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"Quel bisogno di alzare lo sguardo", di Mario Calabresi

Può un Paese vivere nella perenne attesa del Giorno del Giudizio, convinto che sia programmato sempre per domani mattina? Da mesi non si fa altro che parlare della resa dei conti finale e della caduta di Silvio Berlusconi e del suo governo, gli occhi sono sempre puntati su una data cruciale, considerata definitiva: il discorso di Fini a Mirabello all’inizio di settembre, quello di Berlusconi del 29 dello stesso mese alla Camera, le dimissioni dei ministri finiani, il voto di fiducia del 14 dicembre, le rivelazioni di Ruby, l’arrivo delle carte sulle feste di Arcore a Montecitorio, la decisione del giudice per le indagini preliminari di Milano, ora il giorno dell’apertura del processo al premier il prossimo 6 aprile.

Nel frattempo il presidente del Consiglio ha prima visto franare la sua maggioranza fin sotto la soglia fatidica dei 316 voti alla Camera, poi l’ha ricostruita tornando a stare a galla e incassando svariati voti di fiducia (l’ultimo questa settimana al Senato).

L’ attenzione del governo, dell’opposizione e dell’informazione è spasmodicamente puntata su questo pendolo, che oscilla ogni giorno a favore o contro Berlusconi, che ci ipnotizza e ci rende incapaci di guardare più lontano o di vedere lo stato in cui versa l’Italia.

Sì, perché il Paese è malato: di divisioni, di insicurezza, di mancanza di futuro, di sfiducia e di assenza di politica. Ma di questo nessuno sembra curarsi.

Continua a venirmi in mente l’ultimo periodo della presidenza di George W. Bush: due terzi degli americani non avevano più fiducia in lui, la maggioranza lo considerava indegno, gli scandali che toccavano la sua Amministrazione erano molti e gravi (dalle foto del carcere iracheno di Abu Ghraib, alla pratica di rapire e spedire in Paesi in cui si usava la tortura i presunti terroristi – le cosiddette «extraordinary rendition» -, dall’uso del «waterboarding», cioè il simulato affogamento di chi veniva interrogato, fino alle commesse militari e sulla sicurezza affidate a società legate al vicepresidente Cheney), i suoi concittadini volevano mandarlo a casa e l’immagine del Paese nel mondo era infangata. Ricordo i viaggi in Europa in cui Bush evitava accuratamente ogni incontro con la folla per il terrore delle contestazioni, l’unica eccezione fu in Albania, dove l’ambasciata americana riuscì ad organizzare ad arte un piccolo bagno di folla per dare un po’ di soddisfazione al Presidente.

Molte furono le manifestazioni di protesta negli Stati Uniti, alcuni proposero di far partire un processo di impeachment, ma il sistema garantiva tempi certi alla durata della presidenza e così l’opposizione democratica, ma anche gli stessi repubblicani, cominciarono a studiare e proporre una strada diversa per l’America del dopo Bush.

Per oltre due anni i democratici, anziché perdersi nell’attesa di un evento eccezionale che potesse mettere fine all’Era Bush, costruirono una visione alternativa e un programma di governo che fosse credibile per il futuro. Ne emersero almeno due, quello pragmatico di Hillary Clinton e quello idealista di Barack Obama. In casa repubblicana invece vinse la visione di John McCain che ridefiniva i pilastri del conservatorismo spostandolo al centro.

Ricordo un comizio in cui un gruppo di studenti, innalzando cartelli contro Bush, chiesero a Obama di vincere per poi processare il Presidente colpevole di crimini di guerra. Obama rispose che non lo avrebbe fatto perché voleva vincere per archiviare Bush, non per continuare ad occuparsi di lui. Voleva vincere per mettere in pratica nuove politiche e cominciò ad illustrare la sua visione per il futuro dell’America. Alla fine anche gli studenti applaudirono con speranza.

Qui in Italia le opposizioni attendono ogni mattina il crollo finale e l’inizio di una nuova stagione, ma non ci hanno raccontato come sarebbe questa nuova Italia, non ci hanno dato nessuna ricetta in cui credere. Anzi continuano a tenere in poca considerazione i dati della realtà, tanto che nella settimana (questa) in cui Berlusconi ha ricostruito la sua maggioranza la sinistra ha litigato su un’ipotesi di candidato premier (Rosy Bindi) anche se le elezioni anticipate non sembrano essere alle porte.

Ora l’opposizione guarda speranzosa al Palazzo di Giustizia di Milano sperando che la spallata finale arrivi da lì, condannandosi però di nuovo all’attesa e al gioco di rimessa. Ma Silvio Berlusconi, pur segnato in maniera indelebile dagli scandali, non sembra intenzionato a farsi da parte e forte di una maggioranza ritrovata punta ad arrivare al termine della legislatura come gli permette la Costituzione.

Il premier, appena risalito in sella, ha mostrato di voler tornare a governare, ma a leggere i resoconti dell’ultimo Consiglio dei ministri si è presi dallo sconforto. Ecco le urgenze del Paese secondo il premier: una nuova legge per limitare e impedire la pubblicazione delle intercettazioni, la separazione delle carriere dei magistrati, un doppio Csm e il ripristino dell’immunità parlamentare. Come corollario una bella discussione sulla necessità – a meno di un mese dalla ricorrenza – di fare festa il 17 marzo, 150˚ anniversario dell’Unità nazionale. E ieri è arrivato l’annuncio della riforma della Corte Costituzionale.

Mentre il Consiglio dei ministri discuteva dei bisogni più urgenti del Paese e l’opposizione si baloccava con le elezioni, ho ricevuto per conoscenza la lettera che un imprenditore veneto, di ritorno da tre fiere in giro per il mondo, ha scritto pieno di sconforto a Unindustria Treviso, che l’ha girata alla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia.

«Ho voluto aggredire il 2011 con l’ottimismo della volontà e con la convinzione che possiamo e dobbiamo farcela sebbene “le assi del mondo scricchiolino”. Non esigo, né ho chiesto contributi pubblici – scrive Fiore Piovesana titolare della Camelgroup, un’ azienda di medie dimensioni che fa mobili nel trevigiano e li esporta in tutto il mondo -, avrei solo voluto vedere vicino a me, nei padiglioni di Toronto, di Adison negli Usa e di Birmingham un sistema Paese vivo, attento alle esigenze degli esportatori, compatto nella sua immagine del Made in Italy, ma ancora una volta registro grande solitudine. Clienti e colleghi che incontro all’estero mi guardano, sorridono maliziosi per le notizie da basso impero che giungono dal nostro Paese e mi allertano sul Made in Italy che comincia ad arrancare sebbene essi continuino a guardare alla creatività delle nostre imprese con grande interesse e tenace speranza. Rientro, sfoglio i giornali nella speranza (illusione?) che, insieme a me, chi ci governa abbia profuso energie per dare prospettive, per aiutarci a creare valore aggiunto ai prodotti, per mettere mano ad un fisco che penalizza e demoralizza il lavoro dipendente e soffoca le aziende. Nulla di tutto questo».

Chi produce, racconta Piovesana, oggi deve confrontarsi con l’aumento delle materie e la nuova impennata del greggio che fa lievitare il costo dei trasporti e dell’energia. E’ una situazione sempre più soffocante e la sensazione è di un totale disinteresse: «Tendono sempre a crescere i dazi doganali sui mobili esportati in Russia, problema per il quale avevamo chiesto a suo tempo al presidente del Consiglio di utilizzare i suoi buoni rapporti con Putin verso una soluzione più favorevole. In questi giorni anche l’Ucraina, partner privilegiato del mobile Made in Italy, segnala un raddoppio dei dazi doganali come gesto di allineamento a quelli russi…». Così per restare competitivo un imprenditore italiano «sarà costretto a ridurre ancora i già esigui margini di guadagno». «Non intendo infatti – sottolinea la lettera – chiedere ulteriori sacrifici al personale già pesantemente penalizzato. Anche l’ultimo dei miei 40 dipendenti ha chiesto un anticipo, se possibile totale, del Tfr in quanto non ha più risparmi».

Questo è lo stato del settore produttivo del Paese e dei suoi abitanti, ma neppure l’ombra di dibattiti in Parlamento o in Consiglio dei ministri con provvedimenti concreti e regolamenti chiari e incentivanti, tagli non furbi alla spesa pubblica o la riduzione dei carrozzoni improduttivi. Si procede per slogan, ci si concentra sulla risoluzione dei problemi personali o si passa il tempo a sperare che qualcuno liberi Palazzo Chigi prima della fine della legislatura.

Camminiamo in un deserto in cui l’unica speranza sono le mille iniziative private che, nonostante tutto, continuano a fiorire ogni giorno. A queste ci dobbiamo affidare, tenendo i piedi per terra e continuando a sperare che qualcuno finalmente alzi lo sguardo per proporre una strada. Il mondo e la storia nel frattempo corrono, dalla Libia alla Cina, e non sembrano intenzionati ad aspettare il nostro risveglio.

La Stampa 20.02.11

"Maserati, i silenzi di Sergio Marchionne", lettera aperta dei parlamentari modenesi del Pd

I parlamentari modenesi del Partito democratico – Manuela Ghizzoni, Ricardo Franco Levi, Ivano Miglioli, Giulio Santagata, Giuliano Barbolini e Mariangela Bastico – intervengono in merito alla vicenda Maserati all’indomani dell’audizione dell’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne davanti alla commissione Attività produttive della Camera. Ecco la loro lettera aperta.

«Continua il silenzio di Sergio Marchionne sul futuro della Maserati. Di molto ha parlato l’amministratore delegato della Fiat nel corso dell’audizione alla Commissione attività produttive della Camera, eppure lo stabilimento Maserati non ha mai avuto l’onore di essere citato.
In quanto rappresentanti del territorio modenese, sul quale Fiat è presente con gli stabilimenti di Maserati, Ferrari e CNH (ora in Fiat Industrial), condividiamo e ci facciamo interpreti della preoccupazione che la mancanza d’informazioni suscita nei lavoratori dello stabilimento Maserati (circa 700) e nelle Istituzioni locali, che nel tempo molto hanno investito per valorizzare la tradizione automobilistica modenese, dal Museo Casa natale Enzo Ferrari alla pista prove di Marzaglia, da Modena Città di Motori alla Motor Valley.
Tale omissione non pare giustificata dal timore di avvantaggiare la concorrenza svelando i piani industriali del colosso automobilistico, poiché nel delineare “il perché e il come” del futuro Fiat, il dott. Marchionne ha fatto riferimento al “piano prodotti” e al “piano per l’Italia”, citando gli stabilimenti di Pomigliano, Mirafiori, Pratola Serra, Cassino, Melfi, Termini Imerese, nonché quelli della Sevel in Abruzzo e della ex-Bertone di Torino.
In particolare, è stato fonte di ulteriore preoccupazione il laconico riferimento al “piano di ripresa della produzione e di rilancio del sito” dell’ex-Bertone, del quale si è dovuto apprendere qualche dettaglio aggiuntivo dal comunicato stampa Fiat rilasciato alla conclusione del primo tavolo di trattativa con le organizzazioni sindacali. Il piano prevederebbe un investimento di 500 milioni per l’industrializzazione, a partire dal secondo semestre 2011, di una nuova Maserati del segmento E (il più basso tra quelli di lusso) destinata ai mercati internazionali.
Prendiamo atto che nel comunicato Fiat si esplicita che “nello stabilimento Maserati di Modena proseguiranno le produzioni attualmente realizzate”. Tuttavia non è più procrastinabile un chiarimento definitivo in merito alle azioni che Fiat vorrà intraprendere per dare seguito alla manifestazione di volontà, anche alla luce dei silenzi della dirigenza locale sul destino dello stabilimento nel quale si lavora soprattutto sull’assemblaggio di pezzi prodotti altrove, in particolare presso Ferrari.
Quattro mesi fa, in occasione del Premio Pico a Mirandola il dott. Marchionne dichiarò: “Il sito di Modena ha dei limiti strutturali, non è proprio uno stabilimento pieno, se vogliamo far crescere Maserati avrà bisogno di un appoggio industriale altrove”. Ora che l’appoggio industriale è stato identificato nell’impianto ex-Bertone di Torino, quali sono le strategie e gli investimenti che Fiat intende mettere in campo per rendere la Maserati di Modena uno “stabilimento pieno”? Insomma, esiste un piano industriale Fiat per Maserati? È una domanda che l’AD di Fiat non può più eludere».

On. Manuela Ghizzoni
On. Ricardo Franco Levi
On. Ivano Miglioli
On. Giulio Santagata
Sen. Giuliano Barbolini
Sen. Mariangela Bastico

«All'Italia servono 50mila infermieri», di Paola Simonetti

Sono sempre più necessari a un paese che invecchia, ma i neolaureati e il ricorso agli stranieri non colmano la lacuna. La metà degli studenti abbandona i corsi. Paradossalmente, anche su questa categoria si affaccia lo spettro della disoccupazione

Sono il pilastro dell’assistenza sanitaria alla persona, in un paese dove l’incidenza di anziani genera una delle più grandi urgenze sociali a lungo termine mai viste in Europa. Eppure il reclutamento degli infermieri in Italia arranca, funestato da problemi di varia natura. All’appello dei bisogni delle strutture ospedaliere, del Centro-Nord soprattutto, ne mancano ad oggi circa 50mila, stando alle ultime stime della Federazione dei Collegi degli infermieri (Ipasvi). Alla fine del 2007 nel nostro paese c’erano circa 5,4 infermieri ogni mille abitanti, contro i 9,8 della Germania, i 12,8 dell’Olanda o, addirittura, i 14,8 dell’Irlanda: la quota era di circa il 27% inferiore alla media dei Paesi Ocse.

Il nodo pensionamenti
All’emorragia di infermieri provocata dai pensionamenti non riesce a mettere un argine il flusso dei neolaureati di settore proveniente dalle 40 università attive da oltre 10 anni con corsi a numero chiuso per l’accesso alla professione (l’unico percorso formativo ad oggi possibile ndr). Il progressivo aumento delle immatricolazioni, cresciute nel 2010 del 316%, non basta quindi a tamponare il numero degli infermieri in “uscita”: circa 8mila quelli sfornati ogni anno dagli atenei, contro i 13mila che vanno in pensione. Secondo i calcoli dell’Ipasvi, si registra un fabbisogno annuale di almeno 18.000 nuove immatricolazioni. A poco è servito anche il massiccio ricorso a professionisti stranieri, che oggi sono circa il 28% del totale.

La paralisi del contratto nazionale
A scoraggiare i professionisti maturi a rimandare il pensionamento non c’è solo l’usura di una professione complessa e pesante, ma anche lo stallo del contratto nazionale: “Le retribuzioni saranno ferme per i prossimi tre anni, che alla fine diventeranno almeno 4 o 5 – spiega Gianluca Mezzadri, coordinatore delle professioni sanitarie nella FP Cgil -. L’ultimo accordo separato firmato da Cisl e Uil assieme ad altri sindacati blocca anche la contrattazione integrativa, cristallizza gli stipendi con un’evidente perdita dovuta all’inflazione, che non viene più recuperata”.
Tuttavia, nonostante la categoria la ritenga ancora inadeguata, la retribuzione media di questi professionisti rende il settore appetibile, oggi, per un giovane laureato, che punti anche ad avanzamenti di carriera: “Gli stipendi variano a seconda delle condizioni di lavoro – spiega sempre Mezzadri- : si può andare dai 1200/1300 euro all’inizio di carriera, fino a quasi 2000 euro al massimo della carriera. Poi ci sono ruoli di coordinamento e posizioni organizzative, dove si arriva anche a 2450 euro”.

L’abbandono “scolastico”
Ma a remare contro un adeguato reclutamento professionale c’è anche una errata, quanto ingannevole, visione che sbarra spesso la strada agli studenti universitari: “Ci portiamo dietro, storicamente, una sottovalutazione di questo mestiere – spiega la presidente Ipasvi, Annalisa Silvestro-: chi approda al corso di laurea spesso lo fa con la convinzione che la professione sia una mera attività assistenziale, ignorandone invece gli aspetti più interessanti e appassionanti, benché impegnativi, legati alla preparazione scientifica. Si sottovaluta l’impegno importante che ne deriva sul versante dello studio, ma anche l’alto profilo e il cammino professionalizzante che produce. Da qui scaturisce il pesante abbandono ‘scolastico’ di settore, che consideriamo una sconfitta”.
Se infatti l’appeal della professione si è innalzato grazie alla facile collocabilità sul mercato del lavoro, “coloro che poi finiscono il percorso universitario sono sempre pochi, e in ogni caso insufficienti a colmare il fabbisogno – aggiunge Andrea Bottega, segretario Nursind, uno dei sindacati di categoria-: quelli che lasciano a metà sono quasi il 50%”.

Lo spettro della disoccupazione
Eppure alle radici della voragine incolmabile degli infermieri italiani c’è un’altra causa contingente: “Di queste figure c’è un grande bisogno, è un problema storico e di infermieri ne vengono formati meno di quanto ci sia necessità, non c’è dubbio. Ma c’è il paradosso che in alcune zone d’Italia molti di loro sono a spasso – spiega Mezzadri. Il fenomeno della disoccupazione di settore comincia ad affacciarsi: i blocchi di finanziaria hanno condotto le aziende ospedaliere a tagliare su reparti e personale. Non si assume se non in sostituzione. Non va meglio nel settore privato, spesso legato a doppio filo a quello pubblico con le convenzioni nel supporto ai servizi di assistenza”.
Una della strade possibili ulteriori di sbocco professionale per gli infermieri potrebbe aprirsi sul fronte della docenza universitaria, ma resta per ora solo parzialmente percorribile. La formazione superiore, secondo quanto segnalato all’unanimità da tutti gli enti di settore, è oggi quasi esclusivamente “medico centrica”, un fattore che peraltro snatura, a livello pratico e culturale, la reale essenza della professione. “E’ già tanto se arriviamo a 50 fra professori e ricercatori infermieri nell’università –
dichiara la Silvestro -. Non abbiamo nessun ordinario di infermieristica, un paradosso considerando che gli immatricolati in infermieristica sono prevalenti
rispetto a tutti gli immatricolati della facoltà di medicina. Occorrerebbe avere il coraggio di mettere in discussione alcuni equilibri all’interno degli atenei”.

A chi fanno paura gli infermieri?
L’evoluzione e l’innalzamento professionale degli infermieri getta scompiglio nelle certezze di una categoria che, proprio con questi professionisti, collabora gomito a gomito: i medici. L’ultima polemica contro gli infermieri, dopo quella già esplosa nel 2009, è quella dell’Ordine dei medici dell’Emilia Romagna, scagliatisi contro alcuni progetti della Regione Emilia Romagna alla Regione Toscana, tanto da far scattare la denuncia in Procura per abuso di professione: “Temono che possano rubar loro il lavoro – spiega sempre Mezzadri – . Oggetto del contendere, un paio di progetti legati alla possibilità, nei pronto soccorsi, di utilizzare gli infermieri per accettazione, riconoscimento dei sintomi e indirizzamento dei pazienti o di metterli in condizione di fare una diagnosi di primo livello, per poi far intervenire il medico nei casi realmente gravi. Un metodo che sveltirebbe di molto le procedure. Ne è invece scaturito un mezzo inferno. Un flebile spiraglio è arrivato però dall’Ordine dei medici della Toscana, che si è detto favorevole. Speriamo sia un seme che possa germogliare: ne trarrebbero un gran beneficio i cittadini”.

da www.rassegna.it

Bersani: "Con le donne l'8 marzo a Palazzo Chigi consegneremo le firme per le dimissioni di Berlusconi"

Il segretario pd chiude la Conferenza Nazionale delle Donne Democratiche”Le donne devono prendere il Pd per mano e condurlo verso nuove frontiere culturali e di civiltà”. E annuncia: “Legge d’iniziativa popolare per le quote rosa”

Il Segretario del Pd, Pier Luigi Bersani ha concluso i lavori della prima Conferenza Nazionale delle Donne Democratiche, svoltasi a Roma, dando appuntamento a tutte le democratiche ed i democratici l’8 marzo davanti Palazzo Chigi, dove consegnarà le firme raccolte in tutta Italia, per chiedere le dimissioni del premier. Conferenza che ha eletto all’unanimità Roberta Agostini come portavoce nazionale della donne del Pd.

L’intervento del Segretario è stato molto apprezzato ed ha gettato le basi per una proficua interazione tra il Partito e questo nuovo organismo che dovrà raccogliere le istanze delle donne democratiche elaborate nei territori e renderle propositive per sensibilizzare la politica del Pd. E Bersani, che ha partecipato ‘in punta di piedi’ alla due giorni di lavori della Conferenza si è impegnato ad accogliere queste proposte e a trasferirle nell’agenda del Partito, come parte integrante del programma politico.

Bersani ha molto apprezzato ‘la discussione bella, aperta, libera e forte’ svoltasi durante i dibatti, ed ha ribadito che ‘il Partito democratico è il solo Partito nel Paese ad essere in grado di lavorare in maniera così proficua’. E per questo ha ringraziato tutte le donne che si sono impegnate ed hanno creduto in questo progetto. “Anche io ho creduto in questo percorso e nella capacità di creare un luogo estroverso, capace di prendere il Pd per la mano e portarlo dove spesso fa fatica ad andare, verso nuove frontiere culturali e di civilizzazione. C’è freschezza ed entusiasmo – ha detto il Segretario – che dobbiamo collegare alle altre energie che circolano nel Paese per fare un passo avanti. E la manifestazioni entusiasmanti del 13 febbraio, ci hanno dato l’idea che le donne vogliono il cambiamento e si affermano le protagoniste del cambiamento”.

Anche in politica, così Bersani si è detto favorevole a guidare «un’iniziativa di legge popolare sulle quote rosa». Nel suo intervento alla Conferenza nazionale delle donne democratiche, il segretario del Pd ha sostenuto che «senza le donne, il cambiamento non fa un passo in avanti; senza un passo avanti delle donne, il cambiamento non è cambiamento». «Il Pd – ha insistito, rivolto alla platea di donne, si rivolge, attraverso la vostra voce, alle donne come soggetto di cambiamento e accetta di misurare il cambiamento attraverso la vostra condizione».
Bersani ha ricordato che, nella sua segreteria, le quote rosa sono già una regola. «O cancelliamo la norma in segreteria – ha proposto – o pretendiamo, con una legge nazionale, che anche il governo sia metà donna, metà uomo. Noi dobbiamo prendere questo impegno – ha spiegato – ma dobbiamo anche pretendere una norma». Bersani ha ricordato anche la necessità di rispettare le quote nei Cda delle aziende. A suo giudizio, sul tema delle pari opportunità, sarebbe anche necessario uno «strumento normativo sul lavoro domestico» e una maggiore attenzione sulle ricadute che la crisi economica può avere nei servizi alle donne.
Impegni necessari per continuare le battaglie iniziate nel ‘900, secolo dove in una condizione drammatica, “l’elemento di civilizzazione è stato proprio il movimento di emancipazione delle donna. La presa di coscienza delle donne sui grandi temi civili quali l’aborto, il divorzio, ha sostenuto un moto di avanzamento politico delle forze progressiste ed anche l’introduzione di una nuova agenda economica. L’avanzamento della rete dei servizi è avvenuta proprio grazie a quell’onda. Quindi il Pd accetta di misurare il cambiamento dallo stato della condizione della donna, come sfida per un nuovo progetto che guardi oltre”.

Bersani ha poi parlato della profonda e permanente crisi economica del nostro Paese, che ci vede ‘pagare il doppio e correre per meno della metà’. E l’ha descritto come un ‘processo di scivolamento intimamente connesso tra la questione sociale e la questione democratica. E proprio su questo nesso nasce la vittoria delle forze di destra, vittoria che Berlusconi ha esercitato con un meccanismo populista e plebiscitario. Infatti le forze di destra negli altri Paesi europei, anche in Svezia, ci sono, ma sono fuori dal governo, solo da noi hanno preso il comando. Il tema del berlusconismo è proprio questo’.
“Abbiamo un pezzo di classe dirigente che balla sul titanic della nostra democrazia – ha detto Bersani -. Per questo bisogna organizzare una convergenza tra forze progressiste ma anche tra politica e società civica. È un darsi la mano, assumendosi delle responsabilità reciprocamente. Ancora è un equilibrio fragile e voi come donne democratiche dovete prefigurare un Partito che trovi proprio questo punto di equilibrio”.

Il Segretario democratico ha descritto la precaria ed imbarazzante situazione del governo Berlusconi, ‘retto da una maggioranza subordinata ad una persona sola, concepita come salvacondotto. Una persona che non è in grado di svolgere una funzione pubblica’.
Ha sottolineato Bersani: “I nostri padri hanno scritto nella Costituzione, che disciplina ed onore sono dei prerequisiti necessari per governare, non perché si occupavano di reati o peccati, dei quali se ne devono occupare gli inquirenti o la Chiesa, ma perché pensavano che senza disciplina ed onore non si può esercitare la funzione pubblica”.

Bersani ha poi chiarito come i problemi economici del nostro Paese siano accentuati dalla scarsa credibilità che l’Italia si è conquistata a causa di questa malsana commistione tra funzione pubblica e personale del premier. “Saremo e siamo in tutti i carnevali del mondo –ha ribadito – altro che investimenti esteri in Italia! Dobbiamo prendere l’acqua col cucchiaino mentre c’è uno che la butta via col secchio! Mentre ridono di noi ne approfittano ed occupano gli spazi vuoti che lasciamo noi. Abbiamo problemi enormi nel Mezzogiorno, l’illegalità dilaga a causa della crisi, c’è disoccupazione, precariato, ma non si discute di nulla in Parlamento. Al Consiglio dei Ministri solo aria fritta”.

E Bersani ha denunciato la grave staticità del governo che sta rovinando il Paese, e come la Maggioranza usi in modo insultante problemi reali come un diversivo, a pretesto per non parlare di Ruby. “In questo contesto non è più questione di destra, di sinistra o di centro, ma di dignità e chi tace oggi non so come parlerà domani”.
Anche la finta morale usata dalla Maggioranza che si nasconde dietro la tutela della ‘privacy’ è denunciata da Bersani. “Essere processati per direttissima è fatto privato? La ricattabilità del presidente del consiglio è un fatto privato? Se viene fuori che ha dato 185000 euro in due mesi ad una minorenne è un fatto privato? Io non voglio essere governato da uno così”, ha ribadito Bersani, tra gli applausi delle donne democratiche inorridite che gridavano “Vergogna”!

La cosa grave che ha rilevato il Segretario del Pd da questa triste vicenda è che ‘si sta diffondendo l’idea che la mercificazione delle donne sia la disposizione della libertà del premier. Addirittura in riferimento ad una persona alla quale in quanto minorenne la legge non dà disponibilità di sè. “Si sentono liberali, ma insultano una nobile parola oltre che le donne stesse –ha detto Bersani -. Anche dalle piazze domenica scorsa i cittadini hanno detto che non accettano più questi atteggiamenti. Eppure i ministri non hanno aperto una riflessione critica da queste richieste”.

“Ma dalla vicenda amara del nostro Paese, possiamo ricavare qualcosa di buono solo continuando la battaglia civile nata nelle piazze –ha detto Bersani -. L’8 marzo consegneremo a Palazzo Chigi le firme raccolte in tutta Italia per richiedere le dimissioni del Premier e da lì lanceremo un ponte verso il 17 marzo, per ribadire l’importanza di festeggiare l’Unità di Italia. Voglio ringraziare Roberto Benigni perché ha dato una traccia importante su questa ricorrenza, dobbiamo risvegliaci verso una riscossa italiana”.

da www.partitodemocratico.it

"Ermanno Rea: i «barbari» siamo noi", di Corrado Staiano

Impunità, favori, collusioni. Il dizionario del degrado di un entomologo della società

E gli italiani che cosa pensano veramente in un momento di degrado politico e culturale come questo che stiamo vivendo? Per cercar di comprendere il pensiero della pubblica opinione dobbiamo accontentarci dei sondaggi e delle furibonde serate alla tv? (Povero Leopardi che si doleva ai tempi suoi dell’assenza delle «conversazioni private che s’usano altrove» ). Il problema su come sia definibile il carattere degli italiani ha il destino di rimanere irrisolto dopo secoli di silenzi complici, di ambiguità, di giochi della verità distorta per fini politici il più delle volte poco nobili? Ogni tanto qualcuno si immola coraggiosamente nel tentativo di capire lo stato della comunità e di riscoprire le radici di maggioranze e minoranze, oltre che della loro sudditanza a regimi politici dittatoriali o non degni di una grande civiltà come la nostra. Operazione utile sempre, soprattutto in un momento di crisi antropologica nel quale prevalgono la doppia morale, l’interesse individuale, il dissennato giustificazionismo. In un Paese che rifiuta le regole, dove la parola giustizia è nemica, la legge non è uguale per tutti e i principi della democrazia formale vengono violati nella pratica… Ermanno Rea, lo scrittore di quel gran libro che è Mistero napoletano e anche dell’Ultima lezione e della Dismissione, si è avventurato nell’impresa con questo suo nuovo libro che sta per uscire da Feltrinelli: La fabbrica dell’obbedienza. Il lato oscuro e complice degli italiani. Non presume Rea, non monta in cattedra, confessa subito che il suo è «lo sfogo di un cittadino con i nervi a fior di pelle» . Scrive anche che il suo è un «libro-sfogo che, legittimamente disordinato, non esita qua e là a farsi favola» . Sa bene quanti nei secoli studiarono il problema del nostro essere, da Dante a Petrarca a Machiavelli e Guicciardini, a Gobetti al Croce a Pasolini a tanti altri scrittori di ieri e di oggi, ma si è ispirato soprattutto a Bertrando Spaventa, il maggior filosofo napoletano dell’ 800, che concepiva la filosofia— scrisse Eugenio Garin, suo estimatore — «come indispensabile premessa dell’opera, azione essa stessa» . — scrisse Spaventa: «Chi definisce che cosa sono l’onestà, la moralità, la giustizia? La Chiesa, non altri che la Chiesa (…). Se lo Stato, in quelle azioni che hanno un lato morale e spirituale, non ascolta i dettami della Chiesa, ma vuole determinare da sé, mediante la luce, come si dice, della ragione naturale, ciò che è giusto e onesto, diventa di necessità iniquo, usurpatore, sacrilego» . Il Rinascimento fu in Italia un gran movimento nelle scienze, nelle arti, nella vita pratica. Poi tutto decadde, la penisola smise di essere un faro per il mondo, la mancata Riforma protestante impedì la nascita del cittadino. Gli italiani, figli della Controriforma, generatrice di torpore e di ubbidienza, restarono sudditi, privi di una coscienza critica, poco inclini alla responsabilità individuale, sempre intenti a tessere compromessi con se stessi e con il mondo. «In cima ai nostri pensieri di italiani perfetti (per fortuna ci sono anche gli imperfetti)— scrive Rea — ci sono soprattutto uomini della Provvidenza dotati di molto carisma. L’odore che preferiamo è quello dell’incenso» . Il saggio di Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza, fa da referente scientifico alla Fabbrica dell’obbedienza. Questo libro di Rea è una narrazione orale, si potrebbe dire. Lo scrittore si definisce un «anticlericale non militante, ma soltanto di buon senso» . Lo affascina e lo tormenta quell’ultimo no di Giordano Bruno prima del rogo in Campo de’ Fiori (sull’angolo tra la via dei Balestrari e la via dei Giubbonari). Non dimentica mai gli orrori della Controriforma che fanno da filo conduttore al libro anche se Rea è perennemente alla ricerca dell’italiano degno e civile e dei momenti alti della società. La rivoluzione napoletana del 1799, Eleonora de Fonseca Pimentel, i 12 (o 14) professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo e persero la cattedra, Antonio Gramsci, la Resistenza che produsse «verità e coscienza» , gli entusiasmi e le speranze del Pci nel secondo dopoguerra di cui Rea fu giovane partecipe. È mai possibile, si chiede lo scrittore, che «tanti delitti efferati di mafia non abbiano subito l’onta di una scomunica» ? E poi: «Non ho mai saputo di un banchiere truffatore scomunicato o anche soltanto pubblicamente biasimato. Di fronte al ricco che ruba, evade, specula, mette sul lastrico la povera gente, la Chiesa non ha mai agitato crocifissi al grido di vade retro Satana!» . Il «mistico silenzio» nasce proprio, secondo Rea che vive a Roma a pochi passi dal colonnato di San Pietro, da quei secoli bui, da quella riforma mancata che ha tolto ogni vigore agli italiani. È un amaro libro, questo di Rea, non di un moralista, ma di un entomologo. Un dizionario del degrado dove le voci sono l’impunità, il favore, la collusione, l’indulgenza incomprensibile, il perdono, sempre vittorioso sulla giustizia. Un’ossessione. Pagare le tasse è considerato un furto: «Non mettiamo le mani in tasca agli italiani» è lo slogan prediletto dai governanti. In cambio del facile consenso si vende la legalità, quel che conta è la certezza dell’impunità. La fabbrica dell’obbedienza, libro privo di noia, è anche un catalogo di civili amarezze. Tra la commedia dell’arte e la tragedia. Tra la critica di costume e la storia moderna e contemporanea. Tra l’Unità d’Italia nata senza progetti e ambizioni alla grande guerra quando «gli ufficiali felloni dello stato maggiore, per coprire le loro responsabilità a Caporetto, non seppero fare di meglio che fucilare molti di quei ragazzi (contadini del Sud) marchiandoli con il nome di traditori» , fino al fascismo che per vent’anni isolò l’Italia dalla cultura europea. E poi Berlusconi. Chissà che cosa ne diranno i posteri tra qualche decennio? Rea analizza il regime berlusconiano, la cui novità sta nell’uso della televisione (di sua proprietà) come strumento di omologazione generale: «Una complessa macchina del consenso di massa, fondata sulla legittimazione (…) di tutto ciò che di sporco esiste nella nostra società e dentro molti di noi: individualismo, avidità, invidia, edonismo. Una macchina della persuasione fondata sulla “tecnica dello specchio”, capace di riflettere, drammatizzandoli al massimo, i peggiori difetti nazionali trasformati in spettacolo» . Riusciranno gli italiani a ritrovare la dignità perduta? Esiste qualche lume di speranza? Rea scrive anche di Ruby rubacuori e del suo protettore di Arcore. Sarà vero, si domanda, che «oltre la metà della popolazione resta fedele al suo “eroe”nonostante i suoi festini, i suoi mercimoni, il suo cattivo gusto, la sua disarmante comicità?» . Conclude così, Ermanno Rea, la sua «fiaba» dai cupi colori: «Nei millenni gli uomini ne hanno superati di ostacoli! Perché non dovremmo anche noi — non so come, non so quando — superare i nostri?»

da Il Corriere della Sera

«Una pillola sconosciuta», di Umberto Veronesi

La pillola è il male. Tutta la contraccezione è il male. O, nel migliore dei casi, è tabù. E così le donne sono state tradite. Le ragazze che si affacciano alla sessualità e le adulte che hanno vissuto la cosiddetta rivoluzione sessuale non sanno che la pillola non ha nessuna controindicazione per la loro salute, che non aumenta il rischio di tumore del seno, e ignorano che le protegge dall´altro temibile tumore femminile, quello dell´ovaio. Nessuno ha detto loro che la pillola anticoncezionale è lo strumento in assoluto più efficace che hanno a disposizione per evitare questa malattia, che colpisce quasi cinquemila donne ogni anno in Italia, con una mortalità ancora elevata. Eppure è dimostrato che il rischio si riduce del 60% non solo durante l´assunzione, ma anche anni dopo la sospensione. So per esperienza che se le donne sono informate e consapevoli di un progresso scientifico – e non solo medico – che protegge la loro vita e quella della loro figlie, lotteranno per averlo, e lo otterranno.
Se dunque dopo cinquant´anni dall´arrivo della pillola solo una minoranza ne fa uso, significa che le donne sono state mal informate o non informate. La pillola in Italia è stata ostracizzata. L´ hanno fatto i misogeni, perché la pillola è uno strumento offerto dalla scienza alla donna per sottrarsi ad un asservimento millenario al maschio. Permettendo di scindere il rapporto sessuale dalla procreazione, ne ha valorizzato i ruoli, al di là di quello materno. La contraccezione permette ad ogni donna di scegliere liberamente di amare un uomo, e fino a che punto amarlo, e di decidere insieme a lui – dunque come sua pari – se avere un figlio oppure no.
Ma, oltre all´aspetto di pensiero, la pillola ha una funzione di tutela della salute, che è passato sotto silenzio, o quasi, e per questo dico che le donne sono state tradite. La stessa legge 194, nata per “garantire il diritto alla procreazione cosciente e responsabile”, è stata in parte tradita. Il suo obiettivo era ridurre gli aborti clandestini (che sono un grave pericolo per la salute, oltre che un dramma per la psiche ), spostando l´obiettivo da una cultura punitiva ad una cultura preventiva. I fatti ci hanno dato ragione perché il numero di aborti, dalla sua introduzione nel 1978, è drasticamente diminuito. Ma in realtà quella legge non è stata applicata nella sua totalità. Il punto chiave che impegna Stato, Regioni e enti locali a sviluppare servizi , informazione ed educazione per la prevenzione dell´aborto, di fatto è pressoché inapplicato. La 194 va allora ripresa in mano. Occorre potenziare subito la diffusione dell´educazione sessuale e della conoscenza dei metodi anticoncezionali nelle scuole, nel rispetto della multiconfessionalità e multietnicità della comunità attuale. La pillola va favorita, le sue proprietà anticancro vanno ben spiegate, e il preservativo, che difende da molte malattie veneree e infettive, deve essere considerato un elemento integrante del rituale del rapporto sessuale e un segno di rispetto e di amore nelle coppia, soprattutto se occasionale. Ci vuole conoscenza, coscienza e responsabilità , soprattutto da parte di noi uomini. Siamo ancora in tempo.

da la Repubblica

«Arena sì, Fenice no. I favoriti per decreto», di Sergio Rizzo

Vinca il più forte. E’ la nuova regola del federalismo muscolare consacrato dall’ultima straordinaria impresa di questa maggioranza: il «Milleproroghe».
Questo decreto dal nome stravagante rappresenta ormai un appuntamento fisso invernale in un Paese così sciattamente governato da non essere in grado di rispettare nessuno dei termini fissati per qualsiasi materia dalle sue stesse leggi e che deve perciò rimediare prorogandoli. Proroghe continue: proroghe delle proroghe. Ma in mezzo alle proroghe si trova anche spazio per altre cosucce. Tanto più che in un Parlamento dove l’attività legislativa è ormai ridotta al lumicino questo è uno dei pochi provvedimenti destinati ad andare sicuramente in porto. E allora diventa l’occasione per saldare un conticino, sistemare una pendenza, onorare una promessa. Passi che il risultato è una nebulosa di 130 pagine, zeppa di numeri, commi e rimandi nella quale non si capisce un’acca. Com’è noto, in politica il fine giustifica i mezzi. Peccato soltanto che per qualcuno che ci guadagna, in questo curioso meccanismo federalista ci sia sempre qualcuno che ci rimette: generalmente il più debole.
Capita così che con il Milleproroghe siano state finanziate soltanto due delle quattordici fondazioni lirico-sinfoniche italiane, un settore massacrato dai tagli alla cultura. Nella legge non ci sono i nomi, ma è come se ci fossero. C’è scritto che hanno diritto ai soldi soltanto le fondazioni che nell’ultimo bilancio hanno incassato dal pubblico almeno il 70%del contribuito statale e hanno coperto con i biglietti venduti metà del costo del personale. Un gioco da ragazzi, scoprire i beneficiari. Si tratta della Scala di Milano di cui è incidentalmente vicepresidente Bruno Ermolli, uno degli uomini considerati più vicini a Silvio Berlusconi, e dell’Arena di Verona, presieduta dal sindaco Flavio Tosi: stella di prima grandezza del firmamento leghista.
Avranno tre milioni ciascuno, lo stesso finanziamento che in un altro comma è espressamente previsto, invece, per la Fondazione Giuseppe Verdi di Milano. Pazienza se non si sono trovati altri quattrini per il Teatro La Fenice di Venezia. D’altra parte la città è in mano al centrosinistra: se lo doveva aspettare. E pazienza se il direttore del Piccolo Teatro di Milano Sergio Escobar continua a protestare per l’avarizia dello Stato. Peggio per lui: poteva evitare di chiudere in pareggio il 2010 nonostante il taglio selvaggio dei fondi pubblici. Avrebbe impietosito qualcuno. Operazione che dev’essere invece riuscita ai produttori cinematografici. Anche se non perfettamente, visto che i finanziamenti al cinema saranno coperti con l’aumento del biglietto di un euro tondo. Non poteva poi mancare un segnale d’attenzione all’epicentro del federalismo.
E’ quindi spuntata nel Milleproroghe una nuova dilazione di sei mesi per il pagamento delle multe dovute dagli allevatori padani che se ne sono infischiati delle quote latte stabilite dall’Unione Europea. «Al fine di far fronte alla grave crisi in cui versa il settore lattiero caseario» , c’è scritto. Invece i pastori della Sardegna, dove la «crisi in cui versa il settore caseario» è anche peggiore, resteranno a bocca asciutta. Ma tant’è. Che cosa c’è di meglio per rinsaldare i rapporti con l’elettorato leghista di un bel rinvio delle multe? Cinque milioni, ci costa questo scherzetto. Prelevati da un fondo che serve anche a finanziare la ricerca sul cancro e l’assistenza ai malati di tumore. C’è chi dirà che cinque milioni sono niente, nel bilancio dello Stato. Vero. Eppure con 5 milioni, tanto per dirne una, si può pagare per un anno lo stipendio a 142 archeologici dei Beni culturali che si prendano cura del nostro straordinario patrimonio. Ma è inutile illudersi: iniziative del genere, per chi ha un orizzonte che al massimo arriva alle prossime elezioni, non sono all’ordine del giorno. Al contrario di altre misure considerate ben più redditizie. Per esempio, il blocco di un anno delle demolizioni delle costruzioni abusive in Campania. L’obiettivo è puntato in particolare sull’isola di Ischia: dove il centrodestra aveva promesso che avrebbe bloccato le ruspe durante l’ultima campagna elettorale delle regionali. E ogni promessa è debito. Nel nutrito pacchetto di favori alla politica spicca poi l’abolizione del taglio al numero dei consiglieri comunali di Roma e Milano, entrambe guidate dalla destra, ed entrambe con un numero di abitanti superiore al milione. Soglia che consentirà loro di mantenere 60 poltrone, anziché ridurle a 48, e aumentare a 16 il numero degli assessori. Per un soffio non ce l’ha fatta Napoli, che di abitanti ne ha «soltanto» 963 mila ed è in mano alla sinistra. Ahi, ahi… Una piccola indecenza. Che impallidisce di fronte al condono per i manifesti elettorali abusivi. L’ennesimo. E’ il sesto, dal 1996. Il segretario radicale Mario Staderini ha calcolato che i Comuni italiani, i cui muri vengono regolarmente imbrattati con i cartelli dei partiti e dei singoli politici sicuri dell’impunità garantita dalla sanatoria successiva, hanno dovuto rinunciare a incassare multe per 1,7 miliardi. Somma addirittura superiore al taglio dei trasferimenti statali deciso dal governo per il 2010, che i sindaci avrebbero potuto impiegare per gli asili nido, la manutenzione delle strade, interventi sociali. E guardate come l’hanno scritto, questo condono: «Articolo 2, comma 18-undecies Le norme di cui all’articolo 42-bis del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 207, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 febbraio 2009, n. 14, si applicano alle violazioni commesse dal 28 febbraio 2010 alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. Per tali violazioni le scadenze fissate dal comma 2 del citato articolo 42-bis al 30 settembre 2009 e al 31 maggio 2010 sono prorogate rispettivamente al 30 settembre 2011 e al 31 maggio 2011» . Non ha niente da dire il «Semplificatore» Roberto Calderoli, autore due anni fa di una norma secondo la quale le leggi devono essere «chiare e comprensibili a tutti»?
Tale vergogna ha indotto Staderini a denunciare per lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: «Le leggi poste a garanzia della regolarità del processo elettorale sono sospese da almeno quindici anni» . Con questo regaluccio ulteriore i partiti eviteranno di pagare quest’anno alle amministrazioni comunali un centinaio di milioni. Che in compenso i sindaci potranno chiedere ai cittadini. Nel «Milleproroghe» è prevista infatti la possibilità di rincarare le imposte sui rifiuti fino alla copertura integrale del costo del servizio. Mentre le Regioni colpite da calamità naturali, per esempio l’Abruzzo, avranno la facoltà di aumentare le addizionali Irpef, in deroga al blocco in vigore da un paio d’anni, per far fronte alle emergenze. Ma non lamentatevi: da qualche parte lo Stato dalle casse vuote i soldi deve pur trovarli. Ci sono da pagare 246 milioni di contributi agli autotrasportatori. Poi servono 24 milioni per le agevolazioni ai benzinai. Due milioni per i traghetti sui laghi Maggiore, Garda e di Como. Un milione per i fondi alle radio e alle tivù che trasmettono programmi in francese, ladino, sloveno e tedesco. E duecentomila euro alla meritoria associazione Alleanza degli ospedali italiani nel mondo presieduta da Barbara Contini, senatrice di Futuro e libertà. Già, i finiani… Non che tutte le norme prevedano un salasso grande o piccolo per lo Stato. Ci sono anche, per fortuna, misure «gratuite» . Tutte, però, con lo stesso odore. La proroga, a condizioni invariate, delle concessioni pubbliche a favore degli «operatori economici» privati danneggiati dalle eruzioni dell’Etna di nove e dieci anni fa. La proroga di tre incarichi dirigenziali all’Agea, l’Agenzia che distribuisce soldi agli agricoltori alla cui presidenza siede da un anno l’ex senatore leghista Dario Fruscio. La riapertura dei termini per i partiti che si erano scordati di chiedere i rimborsi elettorali relativi alle regionali del 2010. C’è anche questo, nel «Milleproroghe» . Che forse, però meriterebbe un nome diverso. «Milleorrori» , «Millescempi» , «Millemarchette» … Fate voi.

da il Corriere dela Sera

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“Salta l’emendamento con il piano per aiutare Pompei «Manca la copertura»”, di Al. Ar.
ROMA— Niente da fare per Pompei: anche l’emendamento, infilato all’ultimo nel decreto Milleproroghe, è stato bocciato, miseramente. E le rovine più antiche d’Italia devono attendere ancora quell’aiuto tanto sperato. Niente da fare per quel piano straordinario di rilancio che Sandro Bondi, ministro per i Beni culturali, va annunciando da quando dentro gli scavi di Pompei successe il disastro. Era il 6 novembre scorso, un sabato: la Schola Armaturum Juventis Pompeiani cadde in pezzi. E sulle rovine di Pompei si rovesciarono decine e decine di polemiche. Il ministro Bondi non esitò: per le nostre rovine, che l’Unesco ha dichiarato patrimonio dell’Umanità, avrebbe approntato presto un piano di rilancio. Una task force specializzata, nuove assunzioni, il ritorno della soprintendenza autonoma da Napoli e, soprattutto, l’ingresso di sponsor privati per la gestione delle rovine: è agli ispettori dell’Unesco in visita agli scavi che il ministro Bondi illustra il suo piano, fiore all’occhiello. Inutilmente. Perché è la fine dell’anno scorso (mancano tre giorni a Natale) quando il Consiglio dei ministri vara il decreto Milleproroghe e, all’ultimo momento, decide di stralciare proprio il piano per Pompei. Motivo: il testo è troppo «ordinamentale» per rimanere dentro quel decreto. Ma il ministro Bondi è ottimista: il piano potrà essere velocemente convertito in sede di discussione alla Camera e al Senato. Così non succede. E così si deve aspettare la fine di gennaio e il decreto Milleproroghe che arriva in Senato. E’ Lucio Malan, senatore del Pdl, che come relatore del decreto scrive l’emendamento 2072, ovvero il piano di rilancio di Pompei. Spiega ora Malan: «Erano previsti 900 mila euro in tre anni per assumere specialisti, la riduzione dei tempi per fare gli appalti, la deroga degli strumenti urbanistici, l’ingresso degli sponsor privati, il distaccamento dalla soprintendenza di Napoli. Un piano che, ovviamente, ho scritto concordandolo con il ministero dei Beni culturali. Ma la commissione Bilancio lo ha bocciato senza appello: non c’erano le giuste coperture economiche» . E il piano per Pompei rimane ancora un sogno sulla carta.

da il Corriere dela Sera