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«Quei calci dell´ideologia da La Russa a Lele Mora», di Giovanni Valentini

Se si trattasse di una partita di calcio, la prova televisiva avrebbe condannato il colpevole a tre o quattro giornate di squalifica. E di recente, al termine di una gara di golf a Dubai, sono state proprio le immagini tv a far multare il mitico Tiger Woods per aver sputato sul campo, in forza delle regole di etichetta che in questa disciplina corrispondono all´etica sportiva.
Tant´è che subito dopo lui stesso ha sentito il dovere di scusarsi pubblicamente su Twitter. Non ha ancora fatto altrettanto, invece, il nostro ministro della Difesa Ignazio La Russa che già nelle settimane scorse avevamo ribattezzato qui il ministro dell´Attacco. La sequenza dell´aggressione fisica al collega Corrado Formigli di Annozero, reo soltanto di avergli rivolto un paio di domande incalzanti sul “caso Ruby”, ha invaso le tv e i siti Internet documentando in modo inequivocabile che il ministro ha proditoriamente scalciato il giornalista alle sue spalle, fingendo perfino di non averlo fatto apposta. Per poi invocare l´intervento della scorta, pagata con i soldi dei contribuenti, cercando goffamente di rovesciare la frittata e accusando il cronista di averlo preso a pedate.
Una scena francamente ripugnante e vergognosa. Un comportamento maramaldesco tanto più indegno per un ministro da cui dipendono le Forze armate e in particolare i carabinieri. Quale prova di onore e disciplina, secondo quanto prescrive la Costituzione per chi svolge funzioni pubbliche, offre così La Russa a tanti giovani in divisa che lavorano nell´esercito o combattono per la pace lontano dall´Italia? E quale modello di comportamento propone a tutti coloro che sono chiamati quotidianamente a difendere l´ordine pubblico?
Se non ritenessimo sinceramente che la gran parte dei carabinieri e dei poliziotti sono più responsabili del ministro-scalciatore, ci sarebbe da temere che d´ora in avanti qualcuno di loro si possa sentire autorizzato a comportarsi allo stesso modo: con i giornalisti che fanno il proprio mestiere oppure con gli studenti o con le donne che scendono in piazza. Uno schiaffo oggi, una pedata domani, si fa presto a passare dal legittimo esercizio della forza alla violenza o allo squadrismo. Magari nascondendosi dietro la simulazione o dietro la protezione della scorta, a dispetto della prova televisiva.
Purtroppo, come si sa, i “cattivi maestri” fanno scuola. Così un altro maramaldo del bunga-bunga, quel Lele Mora che si presenta come impresario o agente teatrale ed è indagato dalla magistratura milanese per induzione e sfruttamento della prostituzione minorile, s´è avventato telefonicamente sullo stesso giornalista di Annozero e sui suoi colleghi di redazione, accusandoli in blocco di essere (testualmente) “comunisti di merda”. E poi, in linea con La Russa, ha aggiunto in tono minaccioso: “Spero che arrivino i fascisti a spaccarvi le gambe a tutti quanti”.
Rincresce constatare che, alla fine del Basso Impero televisivo, questo preoccupante rigurgito d´intolleranza nei confronti dell´informazione – di chi ha il dovere di fornirla e soprattutto di chi ha il diritto di riceverla – accomuna un ministro della Repubblica e un procacciatore di ragazze per i festini di Arcore. Nel primo caso, si tratta evidentemente di un abuso di potere che travalica l´esercizio delle funzioni governative. Nel secondo, di un´ostilità – per così dire – ideologica, unita a un´esplicita intimidazione o addirittura a un´istigazione a delinquere. Ma ancor più rincresce che in entrambi i casi sia mancata un´adeguata reazione a tutela dei giornalisti.
Al di là di qualche cauta e generica dichiarazione di circostanza, né l´Ordine professionale né la Federazione nazionale della Stampa hanno ritenuto di prendere iniziative contro l´aggressione di La Russa. Né tantomeno il vertice della Rai ha sentito il dovere di intervenire, dopo le offese e le minacce di Lele Mora, per esprimere la propria solidarietà ai malcapitati colleghi. Dopo la telefonata di qualche settimana fa per censurare in diretta la trasmissione di Michele Santoro, il direttore generale avrebbe fatto senz´altro bene a chiamare di nuovo lo studio per manifestare questa volta la partecipazione dell´azienda e prendere le difese dei suoi dipendenti.
Ora, di fronte all´emorragia di parlamentari dalle file di Futuro e Libertà, il povero Fini scopre lo “strapotere finanziario e mediatico” di Berlusconi. Ma quante volte e da quanti anni l´abbiamo scritto su questo giornale? È uno strapotere che nasce dal controllo della televisione, prima quella privata e poi anche quella pubblica; prospera sulla concentrazione pubblicitaria; e si sublima quindi nel più macroscopico conflitto di interessi che il mondo civile abbia mai conosciuto.

da la Repubblica

«Berlusconi ci vuole tutti zitti, subito legge bavaglio», di Ninni Andriolo

Avanti tutta sulla giustizia: carriere separate per giudici e pm, doppio Csm, immunità parlamentare, alta corte di disciplina per le toghe e chi più ne ha più ne metta. «Non ci faremo intimidire», replica il presidente dell’Anm, Palamara, al Presidente del Consiglio.
Ma per servire la sua vendetta, dopo il caso Ruby, il Cavaliere può giocare solo sull’effetto annuncio. Per la Lega, infatti, ogni diversivo – tipo grande riforma della giustizia – suonerebbe come atto di guerra: prima il federalismo, poi si parla d’altro. Il patto tra Silvio e Umberto (una riforma a te e una legge ad personam a me) regge.
Il voto contrario dei ministri leghisti alla festa nazionale per l’Unità d’Italia del 17 marzo non la scalfisce. Il rilancio in grande stile della legge bavaglio, la responsabilità civile dei magistrati, l’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento costituiscono ingredienti della rivoluzione liberale che il Cavaliere rispolvera nel tentativo di ridare smalto al suo governo.
Ma le priorità di Bossi non coincidono con quelle di Berlusconi che, per mostrare i muscoli a Napolitano, a Fini, all’opposizione, ai magistrati e via elencando – ostentazione di forza indispensabile per sedurre nuovi “responsabili” – deve affidarsi ad una relazione e no ad un concreto provvedimento. All’elenco di intenti illustrato ieri dal delfino Alfano e approvato all’unanimità dal Consiglio dei ministri. I disegni di legge? Verranno dopo. «Presto», promette Silvio, ma non dice quando.
In attesa della «riunione straordinaria» del governo che dovrebbe approvare la riforma, il premier – intanto – insedia un comitato tecnico formato da ministri e da esperti che si dovrebbe riunire già martedì prossimo. I «tempi rapidi» che minaccia il presidente del Consiglio? Tornano in mente gli annunci del 6 ottobre 2010.

L’ENNESIMO ANNUNCIO
All’indomani della prima fiducia post strappo di Fini il premier mise in calendario consigli dei ministri a raffica per varare una miriade di grandi riforme. «Il prossimo riguarderà la giustizia», spiegò Silvio, da Palazzo Grazioli, durante la conferenza stampa di quel tardo pomeriggio.
Quattro mesi dopo il premier riformula l’annuncio. Troppa carne al fuoco, però, sembra messa lì apposta per annebbiare gli obiettivi salva-premier che si nascondono tra le maglie della rivoluzione «di civiltà» promessa sulla giustizia.

da www.unita.it

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«Giustizia, nuova legge bavaglio», di Liana Milella
Il Consiglio dei ministri accelera su intercettazioni e immunità. Gelo tra il cardinale Bertone e il premier ai Patti lateranensi. WikiLeaks, i cablo Usa: così Berlusconi voleva fermare i pm

GLI sorride, perché è pur sempre il suo pupillo, ma sul più bello lo interrompe. Berlusconi alza la mano nel gesto di “aspetta un attimo” e ferma Alfano, quando ha quasi finito di illustrare come dovrebbe essere la riforma della giustizia. «Eh no, Angelino, ti sei dimenticato due questioni molto importanti per tutti noi, le intercettazioni e l´immunità. Su queste dobbiamo andare avanti il più in fretta possibile e senza concedere nulla». «nessuna modifica – ha aggiunto il premier – non come succedeva ai tempi di Fini e della Bongiorno perché loro adesso non ci sono più». Un attimo di gelo e di imbarazzo. Qualche toccata di gomito tra i ministri. Ma Alfano non perde l´aplomb e replica: «Davo per scontato che ci saremmo occupati di entrambe le questioni. Certo che andiamo avanti su intercettazioni e immunità».
Il Quirinale è già in forte fibrillazione. Non c´è bisogno che parli sugli ascolti e sulla riforma delle carriere e del Csm. Le tante prese di posizione dal 2008 in avanti sono note e fanno ormai parte della storia dei tormentati rapporti, degli scontri più duri, tra palazzo Chigi e Colle. L´ultimo altolà di Napolitano sulla legge bavaglio ci fu quando il testo uscì dal Senato, privato delle migliorie che la finiana Giulia Bongiorno aveva inserito alla Camera. Un brutto incontro tra il capo dello Stato e il presidente, come riferirono le cronache. In cui il presidente ribadì che voleva salva la libertà d´informare i cittadini e quella di indagare delle toghe. Ma è proprio a quel testo che ora si vuole tornare. Per approvarlo in tutta fretta e farlo diventare subito legge. Il capo dello Stato s´è poi rifiutato di “cogestire” le riforme sulla giustizia, ma ha posto rigidi paletti sulla tutela dell´autonomia delle toghe. Anche quando Alfano, nell´autunno scorso, tentò di portargli un brogliaccio su carriere e Csm si sentì rispondere che il Quirinale non avrebbe mai dato lasciapassare preventivi.
Tutto questo Berlusconi lo sa bene, ne ha discusso con lo stesso Alfano nei tanti incontri a palazzo Grazioli, ma ieri ai ministri ha detto di essere intenzionato ad andare avanti comunque e a ogni costo: «Questa volta dobbiamo andare fino in fondo. Lo scandalo delle intercettazioni che finiscono sui giornali deve finire. Il Rubygate dev´essere l´ultimo caso. I pm non possono continuare a violare la nostra privacy, anche quella di noi parlamentari». Poi l´affondo sull´immunità: «Nel ‘93 è stata abolita una legge sacrosanta. Dobbiamo tornare a quella legge, ripristinare una piena tutela per i parlamentari». Proprio per dare un primo segnale sulle garanzie a deputati e senatori sarà utilizzato il conflitto d´attribuzione alla Consulta per l´inchiesta di Milano.
Niente sconti, e sì agli scontri. Con chi si mette per traverso. Una strategia sulla giustizia, e per arginare i suoi processi, da attuare in tempi brevissimi. Su questo insiste più volte il Cavaliere durante la riunione a palazzo Chigi. I tempi sono la sua ossessione. Vuole subito la legge sulle intercettazioni. Ipotizza ancora il decreto legge, si ferma solo quando gli fanno capire che Napolitano non lo firmerà mai. Accetta, anche se a malincuore, che si torni al testo uscito dal Senato, quello con il tetto dei 75 giorni, le intercettazioni segrete fino al processo, la possibilità di pubblicare gli atti delle inchieste solo per riassunto. Niente verbali di Ruby o delle ragazze dell´Olgettina, per intenderci. E l´immediata entrata in vigore anche per le inchieste in corso. Rubygate compreso. A palazzo Grazioli, il giorno prima, lo ha detto al suo avvocato Niccolò Ghedini e ad Alfano: «Voi analizzate bene tutte le scorrettezze che ci hanno fatto in questa inchiesta di Milano e fate una legge per impedirle».
Il blitz sulle intercettazioni il Cavaliere lo pensa alla Camera. Dove vuole approvare a tamburo battente il testo del Senato, senza ulteriori navette. Mette nel conto che Napolitano si metterà per traverso, magari non lo firmerà, ma lui lo farà votare di nuovo. La road map l´ha decisa già in consiglio dei ministri. E ad Alfano ha dato due settimane di tempo per preparare tutti i testi, riforma della giustizia compresa. S´è inventato il gruppo ristretto dei ministri, che lavorerà a partire da martedì. Un´idea che vorrebbe riproporre anche per altri argomenti, quelli più importanti, pensando già alle udienze dei suoi quattro processi. Riunioni speciali, del premier e dei ministri, che hanno la sufficiente caratura istituzionale ammessa dalla Consulta e che ben potrebbero servire come altrettanti legittimi impedimenti per stoppare le udienze Mills, Mediaset, Mediatrade, Rubygate. E se proprio non dovesse riuscirci, come ha detto ieri in consiglio, allora si presenterà in udienza per gridare in faccia ai giudici tutta la sua rabbia per le «inchieste ingiuste», per la sopraffazione subita, «per il tentativo di disarcionarlo per via giudiziaria».

da la Repubblica

Divisi su tutto, tranne che sul bavaglio alle inchieste

La Lega si dissocia dalla festa dell’unità nazionale. Sulla giustizia finora solo minacce

Clamorosa rottura sul 17 marzo, via libera alle nuove leggi ad personam
Brutta giornata ieri per Silvio Berlusconi, tra il freddo nei suoi confronti da parte delle gerarchie vaticane e i fuochi artificiali sparati dalla Lega in consiglio dei ministri. Il premier, a tre giorni dal rinvio a giudizio per il caso Ruby è apparso di pessimo umore nel corso del ricevimento per i patti lateranensi dove s’è visto costretto a stringere la mano a Fini alla presenza di Napolitano e dei cardinali Bertone e Bagnasco. Al mattino era andata molto peggio. A palazzo Chigi i tre ministri leghisti (Bossi, Calderoli e Maroni) hanno contrastato il decreto di istituzione del 17 marzo come festa nazionale per celebrare il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia.
Uno sberleffo pubblico alla leadership di Berlusconi con i ministri del Pdl che hanno cercato di ridimensionare l’accaduto: un chiaro atto di ostilità verso il Pdl per recuperare consensi nella base leghista. Un diversivo rispetto alle fantomatiche grandi riforme della giustizia annunciate per l’ennesima volta da Angelino Alfano: separazione delle carriere tra giudici e pm, doppio Csm, intercettazioni, processo breve con norme ad personam e persino ritorno dell’immunità parlamentare. «Solito copione», dice l’Anm. Piccole furbizie del premier di una maggioranza con piccoli numeri. Troppo piccoli.

da www.europaquotidiano.it

«Venti milioni di italiani per il rabdomante Benigni», di Curzio Maltese

Che cosa rappresenta Roberto Benigni per i quasi venti milioni di italiani che giovedì sera hanno seguito il suo show sul palco dell´Ariston? Un grande attore, un comico immenso, un poeta della risata? Ma questo ormai Benigni lo è per tutto il mondo.

In Italia, nella patria dove nessun poeta è tale, Roberto è qualcosa di diverso: è un rabdomante. Uno che da sempre sente e capisce dove sta il sentimento popolare, il più profondo e nascosto, incompreso da politici, opinionisti e sondaggisti. Un Cristoforo Colombo dell´opinione pubblica. Perché, come disse un tale una volta, se Colombo avesse dato retta ai sondaggi, mai si sarebbe scoperta l´America. Benigni non dà retta ai sondaggi e s´imbarca in avventure incredibili, come fu più di dieci anni fa La vita è bella, com´è stata la sera di Sanremo. La canzone dell´Italia al festival della canzone italiana, proprio l´uovo di Colombo.
Da giorni Benigni era preoccupato, diciamo pure terrorizzato, dall´appuntamento sanremese. Come un equilibrista davanti a un filo teso fra due grattacieli. Da un lato e dall´altro, l´abisso della retorica, del ridicolo. Da un lato, il prevedibile discredito lanciato dai servi del padrone, in caso di attacco aperto al signore, con gli argomenti più fangosi e miserabili. Dall´altro il moralismo dei puri e duri, nel caso opposto di un mancato accenno alle vicende d´attualità. Che si fa, si parla o no di Ruby e le altre? Un altro avrebbe calcolato la giusta misura: non è nel mezzo che sta da sempre la virtù dei furbi?
Roberto Benigni a Sanremo, come Roberto Saviano a Vieni via con me, non ha fatto calcoli. Si sono lanciati entrambi in un´impresa teoricamente senza speranze nel paese berlusconizzato da vent´anni. E proprio a partire dal luogo più berlusconizzato: la televisione. Non la satira, che può ancora starci, ma un linguaggio, un modo di comunicare «a prescindere» dal berlusconismo. Un tono alto, serio, appassionato. Un appello al popolo senza populismo: l´esatto opposto del berlusconismo. Quello di cui ha bisogno il Paese più profondo.
Quello che non sa bene chi siano stati Mameli e Novaro, ma neppure Cavour e Mazzini e Garibaldi, ma oggi ha bisogno di sentirseli raccontare. Di sentirsi raccontare la bellezza infinita dell´Italia, nonostante tutto. Questo modo di agire si chiama inseguire il bene comune. Una volta lo faceva la politica. Da tempo la politica non lo fa, e allora arrivano gli artisti, gli scrittori, gli attori, i comici. Non è la prima volta che accade in Italia. Anzi, come ha spiegato lo stesso Benigni nella sua lezione, nella nostra storia è stato quasi sempre così. L´Italia è l´unica nazione nella storia del mondo dove la cultura unitaria sia venuta molto prima dell´unità politica. Perché per nessun altro popolo, per nessun´altra storia è stata tanto importante la bellezza. La bellezza vera, che coincide con la verità, non l´estetica o l´immagine, minimi surrogati nei tempi corrotti.
In un paese paradossale, stavolta è accaduto che per una volta il giullare abbia impiccato il re. Quella di Benigni è stata una lezione di politica. Non la prima parte, la satira, pur irresistibile, sulle miserie dell´attualità. Ma la seconda, il discorso sull´inno. La lezione che si può rivolgersi direttamente ai sentimenti migliori del popolo e non ai peggiori, e ciò nonostante con enorme successo. Oggi, con un successo superiore a quello di un populismo rinchiuso a palazzo, barricato dietro ai propri privilegi, spaventato dalla sola idea di affidarsi alla libera scelta dei cittadini. Tutto questo è accaduto nel terreno di elezione e di selezione della classe dirigente dell´ultimo ventennio italiano, nel cuore della macchina del consenso: la televisione. Già due volte, prima con Saviano (e già c´era Roberto) e ora nel cuore della patria televisiva, il festival di Sanremo. I luoghi dove nel tempo è stata elaborata l´idea che sentirsi italiani equivalga a un simpatico, ma superficiale e grottesco patriottismo di serie B, roba da canzonette e partite di pallone. Quindi non può essere un caso, ma la prova che il vento del cambiamento comincia a soffiare, perfino dalla platea dell´Ariston, nel centro stesso del ridicolo impero.

da la Repubblica

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«L’Inno non sarà più lo stesso», di Stefania Carini
Doveva essere la serata di Benigni. Poi è arrivato Tricarico. A lui è infatti affidato il secondo inno d’Italia, L’Italiano di Toto Cutugno. Tricarico lo fa suo, ovvero lo sussurra legnoso. Ma è tutto il contorno che ci dà il vero carattere della nazione. A metà dell’esibizione entra infatti Toto Cutugno, in puro stile Carramba, insieme a un gruppo di ragazzi dai tratti “stranieri” a far da coro. A fine della straziante esibizione, Morandi si appresta intervistarli. Perché loro sono i nuovi italiani, tutti nati in Italia! Morandi chiede al primo: «Di dove sei?» Lui: «Marocco».
Ecco. L’Italia è questa, un pasticcio. Sì, è stata la serata di Benigni. Che nel vuoto cosmico si ingigantisce. Tattica retorica L’orazione civile dedicata all’Inno di Mameli inizia con la solita tattica retorica: il comico giura che parlerà solo dell’Inno, e poi inanella una serie di battute su Berlusconi. Tipo che l’Italia è un paese giovane, solo 150, quasi una minorenne. Che la Cinquetti si era spacciata per la nipote di Claudio Villa. Che Cavour fu beccato a fine carriera con la nipote di Metternich. Basta dire “Silvio Pellico Le mie prigioni”, fare una pausa, e viene quasi giù l’Ariston.
Poi Benigni attacca con l’esegesi dell’Inno, spiegando tanto, affascinando anche, ripetendo troppo spesso memorabile. Sono ben 40 minuti (forse troppi) di affabulazione linguistica e mimica, di commozione e ispirazione. Peccato che Benigni separi il serio dal faceto, quando invece sarebbe stato più efficace condire la spiega con qualche ironia di più.
Lezione di buon senso Benigni ha sdoganato la festa. Lo share (siamo al 50%) esprime il sentire popolare, e viene tradotto subito in azione. Sarà una coincidenza, ma il giorno dopo arriva la decisione: il 17 marzo sarà in tutto e per tutto giorno di celebrazioni.
Con buona pace della Lega. Benigni ha dato una piccola lezione di buon senso, ha spiegato come fare educazione civica: se i ragazzini stanno a casa quel giorno, si chiedono il perché, e questo è già un passo avanti per educare all’idea di patria. Politica del popolo spiccia.
Ma tant’è. Siamo diventati più consapevoli.
Se ci si alza in piedi all’Ariston per osannare l’Inno di Mameli, e si insegna pure a Bossi a interpretarlo correttamente, come si fa poi a dire che no, voi il 17 marzo ve ne andate a scuola, ve ne andate a lavorare? A fine esegesi, Benigni canta l’Inno. Senza musica. Pathos puro. Poi entra Morandi e subito ammazza l’emozione, con la collaborazione della Canalis. Frammenti Benigni rimarrà negli annali? Di sicuro, più di altre molte previste celebrazioni sull’Unità made in Rai.
Sulla scelta delle canzoni “storiche”, ci sarebbe da aprire un lungo dibattito. Alcune paiono essere state scelte solo per illustrare qualche temino degli autori. Albano per Va pensiero è premiato dal televoto del pubblico: dovere storico, televoto leghista, solita simpatia per Albano? Luca e Paolo leggono Gramsci, e si apre un’altra parentesi non chiusa. Belen omaggia il cinema italiano, ovvero rifà una scena del film Nine, musical Usa pieno di luoghi comuni sull’Italia e il suo cinema, una sorta di rivisitazione pasticciata di 8 e mezzo. Ideare qualcosa di originale? Non c’è alcuna costruzione delle serata, solo frammenti sparsi. È un’Unità festeggiata da un’Italia che non sa darsi un racconto. Infine Morandi spiega la questione televoto: attenzione a non alterare la gara, perché noi non sappiamo come fermare «l’abuso di televoto». Tradotto: sì può imbrogliare, e non possiamo farci nulla. Più italiano di così.

da www.europaquotidiano.it

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«Sotto l’elmo di Benigni», di Gina Antonio Stella

Era ora che venisse restituito l’onore a Goffredo Mameli. Quel ragazzo morto a vent’anni nel 1849 nell’eroica difesa della Villa del Vascello a Roma e svillaneggiato da troppo tempo per quelle parole gonfie d’amore per l’Italia che strappano sorrisetti insulsi a chi è incapace di leggere la storia. Ed è davvero un segno dei tempi che a rendergli l’onore sia stato quel geniale istrione di Roberto Benigni. L’unico che poteva fare il miracolo: fermare il fiato a milioni di italiani in mezzo alle canzonette facendo loro intuire, forse per la prima volta, qual è il senso di quelle parole. Il senso di questa nostra storia. E certo non poteva scegliere giorno peggiore, ieri, il governo, per spaccarsi sulla decisione di consacrare il prossimo 17 marzo, una tantum, in occasione del Centocinquantenario, all’Unità d’Italia. «Solo una differenza di opinioni» , ha detto Ignazio La Russa. Ve l’immaginate se un ministro francese o tedesco, argentino o coreano, osasse liquidare così una frattura sulla celebrazione della più solenne festa nazionale? Verrebbe fatto a pezzi. Cosa c’è di più importante per una comunità del riconoscersi insieme in una epopea? Non c’è Stato al mondo che ignori il proprio atto di nascita. Solo noi. Rosario Romeo, davanti all’indecoroso tormentone di questi mesi, sarebbe basito: «Il Risorgimento rimane il processo politico più importante e positivo che il nostro Paese abbia conosciuto nei mille anni di vita della nazione italiana» . Fu segnato anche da errori come le fucilazioni di Bronte o il massacro di Pontelandolfo? Certo. E come ha scritto Giuseppe Galasso «non era neppure terminato che già si iniziò a processarlo» . Anche la Rivoluzione francese e il colonialismo inglese ebbero pagine nere: francesi e inglesi non buttano via, però, tutta la loro storia. Anche la bandiera americana è macchiata dalla tratta degli schiavi, dal genocidio dei pellirosse, dalla guerra civile: ma il 4 luglio gli americani la sventolano tutti, dall’Oregon all’Alabama. E se per caso la festa cade di domenica chiudono anche il lunedì. Perdono un po’ di ore di lavoro? Amen: l’orgoglio vale di più. Dice Roberto Calderoli che in un Paese in crisi come il nostro «che ha il primo debito pubblico europeo e il terzo a livello mondiale» celebrare l’Unità «è pura follia» . Si sarà confuso col «progetto di federalismo municipale» , ironizza lavoce. info. Stando ai dati Eurydice la nostra scuola, che Mariastella Gelmini avrebbe voluto tenere aperta, fa più giorni di lezione di tutti tranne il Lussemburgo: non per questo svetta. Secondo l’Eiro in Olanda, Germania e Danimarca i contratti riconoscono più ferie che da noi: nella classifica della competitività del Wef però loro sono davanti e noi al 48 ° posto. Il rapporto Mercer certifica che i meno assenteisti d’Europa sono i turchi (4,6 giorni di malattia l’anno) ma ciò non li colloca ai vertici della produttività. Non bastasse, in un anno senza «ponti» come questo, potrebbe venirne addirittura ossigeno al turismo. A farla corta: se sono questi i motivi per scartare la festa del Centocinquantenario, sono un po’ pelosi. Un Paese scivolato al 70 ° posto nel mondo dietro la Giamaica per velocità media in Internet e sempre più tagliato fuori dalle rotte delle immense porta-container perché da anni non si occupa di porti, ha davanti sfide più serie. Che può affrontare solo se crede di più in se stesso. E da dove potrebbe mai ripartire, se non da uno scatto di orgoglio patriottico?

da il Corriere della Sera

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«Se un comico ridesta l’Italia», di Michele Brambilla

Sventurato il Paese che ha bisogno di eroi, diceva Brecht. Si potrebbe dire sventurato anche il Paese che ha bisogno di comici: c’è voluto Roberto Benigni per risvegliare l’amore per l’Italia in un popolo che sembrava guardare alla propria patria senza emozione, senza stupore e quindi senza coglierne la bellezza. In tutto il mondo ammirano la nostra storia, la nostra cultura, la nostra arte, le nostre meraviglie naturali e anche tanti aspetti del nostro carattere. Per noi tutto questo scivola via come un qualcosa di acquisito e quindi di dovuto: ci soffermiamo sui nostri difetti (e quale popolo non ne ha?), ci diciamo che se c’è qualcosa che ci contraddistingue questa è la nostra cialtronaggine.
Il vecchio vizio dell’autodiffamazione dai film di Alberto Sordi (che con la sua satira confermava però il genio italiano) è diventato carne e sangue in tanta parte di popolo.
E soprattutto, ahimè, in tanta classe dirigente. Ma in quale Paese al mondo la politica si sarebbe divisa sull’opportunità o no di festeggiare un centocinquantesimo anniversario?
Il governo ha varato solo ieri il decreto che fa del 17 marzo una festa nazionale, dopo tante esitazioni da Sor Tentenna. E non è azzardato pensare che a dare la sveglia ci sono voluti Benigni e il festival di Sanremo. L’avete sentito Benigni quando, facendo l’esegesi della prima strofa – Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta – ha sottolineato il verbo destarsi? «Destiamoci, svegliamoci», ha quasi gridato. Difficile anche pensare che in Consiglio dei ministri non abbiano tenuto conto dei dati sugli ascolti: Benigni ha avuto un picco di 19 milioni 737 mila spettatori, e quando ha finito di cantare l’inno lo share era un mostruoso 65,6 per cento.
Ci sono voluti dunque Benigni e Sanremo per dare la sveglia, ma qualcuno s’è svegliato male. La Lega s’è opposta alla festa. Anzi, chiamiamo le cose con il loro nome: quella della Lega non è un’opposizione. Un’opposizione, così come ogni idea diversa, ha sempre diritto di cittadinanza, e si può dissentire anche su una festa nazionale. Ma chiamarla «follia», quindi dare del pazzo a chi vuole celebrare la nascita dell’Italia unita, non è un’idea diversa: è un qualcosa che si qualifica da sé e che qualifica anche chi lo esprime.
Se questo è il livello di chi ci governa, un livello purtroppo in linea con quello di tanti animatori del cosiddetto dibattito culturale, non stupisce che sia un comico a poter vestire legittimamente i panni del nuovo maestro nazionale. Negli anni Benigni ci ha raccontato l’orrore delle leggi razziali, la bellezza della nostra letteratura, perfino la profondità del senso religioso (ricordate come parlava della Madonna rileggendo Dante?), infine l’eroismo con cui i nostri fratelli del passato hanno dato la vita per un’Italia libera dal giogo straniero. E’ stato insieme maestro di storia e cantore delle passioni che di generazione in generazione hanno costituito ciò di cui oggi siamo fatti.
Ha riempito un vuoto, ed è totalmente fuori strada chi vuol fare di lui un interprete di parte. Benigni è un uomo di sinistra e non lo ha mai nascosto. Ma la sua lectio magistralis non ha nulla a che spartire con la desolante faziosità che ha contagiato da tempo politici e intellettuali sempre schierati a priori, mai disposti a riconoscere la realtà se la realtà non coincide con il proprio interesse. Benigni non è uomo che divide per chi lo guarda con occhi onesti. Giovedì sera, appena terminata la performance di Benigni, il ministro La Russa – che non è certo un uomo di sinistra – è andato a dar la mano al direttore artistico del festival, Gianmarco Mazzi: e in quel gesto, fatto in un silenzio che è parso solenne, è sembrato di vedere un sincero ringraziamento per quel che Sanremo aveva regalato agli italiani.
Benigni sa far ridere e sa far piangere, e chi sa far ridere e far piangere tocca le corde più profonde dell’umano. Un altro grande dello spettacolo, Mogol, non ha avuto torto ieri in conferenza stampa ad accostarlo a Chaplin, e a dire che l’altra sera Benigni ha risvegliato un sentimento di amor patrio che non era morto, ma solo sopito.
Accanto al viva l’Italia dell’altra sera sale dal cuore anche un viva Benigni, comico e maestro. E suscita speranza vedere anche comici più giovani come Luca e Paolo. A chi rimproverava loro di aver letto un brano di Gramsci, e quindi di un uomo di parte, Luca e Paolo hanno risposto che uno degli autori che hanno suggerito quel brano è di Comunione e Liberazione, non un comunista: a dimostrazione che per chi ragiona senza pregiudizi conta più la sostanza di un testo che la persona che l’ha scritto.
I comici volano più alto di chi dovrebbe guidarci per ruolo istituzionale. Ma forse questa, più che una sventura, è un’altra testimonianza di quanto siano infinite le risorse di un Paese che qualcuno non vorrebbe celebrare.

da www.lastampa.it

«Perché Pdl e Lega litigano sul 17 marzo», di Gianni Del Vecchio

Giorno di festa per l’unità d’Italia, giorno di guerra nel governo: il Carroccio parla di «follia»
Il presidente del consiglio andrà a processo fra un mese e mezzo per concussione e prostituzione minorile, la maggioranza è alla ricerca spasmodica di nuovi voti a Montecitorio per tirare a campare, il governo traballa un giorno sì e l’altro pure, e il consiglio dei ministri che fa? Si spacca sull’opportunità o meno di festeggiare il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia.
Ieri mattina palazzo Chigi sembrava la sala da ballo del Titanic poco prima dell’impatto con il fatale iceberg, i passeggeri intenti a ballare e l’orchestrina a suonare. La riunione infatti è stata dominata dai litigi sul prossimo 17 marzo: i ministri ex An di fede pidiellina, ovvero Ignazio La Russa e Giorgia Meloni, si sono impuntati perché la ricorrenza venga festeggiata da tutti, sia dipendenti pubblici che privati.
Di tutt’altro avviso gli esponenti leghisti, Umberto Bossi, Roberto Calderoli e Roberto Maroni, che dell’unità d’Italia se ne sono sempre fatti un baffo: meglio lavorare e non perdere un giorno inutilmente.
Così, attorno ai due poli opposti, è partita una discussione dai toni surreali, a cui ha partecipato anche il ministro dell’istruzione Maria Stella Gelmini, la quale ha espresso più di una riserva sul decreto istitutivo della festa. Per non tacere della collega Michela Vittoria Brambilla, che solo ventiquattrore prima aveva espresso tutta la sua contrarietà salvo poi fare una repentina inversione a U durante il consiglio («Ci sono diverse festività che cadono nel weekend, quindi questa festa sarà un’occasione per viaggi in Italia e compenserà l’assenza di altri ponti»). Tutto poi si è concluso con una votazione, che però non ha sanato le divergenze.
Anzi. Bossi e Calderoli hanno votato contro, Maroni è andato via prima che finisse la riunione, tutti gli altri si sono espressi a favore. Il decreto pro-festa quindi è passato ma senza il consenso leghista. Non a caso il ministro della semplificazione, appena uscito dalla riunione, ha duramente criticato la scelta dei suoi colleghi: «Fare un decreto legge per istituire la festività del 17 marzo in un paese che ha il primo debito pubblico europeo e il terzo a livello mondiale, e in più farlo in un momento di crisi economica internazionale, è pura follia. Ed è anche incostituzionale ».
Lo strappo leghista, a ben vedere, non è il solito rigurgito anticentralista ma è frutto di un calcolo politico ben preciso.
La primavera si avvicina e con essa le elezioni amministrative, appuntamenti importanti del calibro delle comunali a Milano, Torino e Bologna, solo per fare qualche esempio.
Gli uomini del Carroccio quindi si preparano ad affrontare l’ennesima competizione elettorale, che al Nord significa concorrenza fratricida con gli alleati del Pdl. Così le camicie verdi hanno bisogno di prendere le distanze dall’inesistente azione di governo e soprattutto dalla latitanza del presidente del consiglio, più affaccendato a pianificare una exit strategy dalle sue grane giudiziarie che a risolvere i problemi del paese. Quale modo migliore allora che rispolverare una vecchia battaglia identitaria come il mancato riconoscimento dell’armamentario ideologico risorgimentale? Negando il valore simbolico del 1861, infatti, i leghisti possono presentarsi ai propri elettori e al proprio popolo come i soliti anti-italiani duri e puri, e allo stesso tempo non creare troppi problemi a una maggioranza sempre sul filo del rasoio.
La polemica sul 17 marzo, in fin dei conti, non è per niente pericolosa per la tenuta del Berlusconi IV (il premier infatti sull’argomento non ha fiatato), mentre consolida l’immagine della Lega nelle regioni attraversate dal Po.

da www.europaquotidiano.it

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«E il premier dà un dispiacere al suo alleato più prezioso», di Amedeo La Mattina Costretto al sacrificio per non affrontare in aula la mozione del Pd

Ad un certo punto del Consiglio dei ministri Berlusconi si è appisolato, ha lasciato che se la sbrigasse Gianni Letta con la «fastidiosa» discussione sulla festività del 17 marzo. 1150 anni dell`Italia non lo hanno mai appassionato. Il premier era invece molto sveglio quando il ministro della Giustiazia Alfano ha fatto la sua relazione sulla giustizia e, ovviamente, è intervenuto con il suo solito piglio battagliero. Del resto sapeva che una soluzione era stata già trovata nei giorni scorsi grazie alla mediazione del suo efficente sottosegretario alla presidenza del Consiglio.
Letta infatti aveva convocato diverse volte a Palazzzo Chigi i ministri La Russa, Meloni e Calderoli, i tre che si sono dati battaglia pro e contro.
La Lega ha tenuto duro sposando in pieno la tesi di Confindustria e delle imprese sulle perdite economiche. Molti nel Pdl erano schierati da questa parte, soprattutto il ministro Gelmini che si rifiutava di chiudere le scuole, tanto che si era resa non disponibile a scrivere una circolare in tal senso.
Quando poi questa circolare è stata scritta, i leghisti hanno votato contro in uno dei Com di alcune settimana fa. «Il Risorgimento si può insegnare meglio tenendo le scuole aperte», ripeteva la Gelmini tutte le volte doveva contrastare l`insistenza di La Russa e Meloni, i veri vincitori di questa partita. Una vittoria non sperata visto che di solito Bossi la spunta sempre. Ma allora, come mai ieri il Cdm ha deciso che il 17 marzo sarà festa nazionale? Si potrà pensare che ci sia stato il pressing del capo dello Stato, che tiene tanto alle celebrazioni delI`unítà d`Italia. Ma qualcuno nella maggioranza fa notare maliziosamente che Napolitano è stato freddo a sostenere le po- sizioni degli ex An. Ovviamente non perché sia contro la festività in sè, figuriamoci, piuttosto per questioni giuridiche, per, lo strumento usato (il decreto legge) e per la mancanza della copertuta finanziaria. Che poi, paradossalmente, sono le stesse tesi esposte con forza da Calderoli.
Inoltre, aggiungono sempre i maliziosi, il presidente della Repubblica non è rimasto insensibile alle argomantazione degli industriali che non vogliono perdere e pagare un giorno di lavoro in questa difficile congiuntura economica. Alla fine il Quirinale non si è intromesso più di tanto. E allora? Perchè ad un certo punto Berlusconi ha detto a Letta di trovare una soluzione che,avrebbe fatto contenti gli ex An? E questo nonostante la stragrande maggioranza dei ministri ex Forza Italia erano contrari come si è visto ieri. Da Gelmini («non ci possiamo mettere contro il mondo produttivo») a Sacconi, da Romani a Brunetta.
Ecco, sembrerà strano ma questa volta a preoccupare il premier è stata la mozione presentata dal Pd. Una mozione che sarebbe andata al voto della Camera già la prossima settimana ed approvata. Im- pegnando il governo a istitutire la festa del 17 marzo e facendo esplodere ìn aula la divergenza tra Pdl e Lega, proprio in una fase difficile in cui Berlusconi chiede la massima compattezza.
Così si è arrivati allo scontro di ieri, ma la decisione era stata presa. Bossi e Calderoli hanno chiesto a Letta di mettere agli atti il loro dissenso. Alla Lega serve mandare un messaggio al suo popolo antiunitario e alle piccole e medie imprese di riferimento. Maroni subito prima del voto ha lasciato Palaz- zo Chigi dicendo che aveva degli impe- gni. Era in pochi a sapere che il ministro dell`Interno da lì a poco avrebbe incontrato D`Alema.
Comunque, eravamo rimasti al momento del voto nel Com. Una volta presa la decisione Bossi e Calderoli stizziti si solo alzati e hanno abbandonato i lavori. Ma lesto Letta ha detto: «Ce ne stiamo andando tutti, tanto la riunione è finita». Insomma, un po` di sceneggiata, ma dopo La Russa ha avvicinato Bossi e gli ha fatto presente che l`unità d`Italia non è in contrasto con il federalismo.
E che i paesi più federalisti hanno una fortissima identità nazionale. «Sì, ma noi il federalismo ancora non ce l`abbiamo», l`ha gelato il capo del Carroccio. «Allora quando avremo il federalismo festeggiareme insieme la nascita dell`Italia», ha risposto il ministro della Difesa senza perdersi d`animo. «E poi – ha aggiunto La Russa nessuno vi obbliga a festeggiare ma non potete pretendere che non la celebriamo noi l`unità nazionale».
Il ministro Meloni è uscita da palazzo Chigi felice come una Pasqua. «Dopo lo spettacolo di Benigni a Sanremo, se non avessimo preso questa decisione, avremmo fatto una figura pessima. Lo sto cercando perché voglio fargli conoscere la mostra che abbiamo organizzato sulla “Gioventù ribelle” del Risorgimento, quella di cui ha parlato Benigni. Mi veniva da piangere per l`emozione. Se insieme riusciamo a far conoscere ai giovani questa storia – dice la Meloni – forse riusciremo a far mettere loro una maglietta con la faccia di Mameli e non solo di Che Guevara».

da La Stampa

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“Valorizziamo ciò che ci unisce”, di Giorgio Napolitano

Caro direttore, il Consiglio dei Ministri ha adottato la decisione che ad esso competeva per quel che riguarda le modalità della festa del 17 marzo 2011. Ho ritenuto di dover restare – nel mio ruolo – estraneo a ogni disputa in proposito. Ma ritengo che lo spirito della decisione presa sia apprezzabile. Quello che conta è che ci sia piena e attiva consapevolezza, a tutti i livelli istituzionali, del significato delle celebrazioni di questo storico anniversario: e cioè, della necessità di farne occasione di riflessione seria e non acritica, e insieme di decisa valorizzazione di tutto quel che ci unisce come nazione e ci impegna come Stato unitario di fronte ai problemi e alle sfide che ci attendono.
Nelle celebrazioni così concepite confido che potranno riconoscersi tutte le forze politiche, sociali e culturali, potranno aver spazio tutte le sensibilità.

da la Repubblica

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“I leghisti ricordino che i Mille erano del Nord”, di Dario Pappalardo
Il pronipote di Garibaldi: 150 anni fa i giovani morivano per un ideale, è una lezione che è doveroso tramandare

ROMA – «Agli esponenti della Lega direi che i loro padri non portavano la camicia verde, ma quella rossa: l´unità d´Italia è partita dal nord. Da lì si è creduto di unificare i nostri valori in una nazione». Giuseppe Garibaldi ha lo stesso nome del suo bisnonno (è figlio di Ezio, figlio a sua volta di Ricciotti, nato da Anita e dall´eroe dei due mondi) e con toni pacati, ma decisi, commenta la spaccatura del governo sulla festa del 17 marzo.
Insomma, la festa ci sarà, ma la data continua a dividere…
«Si tratta di una ricorrenza da celebrare ogni 50 anni. Sarebbe ridicolo che il Paese non la festeggiasse: l´unità è costata tantissimo soprattutto in vite umane e bisogna ricordarlo. Oggi, se non fossimo uniti, non ci troveremmo in Europa. Chi si oppone alla festa non sta combattendo una battaglia di civiltà. Già il mio bisnonno diceva: “Altra Italia io sognai”».
Intende dire che Garibaldi lo direbbe anche oggi?
«Garibaldi sosteneva che solo quando ottiene la riconoscenza del popolo, allora il politico ha fatto il suo dovere. Oggi il dovere è tramandare i valori del Risorgimento ai più giovani, ma evidentemente non siamo ancora coscienti di essere italiani tutti insieme. Per questo, per i ragazzi è impossibile capire che 150 anni fa i loro coetanei non morivano in cerca di fama e denaro, ma inseguendo un ideale».
Crede che i ministri leghisti interpretino un´insofferenza diffusa rispetto all´anniversario?
«No. Sono tanti i festeggiamenti spontanei in molti comuni che oggi scoprono lapidi, ricordano i loro garibaldini. Gli italiani, in genere, sono migliori di chi li governa, non solo adesso. Ci sarebbe bisogno di un altro Garibaldi, di un leader come lui in grado di individuare una nuova classe dirigente: i mille erano i suoi quadri, li aveva scelti uno a uno. Oggi, invece, i politici sono incapaci di costruire una squadra adatta a governare il Paese».
Sta pensando di scendere in politica?
«Ho rinunciato a fare politica per non coinvolgere il nome che porto né a destra, né a sinistra. Quello che mi preoccupa in questo anniversario, come pronipote, è trasmettere il significato giusto di quelli che erano i valori di Garibaldi».
E quali sono questi valori?
«Onestà, dignità, obiettivi chiari, nessun arricchimento per le proprie tasche. E poi, me lo lasci dire, rispetto e alta considerazione della donna. Aveva fama di donnaiolo, è vero, ma le donne le rispettava. Anita gli era accanto, sempre. Era coinvolta nelle insurrezioni soprattutto dal punto di vista ideologico e teorico delle iniziative».

da La Repubblica

«L'Italia smarrita delle regole fai da te», di Michele Ainis

L’Italia è stressata. Mentre la crisi politica s’avvita su se stessa, mentre un rumor di sciabole accompagna i nostri passi, ci sentiamo sempre più depressi, frastornati, con i nervi a fior di pelle. Sicché ci sintonizziamo in massa sui talk-show televisivi, sfogliamo nevroticamente i quotidiani (di questi tempi se ne vendono il doppio), girovaghiamo come ubriachi nella Rete. Ma in ultimo ne veniamo fuori ancora più disorientati. Cerchiamo una bussola, troviamo un bussolotto.

Altrove è la politica che funziona da collante, da riferimento collettivo. In passato succedeva pure alle nostre latitudini. Ora non più, ce ne siamo allontanati. O perlomeno abbiamo divorziato dai partiti, non ne vogliamo più sapere. Non a caso, se decidiamo di manifestare in piazza, vietiamo l’accesso alle bandiere di partito. L’ultima volta è accaduto il 13 febbraio, quando un milione di donne ha invaso 230 città. Ma il medesimo divieto campeggiava sul raduno di Libertà e giustizia del 5 febbraio, sui cortei studenteschi del 14 dicembre, sui tanti sit-in del popolo viola.
D’altronde i partiti sono i primi responsabili della nostra condizione. Hanno smesso di confrontarsi sui programmi, mirano piuttosto all’annientamento (verrebbe da dire: fisico) del loro avversario. Sicché cambiano umori e strategie in base alle convenienze di giornata, cercando di sfruttare le debolezze altrui, anziché la propria forza. E sempre con un cerino in mano per accendere un rogo sulla legislatura. Come ha osservato Luigi La Spina sulla Stampa, non molto tempo addietro lo scioglimento anticipato era l’arma che impugnava il premier Berlusconi, quando i sondaggi gli erano ancora favorevoli, quando temeva che lo disarcionasse un ribaltone. A quel tempo l’opposizione faceva resistenza, ma adesso – a sondaggi rovesciati – chiede a gran voce le elezioni, mentre il presidente del Consiglio le rifiuta. E al contempo i partiti di centrosinistra preparano una Santa Alleanza “contro”, dove il cemento unificante non è un programma, non è un leader, è piuttosto la sconfitta del generale Berlusconi. Il quale a sua volta ogni giorno ne ha da dire contro qualcuno, ora i giudici, ora i giornalisti, ora e sempre i comunisti.
No, questo spettacolo è la causa dei nostri mal di pancia, non può esserne la cura. Nemmeno le istituzioni, tuttavia, offrono un pronto soccorso cui bussare. Sono febbricitanti anch’esse, soprattutto il Parlamento. Nel 2011 ha approvato un’unica legge solitaria (peraltro sotto dettatura del governo) e deve ancora recuperare la fatica. Ma la malattia delle assemblee legislative non dipende esclusivamente dalla scarsa energia riformatrice, dal numero pletorico dei loro componenti, dalla mancanza di reazioni davanti all’abuso dei decreti e dei voti di fiducia. Dipende alla radice dal modo con cui furono allevate, da questa legge elettorale che ha trasformato gli eletti in camerieri dei signori di partito, togliendo autorità e prestigio al loro ruolo. Sarà per questo che il tasso di fiducia verso le nostre istituzioni vola rasoterra, con l’unica eccezione del capo dello Stato. Sarà per questo che 4 italiani su 10 promettono di disertare le prossime elezioni, mentre altri 3 si dichiarano indecisi, e magari in ultimo decideranno d’imitarli. Tanto con il porcellum sappiamo già come andrà a finire: alla Camera una minoranza organizzata diventerà d’incanto maggioranza, al Senato non vincerà nessuno, e in conclusione perderemo tutti.
Possiamo allora rivolgerci in appello alla morale? Potremmo, se questo termine fosse contornato da un alone di certezza. Ma la morale – diceva Hemingway – è ciò che ci fa stare bene, e ciascuno sta bene a modo proprio. Inoltre la legge etica (qualunque cosa sia) deve guardarsi da un doppio nemico: l’immorale e il moralista. E il secondo – con quel suo sopracciglio inarcato, col suo sguardo altezzoso, con la puzza del mondo sotto il naso – può ben essere peggiore del primo, o almeno più antipatico. Insomma: non la morale bensì la dignità e l’onore nell’adempimento delle pubbliche funzioni riscatterebbero le nostre classi dirigenti. Non per nulla si riferisce a queste due virtù una regola negletta, quella conservata nell’articolo 54 della Costituzione.

Ecco, le regole. In ultimo se la società italiana ha perso ogni ancoraggio, se i partiti s’incanagliscono in una guerra di tutti contro tutti, è perché la politica via via si è tramutata in una rissa sulle regole, non sulle riforme, non sull’agenda delle priorità economiche e sociali. Ma nessun campionato potrà mai disputarsi se manca l’accordo sul fuorigioco, se l’arbitro viene sistematicamente vilipeso. Un solo esempio: lo scioglimento delle assemblee parlamentari. Per taluni può deciderlo il presidente del Consiglio, quando la sua maggioranza si suicida. Per altri serve l’accordo del premier e del capo dello Stato, come in un matrimonio. Per altri ancora questo potere spetta in solitudine al presidente della Repubblica. Poco importa che le prime due opinioni svuoterebbero le tasche di Napolitano, scippandogli lo strumento più incisivo. Poco importa se suonano altresì paradossali, perché domandano al reo (alla politica cui si deve lo stallo) il permesso di processarlo davanti al tribunale elettorale. Tanto in Italia ogni regola ammette la regola contraria, e alla fine della giostra ciascuno fa come gli pare.

da www.ilsole24ore.com

"A Mazza non piace Gramsci «Avrei preferito Gobetti…»", di Roberto Brunelli

Il tricolore sì, va bene,ma Gramsci è troppo. Il direttore di Rai Uno, Mauro Mazza, è un po’ avvelenato con Luca e Paolo, che già ridicolizzarono Berlusconi la prima puntata: «Gli Indifferenti? Avrei preferito Gobetti…».

Gramsci ci scruta dal palco dell’Ariston. L’ultimo colpo di scena di Sanremoè solo l’ennesimo corto circuito nel frullatore postmoderno del festival, oppure davvero è accaduto qualcosa? Ne sarebbe contento, Gramsci, consapevole che è rimettendo insieme i cocci rotti della cultura popolare che si può iniziare a ricostruire il paese, oppure si sta rivoltando nella tomba? Il totem televisivo d’Italia è diventato un «festival dell’Unità», come è stato maliziosamente scritto ieri, oppure la forza di quelle parole – «Io odio gli indifferenti» – sono state uno squarcio formidabile dentro la surreale drammaturgia del fu festival della fu canzone italiana? E poi, che c’entra Gramsci con l’Unità d’Italia?
Insomma, quella scena di ieri l’altro sera in cui, passato il terremoto Benigni, il fondatore del nostro quotidiano nonché uno dei maggiori intellettuali del Novecento è stato sbalzato sul palco degli Al Bano, dei Pippo Baudo e dei Bonolis rischia di entrare permanentemente nella storia del festival: facendo sobbalzare sulla sedia non solo i Masi e i Mazza, ma procurando probabilmente grosse crepe anche nella fragile stabilità emotiva del Grande Capo.
Dal canto loro, Luca & Paolo, che forse oramai stanno stretti dentro la definizione di “Iene” televisive, sanno benissimo di essere al centro di una tempesta perfetta.
Ieri hanno incassato i complimenti pelosi di Mauro Mazza, «bello e suggestivo quanto fatto», che premettevano la critica: «Io personalmente avrei scelto citazioni altrettanto belle come quelle di Piero Gobetti che parlava di rivoluzione liberale». Cioé, spiega il sempre più ineffabile Mazza Mauro, qualcuno che non si fosse compromesso.
Davanti a questa storia fatta a spanne, Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu hanno spiegato con precisione la loro scelta. Dice Paolo: «Avevamo pensato anche alle lettere di Garibaldi, per esempio, ma poi ci siamo indirizzati su Gramsci. È che non mi viene in mente niente che sia più liberale di queste parole sulla responsabilità civile». Non mica cosa da poco: il vero cemento della convivenza in un paese non è un’astratta idea di nazione emenche mai l’astrusa retorica patriottarda, ma è esattamente la responsabilità. La Iena aggiunge: «Quando nel testo di Gramsci c’è il punto che dice ‘cosa avrei potuto fare di meglio’, mi sono commosso. Quel grido lì è assolutamente attuale. Gramsci è un simbolo, e non c’è niente di più libero del senso di responsabilità nelle cose che si fanno». Luca: «Non mi interessa che le parole le abbia scritte Gramsci, mi interessa il valore».
E Morandi? «Io sapevo perfettamente che Luca e Paolo avevano scelto Gramsci», ha detto al Bar dell’Ariston. Piena condivisione e «grande emozione». Mauro Masi, invece, non fiata. Gli tocca dire che apprezza Benigni, ma su Gramsci tace.

Il testo
Questo l’inizio e la fine di “Indifferenti”, scritto di Antonio Gramsci (“La città futura, numero unico, 11 febbraio 1917”), e recitato in larga parte giovedì sera sul palco dell’Ariston da Paolo e Luca
«Odio gli indifferenti.Credo che vivere vuol dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.
Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. È la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la paludeche recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; e ciò su cui
non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio
costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. (…)
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni
innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di
ciò che non ha fatto.E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime».

da L’Unità