A Vicenza, presso i chiostri di Santa Corona, alle ore 20,30, si svolgerà l’incontro “Riforme, non tagli. Le proposte del Partito Democratico per la scuola e l’università”. Partecipano Daniela Sbrollini, Manuela Ghizzoni, Francesca Puglisi, Marino Quaresimin, Umberto Lago, Paolo Giacon, Keren Ponzo
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Carpi – Aperitivo al Circolo PD
Domenica 19 febbraio, dalle ore 11 alle 12, aperitivo per il tesseramento con l’on. Manuela Ghizzoni al circolo PD di via Pascoli a Carpi.
«Perchè l'aliquota di equilibrio dell'IMU è più alta del 7,6 per mille», di Marco Causi
Una delle ipocrisie del decreto sul fisco comunale, che nei prossimi giorni verrà portato al voto nelle aule del Parlamento dopo la bocciatura in Commissione bicamerale, è la fissazione al 7,6 per mille dell’aliquota di equilibrio della futura Imposta municipale propria (Imu).
I numeri forniti dal Governo e contenuti nel decreto e nella relazione tecnica che lo accompagna non sono coerenti con l’aliquota indicata. Eccone la dimostrazione.
La base imponibile dell’Imu (valore degli immobili diversi dalle prime case) è pari a 1.669 miliardi di euro, come risulta dalla relazione tecnica allegata al decreto (fonte Agenzia del territorio). Da essa vanno tolti gli immobili delle Onlus e degli enti religiosi, che nella prima versione del decreto erano inclusi nella base imponibile. Il valore di questi è valutabile in 84 miliardi di euro (fonte Ifel Anci). Quindi, la base imponibile dell’Imu è pari a 1.669 meno 84 uguale 1.585 miliardi. Il gettito obiettivo dell’Imu deve essere pari a 11,57 miliardi di euro, sempre secondo le stime del Governo. Questo ammontare è calcolato sotto il vincolo di invarianza finanziaria delle spese e delle entrate dei Comuni.
A formare il gettito dell’Imu concorre, per una parte, la quota di base imponibile ad aliquota piena (7,6 per mille) e, per l’altra parte, la restante base imponibile ad aliquota dimezzata, destinata agli immobili in affitto (3,8 per mille).
Il valore degli immobili dati in affitto dalle sole persone fisiche è pari a 350 miliardi (fonte Agenzia del territorio). Quindi, il gettito ricavabile da questa quota di base imponibile è pari a 350 miliardi per 0,0038 uguale 1,33 miliardi. Restano 1.585 meno 350 uguale 1.235 miliardi di base imponibile ad aliquota piena. Il gettito ricavabile è pari a 1.235 per 0,0076 uguale 9,386 miliardi. Sommando 9,386 più 1,33 si ottiene un gettito di 10,716 miliardi, inferiore di più di 800 milioni al gettito obiettivo.
In realtà, è facile calcolare che per raggiungere il gettito obiettivo, con la ripartizione della base imponibile in 1.235 miliardi ad aliquota piena e 350 ad aliquota agevolata, è necessaria un’aliquota dell’8,2 per mille.
Non è finita…Il decreto infatti introduce la “cedolare secca”, che sarebbe meglio chiamare imposta sostitutiva sui redditi da locazione immobiliare ad uso abitativo. Il Governo stima nella sua relazione tecnica un aumento del 35% in due anni di immobili ad uso abitativo oggi dichiarati a disposizione, ma che domani emergeranno in chiaro come affittati (e copre con questo gettito ipotetico le perdite legate alla cedolare secca). Se queste stime fossero corrette, si dovrebbe coerentemente tenere conto che da qui al 2014, anno di introduzione della nuova Imu, la quota di base imponibile ad aliquota agevolata crescerà. Se supponiamo che la crescita sia del 35%, la base imponibile ad aliquota agevolata non sarà più 350, ma 472,5 miliardi. La base imponibile ad aliquota piena si ridurrà quindi a 1.112,5 miliardi. Con lo stesso procedimento di sopra, è facile vedere che l’aliquota di equilibrio in questo caso diventa l’8,5 per mille.
Insomma: usando i dati che il Governo espone in relazione tecnica emerge che l’aliquota del 7,6 per mille, come aliquota che mette tutto in equilibrio, è sicuramente sottostimata. Se, poi, il Governo avesse ragione sull’emersione di “nero” conseguente alla cedolare secca, l’aliquota media dell’Imu sarà l’8,5 per mille. Saranno i Comuni, e non il Governo, a dover dare la cattiva notizia: la forchetta di “autonomia” che il decreto concede ai Comuni è di 0,3 punti, quindi l’aliquota effettiva dell’Imu potrà variare da 4,6 a 10,6 per mille. Ma, al di là del “gioco del cerino” politico, forse non hanno tutti i torti le associazioni imprenditoriali che, avendo fatto un po’ di conti negli ultimi giorni, cominciano a temere un tendenziale raddoppio dell’Ici attualmente pagata sugli immobili ad uso produttivo.
da www.nelmerito.it
"Case di lusso a prezzi low cost Scontro sulla lista degli inquilini", di Simona Ravizza e Rossella Verga
Milano, i privilegiati nell’elenco degli affitti del Pio Albergo Trivulzio. La lettera della compagna di Pisapia.
Nell’anniversario di Tangentopoli il Pio Albergo Trivulzio (Pat) torna a scuotere Milano. Il suo patrimonio immobiliare, frutto di lasciti e donazioni secolari a favore dei bisognosi, è al centro di uno scandalo che porta dritti a casa di onorevoli, (ex) segretari di partito, uomini legati alle istituzioni con incarichi in Comune e Regione, parenti del potente di turno. Tutti inquilini di appartamenti di pregio concessi a prezzi low cost.
I loro nomi stanno venendo a galla a colpi di indiscrezioni giornalistiche: ma l’elenco ufficiale finora è stato custodito gelosamente nei cassetti del Pio Albergo Trivulzio, da fine ‘700 uno dei più importanti ospizi d’Italia, con immobili in luoghi prestigiosi (via Moscova, piazza del Carmine, piazza Mirabello, via Santa Marta e corso Buenos Aires).
Oggi finalmente la commissione Casa e Demanio del Comune, guidata da Barbara Ciabò (Futuro e Libertà), promette di alzare il velo sulla lista. Sono 1.064 nominativi da settimane bersaglio di sospetti e veleni proprio per la segretezza con cui sono stati conservati (leggi i primi nomi). Del resto, basta sfogliare le delibere del consiglio di amministrazione del Trivulzio, per capire la discrezionalità con cui negli anni sono state gestite le case. Immobili di un ente di diritto pubblico, lasciati in beneficenza dalla Milano con il coeur in man, ma assegnati con un bando pubblico a chi tra i candidati (a parità di requisiti) è in grado di esibire il reddito più alto. Un controsenso per un ente nato con lo scopo di aiutare i poveri. Non solo. Il verdetto finale sui contratti da stipulare è lasciato nelle mani di un comitato ristretto: il direttore generale (Fabio Nitti, in quota Pdl) e il direttore del Dipartimento tecnico (Alessandro Lombardo, vicino all’ex An). La supervisione spetta al presidente del Trivulzio, il chirurgo Emilio Trabucchi (Pdl).
Insomma: affitti (spesso) a prezzi stracciati, per alloggi concessi senza troppi controlli. È questa l’Affittopoli 2011 di Milano. Di qui la richiesta avanzata da settimane dalla commissione Casa e Demanio di rendere noti gli elenchi. Il presidente Trabucchi e gli altri sei membri del consiglio di amministrazione (4 nominati dal Comune e 3 dalla Regione) hanno resistito il più possibile. Tra riunioni in Comune andate a vuoto (anche causa assenza per ferie di Trabucchi) e appelli al Garante della privacy (per il quale non ci sono ostacoli alla comunicazione dei nomi).
Ieri la svolta. Nella tarda serata la lista viene affidata al presidente del Consiglio comunale di Milano, Manfredi Palmeri (Futuro e Libertà). «Consegnerò l’elenco degli inquilini con i dati degli immobili del Pio Albergo Trivulzio alle 16 alla commissione Casa e Demanio – assicura Palmeri -. Lo faccio a garanzia della trasparenza, per correttezza procedurale e per rispetto nei confronti del Consiglio comunale».
Un epilogo inaspettato. La giornata di ieri della Baggina (come a Milano è soprannominato il Pat) inizia, infatti, con un consiglio di amministrazione fiume. E la prima decisione presa dal Cda, dopo ore di dibattito, si rivela in breve un passo falso. «Invieremo alla Commissione regionale di Controllo la lista, completa di nominativi, delle nostre unità abitative e commerciali – annuncia il Cda -. Ad oggi ci risulta essere l’unico soggetto legittimato a verificare la corretta amministrazione delle Aziende di servizi alla persona. È nostra intenzione, comunque, richiedere il parere a un illustre esperto amministrativista, al fine di individuare quali altri soggetti hanno diritto di controllo». Niente di fatto, invece. La Regione ribatte immediatamente che gli elenchi sono «irricevibili»: «Le verifiche sulla conoscenza degli inquilini non sono di nostra competenza». Ma, con il Pd che minaccia di rivolgersi alla Procura e le indiscrezioni sugli abitanti illustri che si moltiplicano, l’elenco dei misteri non può più restare in cassaforte. Così alle otto di sera Trabucchi entra in Comune. Dove per oggi s’annunciano (altri) fuochi d’artificio.
Il Corriere della Sera 19.02.11
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«Pisapia non c’entra, il Pdl sì», di Giovanni Cocconi
Politici, attenti alle case. Il perché provate a chiederlo all’ex ministro Scajola. Gli italiani non perdonano: la casa si merita, non si regala. Se poi a darla in affitto è il Pio Albergo Trivulzio l’effetto è assicurato. Quasi vent’anni fa Mario Chiesa, l’allora presidente della Baggina (come i milanesi chiamano il Pat, un grande ospizio pubblico che vive delle donazioni di generazioni di benefattori), inaugurò la catena di arresti di Mani pulite dopo avere intascato una tangente sotto gli occhi degli investigatori. Uno scricchiolio che provocò una valanga.
Oggi il Pat è al centro di una nuova affittopoli per una gestione molto generosa e, fino a ieri, poco trasparente degli affitti di immobili di pregio al centro di Milano. Dopo gli anni del socialismo trionfante, il Pio Alberto Trivulzio è da anni nell’orbita centrodestra, prima Forza Italia, oggi Pdl. Lo si capisce anche dalle lista degli inquilini illustri degli immobili della Baggina scoperte in questi giorni. E invece per qualcuno affittopoli travolgerebbe una persona: il candidato del centrosinistra sotto la Madonnina, Giuliano Pisapia. Titolo di Libero di ieri: «Il candidato Pd di Milano cade su Affittopoli» (Pisapia non è del Pd, anzi lo ha battuto, ma pazienza). Titolo del Giornale, sempre di ieri: «Affitti facili, la compagna di Pisapia vive in una casa pubblica da 23 anni». Vero. Cinzia Sasso, giornalista di Repubblica e compagna di Pisapia, è in affitto in una casa del Pat da 22 anni, cioè da molto prima che conoscesse Pisapia. Quindi è escluso che l’affitto le sia stato concesso per quello. Capitolo chiuso.
E invece lo scandalo di affittopoli è ancora tutto aperto. Dopo un pressing di mesi perché i nomi fossero resi pubblici, nonostante la resistenza dei vertici del Pat (tutti del Pdl), l’elenco dei beneficiari degli immobili è stato formalmente consegnato nelle mani del presidente del consiglio comunale e ieri publicato. Più di mille nominativi riportati non in ordine alfabetico.
Dalle prime notizie i politici coinvolti, alla faccia del sindaco Moratti che ha cercato in extremis di intestarsi l’operazione trasparenza anticipando la Lega, sono tutti di centrodestra. Per esempio il co-fondatore del Pdl Luciano Buonocore, il nipote dell’ex presidente della repubblica Cossiga Piero Testoni, sempre Pdl, l’ex parlamentare di Forza Italia Giuseppe Rossetto e l’ex tesoriere del partito azzurro Domenico Lo Jucco, su su fino al potente presidente di Metroweb Guido Manca, consigliere comunale sempre del Pdl.
Quindi lo scandalo c’è, Pisapia non c’entra niente, mentre il centrodestra c’è dentro fino al collo, alla faccia di Libero e Giornale. Nel caso Scajola la presa di distanza del vicedirettore del quotidiano berlusconiano, Nicola Porro, fu decisiva nel convincere l’ex indifendibile ministro a dare le dimissioni. Vedremo se a Milano saranno inflessibili come a Roma.
da www.europaquotidiano.it
Milleproroghe, salta il voto delle commissioni. Il governo non rischia e porta il testo in Aula
La maggioranza, facendo auto-ostruzionismo, si era iscritta in massa a parlare. Martedì il passaggio alla Camera, inevitabile la fiducia per blindare il testo del decreto
ROMA – Salta il voto delle commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera sul Milleproroghe e la conta ci sarà direttamente in Aula martedì prossimo. Il governo si salva così da sicure sconfitte nelle votazioni sugli emendamenti e nel voto finale. Alla luce dell’auto-ostruzionismo della maggioranza – i deputati di Pdl e Lega si erano iscritti in massa a parlare -, l’ufficio di presidenza delle Commissioni ha preso atto che non c’erano le condizioni per procedere alle votazioni e spedito il testo direttamente al giudizio dell’Aula. L’operazione è stata fatta proprio per evitare bocciature nei due organismi dove l’opposizione aveva i numeri teorici per prevalere: 25 contro i 24 della maggioranza alla commissione Bilancio; 24 a 24 nella Affari costituzionali (Karl Zeller, Svp, non era presente).
Martedì, a riferire in aula al posto dei relatori saranno i presidenti delle due commissioni, Giancarlo Giorgetti (Bilancio) e Donato Bruno (Affari costituzionali), mentre si dà per scontato il fatto che il governo metta la fiducia per blindare il testo contro ogni proposta di modifica.
Dal canto suo, l’opposizione ha scelto di non protrarre la discussione all’infinito. Decisione non condivisa dall’Idv. “Bisognava andare avanti a oltranza anche in notturna”, ha spiegato Antonio Borghesi dell’Idv. “Questo decreto è il punto più basso del degrado istituzionale del nostro Paese”, ha aggiunto, “visto che ci sono norme, quelle inserite in Senato dal governo dopo l’esame delle commissioni, che così non saranno vagliate da nessun ramo del Parlamento”.
Per il Pd invece è stata una vittoria. “Si è preso atto che nelle due Commissioni il governo non ha una maggioranza”, ha sottolineato il vicepresidente del gruppo Michele Ventura, “è un fatto da rimarcare che non si sia votato il mandato al relatore, non è una cosa che si vede di frequente. Così come non si era mai vista una maggioranza che si iscrive a parlare in massa”.
Di tutt’altro avviso il Pdl. “Oggi c’è stato solo un incaglio di carattere tecnico”, ha spiegato Massimo Corsaro vicepresidente dei deputati del Popolo della libertà, “l’ufficio di presidenza della Camera dovrebbe prendere atto che la formazione delle due commissioni non rappresenta più l’attuale maggioranza. E in Aula si dimostrerà che la maggioranza parlamentare esiste”.
Per Fli è l’ennesimo boicottaggio del dialogo da parte della maggiornaza. “Una maggioranza senza maggioranza nella congiunta bilancio-affari costituzionali decreta la fine del dibattito democratico e costituzionale su un provvedimento atteso e importante”, ha detto Aldo Di Biagio, deputato di Futuro e Libertà. “In commissione erano in minoranza, hanno preferito fare ostruzionismo e non votare il mandato al relatore respingendo di fatto tutti gli emendamenti per l’aula”, ha aggiunto il deputato.
Martedì in aula i rappresentanti delle opposizioni si iscriveranno in massa a parlare. “Ci iscriviamo tutti a parlare, faremo le barricate”, hanno detto in conferenza stampa Nino Lo Presti (Fli), Pier Paolo Baretta (Pd), Antonio Borghesi (Iidv) e Mauro Tassone (Udc).
da www.repubblica.it
Bindi: le democratiche protagoniste dell’oltre Berlusconi
L’intervento di Rosy Bindi alla Conferenza delle donne democratiche
di Rosy Bindi
Care democratiche e care sorelle d’Italia, benvenute e tutte auguro a ciascuna di noi due giorni di lavoro sereno, serio, fecondo.
Come serio, sereno e fecondo è stato il lavoro che ci ha condotto fin qui e del quale dobbiamo ringraziare tante e soprattutto Roberta Agostini, alla quale formulo i migliori auguri anche per il lavoro futuro che l’attende.
Questa nostra Conferenza non potrebbe celebrarsi in un momento più opportuno. All’indomani di una grandissima e, unica nella storia del nostro paese, manifestazione di partecipazione popolare in nome della dignità della donna.
Una manifestazione che si colloca dentro un lungo cammino delle donne che è ripreso e che non si fermerà. Non siamo emerse dal nulla e non torneremo in una condizione di invisibilità.
Domenica, le donne non sono sbucate in strada e nelle piazze come funghi all’improvviso.
Il malessere è profondo e cova da tempo. Un malessere culturale e sociale vissuto nell’esperienza quotidiana di milioni di donne che non hanno pari diritti, che non sono visibili e quindi non hanno pari dignità, che vedono ignorati i loro problemi, negate le loro potenzialità, mortificati i loro talenti.
In piazza c’erano donne diversissime tra loro ma che avevano ben presenti i mille ostacoli che condizionano la loro vita: il lavoro negato e le discriminazioni sul lavoro, la mancanza di servizi, il lavoro di cura non riconosciuto, i ruoli standardizzati, la mercificazione dell’amore, la creatività invisibile, l’esclusione dalla politica.
Noi non siamo altro, noi siamo parte di questa realtà che si è messa in movimento.
Abbiamo fatto la nostra parte, faremo la nostra parte, quella della politica che sa che la sfida vera è la costruzione del futuro per uscire da questa fase difficile e drammatica per il nostro paese. E noi vogliamo interloquire con questo movimento.
Questa nostra Conferenza non è uno strumento di distribuzione del potere nel partito, è lo strumento con cui parlare alle donne del nostro paese. E perciò non poteva celebrarsi in un giorno più opportuno.
E come tutti ci siamo riconosciuti nella grande manifestazione di domenica scorsa, il Pd si deve riconoscere in questa conferenza.
Ci siamo riunite per parlare della situazione della nostra Italia, della nostra nazione e il 17 marzo, dopo l’8 marzo, sarà un secondo momento di festa delle donne italiane che sono anche un fattore di unità profonda del paese.
Il nostro partito ha richiamato da tempo la drammaticità della situazione economica sociale e a tenere unita questa emergenza con l’emergenza civile ed etica.
Dobbiamo far sentire con forza, anche da questa conferenza la richiesta di dimissioni del presidente del consiglio contenuta nella raccolta di firme avviata dal Pd: Berlusconi se ne deve andare!
Le donne del Pd devono gridarlo forte, con dignità e fermezza. Lo devono fare in continuità e anche in discontinuità, come sempre avviene nella storia, con le lotte di emancipazione e di liberazione delle donne.
Non siamo in contraddizione con noi stesse, cara sottosegretaria! La dignità e libertà femminile, anche la libertà sessuale rivendicata dal femminismo italiano, sono state un motore di autonomia e non di nuova subalternità, nuova dipendenza e mercificazione dei corpi.
E sono ora il fondamento della nostra lotta per affrancarci dalla dipendenza dell’imperatore e del sultano di turno.
A testa alta poniamo il tema dell’etica pubblica. Non perché siamo moraliste e bacchettone! Non abbiamo diviso le donne tra sante e malefemmine e non lo facciamo oggi!
E a Ferrara che ci da delle puritane e che vorrebbe riscattare la città di Milano alla laicità liberale, laidamente gli ricordiamo che il presidente Berlusconi non è imputato per due peccati ma per due gravissimi reati e che solo il giudizio potrà stabilire la verità.
E tanto più respingiamo la logica della doppia morale, camuffata dal diritto di privacy. Non solo perché ha sempre penalizzato le donne ma perché fa male alla democrazia e all’Italia. Peraltro un po’ più di virtù private aiuterebbe la virtù pubblica.
E certo non prendiamo lezioni di laicità da chi si è presentato alle elezioni con una lista che penalizzava e criminalizzava le donne.
Questa Conferenza si apre nel giorno giusto anche per recepire l’invito di Bersani ad essere tutti protagonisti dell’oltre Berlusconi. Le donne collocando al centro della scena pubblica il tema della dignità della persona e dei diritti hanno cominciato a scrivere una nuova agenda della politica. Hanno riempito di contenuti forti la voglia di riscatto e di futuro delle donne e di tutto paese. E sono convinta che protagoniste dell’oltre Berlusconi non potranno che essere le donne.
Questa conferenza non poteva celebrarsi in un giorno più opportuno anche perché coincide con una vicenda che mio malgrado mi ha interessata e non credo ci sia sede più giusta per fare ulteriore chiarezza.
Quale sede più opportuna – non un’intervista in tv o a un giornale – ma un incontro di donne del mio partito? Voglio qui ringraziare tutti coloro che hanno espresso gradimento o comunque apprezzamento per la mia candidatura lanciata da Nichi Vendola ma vorrei anche porre alcuni punti fermi.
Sono Presidente dell’assemblea di un partito che ha una regola che condivido molto e che vorrei fosse rispettata da tutti: il candidato a Palazzo Chigi è il segretario del partito. Mi sono permessa di ricordarlo nei mesi passati quando imperversava il toto candidato e quando in molti erano alla ricerca di un papa straniero.
Condivido questa regola, non in modo astratto o burocratico ma per le sue implicazioni politiche. Il Pd è un partito che ha un suo progetto, è capace di comunicare un programma di governo del paese, con la sua classe dirigente e la sua guida e con questa si presenta davanti agli elettori.
E io sono convinta che il segretario Pierluigi Bersani ha tutte le qualità per guidare questo paese nell’oltre Berlusconi. Non ho mai invocato un papa straniero e men che meno lo faccio oggi.
Altro punto fermo è la nostra proposta per far fronte all’emergenza democratica.
L’Italia ha bisogno di voltare pagina per questo indichiamo la necessità di una alleanza democratica, repubblicana per rendere fecondo l’allargamento dell’opposizione.
E ci dispiace che ancora ci sia chi si ostina a non capire. Ma è chiaro che il candidato migliore sarà chi è capace di tenere insieme e unita questa coalizione.
Ringrazio Vendola che ha capito che bisogna costruire una grande coalizione . Lo ringrazio per il passo avanti che ha fatto in questa direzione e per il passo indietro che ha fatto sulla sua candidatura. Ma quando si compiono passi così importanti è necessario farlo gratuitamente, evitando di trasferire il problema in casa d’altri: il Pd non si lascerà dividere.
E con Pierluigi non abbiamo avuto bisogno di scambiarci molte parole su questo.
E bisognerebbe farlo evitando ogni rischio di strumentalizzazione delle persone, soprattutto delle donne: E di una donna che continua a ripetere di non essere disponibile a essere strumentalizzata.
Spero che queste mie parole sia state chiare e rassicuranti anche per Renzi che potrà dedicarsi con più energie alla sua città. Anche perché abbiamo capito che Renzi è pronto a dire sì solo a Renzi, ma noi forse no!
La chiarezza delle mie parole, che vogliono essere rassicuranti per tutti, e la limpidezza della mie intenzioni, mi impongono però di distinguere e di separare questa vicenda dal messaggio che comunque è venuto dalle piazze di domenica.
Quel “se non ora quando?” pone alla politica una questione che non possiamo elude. Quel “se non ora quando?” interpella anche noi è un messaggio di cambiamento per la politica. Anche in Italia, come è accaduto in Germania, in Brasile, in Cile, in Argentina, in Africa, sta cadendo il tabù di una donna Presidente del Consiglio o Presidente della repubblica. E noi dobbiamo farci i conti. E se c’è bisogno di una spallata bisogna fare in modo che avvenga. Molte delle manifestazioni di stima e di apprezzamento di questi giorni erano accompagnate dalla parola “Magari!” che suonava ancora solo come una possibilità.
Ecco vorrei che lavorassimo perché la nostra parola sia “Finalmente!”
da www.partitodemocratico.it
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La relazione di Roberta Agostini, responsabile Conferenza donne della segreteria nazionale del Pd.
Un saluto a tutte.
Non era scontato oggi ritrovarci insieme. Essere qui è il risultato dell’impegno e della determinazione di tante, dirigenti di partito, parlamentari, amministratrici, iscritte, e di un lavoro lungo un anno, a volte difficile, e sempre pieno della passione politica che ha animato gli incontri, le iniziative e le conferenze che si sono svolte in tutte le regioni italiane, nelle città, nei comuni grandi e piccoli. Dal nord al sud del paese, le donne democratiche si sono messe in movimento perché crediamo che da noi, dalle nostre idee possa venire una risposta alla crisi del paese e che senza una forza femminile non solo le conquiste che sembravano acquisite per sempre possono essere messe in discussione ma nemmeno è possibile un cambiamento e avanzamento futuro.
In queste settimane ho partecipato alle conferenze, altre le ho seguite attraverso il racconto di molte di voi. La prima ad inaugurare il percorso è stata quella della Lombardia, l’ultima in ordine di tempo quella della Puglia. Non in tutte le regioni siamo riuscite a completare il percorso, così come avremmo voluto, però dappertutto abbiamo almeno girato la chiave per far partire il nostro viaggio, dappertutto la discussione a cui ho partecipato è stata ricca di esperienze, punti di vista, generazioni diverse a confronto e deve rappresentare un patrimonio per tutto il partito.
Non tutto è compiuto, è un nuovo inizio, un nuovo spazio per noi ed io invito a considerare anche la nostra prima assemblea qui oggi in questo modo.
Ci siamo messe in ascolto e abbiamo dimostrato di essere in sintonia con tanta parte della società italiana. Non è un caso che la nostra prima conferenza nazionale si svolga una settimana dopo le grandi manifestazioni che hanno occupato centinaia di piazze italiane. Siamo state insieme a tante altre donne e tanti uomini domenica scorsa. Una risposta corale, collettiva e popolare ad un appello semplice “se non ora quando” lanciato da un gruppo di donne trasversale per appartenenza politica che segna qualcosa di molto profondo che è accaduto.
Siamo una parte importante di quella nuova consapevolezza civile che si è manifestata domenica. Prima le donne della segreteria e le parlamentari abbiamo lanciato un appello e manifestato sotto Palazzo Chigi, poi all’assemblea nazionale vorrei ricordare l’emozione e l’applauso con la quale la platea tutta, donne e uomini, ha accolto le parole di Bersani sul rispetto della dignità femminile.
Nello stesso tempo quelle piazze ci pongono un grande tema ed una grande responsabilità politica, non solo a noi, ma a tutto il partito, e abbiamo apprezzato che il segretario abbia dimostrato l’interesse ad incontrare il comitato. Noi dobbiamo al tempo stesso rispettarne l’autonomia e la trasversalità ed essere capaci di un salto di qualità nella nostra proposta politica che faccia i conti con le domande che questo movimento pone.
Le donne hanno capito benissimo che la concezione autoritaria, patriarcale e subalterna delle donne e del loro ruolo nella società implicita nello scambio vergognoso a cui abbiamo assistito tra sesso, potere, denaro è la stessa concezione proprietaria delle istituzioni per la quale il presidente del Consiglio può pensare di fare la telefonata alla questura di Milano che ormai tutto il mondo conosce.
Non c’entra nulla il moralismo: di fronte a quelle piazze gli unici radical-chic arrampicati sugli specchi di una incredibile difesa del capo erano riuniti al teatro Dal Verme sotto la guida di un Ferrara improvvisamente scopertosi libertario, dopo averci abituato alle battaglie in salsa teodem a capo degli atei devoti….
In gioco c’è una grande questione politica e democratica dove la dignità e il ruolo delle donne si trova a coincidere con la dignità ed il futuro del paese, dove la rappresentazione vergognosa che delle donne viene veicolata nel senso comune è diventata una grande questione nazionale.
Nei mesi scorsi erano stati gli studenti e i lavoratori a scendere nelle piazze, contro una riforma dell’università e della scuola, e rivendicando il fatto che sui giovani e sui lavoratori bisogna investire per cambiare il futuro del paese.
Le tante donne che hanno manifestato – giovani, precarie, che devono rinunciare alla maternità o fare i salti mortali per tenere insieme famiglia e lavoro, quelle che rinunciano a cercare un lavoro, le donne più anziane che fanno le nonne – protestavano e nello stesso tempo dicevano: noi siamo una risorsa sprecata, sotto utilizzata, e che però è una forza x il paese.
Nella mobilitazione abbiamo visto l’incontro di tante generazioni diverse, persone con culture e provenienze differenti magari insieme per la prima volta, abbiamo visto l’unità e la forza collettiva delle donne. Un grande movimento popolare che protesta contro una concezione proprietaria, contro l’idea che tutto si possa vendere e comprare e che si possa far carriera servendosi o asservendosi al potente di turno. L’idea di mercato che può applicarsi a tutti gli ambiti della politica e della vita dove niente sfugge alla legge di domanda e offerta. Il senso di quella manifestazione mina alla radice l’essenza del berlusconismo che ha imperversato in Italia per 20 anni.
Siamo immersi una crisi storica, che è economica, sociale, politica. Lo stato della nostra economia è diventato un’emergenza nazionale. Più di un milione di posti di lavoro persi, centinaia di migliaia di lavoratori precari, impiegati spesso in settori cruciali, a casa. Un rischio di povertà tragicamente diventato reale per tantissime famiglie del ceto medio ed imprese col futuro ipotecato. Un debito pubblico che grava sulle spalle delle giovani generazioni, l’occupazione femminile più bassa d’Europa, uno stato sociale che dovrebbe essere profondamente riformato.
Dobbiamo essere consapevoli che la crisi economica e sociale sta avvenendo in un crollo della credibilità delle istituzioni democratiche ed è profondamente connessa con una crisi di funzionamento della nostra democrazia e di ruolo delle classi dirigenti. La fiducia nelle istituzioni e partiti non è mai stata cosi bassa, dalla sfiducia generalizzata si salva solo il presidente della Repubblica, che continua a mantenere un alto livello di consenso.
E’ una crisi che investe l’etica pubblica e il senso che il paese ha di sé e delle proprie relazioni umane e civili.
Non facciamo la Conferenza per un riflesso che guarda indietro con la nostalgia di luoghi del passato, nè per rivendicare quote o strapuntini, neppure per consolarci di luoghi separati…..
Noi facciamo la conferenza perché vogliamo rispondere a questa domanda: chi e sulla base di quale patto potrà metterà mano alle riforme profonde di cui questo paese ha bisogno? Siamo qui con la testa e con i piedi ben piantati in quel che succede oggi in Italia e nel mondo perché vogliamo riprenderci la politica e il partito, perché vogliamo riprendere in mano il nostro destino, perché crediamo che l’Italia meriti di più e che le donne italiane meritino di più. perché davvero rappresentiamo il cuore del cambiamento che vogliamo vedere nel paese.
La destra ha fallito, la responsabilità del governo rispetto allo stato del paese sono immense. I tagli drammatici nelle ultime manovre di finanza pubblica hanno aggravato le condizioni di vita delle famiglie, i redditi come ci dice l’Istat stanno diminuendo in particolare al nord. Lo abbiamo denunciato più volte: si sono aggravate le diseguglianze e si sta impedendo la ripresa economica. Di fronte alla più grande crisi dal dopoguerra le scelte delle classi dirigenti italiane sfociano nelle classiche politiche di austerità che si traducono in compressione delle condizioni di lavoro e di reddito delle parti più deboli della società. Questo è il governo che appena insediato cancella la norma sulle dimissioni in bianco, a fronte dello scandalo di 18 mila donne che chiedono assistenza legale per estorsione di finte dimissioni e mentre si stima che almeno il 25% delle dimissioni sono connesse quasi sempre alla maternità; è il governo che ha cancellato gli interventi fiscali a favore delle donne del mezzogiorno, che non ha stanziato nulla per nuovi asili nido, che ha azzerato il fondo per la non autosufficienza. La discussione sul federalismo avviene solo sul piano della compressione delle risorse e dell’imposizione di nuove tasse, senza tenere conto della definizione dei livelli essenziali di assistenza e quindi della necessità di una rete unificante che tenga insieme il paese, mostrando il carattere secessionista di questo federalismo.
Un cosiddetto piano per l’occupazione femminile privo di risorse, obiettivi, tempi.
In questi giorni alcune esponenti del pdl hanno cercato di difendere il premier sulla base di ipotetici provvedimenti rivolti al sostegno alla maternità, asili, lavoro.
Noi veramente non li abbiamo visti e nemmeno le centinaia di comuni che sono costretti a tagliare sui servizi.
Ma vogliamo rivolgerci al governo e a quelle donne del Pdl che in altri momenti si sono impegnate su alcuni temi. Dove siete? Invece di arrampicarvi sugli specchi di un’imbarazzante difesa del capo, se davvero volete fare qualcosa per le donne italiane, per quell’emergenza nazionale rappresentata dal fatto che una su due non lavora o a rinunciato a cercare lavoro, noi vi proponiamo di dare una corsia preferenziale calendarizzando nelle prossime settimane, ai provvedimenti che in parlamento abbiamo presentato, che riguardano il sostegno alle donne con figli che lavorano, il credito di imposta per le assunzioni di lavoratrici nel mezzogiorno, una maternità che sia davvero un diritto universale e a carico della fiscalità generale, la costruzione di nuovi asili nido.
Questo paese ha bisogno di un grande piano per l’occupazione femminile e giovanile, che sarà la nostra vertenza e la nostra mobilitazione nelle prossime settimane, sul quale – qui lo annuncio – presenteremo una proposta di legge di iniziativa popolare. Vogliamo mettere in pista le risorse migliori del paese, che lo aiuti a crescere e che indichi una via d’uscita dalla crisi, fondata su un’ idea dello sviluppo diversa da quella che ci ha portato fin qui, più giusta, più inclusiva, in cui conti la qualità del lavoro e delle persone, il suo essere non solo valutate sulla base di una metrica giapponese, ma il principio di costruzione dell’autonomia, della dignità, della realizzazione personale. Questo le donne ci hanno insegnato quando hanno parlato del tempo, dei tempi delle città. E sempre dalle donne sappiamo che il welfare, il modello sociale europeo, che pure va innovato perché in molte parti non corrisponde alle esigenze vere, non è una palla al piede o un costo ma un grande fattore per lo sviluppo economico, sociale e civile e che i servizi sono spesso infrastrutture della libertà femminile, dell’autodeterminazione e della scelta.
Siamo a Roma, nel Lazio: guardate come la scelta di chi governa la regione, nonostante un manifesto della governatrice del Lazio dichiari di avere a cuore le donne, sia stata proprio una legge che smantella la rete dei consultori pubblici. Sono i servizi che di più nel loro principio costitutivo proteggono il valore dell’autodeterminazione femminile. Per legge si impone un modello di relazione familiare, si nega alle donne una capacità di giudizio e di scelta, ricacciandole in una sorta di stato di minorità, si torna indietro nell’idea forte di integrazione dei servizi sociali e sanitari. Noi non ci stiamo, ci stiamo battendo fuori e dentro la regione, stiamo raccogliendo le firme e lo stiamo facendo con tante altre donne e fermeremo quella legge.
Lo stiamo facendo nel segno di un’idea più ricca ed inclusiva della società e della cittadinanza, nell’idea di un’alternativa che è di governo, ma è anche di valori, di idea di relazioni umane e sociali, di investimento nella risorsa rappresentate dalle persone e dalla fiducia che nutriamo in loro.
Nel nostro progetto per un’Italia nuova, che vada finalmente oltre il berlusconismo, vogliamo le parole merito, autonomia, rispetto. Nel nostro progetto c’è la parola convivenza, capacità di costruire una cittadinanza nuova con gli immigrati e con tante nuove italiane, che sono “l’anello forte della civile convivenza”, che stanno cambiando in profondità il nostro paese e con le quali dobbiamo stringere un patto, che riconosca loro diritti, oltre che doveri, e per i cui figli chiediamo che chi nasce e cresce in Italia sia italiano
Nel futuro nuovo che vogliamo per il nostro paese c’è bisogno di alzare lo sguardo dai confini nazionali, guardando a quello che accade in Europa ed oltre, nei paesi vicini del Mediterraneo in primo luogo, verso i quali possiamo tornare a svolgere un ruolo di cooperazione e di interlocuzione, incrociando le richiesta di diritti, di libertà e di sviluppo che come sappiamo da quanto sta avvenendo provengono da li e dalle donne del sud del mondo.
Nel futuro del paese che vogliamo c’è il rispetto di un principio di laicità, che l’unica bussola che ci consente di costruire il patto che lega punti di vista e posizione diverse. E nel cuore di questo principio di laicità ci sono le donne che per prime hanno detto che non c’è libertà senza responsabilità e non c’è autodeterminazione senza relazione con l’altro e che insieme, in modo spesso trasversale, hanno fatto battaglie che hanno cambiato il paese e le relazioni tra le persone.
Per mettere mano alle riforme profonde di cui il paese ha bisogno dobbiamo cambiare la politica e le istituzioni. Se guardiamo indietro alla storia del paese, ai 150 anni dell’unità d’Italia, non è da molto che le donne stanno sulla scena pubblica, il diritto di voto lo abbiamo conquistato da poco più di 60 anni e molti passi in avanti in un lasso di tempo che per la storia è breve sono stati fatti. Oggi ci sono molte donne affermate nelle professioni, due donne ai vertici di Cgil e Confindustria cambiano le cose. Ma se ci guardiamo ora, con gli occhi delle donne che faticosamente hanno conquistato autonomia e senso di sé, il panorama di assemblee elettive, consigli, giunte, spesso completamente maschili non è più accettabile. Siamo uno dei paesi più arretrati al mondo per quanto riguarda la presenza delle donne ai vertici della società, nella politica, nelle carriere, nelle professioni.
Ci impegneremo affinché il provvedimento sulla presenza femminile nei consigli di amministrazione passi velocemente al senato cosi come era stato approvato alla camera Noi ci stiamo impegnando fortemente per far approvare un provvedimento che x la prima volta ci mette sullo stesso piano dei paesi europei più avanzati. Chiediamo di approvarlo perché la crisi del nostro paese è anche una crisi di classi dirigenti nel loro complesso e del funzionamento delle istituzioni, spesso interamente maschili.
La nostra parola chiave è democrazia paritaria. Questo è l’orizzonte che dobbiamo assumere, è il nostro obiettivo direi identitario, come ri-costruzione comune delle istituzioni democratiche, come condivisione del potere pubblico e delle responsabilità private e che presuppone una rivoluzione nella mentalità, nella cultura, nel modo in cui oggi il potere è distribuito nel nostro paese, nelle forme in cui oggi il lavoro è organizzato.
Le proposte per una riforma elettorale che attui finalmente l’articolo 51 della costituzione ci sono e sono depositate in Parlamento; molte voci di studiose, costituzionaliste, associazioni hanno proposto regole per la parità che si possono applicare anche in presenza di sistemi elettorali diversi: dalla lista bloccata, al sistema con il collegio, fino alla doppia preferenza di genere per i sistemi regionali con la preferenza.
Dobbiamo farne un grande dibattito pubblico, politico e culturale, nelle istituzioni e fuori da esse, perché sia chiaro che non si tratta di tutelare una “debolezza” femminile, né una rivendicazione corporativa, ma di rendere la democrazia più ricca, più inclusiva e più giusta.
Le donne ci sono e vogliono partecipare sempre di più e a pieno titolo. Noi, donne del Pd ci siamo. Abbiamo dimostrato di avere intelligenze, competenze, grandissime energie, leader che si sono affermate sul campo, riconosciute dalle donne e dagli uomini e che possiamo mettere a disposizione del governo del paese. Non si può costruire un paese moderno senza valorizzare le leadership femminili e se non cambiamo l’immagine di un parlamento troppo maschile.
Dal gruppo di lavoro uscirà la nostra proposta, le parole d’ordine con le quali avvieremo una grande campagna pubblica e sulla quale chiediamo a tutto il partito di impegnarsi.
Ho quasi finito. Nelle prossime settimane partiremo con un viaggio, saremo nelle piazze e nelle scuole, davanti ai luoghi di lavoro e nei mercati con le nostre proposte.
Continueremo a raccogliere le firme per chiedere le dimissioni di Berlusconi, ed incontreremo i cittadini per discutere le nostre proposte: fisco, lavoro, servizi, maternità, democrazia paritaria.
Come sapete, uno dei compiti della Conferenza è quello di eleggere una portavoce, che ha alcuni compiti precisi: presiede e convoca la conferenza stessa e promuove elaborazione ed iniziativa politica, coordina un lavoro di insediamento sui territori. Io che credo in una democrazia partecipata e fatta di persone, penso che questo sia un lavoro utile per il paese, perche nell’assenza di luoghi democratici cresce il populismo e l’antipolitica e nell’assenza di reti forti di donne i rischi di regressione sono sotto gli occhi di tutti. Io metto a disposizione la mia esperienza per proseguire questo percorso e questo lavoro con voi, in un luogo di scambio e di forza reciproca per fare del Pd un partito davvero capace di misurarsi con i cambiamenti del paese. Stare insieme non è una debolezza ma è un modo per costruire la forza e l’autorevolezza di ciascuna di noi, dunque di tante, di una intera classe dirigente femminile. Solo attraverso l’unità le donne possono essere forza di cambiamento e possono esserlo anche praticando la politica in modo diverso, trovando modalità di relazione che rendano questo partito accogliente ed aperto. La politica è anche una grande esperienza umana fatta di amicizia, scambio e condivisione.
Io credo che quello che avvenuto nelle piazze italiane domenica sia un fatto che può cambiare la politica italiana. Sta a noi ora, raccogliere la sfida e trasformarla in alternativa.
Compito del Pd è proporre un’altra idea di società, non solo proposte di governo ma una nuova cultura politica riformatrice, a partire dalle categorie politiche delle donne libertà limite cura responsabilità. La storia italiana ci insegna che il voto femminile è stato determinante per rompere equilibri politici e realizzare svolte e cambiamenti. Anche oggi siamo in questo passaggio. Il voto femminile è stato determinante per Berlusconi, il voto femminile sarà determinante per mandarlo a casa e seppellire il berlusconismo.
Vogliamo tornare a vincere con la forza delle donne. Il Pd potrà vincere solo con la forza delle donne.
da www.partitodemocratico.it
Festa 17 marzo, Lega: follia. Bersani: vergogna
Al decreto legge che ha istituito la festa il 17 marzo non hanno aderito tre ministri. Lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, in una conferenza stampa a Palazzo Chigi.
Per evitare il problema degli oneri derivanti dall’istituzione della festa del 17 marzo, gli effetti giuridici e contrattuali della festa delle Forze Armate del 4 novembre per il 2011 sono spostati sulla nuova data. È il ministro della Difesa Ignazio La Russa a spiegare la soluzione trovata dal Consiglio dei Ministri all’obiezione sollevata dai ministri della Lega.
Soluzione che però non è stata sufficiente a convincere i ministri leghisti a votare il decreto. «Si è fatto notare correttamente che l’istituzione del 17 marzo comportava oneri per lo Stato, ma vengono coperti con la decisione contestuale di trasferire gli effetti economici e gli istituti giuridici del 4 novembre al 17 marzo», spiega La Russa in conferenza stampa.
Dunque «il Cdm in tempi ragionevolmente brevi ha risolto il problema, sia pure con una riserva e con la non adesione di tre ministri e si è deciso di deliberare in questo senso e votare il decreto legge in questione». La Russa tiene a sottolineare che «sui giornali di oggi è stato erroneamente scritto che è stata abolita la festa del 4 novembre: non è vero, non cambia nulla, già era così, cambiano gli effetti giuridici e contrattuali, nel senso che il diverso trattamento economico viene spostato dal 4 novembre al 17 marzo».
Dunque «siamo soddisfatti: senza trionfalismi di nessun genere perchè nessuno si era mai sognato di non considerare importante il 17 marzo. Questa ci è sembrata la scelta più giusta, sarebbe stato quasi comico che la Festa dei lavoratori si celebrasse stando a casa e invece la festa di tutti si celebrasse andando a lavoro».
Nessuna frattura, solo una differenza di opinioni». Così il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, in conferenza stampa a Palazzo Chigi al termine del Cdm, ha commentato le parole del ministro leghista Calderoli che ha definito la festa del 17 marzo una «follia incostituzionale».
da www.unita.it
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La maggioranza è divisa anche sull’Unità d’Italia
Decreto varato è merito della mozione presentata dal Pd
“Altro che 325 deputati! La maggioranza è a pezzi, divisa politicamente e senza più la coesione e i numeri per governare, come oggi si è visto dalla spaccatura in consiglio dei ministri e dall’impossibilita di procedere nelle commissioni affari costituzionali e bilancio sul milleproroghe. Esiste un paese al mondo in cui la maggioranza di governo non è d’accordo nemmeno sui festeggiamenti per l’Unità nazionale? Il consiglio dei ministri è stato costretto a decidere, molto tardivamente, e a spaccarsi soltanto per l’iniziativa del Pd, che ha presentato una mozione alla Camera per riconoscere il 17 marzo come festa nazionale a tutti gli effetti. Mozione che sarebbe andata al voto la prossima settimana, facendo esplodere in aula le divisioni tra Lega e Pdl che si sono viste in Consiglio dei Ministri. Nelle stesse ore la maggioranza è stata costretta a un umiliante autostruzionismo sul decreto milleproroghe per evitare di essere battuta nei voti sugli emendamenti. Non hanno più la forza politica e numerica per governare l’Italia e ogni giorno in più del governo Berlusconi è un danno per il paese”.
da www.deputatipd.it
