20.02.11

Scuola, dal 2012 l'Austria abolirà la bocciatura

Il ministro per l’Istruzione pubblica in Austria, Claudia Schmied del partito socialdemocratico del cancelliere Werner Faymann (Spoe), ha annunciato di voler procedere a un cambiamento storico nel sistema scolastico nazionale: l’abolizione della bocciatura dal prossimo anno. Dopo i risultati disastrosi dello Studio Pisa 2009 in Austria, risultata al 31/mo posto su 34 paesi, il governo federale vuole correre ora ai ripari con un nuovo sistema scolastico. “I cambiamenti sono inevitabili”, ha argomentato la Schmied. La sua idea è di introdurre per gli studenti che ne hanno bisogno al ginnasio e nelle scuole superiori un sistema di corsi, in particolare per il tedesco, la matematica e le lingue straniere.

“Ha a che fare con la cultura scolastica più che con il profitto degli alunni”, ha detto la Schmied, sottolineando che la bocciatura non aiuta alla competitività.

Secondo uno studio commissionato dalla Commissione Ue, circa il 9% dei 15/enni in Austria è stato bocciato almeno una volta, come nella media europea. La Schmied è convinta che oggi ci si debba “concentrare su una nuova cultura dell’apprendimento e creare un sistema che dia importanza all’individualità degli studenti”.

Finora, in Europa, solo pochi paesi non conoscono il sistema della bocciatura: Islanda, Norvegia, Gran Bretagna. Dal 2012 alla lista, se i piani della Schmied andranno in porto, si aggiungerà anche l’Austria.

da TuttoScuola 20.02.11

"Scoppia il caso Sevel, Fim e Uilm con la Fiom", di Antonella Baccaro

Dopo Pomigliano e Mirafiori, scoppia il caso Sevel. Nello stabilimento Fiat con sede a Atessa (Chieti), che produce veicoli commerciali leggeri, ieri il 50%degli operai ha aderito allo sciopero proclamato dalla Fiom-Cgil per il turno di straordinario del mattino. E quelle di ieri avrebbero dovuto essere le prime ore di straordinario, secondo un accordo discusso da Fiat con tutti i sindacati che, alla fine, è stato firmato solo da Fismic. L’intesa, resasi necessaria per «sfruttare la ripresa del mercato dei veicoli commerciali leggeri» , come ha detto lo stesso ad della Fiat, Sergio Marchionne, prevedeva l’applicazione di un vecchio accordo del 1985 che consentiva di aggiungere due sabati lavorativi straordinari ai 5 previsti dal contratto nazionale. In cambio i sindacati ottenevano l’assunzione di 150 persone e il trasferimento dalla ex-Bertone di Torino a Chieti di altri 150 lavoratori. Il tavolo, per tutti tranne Fismic, è saltato quando i sindacati si sono visti presentare per la firma un testo in cui erano state introdotte da Fiat la clausola di esigibilità e le clausole sanzionatorie previste già negli accordi di Pomigliano e di Mirafiori. «Quello che è successo in Sevel -era stato il commento di Marchionne durante la sua audizione parlamentare martedì scorso -è l’ennesimo esempio di un sistema bloccato, che rifiuta di seguire i ritmi del mercato e rifiuta di assumere le proprie responsabilità» . Ma questa volta a protestare sono anche Fim e Uilm. «Noi non abbiamo firmato – dice il segretario provinciale di Chieti-Pescara della Fim-Cisl, Domenico Bologna a Abruzzo Quotidiano – perché abbiamo ritenuto la posizione di Fiat strumentale: ci sono vecchi accordi che non prevedono clausole di esigibilità e quelli valgono in Sevel. In caso di nuovo accordo avremmo fatto le nostre valutazioni, ma così non è stato» . Nicola Manzi, segretario Uilm in provincia di Chieti rincara la dose: «Se guarda al passato di Sevel, Marchionne si accorgerà che la Uilm ha sempre rispettato gli accordi e siccome gli straordinari richiesti fanno parte di norme contrattuali vigenti, continueremo a rispettarle» . Fiom però è passata alle vie di fatto proclamando due scioperi: uno ieri e l’altro oggi, sempre nel turno di straordinario. «Mi sembra sia stata la Fiat a non volere l’accordo» ha commentato ieri il segretario della Fiom, Maurizio Landini. «Bisogna che si riparta da questo accordo -è la posizione espressa ieri dal leader della Cgil, Susanna Camusso -e si assuma un impegno reciproco sulla sincerità degli accordi che non può essere quella clausola individuale che come è noto scarica sui lavoratori il divieto di fare e di attuare i diritti che sono loro propri» . Intanto ieri la stessa Cgil ha commentato i dati sulla cassintegrazione di gennaio 2011 che segna una discesa sul mese precedente del -30,3%, e del 25,4%su gennaio 2010 . Per il segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere, «il 2011 si apre con un miglioramento dei dati di cassa, segno di come qualcosa si stia muovendo, ma ciò è limitato al settore delle esportazioni che è un fatto importante ma non risolutivo» .

Il Corriere della Sera 20.02.11